FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

DODICILUNE RECORDS CD Ed420, 2019

di Alessandro Nobis

Non capita di frequente che un richiesto ed apprezzato da moltissimi colleghi musicisti che richiedono la sua collaborazione in studio di registrazione trovi nei suoi mille impegni il tempo e la libertà di ritagliarsi uno spazio per finalmente esprimere la “sua” musica: tra quelli che sono riusciti nell’impresa c’è il chitarrista salentino Franco Chirivì che con questo “Nas Cordas” libera tutta la sua passione e competenza tecnico-culturale regalando e regalandoci una preziosa testimonianza di quello che è la musica brasiliana.

“Nas Cordas” è un suggestivo viaggio attraverso alcuni tra i più significativi autori e strumentisti che hanno fatto tanto amare questo repertorio ovunque, e la scelta è intelligentemente caduta su quelli meno conosciuti e forse anche meno interpretati; che Chirivì suoni la chitarra acustica o quella elettrificata accompagnato dal bravissimo chitarrista Gianni Rotondo (anche cantante in “Carinhoso” di Pixinguinha)cambia poco, la musica scorre gradevolissima sì grazie alla bellezza e del fascino delle melodie e  ma anche grazie al suono caldo ed al sentimento che pervade tutto il lavoro.

“Rio de Janeiro” di Carlos Althier de Souza Lemos Escobar a.k.a. “Guinga” e la magnifica versione strumentale della bossa-nova “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosàlia De Souza vengono eseguita con la chitarra di Chirivì elettrificata, per le altre composizioni la scelta è caduta sul suono avvolgente e suadente della chitarra acustica. Due modi diversi per raccontare lo stesso e diversificato universo della musica brasiliana, e l’ascolto del brano di Joao Bosco “Senhora do Amazonas” (anche questa una versione strumentale) che apre il disco e di “Bejia Fior” di Nelson Cavaquinho (della quale esiste una splendida versione del pianista Enrico Pieranunzi) ci fa comprendere quanto sia stato accurato il lavoro di preparazione alla registrazione e pregevolissimo il risultato.

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FRANCESCO CALIGIURI QUINTET “Renaissance”

FRANCESCO CALIGIURI QUINTET “Renaissance”

FRANCESCO CALIGIURI QUINTET “Renaissance”

Dodicilune Records, Ed413. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Che Francesco Caligiuri si fosse infatuato di certo jazz inglese degli anni Settanta lo si era capito già dall’ascolto dell’ottimo “Olimpo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/22/francesco-caligiuri-olimpo/)e con questo altrettanto interessante “Renaissance” conferma quella sensazione regalando spunti che non possono non far ricordare, ad esempio nel riff di “The Breeze”, il sound targato Soft Machine (quelli, per intenderci post Wyatt e pre Holdsworth) o dei Nucleus in “Il Canto dei Titani”; ma, come avevo raccontato in occasione di “Olimpo”, si tratta del giusto recupero, qualche segnale, qualche frammento di un suono che ha fatto la storia del jazz europeo più intelligente e non di un’operazione calligrafica.

Qui il sassofonista calabrese è alla testa di un notevolissimo quintetto con Nicola Pisani al sax soprano), Michel Godard alla tuba e serpentone, Luca Garlaschelli al contrabbasso e Francesco Montebello alla batteria che danno il loro competente contributo interpretando gli spartiti di Caligiuri, autore di tutti i brani. Jazz nel solco del maistream che contiene momenti di grande classe, sia nei soli che nel suono d’insieme grazie agli arrangiamenti che intelligentemente danno il giusto spazio ai cinque “quinti” del combo: gli intrecci nel già citato “Il Canto dei Titani”, i soli di Michel Godard, di Luca Garlaschelli e del baritono di Caligiuri in “Restless” (e qui, scusatemi, non ci sentite un pizzico, una brevissima citazione della crimsoniana “i Talk to the wind”, proprio due note, le iniziali?), il suono d’insieme di “Le Petit Enfant” introdotto dal contrabbasso e dal serpentone e con un bel solo di clarinetto basso.

Un bel disco, importante, un’altra testimonianza di quale livello sia nel nostro Paese il jazz suonato, con uno sguardo ai “suoi passati” e sempre rivolto e concentrato alla scoperta di nuovi percorsi.

E questo Renaissance, ripeto, ne è un esempio eccellente.

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LUIGI BLASIOLI “Mestieri d’oltremare e favole di jazz”

LUIGI BLASIOLI “Mestieri d’oltremare e favole di jazz”

 

LUIGI BLASIOLI “Mestieri d’oltremare e favole di jazz”

Dodicilune Records, Ed391.CD. 2019

di Alessandro Nobis

Aveva già descritto il precedente bel lavoro del contrabbassista abruzzese Luigi Blasioli “ Sensory Emotions” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/01/luigi-blasioli-sensory-emotions/) ed eccomi qui ad ascoltare la sua più recente creazione, “Mestieri d’oltremare e favole di jazz” sempre in collaborazione con la Dodicilune Records.

E’ un album dove “comanda” il contrabbasso, quello di Blasioli naturalmente: detta i ritmi, è sempre in primo piano, conduce il gioco; e soprattutto non annoia mai. E, visto che qui si “narrano” storie, mi viene spontaneo immaginarlo – non me ne voglia Blasioli – come un lavoro “cantautorale”, di ballate, nel senso musicologico ovvero “dove si raccontano storie e persone”; qui naturalmente il linguaggio è diverso, è quello del jazz che ispirandosi al volume per ragazzi “Che mestieri fantastici” di Massimo De Nardo narra fatti e persone legate alla vita dello stesso Blasioli. Un progetto originale all’apparenza di facile ideazione ma di difficile realizzazione; il trio, con il pianista Cristian Caprarese ed il batterista Giacomo Parone interpreta le composizioni riuscendo a dare quel carattere – narrativo appunto – di ampio respiro che è la cifra di tutto questo lavoro; naturalmente con le note scritte da Blasioli è più facile immaginare quanto viene descritto e naturalmente i personaggi e gli ambienti prendono forma o ritornano, come “Primula Rossa” del trombettista Marco Tamburini nel “Musicante di Bologna” o l’istantanea delle sorelline di Amatrice in “Giulia tra i cumuli ad Accumoli” sepolte dalle macerie una sola delle quali sopravvive grazie agli sforzi dell’altra che purtroppo muore. O ancora la ballad “Potti, Ciccio e Pepe” dedicata agli amici animali con i cammei di Tom Kirkpatrick alla tromba e Pierpaolo Tolloso al sassofono e il bellissimo “racconto” di Selimi (“Il navigante di Skopje”), incontrato casualmente che narra la sua storia, quasi a significare che ogni persona che sfioriamo e che talvolta incontriamo ha una storia da raccontare.

Ancora un disco “significativo” e dalla costruzione davvero personale questo di Luigi Blasioli, il cui significato lo si può recepire nel recitativo “con contrabbasso” nel breve brano che chiude il disco, “I mestieri e le favole”.

Pronti per riascoltarlo sotto una luce nuova.

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CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

CLAUDIO ANGELERI “Blue is More”

Dodicilune Ed417, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Leggi la scaletta sulla copertina e noti che ci sono tre fari, tre punti fermi che illuminano e delimitano il jazz scritto e suonato dal pianista Claudio Angeleri per questo suo “Blue is More”: Bud Powell, Duke Ellington e Thelonious Monk, tre nomi per farsi un’idea della musica contenuta in questo bel lavoro prodotto dalla Dodicilune, uno dei primi di questo 2019.

Poi lo ascolti e scopri che non si tratta solamente di un omaggio calligrafico al genio dei tre colleghi pianisti, ma c’è molto di più: il talento compositivo, la sensibilità dello strumentista, gli arrangiamenti che non cadono mai nel già sentito pur rimanendo nel fiume del main stream, c’è l’accurata scelta dei musicisti che non si fermano al ruolo di sidemen ma contribuiscono in modo efficace alla musica proposta: Gabriele Comeglio ai sassofoni, Andrea Andreoli al trombone, Marco Esposito al basso elettrico, Luca Bongiovanni alla batteria e due ospiti, la cantante Paola Milzani nell’efficacissima interpretazione di uno dei più significativi brani del repertorio di Monk (“Monk’s Dream”) nel quale, dopo il solo di trombone, “suona” in modo del tutto originale la parte dell’Hammond di Larry Young nella sua versione del brano degli anni sessanta ( se non vado errato nell’album “Unity” del ’66)ed il flauto di Giulio Visibelli in “Paths”, composizione originale di Angeleri.

“Profumo monkiano” anche nella scrittura di Angeleri “Blues is More” dove il tema è introdotto da Bongiovanni ed al quale seguono i soli di Comeglio ed a seguire di Angeleri,  ed interessante la rilettura del brano di Bud Powell “Dance of the Infidels”, eseguita in trio che esplicita tutta la ricerca ritmica e timbrica di Angeleri e l’inusuale quanto efficace utilizzo del basso elettrico in un brano di Powell. Infine non posso non consigliare la ellingtoniana “A new world is coming” e l’originale “Dixie” entrambe al piano solo, che – mi sembra di poter dire – racchiudano la storia musicale di Claudio Angeleri.

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PRATESI – LIEBMAN “Sound Desire”

PRATESI – LIEBMAN “Sound Desire”

PRATESI – LIEBMAN “Sound Desire”

DODICILUNE RECORDS CD Ed392, 2019

di Alessandro Nobis

Dave Liebman è conosciuto ai jazzofili soprattutto per le sue collaborazioni con Chick Corea ma soprattutto per avere partecipato alle session per la registrazione dell’album “On The Corner” di Miles Davis nella prima metà degli anni Settanta, e per avere con lui suonato anche dal vivo in “Dark Magus” (1974); quindi Liebman ha carriera quantomeno “lunga” e tutta la sua esperienza e creatività la condivise nell’estate del 2012 con il clarinettista (basso) siciliano Romano Pratesi per le registrazioni raccolte in questo “Sound Desire” e pubblicate ad inizio 2019 dalla Dodicilune.

Una session durata 2 giorni e diciotto composizioni dove la prima sensazione che si ha durante l’ascolto è quella del dialogo, dell’interplay che come si sa è la quintessenza della musica jazz sia nei momenti scritti che in quelli dove l’improvvisazione emerge facendo come al solito rivelare la profondità della collaborazione; nei brani eseguiti dal duo, sul telaio dello spartito Pratesi e Liebman intrecciano le loro sensibilità e tessono una musica dal grande fascino e dalla piacevole godibiità come “Nuvole”, il più ”libero” “Burst” ed infine il brano eponimo che fanno scoprire il talento e la musicalità del clarinettista, mentre i brani scritti ed eseguiti in solo da Liebman, “Flow” al sax soprano e “Tender Merciers” al pianoforte ci rivelano anche una diversa e più intima fotografia del fiatista e pianista americano. Da segnalare anche lo splendido episodio di “Waves of Sound” per solo clarinetto basso dove Pratesi sviscera letteralmente le potenzialià sonore del suo strumento.

Doveroso e intenso l’omaggio al grande Steve Lacy con la splendida rilettura di “Still Point” con il clarinetto ed il sax che si inseguono e parlano tra loro dopo un apertura all’unisono.

Steve Lacy, uno di quelli sempre “una passo avanti” rispetto al mondo del jazz, uno di quelli che manca di più a noi jazzofili.

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

DODICILUNE RECORDS CD Ed411, 2018

di Alessandro Nobis

Onestamente: a me di questo “Eternal Love” sarebbero bastati i primi 12 minuti e 39 secondi per farmi contento, per aver ricordato il jazz africano – e sudafricano in particolare –  che un ruolo così importante ebbe a partire dagli anni sessanta nello sviluppo di quello europeo. Questo attraverso la rilettura di un tradizionale, il brano di apertura “Uhruru” con protagonista l’efficace ed appropriato pianismo di Alexander Hawkins ed il seguente scritto da Dollar Brand (a.k.a. Abdullah Ibrahim), “Afrikan Marketplace” e soprattutto con il suono del quintetto di Roberto Ottaviano che mi ha fatto personalmente ricordare le pagine migliori (tutte indistintamente) dei Blue Notes di Chris McGregor nelle melodie, nei ritmi, nell’incedere degli strumenti.

Questo “amore eterno”, la più recente produzione di Roberto Ottaviano, è anche un omaggio ad alcuni colossi del jazz, alcuni più conosciuti, altri meno; tra i primi Coltrane, Haden, Cherry, Redman tra gli altri il sassofonista Elton Dean del quale qui il quintetto arrangia lo splendido “Oasis”, ballad proveniente dal periodo post Soft Machine e per la precisione da “Boundaries” targato ECM.

E’ un disco evocativo ma non solo, è musica che vuole ricordare i “morti che non sono morti, che sono diventati una sorta di spirito guida nella vita”; ognuno ha i suoi e questi sono quelli del sassofonista Roberto Ottaviano ed a giudicare dalla sua lunga produzione discografica, dalla sua qualità e varietà, questi spiriti devono esistere davvero. Si ascolti l’omogeneità della musica che esce dai solchi di “Eternal Love” sia quella scritta da altri autori che quella composta da Ottaviano come il lungo “Questionable 2” con un espressivo piano elettrico (azzeccatissimo il suo assolo al minuto 4:13) ed un delicato solo di soprano ed a seguire di clarinetto (Marco Colonna) sostenuti dalla ritmica del contrabbasso di Giovanni Maier e della batteria di Zeno De Rossi, e il breve contemplativo brano eponimo, con l’archetto che assieme al rullante sostiene ed accompagna il sax, quasi in una preghiera agli spiriti guida a quella madre terra che nella cultura africana rappresenta la vita, visione che la cultura occidentale ha perso molti secoli fa. In sintesi qui si respira il rispetto dei padri ed allo stesso tempo l’indipendenza da loro, la sostanza dell’evoluzione della musica.

Una delle migliori produzioni di Ottaviano (della più recente ne avevo parlato qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/23/roberto-ottaviano-sideralis/) ed un altro centro alla encomiabile Dodicilune, forse l’ho già detto ma lo voglio ripetere, fiore all’occhiello del jazz “anche italiano”. La Regione Puglia e Puglia Sounds hanno sostenuto questo progetto: qui al nord certe cose ce le sogniamo.

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CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

DODICILUNE RECORDS CD ED412, 2018

di Alessandro Nobis

Ascolto questo disco e penso alla “sperimentazione vocale”; mi vengono subito in mente Demetrio Stratos e Boris Savoldelli, Maggie Nichols, Julie Driscoll – Tippett o Meredith Monk; ecco che grazie alla Dodicilune scopro anche Camilla Battaglia, ideatrice ed autrice di questo ottimo “Emit: Rotator Tenet” a due anni dall’altrettanto interessante “Tomorrow-2 more Rows of Tomorrow”.

Il combo ha una struttura “a quattro” (con la Battaglia, pianista e cantante ci sono Michele Tino al sassofono, Andrea Lombardini al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria) e tre brani ospitano Ambrose Akinmuse, trombettista californiano che arricchisce ulteriormente il suono soprattutto in “Crossing the Water” ed in “You don’t exist” e grazie ad un accuratissimo lavoro in sala di incisione e ad un fine uso di quella diavoleria elettronica che risponde al nome di kaosspad confeziona un lavoro prezioso in termini di ricerca sonora dove la voce sia nei momenti più sperimentali (mi riferisco alle tracce palindrome che aprono e chiudono il lavoro) ed in quelli più legati al jazz meno sperimentale ed improvvisativo trova sempre il suo equilibrio e conferma come Camilla Battaglia sia una cantante preparatissima tecnicamente e con un progetto ben preciso, raffinato e di alta scuola. Merito del quartetto se tutte le sue componenti mantengono l’attenzione dell’ascoltatore sempre in allerta (piacevolmente in allerta) come la lunga “You don’t exist II” aperta dal duetto voce – pianoforte con a seguire un espressivo solo di tromba in sovrapposizione al soprano che anticipa un lungo e notevole momento improvvisativo per riportarci poi al tema iniziale; al di là delle ispirazione letterarie e filosofiche che hanno portato Camilla Battaglia a comporre queste otto tracce e delle quali prendo semplicemente atto, non resta che ribadire la qualità della musica qui raccolta, una proposta che può essere apprezzata nel migliore dei modi sia dal pubblico che ama il jazz più classico che da quello che dal jazz cerca invece balzi in avanti e connessioni con la sperimentazione e la musica contemporanea, nella sua accezione migliore.

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