FRANCESCO CALIGIURI · NICOLA PISANI “Monastere Enchanté · L’Ensemble Créatif”

FRANCESCO CALIGIURI · NICOLA PISANI “Monastere Enchanté · L’Ensemble Créatif”

FRANCESCO CALIGIURI · NICOLA PISANI “Monastere Enchanté · L’Ensemble Créatif”

Dodicilune Dischi Ed529. CD, 2022

di alessandro nobis

Questo è davvero un disco “fuori dall’ordinario”. Intanto per l’idea che sta dietro al progetto, ovvero quello di suonare, ri-scrivere la musica antica introducendo metodologie esecutive che appartengono ad un linguaggio lontano da essa cinque secoli, almeno, ovvero quello del jazz e delle metodologie improvvisative. Poi perchè coinvolge due ensemble, il quartetto “Monastere Enchanté” e il sestetto “Ensemble Creative” guidati rispettivamente dai fiatisti e compositori Francesco Caligiuri e Nicola Pisani che si alternano nell’esecuzione dei brani secondo il progetto di “Locrum Sacrum” festival di Spezzano, sulla Sila calabrese, uno dei pochi festival jazz che non si limita ad assemblare un programma scegliendo dai roster delle agenzie ma che produce eventi come questo. L’idea di due ensemble sullo stesso disco potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma l’ascolto testimonia una grande piacevolezza e curiosità con un equilibrio sonoro davvero invidiabile nonostante i due gruppi si muovano su terreni apparentemente diversi.

L’ambientazione è quella di una sorta di “rinascimento al limite dell’apocrifia”; le otto composizioni di Caligiuri (con lui ci sono Michel Godard, Paolo Damiani e Luca Garlaschelli) si ispirano a quello straordinario periodo storico, ne rispettano ritmi e suoni (“C’est la bonheur“) ma inseriscono assoli come quello di Godard e di Damiani di chiara ambientazione jazzistica con uno straordinario quanto inedito risultato: “Sombra Misterieux I” è un bellissimo brano per solo violoncello (e qui il ricchissimo repertorio per viola da gamba viene “richiamato” all’ascoltatore) con un’improvvisazione incastonata nella struttura del brano mentre la seconda parte è più vicina all’idioma jazzistico visto che il baritono di Caligiuri ne è l’assoluto protagonista (il sassofonista pugliese ha davvero fatto sua bene la lezione di un tal John Surman).

D’altro canto l’Ensemble Créatif di Nicola Pisani sceglie un percorso diverso, ovvero quello di intrepretare brani del repertorio storico (a parte due interpretazioni di Charlie Haden · Our Spanish Living Song” e “Silence” · rese perfettamente “coeve” a questo progetto): lo fa sì rispettando gli spartiti ma lasciando grande libertà espressiva ai musicisti come ad esempio in “O Let Me Weep (The Plaint)”  composta da Henry Purcell e Thomas Betterton facente parte della semi-opera “La regina delle fate” (The Fairy-Queen; Catalogo Purcell numero Z.629) eseguita per la prima volta nel 1692 (lo spartito venne perso e ritrovato quattro secoli più tardi). L’inizio con la voce magnifica di Francesca Donato rispetta l’originale partitura, ma poi si susseguono improvvisazioni (il flauto di Eugenio Colombo e le percussioni, il trombone di Giuseppe Oliveto, il sassofono di Pisani, i cordofoni di Checco Pallone) che separano le strofe cantate in modo efficacissimo: un perfetto mosaico di suoni e di storie musicali che raramente mi è capitato di ascoltare.

Che ascoltiate il disco rispettandone la scaletta o separando i brani dei due ensemble – andando contro quindi l’idea originale, ma ne vale la pena per capirne di più – non ne cambia la sua straordinarietà; credo che quel geniaccio indimenticato di David Munrow (1942 · 1972) che ebbe secondo i puristi l’ardire mezzo secolo fa di mettere a contatto due mondi paralleli come quelli della musica medioevale e quello del folk inglese avrebbe senz’altro apprezzato moltissimo questo progetto. Due generi lontani in apparenza che oggi si incontrano, il jazz e la musica antica: un nuovo sentiero da percorrere, tutto da scoprire e da ascoltare.

SERENA SPEDICATO “Io che amo solo te: le voci di Genova”

SERENA SPEDICATO “Io che amo solo te: le voci di Genova”

SERENA SPEDICATO “Io che amo solo te: le voci di Genova”

DODICILUNE RECORDS. CD + libro 20 x 20 cm,, 2022

di alessandro nobis

Per chi come me ha una conoscenza epidermica della canzone d’autore italiana ed in particolare della cosiddetta “scuola genovese”, questo recentissimo album di Serena Spedicato mi sembra il punto iniziale perfetto per approfondirne la conoscenza; per chi invece ha seguito da sempre e segue ancora oggi il gruppo degli straordinari poeti e musicisti che ne fanno parte, questo cd rappresenta un modo diverso di affrontare allo stesso tempo le diversità, le poetiche e le musiche che hanno portato quei musicisti ad essere ancora celebrati dopo mezzo secolo godendone di una prospettiva filtrata dagli autori del progetto.

Io che amo solo te: le voci di Genova” è un recital, come si diceva un tempo, un esempio di “teatro canzone” dove si narra di Luigi Tenco, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Umberto Bindi e Bruno Lauzi, dove si ascoltano le loro canzoni e dove si ascoltano le parole di Osvaldo Piliego dalla voce narrante di Serena Spedicato con gli arrangiamenti curati dal fisarmonicista Vince Abbracciante che assieme al chitarrista Nando Di Modugno e il contrabbassista Giorgio Vendola hanno curato la parte musicale.

Il disco si ascolta tutto d’un fiato, il narrato è in perfetto equilibrio con il cantato e la scelta degli autori e dei brani mi pare molto indovinata: i brani sono autentici “standards” della canzone d’autore italiana ed il loro valore musicale risalta ancor più perchè si adattano ad ambientazioni musicali diverse.

Del resto la capacità di Serena Spedicato di raccontare sè stessa affrontando repertori inaspettati (vedi l’ottimo lavoro sulle composizioni di Sylvian – https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/11/serena-spedicato-nicola-andrioli-the-shining-of-things/ -) è ben nota e la bravura e duttilità di Vince Abbracciante (appena pubblicato “Opera!” con Paola Arnesano) si completano in modo efficace come sono convincenti i ruoli di Vendola e Di Modugno. “Io che amo solo te” con l’intro di chitarra e contrabbasso sono una toccante rilettura del brano di Sergio Endrigo, “Il nostro concerto” di Umberto Bindi, la rilettura con tempo più andante di “Un giorno dopo l’altro” di Tenco ed infine la conclusione con il narrato che precede una essenziale versione di “Anime Salve” sono solamente i quattro brani che segnalo, quattro brani di un disco davvero ben riuscito, un omaggio alla scuola genovese, omaggio delicato, di rara raffinatezza e quel che più conta, davvero originale.

Il cd è accompagnato da un volumetto che oltre a riportare i testi di Piliego, ospita le fotografie di Marina Damato e Maurizio Bizzocchetti.

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MASSIMILIANO CIGNITTI “Buio in Sala”

MASSIMILIANO CIGNITTI “Buio in Sala”

Massimiliano Cignitti “Buio in Sala”

DODICILUNE DISCHI 1299. CD, 2022

di alessandro nobis

Un quintetto (Massimiliano Cignitti al basso, Mauro Scardini alle tastiere, Giancarlo Ciminelli alla tromba e flugelhorn, Marco Guidolotti ai fiati e Marco Rovinelli alla batteria) con una nutrita serie di ospiti di gran caratura per una riuscitissima dedica al Cinema ed ai suoi più importanti protagonisti siano essi registi, autori di colonne sonore ed attori; non parliamo dell’ennesima riproposta dei “temi celebri dalle colonne sonore” ma di composizioni originali di Massimiliano Cignitti, fatte naturalmente tre debite eccezioni.

Gli arrangiamenti del bassista romano, Scardini e Nguyên Lê sono davvero indovinati e pur essendo omogenei nel suono globale riescono sempre a valorizzare nel migliore dei modi le composizioni come nella serrata black music di “Shaft is back” con i soli al piano elettrico di Scardini, di chitarra dello straordinario Nguyên Lê e del sax di Guidolotti o nella ballad ” O Venezia venusia venaga” che apre il lavoro, una delle “citazioni” in questo caso di Nino Rota con un arrangiamento cucito appositamente sul suono piuttosto riconoscibile della chitarra del franco – vietnamita. Il brano che magari non ti aspetti, anche se legato al cinema di Kubrick, è ovviamente la coltissima citazione di Bartok Béla, il secondo movimento di uno dei suoi capolavori, “Musica per Archi, percussioni e celesta“: la dimostrazione non solo dell’attenzione e profonda conoscenza che Cignitti & C. hanno del cinema ma anche della capacità di reinventare (ricostruire?) uno dei brani “intoccabili” con una lettura “diversa” fatta con i migliori crismi che trasporta questo brano dal 1936 al miglior jazz contemporaneo; qui ospite la batteria di Mark Colenburg ed i soli di chitarra e della tromba di Ciminelli. “Buio in Sala” con la voce di Valentina Petrossi è un appropriato e convincente spartito di Cignitti dedicato alla Dolce Vita ed al suo cinema, perfetto allora come ora per rifugiarsi nei propri sogni e purtroppo illusioni in un’Italia che viveva il suo “sogno globale” finito magari troppo presto.

Buio in Sala” è un altro di quei lavori piacevolissimi sin dal primo ascolto e la cui complessità ed intensità  invitano chi ne fruisce a reiterare gli ascolti alla scoperta dei suoi “angoli” nascosti.

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

DODICILUNE / CONTROVENTO Records. CD, 2022

di alessandro nobis

“Intrigante” è stato il primo aggettivo che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro ad opera di Valeriano Ulissi (chitarra, elettronica), Carlo Bolognini (basso), Giovanni Zannini (batteria, elettronica) e Federico Zannini (percussioni, elettronica), a.k.a. “Maloo”, che segue “Everything needs time” disco d’esordio del 2016; intrigante perchè si presta a diversi livelli di ascolto, quello diciamo così piacevolmente epidermico e quello più approfondito se si vuole andare alla scoperta delle origini e del lavoro di produzione. L’idea è cercare un equilibrio più vicino alla perfezione creando una fusione musicale nella quale siano comunque riconoscibili gli elementi che la compongono, e per poter realizzare un progetto del genere è necessario avere alla base una conoscenza dello spettro musicale odierno più ampio possibile che, mi sembra di poter dire, i quattro componenti abbiano.

Sorprendente la bella rilettura di un brano che non ti aspetti ovvero “In Bloom” dei Nirvana (era su “Nevermind” del ’91) con l’uso di registrazioni vocali originali probabilmente proveniente da una trasmissione televisiva e con un accurato utilizzo – ma questa considerazione vale per tutto “Fuzzland” – dell’elettronica ottimamente combinata con le tessiture ritmiche del brano; una modalità di intrecciare suoni reali e alloctoni che a qualcuno di noi “reduci” di decenni di ascolti non può non ricordare il geniale lavoro di Brian Eno e David Byrne, quel “My life in a Bush of Ghosts” che quaranta anni or sono tracciò a mio avviso un sentiero indelebile nella musica.

Gli altri nove brani sono tutti originali, un altro punto a favore del quartetto, e mostrano uno sforzo costante nel mantenere piuttosto omogeneo tutto il lavoro cercando tuttavia di inserire, mantenendo una linearità timbrica, i vari elementi di questa fusione: il brano eponimo ad esempio, è uno di quelli che mi sono piaciuti maggiormente che si caratterizza da un ritmo martellante e da un intelligente filtraggio elettronico degli strumenti lungo tutta la composizione, “Departures” contiene numerosi “inserti” alloctoni ed ha una bella parte di chitarra (mi sembra di capire, tanto sono ben nascosti dall’elettronica i suoni originali) ed infine “Around My Mind” ha a mio avviso un’impronta di certo rock dei primi anni settanta grazie ai particolari suoni sintetici ed anche a certo jazz elettrico.

Disco interessante davvero, intrigante come dicevo in apertura, una sfida per chi cerca sempre di dare un’etichetta alla musica che si va ad ascoltare. Perdita di tempo, concentratevi sulle sfumature di questo “Fuzzland“.

Il disco è una co-produzione di Valeriano Ulissi e della sempre attenta Dodicilune che lo ha inserto nella collana “Controvento.

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

Dodicilune Dischi. CD, 2022

di alessandro nobis

A meno di un anno dalla pubblicazione dell’eccellente “Deconstructing Monk in Africa” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/14/schiaffini-%c2%b7-armaroli-deconstructing-monk-in-africa/) Giancarlo Schiaffini (trombone) e Sergio Armaroli (balafon cromatico e vibrafono) assieme a Giovanni Maier (contrabbasso) e Urban Kušar (batteria, percussioni) affrontano nuovamente lo straordinario songbook di Thelonious Monk, pianista, straordinario interprete (vale per tutti il disco dedicato a Duke Ellington con Kenny Clarke e Oscar Pettiford) e  autore di alcune della pagine più importanti della musica afroamericana. Lo fanno scegliendo dodici tra i temi più conosciute ma anche tra quelli poco interpretati dandone una lettura a mio avviso molto originale e per questo altrettanto interessante; gli spartiti di Monk sono tra i più amati dai musicisti ed i più interpretati non solo tra coloro che gravitano nel mondo jazz ma anche da quelli che battono strade parecchio diverse ma che amano fare proprie le melodie monkiane. Mi sembra di poter affermare che Armaroli, Schiaffini, Maier e Kušar costruiscono il loro progetto lasciando piena libertà esecutiva soprattutto al trombonista che ricama, improvvisa e pennella splendidamente sui temi che il vibrafono ed il balafon via via espongono, supportato da una ritmica che perfettamente si adatta e partecipa a questo incrocio di temi e di improvvisazioni. E quando entra in scena il balafon tutto rimanda all’Africa, come in “Bemsha Swing” introdotto da Maier o in “Blues Five Spot“, uno slow blues “primordiale” uno dei brani più significativi di questo ottimo disco con un bel solo di Armaroli; particolare e per me magnifica anche la rilettura di uno dei “super standards” di Monk, “Misterioso“, aperto da un lungo dialogo tra contrabbasso e batteria che anticipa il tema esposto dal balafon che esegue uno splendido assolo ad anticipare l’intervento di Schiaffini in solo dove rilegge il tema e quasi invita all’improvvisazione i compagni.

Di interpretazioni monkiane ne ho ascoltate parecchie, a cominciare da quelle di Steve Lacy (in quartetto ed in solo) della fine degli anni cinquanta e mi sento libero di dire che queste di “Monkish” sono tra le migliori; il titolo recita “‘round about Thelonious” parafrasando un suo celebre brano ma qui, più che “girarci attorno” i quattro musicisti sono penetrati ben bene nell’essenza di Monk come pochi altri hanno saputo fare. Disco che, sempre secondo il mio parere di ascoltatore, resterà e resisterà al tempo.

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Non mi è mai piaciuta la definizione di “musica improvvisata”, preferisco quella di “musica spontanea” prendendo in prestito il nome dell’ensemble che per primo ha dettato in Europa la linea sin dalla metà degli anni Sessanta, lo “SPONTANEOUS MUSIC ENSEMBLE” fondato dai padri di questo linguaggio radicale e contemporaneo come Paul Rutherford, Derek Bailey, John Stevens, Barry Guy ed Evan Parker, per citarne alcuni. Per quel che ricordo in Italia contemporaneamente partì l’esperienza del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza più legato alla musica allora contemporanea che al jazz, e poco più tardi Andrea Centazzo, Guido Mazzon, Mario Schiano, Giancarlo Schiaffini divulgarono il verbo dell’improvvisazione; grazie anche a loro si è nei decenni formato un manipolo di “praticanti” capaci di creare musica interessante e spesso contaminante di altri idiomi. A questi si vanno ad aggiungere i chitarristi Andrea Massaria e Davide Barbini che con il batterista Andrea Fabris hanno registrato questo ottimo “Atelier”, otto creazioni che si basano su idee prestabilite però di non facile individuazione – con convincente e coinvolgente uso di elettronica – che si ascoltano con interesse non solamente per le timbriche eletto-acustiche ma per la modalità di esecuzione immortalata da queste registrazioni del settembre 2020; un lasso di tempo tutto sommato breve se parlassimo di jazz sensu strictu ma che nell’ambito dell’improvvisazione non-idiomatica equivale quasi ad un’eternità soprattutto se consideriamo che per definizione la creazione è istantanea ed irripetibile nelle stesse prassi esecutive, come afferma Derek Bailey.

Non sono un esperto di musica “spontanea” ma mi piace ascoltare i livelli di intesa e di creatività che questi musicisti esplicitano durante i loro incontri in studio ed anche dal vivo, ed ho trovato pertanto questo “Atelier” molto interessante, e se devo segnalare qualche brano ecco “Gallipot” aperto dal drumming di Fabris e la più pacata “Barras”, quasi una “ballad” futuribile.

Bel disco, complimenti al team Dodicilune che ospita nel suo corposo catalogo anche musiche come questa.

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

DODICILUNE DISCHI Ed 510. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ sempre stimolante ascoltare le pubblicazioni di etichette italiane come la Dodicilune ed affini, ti danno l’occasione di esplorare l’universo jazz italiano troppo spesso poco valorizzato dai palcoscenici dei grandi festival (molti mutatisi in vetrina per i soliti noti o trasmutati in qualcosa d’altro spesso lontano dal jazz) e dalla stampa “specializzata”. Spesso si tratta di musicisti di notevole caratura, di compositori ispirati, di progetti davvero indovinati e di collaborazioni sincere e fruttuose come quella tra il fisarmonicista pugliese Vince Abbracciante e il sassofonista argentino Javier Girotto che da poco hanno pubblicato per l’etichetta pugliese questo “Santuario”. I due autori si distribuiscono equamente la scrittura dei brani, tutti originali a parte “L’Ultima Chance” del grande autore – argentino pure lui – Luis Bacalov caratterizzata da un lirismo di stampo cinematografico, non caso proviene dalle musiche scritte per il film omonimo dove la complicità musicale tra i due solisti – qui il soprano espone il tema e la fisa permea tutta l’esecuzione – può essere vista come paradigmatica di tutto questo “Santuario”. E lasciando stare l’ampiamente assodata preparazione dei musicisti, è proprio sull’interazione, l’interplay come dicono quelli che sanno, che si gioca la partita di questo lavoro. Ci sono in “Ninar” ninna nanna delle reminiscenze ancestrali che paiono arrivare dai villaggi sulle creste andine con il suggestivo flauto tradizionale, nella malinconica ed evocativa ”2 de Abril” c’è il tragico ricordo della guerra delle Malvinas con lo splendido e narrativo baritono di Girotto mentre nella scrittura di Abbracciante, “Pango”, emerge tutta la sua passione per il tango con gli accompagnamenti ed abbellimenti del soprano di Girotto, un altro brano che definisce il profondo rapporto professionale e la comune visione della musica della coppia di strumentisti / compositori autori di questo eccellente “Santuario”.

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Del fisarmonicista Vince Abbracciante avevo scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/02/vince-abbracciante-terranima/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/)

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

A cinque anni dal suo primo – ottimo – CD “Ripples on the Lagoon” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/20/terreni-kappa-ripples-in-the-lagoon/), Terreni Kappa ha recentemente pubblicato il suo seguito “Pequod” per l’attivissima etichetta pugliese Dodicilune: il suono è profondamente mutato pur rimanendo in ambito jazzistico, il trio che aveva registrato il primo album è diventato un quartetto, Roberto Zantedeschi ha lasciato il gruppo, Luca Crispino suona la chitarra elettrica (laddove nel primo era il contrabbassista) e sono entrati a farne parte Fabio Basile al basso elettrico e Francesco Caliari al sassofono tenore. Per comprendere a fondo la metamorfosi sonora di Terrena Kappa è consigliabile ascoltare attentamente la bellissima composizione di Luca Crispino “Al Azif” presente su entrambi i dischi. In “Ripples ..….” protagonista è la combinazione tra il flicorno e l’elettronica che supportata dalla batteria e dalle frasi reiterate del contrabbasso elettrico crea un’atmosfera eternamente sospesa dal sapore “ambient” grazie anche agli interventi vocali “filtrati”, mentre in “Pequod” il tema viene esposto dal sassofono di Caliari con un arrangiamento che mette in risalto il lavoro della chitarra e del basso di Basile oltre ad un significativo solo di sassofono. Da evidenziare naturalmente tutta la musica che si ascolta, a cominciare da quello che mi sembra un omaggio al tastierista – compositore Nicola Salerno, quel “Ara Kel Serabia” che nella formulazione del titolo e nella costruzione del brano ricorda gli Art-Erios nei quali militava anche Fabio Basile, autore del brano e voglio segnalare il brano eponimo scritto da Crispino, aperto dal basso e con un pregevole solo di chitarra e dove protagonista è il tenore di Caliari.

Esplorazione sonora, melodia, una chiara capacità di rispetto reciproco, una eccellente tecnica dei musicisti ed anche una notevole predisposizione all’improvvisazione fanno di “Pequod” un bellissimo lavoro che a mio avviso grazie alla composizione della line-up, mi riferisco al fatto che Basile e Crispino sono due ottimi chitarristi e bassisti con caratteri musicali profondamente diversi, potrebbe cambiare la simmetria del suono nelle esibizioni dal vivo scambiando i ruoli: resta comunque una mia idea della quale sono però, da semplice ascoltatore, convinto.

Se a Verona si celebrasse ancora il Jazz con un degno festival – quello che ne rimane è stato derubricato ad una minimale presenza nel cartellone estivo dell’Estate Teatrale Veronese – Terreni Kappa potrebbe esserne uno dei protagonisti. Peccato davvero, auguro a questo brillante quartetto i più prestigiosi palcoscenici italiani ……

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MIRABASSI  ·  MODUGNO  ·  BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

MIRABASSI  ·  MODUGNO  ·  BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

MIRABASSI · MODUGNO · BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Tra i musicisti di ambito jazz che hanno interiorizzato nel migliore dei modi la musica brasiliana interpretandola in modo originale grazie anche ad una tecnica ineccepibile e ad una profonda sensibilità, una posizione preminente va senz’altro al clarinettista e compositore Gabriele Mirabassi che nella sua onoratissima carriera un posto l’ha spesso riservato ai ritmi ed alle melodie della migliore musica sudamericana.Qualche anno è passato dal precedente “Amori sospesi”, e Mirabassi ha riportato in studio di registrazione i due partner che con lui avevano condiviso il disco d’esordio, ovvero il bassista Pierluigi Balducci e il chitarrista Nando Di Modugno, amici e colleghi che si conoscono alla perfezione visto l’equilibrio che traspare ascoltando “Tabacco e Caffè”.

I nove brani contenuti in questo splendido lavoro dal suono profondamente “cameristico” danno perfettamente l’idea della musica di questo equilibratissimo trio che coniuga alla perfezione tradizioni musicali al jazz, musica più legata rispetto al precedente disco al Brasile “d’autore” e che conferma anche una notevole capacità compositiva di tutti i musicisti coinvolti; qui troviamo un brillante arrangiamento di Egberto Gismonti originariamente scritta per pianoforte (“Frevo”, da lui registrata in solo nel ’79 e con l’Academia De Danças nel ’81) vicino ad altro brano composto da un altro chitarrista, Guinga (“Ellingtoniana”, registrata già da Mirabassi con lo stesso Guinga nel 2018) con un magnifico solo di clarinetto, tra gli originali splendido l’arrangiamento di “La Ballata dei giorni piovosi” di Pierluigi Balducci con il “solito” espressivo assolo di Mirabassi e la scoppiettante e gioiosa “Espinha de Truta”, choro (una forma musicale strumentale cresciuta nell’area di Rio De Janeiro) scritto dal clarinettista con il titolo che ricorda”Espinha De Bacalhau” di Severino Araújo che ne precede un altro, il suadente (“Choro bandido”) stavolta composto da un altro monumento della musica brasiliana, Chico Buarque. Che chiude questo secondo gran bel disco di Mirabassi, Balducci e Modugno.

E naturalmente, per apprezzare pienamente il fascino di questa splendida musica è necessaria una comoda poltrona, una tazza di caffè ed un buon sigaro ………… ancora meglio, però, sarebbe una poltrona in un teatro visto che della musica dal vivo ci siamo privati anche troppo a lungo.

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LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

Dodicilune / Fonosfere Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Del secondo lavoro (“La Fortuna”) di questa trilogia dedicata al mare ne avevo parlato un paio anni or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/06/04/la-cantiga-de-la-serena-la-fortuna/), e questo terzo capitolo conferma la bontà del progetto, l’abilità nello scegliere il repertorio ed infine il gusto nelle scelte timbriche. Basterebbe questo per definire “La Mar” ma invece val la pena di soffermarsi almeno su qualche brano che il quintetto pugliese ha inserito nel progetto dove la tradizione, la musica antica e la fusione delle culture mediterranee trovano un brillante equilibrio: il brillante “Tres Hermanicas” ad esempio, tradizionale sefardita eseguito dalla sola voce con l’accompagnamento delle mani che ad un certo punto si trasforma in qualcosa d’altro, quasi una giga irlandese (la parte di flauto traverso ricorda il celebre “Kesh Jig”) e che ritorna con il testo cantato accompagnato da percussioni, plettri e flauto, la bella lettura di “Mandad’ei comigo” un brano proveniente dalla importantissima raccolta medioevale “Cantigas de Amigo” di Martim Codax che risale al XIII secolo cantato in lingua gallega ed accompagnato dalla chitarra battente o ancora “Tre Donne Belle”, villanella scritta dal pugliese Giovan Leonardo Primavera (Barletta 1540 – Napoli 1585), un importante compositore che frequentò la corte del principe di Venosa, il madrigalista Don Gesualdo da Venosa.

Da ultimo voglio citare la tarantella di Sannicandro “DiavulëDiavulë” ed i ritmi dei vicini balcani delle horo macedoni e del syrto greco – grecanico; ma tutto il lavoro, come il precedente, si ascolta con grande piacere ed è un invito a scoprire ritmi e parole del passato lontano spesso dimenticato; un plauso quindi a Fabrizio Piepoli (voce, chitarra battente e percussioni), Giorgia Santoro (flauto, ottavino, flauto basso, flauto contrabbasso, bansuri, tin whistle, arpa celtica, banjo indiano, percussioni), Adolfo La Volpe (oud, chitarra classica, bouzouki irlandese, chitarra portoghese) Francesco D’Orazio (violino) e Roberto Chiga (tamburi a cornice) ma anche alla Dodicilune che oltre al corposo catalogo jazz nella sottoetichetta Fonosfere ha anche perle come questa.

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