JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

DODICILUNE DISCHI Ed 510. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ sempre stimolante ascoltare le pubblicazioni di etichette italiane come la Dodicilune ed affini, ti danno l’occasione di esplorare l’universo jazz italiano troppo spesso poco valorizzato dai palcoscenici dei grandi festival (molti mutatisi in vetrina per i soliti noti o trasmutati in qualcosa d’altro spesso lontano dal jazz) e dalla stampa “specializzata”. Spesso si tratta di musicisti di notevole caratura, di compositori ispirati, di progetti davvero indovinati e di collaborazioni sincere e fruttuose come quella tra il fisarmonicista pugliese Vince Abbracciante e il sassofonista argentino Javier Girotto che da poco hanno pubblicato per l’etichetta pugliese questo “Santuario”. I due autori si distribuiscono equamente la scrittura dei brani, tutti originali a parte “L’Ultima Chance” del grande autore – argentino pure lui – Luis Bacalov caratterizzata da un lirismo di stampo cinematografico, non caso proviene dalle musiche scritte per il film omonimo dove la complicità musicale tra i due solisti – qui il soprano espone il tema e la fisa permea tutta l’esecuzione – può essere vista come paradigmatica di tutto questo “Santuario”. E lasciando stare l’ampiamente assodata preparazione dei musicisti, è proprio sull’interazione, l’interplay come dicono quelli che sanno, che si gioca la partita di questo lavoro. Ci sono in “Ninar” ninna nanna delle reminiscenze ancestrali che paiono arrivare dai villaggi sulle creste andine con il suggestivo flauto tradizionale, nella malinconica ed evocativa ”2 de Abril” c’è il tragico ricordo della guerra delle Malvinas con lo splendido e narrativo baritono di Girotto mentre nella scrittura di Abbracciante, “Pango”, emerge tutta la sua passione per il tango con gli accompagnamenti ed abbellimenti del soprano di Girotto, un altro brano che definisce il profondo rapporto professionale e la comune visione della musica della coppia di strumentisti / compositori autori di questo eccellente “Santuario”.

http://www.dodiciluneshop.it

Del fisarmonicista Vince Abbracciante avevo scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/02/vince-abbracciante-terranima/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/)

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

A cinque anni dal suo primo – ottimo – CD “Ripples on the Lagoon” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/20/terreni-kappa-ripples-in-the-lagoon/), Terreni Kappa ha recentemente pubblicato il suo seguito “Pequod” per l’attivissima etichetta pugliese Dodicilune: il suono è profondamente mutato pur rimanendo in ambito jazzistico, il trio che aveva registrato il primo album è diventato un quartetto, Roberto Zantedeschi ha lasciato il gruppo, Luca Crispino suona la chitarra elettrica (laddove nel primo era il contrabbassista) e sono entrati a farne parte Fabio Basile al basso elettrico e Francesco Caliari al sassofono tenore. Per comprendere a fondo la metamorfosi sonora di Terrena Kappa è consigliabile ascoltare attentamente la bellissima composizione di Luca Crispino “Al Azif” presente su entrambi i dischi. In “Ripples ..….” protagonista è la combinazione tra il flicorno e l’elettronica che supportata dalla batteria e dalle frasi reiterate del contrabbasso elettrico crea un’atmosfera eternamente sospesa dal sapore “ambient” grazie anche agli interventi vocali “filtrati”, mentre in “Pequod” il tema viene esposto dal sassofono di Caliari con un arrangiamento che mette in risalto il lavoro della chitarra e del basso di Basile oltre ad un significativo solo di sassofono. Da evidenziare naturalmente tutta la musica che si ascolta, a cominciare da quello che mi sembra un omaggio al tastierista – compositore Nicola Salerno, quel “Ara Kel Serabia” che nella formulazione del titolo e nella costruzione del brano ricorda gli Art-Erios nei quali militava anche Fabio Basile, autore del brano e voglio segnalare il brano eponimo scritto da Crispino, aperto dal basso e con un pregevole solo di chitarra e dove protagonista è il tenore di Caliari.

Esplorazione sonora, melodia, una chiara capacità di rispetto reciproco, una eccellente tecnica dei musicisti ed anche una notevole predisposizione all’improvvisazione fanno di “Pequod” un bellissimo lavoro che a mio avviso grazie alla composizione della line-up, mi riferisco al fatto che Basile e Crispino sono due ottimi chitarristi e bassisti con caratteri musicali profondamente diversi, potrebbe cambiare la simmetria del suono nelle esibizioni dal vivo scambiando i ruoli: resta comunque una mia idea della quale sono però, da semplice ascoltatore, convinto.

Se a Verona si celebrasse ancora il Jazz con un degno festival – quello che ne rimane è stato derubricato ad una minimale presenza nel cartellone estivo dell’Estate Teatrale Veronese – Terreni Kappa potrebbe esserne uno dei protagonisti. Peccato davvero, auguro a questo brillante quartetto i più prestigiosi palcoscenici italiani ……

www.dodicilune.it

MIRABASSI  ·  MODUGNO  ·  BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

MIRABASSI  ·  MODUGNO  ·  BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

MIRABASSI · MODUGNO · BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Tra i musicisti di ambito jazz che hanno interiorizzato nel migliore dei modi la musica brasiliana interpretandola in modo originale grazie anche ad una tecnica ineccepibile e ad una profonda sensibilità, una posizione preminente va senz’altro al clarinettista e compositore Gabriele Mirabassi che nella sua onoratissima carriera un posto l’ha spesso riservato ai ritmi ed alle melodie della migliore musica sudamericana.Qualche anno è passato dal precedente “Amori sospesi”, e Mirabassi ha riportato in studio di registrazione i due partner che con lui avevano condiviso il disco d’esordio, ovvero il bassista Pierluigi Balducci e il chitarrista Nando Di Modugno, amici e colleghi che si conoscono alla perfezione visto l’equilibrio che traspare ascoltando “Tabacco e Caffè”.

I nove brani contenuti in questo splendido lavoro dal suono profondamente “cameristico” danno perfettamente l’idea della musica di questo equilibratissimo trio che coniuga alla perfezione tradizioni musicali al jazz, musica più legata rispetto al precedente disco al Brasile “d’autore” e che conferma anche una notevole capacità compositiva di tutti i musicisti coinvolti; qui troviamo un brillante arrangiamento di Egberto Gismonti originariamente scritta per pianoforte (“Frevo”, da lui registrata in solo nel ’79 e con l’Academia De Danças nel ’81) vicino ad altro brano composto da un altro chitarrista, Guinga (“Ellingtoniana”, registrata già da Mirabassi con lo stesso Guinga nel 2018) con un magnifico solo di clarinetto, tra gli originali splendido l’arrangiamento di “La Ballata dei giorni piovosi” di Pierluigi Balducci con il “solito” espressivo assolo di Mirabassi e la scoppiettante e gioiosa “Espinha de Truta”, choro (una forma musicale strumentale cresciuta nell’area di Rio De Janeiro) scritto dal clarinettista con il titolo che ricorda”Espinha De Bacalhau” di Severino Araújo che ne precede un altro, il suadente (“Choro bandido”) stavolta composto da un altro monumento della musica brasiliana, Chico Buarque. Che chiude questo secondo gran bel disco di Mirabassi, Balducci e Modugno.

E naturalmente, per apprezzare pienamente il fascino di questa splendida musica è necessaria una comoda poltrona, una tazza di caffè ed un buon sigaro ………… ancora meglio, però, sarebbe una poltrona in un teatro visto che della musica dal vivo ci siamo privati anche troppo a lungo.

http://www.dodicilune.it

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

Dodicilune / Fonosfere Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Del secondo lavoro (“La Fortuna”) di questa trilogia dedicata al mare ne avevo parlato un paio anni or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/06/04/la-cantiga-de-la-serena-la-fortuna/), e questo terzo capitolo conferma la bontà del progetto, l’abilità nello scegliere il repertorio ed infine il gusto nelle scelte timbriche. Basterebbe questo per definire “La Mar” ma invece val la pena di soffermarsi almeno su qualche brano che il quintetto pugliese ha inserito nel progetto dove la tradizione, la musica antica e la fusione delle culture mediterranee trovano un brillante equilibrio: il brillante “Tres Hermanicas” ad esempio, tradizionale sefardita eseguito dalla sola voce con l’accompagnamento delle mani che ad un certo punto si trasforma in qualcosa d’altro, quasi una giga irlandese (la parte di flauto traverso ricorda il celebre “Kesh Jig”) e che ritorna con il testo cantato accompagnato da percussioni, plettri e flauto, la bella lettura di “Mandad’ei comigo” un brano proveniente dalla importantissima raccolta medioevale “Cantigas de Amigo” di Martim Codax che risale al XIII secolo cantato in lingua gallega ed accompagnato dalla chitarra battente o ancora “Tre Donne Belle”, villanella scritta dal pugliese Giovan Leonardo Primavera (Barletta 1540 – Napoli 1585), un importante compositore che frequentò la corte del principe di Venosa, il madrigalista Don Gesualdo da Venosa.

Da ultimo voglio citare la tarantella di Sannicandro “DiavulëDiavulë” ed i ritmi dei vicini balcani delle horo macedoni e del syrto greco – grecanico; ma tutto il lavoro, come il precedente, si ascolta con grande piacere ed è un invito a scoprire ritmi e parole del passato lontano spesso dimenticato; un plauso quindi a Fabrizio Piepoli (voce, chitarra battente e percussioni), Giorgia Santoro (flauto, ottavino, flauto basso, flauto contrabbasso, bansuri, tin whistle, arpa celtica, banjo indiano, percussioni), Adolfo La Volpe (oud, chitarra classica, bouzouki irlandese, chitarra portoghese) Francesco D’Orazio (violino) e Roberto Chiga (tamburi a cornice) ma anche alla Dodicilune che oltre al corposo catalogo jazz nella sottoetichetta Fonosfere ha anche perle come questa.

http://www.dodiciluneshop.it

SCHIAFFINI · ARMAROLI “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Questa operazione di “destrutturazione” delle composizioni di Thelonious Monk è a mio avviso a dir poco geniale e che a farlo siano stati due luminari del jazz contemporaneo italiano è l’ennesima conferma della sua qualità raggiunta negli ultimi anni: Giancarlo Schiaffini, trombonista, è da tempo una delle punte del panorama avanguardistico e Sergio Armaroli, percussionista, ha dimostrato sempre nei suoi lavori, in particolare quelli prodotti dall’etichetta salentina di Rampino e Bizzocchetti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/06/03/centazzo-·-schiaffini-·-armaroli-trigonos/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/26/sergio-armaroli-trio-with-giancarlo-schiaffini-micro-and-more-exercises/) per fare due esempi, le sue capacità di compositore, esecutore ed improvvisatore. La condivisione di un certo percorso musicale e la consolidata esperienza dialettica tra i due musicisti ha fatto sì che l’idea di prendere in prestito il songbook monkiano e di separare per poi rileggere e mettere il tutto nel crogiuolo per la loro fusione le sue componenti funzioni alla perfezione.L’attenzione verso la musica del West Africa, il blues monkiano, quella elettronica e quella contemporanea fusi assieme dal linguaggio improvvisativo risultano un tutt’uno estremamente interessante all’ascolto che ogni volta fa scoprire angolature e spunti diversi, la polifonia vocale con sovrapposto il trombone che accenna a Monk, i caldi suoni “etnici” del balafon che scandiscono qua e là i temi del pianista di Rocky Mount enunciati qua e là accanto a quelli elettronici che permeano gli oltre cinquantotto minuti della performance fanno di “Deconstructing Monk in Afrika” un disco a mio avviso importante, fiore all’occhiello italiano del panorama jazz contemporaneo.

http://www.dodicilune.it

LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA  “Chapitre I”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Si respira una fresca ed originale aria d’oltralpe in questo bell’esordio del quartetto “Les Contense D’Alfonsine”: aria della miglior canzone d’autore, dello swing manouche e del valse musette che si incontrano grazie a quattro musicisti, la cantante Sofia Romano, il clarinettista Hugo Proy, il violinista Frédéric Gairard e il chitarrista Marco Papadia.

Giusto per mettere le cose in chiaro, il disco si apre con “Indiffèrence” una ottima versione di un valse musette scritto nel ’42 da Joseph Colombo e dall’accordeonista italo-francese Tony Murena (un autore e strumentista da riscoprire assolutamente) e tra le tracce segnalo anche “La Bicyclette” di Pierre Barouh portata al successo da Yves Montand con una significativa interpretazione di Sofia Romano, sempre all’altezza di un repertorio non facile da affrontare senza cadere nel “già sentito” ed autrice di alcuni dei testi come in “Le Géant” scritta a quattro mani con Marco Papadia ed unico brano totalmente originale che va nella direzione del rinnovamento del repertorio manouche, e dell’unico brano proveniente dalla musica afroamericana scritto dal sopranista Joshua Redman (era nel disco “Back East”) che chiude il disco, “Zarafah”; un’interessante introduzione – e – chiusura  dichiaratamente “bartokiana” di violino, un’espressiva parte di Proy e il sempre delicato arpeggio di chitarra che con il clarinetto stendono il perfetto “fondale” per la voce di Sofia Romano.

Un lavoro notevole, questo “Les Contes D’Alfonsina”, tra rinnovamento e tradizione, con arrangiamenti che non mostrano alcuna caduta di tono e che indicano molto chiaramente la direzione musicale che questo quartetto italo francese ha intrapreso.

http://www.dodicilune.it

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

www.dodicilune.it

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

DODICILUNE RECORDS, 2020. CD

di alessandro nobis

Quando un musicista decide di dedicare un lavoro ad un altro che sente particolarmente vicino solitamente lo fa interpretando o rivisitando le sue composizioni, e dedicare un intero disco al pianista inglese John Taylor, scomparso prematuramente nel 2015, può essere davvero rischioso vista la grandezza e l’importanza che Taylor ha avuto nello sviluppo del jazz europeo. Rispettosamente Pierluigi Balducci, che tra l’altro non è un pianista ma un valido bassista e compositore, percorre un’altra strada direi inevitabile per chi ha avuto modo di incontrare Taylor solamente per qualche ora come anche chi scrive ha avuto il piacere di farlo, quella affettiva; a John, uomo affabile, gentile e disponibile, a ricordo dei due anni di frequentazioni e collaborazioni con il pianista – su tutte “Evansiana” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/25/mccandless-taylor-balducci-rabbia-evansiana/)– Balducci dedica “L’equilibrista”, sette sue composizioni suonate e vissute assieme al tenorista Robert Bonisolo, al chitarrista Fabrizio Savino ed al drummer Dario Congedo. Equilibrismo quindi tra le due anime della musica afroamericana, quella del rispetto dei temi scritti sul pentagramma e quella dell’improvvisazione idiomatica, equilibrio non facile da raggiungere ma che qui trova la sua realizzazione con una costante ricerca della melodia perfetta che si concretizza ad esempio in “Fino a prova contraria”, lunga ballad con il tema esposto dal sax tenore del sempre espressivo e misurato Robert Bonisolo e con gli assoli della chitarra di Savino e del basso elettrico, ed in “Kosmos and Chaos” – interessanti gli incroci sax – chitarra che introducono i soli di Balducci e di Savino -. Brani lunghi (mai sotto i sei minuti la loro durata) e di ampio respiro che lasciano il tempo e lo spazio per un dialogo tra gli strumenti senza vincoli di alcun tipo. Disco notevole, a mio avviso, un altro segnale del livello che il jazz italiano ha raggiunto negli ultimi anni: del resto, il catalogo della Dodicilune e di altre label italiche è lì a ricordarcelo.

www.dodicilune.it

VAL BONETTI “Hidden Star”

VAL BONETTI “Hidden Star”

VAL BONETTI “Hidden Star”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima volta che ho avuto modo di ascoltare il fingerpicking di Val Bonetti fu nell’estate del 2011 in occasione di una edizione di “Chitarre per sognare” organizzata da Giovanni Ferro a Colognola ai Colli, nell’est veronese (rassegna sfrattata da quel Comune e migrata in quello di Caldiero). Al tempo Bonetti aveva già pubblicato il suo disco d’esordio “Wait” e da allora è stato un piacere seguire il suo percorso musicale che da ottimo solista ha via via preso una strada alla ricerca di nuove sonorità, repertori, compagni di viaggio e di composizioni che andasserò al di là della performance in solo. Il suo “Tales” in compagnia del contrabbassista Cristiano Da Ros (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/)e la partecipazione con sei brani (tre in duo e tre in solitudine) nell’omaggio agli spartiti del chitarrista Duck Baker  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)pubblicato nel 2018. Ora questo notevole lavoro “Hidden Star” pubblicato qualche mese or sono dall’intraprendente etichetta Dodicilune che illumina ancor più il progetto di questo autore e musicista di grande spessore e che rappresenta l’evoluzione del suo concetto di chitarra acustica; alcuni brani erano già nella sua scaletta live presentata l’estate scorsa nella rassegna “Un paese a sei corde” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/09/05/da-remoto-val-bonetti-·-marco-ricci/)con Marco Ricci al contrabbasso che collabora con Val Bonetti alla realizzazione del disco assieme al bravissimo suonatore senegalese di kora Cheik Fall ed all’armonicista Giulio Brouzet.

Il brano eponimo e “The Star is Calling”, duetti chitarra resofonica e Kora, sono due dialoghi conditi da convicenti parti improvvisate che uniscono due mondi musicali, il west Africa ed il delta del Mississippi, “Duck is Duck is Duck ….” è naturalmente dedicato ad uno degli ispiratori della musica di Val Bonetti, Duck Baker, con chiari riferimenti all’universo monkiano ed al ragtime che qui si incontrano,  “To Caress a Snake” è un blues “stralunato” con l’evocativa armonica di Giulio Brouzet e, per citare un altro brano, “A Few Steps” con una splendida parte di contrabbasso che dialoga amabilmente e pacatamente con la, consentitemi, meravigliosa chitarra di Val Bonetti.

Disco da avere, musicista da seguire. Ascoltate la sua discografia e la sua evoluzione musicale, ne vale davvero la pena.

http://www.dodicilune.it

GIANNI LENOCI TRIO “Wild geese”

GIANNI LENOCI TRIO “Wild geese”

GIANNI LENOCI TRIO  “Wild geese”

DODICILUNE Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Ascoltando queste registrazioni il pensiero non può non andare anche a Massimo Urbani, a Luca Flores e naturalmente a tutti i talenti che il jazz italiano ha visto crescere e poi tragicamente scomparire come Gianni Lenoci. Fortunatamente ogni tanto vengono pubblicati concerti o registrazioni in studio come questa del pianista pugliese in compagnia del batterista Bob Moses e del contrabbassista Pasquale Gadaleta: era il 23 novembre del 2017 ed il repertorio è quello del jazz che Lenoci amava studiare, sviscerare, ri-adattare per il pianoforte ed infine suonare, quello di Ornette Coleman, di Carla Bley e di Gary Peacock e quindi, considerata la qualità della musica benissimo ha fato la Dodicilune a pubblicare questa session in occasione del primo anniversario della scomparsa del pianista.

Lenoci è stato uno di quei rari musicisti ad entrare in sintonia e ad interiorizzare le teorie armolodiche colemaniane: qui troviamo quattro emblematici esempi di questo, a cominciare dalla lunga ed evocativa “Sleep Talking” (registrata da Coleman per “Sound Grammar nel 2006) con una splendida intro “africana” del grande batterista Bob Moses e caratterizzata da un ispiratissimo interplay con Lenoci e Gadaleta, una bella ricostruzione del brano attorno alle note del riconoscibile “tema” colemaniano e “The Beauty is a rare thing” un brano scritto nel 1960 e pubblicato in “This is our music”: qui il pianoforte ed il contrabbasso ci conducono al tema del brano esposto da Lenoci ed anche in questo caso – ma è una preziosità di tutta la session – il livello di intesa tra i musicisti è di assoluto livello ed è sempre una piacevole sensazione prestare attenzione a come si sviluppa il concetto di jazz di Coleman e quindi di Gianni Lenoci. Ma non ci sono solo le composizioni del sassofonista texano, ci sono anche uba scrittura di Gary Peacock e quattro spartiti di Carla Bley (bellissima l’atmosfera nelle rivisitazione delle ballad “And Now, the Queen” che apre il disco con anche qui una parte free davvero intensa e di “Ida Lupino” che lo chiude) che aiutano a fornire una precisa fotografia sonora della sensibilità e dello straordinario talento di questo musicista ed intellettuale pugliese che il trenta settembre di solo un anno fa, all’età di cinquantasei anni, ha lasciato un vuoto enorme del mondo del jazz.

Disco secondo il mio modestissimo parere imperdibile, una vera gemma. Spero sia solo la prima ….

www.dodicilune.it