DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

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PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

DODICILUNE RECORDS, 2020. CD

di alessandro nobis

Quando un musicista decide di dedicare un lavoro ad un altro che sente particolarmente vicino solitamente lo fa interpretando o rivisitando le sue composizioni, e dedicare un intero disco al pianista inglese John Taylor, scomparso prematuramente nel 2015, può essere davvero rischioso vista la grandezza e l’importanza che Taylor ha avuto nello sviluppo del jazz europeo. Rispettosamente Pierluigi Balducci, che tra l’altro non è un pianista ma un valido bassista e compositore, percorre un’altra strada direi inevitabile per chi ha avuto modo di incontrare Taylor solamente per qualche ora come anche chi scrive ha avuto il piacere di farlo, quella affettiva; a John, uomo affabile, gentile e disponibile, a ricordo dei due anni di frequentazioni e collaborazioni con il pianista – su tutte “Evansiana” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/25/mccandless-taylor-balducci-rabbia-evansiana/)– Balducci dedica “L’equilibrista”, sette sue composizioni suonate e vissute assieme al tenorista Robert Bonisolo, al chitarrista Fabrizio Savino ed al drummer Dario Congedo. Equilibrismo quindi tra le due anime della musica afroamericana, quella del rispetto dei temi scritti sul pentagramma e quella dell’improvvisazione idiomatica, equilibrio non facile da raggiungere ma che qui trova la sua realizzazione con una costante ricerca della melodia perfetta che si concretizza ad esempio in “Fino a prova contraria”, lunga ballad con il tema esposto dal sax tenore del sempre espressivo e misurato Robert Bonisolo e con gli assoli della chitarra di Savino e del basso elettrico, ed in “Kosmos and Chaos” – interessanti gli incroci sax – chitarra che introducono i soli di Balducci e di Savino -. Brani lunghi (mai sotto i sei minuti la loro durata) e di ampio respiro che lasciano il tempo e lo spazio per un dialogo tra gli strumenti senza vincoli di alcun tipo. Disco notevole, a mio avviso, un altro segnale del livello che il jazz italiano ha raggiunto negli ultimi anni: del resto, il catalogo della Dodicilune e di altre label italiche è lì a ricordarcelo.

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VAL BONETTI “Hidden Star”

VAL BONETTI “Hidden Star”

VAL BONETTI “Hidden Star”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima volta che ho avuto modo di ascoltare il fingerpicking di Val Bonetti fu nell’estate del 2011 in occasione di una edizione di “Chitarre per sognare” organizzata da Giovanni Ferro a Colognola ai Colli, nell’est veronese (rassegna sfrattata da quel Comune e migrata in quello di Caldiero). Al tempo Bonetti aveva già pubblicato il suo disco d’esordio “Wait” e da allora è stato un piacere seguire il suo percorso musicale che da ottimo solista ha via via preso una strada alla ricerca di nuove sonorità, repertori, compagni di viaggio e di composizioni che andasserò al di là della performance in solo. Il suo “Tales” in compagnia del contrabbassista Cristiano Da Ros (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/)e la partecipazione con sei brani (tre in duo e tre in solitudine) nell’omaggio agli spartiti del chitarrista Duck Baker  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)pubblicato nel 2018. Ora questo notevole lavoro “Hidden Star” pubblicato qualche mese or sono dall’intraprendente etichetta Dodicilune che illumina ancor più il progetto di questo autore e musicista di grande spessore e che rappresenta l’evoluzione del suo concetto di chitarra acustica; alcuni brani erano già nella sua scaletta live presentata l’estate scorsa nella rassegna “Un paese a sei corde” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/09/05/da-remoto-val-bonetti-·-marco-ricci/)con Marco Ricci al contrabbasso che collabora con Val Bonetti alla realizzazione del disco assieme al bravissimo suonatore senegalese di kora Cheik Fall ed all’armonicista Giulio Brouzet.

Il brano eponimo e “The Star is Calling”, duetti chitarra resofonica e Kora, sono due dialoghi conditi da convicenti parti improvvisate che uniscono due mondi musicali, il west Africa ed il delta del Mississippi, “Duck is Duck is Duck ….” è naturalmente dedicato ad uno degli ispiratori della musica di Val Bonetti, Duck Baker, con chiari riferimenti all’universo monkiano ed al ragtime che qui si incontrano,  “To Caress a Snake” è un blues “stralunato” con l’evocativa armonica di Giulio Brouzet e, per citare un altro brano, “A Few Steps” con una splendida parte di contrabbasso che dialoga amabilmente e pacatamente con la, consentitemi, meravigliosa chitarra di Val Bonetti.

Disco da avere, musicista da seguire. Ascoltate la sua discografia e la sua evoluzione musicale, ne vale davvero la pena.

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GIANNI LENOCI TRIO “Wild geese”

GIANNI LENOCI TRIO “Wild geese”

GIANNI LENOCI TRIO  “Wild geese”

DODICILUNE Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Ascoltando queste registrazioni il pensiero non può non andare anche a Massimo Urbani, a Luca Flores e naturalmente a tutti i talenti che il jazz italiano ha visto crescere e poi tragicamente scomparire come Gianni Lenoci. Fortunatamente ogni tanto vengono pubblicati concerti o registrazioni in studio come questa del pianista pugliese in compagnia del batterista Bob Moses e del contrabbassista Pasquale Gadaleta: era il 23 novembre del 2017 ed il repertorio è quello del jazz che Lenoci amava studiare, sviscerare, ri-adattare per il pianoforte ed infine suonare, quello di Ornette Coleman, di Carla Bley e di Gary Peacock e quindi, considerata la qualità della musica benissimo ha fato la Dodicilune a pubblicare questa session in occasione del primo anniversario della scomparsa del pianista.

Lenoci è stato uno di quei rari musicisti ad entrare in sintonia e ad interiorizzare le teorie armolodiche colemaniane: qui troviamo quattro emblematici esempi di questo, a cominciare dalla lunga ed evocativa “Sleep Talking” (registrata da Coleman per “Sound Grammar nel 2006) con una splendida intro “africana” del grande batterista Bob Moses e caratterizzata da un ispiratissimo interplay con Lenoci e Gadaleta, una bella ricostruzione del brano attorno alle note del riconoscibile “tema” colemaniano e “The Beauty is a rare thing” un brano scritto nel 1960 e pubblicato in “This is our music”: qui il pianoforte ed il contrabbasso ci conducono al tema del brano esposto da Lenoci ed anche in questo caso – ma è una preziosità di tutta la session – il livello di intesa tra i musicisti è di assoluto livello ed è sempre una piacevole sensazione prestare attenzione a come si sviluppa il concetto di jazz di Coleman e quindi di Gianni Lenoci. Ma non ci sono solo le composizioni del sassofonista texano, ci sono anche uba scrittura di Gary Peacock e quattro spartiti di Carla Bley (bellissima l’atmosfera nelle rivisitazione delle ballad “And Now, the Queen” che apre il disco con anche qui una parte free davvero intensa e di “Ida Lupino” che lo chiude) che aiutano a fornire una precisa fotografia sonora della sensibilità e dello straordinario talento di questo musicista ed intellettuale pugliese che il trenta settembre di solo un anno fa, all’età di cinquantasei anni, ha lasciato un vuoto enorme del mondo del jazz.

Disco secondo il mio modestissimo parere imperdibile, una vera gemma. Spero sia solo la prima ….

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FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA “Arcaico Mare”

FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA “Arcaico Mare”

FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA  “Arcaico Mare”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Il fiatista cosentino Francesco Caligiuri nel 2017 aveva pubblicato l’ottimo “Olimpo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/22/francesco-caligiuri-olimpo/) registrato in completa solitudine e due anni dopo, alla testa di un quintetto l’altrettanto significativo “Reinassance” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/10/francesco-caligiuri-quintet-renaissance/); da poche settimane ha pubblicato sempre per la Dodicilune Records questo “Arcaico Mare” cambiando ancora formazione e decidendo di comporre per un’orchestra di undici elementi che si distingue per la presenza di un quintetto di ottoni e per la presenza di due voci che si affiancano alla sezione ritmica. Le onde stilizzate della copertina, la produzione dello storico Festival Jazz di Roccella Ionica e lo spartito scritto dall’indimenticato Maestro George Russell su commissione dello stesso festival fanno pensare al Mediterraneo, ma ancora di più fanno pensare al mare come vettore di culture diverse in terre diverse e lontane come quella afroamericana e quella del lontano nord. E questo lavoro di Caligiuri raccoglie frammenti di diverse storie di popoli, li interiorizza e li presenta con una veste musicale omogenea, raffinata, coerente e convincente.

Certo, affiancare il medioevo nordico alla contemporaneità ed ai grandi padri della musica afroamericana non é certo facile, tutt’altro, ma provate ad ascoltare la “modernità” di “Völuspà“, l’inizio della narrazione della creazione del mondo fatta da una veggente ad Odino con le voci di Federica Perre e di Alessandro C. Scanderberg e l’apertura della “tromba marina” di Giuseppe Oliveto, che muta “in contemporary  jazz orchestrale” con un lungo solo al baritono di Caligiuri, o “La Follia” di Russell introdotta al piano di Giuseppe Santelli e con le voci evocative che ti riportano sulle sponde del mare ed ancora la “marcetta” che introduce “Rocellanea” di Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi che ti trasporta per alcuni istanti nelle feste paesane ed al suono delle bande – patrimonio culturale italiano e fucina di jazzisti e non solo -, e qui voglio evidenziare lo splendido, lungo ed efficace quanto raro in ambito jazz solo di flauto diritto del leader. Nel suono dell’orchestra gioca un ruolo decisivo la sezione degli ottoni e gli arrangiamenti sempre accurati e calibrati; insomma anche se ascolti dei super classici come “Fly me to the moon” o “Nostalgia in Times Square” trovi sempre qualcosa che li differenzia dalla “semplice” proposta calligrafica, ora per il duetto vocale nella seconda accompagnato dai fiati ad esempio o per i sempre misurati ed efficaci soli (quello di pianoforte, di tromba e di contrabbasso nella prima).

Bellissimo lavoro, il mare ha trasportato a riva frammenti di culture diverse e qualcuno (Francesco Caligiuri) ha saputo ordinarli e ridare loro vita, disco da ascoltare e riascoltare.

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ROBERTO OTTAVIANO “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

DODICILUNE RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Roberto Ottaviano rappresenta un importante segmento dello sviluppo del jazz nel nostro continente che dalla metà degli anni Sessanta ha saputo in qualche modo staccarsi e compiere un percorso indipendente pur mantenendo contatti e collaborando con alcune comunità dei musicisti afroamericani. Ho ascoltato con attenzione e quasi con timore revenziale, da semplice ascoltatore, queste nuove composizioni del sassofonista pugliese che con quelle di Giovanni Maier (contrabbassista, lo ricordo con l’ensemble Enter Eller di Massimo Barbiero), Giorgio Pacorig e Zeno De Rossi (pianista e batterista rispettivamente, due musicisti che fecero parte dell’interessante progetto El Gallo Rojo) ed a quella del clarinettista Marco Colonna costituiscono il corpus di questo monumentale doppio CD. I due dischi ci raccontano lo status quo del progetto musicale di Ottaviano ed ascoltando la musica contenuto mi è parso di cogliere gli aspetti che caratterizzano la storia di questo sopranista sopraffino (scusate il gioco di parole), le sue influenze e soprattutto la sua grande capacità – che è da sempre una sua caratteristica – di interiorizzare la musica dei Maestri partendo da questa per comporre nuova musica.

Resonance / Extended Love”, ideato per ottetto e “Rhapsodies / Eternal Love” scritto per quintetto offrono entrambi a mio modesto parere spunti che lasciano intravedere chiaramente alcuni spunti della musica di Ottaviano. L’ottetto di “Resonance” è in realtà un doppio quartetto di colemaniana memoria ma con due pianoforti al posto delle trombe, ed offre spunti che caratterizzano la musica dell’area mediterranea (l’introduzione di “Dedalus” ricorda le improvvisazioni dell’oud, o almeno così ho percepito) ed in “Revelation” si respira aria del miglior jazz di marca inglese (vedi anche l’incipit di “Homo Sum”) con gli interventi tippettiani dei pianoforti sulla precisa ed espressiva doppia sezione ritmica sempre perfettamente calibrata e misurata, viste le personalità dei suoi componenti (Hamid Drake, Zeno De Rossi, Danilo Gallo e Giovanni Maier); incisivo anche “Resonance” con i due contrabbassi che aprono e con l’inconfondibile suono del Rhodes di Giorgio Pacorig (significativo il suo solo alla la conclusione del brano) che preannuncia il tema esposto da Ottaviano e dal clarinetto di Marco Colonna. “Rhapsodies”, per quintetto (Ottaviano, De Rossi, Maier, Pacorig e Colonna) contiene nove composizioni ed anche qui si possono leggere le influenze di Ottaviano, quasi degli omaggi ai suoi – ma non solo suoi – “padri musicali”: il respiro coltraniano di “Adelante” che apre il disco, gli spunti colemaniani di “Ergonomic”, la immaginifica ballad “Monkonious”, l’interesse verso la musica africana con l’arrangiamento del tradizionale Yoruba (etnia presente nel West Africa)  “Ijo Ki Mba Jo” traslato sapientemente dalla cultura orale al jazz e lo swing di “Mad Misha”, omaggio – miu par di capire – ad un altro protagonista del jazz europeo, l’olandese Misha Mengelberg scomparso nel 2017.

Mi fermo qui, assieme alle mie capacità di analisi.

L’album è dedicato ad un gigante del jazz, Keith Tippett che in questo 2020 ci ha prematuramente lasciato; un breve incontro mi fece capire come fosse uomo di grande gentilezza, e come musicista riporto le sagge parole di Roberto Ottaviano: “La musica di questo album è dedicata alla memoria del mio grande amico, mentore e inesauribile fonte di ispirazione come musicista e come uomo”.

Keith Graham Tippett (1947 – 2020). R.I.P.

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di Alessandro Nobis

Ad un anno dalla pubblicazione di “Radha” per RadiciMusic la Dodicilune inserisce nel suo prezioso catalogo la ristampa del disco del chitarrista Krishna Biswas con un titolo diverso, “Maggese”, modificandone la sequenza dei brani e cambiando la copertina, stavolta con una splendida fotografia che sembra far voler dire al musicista fiorentino “Fermi lì, fatemi suonare la MIA musica”.

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata alla chitarra classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Maggese” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Dodicilune a seguirlo nel suo percorso.

“Maggese” conta quindici brani la cui struttura fa riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), e le scritture “istantenee” che più mi sono piaciute sono le improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, il complesso “Radura” strutturato in tre parti ed infine la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche improvvisativo.

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MANUELE MONTANARI “Movie Medley: il Grande Jazz a Cinecittà”

MANUELE MONTANARI  “Movie Medley: il Grande Jazz a Cinecittà”

MANUELE MONTANARI  “Movie Medley: il Grande Jazz a Cinecittà”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Raramente, lo confesso, ho ascoltato musiche composte per essere delle colonne sonore di film così intense come le quattordici tracce di questo “Movie Medley” del contrabbassista – arrangiatore Manuele Montanari. A parte l’interpretazione divina del repertorio morriconiano da parte di John Zorn – che reggeva alla grande, garantisco, anche l’impatto con il live – spesso si tratta di riletture piuttosto calligrafiche anche se naturalmente non si può generalizzare.

Manuele Montanari mette insieme un’orchestra di diciotto elementi dando grande spazio alle sezioni delle ance e degli ottoni, invita come ospite lo straordinario clarinettista Gabriele Mirabassi, sceglie in modo oculato il repertorio tra lo sterminato patrimonio del cinema italiano più significativo che trascrive ed arrangia in modo singolare ed efficace creando una sorte di un’unica suite suddivisa in movimenti legati tra loro da “sinapsi” strumentali come il pianoforte di Tommaso Sgammini tra “I soliti ignoti” e “Il sorpasso”, per dare un esempio. Il repertorio scelto è un invito anche ad andare a riscoprire il grande cinema italiano e gli autori delle colonne sonore, e qui ognuno avrà modo divertirsi. Personalmente ho trovato irresistibile la rilettura di “Jazz Band” di Pupi Avati con musiche (tra gli altri) di Henghel Gualdi, e qui il clarinetto del Professor Mirabassi è perfettamente a suo agio nell’atmosfera musicale prebellica – ed il film è a mio avviso un quadro perfetto di quegli anni -, “I Soliti Ignoti” scritto da Pietro Umiliani con un brillante arrangiamento dove spiaccano il pianoforte, il sax baritono di Marco Postaccini e naturalmente il clarinetto, “Walk On Home” del grande Armando Trovajoli per il film di Vicario “Sette uomini d’oro” e l’accoppiata Gaslini – Antonioni per “Blues all’alba”, splendida ballad dove emergono il gusto ed il talento di Manuel Montanari e dell’altosta Antonangelo Giudice. Il cinema ed jazz hanno spesso convissuto con grande soddisfazione dei cinefili e del jazzofili, questo “Movie Medley” rappresenta un altro significativo passo di questo matrimonio. Ancora di più se consideriamo che autori, musicisti, registi ed etichetta che ha creduto in questo straordinario progetto sono italiani.

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FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

Dodicilune Records, CD. 2020

di alessandro nobis

Il compositore e chitarrista trentino Federico Bosio ha pubblicato negli scorsi mesi per la Dodicilune questo interessante lavoro “Double Time” con un trio del quale fanno parte anche Valerio Vantaggio (batteria)  e Seby Burgio (pianoforte) che costruisce la base delle sue composizioni, di volta in volta arricchite dall’apporto di ospiti del calibro dei bassisti Stefano Senni e Pierpaolo Ranieri, dalla vocalist Clara Simonoviez e dal tenorista Michael Rosen. “Roses Dance” e la seguente “Tower Blues” raccontano in modo chiaro, a mio avviso, quanto detto: la seconda è una lunga e classica ballad acustica nella quale Bosio che in questa occasione imbraccia l’acustica “chiama” il contrabbasso di Senni che esegue un solo significativo che introduce quello si sax tenore, la prima, con l’intervento puntuale ed efficace della voce di Clara Simonoviez, si avvale del basso elettrico di Pierpaolo Ranieri che assieme ad un fraseggio “spagnoleggiante” che fa riferimento al miglior Chick Corea e ad un bel solo di Bosio ricorda quel jazz elettrificato che qualche decina di anni fa seppe dare una nuova linea, un nuovo sentiero alla musica afroamericana.

Ma attenzione, qui non c’è nulla di calligrafico o di autocelebrativo, se il disco si ascolta con grande attenzione si scoprono arrangiamenti curatissimi, suoni sempre efficaci (l’apertura dell’organo in nella ballad, sempre con Senni, “Gentle Waltz” il lungo brano dal sapore metheniano, o così mi è parso) e soprattutto si evince la capacità di mantenere costantemente bilanciato ed alto il livello della musica nonostante la spiccata personalità degli “ospiti” (metto le virgolette perché i loro interventi sono sempre contestualizzati al progetto).

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GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

Dodicilune Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Un pianista classico ed uno “Third Stream” si siedono davanti alla tastiera dello stesso pianoforte e “giocano” partendo da una delle meno conosciute ed eseguite composizioni di uno dei maggiori esponenti della corrente romantica, ovvero il magiaro Liszt Ferenc, autore, assoluto virtuoso concertista, direttore d’orchestra, divulgatore ed esecutore delle musiche di Schubert, Beethoven e, mi piace sottolinearlo, improvvisatore a cui piaceva durante i concerti che tenne ovunque in Europa “divagare” sulle sue e sulle musiche di autori “altri”.

Massimiliano Gènot ed Emanuele Sartoris sono i due pianisti e con questo magnifico lavoro – che senz’altro sarebbe stato gradito da Listz – dimostrano come la musica “romantica” ma in generale quella classica al di là delle esecuzioni fedeli alle partiture originali possa offrire infiniti spunti ispirativi ed esecutivi. Tutto parte dall’analisi di “Totentanz”, scritto per pianoforte ed orchestra e qui proposto per pianoforte a quattro mani ed inserito nel bel mezzo di questo lavoro e, a parte la composizione originale di Gènot (“Prologo in Cielo”) che apre il disco, le altre tracce sono rielaborazioni, creazioni, giochi (“Toten – Rag“), improvvisazioni dove come da DNA dei due esecutori si incontrano felicemente la musica classica romantica ed il jazz (“Follie dal Nuovo Mondo” o “Il Trionfo della Morte” per fare due citazioni); non è facile incontrare un pianista con la preparazione accademica di Gènot con la predisposizione ad “aprire” la mente ed entrare nel mondo di Sartoris che dal canto suo aveva già registrato Liszt in “I Nuovi Studi” con il Primo Preludio degli studi Trascendentali (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/). Incontri così riusciti sono rari – molto rari – perché spesso l’autoreferenzialità di uno o di entrambi gli esecutori impedisce un approccio sereno ed anche perché in due alla tastiera a mio avviso si sta “un po’ stretti” e diventa d’obbligo cedere qualcosa della propria personalità in favore dell’altro. Non è questo il caso certamente, qui la musica scorre impetuosa e durante l’ascolto è un divertimento raro indovinare i tocchi dei due pianisti.

Un’autentica gemma.

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