FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

Dodicilune Records, CD. 2020

di alessandro nobis

Il compositore e chitarrista trentino Federico Bosio ha pubblicato negli scorsi mesi per la Dodicilune questo interessante lavoro “Double Time” con un trio del quale fanno parte anche Valerio Vantaggio (batteria)  e Seby Burgio (pianoforte) che costruisce la base delle sue composizioni, di volta in volta arricchite dall’apporto di ospiti del calibro dei bassisti Stefano Senni e Pierpaolo Ranieri, dalla vocalist Clara Simonoviez e dal tenorista Michael Rosen. “Roses Dance” e la seguente “Tower Blues” raccontano in modo chiaro, a mio avviso, quanto detto: la seconda è una lunga e classica ballad acustica nella quale Bosio che in questa occasione imbraccia l’acustica “chiama” il contrabbasso di Senni che esegue un solo significativo che introduce quello si sax tenore, la prima, con l’intervento puntuale ed efficace della voce di Clara Simonoviez, si avvale del basso elettrico di Pierpaolo Ranieri che assieme ad un fraseggio “spagnoleggiante” che fa riferimento al miglior Chick Corea e ad un bel solo di Bosio ricorda quel jazz elettrificato che qualche decina di anni fa seppe dare una nuova linea, un nuovo sentiero alla musica afroamericana.

Ma attenzione, qui non c’è nulla di calligrafico o di autocelebrativo, se il disco si ascolta con grande attenzione si scoprono arrangiamenti curatissimi, suoni sempre efficaci (l’apertura dell’organo in nella ballad, sempre con Senni, “Gentle Waltz” il lungo brano dal sapore metheniano, o così mi è parso) e soprattutto si evince la capacità di mantenere costantemente bilanciato ed alto il livello della musica nonostante la spiccata personalità degli “ospiti” (metto le virgolette perché i loro interventi sono sempre contestualizzati al progetto).

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GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

Dodicilune Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Un pianista classico ed uno “Third Stream” si siedono davanti alla tastiera dello stesso pianoforte e “giocano” partendo da una delle meno conosciute ed eseguite composizioni di uno dei maggiori esponenti della corrente romantica, ovvero il magiaro Liszt Ferenc, autore, assoluto virtuoso concertista, direttore d’orchestra, divulgatore ed esecutore delle musiche di Schubert, Beethoven e, mi piace sottolinearlo, improvvisatore a cui piaceva durante i concerti che tenne ovunque in Europa “divagare” sulle sue e sulle musiche di autori “altri”.

Massimiliano Gènot ed Emanuele Sartoris sono i due pianisti e con questo magnifico lavoro – che senz’altro sarebbe stato gradito da Listz – dimostrano come la musica “romantica” ma in generale quella classica al di là delle esecuzioni fedeli alle partiture originali possa offrire infiniti spunti ispirativi ed esecutivi. Tutto parte dall’analisi di “Totentanz”, scritto per pianoforte ed orchestra e qui proposto per pianoforte a quattro mani ed inserito nel bel mezzo di questo lavoro e, a parte la composizione originale di Gènot (“Prologo in Cielo”) che apre il disco, le altre tracce sono rielaborazioni, creazioni, giochi (“Toten – Rag“), improvvisazioni dove come da DNA dei due esecutori si incontrano felicemente la musica classica romantica ed il jazz (“Follie dal Nuovo Mondo” o “Il Trionfo della Morte” per fare due citazioni); non è facile incontrare un pianista con la preparazione accademica di Gènot con la predisposizione ad “aprire” la mente ed entrare nel mondo di Sartoris che dal canto suo aveva già registrato Liszt in “I Nuovi Studi” con il Primo Preludio degli studi Trascendentali (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/). Incontri così riusciti sono rari – molto rari – perché spesso l’autoreferenzialità di uno o di entrambi gli esecutori impedisce un approccio sereno ed anche perché in due alla tastiera a mio avviso si sta “un po’ stretti” e diventa d’obbligo cedere qualcosa della propria personalità in favore dell’altro. Non è questo il caso certamente, qui la musica scorre impetuosa e durante l’ascolto è un divertimento raro indovinare i tocchi dei due pianisti.

Un’autentica gemma.

massimilianogento.com

emenuelesartoris.com

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CENTAZZO · SCHIAFFINI · ARMAROLI “Trigonos”

CENTAZZO · SCHIAFFINI · ARMAROLI “Trigonos”

CENTAZZO ·SCHIAFFINI ·ARMAROLI  “Trigonos”

Dodicilune Records. CD Ed420, 2018

di alessandro nobis

Questo lavoro pubblicato un paio di anni or sono dalla pugliese Dodicilune Records affianca due fondamentali figure della musica contemporanea e della musica improvvisata europea come Andrea Centazzo e Giancarlo Schiaffini al bravissimo vibrafonista (ma è anche un artista sonoro, poeta e percussionista “concreto”) Sergio Armaroli che racchiusi nello studio di registrazione dialogano, si incontrano e producono composizioni istantanee piacevolissime all’ascolto.

Armaroli e Schiaffini già si erano incontrati producendo sempre ottima musica in occasione di “Luc FerrariExercisesd’improvisation” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/24/schiaffini-prati-gemmo-armaroli-luc-ferrari-exercises-dimprovisation/), di “From the Alvin Curran Fakebook: The Biella Sessions” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/01/curran-schiaffini-c-neto-armaroli-from-the-alvin-curran-fakebook-the-biella-sessions/), e di “Micro and More Exercises” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/01/curran-schiaffini-c-neto-armaroli-from-the-alvin-curran-fakebook-the-biella-sessions/)sempre per la Dodicilune Records e qui relazionano i loro strumenti e le loro culture musicali soprattutto in “The Real Vibone” eseguita in duo e nelle quattro parti dell’improvvisazione “Trigonos” alle quali partecipa alla loro creazione anche Andrea Centazzo. Percussioni – vibrafono – trombone è una triade perfetta per lasciare libera la creatività dei musicisti, ed anche timbricamente l’equilibrio ritengo sia perfetto: mai una sovrapposizione, un intervento che sovrasti la musica dei compagni, un dialogo che scorre come non sempre succede con la musica creata istantaneamente. Significa anche una grande preparazione e, a mio avviso, un reciproco rispetto tra i performer.

Quattro tracce invece, ovvero le due parti di “Deuterium” (emblematico lo sviluppo della prima con improvvisazione iniziale che anticipa una reiterazione di due note al vibrafono sulle quali intervengono e interagiscono le percussioni) e le due di “Metapenta” sono eseguite in duo da Armaroli e da Centazzo con grande intensità (segnalo il secondo segmento di “Metapenta”) come del resto tutta la musica che nasce da queste session “informali”; è la magia della musica improvvisata che come la fenice nasce, si evolve, termina per rinascere appena ci sono nuove condizioni: qui per fortuna qualcuno ha provveduto a “fissare il processo creativo” per averne testimonianza e per poterlo riascoltare più e più volte. Naturalmente il desiderio di poter assistere ad una performance è grande ………. ma intanto gustiamoci questo piccolo capolavoro.

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ANTONIO COLANGELO  “Tabaco y Azucar”

ANTONIO COLANGELO  “Tabaco y Azucar”

ANTONIO COLANGELO  “Tabaco y Azucar”

DODICILUNE Records. CD, Ed431 2020

di alessandro nobis

Chitarrista e compositore materano letteralmente folgorato dalla musica brasiliana durante una sua permanenza in sudamerica tanto da trasferirsivi definitivamente nel 2007, con questo suo esordio discografico per la Dodicilune presenta un progetto con il quale crea un’ibridizzazione di linguaggi musicali diversi, una musica cosmopolita che vuole legare le culture europea e brasiliana. Lo fa in modo brillante, con un quartetto del quale fanno parte anche Vincenzo Maurogiovanni al basso, Mirko Maria Matera alle tastiere e Pierluigi Villani alla batteria al quale si aggiungono diversi ospiti nelle nove tracce che compongono questo “Tabaco y Azùcar”. Certo non ci sono solamente le due culture citate sopra, c’è anche il linguaggio della musica afroamericana, quello del jazz elettrificato ed acustico che qui permea tutto dando un equilibrio sonoro a questo disco molto gradevole, brioso con arrangiamenti che mettono in risalto non solo il valore degli spartiti ed il gusto di Colangelo alla chitarra – mai sopra le righe e sempre misurato – ma anche il rispetto delle “proporzioni” che fa la differenza tra “il solista ed i suoi collaboratori” ed un ensemble.

L’etereo “Canto di Partenope” per chitarra ed elettronica introduce “Cairo Metropolitano” che ricorda i ritmi e le melodie di certa musica mediterranea con un cantabile solo di chitarra che dialoga amabilmente con le tastiere e un bel calibrato solo di basso e la seguente “Tequila for $5” con un bel riff di basso che conduce la danza – anche qui un significativo lungo solo di Colangelo al quale fa seguito un altrettanto assolo di Mirko Maria Matera – sono i brani che più hanno attirato la mia attenzione assieme alla lunga ballad “Napulengre”, quasi un biglietto da visita di questo quartetto. Poi, dopo un attento ascolto, ognuno troverà qui i “segni” della storia del jazz elettrico che negli ultimi cinquanta anni ha seminato ovunque suoni e stili, anche se, devo dire, non sempre questi semi hanno dato frutti degni di nota. Questo non è il caso di “Tabaco y Azucar”, sia chiaro.

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ADALBERTO FERRARI “Unstable Watercolors”

ADALBERTO FERRARI “Unstable Watercolors”

ADALBERTO FERRARI “Unstable Watercolors”

Dodicilune Records. Ed 430 CD, 2019

di alessandro nobis

Quando prendi la decisione di intraprendere la strada del jazz devi “fare i conti” con la storia della musica del ventesimo secolo: gli autori, le line-up, le sonorità, le combinazioni strumentali, gli spartiti. Il clarinettista Adalberto Ferrari ha alle spalle una formazione classica e jazz, e la “combinazione” timbrica che ha scelto per dare vita alle sue scritture è stata raramente praticata nella musica afroamericana: il trio di Jimmy Giuffre con Paul Bley e Steve Swallow nei primi anni sessanta (1961) ha dato una lezione di come si possa combinare la musica afroamericana, il nascente free jazz e la classica europea del Novecento.

Questi “Acquerelli instabili” pubblicato dalla Dodicilune sul finire del 2019 è una raccolta di nove brani originali e di una brillante rilettura di un classico ellingtoniano, “Moon Indigo”; facile ascoltare la musica e fare riferimento alle sfumature degli “acquerelli” citati nel titolo, mai come in questo caso definibile come emblematico.

E’ musica di grande bellezza, cameristica, cantabile e “leggera” che riflette come spesso accade il personale itinerario nel mondo della musica di chi la scrive e naturalmente dei compagni che questi sceglie, tutti con una preparazione davvero di livello notevole. Ci sono l’intelligente ed inedita rilettura del già citato Ellington per solo clarinetto basso (uno degli high-lights del disco, a mio parere), la pacatezza delle ballad come “Pensiero” (un altro high-lights) guidata dal clarinetto con lo splendido pianoforte di Antonio Zambrini (evocativo il solo solo) e con il contrabbasso Marco Ricci che delicatamente accompagna Ferrari, la melodia neo-folclorica di “Sud” che si spezza per poi riprendere il “filo” con in mezzo un emblematico quanto serrato dialogo tra i tre musicisti, la purezza di “Lontano” con il contrabbasso che accompagna il clarinetto ed il flauto traverso di  Zambrini.

Disco importante, uno dei più suggestivi del catalogo Dodicilune.

 

 

 

ANDREA FERRARI “Essential Lines”

ANDREA FERRARI “Essential Lines”

ANDREA FERRARI  “Essential Lines”

DODICILUNE Records ED428. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ance, chitarra, batteria. Tutto qua. Anzi no. Se sai scrivere ed arrangiare non ci sono limiti nel linguaggio del jazz, ed il fiatista / compositore Andrea Ferrari riesce nell’impresa di abbinare i tre strumenti in modo davvero interessante che senza l’apporto del contrabbasso e di un pianoforte sembra difficile far convivere; va ascoltato con attenzione questo “Essential Lines” perché tra le parti scritte  – mi sembra di intuire – e quelle improvvisate, ed i suoni naturali combinati a quelli elettronici la musica che si ascolta è di notevole valore, ricca di spunti e riferimenti, fresca ed originale, ricca di dialoghi che svelano combinazioni sonore rare anche nel mondo della musica afroamericana.

La tessitura di “Old Clogs” con gli intrecci di chitarra e clarinetto basso (significativo il solo) e con la “lieve” batteria che scandisce la cantabilità del tema, l’apertura del clarinetto basso ed il lungo solo chitarristico in “Colors” o ancora la lunga introduzione del baritono che detta il tempo della breve “One Way”, episodio quasi rockeggiante (ascoltare il solo di Zanini), sono secondo me tre dei momenti che offrono la possibilità a chi apprezza il jazz di misurare la rara bellezza di questo lavoro sempre misurato, sempre raffinato, a volte travolgente a volte pacato e mai fuori dal seminato, quel jazz che pur restando nel campo del new mainstream ha la sua identità timbrica, espressiva e compositiva. Mi auguro che questo trio sia una formazione “stabile” e non creata per l’occasione della registrazione di questo “Essential Lines”, perché le prospettive di sviluppo della formazione di Andrea Ferrari ci sono e potrebbero essere interessanti, molto interessanti ……

 

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

DODICILUNE Records. CD ED416, 2019

di Alessandro Nobis

Sul concetto di improvvisazione in generale si sono espressi autorevolissimi musicisti e critici e quindi sarò lapidario dicendo che essa è un atto singolo ed irripetibile, sia venga applicata all’interno di un linguaggio musicale sia al di fuori di qualsivoglia idioma. Ogni volta che assistiamo ad una performance di un artista assistiamo alla costruzione in itinere di musica che nasce, prende forma e muore nell’atto della sua conclusione; ecco che quindi dopo aver ascoltato le “forme” create dalla pianista Francesca Gemmo ti viene voglia di assistere, in esecuzioni live, come la pianista proceda nella creazione della sua performance. Fortunatamente per noi, molti improvvisatori registrano e pubblicano spesso i risultati del processo – in realtà tradendo ciò che i più ortodossi sostengono, e cioè che queste esibizioni esistono solamente nel momento in cui prendono vita – e quindi bene ha fatto la Dodicilune a dare spazio nel suo corposo catalogo a queste intriganti dieci tracce per pianoforte solo nate e registrate nello spazio di poche ore in uno studio. Altrettanto logico che durante le esecuzioni emerga tutto il retroterra musicale sia esso legato all’area dell’improvvisazione più radicale (mi riferisco alle collaborazioni con Elliott Sharp o Giancarlo Schiaffini) che a quella della musica “contemporanea” (Bussotti, Curran o Prati, ancora Cage del quale la Gemmo sta registrando l’integrale per pianoforte): ci sono tracce che si sviluppano da un canovaccio seppur minimo (i quattro movimenti si “Sipari”) altre “create” in divenire tra le quali segnalo “Novella” e la conclusiva “In Fine”.

Un bellissimo lavoro che potrà soddisfare in modo trasversale gli appassionati di classica contemporanea e della musica più “estrema”.

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GIOVANNI GHIZZANI “Lost in the Supermarket”

GIOVANNI GHIZZANI “Lost in the Supermarket”

GIOVANNI GHIZZANI “Lost in the Supermarket”

DODICILUNE RECORDS CD Ed432, 2019

di Alessandro Nobis

Non succede così frequentemente nel mondo della musica afroamericana che una cantante scriva con questa qualità della musica assieme ad un pianista e abbia come compagni di viaggio una sezione ritmica (il pianoforte di Ghizzani titolare del combo, il contrabbasso di Kim Baiunco e la batteria di Giuseppe Sardina) e due strumenti solisti come il sassofono e la chitarra. Penso di poter definire Anaïs Del Sordo atipica per la sua capacità improvvisativa come atipica è la sua scelta di destinare alla voce – la sua –  la parte di un altro strumento solista. Non è quindi in questo “Lost in the Supermarket” il gruppo ad accompagnare la voce solista, ma la stessa voce che entra a far parte del quartetto o quintetto, nelle quattro tracce alle quali danno il loro decisivo apporto il chitarrista Alain Pattitoni o il clarinettista Daniele D’Alessandro.

Certo siamo nel mondo del mainstream, ma di quello che preferisco, ovvero quello disegnato partendo dalla propria cultura musicale e dalla propria sensibilità, e mi sembra inutile parlate di preparazione musicale dei musicisti, viste l’intensità e l’interplay che emergono ascolto dopo ascolto. Ghizzani scrive la musica, Anaïs Del Sordo le parole e le “improvvisazioni” – e lo dico sapendo di comporre un ossimoro -; mi sono piaciute le due parti di cui è composto “Flows” con la sottile intro del piano ed il vocalizzo della voce che caratterizzano la prima parte e l’incalzare della ritmica che apre la seconda con un bel solo di Anaïs Del Sordo. Notevoli l’eterea ballad che segue, “Hope” e “Living for Tomorrow” con il brillante e lungo solo di voce che anticipa quelli del pianoforte e della chitarra “sporca” di Alan Pattitoni, brillante strumentista che in seguito dialoga con la voce.

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SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI “The Shining of Things”

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI “The Shining of Things”

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI

“The Shining of Things”

DODICILUNE RECORDS CD Ed 425, 2019

di Alessandro Nobis

Per quelli che come me scoprirono l’unicità del timbro vocale e l’intensità della musica di David Sylvian ascoltando i Japan di “Gentlemen Take Polaroids” del 1980 e del seguente ”Tin Drum”, sapere che molti anni dopo un gruppo di musicisti legati più al jazz che al rock più raffinato avrebbe frequentato quei territori musicali sarebbe stato difficile solo immaginare. Invece ecco che Serena Spedicato e Nicola Andrioli in compagnia di Michele Rabbia e Kalevi Louhivuori si immergono nell’analisi del songbook di Sylvian, scelgono alcune pagine del periodo post-Japan, entrano in uno studio di registrazione e confezionano un disco a mio avviso alquanto significativo: non solo per avere fatto “entrare” Sylvian nell’ormai ampia cerchia degli autori di “standard” o per aver avuto la delicatezza ed il rispetto verso la sua musica della quale si percepiscono naturalmente in modo netto le melodie, ma anche e forse soprattutto per l’interpretazione della sua musica grazie agli arrangiamenti – e qui va citato il pianista Nicola Andrioli per cura con la quale li ha curati – che mettono in evidenza la voce straordinaria e delicata di Serena Spedicato. La cantante salentina opportunamente  sceglie di vestire della sua sensibilità e background musicale i brani di Sylvian, la tromba ed il flugelhorn di Kalevi Louhivuori sono una presenza determinante quanto lo sono gli effetti elettronici,  cromatici, bellissimi e sempre appropriati curati dal trombettista e dal batterista Michele Rabbia.

“Canzoni” come “Heartbeat” scritta in collaborazione con Airto Lindsay e Ryuky Sakamoto con il tappeto polifonico che scorre come un tappeto sonoro durante l’esecuzione del brano, il flugehorn che apre la lunga “Brilliant Trees” e poi dialoga con il raffinato pianismo jazz di Andrioli e si apre ad un solo di tromba “effettata” spostano il baricentro dell’opera di David Sylvian appunto verso il jazz, quello europeo, quello più raffinato, quello che non si autocelebra ma che invece va alla ricerca di nuova linfa trovandola “altrove”.

Spero di aver reso “l’idea” che si cela dentro questo “The Shining of Things” che mi permetto di consigliare caldamente anche a chi apprezza la musica di Sylvian.

Anzi, lo consiglio soprattutto a questi ultimi.

 

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

DODICILUNE / KOINE’ RECORDS CD kne035, 2019

di Alessandro Nobis

Tuffarsi nei repertori di “Intoccabili” come Bob Dylan, Lucio Battisti o della coppia Lennon – McCartney può essere pericoloso ed il rischio di cadere nella banalità della riproposizione calligrafica è grande. Beatles, Battisti, Bob Dylan ma anche Burt Bacharach, maestro nel creare ed arrangiare melodie che sono nel tempo diventate immortali classici prima della musica popolare ed in seguito anche del jazz: ecco quindi che ascoltare con grande attenzione questo lavoro di Laura Avanzolini rivela la grande cura, la capacità di staccarsi dall’originale e di interiorizzare alcune gemme del songbook del pianista di Kansas City; inoltre gli arrangiamenti di Michele Francesconi che valorizzano al meglio la sua duttile voce ed il gruppo che partecipa alla registrazione rappresentano un rilevante valore aggiunto alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

L’ensemble interpreta dieci composizioni di Bacharach che si ascoltano con grande piacere rivelando via via che si procede particolari e suono d’insieme che danno alla fina la cifra stilistica del disco: la calibrata introduzione del contrabbasso di Tiziano Negrello in “The Look of Love” (faceva parte della colonna sonora di “Casino Royale”), il bellissimo arrangiamento in crescendo di “Raindrops Keep Fallin’ on My Head” (da “Butch Cassidy”) con delle interessanti parti riservate ai fiati e con il solo di Giacomo Uncini alla tromba, il clima dixie di “Baby it’s you” ed infine “I Say a little Prayer” dagli ampi spazi strumentali aperta dal drumming di Michele Sperandio, ed originariamente composta per Dionne Warwick.

E poi naturalmente c’è la voce di Laura Anzolini che intelligentemente non decide di semplicemente di “lucidare” il songbook già perfetto di Bacharach, ma gioca con esso appropriandosene con la sua voce sempre fluente ed ispirata, dando una lucida visione fortemente legata al jazz di uno dei compositori più importanti ed influenti del ventesimo secolo.

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