BAD BLUES QUARTET “Back on my feet”

BAD BLUES QUARTET “Back on my feet”

BAD BLUES QUARTET “Back on my feet”

TALK ABOUT RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo “Back on my Feet” è il secondo lavoro di questo quartetto sardo dopo l’ottimo esordio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/05/bad-blues-quartet-bad-blues-quartet/): Eleonora Usala (voce), Federico Valenti (chitarre), Gabriele Loddo (basso) e Frank Stara (batteria) confezionano un altro disco di blues elettrico tosto, con un suono incisivo confermando una personalità nel comporre brani originali che naturalmente, e non può essere altrimenti, si rifanno alle dodici battute della schematica musica del diavolo. Non ho percepito autoreferenzialità nella musica del Bad Blues Quartet, ma piuttosto l’esigenza di farsi attraversare dal blues più classico e di trasformarlo in qualcosa di proprio: l’accenno al spiritual nella parte iniziale di “Basic man” con a seguire un efficace riff di chitarra, echi di “delta” nel brano di Vera Ward Hall “I been drinking”, il “call and response” nel brano che chiude l’album, “S.O.B.” con un bel solo del violino di Diego Milia. Musica solida, band affiatata con le idee chiare anche nell’affrontare brani scritti da altri come i brani citati e nei davvero convincenti brani originali come il robusto slow “In my silence” o lo shuffle “Birthday present” con l’incisiva voce di Eleonora Usala, l’hammond di Alessio Sanna e con un bel solo di chitarra.

Bravi “quelli” della “Talk About Records” che hanno prodotto l’album che ha anche il marchio di Blues Made in Italy, marchio di garanzia naturalmente.

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www.badbluesquartet.com

 

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JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

540 – JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

Omnivore Records, CD 2019

di Alessandro Nobis

Questi ottanta minuti rappresentano una sorte di Santo Graal per gli estimatori di Johnny Shines, uno di quelli che come padrini musicali ebbe due tizi come Howlin’ Wolf e Robert Johnson. Non so se mi spiego. La registrazione, di ottima qualità, ci riporta al 1973 quando assieme a Leroy Jodie Pierson (che lo accompagna in tre brani) tenne un concerto a St. Louis presso la Washington University.

81imKmX6NBL._SY355_Classe 1915, nato dalle parti di Memphis lungo il corso del Mississippi, Shines fa parte di quella schiera di straordinari talenti che ad un certo punto della carriera, con varie motivazioni, sparirono letteralmente dal mondo della musica per poi essere riscoperti da compagnie discografiche, da musicisti europei ed americani e da impresari bianchi. Nel caso specifico Shines effettuò delle sedute di registrazione nella seconda parte degli anni Quaranta per la Columbia e la Chess che non portarono però ad alcuna pubblicazione e nel ’52 registrò un ottimo disco che non ebbe alcun risultato commerciale tanto da far decidere a Shines di abbandonare la strada del musicista per dedicarsi ad altro, l’intenzione di andare in Africa e poi il duro lavoro in un’impresa di costruzioni.

Alla metà degli Sessanta – nel 1966 – la lungimirante Vanguard records lo trovò che fotografava (si avete capito bene, che “fotografava”) altri bluesman in un club del Southside e non perse l’occasione di registrare nei suoi studi alcuni brani che divennero parte del terzo volume della prima serie “Chicago: the Blues Today” (a divedersi le due facciate c’erano con Shines anche Johnny Young e Big Walter Horton) che finalmente contribuì a far conoscere questo straordinario bluesman al pubblico dei bianchi americani ed europei assieme agli altri che ebbero spazio in questi tre fondamentali LPs. Erano i tempi in cui negli Stati Uniti ma soprattutto in Inghilterra c’era un forte interesse verso il blues americano ed infatti lì emersero straordinari talenti della cosiddetta corrente del British Blues, cito solamente i Bluesbreakers, gli Stones, i Fleetwwod Mac, la Graham Bond Organisation e gli Yardbirds.

In questa registrazione c’è la sua potente voce (ascoltatela e ascoltate la slide nella sua “Have you ever loved a woman”), la sua straordinaria chitarra, c’è la sua storia personale e la storia del blues americano con i suoi protagonisti, da Robert Johnson (“Kind Hearted Woman”, “I’m a steady Rollling Man”, “They are red hot” e Sweet Home Chicago), c’è Sleepy John Estes (“Someday Baby Blues”), c’è anche Wllie Johnson (“It’s nobody fault but mine”) ma soprattutto ci sono i suoi blues, le sue sofferenze accumulate in dura vita che improvvisamente gli regala una chance di riscatto sociale.

Per me disco imperdibile. “Chicago Blues Legend”, recita lo sticker nel cellophane che avvolge il cd: niente di più vero.

 

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

ZYX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Lo dico subito: vi confesso di non avere totale contezza della discografia di Rudy Rotta, valente chitarrista e compositore inopinatamente scomparso due anni or sono; tuttavia ho avuto più di un’occasione di seguire durante parecchi concerti la sua evoluzione musicale attraverso le varie line-up (da quella iniziale a quella più recente passando per quella acustica con il violoncello di Bruno Briscik), e quindi di ammirare la sua tecnica, la grinta sul palco e la cura con cui preparava gli arrangiamenti dei brani eseguiti dal gruppo: mi limito alla conoscenza dei suoi due primi lavori con la Rudy’s Blues Band (così allora si chiamava il suo gruppo) quando si dedicava in toto alla personale rilettura del miglior blues d’oltreoceano, e di questo suo ultimo “Now and Then …and Forever” pubblicato dall’etichetta tedesca ZYX e prodotto dall’Associazione Culturale Rudy Rotta in collaborazione con A-Z Blues, che evidenzia la grande lucidità e capacità con la quale Rotta stava proseguendo il suo cammino di allontanamento dallo schematismo del blues “classico”. Come leggere altrimenti il funk della lunga e trascinante “Bad Bad Feeling”, la delicata ballad pacifista acustica scritta a quattro mani con Deborah Kooperman “Winds of War” o il grido di “ricca solitudine” di “Money Money” (la bonus track che chiude il disco, con una rilettura del brano originale in chiave acustica suonata con lo slide).

Questo “Now and Then …and Forever!” è un disco “vero”, non un omaggio raffazzonato alla memoria di Rudy Rotta: registrato nel 2015, arrangiato dal chitarrista e magistralmente missato da Davide Rossi presenta nove brani dal suono compatto, potente, aggressivo con una band che, più che assecondarlo, contribuisce in modo convincente al progetto che comprende per lo più brani originali ma che mantiene vivo il cordone ombelicale con la musica del diavolo, non in modo calligrafico ma interiorizzando e quindi riproponendo in modo personale il repertorio scelto.

Ma non abbiate timore, il legame con le “dodici battute” c’è eccome, non è solamente nascosto nel pentagramma dei brani originali. Certo che il blues c’è, come è certo che non si tratta di letture pedisseque; del resto, quante versioni abbiamo ascoltato di “Crossroads” di Robert Johnson? Decine e decine, acustiche ed elettriche, europee ed americane eppure questa di Rotta brilla per originalità nel suono e nell’arrangiamento, e quanto è diversa dall’originale “Harlem Shuffle” di Bobby Byrd ed Earl Nelson resuscitata dagli Stones di “Dirty Work”?

Idee, il talento, il blues, il soul, il rhythm’n’blues ed il rock più sanguigno è quello che si trova in questo ottimo lavoro ed era ben chiara la strada che il chitarrista aveva iniziato a percorrere. Peccato se ne sia andato così presto. Davvero peccato.

www.facebook.com/rudyrottaofficial

 

 

 

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

DALLA PICCIONAIA: VOLO SUL MONDO. Festival Memorial Rudy Rotta

“Verona, Teatro Romano, 13 luglio 2019”

di Alessandro Nobis

Correva l’anno del Signore millenovecentonovanta (21 e 22 giugno per essere precisi) e sul palco del Teatro Romano in occasione della prima memorabile quanto unica edizione di “Donne in Blues” salirono niente di meno che le Stars of Faith, Margie Evans, Dee Dee Bridgewater, Valerie Wellington, Karen Carroll e Katie Webster. Dopo quell’episodio il blues di questo livello a Verona si è visto raramente, Corey Harris se ricordo bene ed uno strepitoso concerto in Cortile Mercato Vecchio di Guy Davis all’interno dei “Concerti Scaligeri”, altra rassegna cassata dall’Amministrazione.

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Sabato 13 luglio a partire dalle ore 21 la musica del diavolo ritorna al Teatro Romano con la presenza di una delle figure più importanti del blues di questi ultimi anni, il californiano classe 1951 Kevin Roosevelt Moore (a.k.a. Keb’ Mo’). Cosa c’entra “Donne in Blues” con questa serata, direte voi. C’è un filo conduttore che lega le due manifestazioni, e si chiama Rudy Rotta. Il chitarrista e compositore veronese fu infatti uno dei promotori con il critico musicale Giampaolo Rizzetto di quelle due serate e ne fu anche uno dei protagonisti (accompagnò infatti Valerie Wellington in un infuocato set con Cesare Valbusa, Roberto Morbioli, Willy Mazzer e Riccardo Massari) e la serata di sabato 13 vuole ricordare la sua figura a due anni dalla sua prematura scomparsa.

“Volo sul mondo: Festival Memorial Rudy Rotta” è il nome che l’Associazione Culturale Rudy Rotta e la società A-Z Blues hanno voluto dare a questo importante evento, ma non solo, c’è anche l’opportunità di dare un contributo acquistando il biglietto di ingresso a due associazioni che operano nell’ambito della ricerca medica, ovvero l’Unione Italia Lotta alla Distrofia Muscolare (U.I.L.D.M.) e la Fondazione pe la ricerca sul cancro (A.I.R.C), quindi non provate ad entrare gratis, mi raccomando.

La serata ha un menu’ ricco di ospiti, alcuni dei quali saranno accompagnati dalla RR Band (Pippo Guarnera all’organo Hammond e piano, Renato Marcianò al basso ed Enrico Cecconi alla batteria) che come dicevo suoneranno nei set di Matteo Sansonetto (chitarrista dallo stile tipicamente influenzato dalle sonorità del Chicago Blues, e dotato di una notevole voce soul e di uno stile chitarristico grintoso ed essenziale), di Mike Sponza (“Il talento di uno dei più grandi chitarristi blues italiani, ormai una sorta di guru del blues nazionale: il risultato è un’esplosione di classe, ritmo ed energia.” Lo dice il Corriere, e tanto basta) e di Gennaro Porcelli considerato dal pubblico e dalla critica specializzata uno dei migliori talenti del “Blues Made in Italy” con un repertorio che spazia dal Chicago style a quello di New Orleans, da quello di Austin a quello di Memphis. Sarà infine anche l’occasione di ascoltare in apertura il duo Superdownhome (suonano una sorta di rural blues “contaminato” e sono Henry Sauda alla voce, cigar box, diddley bow e Beppe Facchetti alle percussioni) e l’atteso Sonohra Project Trio, con un set preparato accuratamente per far conoscere e capire al pubblico quale sia il loro retroterra culturale musicale.

C’è poi come detto la “portata principale”, il grande Keb’ Mo’ che grazie all’Associazione Culturale Rudy Rotta ha fatto di Verona una delle tappe del suo attesissimo tour europeo nel quale presenta la sua più recente produzione, “Oklahoma”; il suo primo lavoro risale al 1980 (“Rainmaker”) ed il suo stile che qualcuno ha definito “post modern blues” contiene riferimenti anche ad idiomi musicali diversi come il folk, il jazz ed anche il country, non aspettiamoci quindi un clone dei grandi padri della musica del diavolo ma uno dei più fiorenti rami che da essa sono nati nel corso del Novecento. Comunque una delle stelle del blues odierno.

Direi che “Volo sul Mondo Festival: memorial Rudy Rotta” presenta motivazioni per gli amanti della musica, per quanti hanno conosciuto e vogliano ricordare Rudy Rotta assieme ad alcuni musicisti, per quelli che amano la musica blues e non hanno mai conosciuto personalmente Rudy ed anche per aiutare le due associazione sopra menzionate.

Non vi bastano queste motivazioni? Allora dico anche che durante la serata verrà presentato “Now and Then…and Forever”, il disco postumo (questa parola è orribile ma rende l’idea) di Rudy Rotta.

 

 

SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

ALLIGATOR Records, CD. 1992

di Alessandro Nobis

Originariamente pubblicato sul numero del maggio 1992 della rivista Folk Bulletin

71tzkdN7UuL._SX355_Registrato il 15 maggio 1981 durante una tourneè europea e finora pubblicato solamente in Francia per l’etichetta Isabel con il titolo “Going back”, questo “Alone and Acoustic” ci presenta la coppia più importante del blues elettrico chicagoano ovvero il chitarrista Buddy Guy (per referenze chiedere a Slowhand Eric Clapton) e l’armonicista Junior Wells. Qui i due si presentano straordinariamente in versione acustica, alla ricerca delle radici della musica che da decenni li vede protagonisti in modo diretto nell’ambito strettamente blues e indiretto in quello rock, visti gli innumerevoli guitar – heroes bianchi che hanno seguito le orme soprattutto di Buddy Guy, bluesman poco conosciuto dalla maggioranza del pubblico ma ritenuto figura essenziale da tutti gli addetti ai lavori ed appassionati della musica del diavolo.

Quindici tracce sono contenute in questo CD ripubblicato dalla chicagoana Alligator con ben cinque inediti in più rispetto all’originale, quindici brani che ci regalano un’ora di blues al vetriolo, quasi a dimostrare come sia importante l’essenzialita’ rispetto ad arrangiamenti troppo ricchi che non da oggi ammaliano intere generazioni di musicisti e di giovani. Strumenti acustici sì, certo, ma suonati con un cuore ed una grinta che non ha eguali e che non fanno certo rimpiangere le Stratocaster e le Telecaster che per una volta, dieci anni fa, Buddy Guy ha lasciato in qualche angolo del Southside. Classici come “Boogie Chillen” e “Rollin’ and Tumblin’”, “You don’t love me”, “Catfish Blues” e “That’s all right” sono brani che restano nella memoria di chi ascolta ed attraverso i quali si ripercorre la lunga e sofferta strada dell’inurbamento di questa straordinaria musica.

Un disco da cinque stelle che sento di consigliare a chiunque. In attesa di incontrare Buddy Guy e Junior Wells su qualche palcoscenico italiano.

ANDREA CUBEDDU “Weak like a man”

ANDREA CUBEDDU “Weak like a man”

ANDREA CUBEDDU “Weak like a man”

Autoproduzione, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Il disco d’esordio era splendido (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/15/andrea-cubeddu-jumpin-up-and-down/)e con questo “Weak like a man” il chitarrista e compositore di origine sarda mantiene splendidamente la barra a dritta confezionando un altro gran bel disco. Blues acustico, suonato alla perfezione da far sembrare in apparenza l’operazione come un “fossile vivente”, una celebrazione del blues che fu, quello arcigno e sanguigno del periodo prebellico. Tutt’altro: come dicevo in occasione del primo suo lavoro, Cubeddu fa un’operazione inedita, componendo tutto il disco e scrivendo testi che sono spesso autobiografici ma che riflettono le ansie, gli umori e le tematiche della contemporaneità.

E’ chiaro, nell’aria si muovono e volutamente si sentono le ombre di Blind Blake e dei suoi amici che sono certo gradirebbero assai le note di Cubeddu che bene fa a non ascoltare la vocina che gli suggerisce di seguire le mode musicali in “Damn Money”, il brano d’apertura.

Ricordo che ai tempi di Fabio Treves e di Roberto Ciotti erano parecchi coloro che sostenevano l’inutilità di suonare il blues in Italia (però quello britannico andava bene, vedete un po’), magari oggi spero siano meno numerosi di allora. Mi spiace per la loro “ortodossia” perché musicisti come Andrea Cubeddu, con la sua capacità tecnica sullo strumento unita ad una fertile vena compositiva sono l’esempio di come i signori sopra citati abbiano lasciato nelle generazioni che li hanno seguiti un segno indelebile nello sviluppo del blues nel nostro Paese.

Ascoltino “Antihero” (“sminuire il vissuto altrui non renderà il vostro migliore”), o “Nobody to Blame” (“Non innamoratevi dell’idea che vi siete fatti di una persona ma della persona stessa”); cambieranno finalmente la loro prospettiva. Forse.

 

 

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

S.I.P., cm 14,5 x 21, Pagg. 150 € 12,00. 2018

di Alessandro Nobis

Ci sono i vinili della Folkways, quelli della Wolf, della Herwin e della Yazoo, ci sono le cards e le copertine di Robert Crumb e da qualche settimana ci sono anche questi venti racconti scritti da uno studioso – praticante del blues prebellico, Roberto Menabò. Professione insegnante – e ti pareva che una figura di così alto profilo potesse dedicarsi esclusivamente alla musica nel nostro bizzarro Paese – e nel tempo che resta, al netto di quello dedicato alla famiglia, si è dedicato da tempo immemore alla scoperta di quei musicisti sconosciuti ai più che hanno lasciato poche o pochissime tracce registrate, ed anche biografiche, nelle piantagioni, nelle piccole e grandi città americane grazie alla sua pregevolissima tecnica chitarristica ed altrettanto sapiente penna.

E così dopo i quaranta di racconti di “Rollin’ and Tumblin’”, in questa nuova raccolta, autoprodotta, Menabò affronta venti storie di donne, di cantanti e di chitarriste che in quel periodo pochissimo spazio ebbero nel mondo del blues arcaicamente maschile.

Certo che quando si prova a raccontare di Laura Dukes, di Mae Glover o di Bessie Tucker non ci si può fermare alle spesso assenti note biografiche, ed ecco che allora emergono il mestiere e l’amore per la scrittura e per la musica, “questa” musica che l’autore diffonde con seminari, concerti, lezioni che sempre lasciano il segno in chi ha la fortuna di fruirne. La lettura scorre via veloce, non è appesantita da nozioni riguardanti le seppur parche discografie di queste “Medames a 78 giri” ma al contrario Menabò descrive attraverso significativi ed incisivi acquerelli scene di vita, domestiche e pubbliche, di queste eroine del blues che hanno lasciato ai posteri polverosi, graffiati (e graffianti) race records che qualcuno ha poi cercato, trovato e ri-pubblicato.

Il volume non è in distribuzione, va richiesto direttamente all’autore.

http://www.robertomenabo.it