VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

DALLA PICCIONAIA: VOLO SUL MONDO. Festival Memorial Rudy Rotta

“Verona, Teatro Romano, 13 luglio 2019”

di Alessandro Nobis

Correva l’anno del Signore millenovecentonovanta (21 e 22 giugno per essere precisi) e sul palco del Teatro Romano in occasione della prima memorabile quanto unica edizione di “Donne in Blues” salirono niente di meno che le Stars of Faith, Margie Evans, Dee Dee Bridgewater, Valerie Wellington, Karen Carroll e Katie Webster. Dopo quell’episodio il blues di questo livello a Verona si è visto raramente, Corey Harris se ricordo bene ed uno strepitoso concerto in Cortile Mercato Vecchio di Guy Davis all’interno dei “Concerti Scaligeri”, altra rassegna cassata dall’Amministrazione.

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Sabato 13 luglio a partire dalle ore 21 la musica del diavolo ritorna al Teatro Romano con la presenza di una delle figure più importanti del blues di questi ultimi anni, il californiano classe 1951 Kevin Roosevelt Moore (a.k.a. Keb’ Mo’). Cosa c’entra “Donne in Blues” con questa serata, direte voi. C’è un filo conduttore che lega le due manifestazioni, e si chiama Rudy Rotta. Il chitarrista e compositore veronese fu infatti uno dei promotori con il critico musicale Giampaolo Rizzetto di quelle due serate e ne fu anche uno dei protagonisti (accompagnò infatti Valerie Wellington in un infuocato set con Cesare Valbusa, Roberto Morbioli, Willy Mazzer e Riccardo Massari) e la serata di sabato 13 vuole ricordare la sua figura a due anni dalla sua prematura scomparsa.

“Volo sul mondo: Festival Memorial Rudy Rotta” è il nome che l’Associazione Culturale Rudy Rotta e la società A-Z Blues hanno voluto dare a questo importante evento, ma non solo, c’è anche l’opportunità di dare un contributo acquistando il biglietto di ingresso a due associazioni che operano nell’ambito della ricerca medica, ovvero l’Unione Italia Lotta alla Distrofia Muscolare (U.I.L.D.M.) e la Fondazione pe la ricerca sul cancro (A.I.R.C), quindi non provate ad entrare gratis, mi raccomando.

La serata ha un menu’ ricco di ospiti, alcuni dei quali saranno accompagnati dalla RR Band (Pippo Guarnera all’organo Hammond e piano, Renato Marcianò al basso ed Enrico Cecconi alla batteria) che come dicevo suoneranno nei set di Matteo Sansonetto (chitarrista dallo stile tipicamente influenzato dalle sonorità del Chicago Blues, e dotato di una notevole voce soul e di uno stile chitarristico grintoso ed essenziale), di Mike Sponza (“Il talento di uno dei più grandi chitarristi blues italiani, ormai una sorta di guru del blues nazionale: il risultato è un’esplosione di classe, ritmo ed energia.” Lo dice il Corriere, e tanto basta) e di Gennaro Porcelli considerato dal pubblico e dalla critica specializzata uno dei migliori talenti del “Blues Made in Italy” con un repertorio che spazia dal Chicago style a quello di New Orleans, da quello di Austin a quello di Memphis. Sarà infine anche l’occasione di ascoltare in apertura il duo Superdownhome (suonano una sorta di rural blues “contaminato” e sono Henry Sauda alla voce, cigar box, diddley bow e Beppe Facchetti alle percussioni) e l’atteso Sonohra Project Trio, con un set preparato accuratamente per far conoscere e capire al pubblico quale sia il loro retroterra culturale musicale.

C’è poi come detto la “portata principale”, il grande Keb’ Mo’ che grazie all’Associazione Culturale Rudy Rotta ha fatto di Verona una delle tappe del suo attesissimo tour europeo nel quale presenta la sua più recente produzione, “Oklahoma”; il suo primo lavoro risale al 1980 (“Rainmaker”) ed il suo stile che qualcuno ha definito “post modern blues” contiene riferimenti anche ad idiomi musicali diversi come il folk, il jazz ed anche il country, non aspettiamoci quindi un clone dei grandi padri della musica del diavolo ma uno dei più fiorenti rami che da essa sono nati nel corso del Novecento. Comunque una delle stelle del blues odierno.

Direi che “Volo sul Mondo Festival: memorial Rudy Rotta” presenta motivazioni per gli amanti della musica, per quanti hanno conosciuto e vogliano ricordare Rudy Rotta assieme ad alcuni musicisti, per quelli che amano la musica blues e non hanno mai conosciuto personalmente Rudy ed anche per aiutare le due associazione sopra menzionate.

Non vi bastano queste motivazioni? Allora dico anche che durante la serata verrà presentato “Now and Then…and Forever”, il disco postumo (questa parola è orribile ma rende l’idea) di Rudy Rotta.

 

 

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SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

ALLIGATOR Records, CD. 1992

di Alessandro Nobis

Originariamente pubblicato sul numero del maggio 1992 della rivista Folk Bulletin

71tzkdN7UuL._SX355_Registrato il 15 maggio 1981 durante una tourneè europea e finora pubblicato solamente in Francia per l’etichetta Isabel con il titolo “Going back”, questo “Alone and Acoustic” ci presenta la coppia più importante del blues elettrico chicagoano ovvero il chitarrista Buddy Guy (per referenze chiedere a Slowhand Eric Clapton) e l’armonicista Junior Wells. Qui i due si presentano straordinariamente in versione acustica, alla ricerca delle radici della musica che da decenni li vede protagonisti in modo diretto nell’ambito strettamente blues e indiretto in quello rock, visti gli innumerevoli guitar – heroes bianchi che hanno seguito le orme soprattutto di Buddy Guy, bluesman poco conosciuto dalla maggioranza del pubblico ma ritenuto figura essenziale da tutti gli addetti ai lavori ed appassionati della musica del diavolo.

Quindici tracce sono contenute in questo CD ripubblicato dalla chicagoana Alligator con ben cinque inediti in più rispetto all’originale, quindici brani che ci regalano un’ora di blues al vetriolo, quasi a dimostrare come sia importante l’essenzialita’ rispetto ad arrangiamenti troppo ricchi che non da oggi ammaliano intere generazioni di musicisti e di giovani. Strumenti acustici sì, certo, ma suonati con un cuore ed una grinta che non ha eguali e che non fanno certo rimpiangere le Stratocaster e le Telecaster che per una volta, dieci anni fa, Buddy Guy ha lasciato in qualche angolo del Southside. Classici come “Boogie Chillen” e “Rollin’ and Tumblin’”, “You don’t love me”, “Catfish Blues” e “That’s all right” sono brani che restano nella memoria di chi ascolta ed attraverso i quali si ripercorre la lunga e sofferta strada dell’inurbamento di questa straordinaria musica.

Un disco da cinque stelle che sento di consigliare a chiunque. In attesa di incontrare Buddy Guy e Junior Wells su qualche palcoscenico italiano.

ANDREA CUBEDDU “Weak like a man”

ANDREA CUBEDDU “Weak like a man”

ANDREA CUBEDDU “Weak like a man”

Autoproduzione, CD. 2019

di Alessandro Nobis

Il disco d’esordio era splendido (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/15/andrea-cubeddu-jumpin-up-and-down/)e con questo “Weak like a man” il chitarrista e compositore di origine sarda mantiene splendidamente la barra a dritta confezionando un altro gran bel disco. Blues acustico, suonato alla perfezione da far sembrare in apparenza l’operazione come un “fossile vivente”, una celebrazione del blues che fu, quello arcigno e sanguigno del periodo prebellico. Tutt’altro: come dicevo in occasione del primo suo lavoro, Cubeddu fa un’operazione inedita, componendo tutto il disco e scrivendo testi che sono spesso autobiografici ma che riflettono le ansie, gli umori e le tematiche della contemporaneità.

E’ chiaro, nell’aria si muovono e volutamente si sentono le ombre di Blind Blake e dei suoi amici che sono certo gradirebbero assai le note di Cubeddu che bene fa a non ascoltare la vocina che gli suggerisce di seguire le mode musicali in “Damn Money”, il brano d’apertura.

Ricordo che ai tempi di Fabio Treves e di Roberto Ciotti erano parecchi coloro che sostenevano l’inutilità di suonare il blues in Italia (però quello britannico andava bene, vedete un po’), magari oggi spero siano meno numerosi di allora. Mi spiace per la loro “ortodossia” perché musicisti come Andrea Cubeddu, con la sua capacità tecnica sullo strumento unita ad una fertile vena compositiva sono l’esempio di come i signori sopra citati abbiano lasciato nelle generazioni che li hanno seguiti un segno indelebile nello sviluppo del blues nel nostro Paese.

Ascoltino “Antihero” (“sminuire il vissuto altrui non renderà il vostro migliore”), o “Nobody to Blame” (“Non innamoratevi dell’idea che vi siete fatti di una persona ma della persona stessa”); cambieranno finalmente la loro prospettiva. Forse.

 

 

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

S.I.P., cm 14,5 x 21, Pagg. 150 € 12,00. 2018

di Alessandro Nobis

Ci sono i vinili della Folkways, quelli della Wolf, della Herwin e della Yazoo, ci sono le cards e le copertine di Robert Crumb e da qualche settimana ci sono anche questi venti racconti scritti da uno studioso – praticante del blues prebellico, Roberto Menabò. Professione insegnante – e ti pareva che una figura di così alto profilo potesse dedicarsi esclusivamente alla musica nel nostro bizzarro Paese – e nel tempo che resta, al netto di quello dedicato alla famiglia, si è dedicato da tempo immemore alla scoperta di quei musicisti sconosciuti ai più che hanno lasciato poche o pochissime tracce registrate, ed anche biografiche, nelle piantagioni, nelle piccole e grandi città americane grazie alla sua pregevolissima tecnica chitarristica ed altrettanto sapiente penna.

E così dopo i quaranta di racconti di “Rollin’ and Tumblin’”, in questa nuova raccolta, autoprodotta, Menabò affronta venti storie di donne, di cantanti e di chitarriste che in quel periodo pochissimo spazio ebbero nel mondo del blues arcaicamente maschile.

Certo che quando si prova a raccontare di Laura Dukes, di Mae Glover o di Bessie Tucker non ci si può fermare alle spesso assenti note biografiche, ed ecco che allora emergono il mestiere e l’amore per la scrittura e per la musica, “questa” musica che l’autore diffonde con seminari, concerti, lezioni che sempre lasciano il segno in chi ha la fortuna di fruirne. La lettura scorre via veloce, non è appesantita da nozioni riguardanti le seppur parche discografie di queste “Medames a 78 giri” ma al contrario Menabò descrive attraverso significativi ed incisivi acquerelli scene di vita, domestiche e pubbliche, di queste eroine del blues che hanno lasciato ai posteri polverosi, graffiati (e graffianti) race records che qualcuno ha poi cercato, trovato e ri-pubblicato.

Il volume non è in distribuzione, va richiesto direttamente all’autore.

http://www.robertomenabo.it

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “LIVE AT THE NEW ORLEANS HOUSE, BERKELEY, CALIFORNIA 1969”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “LIVE AT THE NEW ORLEANS HOUSE, BERKELEY, CALIFORNIA 1969”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “LIVE AT THE NEW ORLEANS HOUSE SEPTEMBER 1969”

SONY LEGACY, 2LP,  2018

di Alessandro Nobis

Dal 16 al 24 settembre del 1969 gli Hot Tuna tennero una serie di concerti alla New Orleans House di Berkeley che vennero fortunatamente registrati; parte (il concerto del 16) venne pubblicata dalla RCA l’anno successivo segnando il loro debutto discografico – il disco raggiunse addirittura il #30 delle charts americane – e nel 1996 ne venne fatta una versione CD con l’aggiunta – benedetta dai fans – di ben cinque brani. Negli Hot Tuna Jorma Kaukonen e Jack Casady si erano creati così una via d’uscita – prima parallela poi divergente –  dal gruppo dei Jefferson Airplane nel quale la pacifica coesistenza con altri leader come Marty Balin, Grace Slick e Paul Kantner era sempre più difficoltosa, sviluppando il ramo blues degli Airplane che sopravvisse di gran lunga all’esistenza del gruppo di partenza. In versione elettrica o acustica come nei concerti di quel settembre del ’69, Kaukonen e Casady hanno sempre suonato blues di gran classe ispirandosi ai grandi maestri come Lightning Hopskins, Blind Blake, Jelly Roll Morton e soprattutto dal Reverendo Gary Davis. Qui i due sono accompagnati dall’efficacissimo armonicista Will Scarlett ed il repertorio non si scosta molto da quello proposto dal disco eponimo del ’69, blues acustico di grande fascino eseguito con grande tecnica dalla chitarra e dal basso elettrico inimitabile di Casady – ricordiamo nato come chitarrista e convertito al basso dall’amico Jorma -, a mio avviso uno dei più grandi specialisti dello strumento in assoluto.

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Il CD del 1996

Furbescamente ed altrettanto inspiegabilmente però la Sony Legacy in occasione del Recor Store Day del 21 aprile scorso ha stampato questo magnifico doppio vinile con una copertina “in odore di bootleg” del tutto diversa da quella del cd targato 1996 ed edito allora solo in quel formato: detto questo, se siete maniaci del vinile non fatevi scappare questa edizione, se già avete nella vostra collezione il CD, fate un po’ voi …………..

In ogni caso questo ellepì è complementare a quello d’esordio, val la pena averli entrambi.

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

SONY LEGACY RECORDS. LP, CD, 2018

di Alessandro Nobis

A parte “Are You Experienced?”, “Axis: Bold as Love” ed “Electric Ladyland”, alcune memorabili registrazioni live (Woodstock, Isle of Wight, Monterey) ed aggiungo io le BBC sessions, dalla morte di Hendrix sono state pubblicati in modo più o meno ufficiale numerosi album, cofanetti e cd, non tutti di pari valore artistico e soprattutto di livello sempre inferiore ai tre album “ufficiali” che ho citato in apertura.

Si dice ogni volta che la famiglia Hendrix e la Sony abbiano “grattato il fondo del barile”, e questo era avvenuto ad esempio con “Valleys of Neptune” pubblicato nel 2010 che conteneva brani registrati in studio in gran parte nel ’69 e che avrebbero dovuto – il condizionale è d’obbligo – far parte di un quarto album. Chissà. Qualche mese fa la Antahkarana Record ha dato alle stampe un vinile contenente parte dei concerti de “New York Pop Festival” e di un concerto all’Isola di Randall del 17 luglio del ’70, quindi il suddetto barile contiene, sul fondo, ancora qualcosa.

Detto questo va anche precisato subito che anche questo “Both Sides of the Sky”, che presenta registrazioni in studio tra il maggio ’68 ed il settembre del ’70, non contiene niente di assolutamente memorabile o irrinunciabile, pur tuttavia trattandosi del chitarrista di Seattle vi sono al suo interno alcune chicche interessanti e anche pregevoli: due brani con Steve Stills all’Hammond (“$ 20 Dollars Fine” dello stesso Stills e “Woodstock” di Joni Mitchell con Hendrix al basso elettrico), uno (“Things I used to do” di Eddie Jones) con il texano Johnny Winter, uno slow blues con il cantante sassofonista Lonnie Youngblood ed una bella versione di Mannish Boy di Muddy Waters, eseguita con un tempo diverso dall’originale che apre il disco.

Fra un paio di anni sarà il cinquantesimo della dipartita di Hendrix, e non oso immaginare che cosa stiano preparando alla Sony ………….. magari tutta la session con Stills, visto e considerato che Hendrix suonò uno strepitoso assolo in “Old Times Good Times”, un brano del suo disco di esordio.

 

MORA & BRONSKI “50 / 50”

MORA & BRONSKI “50 / 50”

MORA & BRONSKI “50 / 50”

A – Z BLUES RECORDS, CD, 2018

di Alessandro Nobis

Avevo già tessuto lodi piuttosto incondizionate del loro secondo lavoro, specificatamente dei brani originali scritti, arrangiati e suonati da Fabio Mora (a.k.a. “Mora”) ed il suo pard Fabio Ferraboschi (a.k.a. “ Bronski”) (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/11/mora-bronski-2/) ed ora che da qualche giorno ascolto e riascolto questo loro terzo lavoro “50 / 50” noto con gran soddisfazione che il percorso prosegue nella direzione intrapresa approfondendo in modo ancor maggiore lo sforzo compositivo (qui ci sono ben otto brani di composizione) ed ospitando “cammei” di “signori” musicisti come Aldo Zenzeni, Max Lazzarini e Stephanie Ghizzoni, Lorenz Zadro, Deborah Kooperman, Fabrizio Poggi e Pietro Marcotti. La ballad “Appuntamento al buio”, la conclusiva “Vudumanti”, “Anarcos” con la slide di Bronski e “Carezze all’Ossigeno” sono i quattro brani che vi voglio segnalare, tra gli originali, con testi in italiano e “americana”, un abbinamento difficile, guardato spesso con sospetto ma non impossibile come dimostrano ancora una volta i due protagonisti di questo ottimo “50 / 50”.MORA-BRONSKI-50-50-e1522407971395.jpg

Mora & Bronski non sono certo strumentisti alle prime armi, qui sfoderano tutto la loro tecnica, la loro esperienza e la loro intelligenza nel “rivestire” brani che fanno parte del patrimonio della musica americana (“Keep it to yourself” o “The Fat Man” tra gli altri) ma anche “Non Potho Reposare”, ormai uno standard della musica sarda che diventa una ballata di confine, con arrangiamenti sempre indovinati e rispettosi della storia e dei musicisti che li hanno composti; occhio ragazzi che Woody Guthrie, Doris Leon Menard, Sonny Boy, Robert Lee Burnside e Fats Domino vi tengono d’occhio.

Fino a qui, loro mi hanno sussurrato, tutto bene. Avanti così.