SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

ABC DUNHILL Records. LP, 1970

di alessandro nobis

The grass is greener” ovvero “una copertina per due dischi” verrebbe da dire per il terzo album pubblicato per il mercato americano nel 1970 diventato già nel ’70 oggetto di collezionismo in Europa, dove pochissimi ebbero l’occasione di acquistarlo sul mercato d’importazione come si chiamava mezzo secolo fa (personalmente, questa versione non l’ho mai vista!). Altri gruppi dell’epoca come i Van Der Graaf Generator o i Gentle Giant pubblicarono dischi con copertine diverse (“H to He Who am The Only One” e “Octopus” rispettivamente)  ma i Colosseum seppero fare di meglio utilizzando la copertina del precedente “Valentyne Suite” virandola leggermente al blue e cambiandone anche il font delle scritte; giusto quel poco per farne un rompicapo capace di far dannare i non pochi fans dell’epoca (ora si chiamerebbero followers) della straordinaria band di John Hiseman & C; band che seppe mescolare con equilibrio ed eleganza il blues elettrico, il rock ed il jazz ma che fu erroneamente spesso collegata alla corrente che molti chiamano “progressive”, un termine a mio avviso senza alcun significato tanto meno se accostato al suono dei Colosseum.

Ma andiamo con ordine: l’unico brano che hanno in comune i due album è “Elegy”, mentre altri tre (“Betty’s Blues”, “The Machine Demands a Sacrifice” aperta dal flauto di H.S. e dal basso di Tony Reeves e lo splendido brano eponimo introdotto dai sassofoni, con un bel solo di basso ed una davvero notevole parte di chitarra) presentano una versione differente rispetto a “Valentyne Suite” con il chitarrista Clem Clempson anche come voce solista in sostituzione di Litherland che nel frattempo aveva lasciato il gruppo diventando quindi una chicca preziosa per gli appassionati dei Colosseum visto il suono più legato al blues elettrico di Clempson che caratterizzerà l’ultima fase di vita della band. Il nuovo missaggio risale al ’69 durante il quale vennero registrati anche i quattro brani inediti: due diventarono cavalli di battaglia dei concerti, e mi riferisco in particolare al blues scritto da Jack Bruce e Pete Brown “Rope Ladder to the Moon” con un bell’arrangiamento per la marimba ed a “Lost Angeles” scritta a quattro mani da Greenslade ed Heckstall – Smith, una versione che in questo lavoro ha la durata di cinque minuti e mezzo ma che nelle esibizioni dal vivo supera il quarto d’ora grazie all’immaginifica introduzione dell’Hammond di Dave Greenslade. Gli altri due brani inediti sono un arrangiamento del “Bolero” di Maurice Ravel (personalmente lo ritengo il brano più debole, non mi sono mai piaciuti gli arrangiamenti rock di brani classici, lo devo dire) ed una bella composizione di Mike Taylor e Dave Tolin, “Jumpin’ Off the Sun” introdotta dalle campane tubolari di Hiseman e con significativo assolo di chitarra.

A fare un po’ d’ordine ci ha pensato nel 2002 la Sanctuary Records pubblicato un doppio CD che contiene sia “Valentyne Suite” che “The Grass is Greener” con due inediti (“Arthur’s Moustache” e “Lost Angeles” provenienti dalla trasmissione Top Gear re mandati in onda il 22 novembre del 1969.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

Voiceprint Records. CD, 2018

di alessandro nobis

Anche se qui non c’è il “Dream Team” al completo del leggendario doppio ellepì live del ‘71 (qui il chitarrista Clem Clempson è la voce solista, Chris Farlowe entrerà nella band pochi mesi dopo questo tour europeo), l’energia di John Hiseman e compagni è ai livelli più alti, le versioni dal vivo dei brani lasciamo ampio margine di libertà all’indiscussa classe del quintetto che nei pochissimi anni di vita ha saputo disegnare un percorso che partendo dalle idee di Graham Bond si è arricchito soprattutto nella dimensione live di un rock poderoso con le radici nel British Blues ed i rami più lunghi verso atmosfere più raffinate e colte con aperture anche al jazz che in quegli anni in Inghilterra viveva momenti di straordinaria creatività.

Questo CD della Voiceprint restituisce il set dei Colosseum alla prima edizione del festival finnico di Ruisrock (vi parteciparono tra gli altri gruppi locali anche i Family) con un repertorio che include alcuni dei loro brani più significativi come “Walking in the Park”scritta da Graham Bond che chiude il disco, i due tratti da “The Grass is Greener” versione americana di Valentyne Suite ovvero “Rope Ladder to the Moon” e “Lost Angeles”. La prima con un brillante solo di Heckstall-Smith con due sax (lo stile di Roland Kirk, suo idolo) la seconda introdotta dal vibrafono di Dave Greenslade e con la chitarra di Clem Clempson in gran spolvero supportato dal basso di Mark Clarke, e il lungo assolo al cambio di tempo la dice lunga su quanto questo chitarrista sia stato sottostimato; intriso di blues e di jazz il solo di Greenslade all’organo hammond e straordinario per la poliritmia e l’energia quello di John Hiseman in “The Machine Demands a Sacrifice”, una delle parti di “Valentyne Suite” tratta dall’omonimo album dei Colosseum, senz’altro quello più conosciuto.

Registrazione più che accettabile, di questo album ne esiste anche una stampa curata dalla Tiger Bay Records.

Disco interessante, fa capire l’evoluzione che avrà la band con l’ingresso di Chris Farlowe che lascerà un maggiore e più adeguato spazio a Clempson ed alla sua chitarra.

ROBERTO MENABO’ “The Mountain Sessions: blues & guitar excursions”

ROBERTO MENABO’ “The Mountain Sessions: blues & guitar excursions”

ROBERTO MENABO’ “The Mountain Sessions: blues & guitar excursions”

Autoproduzione. CD, 2021

di alessandro nobis

Quanti sono i musicisti blues che non sono mai stati registrati da Lomax & Co. e sono rimasti per tutta la loro vita nelle campagne, nelle galere e nei miseri quartieri periferici delle città americane? Probabilmente moltissimi. Parecchi altri invece per nostra fortuna hanno lasciato qualche testimonianza su polverosi e gracchianti 78giri, e pochissimi quelli che hanno raggiunto la notorietà per avere registrato brani poi portati alla celebrità da musicisti bianchi e ancora meno quelli che ad un certo punto della loro carriera hanno avuto la fortuna di essere “scovati” nelle loro case ed essere apprezzare dal grande pubblico di appassionati del blues e soprattutto del rock. Ecco, uno dei pregi del lavoro di Roberto Menabò è senz’altro quello di far apprezzare anche al pubblico dei non addetti ai lavori i bluesmen, e le blueswomen, più sconosciuti e sorprendenti attraverso libri e dischi come quest’ultimo suo “The Mountain Session” registrato nella pace della sua casa sull’Appennino Emiliano, un prezioso lavoro dal valore quindi anche didattico che presenta parecchi brani originali e profonde tracce della sua passione per la “chitarra primitiva”, stile letteralmente inventato dall’incredibile John Fahey. Scopriamo gli (a me) sconosciuti Buddy Boy Hawkins e Clif Carlisle ad esempio con le loro “Shaggy Dog Blues” e “Tom Cat Blues” che apre il disco con uno splendido lavoro di sovraincisione della chitarra slide e riscopriamo uno dei monumenti del blues acustico, il Mississippi John Hurt di “Ain’t No Telling” vicino a Jimmy Tarlton, bluesman bianco scomparso nel ’79 ma che ha lasciato un pugno di capolavori su 78 giri tra i quali “Columbus Stockade Blues” registrata nel ’27 con  Tom Dary e qui letteralmente “riportata” in vita dalla chitarra e dalla voce di Menabò. Ma, soprattutto, in questo “The Mountain Session” ci sono le scritture originali, certamente ispirate dal Takoma Sound ma che colgono aspetti del paesaggio appenninico e dei suoi protagonisti come il ritmo della locomotiva sui binari in “Il Settebello sulla Direttissima” (il leggendario treno rapido Bologna – Firenze), l’omaggio alla chitarra primitiva di John Fahey in “A casa di Simone ragionando di Primitive Guitar” che onestamente sembra un ritrovamento nell’archivio Takoma o ancora – a mi fermo qui – “L’ultima Littorina”, dedicato a questo epico treno diesel che ha segnato letteralmente un’epoca per i ferrovieri ma anche per i viaggiatori.

Disco davvero notevole, Roberto Menabò conferma ancora una volta la sua passione e la sua profonda conoscenza della storia della musica del diavolo che magnificamente adatta per esplorare la sua terra e per raccontarcela.

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

RCA Records. lp, 1970

di alessandro nobis

Ci sono dischi che segnano il tuo percorso musicale deviandolo verso altre direzioni spesso inaspettate e questo primo disco degli Hot Tuna è stato per me – assieme a “Oh so good’n blues” di Taj Mahal – un punto di ripartenza dopo averli ascoltati entrambi, un pomeriggio d’inverno, a casa di un amico. Vero, avevamo quindici anni, ma la curiosità era già tanta verso la musica americana, soprattutto acustica, soprattutto se intrisa del blues più arcaico: altro non ci interessava, la chitarra di Jorma Kaukonen e per me l’irraggiungibile funambolico basso elettrico di Jack Casady erano ad un livello stratosferico, e la musica del “Tonno Caldo” da quel giorno non l’ho più abbandonata. Ero già un fan dei Jefferson Airplane, ed i blues proposti da Kaukonen erano i brani da me preferiti ma qui il repertorio era acustico, un omaggio a quelli che poi avrei scoperto essere alcuni dei monumenti del blues acustico: Reverend Gary Davis (“Death Don’t Have no Mercy” e “Oh Lord, Search my Heart”), Leroy Carr (“How Long Blues”) ma anche Jelly Roll Morton (“Dont’ you Leave me here”) musicisti dei quali avrei approfondito la conoscenza più tardi, e da questo ellepì a “Traditional Blues” di Brownie McGhee il passo fu più che breve.

Registrato tra il 16 ed il 24 settembre del 1969 a Berlekey alla New Orleans House, rappresenta l’esordio appunto degli Hot Tuna, costola degli Airplane come per poco tempo lo furono i New Riders of the Purple Sage per i Grateful Dead, una costola blues i cui semi sono sparsi in tutte le registrazioni in studio, ben distinti dalle composizioni di Paul Kantner, Marty Balin e Grace Slick naturalmente.

Kaukonen e Casady naturalmente, ma anche la splendida armonica a bocca di Will Scarlett che con i suoi puntuali interventi danno un determinante segno di originalità al suono, e gli arrangiamenti proposti dai tre sono splendidi (“Uncle Sam Blues”), con il basso di Casady che duetta con la chitarra e offre una chiara visione del valore del musicista soprattutto nelle composizioni originali come “Mann’s Fate” e “New Song”.

Nel 1996 venne pubblicata una ricca versione del disco con ben cinque inediti tra i quali un bellissimo “Know You Rider” e “Keep your Lamps Trimmed and Burning”, sempre del Reverendo; nel 2010, a cura della Sony nella collana “Collector’s Choice Music” vene pubblicato altro materiale proveniente dagli stessi concerti con il titolo “Live at New Orleans House Berkeley California 09/69”.

IL BLUES RACCONTA LA PIENA DEL ‘27

IL BLUES RACCONTA LA PIENA DEL ‘27

IL BLUES RACCONTA LA PIENA DEL ‘27

di alessandro nobis

Nell’aprile del 1927 il “Padre delle Acque”, il fiume Mississippi, esondò dal suo alveo provocando la più grande inondazione della pianura americana che a memoria d’uomo si ricordasse. Tutto ebbe inizio con un inverno particolarmente piovoso che aumentò la portata del fiume in modo eccezionale ed il 16 del mese di aprile in Illinois, ben lontano dal Golfo del Messico, il primo argine si dovette arrendere alla potenza del fiume.

Più di 60.000 km2(ovvero 3 volte la superficie della regione Veneto o 6 volte quella della Calabria) vennero sommersi dalle acque, centinaia di migliaia di persone dovettero trasferirsi altrove e 250 persero la vita. Cinque giorni più tardi, a Mounds Landing nello stato del Mississippi esondò definitivamente e nelle settimane successive tutto il sistema fluviale collassò ovunque; l’acqua in alcuni punti raggiunse l’altezza di 9 metri. Dovettero passare due mesi perché l’acqua rientrasse nell’alveo originale e le autorità vennero fortemente criticate per avere aiutato maggiormente la popolazione bianca rispetto a quella afroamericana nelle operazioni di salvataggio e di soccorso. Migliaia di braccianti agricoli, naturalmente afroamericani, furono costretti a lavorare in condizioni pessime cercando di alzare gli argini vicino a Greenville, Mississippi e quando le acque si alzarono vennero lasciati senza cibo e acqua potabile mentre le donne ed i bambini caucasici vennero tratti in salvo e trasportati in luoghi sicuri. Le cronache dell’apoca riportarono che almeno un afroamericano venne ucciso per essersi rifiutato di lavorare in quelle condizioni.

Naturalmente una calamità naturale di così ampia portata ebbe delle conseguenze sulla vita delle persone e sulla stria economico-sociale degli Stati Uniti; si innescò una grande migrazione degli afroamericani dagli Stati del sud verso quelli del Nord soprattutto verso le grandi aree urbane. Un fenomeno che si ripetè non molti anni dopo in occasione della siccità negli Stati Centrali che indusse masse di agricoltori e piccoli proprietari terrieri ad emigrare soprattutto verso la California.

Questo disastro fu raccontato sì dai giornali e dalle radio, ma anche da numerosi musicisti che direttamente o indirettamente furono coinvolti; e considerate le aree distrutte dalle acque, diversi i musicisti composero folk-songs con l’idioma del blues in relazione all’accaduto. Dico folk-songs perché ritengo personalmente – ma so di non essere l’unico – che una canzone “è” una “folksong” se racconta una storia sia essa in relazione allo stesso autore o ad altre persone, ed anche di accadimenti come quello di cui sto scrivendo. Qui di seguito indico sette autori che ne scrissero canzoni incise su preziosi 78giri, in quegli anni ma anche più recentemente, come Randy Newman. Fu così che, come i cosiddetti “fogli volanti” europei che contribuivano nell’Ottocento a diffondere le notizie alla maggioranza della popolazione non scolarizzata, i 78giri ebbero la stessa funzione oltreoceano, considerato che le radio a quel tempo non trasmettevano i “Race Records.”

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ROBERT HICKS a.k.a. BARBECUE BOB (1902 – 1931) “Mississippi Heavy Water Blues” giugno 1927. Di Walnut Grove, Georgia, Robert Hicks si trasferì giovanissimo ad Atlanta dove imparò la tecnica della chitarra a 12 corde. E’ considerato uno principali esponenti del “piedmont blues”; nel testo fa riferimento naturalmente all’alluvione ma anche alla perdita della madre e della sua ragazza, portata via dal fiume.

Nothing but muddy water, as far as I could see

I need some sweet mama, come shake that thing with me

That’s why im crying Mississippi heavy water blues

Listen here you men, one more thing I’d like to say

Ain’t no womens out here, for they all got washed away

That’s why im crying Mississippi heavy water blues

Lord, Lord, Lord

Mississippi shakin’

Louisiana sinkin’

The whole towns a shrinkin’

Robert Hicks is Singin’

That’s why im crying Mississippi heavy water blues

LIZZIE DOUGLAS (a.k.a.) MEMPHIS MINNIE & KANSAS JOE McCOY “When the Levee Breaks”.

Il 18 giugno del 1929 Memphis Minnie e Kansas Joe McCoy registrano la loro prima session per Columbia, a Noew York. Qui la voce è di McCoy che accompagna anche con la chitarra Memphis Minnie, ottima strumentista e caratterizzata dallo stile finger-picking.

Robert Plant dei LED ZEPPELIN ne modificò leggermente il testo, Jimmy Page scrisse un nuovo riff di chitarra e John Bonham marchiò il brano con il suo inimitabile e possente drumming; gli Zeppelin inserirono il brano nel loro quarto ellepì pubblicato nel 1971, citando l’autrice accanto ai loro nomi. E’ questo uno dei brani meno eseguito dalla band inglese dal vivo.

CHARLEY PATTON “High Water Everywhere” dicembre 1929, Grafton, Wisconsin.

Tra tutti gli autori che cito qui Charlie Patton probabilmente fu l’unico testimone diretto della piena, ed anche vittima. Interpreta questo suo brano, inciso per la Paramount, con grande passione, con il coinvolgimento personale, cantando il testo come se fosse un sermone raccontando la sofferenza particolare degli afroamericani, già ridotti allo stremo e ancora privati dei diritti civili. Ne registra due versioni e descrive l’abbandono delle terre, delle case, delle persone costrette ad emigrare lasciando i loro pochi averi (“Non riuscivo a vedere nessuno, e non c’era nessuno che doveva essere trovato”)

“The back water done rolled lord, and tumbled, drove me down the line
The back water done rolled and tumbled, drove poor Charley down the line
Lord, i’ll tell the world the water done struck Drew’s town

Lord the whole round country, lord creek water is overflowed
Lord the whole round country, man, is overflowed
(spoken: you know, i can’t stay here, i’m bound to go where it’s high boy.)
I would go to the hill country, but they got me barred”

ELDERS McINTORSH & EDWARDS’ SANCTIFIED SINGERS. “The Flood of 1927” 4 dicembre 1928.

La tradizione del canto religioso era molto ricca e forte a Memphis e del Mississippi settentrionale quando McIntorsh ed Edwards entrarono nello studio. La performance è molto ispirata, rinforzata dalla partecipazione della congregazione che rafforza e puntualizza il ritornello di McIntorsh.

He pured out his flood upon the land

H sent a flood through the land

And it killed both Beast and man.

BEULAH BELLE THOMAS (1898 – 1986) a.k.a. “SIPPIE WALLACE”. “The Flood Blues”

Sippie Wallace era nata nella Jefferson County, in Arkansas, uno degli stati più devastati dalla piena. Frequentatrice più degli ambienti jazz che blues (lavorò anche con Johnny Doods, Sidney Bechet e King Oliver tra gli altri), registrò oltre 40 brani per la Okeh Records e tra questi, il 5 giugno del 1927, “The Flood Blues” in compagnia di Louis Armstrong (cornetta), del fratello Hersal Thomas al pianoforte, di un clarinettista e di un chitarrista sconosciuti. Negli anni Trenta divenne organista di chiesa e direttrice di cori su a Detroit.

BESSIE SMITH & JAMES P. JOHNSON “Preaching the blues” e “Backwater Blues”, 17 febbraio 1927.

Bessie Smith registrò questi due brani il 17 del 1927, brani che vennero messi sul mercato nei giorni della piena, nell’estate del ‘27; le due incisioni, fatte con il grande pianista James P.Johnson, riguardano però la piena della primavera dell’anno precedente, ovvero quella del 1926.

Anche un grande autore come Randy Newman scrisse un bellissimo brano su questa tragedia: nonostante non sia proprio un songwriter legato al blues, ho ritenuto opportuno citarlo. Qui è nella veste di “storyteller”, che racconta la vicenda 50 anni dopo.

RANDY NEWMAN “Louisiana 1927”.

Randy Newman registrò “Louisiana 1927” per l’album “Good Old Boys”, pubblicato nel 1974, un chiaro segno di quanto fosse forte il ricordo di quella tragedia.

Qui Newman narra della gente, della piena, delle inondazioni, degli abitanti di Plaquemines che per cercare di salvare New Orleans fecero saltare con la dinamite l’argine del fiume con il risultato di far sommergere la cittadina e causando enormi danni all’agricoltura.

Some people got lost in the flood
Some people got away alright
The river have busted through, clear down to Plaque mines
Six feet of water in the streets of Evangeline

RADOSLAV LORKOVIC registrò una versione in studio per l’album “The Po the Mississippi” del 2018 e due live del brano per gli album “Live from Castello Scaligero di Malcesine” del 1997 e per “Homer: a piano Odyssey” del 2013.

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

Stampato in proprio. Volume pagg. 207, 2019. € 12,00

di alessandro nobis

MENABO'.jpgVi assicuro che una delle cose più divertenti da fare se amate la musica, di qualsiasi genere, è senz’altro quella di mettersi a cercare gli autori e gli interpreti più sconosciuti, quelli che hanno lasciato poche tracce sia dal punto di vista discografico – magari entrando nella storia lo stesso – sia dal punto di vista umano. Ci vuole pazienza, dedizione, capacità di scrittura ed in molti casi si lavora come l’archeologo che ricostruisce vasi antichi partendo da pochi frammenti; alcuni lasciano scientemente grigie le parti mancanti, altri le riempiono calibrando la fantasia con la realtà rappresentata dai frammenti ritrovati.

Per il blues ad esempio, c’è Roberto Menabò che con la sua consueta capacità descrittiva sapientemente mescola il reale con il quasi-reale ci ha regalato in passato “Mesdames a 78 giri” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/27/roberto-menabo-mesdames-a-78-giri-storie-di-donne-che-hanno-cantato-il-blues/)e da qualche mese ha pubblicato quest’altrettanto interessante antologia – rigorosamente autoprodotta –  che racconta le gesta di autori celebri “caucasici” all’epoca della depressione dimenticati, vicino ad altri che invece sono rimasti nella storia. Tutti come dice Menabò nella quarta di copertina “suonavano dell’ottimo ed intenso blues” ed “erano musicisti bianchi della zona degli Appalachi che mescolavano l’idioma afroamericano con la cultura popolare bianca rendendo così il blues interessante ed intrigante”.

Ecco che vicino ad Uncle Dave Macon, a Frank Hutchinson, ed alla storia di Giuseppe “Joe” Venuti e Salvatore Massaro – Eddie Lang conoscerete altre vicende, altre personalità, altri autori come il minatore del West Virgina Harry Franklin “Dick” Justice o lo straordinario talento chitarristico del georgiano Jimmie Tarlton; insomma come “Mesdames a 78 giri” questa nuova antologia di Roberto Menabò – chitarrista sopraffino, divulgatore e ricercatore “blues” racconta l’altro blues, quello delle microstorie personali, quello di cui è rimasta poca memoria se non in qualche gracchiante 78giri o su qualche lapide in cimiteri nascosti chissà dove.

Se amate il blues, se siete curiosi, se vi volete “impicciare” delle vite di questi eroi della musica, questo di Menabò è il libro che fa per voi.

GOSPEL BOOK REVISITED “Morning Songs & Midnight Lullabies”

GOSPEL BOOK REVISITED “Morning Songs & Midnight Lullabies”

GOSPEL BOOK REVISITED “Morning Songs & Midnight Lullabies”

Autoproduzione. CD, 2019

di alessandro nobis

Per Camilla Maina, Umberto Poli, Gianfranco Nasso e Samuel Napoli questo “Morning Songs & Midnight Lullabies” è il terzo e ancora una volta ottimo lavoro dopo “Won’t you Keep Me wild” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/18/gospel-book-revisited-wont-you-keep-me-wild/) e “Stay Wild” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/03/gospel-book-revisited-stay-wild-live-on-tour-2017-2018/). Il progetto come già detto in altre occasioni è convincente davvero, ancor più in questo nuovo lavoro completamente scritto dal quartetto che conferma una particolare attenzione ai suoni ed agli arrangiamenti: chiaramente ispirata dallo sterminato mondo degli idiomi provenienti da oltreoceano dal quale hanno saputo estrarre ed assimilare i caratteri distintivi, la musica dei “Gospel” non è mai però autoreferenziale o calligrafica anzi, ha sviluppato uno stile originale capace con riferimenti vocali e strumentali in modo del tutto personale. gospel 2La pacatezza della ballad “The Key” che si sviluppa partendo dall’intro della voce di Camilla Maina e con le puntuali linee di contrabbasso, la splendida slide che apre “Fireflies and butterflies” che ci porta nelle assolate pianure del Mississippi (o del Po) e che duetta con la voce solista, l’arcigna “Tall tree” che apre il disco e con un significativo solo di chitarra, la bellissima quanto delicata ninna nanna che lo chiude (“Dreamtime Lullaby”): la suadente voce, la viola suonata dalla stessa Maina, le delicate percussioni.

Come detto un altro brillante lavoro che mi auguro abbia una distribuzione e promozione nel nostro Paese ed anche all’estero dove a mio modesto parere troverebbe senz’altro positivi riscontri. E qui il supporto di A-Z blues e di Blues Made in Italy sarà fondamentale ………

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

(602) LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chamaleon”.

VREC RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Lorenz Zadro è un missionario. A Lorenz Zadro è stato affidato il compito di promuovere, studiare, divulgare e naturalmente suonare la “musica del diavolo”, il blues e lo fa egregiamente organizzando “Blues Ma de in Italy” a Cereca (Vr), uno dei più quotati festival a livello europeo, scrivendo libri, articoli e naturalmente frequentando innumerevoli bluesmen alcuni dei quali in seguito lo hanno “convocato” per partecipare a concerti o a registrazioni in studio.

Questo suo “Blues Chameleon” pubblicato nei primi di gennaio 2020 dalla Vrec raccoglie alcuni frutti delle sue collaborazioni a partire dal 2000 fino al ’19, diciotto tracce che mettono anche in evidenza la sua “camaleonticità” nell’affrontare il blues nelle sue più diverse declinazioni.

Qui ce n’è veramente per tutti i gusti, dalle riletture di J. B. Lenoir ad opera di Ciosi e di Robert Johnson (“Crossroads” e “Ramblin’ and Tumblin” rispettivamente interpretate da Eddie Wilson) agli originali del chitarrista e compositore veronese fino a due inediti in compagnia di Leo Bud Welch (ottima la rilettura di “Baby Please Don’t Go”.

A questo punto faccio faticosamente le mie scelte e quoto tra tutti i brani registrati in compagnia della premiata ditta Mora & Bronski: “Aces of Spades” e “Mannish Boy” tratti dal loro magnifico secondo album (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/11/mora-bronski-2/)e la coppia “Anarcos” / “Appuntamento al Buio” tratti da 50/50 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/04/14/mora-bronski-50-50/)e per finire la coppia di brani di Manuel Tavoni, “You already know it” (inedito, registrata in studio per questo lavoro) e “Talkin’ about the blues” tratto dall’ottimo “Back to the essence” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/27/manuel-tavoni-back-to-the-essence/).

Un bel dischetto che fa il punto della carriera di Zadro, con una copertina quasi post-futurista di Federico Rossini che rappresenta un valore aggiunto di questo “Blues Chameleon”, gustoso antipasto per questo 2020 spero ricco di musica di qualità come questa; ma a questo punto Lorenz Zadro deve servire il piatto principale ………………

01 – WHO LOOKS FOR SOMETHING | with Ciosi Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto da “The Big Sound” (2018)

02 – MY GRANDFATHER | with Ciosi
Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto dal suo album “The Big Sound” (2018)

03 – ALABAMA BLUES | with Ciosi Brano scritto da J.B. Lenoir; estratto dall’album “The Big Sound” (2018) di Ciosi

04 – CROSSROADS | with Eddie Wilson. DiRobert Johnson; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

05 – LIZA’S EYES BLUES | with Eddie Wilson
Di Lorenz Zadro; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

06 – ROLLIN’ AND TUMBLIN’ | with Eddie Wilson
Di Robert Johnson;dall’album “Lost in The Blues” di L. Zadro & Eddie Wilson (2009)

07 – BABY PLEASE DON’T GO | with Leo “Bud” Welch
Brano scritto da Big Joe Williams; *** INEDITO ***

08 – ME & MY LORD | with Leo “Bud” Welch
Traditional; *** INEDITO

09 – I’M TALKIN’ ABOUT THE BLUES | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; da “Back To The Essence” (2017)

10 – YOU ALREADY KNOW IT | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; registrato nel 2019 *** INEDITO ***

11 – ACE OF SPADES | with Mora & Bronski
Brano scritto da Lemmy Kilmister / Motorhead; dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

12 – ANARCOS | with Mora & Bronski
Brano scritto da Fabio Ferraboschi; estratto dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

13 – APPUNTAMENTO AL BUIO | with Mora & Bronskidi  Fabio Ferraboschi;dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

14 – MANNISH BOY | with Mora & Bronski:
di Bo Diddley; estratto dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

15 – I JUST GO | with Rowland Jones Di Bozz Scaggs; estratto dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

16 – GET UP, GET DOWN! | with Sarasota Slim
di Sarasota Slim; dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

17 – THE BRIDGE | with The True Blues Band
Di L. Zadro e Valter Consalvi;dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

18 – SESSOBARRAAMORE | with Simone Laurino. di Simone Laurino; “Festival Show” di Radio Birikina e Bella & Monella (2016)

 

GOSPEL BOOK REVISITED “STAY WILD. LIVE ON TOUR 2017 2018”

GOSPEL BOOK REVISITED “STAY WILD. LIVE ON TOUR 2017 2018”

GOSPEL BOOK REVISITED

“STAY WILD. LIVE ON TOUR 2017 2018”

ULTRA SOUND Records. CD, 2018

di alessandro nobis

I trenta minuti di questo “Stay Wild” sono un esempio di come si possa suonare del blues elettrico senza cadere nell’autoreferenzialità e nella ripetizione calligrafica di questo genere musicale che già per conto suo è schematizzato, quasi blindato da regole ferree. Già mi aveva fatto saltare dalla sedia il precedente lavoro (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/18/gospel-book-revisited-wont-you-keep-me-wild/), ma questo live dimostra come sia aggressivo, quadrato, senza fronzoli ed allo stesso tempo ricercato e ricco di riferimenti il suono dei quattro che compongono i “Gospel Book Revisited”, ovvero Camilla Maina (voce), Umberto Poli (chitarra), Gianfranco nasso (basso) e Samuel napoli (batteria).

La band torinese attraversa il tempo e lo spazio senza fare tanti complimenti e con gran coraggio affianca in modo direi superbo lo spiritual, il blues dei “padri fondatori” fino ad arrivare a toccare i derivati del cosiddetto movimento del “British Blues” e, va sottolineato con forza, propongono composizioni originali che si innestano senza alcun attrito nella scaletta. “Roll Jordan Roll” (proveniente dalla raccolta Roud al numero 6697) che apre il disco rispettosamente e filologicamente  eseguito  da Camilla Maina ci riporta alle origini della musica afroamericana, il brano di Leo “Bud” Welch “I don’t Know My Name” è eseguito con una veste credibilmente “rock” e nel quale spicca un bel solo di Umberto Poli, “When the Levee Breaks” con l’inserto del gospel “John the Revelator” è il brano che non t’aspetti ma che viene presentato in una veste che pur rispettando in pieno la scrittura di Page e Plant dà la misura della qualità del lavoro che questo quartetto torinese propone. E poi ci sono gli originali, su tutti la ballad “Mary and the Fool”, davvero una notevole ed ispirata esecuzione.

Peccato che il concerto non sia stato proposto in modo integrale, chissà …….