DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

Columbia Records. LP 1971

di alessandro nobis

Gran chitarrista e ottimo compositore, David Bromberg ha sempre saputo stare in perfetto equilibrio tra la tradizione acustica e l’elettrificazione della musica americana, ed è per questo che ho sempre seguito e grandemente apprezzato la sua cinquantennale carriera nella quale ha registrato alcuni dischi che modestamente considero dei capisaldi di “Americana” (questo disco d’esordio, “Wanted Dead or Alive“, “Demon in Disguise” o il doppio live “How late’ll ya play ‘til” e ancora “Try me one more time” eccetera eccetera ….).

Naturalmente qui spiccano i due brani dove Bromberg suona con l’amico Norman Blake (e la foto nell’inserto la dice lunga sul rapporto tra i due), ovvero quelli registrati a Nashville: “The Boggy Road To Milledgeville (Arkansas Traveler)“, due chitarre (e che chitarre!) con il contrabbasso di Randy Scruggs per uno dei brani pià amati da Blake & C. e soprattutto “Lonesome Dave’s Lovesick Blues #3” con una sorta di Dream Team che prevede John Hartford al banjo, Norman Blake alla chitarra, Randy Scruggs al contrabbasso, Richard Grando al sassofono (e la presenza del sax in questo brano indica in modo chiarissimo l’idea di Bromberg ovvero quella di uscire dall’ortodossia di certo folk americano per cercare un nuovo suono, idea che si capisce anche dai musicisti scelti), Vassar Clements al violino e Tut Taylor al dobro.

Il “resto” è grande musica, dai brani originali registrati con la band elettrica come “Suffer To Sing The Blues” con l’armonica di Will Scarlett (lo ricordo ai tempi dei primi Hot Tuna) o acustici come “Pine Tree Woman” con Steve Burgh al basso o ancora i tradizionali “Mississippi Blues” (registrata anche nel 1940 da Blind Willie McTell) e “Dehlia” di Jimmie Gordon (che la registrò nel ’39).

Un disco d’esordio davvero interessante che ha aperto la carriera solista di Bromberg, carriera che prosegue ancora oggi più dal vivo che in studio; ho avuto la fortuna di apprezzare la sua musica in un paio di occasioni a Vicenza, grande emozione e grande comunicazione di questo musicista di Philadelphia, classe 1938. I due cammei di Norman Blake poi sono un vero e proprio valore aggiunto, mi domando se quelle session a Nashville sono ancora in qualche cassetto della Columbia: perchè non pubblicarle?

JOHN HENRY DEIGHTON (a.k.a. CHRIS FARLOWE) & THE THUNDERBIRDS

JOHN HENRY DEIGHTON (a.k.a. CHRIS FARLOWE) & THE THUNDERBIRDS

Chris Farlowe & The Thunderbirds “Buzz With the Fuzz”

Decal Records. LP, 1987

di alessandro nobis

Narra la leggenda che John Henry Deighton, classe 1943, ad un certo punto della sua appena iniziata carriera si inventò un nuovo nome e cognome, il primo suggerito da un amico ed il secondo ispirato dal chitarrista jazz Tal Farlow: Chris Farlowe appunto come tutti noi lo conosciamo, il cantante dei Colosseum dal 1970 ai giorni nostri.

E prima della band di Jon Hiseman? Parte di questo “prima” è racchiuso in questo vinile edito dalla Decal nl 1987 e raccoglie le registrazioni effettuate per la EMI dal contante con i Thunderbirds nel 1963 e pubblicate come singoli fino al 1965; la voce è potente, “nera” quasi travolgente nelle sue interpretazioni e se Farlowe è ancora attivo un motivo ci sarà anche se naturalmente ad ottanta anni suonati non si può pretendere che la voce resti quella di un tempo, lui lo sa e la usa in modo intelligente a quanto raccontano i report tedeschi sui recenti concerti dei Colosseum.

Dai Thunderbirds sono transitati lasciando una traccia significativa musicisti del calibro di Nicky Hopkins, Dave Greelskade, Carl Palmer e Albert Lee, e da cantante di skiffle degli inizi il baricentro della musica di Farlowe si è gradatamente spostato verso il blues, il rock’n’roll,  al soul  fino al rock venato di jazz come lo era quello della band di Hiseman; “Reelin’N’Rocking” di Chuck Berry del ’62, le due versioni dello straordinario slow blues “Stormy Monday Blues” di T-Bone Walker del ’65 che porterà in eredità ai Colosseum, i blues di “What you gonna do” e “Hound Dog” di Big Mama Thornton (la sua versione è su “Ball and Chain) con gli assoli di Albert Lee sono solo alcuni dei 45 giri di questo notevole “Buzz with the Fuzz“, antologia importante dei Thunderbirds, gruppo sciolto nel ’68 per le scarse vendite discografiche, e soprattutto per conoscere le origini del cantante londinese che dal ’70, come detto, andò a completare quella sorte di “Dream Team” che furono (e sono ancora) i Colosseum.

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

di fabio oliosi e alessandro nobis

(scusate il titolo, ma “marziano” e “LEM” si prestavano ad un irresistibile gioco di parole).

A sentire i nostri coetanei ultrasessantenni appassionati “storici” di musica a domanda “sei stato al concerto di Gallagher al LEM” molti rispondono affermativamente salvo realizzare con il senno di poi che i presenti presunti supererebbero di gran lunga la capienza del locale, qualche centinaio di persone; e le “prove” della loro presenza? Beh quelle non ci sono naturalmente, tuttavia un paio di amici con i quali ci si frequentava ai tempi del Liceo Fracastoro andarono a quel concerto e le prove di ciò che scrivo sono le foto scattate (e che testimoniano anche il fatto che non sempre Gallagher indossava una delle sue famose camicie a quadri) e la bacchetta rotta che il batterista Wilger Campbell lanciò tra il pubblico e che uno dei due “Fabio” conserva ancora, almeno spero.

Quell’anno, il 1972, fu un anno importante per il bluesman di Ballyshannon perchè consacrò in modo definitivo la sua immensa caratura di musicista soprattutto nella dimensione live grazie ad una tourneè europea, con Gerry McAvoy al basso  e Wiler Campbell alla batteria, tra i mesi di febbraio e marzo e la conseguente pubblicazione di una delle sue opere più significative, quel “Live In Europe” che presenta brani tra i quali, magari, se ne nasconde qualcuno registrato a Verona. Vallo a sapere! Sognare non costa nulla anche perchè sulla copertina del disco non ci sono notizie al riguardo. Non chiedete della “scaletta” dei brani, a quindici anni le emozioni sovrastano tutto, dico solo che di sicuro quei due set domenicali diedero probabilmente una decisa “svolta” alla vita musicale di qualcuno dei presenti.

Il quotidiano locale “L’Arena” pubblicò due giorni prima a spese dell’organizzatore dell’evento due “moduli”, tutto qua, allora si usava così; aggiungo, per contestualizzare temporalmente l’evento che nei cinema veronesi si proiettava “Il Caso Mattei” di Franco Rosi, la versione integrale di “Conoscenza Carnale” con Candice Bergen e “Sacco e Vanzetti“.

Di seguito riporto un bel ricordo di uno dei due amici che andarono a quel concerto, quello pomeridiano, ricordo condiviso anche dal secondo Fabio, Fabio Bertelli. Io a quel concerto non ero presente, alla richiesta di andare, sebbene fosse una domenica pomeriggio, i miei rispesero con dei reiterati “non se ne parla nemmeno”. Che peccato!

“Nel febbraio del 1972 ho quindici anni. Sono tempi “scatenati” e ne combiniamo di tutti i colori, a scuola la mattina e col “cinquantino” nel pomeriggio. Il mio amico omonimo e compagno di scorribande mi propone di andare al LEM di San Martino Buon Albergo nel pomeriggio di domenica per un concerto di un chitarrista blues-rock famoso che io però non conosco. Beh, finora ho sbirciato solo un paio di numeri di Ciao 2001 e ascolto ogni tanto alla radio “Per voi giovani” ma Rory Gallagher non l’ho ancora “incrociato”. Il mio amico Fabio mi convince ad indossare, come lui, invece della solita maglietta, una canottiera rosa con una grande sigla “CEB” che lui ha dipinto.  Non ho mai saputo cosa volesse dire questa parola o questo acronimo, magari me lo dirà dopo aver letto queste righe, questo mio ricordo personale. Nella discoteca fa molto caldo e rimaniamo in jeans e canottiera “CEB”; magrini tutti e due, facciamo “tendenza” (o forse, impressione o “scaressa” in dialetto veronese) ma noi non lo sappiamo.  Sento che va bene così.  Sento che è solo ora che posso esprimermi in questo modo e lo faccio.

Ho con me una macchina fotografica Voigländer con un cubo-flash montato sopra, regalo di mio nonno Giorgio.

La musica è forte e magica. Rory sorprende e cattura il pubblico.

Consumo buona parte di un rullino da 36 foto.

Usciamo dal concerto carichi di energia e affascinati da quel suono che fa risuonare dentro di me sogni e voglia di trasgressione. (Fabio Oliosi)

Di Rory Gallagher esiste una bella biografia in italiano scritta da Fabio Rossi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/30/fabio-rossi-rory-gallagher/) della quale ne è stata pubblicata una seconda edizione da Chinaski Edizioni.

HOT TUNA “The Phosphorescent Rat”

HOT TUNA “The Phosphorescent Rat”

HOT TUNA “The Phosphorescent Rat”

Grunt Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Questo è uno dei miei favoriti album del Tonno Caldo vuoi per le belle composizioni di Kaukonen, per il suono elettro-acustico che caratterizza gli arrangiamenti ed anche per la sua grafica “a pallini” ripresa anche nella busta che contiene il vinile e sull’etichetta dove spunta la parola Grunt tra i pallini colorati. E’ anche il primo album dopo l’uscita di Casady e Kaukonen dai Jefferson Airplane che da lì a poco sarebbero diventati i Jefferson Starship arruolando il violinista Papa John Creach, con gli Hot Tuna in “Burgers” e “First Pull up Then Pull Down“; il trio presenta alla batteria ancora un volta il fedelissimo Sammy Piazza e rispetto ai precedenti lascia intravedere in alcuni brani (“Easy Now“) la tendenza della band di evolversi verso un suono ancora più elettrico che li distinguerà negli album seguenti come “American Choice” o “Yellow Fever”. Qui comunque il suono è ancora, come detto, un perfetto equilibrio tra l’acustico e l’elettrico, con indovinate e deliziose orchestrazioni curate dagli archi diretti da Tom Salisbury (“Corners Without Exits” e “Soliloquy for 2“) nella quale emergono anche le accurate sovraincisioni delle chitarre di Kaukonen, suono ancora legato cristallino fingerpicking degli strumentali “Seeweed Strut” e della rilettura del brano di Reverend Gary Davis “Sally, Where’d You Get Your Liquor From?” che chiude il disco ed anche questa fase degli Hot Tuna, fase riaperta comunque più avanti. Brani come “I see the light” sono rimasti fortunatamente nel repertorio degli Hot Tuna per decenni, a cominciare dal doppio live “Double Dose”, in “And Furthermore …”e nel secondo volume di “Live at Sweetwater”.

Grande disco, lo ascolto ancora spesso e sempre mi entusiasma.

HOT TUNA “Burgers”

HOT TUNA “Burgers”

HOT TUNA “Burgers”

Grunt Records FTR 1004. LP, CD, 1972

di alessandro nobis

Probabilmente gli Hot Tuna sono l’unica band che ha pubblicato il loro primo album in studio dopo due dischi dal vivo, e già questo dà la misura della cura che Kaukonen e Casady hanno riservato alla registrazione di Burgers, una delle più interessanti dell’intera discografia del gruppo che da costola degli Airplane ha saputo avere un’identità ben definita e sopravvivere di oltre quaranta anni alla band madre. Quest’anno è il cinquantesimo anniversario di Burgers e per festeggiare l’avvenimento alla Carnegie Hall si terrà il 22 aprile uno straordinario concerto dove la band eseguirà l’integrale dell’album pubblicato dalla Grunt Records e si festeggerà l’ottantesimo compleanno di quello che Bill Graham ebbe a definire “The Sex Symbol of Scandinavia”.

“Burgers” è un signor disco che pur mantenendo un forte legame con le radici del blues acustico contiene alcune delle più significative composizioni di Jorma Kaukonen alcune delle quali ancora in repertorio sebbene rinnovate negli arrangiamenti nelle esibizioni live oltreoceano, numerose e sempre sold-out. Blind Boy Fuller (“Keep on Truckin’” con la slide di Richard Talbott, autore di un album per la Grunt nello stesso anno, e le tastiere di Nick Buck), l’immancabile Gary Davis (“Let’s Together Right Down Here“), il padre spirituale della band e Julius Davis con la sua “99 Year Blues” la cui versione si può ascoltare nel monumentale cofanetto “Anthology of American Folk Music” curata da Harry Smith; ma da sottolineare sono, come dicevo, i brani originali tra i quali lo splendido “True Religion” un blues con il sempre puntuale violino di Papa John Creach – esemplare il suo assolo – ed il pianoforte di Nick Buck, una brano che si “elettrifica” man mano che si sviluppa, ed il solo di chitarra sovrainciso certifica la cura certosina degli arrangiamenti o la seguente “Highway Song” la cui parte vocale è impreziosita dall’intervento a supporto della voce di Kaukonen di David Crosby. Da ultimo voglio citare il mio brano preferito, lo strumentale “Water Song” con l’incipit della chitarra fingerpicking che fa contraltare all’elettrica e l’incisivo basso di Casady, sicuramente uno dei massimi bassisti in assoluto, ed anche probabilmente uno dei meno conosciuti.

Il suono del gruppo qui è molto solido ed equilibrato, il drumming di Sammy Piazza e le intricate linee di basso di Jack Casady formano una sezione ritmica di primissimo livello, sulla quale il violino e le chitarre sovraincise regalano uno dei più interessanti dischi prodotti dai musicisti della scena californiana di quegli anni.

Probably Hot Tuna are the only band that has released their first studio album after two live records, and this already gives the measure of the care that Kaukonen and Casady have reserved for the recording of Burgers, one of the most interesting of the whole discography of the band that from the rib of Airplane has been able to have a well-defined identity and survive the mother band for over forty years. This year is Burgers’ 50th anniversary and to celebrate the event at Carnegie Hall there will be an extraordinary concert on April 22nd where the band will perform the complete album released by Grunt Records and will celebrate the 80th birthday of the one who Bill Graham defined it as “The Sex Symbol of Scandinavia”.

“Burgers” is a disc that while maintaining a strong link with the roots of the acoustic blues contains some of the most significant compositions by Jorma Kaukonen some of which are still in the repertoire although renewed in the arrangements in the live performances overseas, numerous and always sold-out. Blind Boy Fuller (“Keep on Truckin’” with the slide by Richard Talbott, author of an album for Grunt in the same year, and the keyboards of Nick Buck), the inevitable Gary Davis (“Let’s Together Right Down Here“), the band’s spiritual father and Julius Davis with his “99 Year Blues” version of which can be heard in the monumental “Anthology of American Folk Music” box set edited by Harry Smith; but to underline are, as I said, the original pieces including the splendid “True Religion” a blues with the ever punctual violin by Papa John Creach – his solo is exemplary – and the piano by Nick Buck, a piece that “electrifies itself” as it develops, and the overdubbed guitar solo certifies the painstaking care of the arrangements or the following” Highway Song” whose vocal part is embellished by the intervention in support of the voice of Kaukonen by David Crosby. Lastly I want to mention my favorite song, the instrumental “Water Song” with the incipit of the fingerpicking guitar that contrasts with the electric and incisive bass of Casady, certainly one of the greatest bassists ever, and also probably one of the less known.

The sound of the group here is very solid and balanced, the drumming of Sammy Piazza and the intricate bass lines of Jack Casady form a rhythm section of the highest level, on which the violin and the overdubbed guitars give one of the most interesting records produced by the musicians of the Californian scene of those years.

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

Relix Records. LP, CS. 1985

di alessandro nobis

Nel 1985 l’etichetta neworkese Relix pubblica questo vinile (disponibile nei colori rosso, giallo o verde) dedicato ad uno dei più significativi gruppi della Bay Area, gli Hot Tuna di Jorma Kaukonen, Jack Casady, Papa John Creach e Sammy Piazza. Le registrazioni risalgono al 1971 e provengono da registrazioni di due trasmissioni radiofoniche della stazione KSAN-FM.

La prima facciata riporta la registrazione di una trasmissione del 30 aprile, tre brani per i quali il quartetto adotta un suono semi-acustico, più rilassato e più adatto all’occasione: si tratta di “Been So Long” scritto da Jorma, di “Search My Heart “, lo standard di Rev. Gary Davis autore tra i più apprezzati da Kaukonen ed il tradizionale “True Religion” (che aprirà lo splendido terzo disco “Burgers” del ’72) cavallo di battaglia degli Hot Tuna che ancora oggi interpretano dal vivo. Magnifica performance, registrazione buona superata però dalla qualità della musica, superba.

La seconda facciata è in realtà una selezione di tre brani estratti dal set del 3 luglio 1971 al Fillmore West (suonarono prima dei Quicksilver Messenger Service) in occasione della sua chiusura, concerto in seguito pubblicato dalla benemerita Keyhole Records nel 2014 in un doppio CD del quale a margine di questo articolo pubblico la scaletta. I tre brani trasmessi sempre dalla stazione KSAN-FM provengono dagli archivi della Bay Area Music e sono alcuni classici del “Tonno Caldo” ossia “Rock Me Baby” (brano registrato per la prima volta nel ’64 da B.B.King), “Want You To Know” della premiata ditta Casady – Kaukonen presente sul secondo disco ufficiale “First Pull Up, Then Pull Down” e la rilettura elettrica del brano di Lightnin’ Hopkins “Come Back Baby“, anche questo presente sull’ellepì citato. Il suono è quello classico dei Tuna “elettrici”, con Casady (uno dei migliori bassisti della storia del rock) e Kaukonen in grandissima forma e con il brillante violino di John Creach, tre Jefferson con il supporto del preciso drumming di Sammy Piazza.

Hot Tuna: meglio la versione acustica, quella semi-acustica o quella elettrica che da qui ad un paio di anni si svilupperà (“Yellow Fever” è del ’75, “Hoppkrov” del ’76, “America’s Choice” del ’75 e parte di “Double Dose” del ’78 sono lì a testimoniare la “terza” scelta)?

Personalmente non ho alcun dubbio e non salomonicamente ma convinto faccio la mia scelta: tutte e tre!

O no?

FILLMORE WEST, 3 LUGLIO 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

English Version (Google Translator)

In 1985 the New York label Relix released this vinyl (available in red, yellow or green) dedicated to one of the most significant bands in the Bay Area, Jorma Kaukonen’s Hot Tuna, Jack Casady, Papa John Creach and Sammy Piazza. The recordings date back to 1971 and come from recordings of two radio broadcasts of the KSAN-FM station.

The first side shows the recording of a broadcast of  April 30, three songs for which the quartet adopts a semi-acoustic sound, more relaxed and more suitable for the occasion: it is “Been So Long” written by Jorma, of “Search My Heart “, the standard of Rev. Gary Davis author among the most appreciated by Kaukonen and the traditional “True Religion” (which will open the splendid third album “Burgers” of ’72) workhorse of Hot Tuna who still today interpret live. Magnificent performance, good recording but surpassed by the quality of the music, superb.

The second side is actually a selection of three songs extracted from the set of July 3, 1971 at the Fillmore West (they played before the Quicksilver Messenger Service) on the occasion of its closure, a concert later released by the well-deserving Keyhole Records in 2014 on a double CD of the which on the sidelines of this article I publish the song list. The three songs also broadcast by the KSAN-FM station come from the Bay Area Music archives and are some classics: “Rock Me Baby” (song recorded for the first time in ’64 by BBKing), “Want You To Know” by the award-winning company Casady – Kaukonen present on the second official album “First Pull Up, Then Pull Down” and the electric rereading of Lightnin ‘Hopkins song “Come Back Baby”, also present on the aforementioned LP. The sound is that of the classic “electric” Tuna, with Casady (one of the best bassists in rock history) and Kaukonen in great shape and with John Creach’s brilliant violin, three Jeffersons with the support of Sammy Piazza’s precise drumming.

Hot Tuna: better the acoustic version, the semi-acoustic one or the electric one that will develop within a couple of years (“Yellow Fever” is from ’75, “Hoppkrov” from ’76, “America’s Choice” from ’75 and part of “Double Dose” of ’78 are there to witness the “third” choice)?

Personally I have no doubts and not solomonically but convinced I make my choice: all three!

Or not?

FILLMORE WEST, 3rd July 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

SUONI RIEMERSI: JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

Decca Records. LP, 1968

di alessandro nobis

Questa reincarnazione dei Bluesbreakers ebbe vita breve dopo la registrazione di questo significativo “Bare Wires” avvenuta nell’aprile del ’68 e prodotto da Mike Vernon e John Mayall: dopo qualche mese, in agosto, Tony Reeves, Dick Heckstall Smith presero armi e bagagli ed assieme a John Hiseman lasciarono Mayall per dedicarsi al nuovo progetto del batterista, la band Colosseum andando registrare il loro primo disco.

John Mayall in quegli anni “svezzò” chitarristi come Peter Green ed Eric Clapton e qui, alla chitarra, c’è un altro strumentista molto influenzato dal blues, Mick Taylor: il repertorio di Bare Wires comprende un’interessante eponima suite che occupa a prima facciata suddivisa in sette movimenti e composta dallo stesso Mayall nella quale emerge sì l’ambientazione blues ma anche le influenze del jazz: l’apporto dei tre futuri Colosseum è ad un attento ascolto rilevante contribuendo al suono dell’ensemble ed anche con interessanti, direi anzi notevoli interventi solisti. Il tenore di H.S. sul finire del blues “Open a new door” chiusa dalla sezione fiati di Heckstall Smith, Henty Lowther e Chris Mercer, lo splendido duetto batteria – armonica (di Mayall) di “Fire” (una personale rilettura del tradizionale americano “Dark is the colour of my true love’s hair”) e lo splendido lavoro di Tony Reeves in ”Look in the Mirror” che chiude la suite con la batteria di Hiseman e il sax di Heckstall Smith (non sentite già il profumo di Colosseum?) sono solo tre momenti della suite, forse una delle composizioni più articolate uscite dalla penna di John Mayall che splende anche per gli arrangiamenti e per la composizione dei Bluesbreaker nei quali oltre alla voce e le tastiere del leader brilla per i sempre indovinati interventi della chitarra del grande Mick Taylor.

La seconda facciata si apre con lo slow blues “I’m a Stranger” con la sezione fiati in evidenza che sostengono la voce e marcano il tempo – notevole il lavoro del drumming di Hiseman – ed infine tengo a citare “She’ Too Young”, un altro blues a firma Mayall con i soli del sax tenore e di batteria.

Bare Wires” è a mio avviso l’ultimo grande disco di John Mayall, “British Blues” ed ha avuto anche il “grande merito” di essere stato la causa del divorzio dai tre futuri Colosseum.

Per completezza segnalo in oltre che nell’antologia “Thru The years” pubblicata nel 1971 che contiene registrazioni dal ’65 all’aprile del ’68 sono presenti altri due brani provenienti dalle session di “Bare Wires”, ovvero “Knockers Step Forward” con Heckstall Smith, Hiseman e Reeves e “Hide and Seek” con i soli Hiseman e Reeves; nella ristampa su CD con 6 inediti son presenti ai due già citati inediti “Jenny”, “Knocker’s Step Forward”, “Start Lookin’” e “Intro – Look at the Girl”.

(Google English)

This reincarnation of the Bluesbreakers was short-lived after the recording of this significant “Bare Wires” in April of ’68 and produced by Mike Vernon and John Mayall: after a few months, in August, Tony Reeves, Dick Heckstall Smith took up their instruments and together with John Hiseman they left Mayall to devote themselves to the new project of the drummer, the Colosseum band, going to record their first album.

John Mayall in those years “weaned” guitarists like Peter Green and Eric Clapton and here, on the guitar, there is another instrumentalist very much influenced by the blues, Mick Taylor: the repertoire of Bare Wires includes an interesting eponymous suite that occupies a prima facade divided into seven movements and composed by Mayall himself in which the blues setting emerges but also the influences of jazz: the contribution of the three future Colosseum is to a careful and relevant listening contributing to the sound of the ensemble and also with interesting, I would say indeed notable solo interventions. The tenor of H.S. at the end of the blues “Open a new door” closed by the wind section of Heckstall Smith, Henty Lowther and Chris Mercer, the splendid drum – harmonica duet (by Mayall) of “Fire” (a personal reinterpretation of the traditional American “Dark is the color of my true love’s hair “) and Tony Reeves’ magnificient work in” Look in the Mirror” which closes the suite with Hiseman’s drums and Heckstall Smith’s sax (don’t you already smell Colosseum?) are just three moments of the suite, perhaps one of the most articulated compositions to come out of John Mayall’s pen which also shines for the arrangements and for the composition of the Bluesbreaker in which in addition to the voice and keyboards of the leader shines for the always guessed interventions of the guitar of the great Mick Taylor.

The second side opens with the slow blues "I'm a Stranger" with the horn section in evidence that support the voice and mark the time - notable the work of Hiseman's drumming - and finally I want to quote "She 'Too Young" , another blues signed by Mayall with the solos of the tenor sax and drums.
In my opinion, "Bare Wires" is John Mayall's latest great album, "British Blues" and also had the "great merit" of being the cause of the divorce from the three future Colosseums.
For the sake of completeness, in addition to the anthology "Thru The years" published in 1971, which contains recordings from '65 to April '68, there are two other songs from the sessions of "Bare Wires", or "Knockers Step Forward" with Heckstall Smith, Hiseman and Reeves and "Hide and Seek" with only Hiseman and Reeves; in the reissue on CD with 6 unreleased tracks, the two previously mentioned unreleased songs "Jenny", "Knocker's Step Forward", "Start Lookin '" and "Intro - Look at the Girl" are present.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “Those Who are About to Die”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “Those Who are About to Die”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “For Those Who are About to Die”

Dunhill Records. CD, 1969

di alessandro nobis

Questa è la stampa americana e canadese dell’album di esordio dei Colosseum, “Morituri te Salutant · Those Who About to Die Salute You” pubblicato nel luglio del ‘69. Allora succedeva così ed i Colosseum, recidivi, lo avrebbero rifatto pochi mesi più tardi con “Valentyne Suite / The Grass is Greener”: stampa americana diversa da quella inglese, diversa casa discografica, copertina diversa così come la track list, giusto per complicare la vita ai “followers” della band inglese.

Questo è l’esordio del gruppo di John Hiseman che con Tony Reeves e Dick Heckstall Smith aveva registrato qualche mese prima, nel 1968, l’ottimo “Bare Wires” con John Mayall ed i Bluesbreakers fondando subito dopo i Colosseum e dando alle stampe “questo” disco.

Una facciata, assieme alla rilettura lo shuffle di Graham Bond “Walking in the Park” cavallo di battaglia della band inglese, riporta la versione completa di Valentyne Suite, a mio parere il punto più lontano dal blues della produzione Colosseum ma quello più giustamente conosciuto per la sua bellezza ed organicità che in Europa venne pubblicato dall’omonimo disco, il primo dell’etichetta Vertigo: tre movimenti, i primi due composti da Dave Greenslade e quindi con l’Hammond in grande evidenza che lega le prime due parti ed il terzo ispirato anche dalla musica di J. S. Bach con un bell’arrangiamento per il sassofono di Heckstall-Smith, quest’ultimo movimento sostituito nella versione inglese per la Fontana da “The Grass is Greener“; ma sentiamo cosa racconta lo stesso Hiseman a David Wells: “I primi due movimenti di The Valentyne Suite furono composti assieme a Beware The Ides Of March, terzo e conclusivo brano. Questo era come la suite veniva suonata dal vivo in America e come venne là pubblicata su disco. Noi però avevamo pubblicato questa terza parte nel nostro album d’esordio per il mercato europeo e così la suite, nella versione inglese di V.S., venne completata con The Grass is Greener”. Questa versione di Valentyne Suite ospita anche “The Kettle”, il brano di apertura di entrambi gli album composto dal sassofonista – che in questa versione però non suona – ed eseguito in trio con Litherland che con la voce dialoga con le “sue” chitarre.

Molto interessanti sono i blues, il primo nato da un’improvvisazione in studio (“Plenty Hard Luck”) ed il primo brano mai registrato dalla band, lo strumentale “Debut” con significativi assoli di sassofono e di hammond.

Uno splendido debutto, che però come dicevo ha mandato in stato confusionale noi aficionados europei; fortunatamente le recenti ristampe in CD della Sanctuay Records ed il cofanetto “Morituri Te Salutant” hanno aggiustato il tiro ……..

CANADA & U.S. PRINT – DUNHILL 1969

The Kettle

Plenty Hard Luck

Debut

Those About to Die

Valentyne Sweet (January’s Search – February’s Valentyne – Beware of the Ides of March)

Walking in the Park (Graham Bond)

UK PRINT – FONTANA 1969

Walking in the Park (Graham Bond)

Plenty Hard Luck

Mandarin

Debut

Beware of the Ides of March (da V. Suite)

The Road she Walked Before

Backwater Blues (Leadbelly)

Those About to Die

COLOSSEUM “The Grass is Greener”

COLOSSEUM “The Grass is Greener”

COLOSSEUM “The Grass is Greener”

ABC DUNHILL Records. LP, 1970

di alessandro nobis

The grass is greener” ovvero “una copertina per due dischi” verrebbe da dire per il terzo album pubblicato per il mercato americano nel 1970 diventato già nel ’70 oggetto di collezionismo in Europa, dove pochissimi ebbero l’occasione di acquistarlo sul mercato d’importazione come si chiamava mezzo secolo fa (personalmente, questa versione non l’ho mai vista!). Altri gruppi dell’epoca come i Van Der Graaf Generator o i Gentle Giant pubblicarono dischi con copertine diverse (“H to He Who am The Only One” e “Octopus” rispettivamente)  ma i Colosseum seppero fare di meglio utilizzando la copertina del precedente “Valentyne Suite” virandola leggermente al blue e cambiandone anche il font delle scritte; giusto quel poco per farne un rompicapo capace di far dannare i non pochi fans dell’epoca (ora si chiamerebbero followers) della straordinaria band di John Hiseman & C; band che seppe mescolare con equilibrio ed eleganza il blues elettrico, il rock ed il jazz ma che fu erroneamente spesso collegata alla corrente che molti chiamano “progressive”, un termine a mio avviso senza alcun significato tanto meno se accostato al suono dei Colosseum.

Ma andiamo con ordine: l’unico brano che hanno in comune i due album è “Elegy”, mentre altri tre (“Betty’s Blues”, “The Machine Demands a Sacrifice” aperta dal flauto di H.S. e dal basso di Tony Reeves e lo splendido brano eponimo introdotto dai sassofoni, con un bel solo di basso ed una davvero notevole parte di chitarra) presentano una versione differente rispetto a “Valentyne Suite” con il chitarrista Clem Clempson anche come voce solista in sostituzione di Litherland che nel frattempo aveva lasciato il gruppo diventando quindi una chicca preziosa per gli appassionati dei Colosseum visto il suono più legato al blues elettrico di Clempson che caratterizzerà l’ultima fase di vita della band. Il nuovo missaggio risale al ’69 durante il quale vennero registrati anche i quattro brani inediti: due diventarono cavalli di battaglia dei concerti, e mi riferisco in particolare al blues scritto da Jack Bruce e Pete Brown “Rope Ladder to the Moon” con un bell’arrangiamento per la marimba ed a “Lost Angeles” scritta a quattro mani da Greenslade ed Heckstall – Smith, una versione che in questo lavoro ha la durata di cinque minuti e mezzo ma che nelle esibizioni dal vivo supera il quarto d’ora grazie all’immaginifica introduzione dell’Hammond di Dave Greenslade. Gli altri due brani inediti sono un arrangiamento del “Bolero” di Maurice Ravel (personalmente lo ritengo il brano più debole, non mi sono mai piaciuti gli arrangiamenti rock di brani classici, lo devo dire) ed una bella composizione di Mike Taylor e Dave Tolin, “Jumpin’ Off the Sun” introdotta dalle campane tubolari di Hiseman e con significativo assolo di chitarra.

A fare un po’ d’ordine ci ha pensato nel 2002 la Sanctuary Records pubblicato un doppio CD che contiene sia “Valentyne Suite” che “The Grass is Greener” con due inediti (“Arthur’s Moustache” e “Lost Angeles” provenienti dalla trasmissione Top Gear re mandati in onda il 22 novembre del 1969.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)