SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

Rounder Records. CD, (1971), 2002

di alessandro nobis

Sono cinquant’anni che le straordinarie session di John Hartford, Vassar Clements, Tut Taylor e Norman Blake furono registrate: in parte vennero pubblicate nel ’71 in “Areo Plain” con la (prima) produzione di David Bromberg, alcune sono state perse ed una terza parte sono contenute in questo CD immesso sul mercato dalla Rounder in occasione del trentennale del “Disco Madre” e che contiene brani incisi tra il ritorno di Hartford a Nashville e la realizzazione di “Morning Bugle”. Qui troviamo brani che avrebbero dovuto essere su Aero-Plane, qualche “cut” di John  Hartford e qualche standard di bluegrass suonata dalla Aeroplane Band ed alle registrazioni parteciparono, oltre naturalmente ad Hartford, Norman Blake, Tut Taylor, Vassar Clements ed un efficacissimo e quadrato Randy Scruggs al contrabbasso.

Tra i brani più interessanti ci sono le rilettura di un brano di Jimmie Skinner (“Doin’ my time”) del quale segnalo una superlativa versione della Seldom Scene di Mike Auldridge, e di uno di Jimmie Davis (“Where the old red driver flows”) registrato nelle sessions prodotte da Bromberg e che qui ha l’onore di aprire il disco; gli altri brani sono tutte composizioni di John Hartford e di Tut Taylor, del primo ricordo “Dig a Hole” con un notevole arrangiamento vocale e lo splendido violino di Hartford (Clements qui non c’è) e soprattutto “Presbyterian Guitar” con Taylor alla mandola, Blake al mandolino, Clements al mandocello e Scruggs al contrabbasso, brano introspettivo del giugno del ’71 che esalta la bravura e l’interplay dei musicisti. In puro stile Hartford c’è infine “The Vamp From Back in the Goodie Days” con il violino che guida sull’appoggio del banjo, della chitarra e del dobro.

Non credo sia particolarmente difficile procurarsi questo CD, se avete già “Aero-Plain” questo è il suo il lavoro complementare, di grande bellezza e del notevole valore storico visto che già mezzo secolo è passato.

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

HDS Records. LP, 1974

di alessandro nobis

In tutti i linguaggi musicali ci sono dischi che indicano chiaramente nuovi percorsi, dischi concepiti e realizzati dalle menti più fervide e creative in grado di vedere “in avanti”, e per la musica tradizionale o che da questa prende origine voglio citare il leggendario triplo ellepì “Will The Circle Be Unbroken”, i lavori di David Grisman con il quintetto e con Jerry Garcia e naturalmente questa session registrata cinquanta anni fa da un combo di musicisti, alcuni fortemente legati al bluegrass, altri aperti a nuove strade per questo genere musicale ed uno straordinario jazzista (Dave Holland, naturalmente).

Vassar Clements e Jethro Burns arrangiano splendidamente una melodia, “Goin’ Home”, tratta dalla Sinfonia N° 9 di Antonin Dvorak che il violinista esegue in duo con Norman Blake (notevolissimo ed inedito il suo accompagnamento ritmico) – e qui abbiamo un primo esempio di vicinanza ad altre forme musicali per quanto influenzate da folklore americano – mentre il jazz fa capolino in “’A’ Train” di Billy Strayhorn (Vviolino e chitarra) e nell’improvvisazione che chiude la seconda facciata, il blues “Vassar & Dave” (e non poteva chiamarsi altrimenti) dove emerge l’impetuosa cavata di Holland e lo stile a-la Grappelli di Clements.

Oserei dire spettacolare l’esecuzione di Blake in solo di “Old Brown Case” e naturalmente i brani eseguiti dall’ensemble come “McKinley’s Blues” ed il successivo “Okonee” di Tut Taylor – la voce è naturalmente quella di Blake – fanno perfettamente immaginare l’atmosfera che si respirava durante questa session registrata a Nashville, un suono equilibrato dove gli strumenti si intersecano meravigliosamente e dove gli assoli tra le strofe sono delle autentiche gemme incastonate nel brano: quello di contrabbasso e di mandolino in “Okonee” e quelli di violino, mandolino di Burns e di dobro di Taylor con il contrabbasso e la chitarra che dettano il ritmo.

Disco assolutamente meraviglioso, tra folk americano, jazz e classica del Novecento. Se non è questo un capolavoro ditemi cosa lo è.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE · RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE · RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

NORMAN BLAKE ·RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

County Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Attribuito a Norman Blake ed al mandolinista del North Carolina Red Rector (1929 – 1990), questo ellepì si avvale anche della fondamentale opera della ritmica formata da Charlie Collins alla chitarra e da Roy Huskie Junior al contrabbasso, ed è l’unico lavoro di Blake pubblicato dalla County Records di Dave Freeman che nel 2018 ha chiuso i battenti. Le fonti dalle quali Blake e Rector hanno attinto per arrangiare i brani – nessuno è originale – ed inciderli in questo che resta dopo quasi mezzo secolo un meraviglioso lavoro, uno degli highlights della discografia di Norman Blake, sono numerose; alcuni brani sono classificati come “tradizionali” e quindi di autore sconosciuto, mentre altri sono stati registrati e composti in varie epoche da musicisti considerati “colonne” del folk americano. Immagino un lungo e certosino lavoro nella ricerca e trascrizione dei 78giri degli anni Venti e Trenta che fa di questo disco un doveroso e riuscito omaggio alle radici della musica americana. C’è “Denver Belle”, una fiddle tune del grande Kenny Baker, c’è “Darling Nellie Across the Sea” dal repertorio della seminale Carter Family (1929) e, sempre da quell’anno “Mississippi Sawyer” 78giri di esordio della string band – che suonava l’old time music – “The Hill Billies” e “Sweet Lorena” ballad cantata da Blake e scritta dai fratelli Henry e Joseph Webster con un bel solo di mandolino ed il preciso contrabbasso di Roy Huskie, lo splendido strumentale “Girl I Left Behind Me”, una dance tune con il perfetto alternarsi chitarra – mandolino, uno dei brani più significativi di questo album a mio avviso ed infine “Limehouse Blues” di Douglas Furber e Philip Braham suonato per la prima volta nel ’21 da Gertrude Lawrence e Jack Buchanam, con al solito strepitosi soli di Red Rector e Norman Blake.

Disco notevole, come detto uno dei più interessanti del chitarrista di Sulphur Springs che mette in luce anche il mandolinista Red Rector.

DUCK BAKER  “Not the First Time. Previously Unreleased and Rare Recordings, 1977 – 1989”

DUCK BAKER  “Not the First Time. Previously Unreleased and Rare Recordings, 1977 – 1989”

DUCK BAKER  “Not the First Time. Previously Unreleased and Rare Recordings, 1977 – 1989”

Fulica Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Stavolta Duck Baker ci riporta a cavallo del 1980 con questa bella raccolta di inediti al solito prodotta dall’attivissima Fulica Records, per la precisione dal 1977 all’89 come recita il titolo e registrate nel suo attivissimo peregrinare per gli studi ed i palcoscenici di quegli anni. Si parte dal ’77 con tre brani prodotti da Stefan Grossman tra i quali uno splendido “Patricia Rag” di Joseph Lamb nel 1916 e si arriva ai sette brani registrati nell’89 a San Francisco con “Southern Cross” eseguito alla chitarra con corde d’acciaio caratterizzato soprattutto da una splendida improvvisazione centrale e con “Minstrel Boy”, melodia tradizionale con probabile origine irlandese. Tra i due estremi temporali c’è naturalmente molto altro a cominciare dalle versioni targate Baker del cosiddetto folk di ispirazione rinascimentale che il chitarrista della Virginia rilegge a modo proprio, e per verificare ciò basta andare ad ascoltare “Lord Renbourn” ispirato sì dai grandi maestri del folk inglese tra i quali naturalmente John Renbourn, ma con una brillante parte centrale improvvisata, un marchio di fabbrica che distingue di parecchio Baker dagli altri chitarristi acustici (oltre che per il suo uso della chitarra con corde di budello); ci sono inoltre una bella versione della melodia di “You are my sunshine” registrata nel 1981 nel Surrey e composta da Jimmie Davis e Charles Mitchell nel ’39 ed il blues “Waltz on Sunday” (Germania, 1984) entrambi rivisti e “corretti” nello stile bakeriano.

Tra la musica di ispirazione tradizionale e l’improvvisazione più radicale la distanza si può misurare in anni luce, eppure Duck Baker stupisce per la sua capacità di frequentare i territori più conosciuti e quelli della creazione istantanea con risultati sempre sorprendenti. Davvero un’antologia da avere.

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

Warner Bros. Records. LP, 1970

di alessandro nobis

“American Beauty”, pubblicato nel 1970, è a mio avviso uno dei più significativi dischi dei Grateful Dead assieme al coevo “Workingman’s Dead” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/08/30/grateful-dead-workingmans-dead-50th-anniversary-edition/) per il suono elettroacustico e soprattutto per l’evidente forte legame con il folk americano d’autore. Gli arrangiamenti delle parti vocali sono splendidi, i brani, quasi tutti originali, saranno suonati dal vivo con lunghissime improvvisazioni, caratteristica questa che ha da sempre contraddistinto i concerti dei Dead. American Beauty”, e questa è una novità, non è solamente un lavoro della band di Garcia & C. ma ospita alcuni eccellenti musicisti della Bay Area alcuni dei quali coinvolti nella riproposta in una versione più moderna e quindi meno ortodossa della tradizione: tra questi Dave Torbert, David Nelson, David Grisman e Howard Wales, e non è un caso se i primi due, assieme a Garcia, Lesh e Hart daranno origine ai New Riders of the Purple Sage, una sorta di avventura parallela “roots”, almeno per i primi due album, al gruppo madre dei Dead. Il mandolinista Grisman da un apporto importante a “Friend of the Devil”, brano quasi sempre presente nei set acustici dal vivo, Torbert e Nelson in una delle composizioni più conosciute dei Dead, “Box Of Rain” che apre il disco (con il testo di Robert Hunter), “Candy Man”, un’altra delle hit dei Grateful Dead (ma anche dei “cugini” Hot Tuna di Jorma Kaukonen e Jack Casady), ci riporta alle tradizioni della musica americana (e qui c’è Howard Wales all’hammond) e “Ripple” è una delicatissima ballata scritta dalla coppia Garcia / Hunter.

I Grateful Dead aprirono il decennio dei Settanta con due capolavori, questo e “Workingman’s”, con la formazione a sette (Ron McKernan sarà della partita fino al ’73, anno della sua dipartita) a mio giudizio il loro periodo più significativo almeno per ciò che concerne, come detto, le registrazioni in studio. Dal vivo, come ben si sa, il livello dei concerti si manterrà altissimo fino al loro scioglimento nel 1995: i Dead, senza Jerry Garcia, non avrebbero più avuto motivo di continuare.

Nel cofanetto “The Golden Road 1965 – 1973” pubblicato nel 2001 sono stati inseriti otto inediti tra cui sei dal vivo mentre nella versione del 2020 a celebrazione del cinquantennale sono presenti due CD che riportano il concerto del 18 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, New York.

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis. Thanks Tom Smith.

(From Google Translation) “One morning he calls my manager and says I was asked for sessions with American musicians who weren’t jazzmen. I confirmed my presence with great curiosity and I must confess that I rarely enjoyed myself so much in the recording room ”: these are the words of the double bass player Dave Holland who told me at the end of a solo concert in Verona at the Teatro Camploy. And in fact this joy of playing is clearly perceptible both when listening to this LP credited to John Hartford and the one recorded in the company of Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor and Jethro Burns recorded in ’75 for HDS Records.

John Hartford, banjoist singer, violinist and guitarist who passed away in 2001 was undoubtedly one of the most fertile minds of the so-called alternative bluegrass, often out of the box, ironic and always surprising that was able to break the mold of an almost always self-referential and repetitive music. (“Aero plane” of 1971 and “Mark Twang” of ’76 are some of the most striking proofs of this) and if Hartford and Blake required the presence of a double bass player like Holland rather than that of one like Roy Huskey Jr. (a true and perfect metronome, playing companion of a certain Doc Watson but far from the world of Prog Bluegrass, ed) means that their minds were rather “open”. At that time the English bassist was working with Sam Rivers, Barry Altshul and Antony Braxton but in these “American” sessions all his technique and lyricism that I have always distinguished emerges: his interventions in “All Fall Down”, his regal accompaniment in “Street Car” his involvement in all the Hartford compositions and his “balance” the personalities of the banjoist / singer and Norman Blake are not an added value to the album but represent his total sharing with the ideas of Hartford that he had in my opinion a stroke of genius in involving David Holland in this extraordinary project. A wonderful work this “Morning Bugle” a dip in “American” music whose history and styles are filtered by the personality of Hartford, one of the greatest and unique talents of this alternative bluegrass whose disappearance has left in musician friends and his fans a great void.

There are no outtakes on this record, the musicians played in a circle looking straight in the eye, and this is the wonderful result of those sessions.

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE  “Grand Junction”

Rounder Records. LP, 1985

di alessandro nobis, kindly translated by Jay Beale

” Grand Junction ” is the only solo album by Nancy “Short” Blake, multi-instrumentalist and composer from Missouri whose artistic and sentimental life took a turn when, in 1972, she opened a Norman Blake concert with her ensemble “Natchez Trace” who had recently embarked on a solo career. Her first instrument was the cello but later she became an excellent mandolinist, violinist, guitarist, accordionist and finally a singer, one of the members of that “Rising Fawn String Ensemble” that has for year delighted the finest palates of the “American “; In fact, the violinist James Bryan (of RFSE) and the banjoist Tom Jackson collaborate in this work, in addition to her husband Norman.

Apart from the song that opens the disc, ” Florida’s Rag ” by the great John Hartford (Nancy on mandolin, Norman on guitar) and ” The Crysanthemum ” by Scott Joplin, you can listen to all original songs obviously respectful of tradition that few as the musicians involved know so thoroughly. Of course the understanding between Blake (s) is perfect, ” In Russia “, The Crysanthemun “(by Joplin) and” Lima Road Jig “are there to confirm it but the arrangements of the pieces in quartet are also truly splendid, such as” Walk along ”and“ Three Ponies ”. Nancy Blake is, as mentioned, a very talented instrumentalist who can also record multiple tracks to record a song (“Year of the Locust ”where he records two tracks with the mandolin and one with the guitar) and at the same time offer a“ solo ”piece for five-string violin as“ Mahnuknuk ”inspired by the homonymous god of banality Eskimo.

I do not think there is a CD version of this unfortunately unique work by Nancy Blake, certainly remains the purity of her music and the passion that transpires from it.

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE  “Grand Junction”

Rounder Records. LP, 1985

di alessandro nobis

Grand Junction” è l’unico disco solista di Nancy “Short” Blake, polistrumentista e compositrice del Missouri la cui vita artistica e sentimentale ebbe una svolta quando, nel 1972, aprì con il suo ensemble “Natchez Trace” un concerto di Norman Blake che da poco aveva intrapreso una carriera solista. Il suo primo strumento fu il violoncello ma in seguito è diventata un’ottima mandolinista, violinista, chitarrista, fisarmonicista e infine cantante, una dei membri di quel “Rising Fawn String Ensemble” che ha per anno deliziato i più fini palati del genere “americana”; a questo lavoro collaborano infatti alternandosi, oltre al marito Norman, il violinista James Bryan (del RFSE) ed il banjoista Tom Jackson.

A parte il brano che apre il disco, “Florida’s Rag” del grande John Hartford (Nancy al mandolino, Norman alla chitarra) e “The Crysanthemum” di Scott Joplin si ascoltano tutti brani originali ovviamente rispettosi della tradizione che pochi come i musicisti coinvolti conoscono in modo così approfondito. Naturalmente l’intesa tra i Blake(s) è perfetta, “In Russia”, The Crysanthemun” (di Joplin) e “Lima Road Jig” sono lì a confermarlo ma davvero splendidi sono anche gli arrangiamenti dei brani in quartetto come ad esempio “Walk along” e “Three Ponies”. Nancy Blake è come detto strumentista talentuosissima in grado anche di registrare più tracce per registrare un brano (“Year of the Locust” dove registra due tracce con il mandolino ed una con la chitarra) e contemporaneamente offrire un brano in “solo” per violino a cinque corde come “Mahnuknuk” ispirato dall’omonimo dio della banalità Eskimo.

Non credo esista una versione CD di questo purtroppo unico lavoro di Nancy Blake, di certo resta la purezza della sua musica e la passione che da essa traspira.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

NORMAN BLAKE  “Home in Sulphur Springs”

Rounder Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Classe 1938, nativo del Tennessee ma subito trasferitosi con la famiglia a Sulphur Springs in Georgia, Norman Blake è cresciuto molto vicino alla linea ferroviaria che molto più tardi descrisse in seguito così bene nelle sue ballate, visto che l’occupazione principale della popolazione residente in quell’area era appunto lo svolgimento di mansioni di ogni tipo per la compagnia che gestiva la ferrovia. Legato fortemente alla tradizione musicale ma con una sempre fervida vena compositiva, Blake è considerato anche dagli esperti, ed anche da me in quarta battuta, uno straordinario poli strumentista che ha saputo far sua la lezione dei Maestri come Doc Watson, indissolubilmente legato alla più pura delle tradizioni musicali e tra i fondatori del genere chiamato da molti “americana”.

Registrato il 30 dicembre del ’71 e pubblicato l’anno successivo dall’allora attivissima Rounder Records, “Home in Sulphur Springs” è lo splendido disco d’esordio di Blake che si fa accompagnare dall’amico dobroista Tut Taylor che a sua volta lo aveva ospitato nel suo “Friar Tut” registrato il giorno prima (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/05/21/tut-taylor-·-norman-blake-·-sam-bush-·-daniel-taylor-friar-tut/). “Bully of the Town” che apre il disco è stata ispirata alle “fiddle tunes” ed eseguita impeccabilmente dalla chitarra, un autentico biglietto da visita per Blake e per la sua seguente carriera artistica assieme alla seguente “Randal Collins”, ballad composta in quel di Chicago pensando alla sua Sulphur Springs alla quale dedica anche la toccante “Down Home Summertime Blues” alla slide; il dobro di Tut Tayor emerge in tutta la sua liricità in “When the Fields are White with Daises”, ballad scritta da Blake che ha completato un breve tema tradizionale seguita un arrangiamento di un’altra fiddle tunes, “Clattle in the Cane” per sola chitarra. Chiude questo magnifico esordio “Bringing in the Georgia Mail”, scritta da Bill Monroe, nientedimeno.

Disco splendido, grande autore ed immenso chitarrista, un lavoro che mi affascinato si dal primo ascolto.

E infinite grazie alla Nitty Gritty Dirt Band che con “Will the Circle be Umbroken” mi ha spalancato il portone al folklore americano ed ai suoi autori. Come, appunto, Norman Blake, che in quel triplo testo sacro giocava un importante ruolo.

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

Mena, Arkansas ( ..… – 1935)

di alessandro nobis

C’è una busta ingiallita dal tempo in cima alla scaffalatura dedicata allo Stato dell’Arkansas a Washington, alla Biblioteca del Congresso; è una busta voluminosa custodita gelosamente in una scatola assieme a fotografie di famiglia e di ambiente, contratti di proprietà agricole ed immobiliari, un registro delle nascite e delle morti, documenti contabili della famiglia MacFarland e del loro emporio. E’ il risultato delle ricerche condotte per una vita intera da tale Frank MacFarland, residente nella contrada di Mena e studioso della storia della Contea di Polk – qualcuno lo definirebbe “localista” – che dedicò il suo poco tempo libero a ricostruire la vita del paese dove la sua famiglia si era trasferita dalla costa est due generazioni prima e dei personaggi che lo popolarono, o almeno di quelli che qualcosa di interessante avevano fatto o detto. Mena ed Hatfield erano – e lo sono ancora – due piccoli centri non lontani dal confine con l’Oklahoma attraversati da una rotabile frequentemente percorsa soprattutto a cavallo del 1900 per via di un ponte coperto sul Mountain Fork che collegava i due Stati. Ma, e vengo al dunque, oltre ai documenti descritti prima donati alla Library of Congress dalla vedova MacFarland, nella busta si trovano due manoscritti che riportano frammenti di altrettanti canti, forse due worksongs e due spirituals probabilmente raccolti e trascritti con discreta precisione – anche se la firma è pressoché illeggibile – dal pastore battista di Hatfield direttamente dalla voce dell’informatore Micheal “Blacksmith” Cowell di professione fabbro, almeno così si legge in altro foglio di piccole dimensioni. Cowell era un afroamericano, la data della sua morte riportata sulla nuda pietra tombale riporta la data del 1935 ma non quella di nascita, che aveva proseguito l’attività del padre – nato schiavo in uno Stato schiavista – in un’officina sulla Main Street ai margini dell’abitato di Hatfield; nella busta c’è anche una foto, forse ritrae lui, forse il padre, non ci sono annotazioni o date, resta – e resterà fitto – il mistero.

Non è difficile immaginare Cowell che canta a piena voce rabbiosamente seguendo il ritmo del maglio della sua officina, e nemmeno immaginare il Pastore che si ferma ad ascoltare ed a cercare di trascrivere i versi di quei canti che, come da prassi nella musica “orale” cambiavano a seconda dell’umore di chi li cantava.

Sul primo foglio l’incipit è “One of these mornings” ed i primi dei pochi versi trascritti sono “Thank God Almighty we are free at last / I am gonna put on my two wings and try to fly”, sembra una lezione diversa di “Free at last” del repertorio del “Freedon Trail”, ovvero del percorso verso la libertà che gli schiavi cercavano di seguire per ottenerla negli stati del nord, percorso che veniva chiamato anche “The Underground Railroad”. Sul retro due versi che recitano “No more auction block for me, non more, no more /No more auction block for us, many (hundreds) gone” probabilmente riferito alla messa all’asta degli schiavi nelle piazze dei mercati. Il secondo foglio, con vistose macchie nerastre che ricoprono quasi completamente il testo su un lato, sono riportate poche parole, sembra “Pay me or go to jail / Pay me, pay me” una work song probabilmente, forse la stessa “Pay me” che Alan Lomax raccolse a metà del ‘900 da un portuale a Savannah, Georgia mentre sul secondo lato, più leggibile, è quasi certamente stato trascritto un canto di lavoro dei lavoratori neri delle campagne perché dice “Bring me little water, Mary / Bring me little water now / Bring me little water, Mary / Bring me little water right now”.

La vicenda di Michael Cowell e della famiglia MacFarland è solamente un piccolissimo frammento della storia degli afroamericani di questa parte d’America; la Biblioteca del Congresso di Washington contiene tesori inestimabili per la storia americana, per la storia della nazione e per quella delle comunità che lì vivono. Di questi faldoni pieni zeppi di documenti se ne contano a centinaia, quasi tutti da esplorare con la pazienza di un archeologo “da biblioteca”, e molti di questi provengono dall’Europa. Chissà, un giorno ….