HOT TUNA “Burgers”

HOT TUNA “Burgers”

HOT TUNA “Burgers”

Grunt Records FTR 1004. LP, CD, 1972

di alessandro nobis

Probabilmente gli Hot Tuna sono l’unica band che ha pubblicato il loro primo album in studio dopo due dischi dal vivo, e già questo dà la misura della cura che Kaukonen e Casady hanno riservato alla registrazione di Burgers, una delle più interessanti dell’intera discografia del gruppo che da costola degli Airplane ha saputo avere un’identità ben definita e sopravvivere di oltre quaranta anni alla band madre. Quest’anno è il cinquantesimo anniversario di Burgers e per festeggiare l’avvenimento alla Carnegie Hall si terrà il 22 aprile uno straordinario concerto dove la band eseguirà l’integrale dell’album pubblicato dalla Grunt Records e si festeggerà l’ottantesimo compleanno di quello che Bill Graham ebbe a definire “The Sex Symbol of Scandinavia”.

“Burgers” è un signor disco che pur mantenendo un forte legame con le radici del blues acustico contiene alcune delle più significative composizioni di Jorma Kaukonen alcune delle quali ancora in repertorio sebbene rinnovate negli arrangiamenti nelle esibizioni live oltreoceano, numerose e sempre sold-out. Blind Boy Fuller (“Keep on Truckin’” con la slide di Richard Talbott, autore di un album per la Grunt nello stesso anno, e le tastiere di Nick Buck), l’immancabile Gary Davis (“Let’s Together Right Down Here“), il padre spirituale della band e Julius Davis con la sua “99 Year Blues” la cui versione si può ascoltare nel monumentale cofanetto “Anthology of American Folk Music” curata da Harry Smith; ma da sottolineare sono, come dicevo, i brani originali tra i quali lo splendido “True Religion” un blues con il sempre puntuale violino di Papa John Creach – esemplare il suo assolo – ed il pianoforte di Nick Buck, una brano che si “elettrifica” man mano che si sviluppa, ed il solo di chitarra sovrainciso certifica la cura certosina degli arrangiamenti o la seguente “Highway Song” la cui parte vocale è impreziosita dall’intervento a supporto della voce di Kaukonen di David Crosby. Da ultimo voglio citare il mio brano preferito, lo strumentale “Water Song” con l’incipit della chitarra fingerpicking che fa contraltare all’elettrica e l’incisivo basso di Casady, sicuramente uno dei massimi bassisti in assoluto, ed anche probabilmente uno dei meno conosciuti.

Il suono del gruppo qui è molto solido ed equilibrato, il drumming di Sammy Piazza e le intricate linee di basso di Jack Casady formano una sezione ritmica di primissimo livello, sulla quale il violino e le chitarre sovraincise regalano uno dei più interessanti dischi prodotti dai musicisti della scena californiana di quegli anni.

Probably Hot Tuna are the only band that has released their first studio album after two live records, and this already gives the measure of the care that Kaukonen and Casady have reserved for the recording of Burgers, one of the most interesting of the whole discography of the band that from the rib of Airplane has been able to have a well-defined identity and survive the mother band for over forty years. This year is Burgers’ 50th anniversary and to celebrate the event at Carnegie Hall there will be an extraordinary concert on April 22nd where the band will perform the complete album released by Grunt Records and will celebrate the 80th birthday of the one who Bill Graham defined it as “The Sex Symbol of Scandinavia”.

“Burgers” is a disc that while maintaining a strong link with the roots of the acoustic blues contains some of the most significant compositions by Jorma Kaukonen some of which are still in the repertoire although renewed in the arrangements in the live performances overseas, numerous and always sold-out. Blind Boy Fuller (“Keep on Truckin’” with the slide by Richard Talbott, author of an album for Grunt in the same year, and the keyboards of Nick Buck), the inevitable Gary Davis (“Let’s Together Right Down Here“), the band’s spiritual father and Julius Davis with his “99 Year Blues” version of which can be heard in the monumental “Anthology of American Folk Music” box set edited by Harry Smith; but to underline are, as I said, the original pieces including the splendid “True Religion” a blues with the ever punctual violin by Papa John Creach – his solo is exemplary – and the piano by Nick Buck, a piece that “electrifies itself” as it develops, and the overdubbed guitar solo certifies the painstaking care of the arrangements or the following” Highway Song” whose vocal part is embellished by the intervention in support of the voice of Kaukonen by David Crosby. Lastly I want to mention my favorite song, the instrumental “Water Song” with the incipit of the fingerpicking guitar that contrasts with the electric and incisive bass of Casady, certainly one of the greatest bassists ever, and also probably one of the less known.

The sound of the group here is very solid and balanced, the drumming of Sammy Piazza and the intricate bass lines of Jack Casady form a rhythm section of the highest level, on which the violin and the overdubbed guitars give one of the most interesting records produced by the musicians of the Californian scene of those years.

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

Folkways Records. LP, 1963

di alessandro nobis

Pubblicato dalla Folkways nel lontano 1963 e ristampato in compact disc dalla Smithsonian / Folkways nel 1990 con tre brani inediti questo disco testimonia il primo incontro favorito dal genio di Ralph Rinzler tra Jean Ritchie e Doc Arhel Watson, due colonne portanti del folklore americano; ambedue provenienti dalla vasta area appalachiana ma residenti a duecento miglia uno dall’altra (la prima in un’area mineraria, il secondo in una rurale) sono i portatori, gli “informatori” della musica tradizionale della zona di provenienza, ed entrambi appartenevano a due famiglie che avevano coltivato la passione per le loro radici parallelamente.

Il CD contiene ben 17 brani che testimoniano un concerto tenuto al “Folk City” del Greenwich Village di New York; un autentico miracolo alchemico qui si ascolta, visto che i due non si erano mai conosciuti nè di persona nè di fama. Ciò che ne esce è l’anima della tradizione orale, il piacere di suonare assieme, forse anche la scoperta di repertori comuni tramandati dalle generazioni precedenti e sviluppatesi a reciproca insaputa.

E’ quindi una testimonianza straordinaria di quanto detto, che contiene alcune tra le pietre angolari del folk d’oltreoceano: basta citare “Swing and Turn Jubilee” (dal repertorio della famiglia Ritchie, quin con la voce del cantante e banjoista Roger Sprung), “Soldier’s Joy” (un’aria per violino di origine scozzese, Doc Watson alla chitarra e armonica) , “Pretty Polly” (una “murder ballad” di origine inglese, catalogata da Roud con il numero #15 e qui interpretata dalla evocativa voce di Jean Ritchie che si accompagna al dulcimer) o ancora “The House Carpenter” (ovvero “The Daemon Lover“, Roud #14 e Child #243 sempre di origine scozzese, qui con Watson al banjo) ed il gran finale di “Amazing Grace” con l’accompagnamento del pubblico e la partecipazione di Roger Sprung.

I brani inediti presenti sul CD sono “East Virginia” (Watson al banjo e canto, composto da A.P. Carter, della Carter Family), “Pretty Saro” (Roud #417, di origine inglese) e “Blue Ridge Mountain Blues” di Cliff Hess.

Album fondamentale, alcune radici della musica “americana” le trovate qui. Tornare alle origini, alla purezza di questa musica è una boccata di aria fresca ……….

– English Version (Google English Version)

Released by Folkways in 1963 and reissued on compact disc by Smithsonian / Folkways in 1990 with three unreleased tracks, this record testifies to the first meeting favored by the genius of Ralph Rinzler between Jean Ritchie and Doc Arhel Watson, two pillars of American folklore; both coming from the vast Appalachian area but residing two hundred miles from each other (the first in a mining area, the second in a rural one) are the bearers, the “informants” of the traditional music of the area of ​​origin, and both belonged to two families who had cultivated a passion for their roots in parallel.

The CD contains 17 tracks that testify to a concert held at the “Folk City” of Greenwich Village in New York; an authentic alchemical miracle can be heard here, since the two had never known each other either personally or by fame. What emerges is the soul of the oral tradition, the pleasure of playing together, perhaps even the discovery of common repertoires handed down from previous generations and developed without mutual knowledge.

It is therefore an extraordinary testimony of what has been said, which contains some of the cornerstones of overseas folk: just mention “Swing and Turn Jubilee” (from the Ritchie family repertoire, quin with the voice of singer and banjoist Roger Sprung), “Soldier’s Joy” (an aria for violin of Scottish origin, Doc Watson on guitar and harmonica), “Pretty Polly” (a “murder ballad” of English origin, cataloged by Roud with the number # 15 and interpreted here by the evocative voice by Jean Ritchie accompanying the dulcimer) or “The House Carpenter” (or “The Daemon Lover”, Roud # 14 and Child # 243 always of Scottish origin, here with Watson at the banjo) and the grand finale of “Amazing Grace “with the accompaniment of the public and the participation of Roger Sprung.

The unreleased tracks on the CD are “East Virginia” (Watson at banjo and singing, composed by AP Carter, of the Carter Family), “Pretty Saro” (Roud # 417, of English origin) and “Blue Ridge Mountain Blues” by Cliff Hess.

Fundamental album, some roots of “American” music can be found here. Going back to the origins, to the purity of this music is a breath of fresh air ……….

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

Rounder Records. LP, 1982

di alessandro nobis

Con questo terzo disco dell’orchestrina di cordofoni della Premiata Ditta Blake & Blake si completa a mio avviso il progetto nato tre anni prima con la registrazione di “The Rising Fawn String Ensemble” e del seguente “Full Moon on the Farm” del 1981 entrambi per la Rounder Records: laddove nel primo, con Blake, Bryan e Blake, il repertorio era composto da brani tradizionali o di autori come lo scozzese delle Shetland Tom Anderson o Uncle Dave Macon ed il secondo una magnifica combinazione di tradizionali e originali in questo terzo, come semplicemente si evince dalla lettura del titolo, è composto da brani di nuova composizione della suddetta Premiata Ditta. Inoltre la struttura dell’ensemble si fa ancora più articolata, passando dal quartetto con Nancy Blake al violoncello, Norman Blake (chitarra, mandolino, mando-cello e banjo tenore a otto corde), Charlie Collins alla chitarra ed il violinista James Bryan a quintetto con l’ingresso di Carol Jones (chitarra, mandolino, mandola, banjo tenore a otto corde), Larry Sledge (mando-cello) e Peter Ostrusko (mandolino, chitarra e violino) e quindi senza l’apporto di Bryan.

Ognuna delle dodici composizioni si diversifica rispetto alle altre per le combinazioni sonore e si rifanno spesso, ma non poteva essere altrimenti, agli standard della tradizione anglo·scoto·irlandese importata oltreatlantico nelle varie fasi migratorie. “Blake’s March” ad esempio che chiude la seconda facciata con uno splendido arrangiamento ed una bellissima parte riservata al violoncello oppure il delicato e splendente valzer “Natasha’s Waltz” aperto dalla chitarra di Carl Jones con tre mandolini (Blake, Ostrusko, Nancy Blake) quasi all’unisono accompagnati dal violoncello che disegnano un’atmosfera dal sapore quasi “mediterraneo” (il valzer era ed è ancora suonatissimo dalle orchestre e dai piccoli combo di mandolini italiani) ed infine la tradizione americana del ragtime di “Third Street Gipsy Rag“.

A mio avviso questo disco di Blake è uno dei migliori dove tutto è perfetto: suoni (grazie anche alla qualità degli strumenti impiegati ed alla loro scelta certosina brano per brano), capacità di riferirsi al passato scrivendo nuovi spartiti, arrangiamenti, perfetta intesa tra i musicisti. E’ vero, sono caratteristiche che poi ritrovi in tutte le produzioni di Norman Blake ma qui assumono un significato più alto, questo disco è uno dei suoi più riusciti, un capolavoro a mio giudizio.

  • (Google) English version

In my opinion, the project born three years earlier with the recording of “The Rising Fawn String Ensemble” and the following “Full Moon on the Farm” of 1981 both completes with this third disc of the orchestra of strings “Blake & Blake” for Rounder Records: where in the first the repertoire was composed of traditional songs or by authors such as Scotsman from Shetland Tom Anderson or Uncle Dave Macon and the second a magnificent combination of traditional and original in this third, as is simply evident from reading the title, is composed of newly composed pieces by the aforementioned Blakes. Furthermore, the structure of the ensemble becomes even more articulated, passing from the quartet with Nancy Blake on the cello, Norman Blake (guitar, mandolin, mando-cello and eight-string tenor banjo), Charlie Collins on guitar and violinist James Bryan as a quintet. with the entry of Carol Jones (guitar, mandolin, mandola, eight-string tenor banjo), Larry Sledge (mando-cello) and Peter Ostrusko (mandolin, guitar and violin) and therefore without the contribution of Bryan.

Each of the twelve compositions differs from the others for sound combinations and often refer, but it could not be otherwise, to the standards of the Anglo · Scot · Irish tradition imported across the Atlantic in the various migratory phases. “Blake’s March” for example which closes the second side with a splendid arrangement and a beautiful part reserved for the cello or the delicate and shining “Natasha’s Waltz” a waltz (of course) opened by Carl Jones’s guitar with three mandolins (Blake, Oustrusko, Nancy Blake) almost in unison accompanied by the cello that draw an atmosphere with an almost “Mediterranean” flavor (the waltz was and still is played by orchestras and small combos of Italian mandolins) and finally the American tradition of ragtime of “Third Street Gipsy Rag”.

In my opinion this Blake album is one of the best where everything is perfect: sounds (thanks also to the quality of the instruments used and their painstaking choice piece by piece), the ability to refer to the past by writing new scores, arrangements, perfect understanding between musicians. It’s true, these are characteristics that you find in all Norman Blake’s productions but here they take on a higher meaning, this record is one of his most successful, a masterpiece in my opinion.

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

Animal Records. LP, 1982

di Cristiano Bordin

Per lui in tanti hanno tirato in ballo il fantasma di Jim Morrison e, probabilmente Jeffrey Lee Pierce su quel paragone un po’ ci giocava. Ma se possiamo ritrovare qualche eco morrisoniano nel suo modo di cantare e di stare sul palco, il suo gruppo, i Gun Club, nel loro percorso hanno battuto strade diverse da quelle dei Doors. Quella principale è senza dubbio il blues: un blues velocizzato, drammatizzato, irrobustito, sporcato dall’esperienza del punk ma che però riaffiora sempre nel suono della band. Alla fine le radici contano sempre, vale, anche e soprattutto, per la musica.

Jeffrey Lee Pierce nasce a Los Angeles e frequenta l’ambiente punk della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80: quindi gli X, i Cramps, i Blasters. Se guardiamo bene però nessuno di questi gruppi è incasellabile nel punk per come era vissuto in Europa: perché le loro radici erano profondamente americane. E quindi, anche se si suonava più veloce ed i riff erano più secchi, il rock’n’roll, il country, il blues venivano fuori sempre ed era su quelle radici che veniva costruito il proprio suono.

Lo spiega bene il chitarrista del gruppo, Ward Dotson: “Non avevamo molto in comune con la scena punk, eravamo differenti e Jeff aveva le idee molto chiare su come far evolvere i Gun Club ed è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Jeff infatti non seguiva le orme di nessuno e non scimmiottava nessuno”.

Una prova –  il punto più alto della loro carriera- è proprio “Miami”, uscito nel 1982, dopo “Fire of love” e un rimaneggiamento della formazione da cui esce Kid “Congo” Powers per unirsi ai Cramps, poi rientrare e successivamente suonare per una decina di anni con Nick Cave ed i Bad Seeds.

A produrre l’album c’è un altro chitarrista, quello dei Blondie, Chris Stein e se guardiamo la lista dei brani troviamo più di un indizio su quella che è la strada presa dal gruppo: “Run through the jungle” cover dei Creedence Clearwater Revival, “Fire of love” un classico rock ‘n’ roll portato al successo da Jod Reynolds nel ‘58 e “John Hardy” brano con cui si erano già cimentati sia Johnny Cash che Bob Dylan, tanto per tornare al tema delle radici musicali della band.

In “Miami” ci sono i Gun Club al loro massimo splendore: lirici, sporchi dove serve, capaci di reinventare, di rileggere a modo loro sia il  country che  il blues. Qualche reminiscenza punk la troviamo ancora in “Bad indian” o in  “Devil in the woods”. Mentre “John Hardy” e “Fire of love” sono molto di più di un tributo: dentro c’è un po’ tutto lo spirito, l’epica e il vissuto musicale dei Gun Club. Non si può parlare di “cover”, per come sono state ripensate e suonate diventano due canzoni riconoscibili ma allo stesso tempo anche completamente nuove. Un po’ come succede a “Run through the jungle”: quale gruppo con le origini dei Gun Club avrebbe  mai pensato di confrontarsi con i Creedence? Eppure quello che ne esce fuori è un mezzo miracolo, un piccolo capolavoro, un brano capace di dare un segno ad un intero album e  alla fine, ancora,  una questione di radici.

In “Miami”, una parte non secondaria, infatti la gioca anche  la steel guitar, come la giocano i testi ed i richiami che vanno tutti nella direzione dei miti americani prestati al rock’n’roll: c’è posto infatti  per sciamani,  riti voodoo, pellerossa, paludi, frontiere. Un immaginario che scomoda ancora una volta la cultura popolare ed il blues. Ma Jeffrey Lee Pierce era – a dispetto della sua scontrosità, dei mantelli neri, degli anelli e delle collane indiane e purtroppo della sua autodistruttività – un autentica enciclopedia musicale e in “Miami” si sente.

Negli anni successivi uscirono “Las Vegas story”, 1984, un album solo “Wildweed” che non ebbe fortuna, e poi “Death party” e “Mother Juno”: tutti dischi da riscoprire.

La storia dei Gun Club e del suo leader finiscono nel marzo del 1996: il fisico di Jeffrey Lee Pierce, provato da anni di eroina e di alcool non reggerà  più.

A ricordarlo- ma per moltissimi potrebbe essere una scoperta-  è da poco uscito un documentario dall’azzeccatissimo titolo  di “Elvis from hell”: ci sono alcuni personaggi che hanno avuto a che fare con lui come Iggy Pop, Nick Cave, Debby Harry e un paio di illustri suoi fan come Jim Jarmusch e Jack White dei White Stripes. Un  doveroso tributo ad un gruppo capace di  influenzare moltissime altre band e ad un personaggio che  ha fatto davvero un pezzo di storia del rock a stelle e strisce negli anni Ottanta.

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

Lovesick Duo ·  AZ Blues Press. CD, Libro + CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo lavoro di Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi segue di poco “All Over Again” e conferma se ne ce fosse ancora la necessità il convincente progetto del duo, affrontare “di petto” i repertori della musica americana dandone una interpretazione personale lontana quindi dalla più semplice operazione calligrafica. Per poter però suonare e quindi registrare musica di questo livello però sono necessari alcuni passaggi che il Lovesick Duo, mi sembra di poter dire, ha brillantemente superato a pieni voti: la conoscenza degli autori, dei loro brani, la capacità di suonare più strumenti, l’abilità di scrivere brani originali che ha ad esempio caratterizzato tutto l’album che ha preceduto questo “A Country Music Adventure“, mentre per questo loro nuova produzione in collaborazione con la sempre attenta AZblues Press hanno fatto la rischiosa scelta di pescare nella storia della musica americana e di renderla personale ed omogenea dal punto di vista sonoro vista la varietà stilistica dei brani scelti.

Si va dal Western Swing Style di Bob Wills (ed i suoi Texas Plaboys”) con lo scoppiettante brano d’apertura “Holy Poly” scritto da Fred Rose nel ’46 a “Hey Good Lovin’” di Hank Williams (cfr. la versione della NGDB per capire il valore di quella dei “nostri”) attraverso spartiti di autori come il fondamentale Jimmie Rodgers che negli anni venti e trenta ha ridisegnato la country music (qui c’è la splendida ballad “Miss the Mississippi and you“) o come Johnny Cash e Merle Travis: del primo una toccante versione acustica di “I Still Miss Someone” e del secondo lo swingante “Divorce me C.O.D.”, una hit del ’46 con in evidenza il duo voce – lap steel.

Mi fermo qui, elencando l’arsenale musicale che i due protagonisti di questo lavoro maneggiano con grande abilità e con il giusto spirito: Francesca Alinovi (contrabbasso, voce e percussioni) e Paolo Roberto Pianezza (chitarre, lap steel, dobro e voce) con Alessandro Cosentino al violino e la batteria di Filippo Lambertucci.

Ascoltate il Lovesick duo, capirete dai primi minuti perchè è così apprezzato nell’ambiente del miglior country d’oltreoceano. “A Country Music Adventure“,  è un compendio “sonoro”, una guida ben realizzata a questo genere musicale disponibile anche in coppia con una graphic novel dove i due sono protagonisti di una storia con la quale accompagnano gli ascoltatori in un viaggio che parte dall’Italia per arrivare a Nashville per far scoprire al pubblico volti e storie dei cantanti più rappresentativi che hanno fatto la storia di questo suono.

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

Relix Records. LP, CS. 1985

di alessandro nobis

Nel 1985 l’etichetta neworkese Relix pubblica questo vinile (disponibile nei colori rosso, giallo o verde) dedicato ad uno dei più significativi gruppi della Bay Area, gli Hot Tuna di Jorma Kaukonen, Jack Casady, Papa John Creach e Sammy Piazza. Le registrazioni risalgono al 1971 e provengono da registrazioni di due trasmissioni radiofoniche della stazione KSAN-FM.

La prima facciata riporta la registrazione di una trasmissione del 30 aprile, tre brani per i quali il quartetto adotta un suono semi-acustico, più rilassato e più adatto all’occasione: si tratta di “Been So Long” scritto da Jorma, di “Search My Heart “, lo standard di Rev. Gary Davis autore tra i più apprezzati da Kaukonen ed il tradizionale “True Religion” (che aprirà lo splendido terzo disco “Burgers” del ’72) cavallo di battaglia degli Hot Tuna che ancora oggi interpretano dal vivo. Magnifica performance, registrazione buona superata però dalla qualità della musica, superba.

La seconda facciata è in realtà una selezione di tre brani estratti dal set del 3 luglio 1971 al Fillmore West (suonarono prima dei Quicksilver Messenger Service) in occasione della sua chiusura, concerto in seguito pubblicato dalla benemerita Keyhole Records nel 2014 in un doppio CD del quale a margine di questo articolo pubblico la scaletta. I tre brani trasmessi sempre dalla stazione KSAN-FM provengono dagli archivi della Bay Area Music e sono alcuni classici del “Tonno Caldo” ossia “Rock Me Baby” (brano registrato per la prima volta nel ’64 da B.B.King), “Want You To Know” della premiata ditta Casady – Kaukonen presente sul secondo disco ufficiale “First Pull Up, Then Pull Down” e la rilettura elettrica del brano di Lightnin’ Hopkins “Come Back Baby“, anche questo presente sull’ellepì citato. Il suono è quello classico dei Tuna “elettrici”, con Casady (uno dei migliori bassisti della storia del rock) e Kaukonen in grandissima forma e con il brillante violino di John Creach, tre Jefferson con il supporto del preciso drumming di Sammy Piazza.

Hot Tuna: meglio la versione acustica, quella semi-acustica o quella elettrica che da qui ad un paio di anni si svilupperà (“Yellow Fever” è del ’75, “Hoppkrov” del ’76, “America’s Choice” del ’75 e parte di “Double Dose” del ’78 sono lì a testimoniare la “terza” scelta)?

Personalmente non ho alcun dubbio e non salomonicamente ma convinto faccio la mia scelta: tutte e tre!

O no?

FILLMORE WEST, 3 LUGLIO 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

English Version (Google Translator)

In 1985 the New York label Relix released this vinyl (available in red, yellow or green) dedicated to one of the most significant bands in the Bay Area, Jorma Kaukonen’s Hot Tuna, Jack Casady, Papa John Creach and Sammy Piazza. The recordings date back to 1971 and come from recordings of two radio broadcasts of the KSAN-FM station.

The first side shows the recording of a broadcast of  April 30, three songs for which the quartet adopts a semi-acoustic sound, more relaxed and more suitable for the occasion: it is “Been So Long” written by Jorma, of “Search My Heart “, the standard of Rev. Gary Davis author among the most appreciated by Kaukonen and the traditional “True Religion” (which will open the splendid third album “Burgers” of ’72) workhorse of Hot Tuna who still today interpret live. Magnificent performance, good recording but surpassed by the quality of the music, superb.

The second side is actually a selection of three songs extracted from the set of July 3, 1971 at the Fillmore West (they played before the Quicksilver Messenger Service) on the occasion of its closure, a concert later released by the well-deserving Keyhole Records in 2014 on a double CD of the which on the sidelines of this article I publish the song list. The three songs also broadcast by the KSAN-FM station come from the Bay Area Music archives and are some classics: “Rock Me Baby” (song recorded for the first time in ’64 by BBKing), “Want You To Know” by the award-winning company Casady – Kaukonen present on the second official album “First Pull Up, Then Pull Down” and the electric rereading of Lightnin ‘Hopkins song “Come Back Baby”, also present on the aforementioned LP. The sound is that of the classic “electric” Tuna, with Casady (one of the best bassists in rock history) and Kaukonen in great shape and with John Creach’s brilliant violin, three Jeffersons with the support of Sammy Piazza’s precise drumming.

Hot Tuna: better the acoustic version, the semi-acoustic one or the electric one that will develop within a couple of years (“Yellow Fever” is from ’75, “Hoppkrov” from ’76, “America’s Choice” from ’75 and part of “Double Dose” of ’78 are there to witness the “third” choice)?

Personally I have no doubts and not solomonically but convinced I make my choice: all three!

Or not?

FILLMORE WEST, 3rd July 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

SUONI RIEMERSI: BROTHER OSWALD & CHARLIE COLLINS “That’s Country”

SUONI RIEMERSI: BROTHER OSWALD & CHARLIE COLLINS “That’s Country”

SUONI RIEMERSI: BROTHER OSWALD & CHARLIE COLLINS “That’s Country”

ROUNDER Records 0041. LP, 1975

di alessandro nobis

Alle registrazioni di questo bel disco accreditato al chitarrista / mandolinista Charlie Collins ed al dobroista/ cantante Oswald Pete Kirby (entrambi degli Smokey Mountain Boys di Roy Acuff) partecipa anche il loro grande amico Norman Blake: la cosa sembra appartenere alla normalità direte voi seguaci di Blake se non fosse che nei quattro brani ai quali partecipa suona non la chitarra ma bensì il mandolino, molto probabilmente per lasciare il giusto spazio all’amico Charlie, peraltro finissimo strumentista: non c’è solo Blake invitato in studio ma anche Sam Bush e quindi ci ritroviamo di nuovo di fronte alla “compagnia” targata Rounder che suona e si diverte – e ci fa divertire – al suono di questa musica “americana” legata sì al bluegrass ma proiettata anche verso le nuove composizioni. “Remember me”, il reel “Fort Smith”, “Kahola March” (versione della Ford’s Hawaiian Orchestra) e “Saint Ann’s Reel” (un brano molto diffuso in nordamerica e di origine, almeno nella sua prima parte, irlandese) sono i brani dove Blake suona magnificamente il mandolino; si tratta di quattro tradizionali, come lo sono tutti i brani del disco, e ciò che si percepisce dal loro ascolto è la perfetta intesa e la naturalezza della musica, oltre naturalmente alla preparazione ed alla profonda conoscenza del materiale proposto spesso raccolto da “informatori”. Anche Sam Bush, altro straordinario strumentista, dà il suo apporto con il suo mandolino ad esempio nel super classico “Wabash Cannonball” e con il violino affianca Collins al mandolino in “Grey Eagle”, ma naturalmente vanno assolutamente citati i brani eseguiti dal duo Kirby – Collins e tra questi il brano di apertura “Nobody’s Business”, il blues “Columbus Stockade” con Kirby al banjo in stile old-time e solo di Coillins, ed “Old John Henry”.

Splendido e “vero” disco, non credo esista una versione in CD: peccato.

(GOOGLE ENGLISH)

Their great friend Norman Blake also participates in the recordings of this beautiful record credited to guitarist / mandolinist Charlie Collins and dobroist / singer Oswald Pete Kirby (both of Roy Acuff's Smokey Mountain Boys): this seems to belong to normality, you followers of Blake were it not for the fact that in the four songs in which he participates he plays not the guitar but the mandolin, most likely to leave the right space for his friend Charlie, who is also a very fine instrumentalist: there is not only Blake invited to the studio but also Sam Bush and then we find ourselves again in front of the Rounder "company" that plays and has fun - and entertains us - to the sound of this "American" music linked yes to bluegrass but also projected towards new compositions. "Remember me", the reel "Fort Smith", "Kahola March" (version of Ford's Hawaiian Orchestra) and "Saint Ann's Reel" (a very popular piece in North America and of Irish origin, at least in its first part) are the pieces where Blake plays the mandolin beautifully; there are four traditional ones, as are all the tracks on the disc, and what you perceive from listening to them is the perfect understanding and naturalness of the music, as well as of course the preparation and in-depth knowledge of the proposed material often collected by "informants" . Even Sam Bush, another extraordinary instrumentalist, gives his contribution with his mandolin, for example in the super classic "Wabash Cannonball" and in "Gray Eagle", but of course the pieces performed by the duo Kirby - Collins and among these the song of opening "Nobody's Business", the blues "Columbus Stockade" with Kirby on the banjo in old-time style and only by Coillins, and "Old John Henry".

SUONI RIEMERSI: MARK O’CONNOR “Pickin’ in the Wind”

SUONI RIEMERSI: MARK O’CONNOR “Pickin’ in the Wind”

SUONI RIEMERSI: MARK O’CONNOR “Pickin’ In The Wind”

Rounder Records. LP, 1976

di alessandro nobis

1975 Grand Master Fiddle Champion · National Guitar Champion 1975” dicono i due stickers sulla copertina del secondo disco del polistrumentista Mark O’Connor di Seattle: nulla di strano se non che nel ’75 O’Connor aveva 14 anni ed il suo talento era già così maturo da convincere la Rounder Records a fargli incidere l’album in compagnia, udite udite, di straordinari musicisti come Norman Blake, Charlie Collins, Sam Bush, Roy Huskey e John Hartford ovvero il meglio della musica acustica di quegli anni, quasi un dovuto apprezzamento all’enfant prodige del lontano Nord Ovest e della sua musica da parte della “famiglia Rounder”. Un bel disco con un altrettanto bel repertorio dal quale emergono sia il talento indiscusso di O’Connor che il piacere di suonare assieme agli amici più cari: mandolino, violino, chitarra passano tra le mani del giovanissimo Mark e l’impressione che resta fissa nella mente è quella della sua precoce maturità e consapevolezza lontana dagli aspetti “dimostrativo” e “calligrafico” che a quell’età spesso viene quasi “esibita” per lo stupore degli astanti.

Qui troviamo un po’ tutto il repertorio del miglior bluegrass, come il brano scritto da Jim & Jesse, “Dixie Hoedown” dove O’Connor è alla chitarra solista, Sam Bush al violino, Blake al mandolino, Hartford al banjo, Collins alla seconda chitarra e Roy Huskey naturalmente al contrabbasso, un brano originale (“Mark’s Waltz”), un valzer come si può immaginare con O’Connor al violino, Collins alla chitarra e Sam Bush al mandolino o ancora uno spartito di Vassar Clements (il blues “Lonesome Fiddle”) con un inedito ed efficace arrangiamento che non prevede l’uso del violino ma chitarra, banjo, dobro (Norman Blake), chitarra e contrabbasso. E, per concludere, l’omaggio al violinista del Montana Bill Lang con un suo valzer eseguito in compagnia di Sam Bush e Charlie Collins.

Gran bel disco.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “The Fields of November”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “The Fields of November”

“The Fields of November” Flying Fish Records 004. LP, 1974

di alessandro nobis

“The Fields of November” è la quarta uscita della Flying Fish e la produzione di questo album di Norman Blake fu affidata all’amico dobroista Tut Taylor, compagno anche negli anni a seguire di mille battaglie musicali del chitarrista americano. Con Blake alla chitarra, voce, violino, mandolino e dobro i “soliti” straordinari compagni di viaggio ovvero Nancy Ann Short (futura “Blake”), al violoncello, Robert Arthur Tut Taylor al dobro e Charile Collins alla chitarra e violino l’ensemble confeziona uno dei più riusciti lavori nell’ambito della cosiddetta “americana” di quegli anni dando un particolare risalto al ruolo degli strumenti ad arco, peculiarità che in seguito Nancy e Norman (scusate la confidenza) approfondiranno con il Rising Fawn String Ensemble ed inoltre mette in risalto il talento compositivo di Norman Blake vesto che tutti i brani portano la sua firma. Il brano eponimo, “Uncle” e quello che apre il disco, “Green Leaf Fancy” sono eseguiti dal trio violino – violoncello – chitarra e sono tra quelli che preferisco assieme a “Krazy Kurtis” suonato in solo da Blake al dobro; non mancano i canti narrativi che raccontano storie di emigrazione dovute alla chiusura delle miniere di carbone come lo splendido “Last Train from Poor Valley” ed all’estrema povertà come il malinconico ed allo stesso tempo incisivo “Lord Won’t You Help Me” (“Viaggiando e vagabondando per tutto il tempo / da solo con la mia chitarra / per un dollaro ed un quarto /ed un bicchiere di vino / o Dio, non vuoi aiutarmi prima che impazzisca”).

Un disco che segna assieme a “Old and New” che lo segue (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/05/suoni-riemersi-norman-blake-old-and-new/) il percorso stilistico di Norman Blake che da un lato proseguirà in solo o in duo (memorabile “Whiskey Before Breakfast” in duo con Charlie Collins) e dall’altro rivolta alla costruzione ed alla sua realizzazione di un suono legato agli archi, un aspetto questo mai affrontato prima, e mai lo sarà in seguito, dal mondo della musica di ispirazione tradizionale americano.

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

Rounder Records. CD, (1971), 2002

di alessandro nobis

Sono cinquant’anni che le straordinarie session di John Hartford, Vassar Clements, Tut Taylor e Norman Blake furono registrate: in parte vennero pubblicate nel ’71 in “Areo Plain” con la (prima) produzione di David Bromberg, alcune sono state perse ed una terza parte sono contenute in questo CD immesso sul mercato dalla Rounder in occasione del trentennale del “Disco Madre” e che contiene brani incisi tra il ritorno di Hartford a Nashville e la realizzazione di “Morning Bugle”. Qui troviamo brani che avrebbero dovuto essere su Aero-Plane, qualche “cut” di John  Hartford e qualche standard di bluegrass suonata dalla Aeroplane Band ed alle registrazioni parteciparono, oltre naturalmente ad Hartford, Norman Blake, Tut Taylor, Vassar Clements ed un efficacissimo e quadrato Randy Scruggs al contrabbasso.

Tra i brani più interessanti ci sono le rilettura di un brano di Jimmie Skinner (“Doin’ my time”) del quale segnalo una superlativa versione della Seldom Scene di Mike Auldridge, e di uno di Jimmie Davis (“Where the old red driver flows”) registrato nelle sessions prodotte da Bromberg e che qui ha l’onore di aprire il disco; gli altri brani sono tutte composizioni di John Hartford e di Tut Taylor, del primo ricordo “Dig a Hole” con un notevole arrangiamento vocale e lo splendido violino di Hartford (Clements qui non c’è) e soprattutto “Presbyterian Guitar” con Taylor alla mandola, Blake al mandolino, Clements al mandocello e Scruggs al contrabbasso, brano introspettivo del giugno del ’71 che esalta la bravura e l’interplay dei musicisti. In puro stile Hartford c’è infine “The Vamp From Back in the Goodie Days” con il violino che guida sull’appoggio del banjo, della chitarra e del dobro.

Non credo sia particolarmente difficile procurarsi questo CD, se avete già “Aero-Plain” questo è il suo il lavoro complementare, di grande bellezza e del notevole valore storico visto che già mezzo secolo è passato.