JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

540 – JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

Omnivore Records, CD 2019

di Alessandro Nobis

Questi ottanta minuti rappresentano una sorte di Santo Graal per gli estimatori di Johnny Shines, uno di quelli che come padrini musicali ebbe due tizi come Howlin’ Wolf e Robert Johnson. Non so se mi spiego. La registrazione, di ottima qualità, ci riporta al 1973 quando assieme a Leroy Jodie Pierson (che lo accompagna in tre brani) tenne un concerto a St. Louis presso la Washington University.

81imKmX6NBL._SY355_Classe 1915, nato dalle parti di Memphis lungo il corso del Mississippi, Shines fa parte di quella schiera di straordinari talenti che ad un certo punto della carriera, con varie motivazioni, sparirono letteralmente dal mondo della musica per poi essere riscoperti da compagnie discografiche, da musicisti europei ed americani e da impresari bianchi. Nel caso specifico Shines effettuò delle sedute di registrazione nella seconda parte degli anni Quaranta per la Columbia e la Chess che non portarono però ad alcuna pubblicazione e nel ’52 registrò un ottimo disco che non ebbe alcun risultato commerciale tanto da far decidere a Shines di abbandonare la strada del musicista per dedicarsi ad altro, l’intenzione di andare in Africa e poi il duro lavoro in un’impresa di costruzioni.

Alla metà degli Sessanta – nel 1966 – la lungimirante Vanguard records lo trovò che fotografava (si avete capito bene, che “fotografava”) altri bluesman in un club del Southside e non perse l’occasione di registrare nei suoi studi alcuni brani che divennero parte del terzo volume della prima serie “Chicago: the Blues Today” (a divedersi le due facciate c’erano con Shines anche Johnny Young e Big Walter Horton) che finalmente contribuì a far conoscere questo straordinario bluesman al pubblico dei bianchi americani ed europei assieme agli altri che ebbero spazio in questi tre fondamentali LPs. Erano i tempi in cui negli Stati Uniti ma soprattutto in Inghilterra c’era un forte interesse verso il blues americano ed infatti lì emersero straordinari talenti della cosiddetta corrente del British Blues, cito solamente i Bluesbreakers, gli Stones, i Fleetwwod Mac, la Graham Bond Organisation e gli Yardbirds.

In questa registrazione c’è la sua potente voce (ascoltatela e ascoltate la slide nella sua “Have you ever loved a woman”), la sua straordinaria chitarra, c’è la sua storia personale e la storia del blues americano con i suoi protagonisti, da Robert Johnson (“Kind Hearted Woman”, “I’m a steady Rollling Man”, “They are red hot” e Sweet Home Chicago), c’è Sleepy John Estes (“Someday Baby Blues”), c’è anche Wllie Johnson (“It’s nobody fault but mine”) ma soprattutto ci sono i suoi blues, le sue sofferenze accumulate in dura vita che improvvisamente gli regala una chance di riscatto sociale.

Per me disco imperdibile. “Chicago Blues Legend”, recita lo sticker nel cellophane che avvolge il cd: niente di più vero.

 

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SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

ALLIGATOR Records, CD. 1992

di Alessandro Nobis

Originariamente pubblicato sul numero del maggio 1992 della rivista Folk Bulletin

71tzkdN7UuL._SX355_Registrato il 15 maggio 1981 durante una tourneè europea e finora pubblicato solamente in Francia per l’etichetta Isabel con il titolo “Going back”, questo “Alone and Acoustic” ci presenta la coppia più importante del blues elettrico chicagoano ovvero il chitarrista Buddy Guy (per referenze chiedere a Slowhand Eric Clapton) e l’armonicista Junior Wells. Qui i due si presentano straordinariamente in versione acustica, alla ricerca delle radici della musica che da decenni li vede protagonisti in modo diretto nell’ambito strettamente blues e indiretto in quello rock, visti gli innumerevoli guitar – heroes bianchi che hanno seguito le orme soprattutto di Buddy Guy, bluesman poco conosciuto dalla maggioranza del pubblico ma ritenuto figura essenziale da tutti gli addetti ai lavori ed appassionati della musica del diavolo.

Quindici tracce sono contenute in questo CD ripubblicato dalla chicagoana Alligator con ben cinque inediti in più rispetto all’originale, quindici brani che ci regalano un’ora di blues al vetriolo, quasi a dimostrare come sia importante l’essenzialita’ rispetto ad arrangiamenti troppo ricchi che non da oggi ammaliano intere generazioni di musicisti e di giovani. Strumenti acustici sì, certo, ma suonati con un cuore ed una grinta che non ha eguali e che non fanno certo rimpiangere le Stratocaster e le Telecaster che per una volta, dieci anni fa, Buddy Guy ha lasciato in qualche angolo del Southside. Classici come “Boogie Chillen” e “Rollin’ and Tumblin’”, “You don’t love me”, “Catfish Blues” e “That’s all right” sono brani che restano nella memoria di chi ascolta ed attraverso i quali si ripercorre la lunga e sofferta strada dell’inurbamento di questa straordinaria musica.

Un disco da cinque stelle che sento di consigliare a chiunque. In attesa di incontrare Buddy Guy e Junior Wells su qualche palcoscenico italiano.

DUCK BAKER “Plymouth Rock”

DUCK BAKER “Plymouth Rock”

DUCK BAKER  “Plymouth Rock”

Fulica Records, CD. 2019

“Unreleased & Rare Recordings, 1973 – 1979”, recita il sottotitolo di questa nuova pubblicazione del chitarrista e compositore americano Duck Baker, che come le precedenti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/), (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/), (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)regala agli ascoltatori ed in particolare ai “BakerHeads” gemme mai ascoltate proveniente temporalmente da vari periodi della sua lunga carriera.

Qui siamo bel pieno degli anni Settanta attorno per la precisione al 1975, anno in cui Baker pubblica il suo primo lavoro per la Kicking Mule Records ed i brani provengono da registrazioni fatte negli US ed anche a Londra (6 per la precisione), e tutte hanno una qualità audio notevole considerata la cura con la quale Baker mette e sta mettendo nella scelta dei brani provenienti dal suo e da altri archivi.

“Sheebeg and Sheemore” (tradizionale irlandese), “Indiana” (texan swing), “Honeysuckle Rose” (Fats Waller) sono diventati poi dei classici che ancora oggi spesso suona dal vivo, con la solita verve e classe, “Zebra Blues” (nel repertorio di “There’s Something For Everyone In America”, album di esordio del ’75) e “Plymouth Rock” sono brani originali, “Callahan’ Hornipe” è ancora una danza irlandese: devo dire che anche questa volta è un piacere ascoltare la chitarra di un Duck Baker nei primi anni della sua carriera, per capire come si è evoluto ed ampliato il suo repertorio di quello che da molti è considerato uno dei maestri dello stile fingerpicking, suonato sia con set di corde di nylon che in acciaio come in “Sheebeg and Sheemore” e in “Callahan’ Hornpipe”

Le registrazioni, a parte cinque pubblicate su cassetta nel 1989 e quindi come potete immaginare introvabili, sono tutte inedite.

Tutto “grasso che cola”.

 

TIM SPARKS & JAMES BUCKLEY “Jukebox Dreamin'”

TIM SPARKS & JAMES BUCKLEY “Jukebox Dreamin'”

TIM SPARKS & JAMES BUCKLEY “Jukebox Dreamin’”

Acoustic Music, CD 2018

di Alessandro Nobis

“Back to the Future” avrebbe potuto essere il titolo di questo nuovo, splendido lavoro del chitarrista Tim Sparks e del contrabbassista James Buckley pubblicato dall’etichetta tedesca di Peter Finger Acoustic Music: l’idea non va presa sottogamba, Sparks si prende il tempo di ritornare – senza la DeLorean –  ai tempi della sua giovinezza, riprende alcune delle canzoni allora più in voga e ce le riporta ai nostri giorni rielaborandoli ed arrangiandoli alla sua maniera. Niente proposte calligrafiche, niente arrangiamenti superficiali ma la sua solita capacità di smontare e rimontare brani, alcuni dei quali super interpretati vicino ad altri di cui si era persa la memoria. Album CoverInsomma se avete ascoltato i suoi lavori commissionatigli da John Zorn avete capito di cosa sto parlando; un’operazione intelligente che grazie alla tecnica cristallina di Sparks riesce nel migliore dei modi. E, quindi, ci troviamo davanti alle melodie beatlesiane (“Imagine” e “Strawberry Fields Forever”), alla “Mama Tried” di Merle Haggard, ad un’inaspettata rilettura di “Black Hole Sun” di Chris Cornell oppre al brano di Al Green “Let’s Stay Together”; un sentiero lungo la storia – una delle storie – della musica della seconda metà del Novecento eseguita con grande classe ed ispirazione e dove il ruolo del contrabbasso nelle mani dell’eclettico James Buckley gioca un ruolo fondamentale nell’accompagnare e sostenere la meravigliosa chitarra di Tim Sparks. Non solo, i “due” scrivono due brani a quattro mani, “If I Ain’t Blue, Don’t fix it” (spettacolare il solo di Sparks)  e la ballad “Jujebox Dreamin’” che si incastonano alla perfezione in questo disco per chitarra e contrabbasso “da manuale”.

http://www.acoustic-music.de

 

 

 

 

GENE CLARK “Sings for you”

GENE CLARK “Sings for you”

GENE CLARK “Sings for you”

OMNIVORE RECORDINGS. CD, LP. 2018

di Alessandro Nobis

La figura di Gene Clark è un’icona di quel genere che ora viene chiamato “americana”, venerato dalla schiera dei numerosi fans ma quasi sconosciuto al grande pubblico. Clark è stato uno dei fondatori dei Byrds con i quali registrò tre album (“Mr. Tambourine Man”, “Turn! Turn! Turn!” e quello omonimo della reunion del ’73 per la Asylum, bellissimo) ed ha avuto una importante carriera solista costellata da gemme quali “The Fantastic Expedition of Dillard & Clark” (1968),  “No Other” (1974) e “Two Sides of every story” (1977); ottimo songwriter apprezzatissimo dai colleghi per le liriche e la purezza delle melodie, la sua arte ritorna oggi alla ribalta con questo disco di inediti che va a coprire il periodo di transizione post Byrds – dei quali era uno dei principali autori ma venne praticamente “fatto fuori” dalle personalità di Jim McGuinn e David Crosby  – tra il lavoro con i Gosdin Brothers e quello già citato con Doug Dillard e Bernie Leadon. Siamo nel 1967 ed i brani qui riportati provengono in parte da un acetato che presenta brani scritti per i “Rose Garden” (sei) e registrati in parte “solo” ed in parte con il gruppo ed otto da una registrazione di fine 1967 in compagnia di Alex De Zoppo al pianoforte ed altri musicisti, probabilmente session men. GENE CLARKQuesti ultimi sono quasi un disco pronto per la postproduzione, brani completati anche negli arrangiamenti che probabilmente dovevano essere pubblicati con il titolo “Sings for you”: registrati per la Liberty sono diventati presto una sorta di Sacro Graal per gli appassionati del genere e quindi per i fans dei Byrds delle origini e di Gene Clark in particolare sono un corpus che va a coprire una fase importante della carriera di questo songwriter originario del Missouri prematuramente scomparso a quarantasette nel 1991, quando gruppi più giovani come i Long Ryders ed i Textones iniziavano ad apprezzare la sua superba musica invitandolo a collaborare con loro.

“Harold Eugene Clark – No Other” recita l’epigrafe sulla sua tomba.

 

 

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY “First Songs”

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY “First Songs”

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY

“First songs” LP Folkways / Smithsonian, 1964 / 2010

Nell’era di Internet capita ancora di avere per le mani con un paio di anni di ritardo dischi ri-pubblicati – come questo di Mick Hurley – e misteriosamente materializzatisi in uno dei pochissimi negozi indipendenti d’Italia.

I primi anni sessanta furono anni epocali per la riscoperta della tradizione folk americana e per le nuove generazioni di folksingers. Alcuni diventarono celeberrimi, altri meno, qualcun altro venne spazzato via da tragiche vicende umane: molti invece proseguirono le loro oneste carriere musicali partecipando ai festival, suonando nei piccoli club, componendo canzoni e ballate incise su LP – e CD – fuori dai circuiti della distribuzione discografica. Come Micheal “Mike” Hurley, della Pennsylvania, classe 1941 il cui esordio “First Songs” del ’64 per la prestigiosissima Folkways Records è stato ristampato dalla benemerita Smithsonian Institution con una copertina fedelissima all’originale. Autore, chitarrista e grafico (le copertine dei suoi successivi lavori le disegnò lui stesso) Hurley racconta qui i primi anni della sua carriera, ostacolata da gravi problemi fisici che senz’altro gli impedirono di imporsi nel panorama del Greenwich Village, – in quel tempo fucina ricchissima di talenti, musicali e non solo – ma anche di cattive compagnie (“youngster” con pessime abitudini, dice lui stesso) che certamente non lo favorirono.

Pochi semplici accordi, una voce molto espressiva seppur giovane, la convinzione di possedere la capacità di raccontarsi e la tenacia di riuscirci nonostante le avversità della vita.

Questo “First Songs” sembra un’istantanea dell’aria che si respirava in quegli anni, prima che l’inferno vietnamita portasse via una generazione di giovani americani (e vietnamiti).

Ebbene, lo è.

Alessandro Nobis

SUONI RIEMERSI: KEVIN CONNOLLY “Ice Fishing”

SUONI RIEMERSI: KEVIN CONNOLLY “Ice Fishing”

SUONI RIEMERSI: KEVIN CONNOLLY “Ice Fishing”

WEATHERVANE RECORDS, cd,  2015

di Alessandro Nobis

Purtroppo della canzone d’autore americana e dei suoi autori in Italia se ne sente troppo poco parlare dopo la fortunata stagione di Carlo Carlini, quando con grande passione e competenza cercava di organizzare – e organizzava –  tour di musicisti sconosciuti e noj. Di personaggi come Ellis Paul, Cormac McCarthy, Richard Shindell o Ray Bonneville se ne sente quasi mai parlare, come anche di Kevin Connolly, bostoniano, che molti anni fa non solo era ospite di rassegne o festival ma spese parte della sua vita stabilendosi sul suolo italico per qualche tempo. Mi è capitato tra le mani questa sua ultima produzione (non per caso, eh, l’acquistata sul suo sito internet) di tre anni fa, “Ice Fishing”, pubblicata tre anni fa ma praticamente sconosciuta in Italia che non fa che confermare lo stile tipico di Connolly, il suo raccontare storie (stavolta sono quattordici) tra semi-acustico ed elettrico, la sua notevole capacità di osservare “gli umani” e di raccontarli con i suoi testi e la sua musica.

In “Ice Fishing” c’è la collaborazione con il fratello Jim, polistrumentista, che da’ un forte contributo sia in termini di ispirazione “fraterna” che nel suono (Jim suona contrabbasso, pianoforte, banjo, percussioni, melodica e canta pure); i ricordi di “My Brother and me”, l’intimità di “Ice Fishing”, gli incontri con le varie umanità alla “Bus Station”, la solitudine “acustica” di “Suitcase and Rifle” suonata con una National ed accompagnata da un bel video (vedi link).

Un altro gran bel disco questo di Connolly, un’altra conferma di come la scena cantautorale di Boston e del New England sia ancora vivissima e capace di regalare storytelling musicali come queste quattordici tracce. Spero di rivederlo presto in Italia, sarà difficile, ma sognare costa poco.

https://www.kevinconnolly.com/video