SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE  “Grand Junction”

Rounder Records. LP, 1985

di alessandro nobis, kindly translated by Jay Beale

” Grand Junction ” is the only solo album by Nancy “Short” Blake, multi-instrumentalist and composer from Missouri whose artistic and sentimental life took a turn when, in 1972, she opened a Norman Blake concert with her ensemble “Natchez Trace” who had recently embarked on a solo career. Her first instrument was the cello but later she became an excellent mandolinist, violinist, guitarist, accordionist and finally a singer, one of the members of that “Rising Fawn String Ensemble” that has for year delighted the finest palates of the “American “; In fact, the violinist James Bryan (of RFSE) and the banjoist Tom Jackson collaborate in this work, in addition to her husband Norman.

Apart from the song that opens the disc, ” Florida’s Rag ” by the great John Hartford (Nancy on mandolin, Norman on guitar) and ” The Crysanthemum ” by Scott Joplin, you can listen to all original songs obviously respectful of tradition that few as the musicians involved know so thoroughly. Of course the understanding between Blake (s) is perfect, ” In Russia “, The Crysanthemun “(by Joplin) and” Lima Road Jig “are there to confirm it but the arrangements of the pieces in quartet are also truly splendid, such as” Walk along ”and“ Three Ponies ”. Nancy Blake is, as mentioned, a very talented instrumentalist who can also record multiple tracks to record a song (“Year of the Locust ”where he records two tracks with the mandolin and one with the guitar) and at the same time offer a“ solo ”piece for five-string violin as“ Mahnuknuk ”inspired by the homonymous god of banality Eskimo.

I do not think there is a CD version of this unfortunately unique work by Nancy Blake, certainly remains the purity of her music and the passion that transpires from it.

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE  “Grand Junction”

Rounder Records. LP, 1985

di alessandro nobis

Grand Junction” è l’unico disco solista di Nancy “Short” Blake, polistrumentista e compositrice del Missouri la cui vita artistica e sentimentale ebbe una svolta quando, nel 1972, aprì con il suo ensemble “Natchez Trace” un concerto di Norman Blake che da poco aveva intrapreso una carriera solista. Il suo primo strumento fu il violoncello ma in seguito è diventata un’ottima mandolinista, violinista, chitarrista, fisarmonicista e infine cantante, una dei membri di quel “Rising Fawn String Ensemble” che ha per anno deliziato i più fini palati del genere “americana”; a questo lavoro collaborano infatti alternandosi, oltre al marito Norman, il violinista James Bryan (del RFSE) ed il banjoista Tom Jackson.

A parte il brano che apre il disco, “Florida’s Rag” del grande John Hartford (Nancy al mandolino, Norman alla chitarra) e “The Crysanthemum” di Scott Joplin si ascoltano tutti brani originali ovviamente rispettosi della tradizione che pochi come i musicisti coinvolti conoscono in modo così approfondito. Naturalmente l’intesa tra i Blake(s) è perfetta, “In Russia”, The Crysanthemun” (di Joplin) e “Lima Road Jig” sono lì a confermarlo ma davvero splendidi sono anche gli arrangiamenti dei brani in quartetto come ad esempio “Walk along” e “Three Ponies”. Nancy Blake è come detto strumentista talentuosissima in grado anche di registrare più tracce per registrare un brano (“Year of the Locust” dove registra due tracce con il mandolino ed una con la chitarra) e contemporaneamente offrire un brano in “solo” per violino a cinque corde come “Mahnuknuk” ispirato dall’omonimo dio della banalità Eskimo.

Non credo esista una versione CD di questo purtroppo unico lavoro di Nancy Blake, di certo resta la purezza della sua musica e la passione che da essa traspira.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

NORMAN BLAKE  “Home in Sulphur Springs”

Rounder Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Classe 1938, nativo del Tennessee ma subito trasferitosi con la famiglia a Sulphur Springs in Georgia, Norman Blake è cresciuto molto vicino alla linea ferroviaria che molto più tardi descrisse in seguito così bene nelle sue ballate, visto che l’occupazione principale della popolazione residente in quell’area era appunto lo svolgimento di mansioni di ogni tipo per la compagnia che gestiva la ferrovia. Legato fortemente alla tradizione musicale ma con una sempre fervida vena compositiva, Blake è considerato anche dagli esperti, ed anche da me in quarta battuta, uno straordinario poli strumentista che ha saputo far sua la lezione dei Maestri come Doc Watson, indissolubilmente legato alla più pura delle tradizioni musicali e tra i fondatori del genere chiamato da molti “americana”.

Registrato il 30 dicembre del ’71 e pubblicato l’anno successivo dall’allora attivissima Rounder Records, “Home in Sulphur Springs” è lo splendido disco d’esordio di Blake che si fa accompagnare dall’amico dobroista Tut Taylor che a sua volta lo aveva ospitato nel suo “Friar Tut” registrato il giorno prima (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/05/21/tut-taylor-·-norman-blake-·-sam-bush-·-daniel-taylor-friar-tut/). “Bully of the Town” che apre il disco è stata ispirata alle “fiddle tunes” ed eseguita impeccabilmente dalla chitarra, un autentico biglietto da visita per Blake e per la sua seguente carriera artistica assieme alla seguente “Randal Collins”, ballad composta in quel di Chicago pensando alla sua Sulphur Springs alla quale dedica anche la toccante “Down Home Summertime Blues” alla slide; il dobro di Tut Tayor emerge in tutta la sua liricità in “When the Fields are White with Daises”, ballad scritta da Blake che ha completato un breve tema tradizionale seguita un arrangiamento di un’altra fiddle tunes, “Clattle in the Cane” per sola chitarra. Chiude questo magnifico esordio “Bringing in the Georgia Mail”, scritta da Bill Monroe, nientedimeno.

Disco splendido, grande autore ed immenso chitarrista, un lavoro che mi affascinato si dal primo ascolto.

E infinite grazie alla Nitty Gritty Dirt Band che con “Will the Circle be Umbroken” mi ha spalancato il portone al folklore americano ed ai suoi autori. Come, appunto, Norman Blake, che in quel triplo testo sacro giocava un importante ruolo.

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

Mena, Arkansas ( ..… – 1935)

di alessandro nobis

C’è una busta ingiallita dal tempo in cima alla scaffalatura dedicata allo Stato dell’Arkansas a Washington, alla Biblioteca del Congresso; è una busta voluminosa custodita gelosamente in una scatola assieme a fotografie di famiglia e di ambiente, contratti di proprietà agricole ed immobiliari, un registro delle nascite e delle morti, documenti contabili della famiglia MacFarland e del loro emporio. E’ il risultato delle ricerche condotte per una vita intera da tale Frank MacFarland, residente nella contrada di Mena e studioso della storia della Contea di Polk – qualcuno lo definirebbe “localista” – che dedicò il suo poco tempo libero a ricostruire la vita del paese dove la sua famiglia si era trasferita dalla costa est due generazioni prima e dei personaggi che lo popolarono, o almeno di quelli che qualcosa di interessante avevano fatto o detto. Mena ed Hatfield erano – e lo sono ancora – due piccoli centri non lontani dal confine con l’Oklahoma attraversati da una rotabile frequentemente percorsa soprattutto a cavallo del 1900 per via di un ponte coperto sul Mountain Fork che collegava i due Stati. Ma, e vengo al dunque, oltre ai documenti descritti prima donati alla Library of Congress dalla vedova MacFarland, nella busta si trovano due manoscritti che riportano frammenti di altrettanti canti, forse due worksongs e due spirituals probabilmente raccolti e trascritti con discreta precisione – anche se la firma è pressoché illeggibile – dal pastore battista di Hatfield direttamente dalla voce dell’informatore Micheal “Blacksmith” Cowell di professione fabbro, almeno così si legge in altro foglio di piccole dimensioni. Cowell era un afroamericano, la data della sua morte riportata sulla nuda pietra tombale riporta la data del 1935 ma non quella di nascita, che aveva proseguito l’attività del padre – nato schiavo in uno Stato schiavista – in un’officina sulla Main Street ai margini dell’abitato di Hatfield; nella busta c’è anche una foto, forse ritrae lui, forse il padre, non ci sono annotazioni o date, resta – e resterà fitto – il mistero.

Non è difficile immaginare Cowell che canta a piena voce rabbiosamente seguendo il ritmo del maglio della sua officina, e nemmeno immaginare il Pastore che si ferma ad ascoltare ed a cercare di trascrivere i versi di quei canti che, come da prassi nella musica “orale” cambiavano a seconda dell’umore di chi li cantava.

Sul primo foglio l’incipit è “One of these mornings” ed i primi dei pochi versi trascritti sono “Thank God Almighty we are free at last / I am gonna put on my two wings and try to fly”, sembra una lezione diversa di “Free at last” del repertorio del “Freedon Trail”, ovvero del percorso verso la libertà che gli schiavi cercavano di seguire per ottenerla negli stati del nord, percorso che veniva chiamato anche “The Underground Railroad”. Sul retro due versi che recitano “No more auction block for me, non more, no more /No more auction block for us, many (hundreds) gone” probabilmente riferito alla messa all’asta degli schiavi nelle piazze dei mercati. Il secondo foglio, con vistose macchie nerastre che ricoprono quasi completamente il testo su un lato, sono riportate poche parole, sembra “Pay me or go to jail / Pay me, pay me” una work song probabilmente, forse la stessa “Pay me” che Alan Lomax raccolse a metà del ‘900 da un portuale a Savannah, Georgia mentre sul secondo lato, più leggibile, è quasi certamente stato trascritto un canto di lavoro dei lavoratori neri delle campagne perché dice “Bring me little water, Mary / Bring me little water now / Bring me little water, Mary / Bring me little water right now”.

La vicenda di Michael Cowell e della famiglia MacFarland è solamente un piccolissimo frammento della storia degli afroamericani di questa parte d’America; la Biblioteca del Congresso di Washington contiene tesori inestimabili per la storia americana, per la storia della nazione e per quella delle comunità che lì vivono. Di questi faldoni pieni zeppi di documenti se ne contano a centinaia, quasi tutti da esplorare con la pazienza di un archeologo “da biblioteca”, e molti di questi provengono dall’Europa. Chissà, un giorno ….

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR “Friar Tut”

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR “Friar Tut”

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR  “Friar Tut”

Rounder Records 0011. LP, 1972

di alessandro nobis

Robert Arthur “Tut” Taylor (1923 – 2015) è stato uno dei più autorevoli suonatori di dobro oltre ad essere anche un ottimo mandolinista e banjoista con un repertorio centrato sulla old-time-music. Oltre ad aver fatto parte dell’ultima line-up dei Dixie Gentlemen con Vassar Clements, il suo nome è legato alle registrazioni con John Hartford (“Aeroplain”), con Norman Blake e soprattutto ai suoi dischi solisti, come questo bellissimo “Friar Tut”. Registrato nel 1971 il giorno precedente (29 dicembre) alla session che generò l’album di esordio di Blake, contiene brani quasi esclusivamente scritti da Taylor e suonati in compagnia dello stesso Blake alla voce, chitarra e mandolino, Sam Bush al mandolino e del nipote Daniel Taylor alla chitarra in due brani. Taylor non aveva scritto le parti su pentagramma per sé e per gli altri, tutto scorre spontaneamente come in una session informale, tutti i brani sono “first Take”, buona la prima e buonanotte ad eventuali imperfezioni; spiccano la splendida ballad cantata da Blake “Daisy Deane” – un frammento di microstorie americane – composta ai tempi della Guerra Civile da T. F. Winthop e J. R. Murray e lo strumentale “The Old Shoemaker” composta da Blake, tutti gli altri sono originali di Taylor e tra questi “Me and my Dobro” con la chitarra dell’allora sedicenne Samuel (Taylor), il brano eponimo che chiude l’album, apoteosi di mandolini, “Arlo Buck” dove Taylor suona una National costruita da Rudy Dopera, il blues “Midnight in Beanblossom” eseguito dai mandolini (Ben Blossom, Indiana, era la sede di un famosissimo Bluegrass Festival) e l’emblematico brano iniziale, “Sweet Picking Time in Tooomsboro, Georgia” un titolo che fotografa alla perfezione l’atmosfera di queste session nello studio a Nashville dove era titolare di un negozio di strumenti a corda da collezione (Martin, eccetera): piacere di suonare, pacatezza, divertimento e amicizia, grande tecnica e amore per la propria musica.

SUONI RIEMERSI: PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR “Brother Oswald”

SUONI RIEMERSI: PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR “Brother Oswald”

PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR

“Brother Oswald”

Rounder Records 0013. LP, 1972

di alessandro nobis

Con Pete “Bashful Brother” Oswald Kirby si entra nella storia del folk americano, quello del Grand Ole Opry e del grande violinista Roy Acuff (1903 – 1992) che lo scelse come dobroista e cantante per i suoi “Smokey Mountain Boys” oltre ad appiccicargli il soprannome di “Bashful Brother”. Kirby, originario del Tennessee, si innamorò dello strumento dopo averlo visto suonare da Rudy Waikiki a Flint, Michigan e da quel momento, siamo attorno al 1930, passò del tempo a suonare come busker a Chicago fino a quando Acuff lo chiamò per un ingaggio, quello definitivo contribuendo con il suo strumento al suono dei “Boys”.

Questa session del 1972 prodotta per la Rounder da Mike Melford che da lì a qualche tempo ebbe l’idea di fondare la Flying Fish Records, vede tre monumenti del folk americano come Norman Blake (chitarra, dobro e mandolino), Tut Taylor (mandolino e dobro) ed un altro membro della cricca Rounder, il chitarrista Charlie Collins che danno un suono acustico, omogeneo che identifica il genere “americana” di quei primi anni settanta segnati da una produzione davvero significativa (un esempio, il triplo album “Will the Circle Be Umbroken”) soprattutto per Norman Blake.

Si apre con la rilettura strumentale di “Wabash Cannonnball” scritta nel 1882 da tale A.J. Roff, qui un autentico florilegio dello strumento dei Dopera Brothers (da qui il nome “DoBro) visto che con l’accompagnamento di Collins tre meravigliosi dobro si alternano nella melodia e nei “soli” e naturalmente da segnalare ci sono anche “Tennessee Waltz” (una hit degli anni ’50 nell’interpretazione di Patty Page) e due tradizionali, “Prairie Queen” e “Song of the Islands”.

Questo “Brother Oswald” va a completare il “trittico” iniziato con “Friar Tut” (Rounder 0011) e proseguito con l’album di esordio di Norman Blake (Rounder 0012): la stessa grafica, gli stessi musicisti, la stessa amicizia, e soprattutto la stessa grande musica “americana”, così la si definisce oggi.

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

OBSOLETE RECORDINGS. CD, LP 2020

di alessandro nobis

Questo è il terzo album del chitarrista – compositore Buck Curran, dopo “Immortal Light” del 2016 e “Afternoon Ragas” del 2018. Curran, americano, è uno dei musicisti profondamente influenzati soprattutto dal “Takoma Sound”, in particolare da quello di due monumenti della chitarra acustica, John Fahey e Robbie Basho; ma, a differenza della maggior parte di questi musicisti, Curran ha saputo brillantemente studiare, interiorizzare e quindi filtrare attraverso la sua personalità la “lezione Takoma” realizzando un proprio progetto musicale che ho trovato molto interessante ed originale. “Marie”, “No Love is Sorrow” e “Chromaticle” riconducono a quanto detto in precedenza e nascono da improvvisazioni ben costruite e sviluppate, ma in questo lavoro c’è dell’altro come l’elemento elettronico su cui si fonda “War Behind the Sun”, lungo brano tra l’ambient più intelligente dalla struttura stratificata, l’intimistica ballad dal grande fascino “Ghost Over the Hill” con il fantasma che lo aspetta nella casa vuota in cima alla collina, le due versioni di “Blue Raga” dedicata ed influenzata dalla musica classica indiana e con sullo sfondo le tabla di Dipak Kumar Chakraborty ed infine un brano che non ti aspetti eseguito al pianoforte (verticale?), un’altra piacevolissima ballad, “Django (New Years Day)”.

Come ho detto, questo “No Love is Sorrow” è una gran bel disco, Buck Curran è un musicista che non conoscevo – e per questo devo ringraziare Gigi Bresciani di GeoMusic – e rappresenta una ventata nuova nel panorama del chitarrismo acustico talvolta imbrigliato nell’autoreferenzialità.

Nasce prepotentemente a questo punto la curiosità di ascoltare i suoi due lavori precedenti, giusto per esplorare il percorso solista di Buck Curran.

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Una mattina chiama il mio manager e dice che ero stato richiesto per delle session con musicisti americani che non erano dei jazzisti. Confermai con grande curiosità la mia presenza e ti devo confessare che raramente mi sono divertito coì tanto in sala di registrazione”: queste le parole del contrabbassista Dave Holland che mi disse alla fine di un concerto “in solo” a Verona al Teatro Camploy. Ed in effetti questa gioia di suonare è nettamente percepibile sia all’ascolto di questo LP accreditato a John Hartford che di quello registrato in compagnia di Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor e Jethro Burns registrato nel ’75 per la HDS Records.

John Hartford, cantante banjoista, violinista e chitarrista scomparso nel 2001 è stata senz’altro una delle menti più fertili del cosiddetto bluegrass alternativo, spesso fuori degli schemi, ironico e sempre sorprendente che ha saputo rompere gli schemi di una musica quasi sempre autoreferenziale e ripetiviva (“Aero plane” del 1971 e “Mark Twang” del ’76 sono alcune una delle prove più lampanti di ciò) e se Hartford e Blake richiesero la presenza di un contrabbassista come Holland piuttosto che quella di uno come Roy Huskey Jr. (un vero e perfetto metronomo, compagno di suonate di un certo Doc Watson ma lontano dal mondo del Prog Bluegrass, n.d.r.) significa che le loro menti erano piuttosto “aperte”. In quel periodo il bassista inglese stava lavorando con Sam Rivers, Barry Altshul e Antony Braxton ma in queste session “americane” emerge tutta la sua tecnica ed il lirismo che ho sempre contraddistinto: i suoi interventi in “All Fall Down”, il suo regale accompagnamento in “Street Car” il suo coinvolgimento in tutte le composizioni di Hartford ed il suo “bilanciare” le personalità del banjoista / cantante e di Norman Blake non sono un valore aggiunto al disco ma rappresentano la sua totale condivisione alle idee di Hartford che ebbe a mio avviso un colpo di genio nel coinvolgere David Holland in questo straordinario progetto. Un lavoro meraviglioso questo “Morning Bugle” un tuffo nella musica “americana” la cui storia ed i cui stili sono filtrati dalla personalità di Hartford, uno dei più grandi ed unici talenti di questo bluegrass alternativo la cui scomparsa ha lasciato negli amici musicisti e nei suoi fans un grande vuoto.

Non ci sono outtakes di questo disco, i musicisti hanno suonato in cerchio guardandosi dritti negli occhi, e questo è il meraviglioso risultato di quelle sessions.

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

RCA Records. lp, 1970

di alessandro nobis

Ci sono dischi che segnano il tuo percorso musicale deviandolo verso altre direzioni spesso inaspettate e questo primo disco degli Hot Tuna è stato per me – assieme a “Oh so good’n blues” di Taj Mahal – un punto di ripartenza dopo averli ascoltati entrambi, un pomeriggio d’inverno, a casa di un amico. Vero, avevamo quindici anni, ma la curiosità era già tanta verso la musica americana, soprattutto acustica, soprattutto se intrisa del blues più arcaico: altro non ci interessava, la chitarra di Jorma Kaukonen e per me l’irraggiungibile funambolico basso elettrico di Jack Casady erano ad un livello stratosferico, e la musica del “Tonno Caldo” da quel giorno non l’ho più abbandonata. Ero già un fan dei Jefferson Airplane, ed i blues proposti da Kaukonen erano i brani da me preferiti ma qui il repertorio era acustico, un omaggio a quelli che poi avrei scoperto essere alcuni dei monumenti del blues acustico: Reverend Gary Davis (“Death Don’t Have no Mercy” e “Oh Lord, Search my Heart”), Leroy Carr (“How Long Blues”) ma anche Jelly Roll Morton (“Dont’ you Leave me here”) musicisti dei quali avrei approfondito la conoscenza più tardi, e da questo ellepì a “Traditional Blues” di Brownie McGhee il passo fu più che breve.

Registrato tra il 16 ed il 24 settembre del 1969 a Berlekey alla New Orleans House, rappresenta l’esordio appunto degli Hot Tuna, costola degli Airplane come per poco tempo lo furono i New Riders of the Purple Sage per i Grateful Dead, una costola blues i cui semi sono sparsi in tutte le registrazioni in studio, ben distinti dalle composizioni di Paul Kantner, Marty Balin e Grace Slick naturalmente.

Kaukonen e Casady naturalmente, ma anche la splendida armonica a bocca di Will Scarlett che con i suoi puntuali interventi danno un determinante segno di originalità al suono, e gli arrangiamenti proposti dai tre sono splendidi (“Uncle Sam Blues”), con il basso di Casady che duetta con la chitarra e offre una chiara visione del valore del musicista soprattutto nelle composizioni originali come “Mann’s Fate” e “New Song”.

Nel 1996 venne pubblicata una ricca versione del disco con ben cinque inediti tra i quali un bellissimo “Know You Rider” e “Keep your Lamps Trimmed and Burning”, sempre del Reverendo; nel 2010, a cura della Sony nella collana “Collector’s Choice Music” vene pubblicato altro materiale proveniente dagli stessi concerti con il titolo “Live at New Orleans House Berkeley California 09/69”.

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti.