CHRIS HORSES BAND “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

CHRIS HORSES BAND  “Dead End & a Little Light”

C.H.Band ·A-Z Blues Made In Italy. CD, 2019

di alessandro nobis

La copertina di Antonio Boschi

Per raccontare le proprie storie o per raccontare storie di altri ogni musicista sceglie il linguaggio più adatto alla sua personalità, alle sue passioni. Cristian Secco, a.k.a. Chris Horses scegli quello del più robusto, ispido e sanguigno rock americano riportandoci per gli otto brani di questo convincente “Dead End & a Little Light” ai tempi della Capricorn di Macon, Georgia. Solo per questo “Chris” ed i suoi compagni di viaggio (il bassista Marc “Don Quagliato, il batterista Marcu T, il chitarrista Mattia “Reez” Rienzi ed tastierista e fiatista Giulio “Snap” Jesi) vanno ringraziati se non altro da quelli che “quel suono” hanno lungamente amato: va sottolineato che questa non è una tribute band o una cover band, sia chiaro, questo è un quintetto che fa della coesione sonora, della tecnica e dell’ispirazione il suo marchio di fabbrica e le scritture di “Chris Horses” sono caratterizzate da riff molto pregevoli (“In Silence” con una graffiante ed incisiva chitarra elettrica che mantiene alta la tensione per tutto il brano, il ”Southern Rock” di “A Little Light” con la voce che canta all’unisono con il sax) ma anche da ballate elettroacustiche di pregevole fattura come “Lost” e “This Old Town” scandita dagli arpeggi di chitarra e con la credibilissima voce del leader e con il flauto traverso che mi ha riportato piacevolmente al suono della ……………….. (sapete, non mi piace fare citazioni, ma dai, questa è facile facile).

La strada metafora della vita (“Ma da qualche parte, in qualche modo, dobbiamo andare / quindi è meglio percorrere la nostra strada” di “In Silence”), l’inquietudine (“Così tanti pensieri da pensare / se continuo così, credo che affonderò”, “Dead End” ed anche “Sono stanco di sprecare il mio tempo / ho solo bisogno di un po’ di luce” di “A little Light”) ed anche l’indifferenza e la delusione di “This Old Town” (“Amo questo paese così tanto da odiarlo / Ha preso di me più di quanto avessi / ora devo andare / forse non tornerò, non so”) sono temi comuni anche nella letteratura musicale d’oltreoceano ma sono sentimenti della condizione umana e quindi universali. Bravo Cristian Secco & C. a saperli descrivere in modo così diretto e semplice. Un bel disco, una sorpresa per me.

GEORGES RAMAIOLI “La Prateria”

GEORGES RAMAIOLI “La Prateria”

GEORGES RAMAIOLI  “La Prateria”

Edizioni Segni d’Autore. Volume 21×30 cm, 2020

di alessandro nobis

Si conclude con “La Prateria” la cinquina di volumi pubblicati da “Segni d’Autore” con le sempre evocative ed efficaci illustrazioni che accompagnano la sceneggiatura del francese Georges Ramaioli; 

ricordo che per “I Racconti di Calza di Cuoio” la casa editrice per questa edizione ha scelto intelligentemente di seguire la cronologia degli eventi1, che dal 1757 conducono agli inizi del diciottesimo secolo anziché la successione della loro pubblicazione2avvenuta tra il 1826 ed il 1841, come riportato in calce a questo articolo.

Qui si concludono le avventure terrene di Nathaniel “Natty” Bumpoo alias “Long Carabine”, ”Occhio di Falco”, ”Calza di Cuoio” ed ancora “Cercatore di Piste” o “Uccisore di Daini”) cresciuto con i Delaware lontano dalla prateria centrale, e vanno di scena le prime carovane di migranti – siamo nel 1804 – che tracciano con i loro carri nuove piste nella prateria sconfinata ed ancora immacolata, attraversano fiumi ed incontrano inevitabilmente le popolazioni nomadi dei nativi, la “cultura del bisonte”, alle prese con contrasti reciproci acutizzati sempre più dal ridursi dei loro territori di caccia e “di vita”; è il territorio dei Pawnee, gruppo originario nel nord est e riposizionatosi nelle pianure del di oggi Nebraska che si scontrano violentemente con i Sioux, considerati “meno che serpenti”. Appaiono i primi fucili arrivati dagli spagnoli che occupavano l’area del Rio Grande imbracciati dai Pawnee, interi gruppi familiari vendono i loro averi e partono verso un futuro incerto, molto incerto e per certi versi simile a quanto accaduto durante i terribili anni della Depressione quando a migliaia migrarono in cerca di fortuna fuggendo dalla fame verso la frontiera, che anche allora era rappresentata dalla California.

I romanzi di James Fenimore Cooper hanno contribuito a far conoscere l’epopea della Frontiera in modo diretto (Cooper aveva avuto contatti diretti con gli Oneida, gli Irochesi e gli stessi Pawnee) a numerose generazioni di lettori senza i luoghi comuni e le distorsioni retoriche della stragrande maggioranza dei film di ambientazione western del novecento, e questa avvincente serie pubblicata da Segni D’Autore può essere un nuovo punto di partenza per le generazioni di lettori più giovani.

1ordine cronologico degli avvenimenti (1757 – 1804)

“Il cacciatore di daini” – 1757 (S. d’A., 2016)

“L’ultimo dei Mohicani” – 1757 (S. d’A., 2016)

“La Staffetta / Il Lago Ontario”– 1759 (S. d’A., 2017)

“I Pionieri” – 1793 (S. d’A., 2019)

“La Prateria” – 1804 (S. d’A., 2020)

2ordine cronologico della pubblicazione dei volumi di James Fenimore Cooper:

“Il cacciatore di daini” (“The Deerslayer / The First Warpath”)  – 1841

“L’ultimo dei Mohicani” (“The last of the Mohicans”) – 1826       

“Il Lago Ontario” (“The Pathfinder / The Sea Inland”) – 1840

“I Pionieri” (“The Pioneers / The Sources of Susquehanna”) – 1823

“La Prateria” (“The Prairie”) – 1827

Ho raccontato alcuni dei precedenti volumi qui:

“L’Ultimo dei Mohicani” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/02/26/georges-ramaioli-lultimo-dei-mohicani/)

 “Il Lago Ontario”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/29/georges-ramaioli-il-lago-ontario/)

“I Pionieri” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/01/31/georges-ramaioli-i-pionieri/)

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

Fulica Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Im-Coming-Virginia copia“Rare and previously unissued swing guitar solo” recita il sottotitolo di questa nuova e preziosa raccolta di inediti del chitarrista americano Duck Baker che coprono il periodo tra il 1976 ed il 2011. In comune le venti hanno il jazz e lo swing e tutte sono state registrate tutte dal vivo, a partire da quelle provenienti dalla prima tourneè europea di Baker, appunto quella del 1976. Duck Baker ringrazia i numerosi “bootlegers” che al grido di “roll tour tapes on” hanno registrato i suoi numerosissimi concerti e che gli hanno fornito la materia prima per realizzare questo bellissimo lavoro: dalle registrazioni su cassetta a quelle su DAT fino a quelle in mp3 il lavoro di selezione è stato lungo e paziente vista la non sempre alta qualità delle registrazioni ma ne è valsa davvero la pena. Baker ha spessissimo frequentato i palcoscenici di teatri, festival e locali anche in Italia, e le testimonianze di questo sono tre: “Take the A Train” registrato alla Fontana di Avesa nel 2002, “The Deep Blue C” da un concerto fiorentino del 1983 e due brani da una esibizione a Varese, nel ’79. C’è solamente l’imbarazzo della scelta per segnalarvi i brani più succulenti riportati in questo CD che per sono il già citato brano di Ellington “Take the A Train” (fosse solo per ragioni affettive) ai quali aggiungo la sempre fresca e spumeggiante “Sweet Georgia Brown” – uno dei cavalli di battaglia di Baker, tuttora nel suo repertorio live – della premiata ditta Bernie & Pinkard, e naturalmente la ballad “I’m Coming Virginia” composta nel 1927 da Bix Beiderbecke.

Qui il Gospel, il Blues, il Jazz, il Ragtime e l’Early jazz ancora una volta riemergono dal tempo lontano grazie agli arrangiamenti ed alla tecnica di questo straordinario quanto poliedrico chitarrista della Virginia mostrando qui al meglio la sua lucida visione della musica afroamericana, visione che accanto a quelle del folklore americano ed irlandese ed a quella dell’improvvisazione sia idiomatica che più radicale (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/) ne fanno uno dei rappresentanti più autorevoli della musica per chitarra – ma non solo – che personalmente abbia ascoltato. 

 

IL BLUES RACCONTA LA PIENA DEL ‘27

IL BLUES RACCONTA LA PIENA DEL ‘27

IL BLUES RACCONTA LA PIENA DEL ‘27

di alessandro nobis

Nell’aprile del 1927 il “Padre delle Acque”, il fiume Mississippi, esondò dal suo alveo provocando la più grande inondazione della pianura americana che a memoria d’uomo si ricordasse. Tutto ebbe inizio con un inverno particolarmente piovoso che aumentò la portata del fiume in modo eccezionale ed il 16 del mese di aprile in Illinois, ben lontano dal Golfo del Messico, il primo argine si dovette arrendere alla potenza del fiume.

Più di 60.000 km2(ovvero 3 volte la superficie della regione Veneto o 6 volte quella della Calabria) vennero sommersi dalle acque, centinaia di migliaia di persone dovettero trasferirsi altrove e 250 persero la vita. Cinque giorni più tardi, a Mounds Landing nello stato del Mississippi esondò definitivamente e nelle settimane successive tutto il sistema fluviale collassò ovunque; l’acqua in alcuni punti raggiunse l’altezza di 9 metri. Dovettero passare due mesi perché l’acqua rientrasse nell’alveo originale e le autorità vennero fortemente criticate per avere aiutato maggiormente la popolazione bianca rispetto a quella afroamericana nelle operazioni di salvataggio e di soccorso. Migliaia di braccianti agricoli, naturalmente afroamericani, furono costretti a lavorare in condizioni pessime cercando di alzare gli argini vicino a Greenville, Mississippi e quando le acque si alzarono vennero lasciati senza cibo e acqua potabile mentre le donne ed i bambini caucasici vennero tratti in salvo e trasportati in luoghi sicuri. Le cronache dell’apoca riportarono che almeno un afroamericano venne ucciso per essersi rifiutato di lavorare in quelle condizioni.

Naturalmente una calamità naturale di così ampia portata ebbe delle conseguenze sulla vita delle persone e sulla stria economico-sociale degli Stati Uniti; si innescò una grande migrazione degli afroamericani dagli Stati del sud verso quelli del Nord soprattutto verso le grandi aree urbane. Un fenomeno che si ripetè non molti anni dopo in occasione della siccità negli Stati Centrali che indusse masse di agricoltori e piccoli proprietari terrieri ad emigrare soprattutto verso la California.

Questo disastro fu raccontato sì dai giornali e dalle radio, ma anche da numerosi musicisti che direttamente o indirettamente furono coinvolti; e considerate le aree distrutte dalle acque, diversi i musicisti composero folk-songs con l’idioma del blues in relazione all’accaduto. Dico folk-songs perché ritengo personalmente – ma so di non essere l’unico – che una canzone “è” una “folksong” se racconta una storia sia essa in relazione allo stesso autore o ad altre persone, ed anche di accadimenti come quello di cui sto scrivendo. Qui di seguito indico sette autori che ne scrissero canzoni incise su preziosi 78giri, in quegli anni ma anche più recentemente, come Randy Newman. Fu così che, come i cosiddetti “fogli volanti” europei che contribuivano nell’Ottocento a diffondere le notizie alla maggioranza della popolazione non scolarizzata, i 78giri ebbero la stessa funzione oltreoceano, considerato che le radio a quel tempo non trasmettevano i “Race Records.”

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ROBERT HICKS a.k.a. BARBECUE BOB (1902 – 1931) “Mississippi Heavy Water Blues” giugno 1927. Di Walnut Grove, Georgia, Robert Hicks si trasferì giovanissimo ad Atlanta dove imparò la tecnica della chitarra a 12 corde. E’ considerato uno principali esponenti del “piedmont blues”; nel testo fa riferimento naturalmente all’alluvione ma anche alla perdita della madre e della sua ragazza, portata via dal fiume.

Nothing but muddy water, as far as I could see

I need some sweet mama, come shake that thing with me

That’s why im crying Mississippi heavy water blues

Listen here you men, one more thing I’d like to say

Ain’t no womens out here, for they all got washed away

That’s why im crying Mississippi heavy water blues

Lord, Lord, Lord

Mississippi shakin’

Louisiana sinkin’

The whole towns a shrinkin’

Robert Hicks is Singin’

That’s why im crying Mississippi heavy water blues

LIZZIE DOUGLAS (a.k.a.) MEMPHIS MINNIE & KANSAS JOE McCOY “When the Levee Breaks”.

Il 18 giugno del 1929 Memphis Minnie e Kansas Joe McCoy registrano la loro prima session per Columbia, a Noew York. Qui la voce è di McCoy che accompagna anche con la chitarra Memphis Minnie, ottima strumentista e caratterizzata dallo stile finger-picking.

Robert Plant dei LED ZEPPELIN ne modificò leggermente il testo, Jimmy Page scrisse un nuovo riff di chitarra e John Bonham marchiò il brano con il suo inimitabile e possente drumming; gli Zeppelin inserirono il brano nel loro quarto ellepì pubblicato nel 1971, citando l’autrice accanto ai loro nomi. E’ questo uno dei brani meno eseguito dalla band inglese dal vivo.

CHARLEY PATTON “High Water Everywhere” dicembre 1929, Grafton, Wisconsin.

Tra tutti gli autori che cito qui Charlie Patton probabilmente fu l’unico testimone diretto della piena, ed anche vittima. Interpreta questo suo brano, inciso per la Paramount, con grande passione, con il coinvolgimento personale, cantando il testo come se fosse un sermone raccontando la sofferenza particolare degli afroamericani, già ridotti allo stremo e ancora privati dei diritti civili. Ne registra due versioni e descrive l’abbandono delle terre, delle case, delle persone costrette ad emigrare lasciando i loro pochi averi (“Non riuscivo a vedere nessuno, e non c’era nessuno che doveva essere trovato”)

“The back water done rolled lord, and tumbled, drove me down the line
The back water done rolled and tumbled, drove poor Charley down the line
Lord, i’ll tell the world the water done struck Drew’s town

Lord the whole round country, lord creek water is overflowed
Lord the whole round country, man, is overflowed
(spoken: you know, i can’t stay here, i’m bound to go where it’s high boy.)
I would go to the hill country, but they got me barred”

ELDERS McINTORSH & EDWARDS’ SANCTIFIED SINGERS. “The Flood of 1927” 4 dicembre 1928.

La tradizione del canto religioso era molto ricca e forte a Memphis e del Mississippi settentrionale quando McIntorsh ed Edwards entrarono nello studio. La performance è molto ispirata, rinforzata dalla partecipazione della congregazione che rafforza e puntualizza il ritornello di McIntorsh.

He pured out his flood upon the land

H sent a flood through the land

And it killed both Beast and man.

BEULAH BELLE THOMAS (1898 – 1986) a.k.a. “SIPPIE WALLACE”. “The Flood Blues”

Sippie Wallace era nata nella Jefferson County, in Arkansas, uno degli stati più devastati dalla piena. Frequentatrice più degli ambienti jazz che blues (lavorò anche con Johnny Doods, Sidney Bechet e King Oliver tra gli altri), registrò oltre 40 brani per la Okeh Records e tra questi, il 5 giugno del 1927, “The Flood Blues” in compagnia di Louis Armstrong (cornetta), del fratello Hersal Thomas al pianoforte, di un clarinettista e di un chitarrista sconosciuti. Negli anni Trenta divenne organista di chiesa e direttrice di cori su a Detroit.

BESSIE SMITH & JAMES P. JOHNSON “Preaching the blues” e “Backwater Blues”, 17 febbraio 1927.

Bessie Smith registrò questi due brani il 17 del 1927, brani che vennero messi sul mercato nei giorni della piena, nell’estate del ‘27; le due incisioni, fatte con il grande pianista James P.Johnson, riguardano però la piena della primavera dell’anno precedente, ovvero quella del 1926.

Anche un grande autore come Randy Newman scrisse un bellissimo brano su questa tragedia: nonostante non sia proprio un songwriter legato al blues, ho ritenuto opportuno citarlo. Qui è nella veste di “storyteller”, che racconta la vicenda 50 anni dopo.

RANDY NEWMAN “Louisiana 1927”.

Randy Newman registrò “Louisiana 1927” per l’album “Good Old Boys”, pubblicato nel 1974, un chiaro segno di quanto fosse forte il ricordo di quella tragedia.

Qui Newman narra della gente, della piena, delle inondazioni, degli abitanti di Plaquemines che per cercare di salvare New Orleans fecero saltare con la dinamite l’argine del fiume con il risultato di far sommergere la cittadina e causando enormi danni all’agricoltura.

Some people got lost in the flood
Some people got away alright
The river have busted through, clear down to Plaque mines
Six feet of water in the streets of Evangeline

RADOSLAV LORKOVIC registrò una versione in studio per l’album “The Po the Mississippi” del 2018 e due live del brano per gli album “Live from Castello Scaligero di Malcesine” del 1997 e per “Homer: a piano Odyssey” del 2013.

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

ROBERTO MENABO’  “Il Blues ha una Mamma Bianca”

Stampato in proprio. Volume pagg. 207, 2019. € 12,00

di alessandro nobis

MENABO'.jpgVi assicuro che una delle cose più divertenti da fare se amate la musica, di qualsiasi genere, è senz’altro quella di mettersi a cercare gli autori e gli interpreti più sconosciuti, quelli che hanno lasciato poche tracce sia dal punto di vista discografico – magari entrando nella storia lo stesso – sia dal punto di vista umano. Ci vuole pazienza, dedizione, capacità di scrittura ed in molti casi si lavora come l’archeologo che ricostruisce vasi antichi partendo da pochi frammenti; alcuni lasciano scientemente grigie le parti mancanti, altri le riempiono calibrando la fantasia con la realtà rappresentata dai frammenti ritrovati.

Per il blues ad esempio, c’è Roberto Menabò che con la sua consueta capacità descrittiva sapientemente mescola il reale con il quasi-reale ci ha regalato in passato “Mesdames a 78 giri” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/27/roberto-menabo-mesdames-a-78-giri-storie-di-donne-che-hanno-cantato-il-blues/)e da qualche mese ha pubblicato quest’altrettanto interessante antologia – rigorosamente autoprodotta –  che racconta le gesta di autori celebri “caucasici” all’epoca della depressione dimenticati, vicino ad altri che invece sono rimasti nella storia. Tutti come dice Menabò nella quarta di copertina “suonavano dell’ottimo ed intenso blues” ed “erano musicisti bianchi della zona degli Appalachi che mescolavano l’idioma afroamericano con la cultura popolare bianca rendendo così il blues interessante ed intrigante”.

Ecco che vicino ad Uncle Dave Macon, a Frank Hutchinson, ed alla storia di Giuseppe “Joe” Venuti e Salvatore Massaro – Eddie Lang conoscerete altre vicende, altre personalità, altri autori come il minatore del West Virgina Harry Franklin “Dick” Justice o lo straordinario talento chitarristico del georgiano Jimmie Tarlton; insomma come “Mesdames a 78 giri” questa nuova antologia di Roberto Menabò – chitarrista sopraffino, divulgatore e ricercatore “blues” racconta l’altro blues, quello delle microstorie personali, quello di cui è rimasta poca memoria se non in qualche gracchiante 78giri o su qualche lapide in cimiteri nascosti chissà dove.

Se amate il blues, se siete curiosi, se vi volete “impicciare” delle vite di questi eroi della musica, questo di Menabò è il libro che fa per voi.

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

GABRIELE DODERO “Natural Wings”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Aspettavo al varco Gabriele Dodero dopo l’ottimo esordio di “Stories for a friend” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/24/gabriele-dodero-stories-for-a-friend/), ero curioso per toccare con mano il suo percorso di maturazione e lungo quale sentiero si sarebbe sviluppata la “sua” musica. E ascoltando questo suo secondo lavoro vi devo confessare che la fiducia era stata ben riposta, Dodero confeziona un album lasciando grande spazio si suoi racconti vicino ai quali si incastonano tre omaggi ai suoi – e nostri – eroi ovvero Eric Bibb, Townes Van Zandt e Bob Dylan.

La scenografia, quella musicale, ci riporta nel sud – ovest americano, quello del folk “di confine” e della ballata intimista interpretata con un suono acustico, asciutto, non una nota in eccesso ma suoni essenziali a valorizzare lo spartito e l’altra scenografia, quella testuale, che ci porta a penetrare i sentimenti dell’autore tra riferimenti alle radici con le quali prima o poi si devono i conti, al viaggio verso il “conosciuto” ed lo “sconosciuto”: il duetto con il violino di Stefano Chimetto sul ritorno a casa di “Back to you”, quello con la fisarmonica di confine (Michele Boscaro) di “There’s Still a Way for me”, il non mostrarsi agli altri in modo limpido in “Beautiful Mask” con i soli di chitarra e violino ed il puntuale contrabbasso di Antonio De Zanche.

Non credo di cadere in errore se dico che il riferimento principale che trasuda da questo ottimo “Natural Wings” siano le scritture di Townes Van Zandt e la conferma l’ho avuta ascoltando la toccante e splendida lettura di “Poncho and Lefty”, forse il brano manifesto dell’autore di Fort Worth.

Sembra di stare comodamente su una sedia a dondolo sul portico di una casa di campagna ad ammirare il sole che tramonta ad ovest, ad ascoltare i racconti di Gabriele Dodero. Scegliete voi il luogo, io l’ho già scelto. Provate ad immaginarvi lì …….

www.gabrieledodero.com

gabrieledodero@gmail.com

 

 

 

 

 

 

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

MANDOLIN’ BROTHERS  “6”

Martinè Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Questo “6” è il disco che celebra i quarant’anni (40!) dei Mandolin Brothers, sestetto capitanato da Jimmy Ragazzon e Paolo Canevari che ha attraversato quattro decenni sviluppando sempre più uno stile personale, sì radicato al genere “americana”, ma caratterizzato da una fertile vena compositiva, e lo dicono i dieci brani originali inseriti nel CD oltre ai quali ve ne è uno scritto dal produttore, nientedimeno che Jono Manson.mandolin I brani sono di qualità, il suono è decisamente roots, tutto concorre a fare di quest’album forse il migliore della band ed una delle più interessanti interpretazioni “alloctone” del rock più sanguigno e più legato alle tradizioni che in molti suonano al di là della “grande acqua” ma in che verità in pochi suonano a questo livello, con questa intensità, con questa passione. Per rispetto verso Ragazzon & C. non voglio citare le influenze, i suoni, le note che fanno riferimento ai modelli più nobili di “americana”, e quindi segnalo la significativa ballata acustica “Lazy Day” (“and the memories of a long gone journey / are fillin’ up my mind”) scritta a quattro mani da Ragazzon e Manson, la slide National di Canevari che apre l’ottima “If you don’t stop now” (“This Land is Big Enough / To Travel all night long / to a place unknown before”) o ancora il riuscito riff della bella “A Sip of Life” del cantante, tastierista e fisarmonicista Riccardo Maccabruni e del chitarrista Marco Rovino. Certo, i temi di cui si parla sono semplici, si sono la vastità degli spazi, il ritorno a casa, l’introspezione, il tempo del riposo e delle personali riflessioni nel silenzio della veranda, temi sì cari alla musica americana ma che in realtà riguardano un po’ tutti noi. Non c’è una nota in più, non c’è una nota in meno, disco da cinque stelle.

Vabbè, non è un disco del catalogo Capricorn o Rounder. E allora? Allora ascoltatelo.

www.mandolinbrothersband.com

https://www.facebook.com/mandolin.brothers.band/

 

 

 

 

GEORGES RAMAIOLI “I Pionieri”

GEORGES RAMAIOLI “I Pionieri”

600 – GEORGES RAMAIOLI “I Pionieri”

Edizioni Segni d’Autore. Volume 21×30 cm, 2019. € 21,00

di alessandro nobis

Quasi al centro dello Stato di New York si estende una contrada formata da un succedersi di colline e di vallate. In questa regione, le acque dei limpidi laghi e di migliaia di ruscelli si confondono per formare il fiume Susquehannah, uno dei più belli degli Stati Uniti. Qui nasce anche il fiume Delaware. In generale il terreno su quelle colline è arabile sino alla sommità: le valli sono strette, fertili, solcate da corsi d’acqua. Ricchi villaggi industriali sono sparsi sulle sponde dei laghi o dei corsi d’acqua che hanno facilitato la fondazione di fabbriche e di stabilimenti. Eppure, nella seconda metà del 1700, quel paese era ancora un deserto faticosamente dissodato da alcuni avventurieri, che venivano chiamati pionieri”. Così James Fenimor Cooper descrive nel 1823 il passaggio dall’epoca agricola a quella industriale di questa parte del Nordamerica, con tutte le implicazioni che comportavano le relazioni umane e commerciale con i nativi.

pionieri.jpgIn questo quarto volume, sempre splendidamente realizzato e preciso nei dettagli, George Ramaioli con le sue “nuvolette” e con i suoi dipinti ci porta nel 1793 come detto nello stato di New York, nelle sue foreste cariche di neve attorno al lago Otsego: Calza di Cuoio è sempre più isolato con la sua cultura di cacciatore tradizionale in equilibrio con il territorio e con i nativi da quella coloniale penetrata invasivamente con il suo stile di vita in questa splendida parte del Nordamerica; sarà costretto a spostarsi sempre più verso ovest senza l’amico Chingachgook che si lascia morire durante un incendio. Ma al di là delle vicende che il lettore avrà modo di rivivere scorrendo le tavole del volume, si fa cenno all’inizio di quello che si annuncia come l’inevitabile impoverimento di un territorio ricchissimo che per secoli ha ospitato i nativi, poi costretti alla migrazione verso ovest: la pesca indiscriminata, la caccia come divertimento e non più come attività legate al mantenimento dell’autosufficienza.

Apre il volume un breve e prezioso saggio di Carlo Bazan sulle “Edizioni d’Epoca” dei volumi di James Fenimore Cooper, con la riproduzione di copertine veramente splendide: un motivo in più per aggiungere questa graphic novel alla nostra biblioteca di “americana”.

“I Pionieri” va seguire “I cacciatori di Daini”, “L’Ultimo dei Mohicani” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/02/26/georges-ramaioli-lultimo-dei-mohicani/)e “Il Lago Ontario”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/29/georges-ramaioli-il-lago-ontario/),in attesa del quinto e ultimo capitolo, “Prateria”.

http://www.segnidautore.it

libreria@segnidautore.it

 

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

Southern Summer Records. CD, 1977, 2019

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1976 dalla Kicking Mule Records, “When you wore a tulip” era il secondo significativo lavoro del chitarrista americano Duck Baker e conteneva tracce registrate durante il ’74 e ’75 (dalle session del primo album “There’s Something For Everyone in America”), oltre ad altre risalenti all’aprile del ’76; ora su iniziativa dello stesso Baker viene ristampato meritoriamente con l’aggiunta di cinque “bonus tracks” provenienti dalla registrazione di un concerto parigino sempre del 1976. “All’epoca dei fatti” Baker era già considerato uno dei più autorevoli ed originali interpreti dello stile fingerpicking, stile allora molto ancorato sulla riproposizione del folk anglo-scoto-irlandese, sia per il sua visione piuttosto legata all’improvvisazione, per lo stile applicato alla chitarra con corde di nylon ed infine per il repertorio che spazia dalle tradizioni musicali americane di origine europea al jazz.Interpretazione, arrangiamento, composizione e improvvisazione sono sempre stati quindi i punti cardinali della carriera del chitarrista della Virginia, e già a metà degli anni settanta era leggibile il suo progetto che tuttora porta avanti, da solo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/) o con piccoli combo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/).

DUCK_BAKER_WHEN+YOU+WORE+A+TULIP-590251.jpgQui troviamo brani che fanno parte del suo repertorio da sempre come “Back Home Again in Indiana” scritto da James F. Hanley & Ballard MacDonald o “Huneysuckle Rose” di Fats Waller vicino a sue composizioni come “Plymouth Rock” e “Rapid Transit Blues” ed a splendidi arrangiamenti di fiddle tunes come “Angeline the Baker” e “The Boys of Blue Hill”.

La chicca qui è la sequenza dei cinque inediti registrati a Parigi dei quali vanno citati almeno “Maple Leaf Rag” (Scott Joplin) e “Chicken Ain’t nothing’ but a bird” (letteralmente “le galline non sono altro che uccelli”) di Emmet Wallace, due straordinari arrangiamenti per chitarra acustica.

Mi domando, quando ascolto Duck Baker, come mai un musicista dei questo livello non faccia parte dei cartelloni dei festival jazz italiani “più autorevoli”.

 

 

JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

540 – JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

Omnivore Records, CD 2019

di Alessandro Nobis

Questi ottanta minuti rappresentano una sorte di Santo Graal per gli estimatori di Johnny Shines, uno di quelli che come padrini musicali ebbe due tizi come Howlin’ Wolf e Robert Johnson. Non so se mi spiego. La registrazione, di ottima qualità, ci riporta al 1973 quando assieme a Leroy Jodie Pierson (che lo accompagna in tre brani) tenne un concerto a St. Louis presso la Washington University.

81imKmX6NBL._SY355_Classe 1915, nato dalle parti di Memphis lungo il corso del Mississippi, Shines fa parte di quella schiera di straordinari talenti che ad un certo punto della carriera, con varie motivazioni, sparirono letteralmente dal mondo della musica per poi essere riscoperti da compagnie discografiche, da musicisti europei ed americani e da impresari bianchi. Nel caso specifico Shines effettuò delle sedute di registrazione nella seconda parte degli anni Quaranta per la Columbia e la Chess che non portarono però ad alcuna pubblicazione e nel ’52 registrò un ottimo disco che non ebbe alcun risultato commerciale tanto da far decidere a Shines di abbandonare la strada del musicista per dedicarsi ad altro, l’intenzione di andare in Africa e poi il duro lavoro in un’impresa di costruzioni.

Alla metà degli Sessanta – nel 1966 – la lungimirante Vanguard records lo trovò che fotografava (si avete capito bene, che “fotografava”) altri bluesman in un club del Southside e non perse l’occasione di registrare nei suoi studi alcuni brani che divennero parte del terzo volume della prima serie “Chicago: the Blues Today” (a divedersi le due facciate c’erano con Shines anche Johnny Young e Big Walter Horton) che finalmente contribuì a far conoscere questo straordinario bluesman al pubblico dei bianchi americani ed europei assieme agli altri che ebbero spazio in questi tre fondamentali LPs. Erano i tempi in cui negli Stati Uniti ma soprattutto in Inghilterra c’era un forte interesse verso il blues americano ed infatti lì emersero straordinari talenti della cosiddetta corrente del British Blues, cito solamente i Bluesbreakers, gli Stones, i Fleetwwod Mac, la Graham Bond Organisation e gli Yardbirds.

In questa registrazione c’è la sua potente voce (ascoltatela e ascoltate la slide nella sua “Have you ever loved a woman”), la sua straordinaria chitarra, c’è la sua storia personale e la storia del blues americano con i suoi protagonisti, da Robert Johnson (“Kind Hearted Woman”, “I’m a steady Rollling Man”, “They are red hot” e Sweet Home Chicago), c’è Sleepy John Estes (“Someday Baby Blues”), c’è anche Wllie Johnson (“It’s nobody fault but mine”) ma soprattutto ci sono i suoi blues, le sue sofferenze accumulate in dura vita che improvvisamente gli regala una chance di riscatto sociale.

Per me disco imperdibile. “Chicago Blues Legend”, recita lo sticker nel cellophane che avvolge il cd: niente di più vero.