DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

di Alessandro Nobis

A quattro anni dalla pubblicazione del disco di esordio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/18/tangox3-barrio-de-tango/), il trio formato dal pianista Giannantonio Mutto, dal violoncellista Leonardo Sapere e dal bandoneonista Luca Degani ha prodotto questo secondo significativo lavoro che conferma come il progetto del gruppo sia quello di affrontare il repertorio del tango argentino decontestualizzandolo dal ballo scrivendo arrangiamenti che offrono una rilettura decisamente rivolta all’”ascolto”, un apprezzatissimo marchio di fabbrica. La novità di questo lavoro è l’inserimento nel trio del contrabbasso di Rino Braia e, nell’attesa che ne venga pubblicata una versione “fisica”, è possibile ascoltare la registrazione nella sua interezza, di qualità ottima, sulla piattaforma Spotify. Abbiamo incontrato dopo qualche tempo nuovamente Giannantonio Mutto e con lui abbiamo scambiato alcune battute per cercare di scoprire i segreti di questa nuova registrazione e le più recenti novità di quello che a questo punto possiamo definire “quartetto”.

  • In quale occasione avete tenuto questo concerto? A Verona al Teatro Ristori il 18 luglio 2020 in una serie di concerti organizzati da Alberto Martini direttore artistico del teatro, dopo il periodo del primo lockdown.
  • Vi si sente affermare che questo è stata un’importante occasione per voi, per quale motivo? “È stato un concerto particolarmente importante, il ritorno all’esibizione pubblica dopo parecchi mesi di stop, in più la proposta di un programma con dei nuovi brani in repertorio e mie due composizioni scritte per il gruppo.”
  • Qual è il repertorio che avete scelto per il concerto che è stato registrato? “Oltre a dei brani fondamentali del tango moderno scritti da Astor Piazzolla che solitamente suoniamo come “Michelangelo 70”, “Adios nonino”, “Tocata Rea” e altri tanghi famosi abbiamo introdotto alcuni tanghi di autori come Anibal Troilo, Osvaldo Pugliese, Anselmo Aieta, Richard Galliano e Jerzi Petersburski. Inoltre due mie nuove composizioni, “Milonga sin palabras” e “Tango de los años”.
  • Perché la decisione di inserire un quarto elemento e come è cambiato il suono passando da “trio” a “quartetto”? “La collaborazione con il contrabbassista Rino Braia è nata parecchi anni fa iniziando i concerti di tango con I Virtuosi Italiani, da lì è nata l’idea oltre all’amicizia di proporre il repertorio in quartetto, è stato un passaggio naturale. Il contrabbasso nel tango è fondamentale, dà un colore particolare a tutto il gruppo.”
  • Con il contrabbasso in organico, come è cambiato, se è cambiato, il ruolo del violoncello? “Il contrabbasso nel tango fa da supporto alla mano sinistra del pianista, rinforza la parte ritmica con i suoni realizzati sia con l’arco sia con il pizzicato. Il violoncello rimane nel suo ruolo di strumento melodico.”
  • Questa formazione con il contrabbasso è la vostra nuova formazione definitiva? “Con il contrabbassista Rino Braia rimarrà una collaborazione in alternanza al trio
  • Il tango è solitamente contestualizzato al ballo. Durante la vostra performance c’è stata anche l’esibizione di una coppia di ballerini (Margarita Klurfan e Walter Cardozo). Per voi musicisti quali sono le differenze di esecuzione dello stesso repertorio di tango in una dimensione concertistica rispetto a quella contestualizzata al ballo? Forse una maggior “libertà” esecutiva? “Quando nei concerti ci viene richiesta l’esibizione di una coppia di ballerini solitamente collaboriamo con Margarita Klurfan e Walter Cardozo, ma abbiamo lavorato anche con Angel Zotto in più concerti. Con la danza il tango un po’ cambia, c’è una sorta di adattamento alle esigenze del ballo, qualche modifica nei tempi di esecuzione, qualche modifica nei finali dei brani da eseguire, da lì un nostro adattamento alla nuova situazione che di volta in volta si presenta.”
  • Personalmente spero, sentita la qualità del materiale, che pubblicherete una versione fisica del concerto. E’ nei vostri progetti? “Sì è nei nostri progetti poter realizzare un CD di questo concerto live”.

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

HABITABLE Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Federico Calcagno (clarinetti), Filippo Rinaldo (pianoforte) e Stefano Grasso (batteria e vibrafono) sono il trio Piranha, un altro ensemble che cerca di uscire dall’oceano del mainstream risalendo uno dei fiumi della sperimentazione che in questo caso miscela sapientemente la musica colta afroamericana e la musica colta europea, dagli spunti minimalisti all’improvvisazione. Il loro disco d’esordio è stato pubblicato pochissime settimane or sono e declina le coordinate di quello che è il loro interessante progetto musicale.

Il disco si apre con la creazione di musica spontanea del lungo brano ”One Way” dove il dialogo tra i tre mi sembra maturo ed efficace – la parte centrale in duo clarinetto / pianoforte ad esempio – mentre l’apertura e la porte di pianoforte di “When my brain exploded” è a mio avviso un chiaro riferimento al minimalismo sulla quale si sviluppa un significativo solo di clarinetto e notevole il lungo “Psy War” con gli interventi del vibrafono e del clarinetto basso indicano chiaramente la qualità dell’interplay, della scelta timbrica sempre appropriata e della capacità di improvvisare anche su scarne indicazioni scritte. Uno dei brani più interessanti, per la scelta timbrica e per la qualità dell’improvvisazione è a mio avviso l’eccellente “Bricks” composto da Rinaldo che duetta con il clarinetto in apertura e che poi ospitano il vibrafono ed il clarinetto basso mantenendo alta la tensione – e l’attenzione – per gli oltre otto minuti della sua durata.

Un lavoro molto interessante che ancora una volta illumina un tassello della porzione di jazz italiano che si vuole distaccare dalla “facile” riproposizione di standard ma che si sforza – spesso con notevoli risultati come in questo caso – di guardare avanti: musicisti che dovrebbero avere più considerazione e visibilità nei festival e che riescono grazie ad etichette come Habitable a pubblicare i loro lavori.

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

ESP-DISK. CD, 2021

di alessandro nobis

Ecco raccolto in un dischetto l’affascinante universo “improvvisativo” di Duck Baker, chitarrista al quale l’aggettivo “eclettico” non è sufficiente per descrivere il suo spaziare da un genere all’altro, dalla musica “americana” a quella scoto-irlandese a quella “spontanea”. Ad essere precisi, l’improvvisazione è sempre presente nella sua musica, sia essa si generi all’interno di brani strutturati sia venga creata in modo spontaneo e pertanto irripetibile: come ad esempio quella qui raccolta dove Baker è in compagnia della parte più radicale e creativa che dagli anni sessanta ha fatto scuola nell’ambiente musicale genericamente “jazz” ma che personalmente ascriverei al più adatto “musica contemporanea”. Parlo di Derek Bailey, di Roswell Rudd, di Mark Dresser, di Steve Noble o di Steve Beresford per citare alcuni compagni di improvvisazione che collaborano con il chitarrista della Virginia. Musica, inutile negarlo, per palati fini e per ascoltatori “visionari” che non si accontentano del mainstream ma cercano i limiti del suono, dell’utilizzo degli strumenti e della complicità tra i musicisti che danno il loro contributo a rendere reali i loro progetti mai preparati a tavolino.

Tourbillon Air” (2017) con Alex Ward (clarinetto), John Edwards (basso) e Steve Noble (batteria) è a mio parere uno dei brani più intriganti dove si avverte chiaramente il suo sviluppo e l’interazione tra i quattro protagonisti che mai, ma questa è una delle regole da rispettare religiosamente, si sovrastano l’un l’altro; impossibile non citare l’incontro tra Baker e Derek Bailey (“Indie Pen Dance”, registrato a casa di Bailey, quasi un pellegrinaggio da uno dei padri della creazione musicale spontanea) ed i due brani in duo con il trombonista Roswell Rudd (“Signing Off” e l’iconoclastico “East River Delta Blues”, mosaico di gruppi di note “già sentite” saldate da improvvisazioni). Un disco davvero interessante, questo “Confabulations”, chissà cosa uscirà dall’archivio di Duck Baker nei prossimi mesi ……. ma basta saper aspettare.

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

DODICILUNE DISCHI Ed 510. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ sempre stimolante ascoltare le pubblicazioni di etichette italiane come la Dodicilune ed affini, ti danno l’occasione di esplorare l’universo jazz italiano troppo spesso poco valorizzato dai palcoscenici dei grandi festival (molti mutatisi in vetrina per i soliti noti o trasmutati in qualcosa d’altro spesso lontano dal jazz) e dalla stampa “specializzata”. Spesso si tratta di musicisti di notevole caratura, di compositori ispirati, di progetti davvero indovinati e di collaborazioni sincere e fruttuose come quella tra il fisarmonicista pugliese Vince Abbracciante e il sassofonista argentino Javier Girotto che da poco hanno pubblicato per l’etichetta pugliese questo “Santuario”. I due autori si distribuiscono equamente la scrittura dei brani, tutti originali a parte “L’Ultima Chance” del grande autore – argentino pure lui – Luis Bacalov caratterizzata da un lirismo di stampo cinematografico, non caso proviene dalle musiche scritte per il film omonimo dove la complicità musicale tra i due solisti – qui il soprano espone il tema e la fisa permea tutta l’esecuzione – può essere vista come paradigmatica di tutto questo “Santuario”. E lasciando stare l’ampiamente assodata preparazione dei musicisti, è proprio sull’interazione, l’interplay come dicono quelli che sanno, che si gioca la partita di questo lavoro. Ci sono in “Ninar” ninna nanna delle reminiscenze ancestrali che paiono arrivare dai villaggi sulle creste andine con il suggestivo flauto tradizionale, nella malinconica ed evocativa ”2 de Abril” c’è il tragico ricordo della guerra delle Malvinas con lo splendido e narrativo baritono di Girotto mentre nella scrittura di Abbracciante, “Pango”, emerge tutta la sua passione per il tango con gli accompagnamenti ed abbellimenti del soprano di Girotto, un altro brano che definisce il profondo rapporto professionale e la comune visione della musica della coppia di strumentisti / compositori autori di questo eccellente “Santuario”.

http://www.dodiciluneshop.it

Del fisarmonicista Vince Abbracciante avevo scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/02/vince-abbracciante-terranima/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/)

ALESSANDRO D’ALESSANDRO “Canzoni”

ALESSANDRO D’ALESSANDRO “Canzoni”

ALESSANDRO D’ALESSANDRO “Canzoni”

Squi[libri] Edizioni. CD, 2021

di alessandro nobis

Ci fu un tempo nel quale nelle vie, nelle piazze, nei mercati rionali o di paese violinisti, o per lo più fisarmonicisti e organettisti suonavano le arie più popolari della lirica, arie a danza ed i motivi più in voga per intrattenere il pubblico e, naturalmente, cercare di vendere qualche audiocassetta con le loro registrazioni per lo più artigianali (una pratica a dirla tutta molto più antica dell’era delle cassette, dai fogli volanti ottocenteschi fin giù ai suonatori ambulanti di secoli prima). Vero, l’ho presa “alla larga” ma Alessandro D’Alessandro, eccellente organettista sì legato alla musica popolare ma anche aperto a musiche “altre” ad un certo punto ha deciso di rivisitare, di risuonare e di riarrangiare canzoni che sono rimaste nell’immaginario collettivo per decenni attraverso la più pura canzone d’autore vicino a brani emersi da generi a questa attigui quasi fosse un suonatore ambulante “con tutte le positività del termine” del ventunesimo secolo assieme ad alcune delle migliori voci in circolazione. Alla seconda tipologia appartiene senz’altro la rilettura di “Campagna”, il brano simbolo di quello straordinario laboratorio musicale che fu “Napoli Centrale” e qui suonato con l’Orchestra Bottoni e la voce di Antonella Costanzo proposto come “Bonus Track”; della prima categoria segnalo senz’ombra di dubbio la ballad “Mario” del veneziano (di Burano) Pino Donaggio – classe 1941 – con la voce di Beppe Voltarelli, un brano che al di là dell’efficacia dell’arrangiamento merita menzione solamente per aver riportato l’autore veneziano alla memoria degli smemorati amanti della canzone d’autore, le rilettura strumentali di “I Giardini di Marzo” intelligentemente “irrorati” di elettronica, di “I Shot the Sheriff” di Bob Marley di “Azzurro” di Paolo Conte. Riletture mai calligrafiche se non nelle esposizioni dei temi che mettono in luce tutta la creatività e lucidità progettuale di D’Alessandro, ed a conferma di questo voglio citare anche il brano eseguito con Pietra Magoni e Ferruccio Spinetti, due che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda dell’organettista: “Quello che non voglio” di Fausto Mesolella e Stefano Benni.

Come dicevo l’ho presa alla larga ma spero che ci siamo capiti, questo è un  gran disco.

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI – QUADERNO CULTURALE n. 44

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI – QUADERNO CULTURALE n. 44

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI – QUADERNO CULTURALE n. 44

Gianni Bussinelli Editore, pagg. 271. 2021, € 17,00

di alessandro nobis

La Lessinia copre un’area relativamente estesa – oltre gli 800 chilometri quadrati – limitata come i suoi frequentatori sanno ad est dalla Val Leogra, ad ovest dalla val d’Adige, a sud dalla pianura veronese mentre la Val di Ronchi ne definisce il limite settentrionale; un’estensione tutto sommato limitata, eppure da 44 anni un folto gruppo di studiosi e di appassionati con grande competenza e passione – da qualche anno coordinati dal geologo di Bosco Chiesanuova Ugo Sauro – riesce a pubblicare una interessante raccolta di articoli sotto forma di “Quaderno Culturale” trovando sempre degli spunti inediti nel campo delle scienze naturali, artistiche ed umane che sorprendono sempre sia i lettori della prima ora che quelli che da meno tempo si sono avvicinati a queste pubblicazioni.

Al solito mi soffermo su tre dei trentasette (!) interventi che mi hanno più interessato, naturalmente senza togliere nulla al valore degli altri. Preciso quanto impietoso il reportage di Vincenzo Pavan (“Fantasmi della Lessinia: edifici e contrade in rovina, che fare?”) che ci fa percorrere un itinerario, una sorta di Via Crucis attraverso le contrade, le stalle, le ghiacciaie, le colombare della nostra montagna inghiottite dal tempo e soprattutto dall’incuria dell’uomo, da Zivelongo a Gorgusello, da Mùlbese a Squaranton l’edilizia rurale lessinica, così particolare e prova dell’ingegno umano nell’utilizzo delle risorse del territorio, è stata lasciata andare con un scia di promesse di privati e di enti pubblici della sua valorizzazione: strutture fatiscenti e spesso pericolose, come dimenticare la recente disgrazia del crollo della ghiacciaia di Malga Preta che ha portato via la vita a due bambini il 3 luglio appena trascorso?

Su una ghiacciaia dell’alta Valpantena” è il titolo del contributo di Angelo Andreis che prende spunto da un ritrovamento documentale all’Archivio di Stato di Venezia: si tratta di una proposta redatta nell’ottocento da un misterioso Signor “S” per una visita fuori porta alla Giassara costruita da Bartolomeo Tacchella nei pressi di Bellori, non lontano dal Ponte di Veja: è un testo sorprendentemente molto tecnico e dettagliato per essere così vecchio e all’articolo è allegata una

molto utile ed accurata tabella che fa il punto della situazione nell’anno 1901 rispetto alla posizione delle singole ghiacciaie, ai loro proprietari, alle zone di vendita ed all’importante distinzione del tipo di acqua utilizzato per la produzione del ghiaccio, acqua di fonte o piovana, considerato che dal 1923 la Prefettura vietò l’uso dell’acqua piovana determinando così forte impatto su questa attività.

Il terzo contributo che voglio citare è di Renzo Valle: “Lavori forzati a Campobrun” ci fa ritornare al 1944, quando l’esercito tedesco su indicazione di Albert Speer si apprestò a costruire una terza linea di difesa per definire i confini del Terzo Reich a Sud, una linea che grossomodo seguiva i confini imperiali; a costruirla naturalmente non furono le maestranze fatte venire dalla Germania, ma uomini “rastrellati” nelle valli adiacenti e deportati nel Campo di Lavoro di Campobrun, situato sul massiccio del Carega all’interno della valle glaciale sospesa ove oggi si trova l’omonima malga che restò attivo fino all’aprile del ’45 quando i tedeschi si dettero alla fuga. L’articolo racconta anche l’atto di eroismo – non lo definirei in altro modo –  di Celestino Anderloni, diciottenne e maggiore di cinque fratelli di Velo Veronese che si offrì ai nazisti al posto del padre per essere deportato, e delle condizioni di vita dei prigionieri all’interno del campo di lavoro. Un episodio del periodo bellico che grazie a Renzo Valle può essere portato ad una più diffusa conoscenza. 

A rendere ancora più appetibile questo 44° Quaderno la presenza di un DVD che contiene il pdf dell’importante volume di grande formato edito nel 1991 da La Grafica “Gli alti pascoli dei Lessini Veronesi – Storia Natura Cultura” curato da Ugo Sauro, Pietro Berni e Gian Maria Varanini ma da tempo introvabile nelle librerie.

Ricordo infine che al Quaderno pubblicato nel 2017 è allegato un CD-ROM con tutti gli articoli pubblicati sino ad allora in formato pdf.

Dei precedenti Quaderni Culturali avevo scritto anche qui:

SUCCEDE A VERONA: MUSICHE AL TOCATÌ 2021

SUCCEDE A VERONA: MUSICHE AL TOCATÌ 2021

SUCCEDE A VERONA: MUSICHE AL TOCATÌ 2021 “16 ·17 ·18 settembre”

VERONA, CENTRO STORICO

di alessandro nobis

Anche quest’anno per la diciannovesima volta si rinnova a Verona la tradizione del Tocatì e delle musiche tradizionali italiane e dei Paesi ospiti: sarà un festival diffuso che avrà come scenari non solo i luoghi simbolo di Veronama anche e soprattutto spazi mai utilizzati prima come ville, cortili, musei, ed alcuni borghi storici italiani molti dei quali già riconosciuti come siti UNESCO e come tra quelli più belli d’Italia. Tutto naturalmente nel pieno rispetto delle norme sanitarie al quale l’Associazione Giochi Antichi – che ne è ideatore e organizzatore – ha lavorato per lunghi mesi al fine di rendere quanto più “normale” questo festival il cui fulcro è da sempre la partecipazione della gente nelle strade e nelle piazze della città. Per questa edizione de “Suoni lungo l’Adige” i concerti si terranno al Lungadige San Giorgio (nello spazio all’interno della struttura asburgica risalente al 1838) con l’esclusione dei due che verranno trasmessi in streaming per ovviare alle rigide norme sanitarie che, come detto, l’organizzazione intende rispettare in modo puntiglioso.

Il tema di questa edizione del festival è l’acqua, elemento che ha favorito in quanto ideale via di comunicazione gli scambi negli ambiti economici favorendo i contatti tra le varie culture popolari, e di conseguenza i gruppi musicali che parteciperanno hanno in comune musiche popolari legate all’acqua: l’Egeo, l’Adriatico e l’Atlantico.

Voglio sottolineare in particolare come quest’anno la particolare attenzione che l’Associazione Giochi Antichi ha avuto nel dare la possibilità di ascoltare la musica in un luogo raccolto, non troppo vicino al vociare delle centinaia di persone che frequentano il festival; le proposte sono di altro livello e di grande valore musicale ed è assolutamente giusto riservare alla musica “d’ascolto” uno spazio adeguato e quindi non necessariamente contestualizzata al ballo popolare. Certo, quest’anno ci sono le limitazioni sanitarie, ma le due “forme” potranno coesistere perfettamente nelle prossime edizioni: il ballo popolare nelle piazze, la musica d’ascolto di derivazione tradizionale nei numerosi spazi raccolti – luoghi di culto, di enti pubblici ma anche di privati – che il centro storico di Verona offre.

  • Si comincia giovedì 16 alle 21:30 con una festa, con una particolare versione de “La Notte Salentina” che grazie agli Amici del Salento di Verona presenta “Tremulaterra 3.0”, apprezzato trio di musica popolare del Salento, come è facile immaginare con il loro straordinario repertorio fatti di temi a danza sì ma anche di stornelli, canti polivocali alla “stisa” (canti polivocalici a cappella eseguiti soprattutto durante il lavoro, quando la voce si diffondeva e si “stendeva” appunto nei campi) e canti narrativi della tradizione: non una festa a ballo dunque, ma un repertorio da assaporare nel migliore dei modi con un attento ascolto.
  • Venerdì 17 si parte alle 21:00 con un quintetto vocale proveniente dalla Dalmazia dove la tradizione delle “Klapa” è ancora molto sentita e praticata; al Tocatì questa straordinaria forma vocale sarà portata dalla “Klapa Valdibora” di Rovinj (Rovigno) con i loro straordinariamente suggestivi canti che raccontano della vita e degli amori dei piccoli villaggi sulle coste adriatiche. Alle 21:30 il Gruppo Ricerca Danze Popolari presenterà al pubblico (che non potrà però partecipare al ballo) alcune danze popolari accompagnati dalle musiche del “Calicanto trio” che 22:00 terrà l’atteso concerto con una piccola formazione che vede il rinnovarsi della collaborazione tra Corrado Corradi, Roberto e Giancarlo Tombesi lungamente compagni dei Calicanto; presenteranno il ricco repertorio di canti della tradizione dell’Adriatico Settentrionale tra i quali quelli dei “battipali” lagunari. 
  • Sabato tre imperdibili appuntamenti con la cultura popolare: alle 21:30 con il gruppo cipriota “Ktima” con il loro repertorio fatto di secolari canzoni tradizionali che scandiscono il calendario con le feste pagane e le celebrazioni religiose che tracciano uno spaccato sulla vita dell’isola cipriota. Le voci sono accompagnate dal violino, strumento principe della musica tradizionale cipriota, dal laud e dalla tabouchia, un setaccio rivestito di pelle usato come tamburo a cornice. Queste canzoni e le “tsiattista”, poesie orali a braccio, sono iscritte nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale Nazionale di Cipro. A chiusura una presenza che davvero può essere considerata uno dei fiori all’occhiello di questa edizione del Tocatì, ovvero il Baia Trio: provenienti dal Piemonte Occitano, hanno repertorio che va oltre quello delle valli alpine coprendo le tradizioni a partire dall’area delle 4 Province al Connemara irlandese, il tutto rivisitato con arrangiamenti di grande bellezza ed innovazione, come sta a dimostrare il loro lavoro “Coucahna” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/10/29/baia-trio-coucanha/)di qualche anno fa. Gabriele Ferrero (voce e violino), Enrico Negro (chitarra) e Francesco Busso (ghironda, uno degli strumenti classici delle valli occitane) sono senz’altro un ensemble in grado di offrire un “suono” che decontestualizzato al ballo si presta alla perfezione per un ascolto attento e approfondito di questa tradizione.

Da sottolineare poi la possibilità di seguire sulla pagine YOUTUBE del Tocatì e sulle pagine dei principali social gestite dal Festival tre esibizioni molto interessanti ed anche inediti per Verona ma purtroppo “da remoto” per le ben conosciute restrizioni sanitarie. Il primo riguarda il canto polifonico di tradizione bizantina legata alla liturgia greco-ortodossa proposto dall’ensemble cipriota “Romanos de Melodist” che prende il nome dal compositore siriano bizantino del V° secolo “Romano il Melode”, santo celebrato anche dalla Chiesa Cattolica il 1 di ottobre: canti monodici a cappella di grandissimo fascino e bellezza anche testuale, cantati in greco a divulgare il Verbo che sono Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Il secondo ci porta sulle coste bretoni con i canti dei marinai proposti dall’ensemble femminile “Les Pirates” (audio qui: https://www.lesbordees.bzh/groupe-les-pirates/)ben conosciute nei festival dedicati a questo importante filone della musica tradizionale: fanno parte dell’associazione “Phare Ouest” che dal 1995 opera nel campo della conservazione, dello studio e nella divulgazione di questa tradizione organizzando un festival che ha particolarità – sogno di molti organizzatori – di non utilizzare impianti di amplificazioni e di proporre i concerti in situazioni ambientali ideali per apprezzare al meglio il suono naturale. A conclusione gli eccezionali trampolieri del Dipartimento delle Landes nella Francia Occidentale, “Echassiers de Landes”: questi “attrezzi” spesso messi in relazione solamente con il circo equestre o con le sfilate carnascialesche venivano originariamente utilizzati dai pastori per sorvegliare le greggi nel territorio pianeggiante che non offre alcun punto di vista dalla sommità di alture. Da questo loro uso si sono sviluppate poi danze tradizionali davvero particolari ed uniche al mondo; nel dipartimento sono presenti ben venti gruppi di questo tipo a testimoniare il grande interesse e passione verso questa secolare tradizione. 

DUCK BAKER  “Not the First Time. Previously Unreleased and Rare Recordings, 1977 – 1989”

DUCK BAKER  “Not the First Time. Previously Unreleased and Rare Recordings, 1977 – 1989”

DUCK BAKER  “Not the First Time. Previously Unreleased and Rare Recordings, 1977 – 1989”

Fulica Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Stavolta Duck Baker ci riporta a cavallo del 1980 con questa bella raccolta di inediti al solito prodotta dall’attivissima Fulica Records, per la precisione dal 1977 all’89 come recita il titolo e registrate nel suo attivissimo peregrinare per gli studi ed i palcoscenici di quegli anni. Si parte dal ’77 con tre brani prodotti da Stefan Grossman tra i quali uno splendido “Patricia Rag” di Joseph Lamb nel 1916 e si arriva ai sette brani registrati nell’89 a San Francisco con “Southern Cross” eseguito alla chitarra con corde d’acciaio caratterizzato soprattutto da una splendida improvvisazione centrale e con “Minstrel Boy”, melodia tradizionale con probabile origine irlandese. Tra i due estremi temporali c’è naturalmente molto altro a cominciare dalle versioni targate Baker del cosiddetto folk di ispirazione rinascimentale che il chitarrista della Virginia rilegge a modo proprio, e per verificare ciò basta andare ad ascoltare “Lord Renbourn” ispirato sì dai grandi maestri del folk inglese tra i quali naturalmente John Renbourn, ma con una brillante parte centrale improvvisata, un marchio di fabbrica che distingue di parecchio Baker dagli altri chitarristi acustici (oltre che per il suo uso della chitarra con corde di budello); ci sono inoltre una bella versione della melodia di “You are my sunshine” registrata nel 1981 nel Surrey e composta da Jimmie Davis e Charles Mitchell nel ’39 ed il blues “Waltz on Sunday” (Germania, 1984) entrambi rivisti e “corretti” nello stile bakeriano.

Tra la musica di ispirazione tradizionale e l’improvvisazione più radicale la distanza si può misurare in anni luce, eppure Duck Baker stupisce per la sua capacità di frequentare i territori più conosciuti e quelli della creazione istantanea con risultati sempre sorprendenti. Davvero un’antologia da avere.

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

A cinque anni dal suo primo – ottimo – CD “Ripples on the Lagoon” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/20/terreni-kappa-ripples-in-the-lagoon/), Terreni Kappa ha recentemente pubblicato il suo seguito “Pequod” per l’attivissima etichetta pugliese Dodicilune: il suono è profondamente mutato pur rimanendo in ambito jazzistico, il trio che aveva registrato il primo album è diventato un quartetto, Roberto Zantedeschi ha lasciato il gruppo, Luca Crispino suona la chitarra elettrica (laddove nel primo era il contrabbassista) e sono entrati a farne parte Fabio Basile al basso elettrico e Francesco Caliari al sassofono tenore. Per comprendere a fondo la metamorfosi sonora di Terrena Kappa è consigliabile ascoltare attentamente la bellissima composizione di Luca Crispino “Al Azif” presente su entrambi i dischi. In “Ripples ..….” protagonista è la combinazione tra il flicorno e l’elettronica che supportata dalla batteria e dalle frasi reiterate del contrabbasso elettrico crea un’atmosfera eternamente sospesa dal sapore “ambient” grazie anche agli interventi vocali “filtrati”, mentre in “Pequod” il tema viene esposto dal sassofono di Caliari con un arrangiamento che mette in risalto il lavoro della chitarra e del basso di Basile oltre ad un significativo solo di sassofono. Da evidenziare naturalmente tutta la musica che si ascolta, a cominciare da quello che mi sembra un omaggio al tastierista – compositore Nicola Salerno, quel “Ara Kel Serabia” che nella formulazione del titolo e nella costruzione del brano ricorda gli Art-Erios nei quali militava anche Fabio Basile, autore del brano e voglio segnalare il brano eponimo scritto da Crispino, aperto dal basso e con un pregevole solo di chitarra e dove protagonista è il tenore di Caliari.

Esplorazione sonora, melodia, una chiara capacità di rispetto reciproco, una eccellente tecnica dei musicisti ed anche una notevole predisposizione all’improvvisazione fanno di “Pequod” un bellissimo lavoro che a mio avviso grazie alla composizione della line-up, mi riferisco al fatto che Basile e Crispino sono due ottimi chitarristi e bassisti con caratteri musicali profondamente diversi, potrebbe cambiare la simmetria del suono nelle esibizioni dal vivo scambiando i ruoli: resta comunque una mia idea della quale sono però, da semplice ascoltatore, convinto.

Se a Verona si celebrasse ancora il Jazz con un degno festival – quello che ne rimane è stato derubricato ad una minimale presenza nel cartellone estivo dell’Estate Teatrale Veronese – Terreni Kappa potrebbe esserne uno dei protagonisti. Peccato davvero, auguro a questo brillante quartetto i più prestigiosi palcoscenici italiani ……

www.dodicilune.it

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2021

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2021

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2021

“Musica che danza ….. parole che raccontano”

3 ·4 · 5 SETTEMBRE IVREA

di alessandro nobis

Anche questa quarantunesima edizione allestita dall’Associazione musicale “Music Studio” e dal Jazz Club di Ivrea è a mio avviso un appuntamento di notevole interesse e di conseguenza gli appassionati di jazz troveranno nel programma “le più convincenti scuse” per recarsi in quel di Ivrea e trascorrere un intenso weekend non solo legato alla musica, viste le peculiarità artistiche ed eno-gastronomiche che l’areale in questione offre. Gli eventi in programma si terranno all’interno e nel cortile del Museo Pier Alessandro Garda, nella Sala Santa Marta e in caso di maltempo al Teatro Giacosa.

Quest’anno il programma comprende tutto il primo fine settimana settembrino, quindi nel pomeriggio di venerdì 3 (ore 18:00) si inizia in Sala Santa Marta con la presentazione del volume “Un ritratto” dedicato da Flavio Caprera al grande pianista Franco D’Andrea e si prosegue sempre nella stessa sala (ore 19:00) con il davvero imperdibile concerto del duo Daniele Di Bonaventura (bandoneon) – Emanuele Sartoris (pianoforte) che da pochissima ha pubblicato lo stupendo album “Notturni” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/07/15/sartoris-·-di-bonaventura-notturni/); alle 21:15, nel cortile del Museo Garda, doppio appuntamento con “Jelly Roll” un progetto dedicato ovviamente a Jelly Roll Morton (Helga Plankensteiner, Achille Succi, Glauco Benedetti, Michael Lösch e Marco Soldà) ed a seguire (ore 22.15) lo straordinario quanto raro set solistico del prestigioso chitarrista americano Ralph Towner.

La giornata di sabato, sempre alla Sala Santa Marta, si apre alle ore 18:00 ancora con una presentazione di un volume, in questo caso “Dalla Scala a Harlem. I sogni sinfonici di Duke Ellington” scritto da Luca Bagalini alla quale seguiranno il concerto di Norbert Dalsass (basso), Roman Hinteregger (batteria) e Michele Giro (pianoforte) con il progetto “Fantasy”; bellissima la chiusra della serata (alle 21:15) nel Cortile del Museo Garda dove Patrizio Fariselli (pianoforte), Claudia Tellini (voce) Marco Micheli (basso) e Walter Paoli (batteria) presentano quello che, per ciò che mi riguarda, è uno degli appuntamenti più attesi, ovvero “Open Area Project”, basato sulla rivisitazione cantata di alcuni brani del repertorio degli Area di cui come ricorderete Patrizio Fariselli fu uno dei protagonisti.

Il festival si chiuderà domenica 5, al Museo Garda (ore 18:00), con tre coreografie curate da tre scuole di danza (“Baobab”, “Arabesque” e “Accademia Danza e Spettacolo”) preparate sulle musiche del cd “Woland”, lavoro di Massimo Barbiero, Emanuele Sartoris ed Eloisa Manera (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero·manera·sartoris-woland/).