ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

DOT TIME RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Nell’ampio (molto ampio) repertorio di Duck Baker gli spiriti benevoli di Herbie Nichols e Thelonious Monk aleggiano spesso, quando poi ci si mette di mezzo anche un pezzo da novanta come il trombonista americano Ruswell Rudd la qualità della musica è assicurata; questo “Live” pubblicato qualche mese or sono dalla Dot Time testimonia due incontri tra i due musicisti, quello a New York del 5 gennaio 2002 e quello di Albuquerque del 28 marzo 2004. Magari chi segue il Baker solista che affronta la musica di derivazione tradizionale americana conosce poco la figura di Roswell Rudd, straordinario trombonista ed etnomusicologo – ha lavorato anche con Alan Lomax – purtroppo scomparso nel 2017 e sempre in prima linea nel jazz d’avanguardia godendo della compagnia tra gli altri di Steve Lacy (un altro monkiano DOC), Pharoah Sanders o Archie Shepp.

The Happenings” che apre il disco – e della quale Baker ne ha incisa una versione solistica in “The Spinning Song” – è una eccitante versione di un blues  del pianista di Manhattan e “Well, You Needn’t” e “Bemsha Swing” sono naturalmente due brani monkiani dove l’esposizione degli inconfondibili temi sono solo un “pretesto” per dialogare e improvvisare e i due assoli nel primo brano sono davvero significativi. Mi ha colpito anche la rilettura di “Buddy Bolder’s Blues” (una rielaborazione di “Funky Butt” dello stesso Bolden), composto dal cornettista Charles B. B. (1877 · 1931) che pur non avendo registrato nulla, diede un’impronta decisiva alla nascita del jazz grazie alle sue improvvisazioni all’interno del gruppo di ragtime nel quale militava, e benissimo hanno fatto Rudd e Baker a inserire nel programma questo brano, a conferma della ricerca etnomusicologica che entrambi hanno svolto. Segnalo infine “A Boquet for JJ“, eseguita in solo da Roswell Rudd, che sembra essere – ne sono “quasi certo” – un omaggio al leggendario Jay Jay Johnson, un altro pilastro del jazz dagli anni cinquanta, riferimento assoluto per chi si dedica a questo strumento.

Certo che l’abbinamento chitarra acustica e trombone, del tutto inedito, sembra un po’ forzato ma basta ascoltare i brani citati per comprendere che se ci sono la tecnica, la conoscenza del repertorio e la comune voglia di dialogare nel reciproco rispetto – che sono poi le architravi dell’improvvisazione spontanea – il risultato è magnifico.

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ORCHESTRA MOSAJKA “Vite”

ORCHESTRA MOSAJKA “Vite”

ORCHESTRA MOSAJKA “Vite”

AZZURRAMUSIC. CD, 2021

di alessandro nobis

Pubblicato da qualche mese, “Vite” è il secondo lavoro dell’Orchestra Mosajka” dopo l’interessante esordio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/31/orchestra-mosaika-orchestra-mosaika/). Il disco è stato presentato in un bellissimo concerto al Teatro Camploy di Verona del quale avevo parlato in sede di recensione (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/04/07/da-remoto-orchestra-mosaika-teatro-camploy-verona-14-marzo-2022/). Il concerto ricalcava in gran parte la scaletta del disco, un lavoro splendidamente suonato con una ricerca accurata degli arrangiamenti che nelle registrazioni in studio risaltano alla perfezione anche se queste sono state fatte, come dice il libretto “dai singoli musicisti autonomamente e presso la propria abitazione con l’assistenza tecnica di Ernesto Da Silva“; questa modalità potrebbe far pensare a chi non conosce il suono dal vivo di Mosajka che si tratti di un’orchestra artificiosa, magari anche con un suono non replicabile “live”. Tutt’altro; basta leggere questa recensione 2017 scritta in modo chiarissimo dal compianto Beppe Montresor per il quotidiano locale, che poi non la pubblicò (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/01/missing-in-action-mosaika-a-san-zeno-verona-26-marzo-2017/).

Vite” è un bellissimo lavoro e l’eterogeneità dei musicisti e del repertorio sono un valore aggiunto alla musica, tutto sotto l’attenta direzione del Mo clarinettista Marco Pasetto, una delle figure più significative emerse dal panorama veronese degli ultimi, oserei dire, decenni.

Dalla splendida “NOW, Celtic Roots” con la voce di Chiara Merci scritta dall’arpista e compositrice di origine australiana Diane Peters che narra la storia delle fasi migratorie della sua famiglia, al tradizionale macedone “Adana” fino  a “Gumbe”, brano composto e orchestrato dal guineano Ernesto Da Silva il repertorio è così eterogeneamente omogeneo grazie alle orchestrazioni che, pur di musicisti diversi, incanta per la sua bellezza ed il respiro che sorprendono ancora. Laboratorio multiculturale nato otto anni fa, l’Orchestra Mosaika ha uno dei suoi punti di forza la capacità di cambiare – spesso per cause di forza maggiore – alcune tessere dando nuovi suoni pur mantenendo la barra a dritta. Come scriveva l’amico Beppe Montresor (in apertura il link per leggere l’articolo nella sua completezza) “La fascinosissima eterogeneità della provenienza storico-geografica dei brani proposti è l’essenza del DNA che informa l’ensemble, ma è l’imprevedibilità delle commistioni che confluiscono anche solamente nello spazio di un solo brano a rendere continuamente sorprendente, con rarissime cadute di tensione, un concerto dei Mosaika“. Che belle parole, Beppe ……..

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EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Codice de Toledo”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Codice de Toledo”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Codice de Toledo”

PNEUMA RECORDS 1630. 2CD, 2021

di alessandro nobis

La Vergine Maria aiuta l’Imperatrice di Roma Beatrice a sfuggire dalle angherie e approcci che deve sopportare per difendersi dalla castità e fedeltà al marito” (CSM 5 “Emperatriz de Roma”, Codice di Toledo 73): l’Imperatrice a cui fa riferimento questa Cantiga (una versione diversa e più breve quella completa di 26 strofe presente sul CD Pneuma 1490 dello stesso Paniagua) è Beatrice di Borgogna, seconda moglie di Federico Barbarossa Imperatore del Sacro Romano Impero.

Un Cavaliere dalla via dissoluta fatta di rapimenti, distruzioni di chiese e monasteri decide di redimersi e per farlo intende costruire un grande monastero dotato di chiostro e di un ospedale sulla sua proprietà per viverci come monaco; muore però prima di realizzare il suo progetto di redenzione e la sua anima se la contendono i diavoli e gli angeli, che chiedono alla Vergine Maria di intercedere presso Cristo per far risorgere il Cavaliere perchè possa completare la sua opera. Così avviene ed il Cavaliere conclude la sua vita realizando il monastero e vivendo la castità monacale  (CSM 45 “El Mal Caballero Constructor de Monastero”, Codice di Toledo 83).

Queste due delle diciotto storie “miracolose” riportate nel CD “Cantigas del Codice de Toledo” pubblicate nel 2021 da Eduardo Paniagua, l’ennesimo splendido capitolo che il musicista spagnolo ha pubblicato nell’ambito delle Cantigas De Santa Maria; le Cantigas qui presenti appartengono ad uno dei quattro manoscritti originali (riporta un centinaio di canti dedicati a Maria) esistenti del patrimonio raccolto nel XIII° secolo da Re Alfonso X “El Sabio”, quello originariamente conservato presso la Cattedrale di Toledo ed oggi alla Biblioteca Nazionale Spagnola.

Gregorio Paniagua sarà certamente ricordato (anche) per aver riportato alla luce la musica arabo andalusa (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/07/18/suoni-riemersi-atrium-musicae-de-madrid-musique-arabo-andalouse/), il fratello Eduardo per il ricchissimo catalogo della sua etichetta Pneuma ma soprattutto per la sua monumentale opera sulle Cantigas che come ho scritto in altre occasioni si distingue sempre per la magnifica scelta timbrica e per l’organicità delle scelte tematiche.

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

La Contorsionista · Sciopero Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Ecco un altro disco di folk nella sua perfetta accezione del termine ovvero la narrazione di storie; sono il polistrumentista Umberto Poli e dal cantautore Ricky Avataneo a raccontarcele, storie di uomini e delle loro vite, storie che in alcuni casi sono state capaci di attraversare il tempo e di essere ancora suonate, interpretate e di quindi ri-vissute. “Grama Tera” (“terra povera”) è un album con un ben preciso filo conduttore che fa attraversare al fruitore il mondo del proletariato descrivendone soprusi e sfruttamento, fatiche, quotidianità e le difficoltà nello svolgere il lavoro nei campi spesso ostacolato dalle avversità atmosferiche in grado di vanificare lo sforzo lavorativo. Folk che qui grazie ad arrangiamenti e sonorità accuratamente scelte viene “modificato” mutandosi in un folk · rock che non può non ricordare le più intelligenti produzioni d’oltreoceano che da decenni propongono frammenti delle proprie micro · storie. Piemontesi, non potevano non visitare in modo significativo Costantino Nigra e la sua raccolta di Canti Popolari Piemontesi del 1888 e scegliere “La Madre Crudele” (NIGRA 08), “Donna Lombarda” (Nigra 01 che ne ben riporta 15 lezioni) e “Madre Resuscitata” (Nigra 39); splendida la resa della seconda trasportata in un’ambientazione diversa con cigar box, chitarra elettrica ed armonica ed anche “Madre Resuscitata” dopo un’intro acustica, si trasforma in efficace folkrock (mi si passi il termine) del tutto convincente per gli arrangiamenti vocali (con la voce di Betti Zambruno), la piva di Paolo Cardinali ed il violino di Remi Boniface. Ma se posso dire, il brano che come si dice “vale l’acquisto” di “Grama Tera” è la composizione di Ricky Avataneo “Acque Morte 1893“, ballata cantata in italiano e piemontese (e francese) che narra i tragici avvenimenti del 16 e 17 agosto di quell’anno alle saline di Agues Mortes nel Languedoc-Roussillon dove otto lavoratori stagionali piemontesi vennero massacrati da colleghi francesi che vennero in seguito prosciolti da un tribunale: una storia di razzismo, di quotidiano sfruttamento e di violenza, una storia di lotte tra “Morti di Fame” che sembra caduta nell’oblio generale, un bel arrangiamento con in evidenza la chitarra slide, la tromba di Luca Benedetto ed il sax di Enrico D’Amico (mi permetto di consigliare la lettura di “Morte agli italiani” scritto da Enzo Barnabà e pubblicato da Infinito del 2008). Il disco si chiude con il breve tradizionale “La tempesta” eseguito “a cappella” da quattro voci (oltre ad Avataneo di sono Betti Zambruno, Gigi Giancursi e Orlando Manfredi), storia di una grandinata che lascia sui campi i raccolti faticosamente accuditi e che costringe i contadini a trasformarsi in suonatori ambulanti per cercare di mantenere le famiglie.

Disco intenso e ricco di storia e di “microstorie” che vengono da lontano nel tempo ma che raccontano anche della nostra quotidianità, basta leggere i testi e meditare ………

Il disco è stato pubblicato in sole 250 copie, produzione davvero artigianale vista la cura con la quale è stato confezionato e quindi ne consiglio “senza se e senza ma” l’acquisto. I testi, i video, le collaborazioni, le line up di ogni singolo brano sono a disposizione qui: https://www.umbertopoli.com/grama-tera.html#date). Non fatevelo scappare ……..

www.umbertopoli.com

MARCO SONAGLIA “Ballate dalla Grande Recessione”

MARCO SONAGLIA “Ballate dalla Grande Recessione”

MARCO SONAGLIA “Ballate dalla Grande Recessione”

Vrec Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Lette le liriche del poeta siculo Salvo Lo Galbo e successivamente ascoltate le musiche di Marco Sonaglia che sono la struttura di questo “Ballate dalla Grande Recessione” mi ronza per la testa, ancora una volta, una domanda: è questo un disco di folk? Non so nulla della “chanson” di Francia alla quale alcuni commentatori vi fanno riferimento, ma il concetto di folk song, ovvero una ballad che racconta una storia vera è quello che più condivido, considerato che le mie frequentazioni musicali si rivolgono alle tradizioni sì italiane ma anche anglosassoni. Arrangiamenti semplici ma efficaci come si conviene, in questo ottimo disco Marco Sonaglia e Salvo Lo Galbo ne raccontano di storie che mi auguro nella migliore delle tradizioni abbiano la forza per durare a lungo nel tempo perchè sono lampi incisivi sulla storia dei nostri giorni; c’è “Ballata per Stefano“, la tragedia del povero Stefano Cucchi che ci racconta della sua sofferenza subita da vivo ed anche una volta morto il 22 ottobre del 2009 (le vergognose parole di Salvini, di Giovanardi eccetera), c’è quella del campo profughi dell’isola di Lesbo dove a migliaia sono ammassati profughi che arrivano da est e dei quali oramai ci si è totalmente dimenticati, sempre a correre dietro a “nuove” tragedie più vendibili giornalisticamente, c’è anche quella, “Ballata dello Zero“. toccante brano per Mimmo Lucano sindaco di Riace eletto democraticamente dato in pasto e massacrato dai media solo perchè cercava una diversa ed originale strada per un’accoglienza dei migranti lontana dal maidstream governativo (ed il ministro dell’Interno era sempre quello sopracitato) o ancora “Ballata per Sacko” che ricorda a noi il sindacalista e bracciante agricolo Sacko Soumalia (visto? Ho già dimenticato la sua terra d’origine, forse il Senegal?) giustiziato nelle campagne di Vibo Valenzia nel 2018 perchè si occupava di aiutare altri come lui. Il movimento operaio, l’Articolo 18, la società capitalistica sono altre tematiche che Sonaglia e Lo Galbo toccano, che devono risvegliare la nostra memoria.

Nel futuro chi si ricorderà di Souka, di Lola, di Stefano o di Mimmo? Questo disco non è una Spoon River italiana, è non solo un monito per noi contemporanei a non dimenticare; modestamente l’ho inteso come una modalità per translare nel futuro la memoria dei giorni nostri alle nuove generazioni che certamente non troveranno queste tematiche sui libri di storia.

Non ci sono più i cantastorie o i fogli volanti a narrare le storie, ci sono canzoni come queste.

BEVANO EST “Graniglia”

BEVANO EST “Graniglia”

BEVANO EST “Graniglia”

Autoproduzione. CD, 2021

di alessandro nobis

Era da un bel po’ che i Bevano Est erano usciti dal mio radar, ed è stato con grande piacere abbinato ad una bella dose di curiosità che ho ascoltato questo loro lavoro “Gradisca” pubblicato lo scorso anno e vi devo confessare che vi ho ritrovato tutta l’eleganza e la raffinatezza dei precedenti lavori che avevo avuto anche la fortuna, purtroppo in pochissime occasioni, di ascoltare dal vivo a Verona.

Qualcuno ha scritto che “la loro musica è suonata con l’anima e con il corpo” e modestamente mi approprio di queste parole perchè l’ascolto di queste undici composizioni credo collettive – non ci sono notizie specifiche sulla copertina – svelano la graniglia creata da Stefano Delvecchio (organetto bitonico), Davide Castiglia (violino) e Giampiero Cignani (clarinetti) dove la musica popolare e quella di nuova composizione sono cementati dalla perfetta coesione che è facilmente percepibile nella musica di Bevano Est, una “graniglia” appunto di grande qualità; e per chi ama il cinema di Fellini non può non lasciarsi trasportare dalle melodie del trio di Forlimpopoli che a mio modesto avviso disegnano paesaggi immaginari, ma non troppo, riconducibili a quelli immortalati dal regista romagnolo. “Scottito“, “Polkazza” e “Quadriglia” sono i riferimenti culturali della tradizione romagnola, qui rivisitata non solo nei titoli in modo intelligente, gli altri brani sono cartoline che dipingono un mondo “inesistente” e tra queste ho trovato notevoli l’incedere lento del brano che chiude il disco, “Pour Vous” con un bel arrangiamento per organetto e violino nella prima parte e per trio nella seconda (incantevole il solo di clarinetto) ed il travolgente e misterioso nel titolo “I skoghen 5’30” con l’organetto che espone il tema ed il clarinetto che ricama quasi in controcanto.

Val la pena davvero cercare questo “Gradisca” magari sul sito dei Bevano Est riportato qui sotto, soddisferà i palati più fini e stupirà anche gli amanti della musica popolare diciamo più ortodossa; quando la musica è creata e suonata da eccellenti strumentisti con grande cuore e passione i risultati sono questi, fuori dall’ordinario. Fidatevi, se lo volete.

http://www.bevanoest.com

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Este de Francia · Provenza y Auvernia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Este de Francia · Provenza y Auvernia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Este de Francia · Provenza y Auvernia”

Pneuma Records 1620. 2CD, 2021

di alessandro nobis

Un nuovo doppio CD di Eduardo Paniagua dedicato a due regioni orientali della Francia, la Provenza e l’Auvergne, che va ad arricchire la collana dedicata alle Cantigas de Santa Maria da Eduardo Paniagua e dall’Ensemble Musica Antigua da lui diretto e formato da musicisti specializzati nella musica medioevale ed etnica, in particolare nordafricana. Sedici le Cantigas qui presenti, sette delle quali riguardano la Provenza e nove l’Auvergne che vanno a completare la sezione francese ed a seguire il doppio cd “Occitania y Rocamadour”. Provenza ed Auvergne hanno avuto una diversa storia nel Medioevo; la prima subì un tentativo di invasione da parte dei Mori vista la vicinanza ad Al-Andalus, risalirono il corso del Rodano fino ad Arles saccheggiando monasteri ed abbazia fino al 972 quando dopo falliti accordi diplomatici con Abdebarran III di Cordova finalmente l’anno seguente vennero respinti dalle truppe di Re Guglielmo di Provenza, la seconda trovandosi tra il Massiccio Centrale e le Alpi Occidentali venne risparmiata ma non dalla conquista carolingia entrando a far parte del Regno di Aquitania.

Al di là della bellezza e soprattutto varietà delle sonorità utilizzate è essenziale anche in questo doppio cd la lettura dei testi riportati nel libretto allegato per conoscere la profonda devozione durante il Medioevo verso la Vergine Maria che anche in queste due regioni francesi si dimostra profonda e la varietà dei miracoli a lei attribuiti. Tra tutte segnalo la CMS 255, “La Suegra Asasina“, una sorta di “murder ballad” ante-litteram con una evocativa introduzione della gaida di Jaime Muñoz. Ambientata a Lione, è la storia di una ricca famiglia che permette alla bellissima figlia di scegliersi lo sposo e di andare a vivere in una casa regalata loro dai genitori; ma voci degli abitanti del paese dove dimorava la coppia spargono la voce di una relazione tra la madre della sposa con il genero. La donna così paga dei sicari per ucciderlo mentre lei assiste alla Santa Messa ma viene scoperta, confessa il crimine, vengono arrestati i sicari e lei viene condannata al rogo; mentre viene portata al luogo dell’esecuzione – una casa fuori dal paese – , al momento di passare davanti alla chiesa supplica le guardie di fermarsi per poter pregare la Santa Vergine di aiutarla e, quando venne dato fuoco alla casa dove era stata portata, la Vergine impedì che la condannata bruciasse viva. Venne dato nuovamente fuoco alla casa, visto che era sopravvissuta, ma la donna si salvò una seconda volta. Il giudice a questo punto comandò alle guardie di rilasciare la donna che venne portata festosamente in chiesa dove il sacerdote fece omaggio alla Vergine pregando.

Questo “Cantigas del Este de Francia” è un’altra gemma della collana dedicata da Eduardo Paniagua alle Cantigas che Alfonso X “El Sabio” raccolse durante il suo regno ovvero tra il 1253 ed il 1284, tesoro da valore storico incommensurabile.

NORMAN BLAKE “Day by Day”

NORMAN BLAKE “Day by Day”

NORMAN BLAKE “Day by Day”

Smithsonian Folkways · Plectrafone Records. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ passata qualche stagione dall’ultima pubblicazione di Norman Blake, ed oggi più che mai l’ascoltare le sue pacate ballate di ispirazione folk ed i suoi arrangiamenti di brani tradizionali mi accompagnano sempre molto piacevolmente, dopo cinquant’anni dalla sua scoperta mi viene quasi spontaneo considerare questo straordinario musicista quasi un “amico” del quale ho seguito tutte le sue gesta, un amico che non ha mai deluso. Certo, l’età avanza per tutti, la sua voce non ha tutta la pienezza della gioventù ma che importa, la sua chitarra è sempre brillante ed il repertorio è ancora una volta indovinato. “Day by Day” vede il ritorno con due brani del “Rising Fawn String Ensemble” con due brani composti nella prima metà del ‘900, le ballad “The Dying Cowboy” raccolta nel ’39 da Joseph Hall ma la melodia sembra essere quella di “The Bard Of Armagh“, slow air irlandese e “My Home’s Across the Blued Ridge Mountains” pubblicata nel 1909; mi paiono davvero significativi inoltre “Old’s Joe March“, strumentale scritto da Blake ed eseguito al banjo l’ antica ballata “Montcalm and Wolfe“, una broadside ballad (erano stampate su fogli singoli anche per favorirne la circolazione, in Italia si chiamano “fogli volanti”), che descrive una battaglia combattuta nel 1759 durante le guerre indiane tra i Nativi e le truppe di occupazione francesi.

Questo “Day by Day” non può mancare nelle collezioni dei numerosissimi fans di Blake, è un altro esempio della sua profonda conoscenza del patrimonio musicale americano e della capacità di descrivere piccole storie che alla fine sono quelle che fanno la “storia” dell’umanità; se la Smithsonian / Folkways in collaborazione con la Plectrafone ha ritenuto opportuno pubblicare questo “Day by Day” è un’ulteriore conferma dell’importanza ampiamente riconosciuta che Norman Blake ha nel mondo della musica acustica d’oltreoceano. Dispiace però notare come la scaletta dei brani contenuta nel libretto che accompagna alcune copie del disco stampate nel 2020 sia errata, visto che compaiono undici brani in un ordine non esatto: un errore non da poco per il prestigio dell’etichetta ma che è stato corretto nelle copie che riportano come data di stampa il 2021.

Il retro delle due copertine, quella di destra è quella “buona”.

  • English Version (Google Version …….):
NORMAN BLAKE
"Day by Day"
Smithsonian Folkways · Plectraphone Records. CD, 2021

by alessandro nobis

A few years have passed since Norman Blake's last publication, and today more than ever listening to his quiet folk-inspired ballads and his arrangements of traditional songs always accompany me very pleasantly, fifty years after his discovery I am it is almost spontaneous to consider this extraordinary musician almost a "friend" of whom I have followed all his musical adventures, a friend who has never disappointed. Of course, age advances for everyone, his voice does not have all the fullness of youth but who cares, his guitar is always brilliant and the repertoire is once again guessed. "Day by Day" sees the return with two songs of the "Rising Fawn String Ensemble" with two songs composed in the first half of the 20th century, the ballads "The Dying Cowboy" collected in '39 by Joseph Hall but the melody seems to be that of "The Bard Of Armagh", Irish slow air and "My Home's Across the Blued Ridge Mountains" published in 1909; they also seem really significant to me "Old's Joe March", instrumental written by Blake and performed on the banjo the ancient ballad "Montcalm and Wolfe", a broadside ballad (they were printed on single sheets also to promote circulation, in Italy they are called "sheets flying "), which describes a battle fought in 1759 during the Indian wars between the Native and French occupation troops.
This "Day by Day" cannot be missing in the collections of Blake's many fans, it is another example of his profound knowledge of American musical heritage and the ability to describe small stories that in the end are the ones that make up the "history" of humanity. ; if Smithsonian / Folkways in collaboration with Plectrafone has considered it appropriate to publish this "Day by Day" is further confirmation of the widely recognized importance that Norman Blake has in the world of overseas acoustic music. However, it is regrettable to note that the list of songs contained in the booklet accompanying some copies of the disc printed in 2020 is incorrect, given that eleven songs appear in an incorrect order: an error not just for the prestige of the label but which has been corrected. in copies showing 2021 as the printing date.

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

Lovesick Duo ·  AZ Blues Press. CD, Libro + CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo lavoro di Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi segue di poco “All Over Again” e conferma se ne ce fosse ancora la necessità il convincente progetto del duo, affrontare “di petto” i repertori della musica americana dandone una interpretazione personale lontana quindi dalla più semplice operazione calligrafica. Per poter però suonare e quindi registrare musica di questo livello però sono necessari alcuni passaggi che il Lovesick Duo, mi sembra di poter dire, ha brillantemente superato a pieni voti: la conoscenza degli autori, dei loro brani, la capacità di suonare più strumenti, l’abilità di scrivere brani originali che ha ad esempio caratterizzato tutto l’album che ha preceduto questo “A Country Music Adventure“, mentre per questo loro nuova produzione in collaborazione con la sempre attenta AZblues Press hanno fatto la rischiosa scelta di pescare nella storia della musica americana e di renderla personale ed omogenea dal punto di vista sonoro vista la varietà stilistica dei brani scelti.

Si va dal Western Swing Style di Bob Wills (ed i suoi Texas Plaboys”) con lo scoppiettante brano d’apertura “Holy Poly” scritto da Fred Rose nel ’46 a “Hey Good Lovin’” di Hank Williams (cfr. la versione della NGDB per capire il valore di quella dei “nostri”) attraverso spartiti di autori come il fondamentale Jimmie Rodgers che negli anni venti e trenta ha ridisegnato la country music (qui c’è la splendida ballad “Miss the Mississippi and you“) o come Johnny Cash e Merle Travis: del primo una toccante versione acustica di “I Still Miss Someone” e del secondo lo swingante “Divorce me C.O.D.”, una hit del ’46 con in evidenza il duo voce – lap steel.

Mi fermo qui, elencando l’arsenale musicale che i due protagonisti di questo lavoro maneggiano con grande abilità e con il giusto spirito: Francesca Alinovi (contrabbasso, voce e percussioni) e Paolo Roberto Pianezza (chitarre, lap steel, dobro e voce) con Alessandro Cosentino al violino e la batteria di Filippo Lambertucci.

Ascoltate il Lovesick duo, capirete dai primi minuti perchè è così apprezzato nell’ambiente del miglior country d’oltreoceano. “A Country Music Adventure“,  è un compendio “sonoro”, una guida ben realizzata a questo genere musicale disponibile anche in coppia con una graphic novel dove i due sono protagonisti di una storia con la quale accompagnano gli ascoltatori in un viaggio che parte dall’Italia per arrivare a Nashville per far scoprire al pubblico volti e storie dei cantanti più rappresentativi che hanno fatto la storia di questo suono.

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

VISAGE MUSIC. CD, 2021

di alessandro nobis

Questo primo lavoro di Maria Moramarco è così intenso, ricco e così intriso della tradizione religiosa della Murgia Barese che il suo ascolto richiede rara attenzione e concentrazione per sviscerare e scoprire ogni parola, ogni nota ed ogni suono che così accuratamente sono stati messi assieme da un gruppo di musicisti appartenenti sia all’ambito della musica tradizionale che della musica antica; tutti al “servizio” della voce di Maria Moramarco, ricercatrice, interprete ed essa stessa informatrice della cultura tradizionale della sua terra che riserva ancora gemme nascoste anche agli occhi più attenti di quanti si occupano di translare il canto e la musica antichi nella modernità.

Maria Moramarco è conosciuta come “la voce degli Uaragnaiun”, ensemble che nel tempo si è confermato come una delle realtà più interessanti nell’ambito della ricerca della musica popolare in circolazione; qui il nome del gruppo non è citato ma tutti i suoi componenti hanno prestato la loro opera come musicisti e come arrangiatori (Luigi Bolognese ha fatto qui un lavoro eccellente) andando ad impreziosire ulteriormente il canto della Moramarco forte, incisivo ed evocativo qui come non mai.

Il racconto della Passione, i pellegrinaggi antichi e la vita dei Santi intercessori presso Dio mutuando la religiosità ufficiale a quella popolare sono i repertori proposti, e ritengo inutile aggiungere parole rispetto a quanto riportato nei due brevi ma chiarificatori saggi della stessa Moramarco e di Pasquale Sardone riportati nel ricco libretto che accompagna il disco, meglio citare piuttosto qualche brano presente nel disco iniziando da “San Jacque de Galizia“, canto sacro estratto dal Capitolo di San Jacopo di Galizia accompagnato dalla viola da gamba dell’argentina Luciana Elizondo – radioso il suo assolo -, dalle delicate percussioni di Francesco Savoretti e dalla chitarra di Quito Gato, un brano citato anche nel Canzoniere Italiano di PierPaolo Pasolini e che testimonia come la Puglia facesse parte dei cammini di pellegrinaggio dal Medioevo.

Il brano eponimo si apre con la cetra corsa di Adolfo La Volpe (arrangiatore con Bolognese) che ci immerge nei caldi suoni mediterranei assieme ai suoni della fisarmonica di Alessandro Pipino ed alle percussioni: una accorata preghiera di una pia donna a Maria affinchè faccia tornare a casa il fratello soldato, un brano dal forte impatto spirituale ed emotivo dove la cetra corsa accompagna il canto e la fisa fa quasi da contraltare al canto. In “Li Ventiquattr’re” l’arrangiamento dà grande e giusto spazio alle nickelarpe di Marco ed Angela Ambrosini ed il ritmo dei tamburi a cornice di Katharina Dustmann segna il ritmo a questo canto, una cronologia “popolare” della Passione di Cristo dall’ultima cena alla risurrezione, uno dei momenti più suggestivi di questo secondo lavoro solista della cantante della Murgia; da ultimo tengo a citare il brano che chiude “Stella ariènte” ovvero “Serenata“, un canto che definirei di “corteggiamento” dalla una chiara ambientazione barocca grazie al clavicembalo di Eva-Maria Rusche ed alle due nickelharpa: una graziosa fanciulla ha fatto innamorare un giovanotto che le chiede una ciocca dei suoi capelli ricci in cambio di un pegno d’amore, un paio di orecchini, tema caro a molta della cultura popolare orale italiana, chissà questa volta come è andata a finire………

Disco splendido, lo definirei uno scrigno che contiene alcune gemme della tradizione dell’area altamurana, pronto per attraversare il tempo futuro.