LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

Lovesick Duo ·  AZ Blues Press. CD, Libro + CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo lavoro di Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi segue di poco “All Over Again” e conferma se ne ce fosse ancora la necessità il convincente progetto del duo, affrontare “di petto” i repertori della musica americana dandone una interpretazione personale lontana quindi dalla più semplice operazione calligrafica. Per poter però suonare e quindi registrare musica di questo livello però sono necessari alcuni passaggi che il Lovesick Duo, mi sembra di poter dire, ha brillantemente superato a pieni voti: la conoscenza degli autori, dei loro brani, la capacità di suonare più strumenti, l’abilità di scrivere brani originali che ha ad esempio caratterizzato tutto l’album che ha preceduto questo “A Country Music Adventure“, mentre per questo loro nuova produzione in collaborazione con la sempre attenta AZblues Press hanno fatto la rischiosa scelta di pescare nella storia della musica americana e di renderla personale ed omogenea dal punto di vista sonoro vista la varietà stilistica dei brani scelti.

Si va dal Western Swing Style di Bob Wills (ed i suoi Texas Plaboys”) con lo scoppiettante brano d’apertura “Holy Poly” scritto da Fred Rose nel ’46 a “Hey Good Lovin’” di Hank Williams (cfr. la versione della NGDB per capire il valore di quella dei “nostri”) attraverso spartiti di autori come il fondamentale Jimmie Rodgers che negli anni venti e trenta ha ridisegnato la country music (qui c’è la splendida ballad “Miss the Mississippi and you“) o come Johnny Cash e Merle Travis: del primo una toccante versione acustica di “I Still Miss Someone” e del secondo lo swingante “Divorce me C.O.D.”, una hit del ’46 con in evidenza il duo voce – lap steel.

Mi fermo qui, elencando l’arsenale musicale che i due protagonisti di questo lavoro maneggiano con grande abilità e con il giusto spirito: Francesca Alinovi (contrabbasso, voce e percussioni) e Paolo Roberto Pianezza (chitarre, lap steel, dobro e voce) con Alessandro Cosentino al violino e la batteria di Filippo Lambertucci.

Ascoltate il Lovesick duo, capirete dai primi minuti perchè è così apprezzato nell’ambiente del miglior country d’oltreoceano. “A Country Music Adventure“,  è un compendio “sonoro”, una guida ben realizzata a questo genere musicale disponibile anche in coppia con una graphic novel dove i due sono protagonisti di una storia con la quale accompagnano gli ascoltatori in un viaggio che parte dall’Italia per arrivare a Nashville per far scoprire al pubblico volti e storie dei cantanti più rappresentativi che hanno fatto la storia di questo suono.

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

VISAGE MUSIC. CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo e primo lavoro di Maria Moramarco è così intenso, ricco e così intriso della tradizione religiosa della Murgia Barese che il suo ascolto richiede rara attenzione e concentrazione per sviscerare e scoprire ogni parola, ogni nota ed ogni suono che così accuratamente sono stati messi assieme da un gruppo di musicisti appartenenti sia all’ambito della musica tradizionale che della musica antica; tutti al “servizio” della voce di Maria Moramarco, ricercatrice, interprete ed essa stessa informatrice della cultura tradizionale della sua terra che riserva ancora gemme nascoste anche agli occhi più attenti di quanti si occupano di translare il canto e la musica antichi nella modernità.

Maria Moramarco è conosciuta come “la voce degli Uaragnaiun”, ensemble che nel tempo si è confermato come una delle realtà più interessanti nell’ambito della ricerca della musica popolare in circolazione; qui il nome del gruppo non è citato ma tutti i suoi componenti hanno prestato la loro opera come musicisti e come arrangiatori (Luigi Bolognese ha fatto qui un lavoro eccellente) andando ad impreziosire ulteriormente il canto della Moramarco forte, incisivo ed evocativo qui come non mai.

Il racconto della Passione, i pellegrinaggi antichi e la vita dei Santi intercessori presso Dio mutuando la religiosità ufficiale a quella popolare sono i repertori proposti, e ritengo inutile aggiungere parole rispetto a quanto riportato nei due brevi ma chiarificatori saggi della stessa Moramarco e di Pasquale Sardone riportati nel ricco libretto che accompagna il disco, meglio citare piuttosto qualche brano presente nel disco iniziando da “San Jacque de Galizia“, canto sacro estratto dal Capitolo di San Jacopo di Galizia accompagnato dalla viola da gamba dell’argentina Luciana Elizondo – radioso il suo assolo -, dalle delicate percussioni di Francesco Savoretti e dalla chitarra di Quito Gato, un brano citato anche nel Canzoniere Italiano di PierPaolo Pasolini e che testimonia come la Puglia facesse parte dei cammini di pellegrinaggio dal Medioevo.

Il brano eponimo si apre con la cetra corsa di Adolfo La Volpe (arrangiatore con Bolognese) che ci immerge nei caldi suoni mediterranei assieme ai suoni della fisarmonica di Alessandro Pipino ed alle percussioni: una accorata preghiera di una pia donna a Maria affinchè faccia tornare a casa il fratello soldato, un brano dal forte impatto spirituale ed emotivo dove la cetra corsa accompagna il canto e la fisa fa quasi da contraltare al canto. In “Li Ventiquattr’re” l’arrangiamento dà grande e giusto spazio alle nickelarpe di Marco ed Angela Ambrosini ed il ritmo dei tamburi a cornice di Katharina Dustmann segna il ritmo a questo canto, una cronologia “popolare” della Passione di Cristo dall’ultima cena alla risurrezione, uno dei momenti più suggestivi di questo secondo lavoro solista della cantante della Murgia; da ultimo tengo a citare il brano che chiude “Stella ariènte” ovvero “Serenata“, un canto che definirei di “corteggiamento” dalla una chiara ambientazione barocca grazie al clavicembalo di Eva-Maria Rusche ed alle due nickelharpa: una graziosa fanciulla ha fatto innamorare un giovanotto che le chiede una ciocca dei suoi capelli ricci in cambio di un pegno d’amore, un paio di orecchini, tema caro a molta della cultura popolare orale italiana, chissà questa volta come è andata a finire………

Disco splendido, lo definirei uno scrigno che contiene alcune gemme della tradizione dell’area altamurana, pronto per attraversare il tempo futuro.

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

Raelach Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Dico subito che questo disco del violinista dublinese Aidan  Connolly non è “solamente” un viaggio nel ricchissimo repertorio che la storia della musica tradizionale irlandese ha sviluppato, e continua a farlo, nei secoli. E’ lo specchio degli interessi musicali del violinista che vanno oltre comprendendo temi a danza iberici e nordamericani alloctoni rispetto alla sua appartenenza alla cultura irlandese. Una delle esperienze fondamentali nella sua preparazione musicale è senz’altro quella vissuta da giovanissimo presso la Craobh Naithí, una branca del Comhaltas Ceoltoiri Eireann che si occupa dal 1976 della formazione dei giovanissimi musicisti interessati alla musica popolare, ed un’altro importante interesse di Connolly è quello rivolto allo studio di volumi, manoscritti e della musica registrata su supporti come i 78 giri a partire dagli anni Venti.

Questo suo bellissimo e vario “The Portland Bow” come detto raccoglie brani della tradizione irlandese come, per citarne due, il set di reels “The Holly Bush / Pepin Arsenault / O’Connors Jenny Bolrin” accompagnato dal pianoforte di Jack Talty  e gli slides “Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny’s / The Weavers” (il primo presente in una registrazione del ’37), eseguito in trio con l’apporto di Talty e el bouzouky greco di Ruairi McGorman, vicino ad altri come la jota ispanica “El Gujar” con una bella parte di bozouky ed il set di mazurche “Queiles / Do Velho / Valseiro” della zona di Saragozza (la prima), dall’Argentina (la seconda, una ballata qui in versione strumentale) e dal repertorio del gruppo Berroguetto.

Interessante scoprire nuove etichette discografiche indipendenti come questa Raelach Records (www.raelachrecords.com) di Jack Talty, un piccolo catalogo di autentiche perle che saggiamente dà spazio a nuove interpretazioni della musica popolare come quelle contenuti nei lavoro della band Eriu (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), un’etichetta che può essere considerata a pieno titolo come la casa di giovani talenti che si discostano in modo diverso dai canoni più puri del folk irlandese, un possibile futuro per questa musica.

Complimenti sinceri.

www.aidanconnolly.com

GOOGLE ENGLISH:

I immediately say that this record by the Dublin violinist Aidan Connolly is not "only" a journey into the very rich repertoire that the history of Irish traditional music has developed, and continues to do, over the centuries. It is the mirror of the violinist's musical interests that go beyond including Iberian and North American dance themes that are alien to his belonging to Irish culture. One of the fundamental experiences in his musical preparation is undoubtedly that lived when he was very young at Craobh Naithí, a branch of the Comhaltas Ceoltoiri Eireann which has been involved since 1976 with the training of young musicians interested in popular music, and another important interest of Connolly is the one aimed at the study of volumes, manuscripts and music recorded on media such as 78s starting from the 1920s.
This beautiful and varied "The Portland Bow" as mentioned collects songs from the Irish tradition such as, to name two, the set of reels "The Holly Bush / Pepin Arsenault / O'Connors Jenny Bolrin" accompanied by Jack Talty's piano and slides "Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny's / The Weavers" (the first present in a recording of '37), performed in trio with the contribution of Talty and Ruairi McGorman's Greek bouzouky, alongside others such as the Hispanic jota "El Gujar" with a nice part of bozouky and the set of mazurkas "Queiles / Do Velho / Valseiro" from the Zaragoza area (the first), from Argentina (the second, a ballad here in instrumental version) and from the repertoire of the Berroguetto group.
Interesting to discover new independent record labels such as this Raelach Records (www.raelachrecords.com) by Jack Talty, a small catalog of authentic pearls that wisely gives space to new interpretations of popular music such as those contained in the work of the band Eriu (https: // ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), a label that can be fully considered as the home of young talents who differ in a different way from the purest canons of Irish folk, a possible future for this music.
Sincere congratulations.
www.aidanconnolly.c

ROBERTO TOMBESI “Suoni dal Mondo: mostra di strumenti musicali della Raccolta Tombesi”

ROBERTO TOMBESI “Suoni dal Mondo: mostra di strumenti musicali della Raccolta Tombesi”

ROBERTO TOMBESI “Suoni dal Mondo: mostra di strumenti musicali della Raccolta Tombesi”

11 dicembre · 27 febbraio 2022 · TEOLO · Padova

di alessandro nobis

Il ruolo del padovano Roberto Tombesi rispetto alla cultura popolare va ben al di là delle gesta musicali dell’ensemble Calicanto (cfr. https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/02/suoni-riemersi-calicanto-de-la-de-lacqua/) che proprio quest’anno festeggia i 40 anni di attività: la sua curiosità, i suoi interesse ed i suoi studi escono dai confini “domestici” della musica tradizionale dell’alto Adriatico andando a cercare collaborazioni con gli ispanici Milladoiro, incidendo un meraviglioso disco per trio di organetti con Stefano Del Vecchio (a.k.a. “Ciuma”) e Mario Salvi, “Concier de Festa” con l’Orchestra Popolare delle Dolomiti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/14/orchestra-popolare-delle-dolomiti/), un disco solista (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/02/roberto-tombesi-in-sta-via/) e recentissimamente assieme a Corrado Corradi e Rachele Colombo partecipando al progetto “Passeggeri” che racconta l’incredibile viaggio attorno al mondo di Marco Piazza al seguito dell’attrice veronese Adelaide Ristori.

Tombesi è inoltre cantante e polistrumentista (oltre all’organetto diatonico suona i plettri e piccole percussioni) e negli anni – forse meglio dire decenni – di attività ha saputo raccogliere anche grazie all’imput di Roberto Leydi una vasta selezione di strumenti legati alla cultura popolare, non solo di area veneta.

Per celebrare i 40 anni di attività dei Calicanto, in quel di Teolo nel padovano, Roberto Tombesi ha deciso di aprire le porte della sua collezione che, inaugurata sabato 11 dicembre, sarà visitabile al Museo di Arte Contemporanea (MAC) Dino Formaggio fino al 27 febbraio del prossimo anno, nei weekend dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18; alla realizzazione della mostra hanno contribuito il Comune di Teolo, l’Atelier Calicanto, la fondazione Cassa di Risparmio Rovigo e Padova e naturalmente il MAC. Cordofoni a pizzico, arco ed a plettri, aerofoni a sacco e non, naturalmente organetti e piccole percussioni, un florilegio di suoni che a differenza di esposizioni “statiche” ed impolverate ancora costituiscono l’arsenale “dinamico” di questo ricercatore musicista che tanto ha dato ed ancora dà allo studio ed alla divulgazione della tradizione musicale non solo, come detto, vicina alle sue radici. Inoltre sarà possibile a coloro già abbiano una certa dimestichezza, provare gli strumenti sotto l’attento sguardo di Roberto Tombesi il quale, a sorpresa, durante le ore di apertura farà ascoltare ai presente i loro magici suoni.

Scrive lucidamente Roberto Masiero dell’Istituto Universitario della facoltà di Architettura di Venezia: “C’è una sorta di scena delle origini, prima di qualsiasi tempo, una scena che nessuno di noi ha mai vissuto, ma che ricordiamo come fosse ora: alcuni uomini e donne, vecchi e bambini, attorno al fuoco all’imbrunire e qualcuno distribuisce del cibo. È un capo. Si mangia assieme, ma in quel momento non può mancare chi racconta storie, spesso cantando e suonando per renderle più vive e più vere. Si sta così assieme diventando comunità. Si sopravvive alla vita.”

MENTANA • VERGERIO • BOSSI: LE GRANDI BATTAGLIE AEREE “Il Pilota Polacco che sfidò la Luftwaffe”

MENTANA • VERGERIO • BOSSI: LE GRANDI BATTAGLIE AEREE “Il Pilota Polacco che sfidò la Luftwaffe”

MENTANA • VERGERIO • BOSSI: LE GRANDI BATTAGLIE AEREE “Il Pilota Polacco che sfidò la Luftwaffe”

Segni D’Autore Edizioni. Volume 30,5 x 24,5 cm. Pagg. 56, 2021. € 20,00

di alessandro nobis

Questo è il secondo episodio della collana “Le grandi battaglie aree” edita dalla casa editrice Segni D’Autore che va a seguire “Il giglio bianco di Stalingrado” edito lo scorso anno (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/11/17/laprovitera-%c2%b7vergerio-il-giglio-bianco-di-stalingrado/); storicamente siamo sempre negli anni del secondo conflitto mondiale ma in questo secondo volume la storia che si racconta riguarda il fronte occidentale, in particolare l’importante apporto che i trentamila militari polacchi fuggiti dal loro Paese per l’occupazione nazista diedero soprattutto nei cieli contribuendo alla sconfitta della Luftwaffe, l’aviazione militare a cui capo era Hermann Goering, hitleriano di ferro. Era l’estate del 1940, molti piloti inglesi era caduti in battaglia e vennero sostituiti, non senza perplessità da parte della RAF da 302 polacchi che furono peraltro determinanti nel decidere le stori della battaglia d’Inghilterra che si concluse alla fine dell’ottobre dello stesso anno dimostrando al resto del mondo che l’orda nazista si poteva fermare.

Dove però la protagonista del primo volume era Lydia Litvyak, vissuta realmente, in questo secondo i protagonisti son immaginari, come il giovane Tenente – ex pilota civile –  Marcin Kaczmarek e la sua compagna Claudia, italiana ed anche lei rifugiatasi nel Regno Unito; vere sono le storie dei bombardamenti sulle città tedesche e sopra Londra, vere sono le fiamme che ingurgitavano in piena notte migliaia di civili ed efficacissime le tavole a questi dedicate, non veri ma “molto plausibili” i ricordi che accompagnano la vecchiaia di Marcin e Claudia.

Una graphic novel che si legge in un baleno ma che poi si rilegge subito per scoprire i particolari nascosti tra le pieghe della vicenda, e ciò grazie alle splendide tavole di Luca Vergerio (che aveva disegnato anche il primo volume sceneggiato da Andrea La Provitera) colorate da Ilenia Bossi che hanno saputo nel migliore dei modi tradurre in immagini la sceneggiatura di Umberto Mentana.

In attesa del terzo capitolo, delle terza avventura …..

www.segnidautore.it

ENSEMBLE MARÂGHÎ: Sounds from the Seray

ENSEMBLE MARÂGHÎ: Sounds from the Seray

ENSEMBLE MARÂGHÎ

“Sounds from the Seray: The young Bobowski at the Ottoman Court in 17th Century”

Felmay Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Questo recentissimo secondo disco dell’Ensemble Marâghî (il primo era “Anwâr – From Samarqand to Costantinople on the Footsteps of Maraghî” che però non conosco) che prende il nome dall’omonimo musicologo, compositore e musicista ‘Abd ul-Qadir (1360 – 1435) e prodotto dalla piemontese Felmay mi ha riaperto una finestra spazio temporale sul mondo Ottomano e nello specifico del Diciassettesimo Secolo che si era aperta anni fa grazie a due incisioni, una del Kecskes Együttes (“Ancient Turkish Music In Europe 16° · 18° Centuries”) e di Jordi Savall (“Istambul, Dimitrie Cantemir” 1673 · 1723 · Le Livre de la Science de la Musique).

Stefano Albarello, Giovanni De Zorzi e Fabio Tricomi hanno accuratamente studiato un prezioso quanto raro manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi (l’altra copia esistente, quasi uguale, si trova a Londra) che risale alla seconda metà del 17° secolo scritto da  Wojchiech Bobowski (1610 ? – 1675) nato non troppo lontano dalla città di Leopoli, allora parte dell’Impero Ottomano: Bobowski trascorse parte della sua vita alla Corte ottomana, il “seray”, anche come musicista – suonava il santur – ed ora per la prima volta in assoluto una parte del materiale da lui raccolto è reso fruibile ed a disposizione degli ascoltatori grazie ai tre musicisti dell’Ensemble Marâghî e soprattutto al paziente e competente lavoro di Stefano Albarello che lo ha trascritto nella notazione musicale attuale.

Grande la cura verso le scelte timbriche, del repertorio e delle modalità esecutive che ricostruiscono in modo impeccabile un importante periodo storico. Ricchissima quindi la tavolozza dei suoni che comprende il nay (flauto ad imboccatura semplice costruito con una canna) suonato da Giovanni De Zorzi, le percussioni curate da Fabio Tricomi (il daf, zillîdef ed il bendir tutti tamburi a cornice e il tamburo a calice “zarb” ed i cembali) ed i cordofoni suonati da Stefano Albarello come le citre qânûn e cànon ed i liuti con il manico lungo come il tanbûr, il setâr ed il curasaz; a questa coloratissima “tavolozza” fa da complemento come detto l’accuratissima scelta del repertorio che comprende tra le altre forme musicali come il samâ’î (cito “Nevâ”, condotto da nay e con il ritmo in 6/8 spesso legato alle danze spirituali dei dervishi), i peshref (per tutti “Oesrev-i sakil”, oggi suonato senza parti improvvisate al contrario di quanto scritto da Bobowski) o ancora il Murabbâ – preceduto da un’introduzione di ney – , “’Gel Benim Nazh Yârim Gel’” una composizione in 4/4 qui eseguita in una versione strumentale.

Un lavoro, questo dell’Ensemble Marâghî, la cui grande piacevolezza all’ascolto si abbina il suo fondamentale valore storico considerato che come detto che questa è la prima volta che viene eseguito e registrato.

http://www.felmay.it

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. Parma, 6 novembre 2021”

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. Parma, 6 novembre 2021”

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY

“Parma, 6 novembre 2021”

di alessandro nobis

Anche in Italia, in quel di Parma, il 6 novembre si è celebrato l”International Uilleann Piping Day” ed è stata un’edizione di livello notevole non solamente per la presenza del Maestro Mick O’Brien ma anche, e soprattutto, per la passione e la competenza del nugolo di appassionati, pipers e non della “I.U.P.A.” (Italian Uilleann Pipers Association) che ha così bene costruito la serata tra musica ed informazione, naturalmente legata alle Union Pipes ed alle Uilleann, loro derivazione. Uno strumento che in Irlanda ha avuto un grande sviluppo a partire dagli anni sessanta e settanta quando il numero di musicisti aumentò grazie ad organizzazioni come la Na Píobairí Uilleann (grazie alla quale O’Brien è arrivato a Parma) dedicate allo studio ed al recupero della tradizione irlandese e soprattutto al nasce del movimento del folk revival che fece conoscere questa musica in tutto il mondo, dal Giappone a Cuba, dall’Italia al Nord Europa.

La serata è stata aperta dal trio formato da Mick O’Brien, Nicola Canovi e Gregorio Bellodi con due set di danze, il primo costituito da una marcia bretone composta dall’abate Augustin Conq (“Gwir Bretoned”)  e da due reel dal repertorio del suonatore di concertina Tony McMahon (“The Lady’s Cup of Tea” e “Merry Blacksmith”) ed il secondo è stato un doveroso omaggio a Paddy Moloney ovvero il valzer composto dall’arpista cieco Turlough O’Carolan (“Bampire Squire Jones”), da “An Seanduine” (la melodia di un canto narrativo gaelico) e da “O’Sullivan March”, cavallo di battaglia dei Chieftains dedicato all’ultimo leader del dell’omonimo Clan irlandese; una bella apertura, forse di breve durata ma il desiderio di ascoltare O’Brien nella sua prima performance solista italiana ha imposto questa scelta. Altrettanto piacevole della parte musicale è stata quella didattica gestita brillantemente da Nicola Canovi: la descrizione dello strumento nelle sue parti, la storia di questo strumento i suoi protagonisti da Johnny Doran a Willie Clancy, da Liam O’Flynn a Paddy Moloney.

Ecco quindi il set tanto atteso di Mick O’Brien (che, tra l’altro, nei giorni scorsi si è esibito ad Armagh nel prestigioso William Kennedy Piping Festival), che ha iniziato con due hornpipes arrangiati dal repertorio di concertina di Tony McMahon. Il repertorio presentato ha compreso brani raccolti e trascritti da O’Farrell nel suo “National Irish Music for the Union Pipes” che raccoglie melodie raccolte sia in Irlanda che in Inghilterra alla fine del XVII° secolo; inoltre O’Brien ha presentato una slow air “The Love of my heart” (dalla raccolta di O’Neill) e due reels suonati con il tin whistle, lo strumento propedeutico alle pipes irlandesi. Tecnica perfetta, grande senso interpretativo e capacità descrittiva necessaria per presentare il repertorio e lo strumento a quelli tra i convenuti che poco o nulla conoscevano di questa musica, ed in questo la serata è a mio avviso perfettamente riuscita. La musica irlandese, con il suo fascino e la sua storia ha da quella sera a Parma raccolto nuovi aficionados, ne sono certo.

Ciliegina sulla torta per la soddisfazione generale è stato il finale con gli allievi di Mick O’Brien e lo stesso musicista dublinese, ossia Francesco Brazzo (Bolzano), Antonmarco Catania (Milano), Michele Bresciani (Mantova), Rino Lorusso (Bari), Matteo Rimini (Forlì), Jacopo Alessandri (Ravenna), Mauro Crisostomi (Roma), Simone Capodicasa (Torino), Gregorio Bellodi (Modena) e Fabio Rinaudo (Savona).

Complimenti anche al Comune di Parma che ha accettato “al buio” – come Canovi ha spiegato ad inizio serata – questa celebrazione.

Magari è solo l’inizio di una fattiva collaborazione.

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

Challenge Records International. CD, 2021

di alessandro nobis

Dopo sette album il contrabbassista Massimiliano Rolff si guarda indietro e decide di affrontare il songbook gershwiniano, riconosciuto da tutti uno dei pilastri del jazz; l’istinto iniziale è quello di chiedersi se, nel 2021, c’era veramente bisogno di un altro omaggio al compositore americano e la risposta arriva dopo il primo ascolto ed è affermativa. Le composizioni di Gershwin riprendono vita ancora una volta, passando “attraverso” il lavoro di Rolff ed uscendone con un originale punto di vista, quello del contrabbasso che qui trova pieno risalto grazie agli arrangiamenti dello stesso musicista (ad esempio in “Foggy Day” e nella seguente “Bess you is my woman”, per citare giusto i due brani iniziali) che, per dare ancor più significato alle sue riletture si è avvalso del finissimo tocco del pianista Tommaso Perazzo e della batteria di Antonio Fusco. L’intelligente ed originale rilettura è per nulla calligrafica e propone una lunga suite tratta da “Porgy and Bess” vicina ad altri brani dello stesso autore. ”It Ain’t Necessarily So” può essere considerato come emblematico rispetto al disco, la celebre melodia è a tratti irriconoscibile, lontanissima ad esempio dagli arrangiamenti di Gil Evans; qui lo spartito è stato pazientemente demolito e ricostruito riuscendo a dare una nuova interessante visione all’opera gershwiniana ed invitando l’ascoltatore ad apprezzare in modo profondo la bellezza di questa musica che scritta nel lontanissimo 1935 con il libretto di DuBose Heyward conserva ancora spazi, se opportunamente cercati, per una sua rielaborazione e rilettura, quasi una nuova nascita, come per “Summertime” dove l’arrangiamento mette in piena luce la capacità descrittiva del contrabbasso che a seguire del pianoforte espone il celeberrimo tema e suona un lirico assolo e la swingante “Embraceable You” (scritta nel 1928 per un’operetta mai realizzata, “East is West”) che mette in risalto l’interplay di gran livello del trio.

Davvero un bel disco, ogni volta che un musicista affronta in modo così profondo la musica di George Gershwin, questa rinasce come una fenice

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Non mi è mai piaciuta la definizione di “musica improvvisata”, preferisco quella di “musica spontanea” prendendo in prestito il nome dell’ensemble che per primo ha dettato in Europa la linea sin dalla metà degli anni Sessanta, lo “SPONTANEOUS MUSIC ENSEMBLE” fondato dai padri di questo linguaggio radicale e contemporaneo come Paul Rutherford, Derek Bailey, John Stevens, Barry Guy ed Evan Parker, per citarne alcuni. Per quel che ricordo in Italia contemporaneamente partì l’esperienza del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza più legato alla musica allora contemporanea che al jazz, e poco più tardi Andrea Centazzo, Guido Mazzon, Mario Schiano, Giancarlo Schiaffini divulgarono il verbo dell’improvvisazione; grazie anche a loro si è nei decenni formato un manipolo di “praticanti” capaci di creare musica interessante e spesso contaminante di altri idiomi. A questi si vanno ad aggiungere i chitarristi Andrea Massaria e Davide Barbini che con il batterista Andrea Fabris hanno registrato questo ottimo “Atelier”, otto creazioni che si basano su idee prestabilite però di non facile individuazione – con convincente e coinvolgente uso di elettronica – che si ascoltano con interesse non solamente per le timbriche eletto-acustiche ma per la modalità di esecuzione immortalata da queste registrazioni del settembre 2020; un lasso di tempo tutto sommato breve se parlassimo di jazz sensu strictu ma che nell’ambito dell’improvvisazione non-idiomatica equivale quasi ad un’eternità soprattutto se consideriamo che per definizione la creazione è istantanea ed irripetibile nelle stesse prassi esecutive, come afferma Derek Bailey.

Non sono un esperto di musica “spontanea” ma mi piace ascoltare i livelli di intesa e di creatività che questi musicisti esplicitano durante i loro incontri in studio ed anche dal vivo, ed ho trovato pertanto questo “Atelier” molto interessante, e se devo segnalare qualche brano ecco “Gallipot” aperto dal drumming di Fabris e la più pacata “Barras”, quasi una “ballad” futuribile.

Bel disco, complimenti al team Dodicilune che ospita nel suo corposo catalogo anche musiche come questa.

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2021

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2021

WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2021

Armagh, Co. Armagh, Ireland 18 – 21 novembre 2021

di alessandro nobis

The William Kennedy Piping Festival returns!”: così inizia il comunicato stampa che annuncia il ritorno del festival dedicato al suono delle cornamuse più importante e più “vecchio” del mondo, visto che questa è la sua ventisettesima edizione. Il Covid-19 ha impedito di realizzare l’edizione 2020 ma l’Armagh Pipers Club ha cercato con tutti mezzi di dare al Festival una sorta di ri-partenza, quasi un nuovo inizio con una edizione limitata rispetto a quelle degli anni precedenti soprattutto per le difficoltà ad ospitare musicisti provenienti da Europa ed altri continenti. Limitata dicevo solamente sotto solo questo aspetto, perché anche quest’anno, dal 18 al 21 novembre gli appuntamenti sono di grande livello sia per ciò che riguarda il fondamentale aspetto didattico, e sappiamo che questa è una delle mission dell’Armagh Pipers Club, che concertistico.

Dal ’94 i migliori pipers sono passati dal Festival e quest’anno con le limitazioni sanitarie l’attenzione è stata intelligentemente rivolta ai cornamusisti irlandesi con qualche eccezione dalla vicina Scozia, dalle Asturie ispaniche e dalla Francia.

Il via sarà venerdì 19, alle 18:00 presso la sede del Club, con una comunicazione di Louise Mulchany sul ruolo delle donne “pipers” nei secoli XVIII° e XIX° al quale seguirà alle 20:00 nella Chiesta Presbiteriana il primo dei tre concerti previsti i cui protagonisti saranno lo scozzese Mike Katz, con un passato nella leggendaria Battlefield Band, José Manuel Tejedor, Pádraig McGovern dalla Contea di Leitrim e lo straordinario duo formato dall’arpista Laoise Kelly e dal piper Tiarnán Ó Duinnchinn che già nell’edizione del 2016 avevano presentato il bellissimo primo loro lavoro in duo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/13/laoise-kelly-tiarnan-o-duinnchinn-ar-lorg-na-laochra/).

Sabato 20 alle 17:00, nella stessa Chiesa Presbiteriana di Armagh concerto del Goodman Trio (Mick O’Brien, Emer Mayock & Aoife Ní Bhriain), dei francesci Morvan (Sébastien Lagrange & Quentin Millet), la cantante Diane Cannon proveinente dall’area gaelica del Donegal ed infine Alana MacInnes, piper originaria dell’Isola di Uist nelle Ebridi Esterne.

L’ultimo degli appuntamenti musicali di questa edizione si terrà domenica 21 alle 15:30 all’Armagh City Hotel: a chiudere ancora straordinari musicisti come Louise Mulchany, Cillian Vallely dei Lunasa ed il dublinese Mikie Smyth; a chiusura lo straordinario ensemble dell’Armagh Pipers Club e ospiti, mi piace immaginare e sono convinto sarà così.

Oltre la musica da ascolto, come da copione presso la sede del club, numerosi workshop sul canto tradizionale, sull’arpa irlandese, sull’accordeon e sul canto tradizionale tenuti dagli stesso prestigiosi musicisti ospiti del festival e soprattutto la “WKPF Piping Academy” (che si terrà all’Armagh Hotel) , corsi di perfezionamento per i pipers i cui insegnanti saranno Padraig McGovern, Tiarnán Ó Duinnchinn, Cillian Vallely, Emer Mayock, Louise Mulcahy, Mick O’Brien & Mikie Smyth.

Peccato che, a parte la necessità di esibire il passaporto per passare il confine, le non restrizioni sanitarie varate dal governo di B.J. non diano sicurezze sufficienti – e non ci saranno ad esempio le consuete session nei pubs di Armagh per le notizie in mio possesso –,  quindi quest’anno non saremo della partita; un vero peccato perchè il programma è proprio interessante.

www.wkpf.org.