PAUL HILLIER “Proensa”

<strong>PAUL HILLIER</strong> “Proensa”

PAUL HILLIER “Proensa”

ECM NEW SERIES Records. CD, 1989

di alessandro nobis

Al di là dell’accuratezza nella scelta del repertorio e delle scelte timbriche, sono convinto che questo “Proensa“, progetto del “Theatre of Voices” abbia avvicinato agli straordinari tesori della musica antica non pochi degli appassionati dell’etichetta bavarese di Manfred Eicher.

E’ un viaggio attraverso il periodo d’oro della poesie trobadorica, tra il Duecento e il Trecento, e qui troviamo i più importanti poeti dell’epoca, da Guglielmo Duca d’Aquitania a Macabruno, da Peire Vidal e Giraut De Bornelh  da Bernart De Ventadorn fino al meno conosciuto Guiraut Riquier: la straordinaria ed evocativa voce di Paul Hillier, il salterio e l’arpa di Andrew Lawrence-King, il liuto e il salterio di Stephen Stubbs e la viella di Erin Headley ci riportano magicamente a quel periodo storico troppo spesso indicato come “l’era buia” prima della rinascita. E’ questo uno quartetto formato da musicisti · studiosi dalla classe cristallina che danno lettura davvero efficace rara a sentirsi; “Reis Glorios” di Guiraut de Bornelh (provenzale, attivo nella seconda metà del 12° secolo) è un'”albada” (una sveglia) di cui conosciamo la musica che inizialmente ha la forma di preghiera ma che si trasforma in una risata, cantata da una guardia mentre il cavaliere si intrattiene con una dama, l’arrangiamento che accompagna questo testo è davvero notevole, accompagna ed allo stesso tempo crea un’ambientazione di un’aurora magica. “Pos Tornatz Sui Proensa” · da qui il titolo dell’album · venne scritta da uno tra i più celebri trovatori provenzali, Peire Vidal di Tolosa che durante la sua vita “prestò servizio” alla corte di Budapest al seguito di Costanza D’Aragona che andò in sposa al Re Imre nel 1198 (un’altra significativa interpretazione di questo canto trobadorico la si può ascoltare in “Peire Vidal: A Trobadour in Hungary” curata dall’ensemble ungherese Fraternitas Musicorum e pubblicata dalla Hungaroton nel 1981): racconta del ritorno di un trovatore nella sua terra, la Provenza.

Ho citato solamente due delle otto composizioni presenti in questo “Proensa” ma il livello di tutto il lavoro è veramente altissimo, a mio modesto avviso una delle migliori raccolte di canti trobadorici mai pubblicate e grande merito di questa realizzazione va senz’altro al patron dell’ECM per la sua visione sempre aperta verso i più diversi idiomi musicali.

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BEPPE GAMBETTA “Dialogs”

<strong>BEPPE GAMBETTA</strong> “Dialogs”

Hi,Folks! Records. LP, 1989

di alessandro nobis

La vicenda musicale che ha generato questo disco è davvero interessante e testimonia la passione del ligure Beppe Gambetta, ai tempi della band di bluegrass Red Wine, che lo ha portato ad affrontare un incredibile viaggio attraverso il continente nordamericano per incontrare quelli che al tempo erano i migliori strumentisti flatpicking in circolazione; incontrarli a casa loro, conoscerli personalmente e registrare con loro riuscendo a stanare perfino uno come Norman Blake dalla sua oasi di Rising Fawn. Ne esce un disco davvero interessante, con repertori anche diversi, con riletture di grandi classici, un originale di Gambetta ed una bella quanto inaspettata rilettura di un brano beatlesiano, per la precisione “All you Need is Love” eseguito con Mike Marshall.

Dicevo Norman Blake, con il quale Gambetta suona “Bully Of The Town“, murder ballad scritta nel 1895 da Charles Trevathan che si riverisce ad un omicidio avvenuto in quegli anni a New Orleans ma poi anche lo scoppiettante swing di “Model 400 Buckboard” di Jimmy Bryant e il duetto con Phil Rosenthal – lo ricordo in una delle line up della leggendaria Seldon Scene – che con Gambetta esegue un altra pietra miliare del chitarrismo d’oltreoceano, ovvero “Arkansas Traveller“. Questo per citare solamente tre brani del disco, ma in realtà sarebbero tutti da citare, basti pensare che attraverso questi incontri il Gambetta è entrato in modo profondo con alcuni delle band che hanno segnato la storia del folk americamo come la già citata Seldom Scene ma anche la Country Gazette (Joe Carr e Alan Munde), i Dillards (David Grier) o gli Hot Rize di Charles Sawtelle ed infine il David Grisman Quintet (Mike Marshall) senza contare Dan Crary – con il quale Gambetta tenne anche alcuni concerti in Italia -.

Insomma “Dialogs” potrebbe sembrare una semplice collezione di “medaglie” da citare nel proprio curriculum ma è tutt’altro, sono momenti di “dialogo” e di conoscenza reciproca fatti con grande umiltà da parte di Gambetta e con altrettanto grande rispetto da parte di questi strumentisti, e la musica che si ascolta è lì a dimostrarlo. Ma ho una domanda per Beppe Gambetta: non credo che sia stato registrato un solo brano per incontro, e quindi dove sono finite le altre registrazioni?

http://www.beppegambetta.com

 

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima edizione di questo ottimo lavoro degli inglesi Dando Shaft risale al 1993 e fu curata dall’etichetta Happy Trails; nel corso dell’anno 2020 è opportunamente stata ripubblicata dalla Talking Elephant Records, un’etichetta che può godere di una maggiore distribuzione internazionale visto il valore della musica contenuta nel CD. Si tratta di un concerto italiano tenuto in Sala Piatti, a Bergamo, il 17 marzo del 1989 organizzato da Gigi Bresciani di GeoMusic al quale parteciparono Martin Jenkins (mandoncello, flauto e voce), Kevin Dempsey e Dave Cooper  (chitarre e voci), Roger Bullen (basso), Ted Kay (tabla e percussioni) e Chris Leslie al violino, e questa ristampa vuole essere anche un caro ricordo ai tre “Dando” scomparsi: Kay, Jenkins e Bullen. Il repertorio per questa reunion pesca nelle produzioni dei Dando Shaft ovvero “An Evening with …… del 1970” (“Rain“ e “Cold Wind“), Dando Shaft del 1971 (“Railway“, “Sometimes“), Lantaloon del ’72 (“Road Song”) e da Kingdom del ’77 (“If i could let go“,“Kingdom“ e “Feel like i Want to go Home“) oltre a due al tempo inediti: “Coming Back To Stay” ed il brano eponimo. I Dando Shaft sono sempre stati una band particolare musicalmente parlando, sapendo mescolare alla perfezione – e in questa registrazione la cosa è piuttosto evidente – il folk, la musica acustica, un pizzico di jazz, sonorità orientali, splendidi arrangiamenti strumentali e vocali e composizioni originali e sapendosi distinguere dal suono degli altri gruppi che all’epoca dei fatti praticavano quello che era chiamato folkrock; per questo motivo gli Shaft sono rimasti ineguagliati lasciando il seme della loro musica in gruppi come, a mio avviso, i bravissimi Mirò (non a caso anche questi nell’orbita dell’agenzia GeoMusic di Brescaini).

Questa reunion del 1989 fu del tutto inaspettata per i fans dei Dando, e fu merito della passione e competenza di Gigi Bresciani se i musicisti decisero di partire per l’Italia per le prove e registrare questo ottimo disco (il concerto purtroppo non è completo …….. ma non si sa mai). Così racconta Kevin Dempsey nelle esaustive note di copertina (non presenti nella precedente edizione): “un bel giorno un certo Gigi Bresciani bussò alla porta, si presentò e chiese se il gruppo si sarebbe potuto riunire ed andare in Italia per un concerto. Pensai che fosse impossibile, erano anni che non suonavamo insieme ed inoltre mi ero quasi scordato i brani; Gigi ci offrì la possibilità di suonare un concerto a Bergamo e registrarlo, quindi ci incontrammo e decidemmo di andare portando con noi Chris Leslie”.

“Shadows Across the Moon” viene quindi dall’archivio di Gigi Bresciani dal quale speriamo in breve escano altre perle come questa. Questo il mio personale auspicio.

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

IL POSTO RECORDS, 1989, 1990. lp

di alessandro nobis

I due dischi realizzati per “Il Posto Records” a cavallo del 1990 dal quartetto guidato dal tenorista Beppe Castellani con Ares Tavolazzi al contrabbasso, Riccardo Biancoli alla batteria e Giorgio “Cigno” Signoretti alla chitarra sono tra i più significativi progetti nati a Verona in quegli anni ed uno dei primi a rendere finalmente omaggio ai brani di due grandi cantautori italiani come Luigi Tenco e Gino Paoli. A distanza di trent’anni il progetto “Italian Standars” mantiene inalterata la bellezza della musica, la scelta oculata della scaletta ed i preziosi arrangiamenti curati dalla coppia Castellani – Signoretti che lasciavano ampio spazio all’interplay tra i quattro strumenti ed anche all’esecuzioni di assoli sempre di ottima fattura e misurati. Ad esempio la splendida riproposizione del brano di Paoli “Gli innamorati sono sempre soli”: tema esposto dal tenore di Castellani con seguente lungo assolo che introduce quelli di Signoretti e di Tavolazzi e il tenore che chiude il cerchio. Oppure nella seguente struggente e pacata ballad “Mi sono innamorato di te” uno degli high-lights di “Italian Standards” a mio avviso per l’intensità che comunica. Jazz mainstream di eccellente fattura, suonato con grande perizia ed intelligenza che ha saputo translare gli spartiti di Paoli e Tenco nel mondo della musica afroamericana ad un livello inedito per quegli anni. Dispiace solamente che la diffusione di questi due lavori, a mio avviso due perle del jazz italiano, non sia stata al livello della qualità della musica ma, come si dice, “del senno di poi son piene le fosse”. Dispiace comunque.

Le evocative foto di copertina sono di Beppe Castellani, che negli ultimi anni si è dedicato alla fotografia artistica con ottimi risultati (https://beppecastellani.jimdofree.com).

Il progetto “Italian Standards” avrà un seguito nel 1992 con “A new page” pubblicato dalla Modern Times ed accreditato allo Stefano  Benini – Beppe Castellani Quintet con Piero Leveratto al contrabbasso ed il co-leader, Stefano Benini, al flauto traverso.

VOLUME 1: registrato nel maggio 1989.

Lato A

Gli innamorati sono sempre soli (G. P.)

Mi sono innamorato di te (L. T.)

Se sapessi come fai (L. T.)

Lato B

Senza fine (G. P.)

Un giorno dopo l’altro (L. T.)

Volume 2: registrato nel marzo 1990.

Lato A

Ragazzo mio (L. T.)

Tu non hai capito niente (L. T.)

Un uomo vivo (G. P.)

Vedrai vedrai (L. T.)

Ho capito che ti amo (L. T.)

SUONI RIEMERSI: BENINI·SBIBU·TERRAGNOLI “Tu whit, tu whoo”

SUONI RIEMERSI: BENINI·SBIBU·TERRAGNOLI “Tu whit, tu whoo”

SUONI RIEMERSI: BENINI·SBIBU·TERRAGNOLI “Tu whit, tu whoo”

IL POSTO RECORDS. LP JPR 1114, 1980

di Alessandro Nobis

Poche città come Verona hanno vissuto anni di grande fermento culturale e musicale come quello degli anni Ottanta. Edizioni memorabili di Verona Jazz, locali come il Double Face e naturalmente come “Il Posto” di Luciano Benini, dove sono passati musicisti di grandissimo livello appartenenti ai più diversi generi musicali; grande spazio fu dato anche ai musicisti dell’area veronese che ebbero l’occasione di presentare i loro progetti alcuni dei quali molto, ma molto interessanti. Benini inoltre fondò una propria etichetta discografica, che ebbe purtroppo vita breve ma con in catalogo ottimi lavori come i due album di Beppe Castellani “Italian Standards”, il doppio ellepì dedicato a John Lennon (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/15/suoni-riemersi-verona-dedicato-a-john-lennon/) e questo del trio di Stefano Benini, Francesco Sguazzabia a.k.a. “Sbibu” ed Enrico Terragnoli.

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Un lavoro che dopo trent’anni, tanti ne sono passati dal quel 1989, regge ancora benissimo all’ascolto dimostrando la bontà del progetto – che poi proseguì negli anni – del trio veronese. Un disco registrato senza alcuna post-produzione che contiene nove tracce originali composte collettivamente; tra ancestralità, elettronica ed ambient, la musica scorre via in modo estremamente piacevole, mai autoreferenziale sa ancora trasmettere emozioni a chi ascolta e questo, lo ricordo bene, anche durante le performance live dove il suono dei tre era sempre equilibrato considerato che gli strumenti acustici e l’elettronica non erano mediati da alcuna apparecchiatura digitale ma erano solamente il frutto dell’abilità e della consapevolezza dei musicisti. La purezza di “Hammurabi”, quasi il sigillo di “Tu Whit Tu Whoo” con il pattern dell’arsenale sonoro di Sbibu ed il flauto di Benini che aprono il brano, l’elettronica nel preambolo di “Eyot” con la suggestione dell’evocativo solo del berimbau che duetta con l’elettronica – quasi un dialogo tra l’antichità delle tradizione ed i nuovi suoni – sono solamente due spunti da questo bellissimo lavoro.

Ristampatelo, scriveteci sopra “duemilaventi” e nessuno se ne accorgerà. Tranne noi “diversamente giovani”. Che lo conserviamo gelosamente.

STEFANO BENINI: bass flute, piccolo, flute, devices, FRANCESCO SBIBU SGUAZZABIA: percussion & all sort, ENRICO TERRAGNOLI: electric guitar & devices