LA MESQUIA  “L’Arbol”

LA MESQUIA  “L’Arbol”

LA MESQUIA  “L’Arbol”

FOLKEST DISCHI. CD, 2018

Di alessandro nobis

Questo “L’Arbol” è il terzo lavoro dei piemontesi “La Mesquia”, dopo “En Iaire ailamont” e “Podre” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/la-mesquia-podre/)del 2016. Vengono dal Piemonte Occidentale, dalle valli occitane dove è ancora viva la “Langue D’Oc” e dove pervicacemente La Mesquia porta avanti la musica popolare proponendo brani della cultura delle valli occitane e soprattutto scrivendo nuovi repertori con le radici ben fisse nella tradizione a partire da quella linguistica (il disco si apre con un inno alla”Lenga Oc”).

Qui i quattordici brani che compongono sono tutti originali, scritti dal ghirondista Remo Degiovanni ed efficacemente arrangiati da Luca Pellegrino, cantante, fisarmonicista e fiatista (cornamusa, flauti) de La Mesquia: il lavoro di questo e di altri ensemble, ovvero quello di perpetuare i temi e la musica della cultura popolare attraverso uno sforzo compositivo è evidentemente fondamentale per non dimenticare le proprie radici.

Qui si racconta della vita di persone “qualunque”, dei pendolari, del disagio di chi cerca di vivere in montagna, della “parabola” dell’asino costretto a correre per lo sfizio dell’uomo, dell’emancipazione femminile e soprattutto qui si narra la “Istoria de l’arbol secular”, un castagno centenario dall’immenso tronco cavo che durante la guerra ha ospitato fuggiaschi e partigiani, uno dei brani più interessanti dell’intero lavoro, uno splendido arrangiamento strumentale sul quale si racconta questa bellissima storia. Assieme a questo segnalo “Nai nai”, ninna nanna con la splendida voce della cantante sarda Elena Ledda accompagnata dalla fisa di Pellegrino e la boureè “Pastre” guidata dalla zampogna e dalla ghironda.

Musica “importante” quella di La Mesquia, ensemble che valorizza un territorio e gli sforzi dei suoi abitanti per promuoverlo e renderlo vivo come meritano tutte le nostre aree montane.

REMO DEGIOVANNI: ghironde, armoniche a bocca, cori, voce narrante in lingua occitana

LUCA PELLEGRINO: voce, fisarmonica, flauti diritti, cornamuse, ukulele, dulcimer, conchiglia

MANUEL GHIBAUDO: organetto, flauto traverso, cori

ALESSIA MUSSO: arpa celtica, cori

GIORGIO MARCHISIO: contrabbasso

SILVIO CEIRANO: percussioni

info@folkest.com

https://www.facebook.com/LaMesquia/

 

 

 

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER “Terra Mater”

TERRA MATER  “Terra Mater”

Velut Luna. CD, 2018

di alessandro nobis

Questo è il lavoro d’esordio di un quintetto di base a Verona che affronta in modo serio e davvero convincente il repertorio della musica antica e di quella etnica di area mediterranea; è anche un doveroso tributo al lavoro dell’Ensemble faentino “Musica Officinalis” di Gabriele Bonvicini, Catia Giannessi e Igor Niego (tra gli altri), citato “ufficialmente” nei ringraziamenti. Il nome del gruppo ricorda infatti il loro lavoro d’esordio “Aqua Mater” e nel repertorio di questo bel lavoro sono compresi due brani compresi in quel disco, ovvero il tradizionale turco “Lunga Nahawand” e la Cantiga de santa Maria 339 “En Quanta Guisas”.

Detto questo, tutto il lavoro si ascolta in modo del tutto piacevolissimo, la scelta del repertorio e gli arrangiamenti scelti oltre alla cura dei suoni e della strumentazione rivela una preparazione sì accademica ma anche rivolta allo strumentario etnico dell’area mediterranea, mediorientale e dell’Asia Centrale sulla linea del lavoro ad esempio della famiglia Paniagua, con Luis anche lui citato nelle note di copertina. Dalla Spagna medioevale di Alfonso X El Sabio si arriva all’area irano anatoliche passando per l’Africa berbera, la costa libanese ed i balcani meridionali della Grecia e Macedonia. La separazione nel canto “Ayrilik” brillantemente cantato in azero da Angela Centanin con un beò arrangiamento per la viola di Irene Benciolini, il ritmo dispari macedone di “Antice” con l’intro di oud (Ruben Medici) in coppia con la viola ed il delicato ritmo sostenuto dal tamburo a cornice di Nicola Benetti e l’intervento di Francesco Trespidi alla musette, e qui è davvero intrigante l’arrangiamento e la strumentazione scelta (l’oud al posto del bozouky, la musette in sostituzione della gaida) che trasformano la danza macedone in una palesemente spostata più a levante. E poi non voglio tralasciare la Cantiga già citata in apertura proveniente dalla fondamentale raccolta dei miracoli della vergine Maria raccolta dal Re Alfonso X, con la parte strumentale interpretata in una modalità più “solenne” vicina alla musica medioevale piuttosto che alle sonorità più etniche come nella versione di Eduardo Paniagua nel CD “Cantigas De Murcia”.

Gran bel disco d’esordio.

 

TERRA MATER:

Angela Centanin: voce

Irene Benciolini: violino e viola

Ruben Medici: oud, chitarra, banjo mandolino, viola e violino

Francesco Trespidi: oud, darabukka, riq, musette, kaval, bansuri, low whistle, flauto diritto

Nicola Benetti: fisarmonica, chitarra, daff, darabukka e kantele.

 

www.velutluna.it

https://www.facebook.com/EnsembleTerraMater/

 

 

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI  “Decays”

Time Released Sound. CD, 2018

di alessandro nobis

Così il compositore inglese David Toop (autore tra l’altro di una delle due facciate di Obscure 4, pubblicato nel 1975 dall’etichetta prodotta da Brian Eno) definiva la musica “ambient” nel 1974: “«piuttosto che emergere come una nave sull’oceano, diventa parte di quello stesso oceano. … … Musica che sentiamo, ma che non sentiamo; suoni che esistono per metterci in condizione di sentire il silenzio; suoni che ci rilevano dal nostro bisogno compulsivo di analizzare, incasellare, categorizzare isolare…». Sui concetti allora espressi dallo stesso Toop e da Eno che senz’altro erano dei profondi conoscitori dei teoremi di Riley, di Cage, di Glass o di Karlheinz Stockausen ebbe inizio la “stirpe” dei musicisti europei che si dedicarono a questo nuovo “per le masse degli ascoltatori” idioma, a partire dalla scuola tedesca dei vari Klaus Shultze. Peter Baumann ed Edgar Froese.

Questo lavoro pubblicato nel 2018 da Francis M.Gri si inserisce nella migliore tradizione ambient confermando quello che aveva evidenziato nei suoi precedenti lavori in studio tra i quali cito “Falls and Flares” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/22/francis-m-gri-falls-and-flares/)  e “B/ue” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/09/francis-m-gri-b-ue/)e nelle sue performance live come quella veronese al Cohen. Questo suo lavoro, “Decays” presenta quattro composizioni di cui una mi ha particolarmente affascinato, “The Age of Materialism” una suite di tre movimenti: “Anger”, “Anxiety” e “Apathy” complessivamente della durata di una ventina di minuti. a2679409262_16“The Age ….” è una lunga suite che attraverso un attento ascolto ti porta a comprendere la declinazione del linguaggio, il gusto e la ricerca dei suoni e del loro equilibrio che vi sono dietro alla musica di Francis M. Gri e che ne rappresentano i suoi caratteri distintivi, venti minuti che ti trasportano nell’universo della miglior musica ambient che come dice Brian Eno, “porta a cambiare lo stato d’animo di chi ne fruisce”. I suoni cupi dell’intro di “Apathy” seguiti da impulsi “robotici” in attesa dell’intervento degli accordi sulla chitarra – lo strumento “vero” di M. Gri – che creano dei pattern che attraversano la “macchina” e che sono elemento sostanziale nella costruzione e nello sviluppo di questa e delle scritture in genere di questo compositore che assieme ad uno sparuto gruppo di colleghi produce piccoli capolavori sonori in numero limitato di copie, con grande cura al loro aspetto fisico, ma che sono anche reperibili sulle varie piattaforme per il loro download.

https://soundcloud.com/time-released-sound/francis-m-gri-decays-subliminal-violence

https://timereleasedsound.bandcamp.com/album/decays

 

GOSPEL BOOK REVISITED “STAY WILD. LIVE ON TOUR 2017 2018”

GOSPEL BOOK REVISITED “STAY WILD. LIVE ON TOUR 2017 2018”

GOSPEL BOOK REVISITED

“STAY WILD. LIVE ON TOUR 2017 2018”

ULTRA SOUND Records. CD, 2018

di alessandro nobis

I trenta minuti di questo “Stay Wild” sono un esempio di come si possa suonare del blues elettrico senza cadere nell’autoreferenzialità e nella ripetizione calligrafica di questo genere musicale che già per conto suo è schematizzato, quasi blindato da regole ferree. Già mi aveva fatto saltare dalla sedia il precedente lavoro (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/18/gospel-book-revisited-wont-you-keep-me-wild/), ma questo live dimostra come sia aggressivo, quadrato, senza fronzoli ed allo stesso tempo ricercato e ricco di riferimenti il suono dei quattro che compongono i “Gospel Book Revisited”, ovvero Camilla Maina (voce), Umberto Poli (chitarra), Gianfranco nasso (basso) e Samuel napoli (batteria).

La band torinese attraversa il tempo e lo spazio senza fare tanti complimenti e con gran coraggio affianca in modo direi superbo lo spiritual, il blues dei “padri fondatori” fino ad arrivare a toccare i derivati del cosiddetto movimento del “British Blues” e, va sottolineato con forza, propongono composizioni originali che si innestano senza alcun attrito nella scaletta. “Roll Jordan Roll” (proveniente dalla raccolta Roud al numero 6697) che apre il disco rispettosamente e filologicamente  eseguito  da Camilla Maina ci riporta alle origini della musica afroamericana, il brano di Leo “Bud” Welch “I don’t Know My Name” è eseguito con una veste credibilmente “rock” e nel quale spicca un bel solo di Umberto Poli, “When the Levee Breaks” con l’inserto del gospel “John the Revelator” è il brano che non t’aspetti ma che viene presentato in una veste che pur rispettando in pieno la scrittura di Page e Plant dà la misura della qualità del lavoro che questo quartetto torinese propone. E poi ci sono gli originali, su tutti la ballad “Mary and the Fool”, davvero una notevole ed ispirata esecuzione.

Peccato che il concerto non sia stato proposto in modo integrale, chissà …….

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Questo lavoro del gaitero e flautista di Moaña Anxo Lorenzo, pubblicato autonomamente nel 2018, ci dà la possibilità di ribadire ancora una volta come la musica tradizionale nel suo complesso acquisisca un significato ulteriore, al di là dello studio e della sua riproposizione, con lo sforzo compositivo che molti musicisti di area celtica e non da anni portano avanti con risultati spesso davvero notevoli. E’ questo il caso di “Vortex” dove quasi tutto il repertorio eseguito è di nuova composizione e coinvolge autori come Eoghan Neff (violinista irlandese di Ennis) o Gabe McVarish (violinista americano trapiantato in Scozia) ed esecutori che con Lorenzo collaborano alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

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Anno Lorenzo, Armagh #wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

Non spetta certo a me qui di rimarcare il livello tecnico del gaitero gallego (perfette sono la sua intonazione, la tecnica ed il suo senso del tempo e assolutamente travolgente la sua “presenza” nelle esibizioni in solo come ho avuto modi di vedere in una delle passate edizioi del William Kennedy Piping Festival) ma piuttosto di evidenziare come lo spirito del lavoro vada nella direzione musicale di cui parlavo in apertura: “A Barroca” è la combinazione di una slow air proveniente dalla raccolta del folclorista di Galizia Casto Sampedro introdotta dalle pipes di Jarlath Henderson con la successiva fantastica polifonia di “pipes” (gustata al WKPF del 2018) creata della gaita di Lorenzo, dalle small pipes scozzesi di Ross Ainsle e di quelle del Northumberland di Andy May che fanno di questo brano a mio modesto parere il manifesto del progetto

ANXO ANSLIE MAY HENDERSON LIZ
#wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

assieme alla breve “Vortice” scritta da Lorenzo che la esegue ai flauti e dove la presenza del violino – tradizionale e di Eoighan Neff autore anche delle sapienti ed equilibrate magie elettroniche applicate al violino ed alla gaita manifesta una direzione tra quelle possibili che la musica popolare può prendere.

Un disco che potrà piacere ai “tradizionalisti” ma anche a quanti cercano nuovi sentieri da visitare nel mondo della musica celtica, non solo di quella galiziana.

 

 

A cura di Pieter Van Der Merwe e Jeremy Michell. “South: The Race to the Pole”

A cura di Pieter Van Der Merwe e Jeremy Michell. “South: The Race to the Pole”

A cura di Pieter Van Der Merwe e Jeremy Michell. “South: The Race to the Pole”

BLOOMSBURY PUBLISHING – GREENWICH NATIONAL MARITIME MUSEUM

2018, cm 19 x 24, pag. 208, € 22,90.

di Alessandro Nobis

southLa maggior parte delle persone conoscono la Luna più dell’Antartide”. Ha davvero ragione Pieter Van Der Merwe che così inizia il primo capitolo, “White Desert”, di questo bellissimo volume in lingua inglese edito dal National Maritime Museum di Greenwich, a Londra. Per chi è appassionato alla storia dell’esplorazione di questo enorme continente e per chi invece è all’oscuro delle straordinarie imprese che l’uomo qui ha portato a termine, da Roald Amundsen a Robert Falcon Scott fino a Robert Shackleton, questo volume è a mio avviso il compendio ideale della storia dell’esplorazione antartica, a partire dei primi avvistamenti del Capitano James Cook in piena estate australe, nel gennaio del 1773 fino alla leggendaria spedizione dell’Endurance che si concluse nel 1917 e che fece di Shackleton “il più eroe tra gli eroi” degli esploratori del ventesimo secolo.

Il volume ha un ricco apparato iconografico riguardante tutte le spedizioni, fotografie già pubblicate in altri volumi ed altre inedite che nell’insieme vanno a completare la parte descrittiva alla quale hanno dato un contributo oltre ai due curatori Diana Preston, Robert E. Feeney e Luke McKernan. Inoltre, a completare questo “South: The Race to the Pole” è stata inserita la lista con i membri delle spedizioni, una loro breve biografia e una accurata bibliografia dei volumi pubblicati in lingua inglese ed una lista dei siti web riguardanti la materia per approfondire questo affascinate argomento, l’esplorazione antartica.

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

Edizioni Segni D’Autore, 2018. 210 x 297, 86 pagine, € 19,90

di Alessandro Nobis

Questa recente pubblicazione dell’intraprendente casa editrice “Segni d’Autore”, ci riporta nello spaziotempo della pirateria, quella celebrata e descritta da uno stuolo di autori celebri e meno conosciuti.

“La Isla Desconocida” grazie alla sempre vivace grafica ed alla brillante sceneggiatura di Carlo Rispoli (vedi anche https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/02/21/mercuri-bazan-rispoli-la-disfatta-dei-cavalieri-grigi/) ci porta come detto in un tempo non definito nel quale le navi dei pirati scorrazzavano nei caldi mari caraibici; l’avventura riparte da dove terminava quella celebrata da Luis Stevenson nel suo capolavoro “L’Isola del Tesoro” e protagonista è “Barbecue” Long John Silver che si viene a trovare a bordo di una piccola imbarcazione (per la verità una barchetta con una piccola vela) qualche tempo avere lasciato l’”Isola”. In realtà questa non è la prima volta che John Silver “riappare” dalle nebbie della fantasia, lo aveva già fatto in occasione della pubblicazione de “La Vera Storia del Pirata Long John Silver”, quando si raccontava a Bjorn Larsson nell’ipotetico anno del Signore 1742, in Madagascar…………

copertina-solo-fronte-per-CDA-e1536842039720-1La lettura di questa graphic novel scorre veloce grazie alle tavole in bianco e nero e fa volare la fantasia del lettore sorprendendolo soprattutto quando si imbatte in citazioni grafiche e rimandi ad altri personaggi e libri legati al mondo piratesco che sono parte fondante di coloro i quali, in età giovanissima ma anche adulta, hanno viaggiato “salgarianamente” nei mari del Sud diventando poi in qualche caso disegnatori, sceneggiatori ed anche scrittori. Ecco la sagoma di Peter Pan, quello dello scozzese Matthew Barrie qui nelle sue sembianze disneyane, c’è un marinaio sbarcato dal Pequod, il profilo del prattiano Rasputin, Capitan Hook ed il Capitano Friday si chiama come il pappagallo di Robinson Crusoe.

La storia, vorrete sapere, la vicenda di cosa narra? Beh, ognuno lo scoprirà e man mano che proseguirà la lettura partirà per la tangente in una lettura personale, anzi di più.

Long John Silver ring in his ear
He’s the hero, make that clear

Does the same thing his father did
Sailing around the Caribbean
Robing king with his talking parrot
This time I think he’s on the high side

(Jack Casady & Grace Slick. Jefferson Airplane, “Long John Silver”, 1971)