GRI + MOSCONI “Between ocean and sky”

GRI + MOSCONI “Between ocean and sky”

 

SLOWCRAFT RECORDS. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Francis M. Gri e Federico Mosconi hanno registrato queste sei composizioni un paio di anni fa tra Verona e Milano e la piccola ma attivissima etichetta specializzata inglese di James Murray ha voluto inserire questo bel lavoro nel proprio catalogo sul finire del novembre 2018.

gri + mosconi.jpgIl raffinato quanto semplice packaging nasconde questi quarantacinque minuti di musica ambient creata dalla collaborazione dei due compositori ed il titolo aiuta di certo a “focalizzare” al fruitore la propria ambientazione fisica. Chitarra (Mosconi) e pianoforte (Gri) sono i due strumenti di partenza, il nocciolo dalla musica, i cui suoni sono frantumati, rigirati, reiterati, modificati ed ancora dilatati da un apparato elettronico in pieno controllo dei due compositori che non fa da corollario alla musica ma ne è parte integrante e dunque fondamentale; elettronica che crea stratificazioni sonore parallele ed stesso tempo intersecanti che costringe l’ascoltatore quasi ad inventarsi situazione fisiche dove poterla collocare, come dicevo. Alla fine se sei attento non puoi non apprezzare la complessità di questo lavoro e la capacità dei due musicisti di mantenere alto il livello di attenzione durante il suo fluire e di certo l’uso di un buon paio di cuffie aiuta a scoprire tutti i suoni che si nascondono nelle pieghe delle composizioni; la suggestiva “Lumen” perfetto incontro tra sperimentalismo e classicità, introdotta dal pianoforte acustico che subito incontra i suoni ambient ed il suo alter ego filtrato dai computer oppure “Landscape Rosso” dove invece è il pianoforte che si insinua nelle trame artificiali tessute come al solito con grande perizia e gusto da Federico Mosconi e Francis M. Gri.

Il cd, la cui stampa è stata limitata a 150 copie, si trova naturalmente anche in formato digitale nel sito http://www.slowcraft.bandcamp.com

 

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ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

DODICILUNE RECORDS CD Ed411, 2018

di Alessandro Nobis

Onestamente: a me di questo “Eternal Love” sarebbero bastati i primi 12 minuti e 39 secondi per farmi contento, per aver ricordato il jazz africano – e sudafricano in particolare –  che un ruolo così importante ebbe a partire dagli anni sessanta nello sviluppo di quello europeo. Questo attraverso la rilettura di un tradizionale, il brano di apertura “Uhruru” con protagonista l’efficace ed appropriato pianismo di Alexander Hawkins ed il seguente scritto da Dollar Brand (a.k.a. Abdullah Ibrahim), “Afrikan Marketplace” e soprattutto con il suono del quintetto di Roberto Ottaviano che mi ha fatto personalmente ricordare le pagine migliori (tutte indistintamente) dei Blue Notes di Chris McGregor nelle melodie, nei ritmi, nell’incedere degli strumenti.

Questo “amore eterno”, la più recente produzione di Roberto Ottaviano, è anche un omaggio ad alcuni colossi del jazz, alcuni più conosciuti, altri meno; tra i primi Coltrane, Haden, Cherry, Redman tra gli altri il sassofonista Elton Dean del quale qui il quintetto arrangia lo splendido “Oasis”, ballad proveniente dal periodo post Soft Machine e per la precisione da “Boundaries” targato ECM.

E’ un disco evocativo ma non solo, è musica che vuole ricordare i “morti che non sono morti, che sono diventati una sorta di spirito guida nella vita”; ognuno ha i suoi e questi sono quelli del sassofonista Roberto Ottaviano ed a giudicare dalla sua lunga produzione discografica, dalla sua qualità e varietà, questi spiriti devono esistere davvero. Si ascolti l’omogeneità della musica che esce dai solchi di “Eternal Love” sia quella scritta da altri autori che quella composta da Ottaviano come il lungo “Questionable 2” con un espressivo piano elettrico (azzeccatissimo il suo assolo al minuto 4:13) ed un delicato solo di soprano ed a seguire di clarinetto (Marco Colonna) sostenuti dalla ritmica del contrabbasso di Giovanni Maier e della batteria di Zeno De Rossi, e il breve contemplativo brano eponimo, con l’archetto che assieme al rullante sostiene ed accompagna il sax, quasi in una preghiera agli spiriti guida a quella madre terra che nella cultura africana rappresenta la vita, visione che la cultura occidentale ha perso molti secoli fa. In sintesi qui si respira il rispetto dei padri ed allo stesso tempo l’indipendenza da loro, la sostanza dell’evoluzione della musica.

Una delle migliori produzioni di Ottaviano (della più recente ne avevo parlato qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/23/roberto-ottaviano-sideralis/) ed un altro centro alla encomiabile Dodicilune, forse l’ho già detto ma lo voglio ripetere, fiore all’occhiello del jazz “anche italiano”. La Regione Puglia e Puglia Sounds hanno sostenuto questo progetto: qui al nord certe cose ce le sogniamo.

http://www.dodicilune.it

 

 

 

 

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

Autoproduzione. CD, 2018

di Alessandro Nobis

the-rough-bounds-cover-imageNell’albero genealogico del folk revival scozzese alle cui radici ci sono tra gli altri la Battlefield Band di Alan Reid e Brian McNeill troviamo nelle ramificazioni più recenti questo quintetto originario della costa occidentale scozzese, tra Lochaber e la bellissima isola di Skye, area chimata appunto “The Rough Bounds”: sono i Dàimh, che ho avuto la fortuna di vedere in azione all’ultima edizione del William Kennedy Piping Festival di Armagh, nel’Ulster, al quale sono stati certamente invitati per la presenza nella line-up di Angus MacKenzie eccellente suonatore della Highland Pipes e della più piccola Border Pipes. Ecco quindi come sono arrivato ad avere nelle mani il loro settimo album, questo ottimo “The Rough Bounds” che dallo scorso novembre è spesso stato ospite del mio lettore CD. Niente di nuovo sotto il sole direbbe qualcuno, “solamente” aggiungo io musica scozzese di un livello raro a sentirsi, sia per la equilibrata combinazione di brani tradizionali con quelli di nuova composizione e soprattutto per la sintesi direi perfetta tra repertorio, suoni strumentali a la voce della bravissima cantante Ellen MacDonald considerata come una delle più significative esponenti del canto gaelico scozzese; aggiungo la bravura dei componenti, Gabe McVarish ed Alisdair White al violino, Murdo Cameron alla fisarmonica e Ross Martin alla chitarra, motore ritmico della band.

Assolutamente da visitare il loro sito per scoprire la loro discografia come altrettanto immagino gusterete il set di reels (uno popolare gli altri due di Donald MacLeod), le ballate “Òran Bhàgh a’ Chàise” introdotta dall’accordeon e da un delicato arpeggio di chitarra e “A Nìghneag a Ghràidh”, suonata dal vivo ad Armagh. Si parla di bevute in compagnia, di caccia, di cuori spezzati e di abbandono forzato della propria terra che non verrà mai più rivista: temi universali patrimonio di tutte le tradizioni di questo nostro mondo e che investono anche la contemporaneità.

Gruppo da seguire, i loro lavori sono disponibili sul web, cercateli e ne sarete entusiasti. A meno che prima o dopo arrivino in Italia per qualche concerto…….speriamo.

 

 

 

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

ROX RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

Ecco un lavoro che riconduce ai suoni antichi e moderni della tradizione popolare italiana, francese ed europea. Non ci sono qui balzi azzardati verso una tradizione futura, non ci sono qui scenari di musica popolare immaginari conditi da un’elettronica invasiva; ci sono tre bravissimi musicisti al servizio delle più profonde radici che nei secoli hanno dato origine a musiche contestualizzate al ballo che personalizzano un repertorio atavico grazie ad arrangiamenti oculati e ad idee e suoni di ospiti che con il loro apporto danno quel tocco in più a questo splendido lavoro. Il clarinetto basso di Simone Mauri, ad esempio, nella “Suite di Bourees” aperta dalla cornamusa di Coltri e nella seguente “Suite di Polke” o ancora nella rivisitazione della melodia greca “Thalassaki mou” e nel sorprendete arrangiamento con le voci di “Sparve Lille”, polka svedese, quel pizzico di tecnologia che rinnova la tradizione di “Branles d’Ossau” che ci combina inaspettatamente bene con il piffero e la cornamusa. Ancora voglio citare lo struggente canto urbano dei rifugiati di “Dans Les Abris de Paris” con la voce di Maria Antonazzo e le indovinate percussioni di Morelli che fa sua la protesta dei “San Papier” dedicando loro il brano omonimo e naturalmente le efficaci interpretazioni delle danze delle 4 Provincie come “Sestrina delle Ombre” che apre il disco o la suite di polke, danze sempre in bilico tra la cultura popolare italiana e francese, un territorio culturale che i musicisti del trio frequentano spesso.

Un disco “semplice” che ci riporta alla “normalità” della musica popolare alla quale ogni tanto fa bene – benissimo – ritornare. Plauso finale alla delicata e curatissima veste grafica.

infotrio@fastwebnet.it

www.roxrecords.it

 

 

 

 

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

BARNUM ART RECORDS. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Qualcuno (il chitarrista californiano Henry Kaiser) dice che avanguardia è fare qualcosa di mai sentito, di completamente nuovo. Aggiungo, più modestamente, è anche apprendere le lezioni dei più diversi idiomi ed inventarne uno nuovo costruendo una musica che non necessariamente sia difficile, complicata troppo “di nicchia”. Mi sembra che queste parole calzino a pennello per questo “Sonnambuli”, pubblicato sul finire del 2018 dalla Barnum Art. Innanzitutto la presenza di uno strumento “raro a sentirsi” come l’armonica cromatica, una formazione piuttosto inedita ovvero Max D’Aloe (all’armonica, fisarmonica, elettronica ed autore dei brani), Ermanno Librasi (clarinetto basso ed elettronica) e Nicola Stranieri alla batteria; progetto ardito, piacevolissimo all’ascolto che nei momenti di dialogo tra armonica e clarinetto trova momenti di grande espressività (“Lontano, infinitamente lontano” giocato sul dialogo a due con sul sottofondo la percussione), un uso delicato a misurato dell’elettronica (“Askja”), il sempre preciso e sempre puntuale intervento della batteria di Nicola Stranieri (“A Sort of Dance”, una danza apocrifa con il tappeto elettronico che sostiene il drumming e con in evidenza l’armonica), il bel solo di clarinetto nel brano conclusivo “Bjork on the Moon”, gli accordi di accordeon (scusate il gioco di parole) che apro la ballad “Ul Giuan Marcora”.

E’ jazz? Forse sì, forse no, decidete voi che lo ascolterete. E’ per me un progetto riuscito e convincente, con una inedita combinazione di suoni che sorprende e che penetra ascolto dopo ascolto.

http://www.barnumforart.com

 

 

 

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs” – UR RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

31286719_2078274502445038_2003314479103519635_nQuesta nuova pubblicazione curata dalla UR Records, “Bulbs”, nasce dalla collaborazione del tastierista Giulio Stermieri (in queste registrazioni al Rhodes ed all’Hammond) e del chitarrista Michele Bonifati, autori dei sette brani, con il sassofonista Cristiano Arcelli ed il batterista Ermanno Baron. Musicisti giovani, molto preparati, con una cultura musicale piuttosto ampia e con un’idea ben chiara di cosa realizzare: un combo, un gruppo che interpreti e sviluppi le idee dei due compositori. Bisogna prestare attenzione a non cadere nella simpatica trappola che i quattro hanno “confezionato”, ovvero che l’ascolto ci riporti alla riproposizione dei fasti del jazz elettrico dei primi anni settanta, trappola simpaticamente costruita utilizzando alcune timbriche di quel periodo (che ebbe per la verità luci ma anche parecchie ombre) come le tastiere di Stermieri ed in alcuni momenti la chitarra elettrica. Il resto è scrittura ed improvvisazione, spontaneo interplay che ci regala più che le prestazioni dei singoli un suono d’insieme che non è facile avere, un affiatamento che su disco fa solamente immaginare lo sviluppo dei brani durante le esibizioni live. Insomma Aparticle non esegue un semplice compitino di ricalco, ma sfrutta le conoscenze musicali dei singoli per sviluppare un proprio percorso che a mio avviso è interessante e piacevolissimo all’ascolto. Certo se cercate “la coperta di Linus” della rilettura calligrafica degli standards qui siete fuori strada ma se invece è la vostra personale curiosità culturale che vi fa avvicinare a “Bulbs” ne rimarrete certamente soddisfatti, garantito.

Segnalo doverosamente la ballad che chiude questo disco d’esordio di Aparticle, “Rackled”, e la lunga “Bridal Veil Falls” introdotta dalla batteria con un bel solo iniziale di sassofono con hammond in sottofondo che si sviluppa poi in un solo “in profumo” di Herman Poole Blount.

Gran bel disco. Sun Ra, ecco un altro da studiare ………….

https://www.facebook.com/aparticlemusic/?epa=SEARCH_BOX

 

 

 

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the WKPF” Volume 2.

WKPF RECORDS, 2CD. 2018

di Alessandro Nobis

Per celebrare la 25^ Edizione del William Kennedy Piping Festival che si tiene ad Armagh, nell’Ulster, intorno alla metà del mese di novembre, viene pubblicata dagli organizzatori questa preziosa antologia – è il secondo volume di una serie che raccoglie registrazioni che coprono un lungo periodo, dal 2003 al 2017. Chi avrò l’opportunità di ascoltare questo doppio CD – e mi riferisco in particolare a coloro i quali sono mai stati tra il pubblico del Festival, scoprirà l’incredibile polimorfismo che la cornamusa ha sviluppato nel secoli praticamente ovunque in Europa.

Qui potrete assaporare – tra le altre – le launeddas di Luigi Lai accanto alle uillean pipes “di casa” di Paddy Keenan, ospite con Paddy Glackin anche nell’edizione 2018, di Cillian Vallely e di Robbie Hannan, la gaita galiziana di Anxo Lorenzo, la Gaida bulgara di Ivan Georgiev e la Sackpipa svedese di Olle Gallmo e la Duda magiara di Balasz Istvanfi, le Northumberland Smallpipes di Andy May accanto alla cornamusa scozzese delle Highlands di Finlay McDonald.

Un vero tripudio della tradizione musicale legata a questo ancestrale strumento legato indissolubilmente alla cultura pastorale che ha trovato il modo, come dicevo, di sviluppare forme e suoni come nessun altro nella cultura europea e mediorientale. Una proposta questa, come lo era il primo volume, che testimonia l’appassionato lavoro e le straordinarie competenza e cura – oltre ad una massiccia dose di curiosità – nella scelta degli interpreti che da un quarto di secolo l’Armagh Pipers Club ha fatto diventare il WKPF un punto di incontro degli appassionati della cultura popolare.

La pubblicazione è supportata dall?arts Council e dall’Irish Traditional Music Archive, ed è acquistabile contattando il Club sul sito www.armaghpipers.com

Per il report dell’edizione 2018 vedi: in Lingua inglese: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/15/william-kennedy-piping-festival-2018-nov-15th-18th-2018-armagh-co-armagh-ireland/ed in lingua italiana https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/11/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-2018-15-18-novembre-armagh-co-armagh-irlanda-seconda-parte/e https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/04/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-15-18-nov-2018-armagh-co-armagh-irlanda-prima-parte/