CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

Edizioni Segni D’Autore, 2018. 210 x 297, 86 pagine, € 19,90

di Alessandro Nobis

Questa recente pubblicazione dell’intraprendente casa editrice “Segni d’Autore”, ci riporta nello spaziotempo della pirateria, quella celebrata e descritta da uno stuolo di autori celebri e meno conosciuti.

“La Isla Desconocida” grazie alla sempre vivace grafica ed alla brillante sceneggiatura di Carlo Rispoli (vedi anche https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/02/21/mercuri-bazan-rispoli-la-disfatta-dei-cavalieri-grigi/) ci porta come detto in un tempo non definito nel quale le navi dei pirati scorrazzavano nei caldi mari caraibici; l’avventura riparte da dove terminava quella celebrata da Luis Stevenson nel suo capolavoro “L’Isola del Tesoro” e protagonista è “Barbecue” Long John Silver che si viene a trovare a bordo di una piccola imbarcazione (per la verità una barchetta con una piccola vela) qualche tempo avere lasciato l’”Isola”. In realtà questa non è la prima volta che John Silver “riappare” dalle nebbie della fantasia, lo aveva già fatto in occasione della pubblicazione de “La Vera Storia del Pirata Long John Silver”, quando si raccontava a Bjorn Larsson nell’ipotetico anno del Signore 1742, in Madagascar…………

copertina-solo-fronte-per-CDA-e1536842039720-1La lettura di questa graphic novel scorre veloce grazie alle tavole in bianco e nero e fa volare la fantasia del lettore sorprendendolo soprattutto quando si imbatte in citazioni grafiche e rimandi ad altri personaggi e libri legati al mondo piratesco che sono parte fondante di coloro i quali, in età giovanissima ma anche adulta, hanno viaggiato “salgarianamente” nei mari del Sud diventando poi in qualche caso disegnatori, sceneggiatori ed anche scrittori. Ecco la sagoma di Peter Pan, quello dello scozzese Matthew Barrie qui nelle sue sembianze disneyane, c’è un marinaio sbarcato dal Pequod, il profilo del prattiano Rasputin, Capitan Hook ed il Capitano Friday si chiama come il pappagallo di Robinson Crusoe.

La storia, vorrete sapere, la vicenda di cosa narra? Beh, ognuno lo scoprirà e man mano che proseguirà la lettura partirà per la tangente in una lettura personale, anzi di più.

Long John Silver ring in his ear
He’s the hero, make that clear

Does the same thing his father did
Sailing around the Caribbean
Robing king with his talking parrot
This time I think he’s on the high side

(Jack Casady & Grace Slick. Jefferson Airplane, “Long John Silver”, 1971)

 

 

 

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E.R.Z. “Minesweeper”

E.R.Z. “Minesweeper”

E.R.Z. “Minesweeper”

Caligola Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Dietro l’acronimo E.R.Z. si nascondono Enrico Terragnoli, Rosa Brunello e Zeno De Rossi che grazie alla Caligola hanno pubblicato nel ’18 questo loro primo lavoro, “Minesweeper”, composto da sette brani scritti dal chitarrista che appare come una sorta di leader del trio, anche se questa parola potrebbe far pensare al ruolo di comprimario dei due compagni di viaggio ma non è come sembra naturalmente perché l’apporto della batteria di De Rossi e del contrabbasso della Brunello è fondamentale per sviluppare le idee di Terragnoli.

Qui si viaggia tra il jazz elettrico meglio riuscito, il blues, la ballad e perché no, una forma di rock che cerca sentieri inesplorati, è musica che comunque la ascolti può essere gradita a ciascuno degli adepti delle forme musicali che ho citato prima, fatto salva una capacità di ascolto e di interpretazione degli stimoli sonori che arrivano, eccome se arrivano.

Ad esempio i dodici minuti di “Banjo e Shopping” con una bella introduzione di contrabbasso alla quale si affianca prima il suono della chitarra, un breve loop, il drumming di De Rossi ed il piano elettrico: pacato e lungo solo di chitarra, cambio di ritmo dettato dalla batteria e ritorno all’atmosfera di inizio brano. Oppure il brano che mi ha più sorpreso di questo lavoro, la ballad “Even” che ti sorprende perché la protagonista non è come ci si aspetta la chitarra ma è invece piano elettrico suonato con gusto e mestiere da Terragnoli.

Chiaro che i riferimenti del mondo del jazz più moderno si sentono bene, ma ciò che conta è la capacità di Terragnoli, come strumentista e come compositore, di farli propri e di costruire un mondo musicale personale, un equilibrio tra i grandi padri, il vasto patrimonio di conoscenze musicali che ha raccolto negli anni e la sua capacità compositiva.

Un bel esordio per questo trio, uno dei migliori lavori di jazz ascoltati nel duemiladiciotto che merita a mio avviso la più ampia promozione e distribuzione. Davvero.

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Andalucia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Andalucia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Andalucia”

Pneuma Records PN3 1580, 3CD. 2019

di Alessandro Nobis

Stavolta Eduardo Paniagua sorprende tutti e pubblica anziché un disco singolo come ci aveva abituato un triplo CD dedicato alle “Cantigas de Andalucia”, un altro importante tassello al monumentale lavoro che lo studioso e musicista ispanico sta dedicando a questi canti devozionali raccolti nel XIII° secolo dal Re Alfonso X° “Il Saggio”.

I tre compact disc sono suddivisi per aree geografiche: il primo a Granada e Yaen, il secondo a Cordoba e Huelva, il terzo a Cadiz e Puerto De Santa Maria.

Al di là della bellezza e della cura con la quale Paniagua propone alcuni brani strumentali (“La Pedrada” che introduce il secondo CD o “San Salvador de Sevilla” nel terzo), mi limito a segnalare le due che aprono il primo CD, ovvero la CSM 257 “Las Reliquias” che racconta del miracoloso salvataggio delle reliquie della Vergine dalla distruzione del reliquiario nella battaglia di Granada e della realizzazione di uno nuovo e la seguente CSM 185 “El Castillo de  Chincoya y el Rey de Granada” dove l’immagine mariana protegge il castello cristiano di Chincoya dagli assalti provenienti dal castello moresco di Beluez.

image.pngNaturalmente gran parte del merito della riuscita di questo lavoro, come di tutta la discografia di Paniagua va ascritto non solamente al “direttore” ma anche agli straordinari musicisti che di volta in volta vengono scelti per realizzare una registrazione affiancando l’ensemble Musica Antigua: tra questi ricordo Thomas Bienabe al liuto arabo, i cinque cantanti e naturalmente Luis Delgado, polistrumentista e collaboratore di lunga data di Paniagua.

Ho già osannato l’opera di Paniagua in altre occasioni (ad esempio qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/24/eduardo-paniagua-cantigas-de-ultramar/)quindi non voglio ripetermi, ma il valore di quest’opera sia dal punto di vista storico che musicale è a mio avviso straordinaria; evidentemente il lavoro di Gregorio Paniagua e dell’Atrium Musicae di Madrid dei decenni passati – ricordo solamente il seminale “Musique Arabo – Andaluse” pubblicato dall’Harmonia Mundi e primo ellepì dedicato a questo repertorio – ha lasciato un’impronta indelebile in Eduardo che ha proseguito sul sentiero tracciato dal padre regalandoci una grande quantità di musica straordinaria, e l’integrale delle Cantigas che si sta pubblicando è solamente una parte del suo repertorio.„

 

 

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

Visage Music CD, 2018

di Alessandro Nobis

di Alessandro Nobis

Mi aveva davvero favorevolmente impressionato “Crescendo”, il lavoro che Nicolò e Simone Bottasso avevano pubblicato nel 2014 per originalità e freschezza ed ora questo “Biserta e altre storie” registrato con Simone Sims Longo (live electronics) ha aggiunto un importante tassello al percorso che i due piemontesi stanno affrontando; perché questo non è un lavoro “normale” ma è stato concepito e realizzato come colonna sonora del documentario “Biserta. Storia a spirale”, un racconto, una narrazione che si fonde con le immagini. Di più, mi ha fatto pensare al teatro dei pupi. O dei burattini se volete, qui ogni strumento copre un ruolo ben preciso ed il racconto si fa reale man mano che procede l’ascolto. L’organetto, la tromba e l’antica melodia basca di “Maitia” ed il seguente bellissimo “Autumn” condotto dal tar di Reza Mirjalali – e la sua ripresa – raccontata in primo piano dal violino descrivono la “gioia e rivoluzione” tunisina e ti sembra di assaporare il profumo del Mar Mediterraneo, “Fragen” con il sapiente organetto accompagna il coro “Kinder-und Jugendchor der Theater Chemnitz” condotto da Pietro Numico che vuole essere un inno alla libertà, “Spirali” con le elaborazioni elettroniche di Simone Longo ed i suoni ambientali arabi, “Saramazurka” è una danza popolare che vola tra Piemonte e Biserta; musica che descrive immagini, dove Samara, Mohamed, Dhia e Khaled prendono vita durante l’ascolto ed alla fine quasi non ti ricordi più che queste composizioni fanno parte di un documentario, ed è questo il maggiore pregio di questo “Biserta”, incontro felice tra musica popolare antica e “nuova”.

Più l’ascolti e più vorresti vedere il documentario, “Biserta. Storie a spirale”.

(https://www.youtube.com/watch?v=N4NluJP3W4c&fbclid=IwAR3nURgmDNDftPC97hsM-Ufr4TKxhs78bP-q8zxvvUdMOoRLEG9yWjZBnqY)

 

 

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

Alabianca Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Certo che i sovracuti di clarinetto basso e le parole “a doppia voce” di Peppino Impastato che aprono questo lavoro dei piemontesi Blu L’Azard lascieranno perplessi gli “ortodossi del folk”, ma che importa, va bene anche conservare il sacro fuoco della tradzione ma a mio parere va ancora più bene andare avanti e lasciarsi influenzare da quello che ci suona “attorno”. Ma “Se si insegnasse la bellezza”, il brano di cui parlavo, indica la direzione di questo progetto in modo inequivocabile: piedi e testa nella tradizione delle valli alpine piemontesi (Val Maira, Valli di Lanzo, Valle di Susa) e delle loro affascinanti lingue ancestrali e sguardo verso le musiche e culture “altre”. L’avanguardia fianco a fianco della tradizione, suoni e strumenti alloctoni (il clarinetto basso, il flicorno ed il sassofono o le percussioni del maliano Makan Sissoko) che danzano assieme al violino, alla cornamusa ed alla fisarmonica ed agli ottoni della val di Lanzo: Flavio Giacchero (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamusa), Marzia Rey(voce, violino), Pere Anghilante (voce, fisarmonica) e Pierluigi Ubaudi (voce, flicorno baritono, oggetti sonori) l’hanno studiata bene realizzando un disco, un fiore all’occhiello del “nuova” musica popolare italiana. Certo, incastonare la poetica di Peppino Impastato, dell’armeno Adrian Varujian (“Pavots”), di Emily Dickinson (“Aracnica”) o della poesia trobadorica di  Peire Vidal (“Estat ai gran sazo”) nelle melodie tradizionali o di nuova composizione (“La Gàrdia”, ad esempio testo di Giacchiero con la combinazione di fisarmonica ed un azzeccato intervento “free” di sax soprano) è un’operazione al limite dell’azzardo ma non temete, il “sacro fuoco” non è stato spento ma anzi è stato ravvivato dal combo Blu D’Azard; musica da ascoltare attentamente, testi da leggere più e più volte. Musica, anche, come recita il titolo, anche da ballare.

 

 

CASTELLI – JONA – LOVATTO  “Al rombo del cannon”

CASTELLI  –  JONA  –  LOVATTO                  “Al rombo del cannon”

CASTELLI – JONA – LOVATTO “Al rombo del cannon”. Grande guerra e canto popolare.

NERI POZZA, Pagg. 830 2cd. 2018. € 60,00

di Alessandro Nobis

romboPenso che questo sontuoso volume pubblicato da Neri Pozza rimarrà un punto fermo per chi, nel futuro e nel presente, vorrà studiare ed approfondire aspetti poco sconosciuti, e spesso peraltro mistificati, del canto popolare durante la carneficina  che inaugurò nel peggiore dei modi il xx° secolo, il Primo Conflitto Mondiale. Neri Pozza ha fatto le cose in grande: ha incaricato tre autorevoli studiosi come Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto di comporre quest’opera monumentale che ci insegna la storia di quegli anni non attraverso i movimenti di truppe, le dislocazione delle trincee, i bollettini guerra ma attraverso lo spirito di chi la guerra la combatteva e la subiva in prima persona, e con questo mi riferisco anche alle centinaia di migliaia di civili trovatisi loro malgrado a seguire avanzamenti e arretramenti delle prime linee: lo spirito, i pensieri, le preoccupazioni, le paure e lo scontento ma anche l’ironia, il sarcasmo che nella cultura popolare sono sempre stati esplicitati con le voci e quindi con i canti.

Due compact disc dicevo, ben 78 esempi musicali provenienti da molteplici raccolte (alcuni dei quali già riproposti da musicisti del cosiddetto movimento del folk revival, un esempio su tutti “fuoco e mitragliatrici”) e soprattutto dopo una corposa e dettagliata prefazione, i testi e soprattutto i commenti agli stessi suddivisi in otto capitoli e compilati in modo da risultare ognuno un saggio a parte: quello dedicato agli “imboscati” e quello ai “Prigionieri”, il capitolo dedicato alla propaganda in opposizione a quello che descrive il “Cantare contro”. La bibliografia (venti pagine) è probabilmente una delle più complete pubblicate sull’argomento, un fonte di “fonti” per quanti volessero approfondire, per quanto possibile visto la completezza di questo volume, l’argomento.

Un trio di autorevolissimi studio – e lo confermano i precedenti lavori come “Senti le rane che cantano” del 2005,“le ciminiere non fanno più fumo” del 2008 e l’ultima edizione de“I canti popolari piemontesi” diCostantino Nigra per un volume veramente indispensabile.

 

TIM SPARKS & JAMES BUCKLEY “Jukebox Dreamin'”

TIM SPARKS & JAMES BUCKLEY “Jukebox Dreamin'”

TIM SPARKS & JAMES BUCKLEY “Jukebox Dreamin’”

Acoustic Music, CD 2018

di Alessandro Nobis

“Back to the Future” avrebbe potuto essere il titolo di questo nuovo, splendido lavoro del chitarrista Tim Sparks e del contrabbassista James Buckley pubblicato dall’etichetta tedesca di Peter Finger Acoustic Music: l’idea non va presa sottogamba, Sparks si prende il tempo di ritornare – senza la DeLorean –  ai tempi della sua giovinezza, riprende alcune delle canzoni allora più in voga e ce le riporta ai nostri giorni rielaborandoli ed arrangiandoli alla sua maniera. Niente proposte calligrafiche, niente arrangiamenti superficiali ma la sua solita capacità di smontare e rimontare brani, alcuni dei quali super interpretati vicino ad altri di cui si era persa la memoria. Album CoverInsomma se avete ascoltato i suoi lavori commissionatigli da John Zorn avete capito di cosa sto parlando; un’operazione intelligente che grazie alla tecnica cristallina di Sparks riesce nel migliore dei modi. E, quindi, ci troviamo davanti alle melodie beatlesiane (“Imagine” e “Strawberry Fields Forever”), alla “Mama Tried” di Merle Haggard, ad un’inaspettata rilettura di “Black Hole Sun” di Chris Cornell oppre al brano di Al Green “Let’s Stay Together”; un sentiero lungo la storia – una delle storie – della musica della seconda metà del Novecento eseguita con grande classe ed ispirazione e dove il ruolo del contrabbasso nelle mani dell’eclettico James Buckley gioca un ruolo fondamentale nell’accompagnare e sostenere la meravigliosa chitarra di Tim Sparks. Non solo, i “due” scrivono due brani a quattro mani, “If I Ain’t Blue, Don’t fix it” (spettacolare il solo di Sparks)  e la ballad “Jujebox Dreamin’” che si incastonano alla perfezione in questo disco per chitarra e contrabbasso “da manuale”.

http://www.acoustic-music.de