ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Questo lavoro del gaitero e flautista di Moaña Anxo Lorenzo, pubblicato autonomamente nel 2018, ci dà la possibilità di ribadire ancora una volta come la musica tradizionale nel suo complesso acquisisca un significato ulteriore, al di là dello studio e della sua riproposizione, con lo sforzo compositivo che molti musicisti di area celtica e non da anni portano avanti con risultati spesso davvero notevoli. E’ questo il caso di “Vortex” dove quasi tutto il repertorio eseguito è di nuova composizione e coinvolge autori come Eoghan Neff (violinista irlandese di Ennis) o Gabe McVarish (violinista americano trapiantato in Scozia) ed esecutori che con Lorenzo collaborano alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

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Anno Lorenzo, Armagh #wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

Non spetta certo a me qui di rimarcare il livello tecnico del gaitero gallego (perfette sono la sua intonazione, la tecnica ed il suo senso del tempo e assolutamente travolgente la sua “presenza” nelle esibizioni in solo come ho avuto modi di vedere in una delle passate edizioi del William Kennedy Piping Festival) ma piuttosto di evidenziare come lo spirito del lavoro vada nella direzione musicale di cui parlavo in apertura: “A Barroca” è la combinazione di una slow air proveniente dalla raccolta del folclorista di Galizia Casto Sampedro introdotta dalle pipes di Jarlath Henderson con la successiva fantastica polifonia di “pipes” (gustata al WKPF del 2018) creata della gaita di Lorenzo, dalle small pipes scozzesi di Ross Ainsle e di quelle del Northumberland di Andy May che fanno di questo brano a mio modesto parere il manifesto del progetto

ANXO ANSLIE MAY HENDERSON LIZ
#wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

assieme alla breve “Vortice” scritta da Lorenzo che la esegue ai flauti e dove la presenza del violino – tradizionale e di Eoighan Neff autore anche delle sapienti ed equilibrate magie elettroniche applicate al violino ed alla gaita manifesta una direzione tra quelle possibili che la musica popolare può prendere.

Un disco che potrà piacere ai “tradizionalisti” ma anche a quanti cercano nuovi sentieri da visitare nel mondo della musica celtica, non solo di quella galiziana.

 

 

A cura di Pieter Van Der Merwe e Jeremy Michell. “South: The Race to the Pole”

A cura di Pieter Van Der Merwe e Jeremy Michell. “South: The Race to the Pole”

A cura di Pieter Van Der Merwe e Jeremy Michell. “South: The Race to the Pole”

BLOOMSBURY PUBLISHING – GREENWICH NATIONAL MARITIME MUSEUM

2018, cm 19 x 24, pag. 208, € 22,90.

di Alessandro Nobis

southLa maggior parte delle persone conoscono la Luna più dell’Antartide”. Ha davvero ragione Pieter Van Der Merwe che così inizia il primo capitolo, “White Desert”, di questo bellissimo volume in lingua inglese edito dal National Maritime Museum di Greenwich, a Londra. Per chi è appassionato alla storia dell’esplorazione di questo enorme continente e per chi invece è all’oscuro delle straordinarie imprese che l’uomo qui ha portato a termine, da Roald Amundsen a Robert Falcon Scott fino a Robert Shackleton, questo volume è a mio avviso il compendio ideale della storia dell’esplorazione antartica, a partire dei primi avvistamenti del Capitano James Cook in piena estate australe, nel gennaio del 1773 fino alla leggendaria spedizione dell’Endurance che si concluse nel 1917 e che fece di Shackleton “il più eroe tra gli eroi” degli esploratori del ventesimo secolo.

Il volume ha un ricco apparato iconografico riguardante tutte le spedizioni, fotografie già pubblicate in altri volumi ed altre inedite che nell’insieme vanno a completare la parte descrittiva alla quale hanno dato un contributo oltre ai due curatori Diana Preston, Robert E. Feeney e Luke McKernan. Inoltre, a completare questo “South: The Race to the Pole” è stata inserita la lista con i membri delle spedizioni, una loro breve biografia e una accurata bibliografia dei volumi pubblicati in lingua inglese ed una lista dei siti web riguardanti la materia per approfondire questo affascinate argomento, l’esplorazione antartica.

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

CARLO RISPOLI “La Isla Desconocida”

Edizioni Segni D’Autore, 2018. 210 x 297, 86 pagine, € 19,90

di Alessandro Nobis

Questa recente pubblicazione dell’intraprendente casa editrice “Segni d’Autore”, ci riporta nello spaziotempo della pirateria, quella celebrata e descritta da uno stuolo di autori celebri e meno conosciuti.

“La Isla Desconocida” grazie alla sempre vivace grafica ed alla brillante sceneggiatura di Carlo Rispoli (vedi anche https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/02/21/mercuri-bazan-rispoli-la-disfatta-dei-cavalieri-grigi/) ci porta come detto in un tempo non definito nel quale le navi dei pirati scorrazzavano nei caldi mari caraibici; l’avventura riparte da dove terminava quella celebrata da Luis Stevenson nel suo capolavoro “L’Isola del Tesoro” e protagonista è “Barbecue” Long John Silver che si viene a trovare a bordo di una piccola imbarcazione (per la verità una barchetta con una piccola vela) qualche tempo avere lasciato l’”Isola”. In realtà questa non è la prima volta che John Silver “riappare” dalle nebbie della fantasia, lo aveva già fatto in occasione della pubblicazione de “La Vera Storia del Pirata Long John Silver”, quando si raccontava a Bjorn Larsson nell’ipotetico anno del Signore 1742, in Madagascar…………

copertina-solo-fronte-per-CDA-e1536842039720-1La lettura di questa graphic novel scorre veloce grazie alle tavole in bianco e nero e fa volare la fantasia del lettore sorprendendolo soprattutto quando si imbatte in citazioni grafiche e rimandi ad altri personaggi e libri legati al mondo piratesco che sono parte fondante di coloro i quali, in età giovanissima ma anche adulta, hanno viaggiato “salgarianamente” nei mari del Sud diventando poi in qualche caso disegnatori, sceneggiatori ed anche scrittori. Ecco la sagoma di Peter Pan, quello dello scozzese Matthew Barrie qui nelle sue sembianze disneyane, c’è un marinaio sbarcato dal Pequod, il profilo del prattiano Rasputin, Capitan Hook ed il Capitano Friday si chiama come il pappagallo di Robinson Crusoe.

La storia, vorrete sapere, la vicenda di cosa narra? Beh, ognuno lo scoprirà e man mano che proseguirà la lettura partirà per la tangente in una lettura personale, anzi di più.

Long John Silver ring in his ear
He’s the hero, make that clear

Does the same thing his father did
Sailing around the Caribbean
Robing king with his talking parrot
This time I think he’s on the high side

(Jack Casady & Grace Slick. Jefferson Airplane, “Long John Silver”, 1971)

 

 

 

E.R.Z. “Minesweeper”

E.R.Z. “Minesweeper”

E.R.Z. “Minesweeper”

Caligola Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Dietro l’acronimo E.R.Z. si nascondono Enrico Terragnoli, Rosa Brunello e Zeno De Rossi che grazie alla Caligola hanno pubblicato nel ’18 questo loro primo lavoro, “Minesweeper”, composto da sette brani scritti dal chitarrista che appare come una sorta di leader del trio, anche se questa parola potrebbe far pensare al ruolo di comprimario dei due compagni di viaggio ma non è come sembra naturalmente perché l’apporto della batteria di De Rossi e del contrabbasso della Brunello è fondamentale per sviluppare le idee di Terragnoli.

Qui si viaggia tra il jazz elettrico meglio riuscito, il blues, la ballad e perché no, una forma di rock che cerca sentieri inesplorati, è musica che comunque la ascolti può essere gradita a ciascuno degli adepti delle forme musicali che ho citato prima, fatto salva una capacità di ascolto e di interpretazione degli stimoli sonori che arrivano, eccome se arrivano.

Ad esempio i dodici minuti di “Banjo e Shopping” con una bella introduzione di contrabbasso alla quale si affianca prima il suono della chitarra, un breve loop, il drumming di De Rossi ed il piano elettrico: pacato e lungo solo di chitarra, cambio di ritmo dettato dalla batteria e ritorno all’atmosfera di inizio brano. Oppure il brano che mi ha più sorpreso di questo lavoro, la ballad “Even” che ti sorprende perché la protagonista non è come ci si aspetta la chitarra ma è invece piano elettrico suonato con gusto e mestiere da Terragnoli.

Chiaro che i riferimenti del mondo del jazz più moderno si sentono bene, ma ciò che conta è la capacità di Terragnoli, come strumentista e come compositore, di farli propri e di costruire un mondo musicale personale, un equilibrio tra i grandi padri, il vasto patrimonio di conoscenze musicali che ha raccolto negli anni e la sua capacità compositiva.

Un bel esordio per questo trio, uno dei migliori lavori di jazz ascoltati nel duemiladiciotto che merita a mio avviso la più ampia promozione e distribuzione. Davvero.

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Andalucia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Andalucia”

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Andalucia”

Pneuma Records PN3 1580, 3CD. 2019

di Alessandro Nobis

Stavolta Eduardo Paniagua sorprende tutti e pubblica anziché un disco singolo come ci aveva abituato un triplo CD dedicato alle “Cantigas de Andalucia”, un altro importante tassello al monumentale lavoro che lo studioso e musicista ispanico sta dedicando a questi canti devozionali raccolti nel XIII° secolo dal Re Alfonso X° “Il Saggio”.

I tre compact disc sono suddivisi per aree geografiche: il primo a Granada e Yaen, il secondo a Cordoba e Huelva, il terzo a Cadiz e Puerto De Santa Maria.

Al di là della bellezza e della cura con la quale Paniagua propone alcuni brani strumentali (“La Pedrada” che introduce il secondo CD o “San Salvador de Sevilla” nel terzo), mi limito a segnalare le due che aprono il primo CD, ovvero la CSM 257 “Las Reliquias” che racconta del miracoloso salvataggio delle reliquie della Vergine dalla distruzione del reliquiario nella battaglia di Granada e della realizzazione di uno nuovo e la seguente CSM 185 “El Castillo de  Chincoya y el Rey de Granada” dove l’immagine mariana protegge il castello cristiano di Chincoya dagli assalti provenienti dal castello moresco di Beluez.

image.pngNaturalmente gran parte del merito della riuscita di questo lavoro, come di tutta la discografia di Paniagua va ascritto non solamente al “direttore” ma anche agli straordinari musicisti che di volta in volta vengono scelti per realizzare una registrazione affiancando l’ensemble Musica Antigua: tra questi ricordo Thomas Bienabe al liuto arabo, i cinque cantanti e naturalmente Luis Delgado, polistrumentista e collaboratore di lunga data di Paniagua.

Ho già osannato l’opera di Paniagua in altre occasioni (ad esempio qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/24/eduardo-paniagua-cantigas-de-ultramar/)quindi non voglio ripetermi, ma il valore di quest’opera sia dal punto di vista storico che musicale è a mio avviso straordinaria; evidentemente il lavoro di Gregorio Paniagua e dell’Atrium Musicae di Madrid dei decenni passati – ricordo solamente il seminale “Musique Arabo – Andaluse” pubblicato dall’Harmonia Mundi e primo ellepì dedicato a questo repertorio – ha lasciato un’impronta indelebile in Eduardo che ha proseguito sul sentiero tracciato dal padre regalandoci una grande quantità di musica straordinaria, e l’integrale delle Cantigas che si sta pubblicando è solamente una parte del suo repertorio.„

 

 

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

Visage Music CD, 2018

di Alessandro Nobis

di Alessandro Nobis

Mi aveva davvero favorevolmente impressionato “Crescendo”, il lavoro che Nicolò e Simone Bottasso avevano pubblicato nel 2014 per originalità e freschezza ed ora questo “Biserta e altre storie” registrato con Simone Sims Longo (live electronics) ha aggiunto un importante tassello al percorso che i due piemontesi stanno affrontando; perché questo non è un lavoro “normale” ma è stato concepito e realizzato come colonna sonora del documentario “Biserta. Storia a spirale”, un racconto, una narrazione che si fonde con le immagini. Di più, mi ha fatto pensare al teatro dei pupi. O dei burattini se volete, qui ogni strumento copre un ruolo ben preciso ed il racconto si fa reale man mano che procede l’ascolto. L’organetto, la tromba e l’antica melodia basca di “Maitia” ed il seguente bellissimo “Autumn” condotto dal tar di Reza Mirjalali – e la sua ripresa – raccontata in primo piano dal violino descrivono la “gioia e rivoluzione” tunisina e ti sembra di assaporare il profumo del Mar Mediterraneo, “Fragen” con il sapiente organetto accompagna il coro “Kinder-und Jugendchor der Theater Chemnitz” condotto da Pietro Numico che vuole essere un inno alla libertà, “Spirali” con le elaborazioni elettroniche di Simone Longo ed i suoni ambientali arabi, “Saramazurka” è una danza popolare che vola tra Piemonte e Biserta; musica che descrive immagini, dove Samara, Mohamed, Dhia e Khaled prendono vita durante l’ascolto ed alla fine quasi non ti ricordi più che queste composizioni fanno parte di un documentario, ed è questo il maggiore pregio di questo “Biserta”, incontro felice tra musica popolare antica e “nuova”.

Più l’ascolti e più vorresti vedere il documentario, “Biserta. Storie a spirale”.

(https://www.youtube.com/watch?v=N4NluJP3W4c&fbclid=IwAR3nURgmDNDftPC97hsM-Ufr4TKxhs78bP-q8zxvvUdMOoRLEG9yWjZBnqY)

 

 

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

Alabianca Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Certo che i sovracuti di clarinetto basso e le parole “a doppia voce” di Peppino Impastato che aprono questo lavoro dei piemontesi Blu L’Azard lascieranno perplessi gli “ortodossi del folk”, ma che importa, va bene anche conservare il sacro fuoco della tradzione ma a mio parere va ancora più bene andare avanti e lasciarsi influenzare da quello che ci suona “attorno”. Ma “Se si insegnasse la bellezza”, il brano di cui parlavo, indica la direzione di questo progetto in modo inequivocabile: piedi e testa nella tradizione delle valli alpine piemontesi (Val Maira, Valli di Lanzo, Valle di Susa) e delle loro affascinanti lingue ancestrali e sguardo verso le musiche e culture “altre”. L’avanguardia fianco a fianco della tradizione, suoni e strumenti alloctoni (il clarinetto basso, il flicorno ed il sassofono o le percussioni del maliano Makan Sissoko) che danzano assieme al violino, alla cornamusa ed alla fisarmonica ed agli ottoni della val di Lanzo: Flavio Giacchero (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamusa), Marzia Rey(voce, violino), Pere Anghilante (voce, fisarmonica) e Pierluigi Ubaudi (voce, flicorno baritono, oggetti sonori) l’hanno studiata bene realizzando un disco, un fiore all’occhiello del “nuova” musica popolare italiana. Certo, incastonare la poetica di Peppino Impastato, dell’armeno Adrian Varujian (“Pavots”), di Emily Dickinson (“Aracnica”) o della poesia trobadorica di  Peire Vidal (“Estat ai gran sazo”) nelle melodie tradizionali o di nuova composizione (“La Gàrdia”, ad esempio testo di Giacchiero con la combinazione di fisarmonica ed un azzeccato intervento “free” di sax soprano) è un’operazione al limite dell’azzardo ma non temete, il “sacro fuoco” non è stato spento ma anzi è stato ravvivato dal combo Blu D’Azard; musica da ascoltare attentamente, testi da leggere più e più volte. Musica, anche, come recita il titolo, anche da ballare.