IL DIAPASON incontra JOHN BRIAN VALLELY

IL DIAPASON incontra JOHN BRIAN VALLELY

IL DIAPASON INCONTRA JOHN BRIAN VALLELY

di Alessandro Nobis

Classe 1941, John Brian Vallely è una delle figure più carismatica e rappresentativa della tradizione irlandese dell’Ulster. Proveniente da una famiglia legata alla lingua irlandese ed allo sport, ha sviluppato un fortissimo legame con l’arte pittorica dipingendo con le sue tele ed i suoi pastelli aspetti della cultura irlandese, dallo sport alla musica, ed in questo ambito ha prodotto alcune tra le più suggestive copertine di dischi e CD come quelle di Robbie Hannan, di Kevin Crawford dei Lunasa, di Laoise Kelly e Tiarnan O’Duinchinn. Negli anni Ottanta ha esposto le sue opere anche in Italia, nella Dogana Vecchia di Lazise ed al Castello Scaligero di Malcesine, entrambe località del Lago di Garda. E’ stato segretario per la sede di Armagh del Ceoltoiri Chualann Eireann(1)fino al 1966, quando ebbe l’idea di fondare l’Armagh Pipers Club, che si occupa in modo molto efficace della didattica e nell’organizzazione del prestigioso William Kennedy Pipers Festival (#WKPF), incontro di pipers e di appassionati di tutto il mondo che anima la città di Armagh durante il mese di novembre e che quest’anno si terrà dal 19 al 22, CoronaVirus permettendo.

Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio la sua lunga storia soprattutto di musicista e di piper in particolare, di instancabile promoter e di studioso della musica irlandese che ha preferito ad un certo punto le nobili strade dell’arte e della didattica a quella di musicista professionista.

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Mr. Vallely, lei proviene da una famiglia con un forte legame verso le tradizioni irlandesi, in particolare quella linguistica e musicale. Quali sono le origini dei “Vallely” di Armagh?

Le origini sono molto lontane nel tempo. Il nome Vallely è già presente nell’era pre-cristiana semplicemente come Ailill. Nei primi tempi del cristianesimo appare come Mac Ailille nel distretto di Loughgall nella baronia di O’Neill vicino al Lago Neagh, ed in seguito nei documenti chiamati “The Hearth Rolls” del 1664 si trova il nome di Brian Bui McIlvallely (1624 – 1700) inglesizzato poi semplicemente come Vallely. Il cognome è associato alla cittadina di Cladymore (nella Contea di Armagh) ed è generalmente accettato dagli storici che la nostra famiglia arrivò da Cladymore ad Armagh nel diciottesimo secolo e di qui a Drumcairn, due miglia a nord di Armagh e questo a metà del diciannovesimo secolo.

Come si è avvicinato alla musica ed allo studio delle uilleann pipes, chi è stato il suo primo insegnante?

Posso definirmi più o meno un autodidatta: iniziai mentre studiavo all’Edinburgo College of Art; tra i miei amici c’era Tony Valentine, figlio di immigrati italiani, jazzista che suonava il corno in un gruppo formato da altri musicisti italiani, immigrati di seconda generazione ad Edimburgo. Ricordo che andammo a vari concerti jazz tutti assieme, tra i quali un memorabile concerto a Glasgow di Dave Brubeck. In quegli anni avevo sviluppato un forte interesse verso la musica tradizionale irlandese dopo avere ascoltato delle registrazioni del gruppo di Sean O’Riada, il Ceoltoiri Chualann: era il 1959 e a quel tempo ero iscritto al Belfast College of Art. A quel punto il mio interesse era diventato un’ossessione tanto che, ritornato a Edimburgo, mi portai tutte le registrazioni che potevo trovare a quel tempo assieme ad un giradischi. Il mio amico Tony mi incitava a suonare quella musica e mi convinse ad iniziare, accompagnandomi in un famoso negozio di cornamuse che si chiamava “Glenn’s”. Avevo deciso di orientarmi sul flauto per il momento e da Glenn’s c’era una magnifica collezione di flauti del 18° e 19° secolo. Non ero ancora sicuro se il suono che avevo in mente era quello del flauto e così il proprietario suonò per me “Rock Road to Dublin” e finì che acquistai un flauto tedesco a otto chiavi costruito nel 19° secolo.

Qualche tempo dopo fui attirato da un suono che però non riuscivo ad identificare, e quando feci visita ad un negozio di dischi a Belfast cerai di descrivere quel “suono” al proprietario Billy McBurney, che aveva registrato e pubblicato numerosi dischi di musica irlandese tra i quali quelli di Roger Sharlock, il flautista, e Sean Maguire, il violinista. Fu in quell’occasione che mise sul giradischi del negozio “‘The Ace and Deuce of Pipering” di Seamus Ennis. Ovviamente il suono che cercavo era quello delle uilleann pipes e di lì a poco venni in possesso di un altro EP a 45 giri, stavolta di Willie Clancy: era “The Chanter’s Song” registrato con Margaret Barry e Michael Gorman.

Dal punto di vista stilistico chi sono i pipers che lo hanno più influenzato?

Devo dire di essere stato abbastanza fortunato ad avere avuto la possibilità di ammirare dal vivo due straordinari musicisti che ancora mi affascinano, Willie Clancy e Seamus Ennis. In ogni caso devo ammettere che le registrazioni di Patsy Tohuey mi fecero una grande impressione e per anni ho cercato di imitare il suo inconfondibile “stile staccato”; credo ancora che la base per un piper sia questo stile che cerco sempre di insegnare ai miei studenti. Ma ritengo anche che suonare la cornamusa sia “semplicemente musica” e non ho alcun approccio dogmatico verso di essa. I grandi solisti utilizzano sia il “legato” che lo “staccato”, alzavano il chanter dal ginocchio per enfatizzare il loro suono.

Secondo me non esiste uno stile particolare nel suonare, o uno stile regionale, ma poi nella realtà abbiamo avuto Johnny Doran, Willie Clancy, Leo Rowsome, Seamus Ennis e molti altri grandi solisti che sono la prova di una grande diversità nell’approccio allo strumento.

Chi è il liutaio che ha costruito il suo set di pipes?

Il set che uso attualmente fu costruito dal liutaio inglese Dave Williams, che diede un grande contributo allo sviluppo dello stile costruttivo ma che purtroppo è mancato troppo presto.

E il suo primo set di uilleann pipes?

Ho iniziato con un set di Matt Kiernan di Dublino che pagai £8 e più avanti con un set Crowley fabbricate negli anni ’30 se ricordo bene, che pagai £20: a quel punto avevo un set di pipes ma nessuna idea di come si suonassero. Deve sapere che non c’erano maestri in circolazione e così iniziai a suonarle come si suona un flauto; avevo subito capito che c’era qualcosa che non andava (e c’era veramente), non avevo ben capito la tecnica per “chiudere” il chanter sul ginocchio!

Così cercavo in qualche modo di arrangiarmi con le pipes mentre suonavo il tin whistle ed il flauto con mio fratello Dara e mio cugino Fintan, entrambi più giovani di me. Dara ha sempre suonato ed era molto portato per la musica e Fintan allora aveva un suono molto spontaneo e naturale e comunque entrambi avevano un “grande orecchio” musicale: hai bisogno di un buon orecchio musicale se non hai a disposizione libri sulla musica tradizionale ma solo pochi dischi da poter ascoltare e riascoltare. A pensarci bene, potevo trasportare tutti i dischi a disposizione in una sola mano!

L’incontro con Frank McFadden a Belfast fu importante per me, una vera svolta: lui era un liutaio di seconda generazione, costruiva cornamuse e uilleann pipes. Quando non insegnava, suonava per me. Pensa che a quel tempo chiedeva £8 per un set per esercitarsi, £50 per mezzo set e £80 per uno completo!

Un bel giorno con mio fratello Dara decidemmo di andare ad incontrare Willie Clancy a casa sua; così partimmo con le nostre biciclette e tre giorni dopo arrivammo a Miltown Malbey dove lo incontrammo. Ricordiamo ancora il suo caldo benvenuto e l’incoraggiamento che ci diede.

Lei ha lasciato nel 1966 il C.C.E. per fondare l’Armagh Pipers Club. Ci può raccontare le motivazioni, e con chi ebbe l’idea di fondare il Club?

Mentre mi trovavo ad Edimburgo seppi dell’esistenza del CCE e partecipai a numerosi Fleadheanna Cheoil(2). La mia partecipazione al primo fu piuttosto rocambolesca perché per arrivare a Belfast anziché viaggiare su di un normale traghetto passeggeri mi trovai su una nave che solitamente trasportava bestiame. Ci volle una notte intera e quindi i numerosi musicisti irlandesi e scozzesi a brodo incluso il piper Pat McNulty, scomparso da poco, suonarono tutta la notte. Decisi di non ritornare a casa ma di continuare a viaggiare con loro fino a Cones dove ebbi la grande fortuna di incontrare Felix Doran e l’allora giovane Finbar Furey. Questa esperienza ebbe una grande influenza su di me.

Tornato ad Armagh entrai a far parte della sede locale del CCE ed iniziai ad organizzare concerti, e tra i musicisti che invitai voglio ricordare Seamus Ennis. Ho sempre pensato che il CCE avesse salvato la musica irlandese e l’avesse portata “allo scoperto” in un Paese che era davvero ostile alla musica sia per ragioni politiche che religiose. Il clero locale era totalmente contro la musica ed i musicisti ed il governo era allineato sulle posizioni della Chiesa approvando leggi contro la tradizione degli anni passati come le popolari feste tradizionali che si tenevano nella case dove si suonava e si ballava. Molte persone si trovarono ad essere criminalizzate a partire dagli anni Trenta per questo motivo. In ogni caso iniziai a notare un atteggiamento negativo verso le ulleann pipes anche se una delle missioni del CCE era quella di valorizzare le pipes e l’arpa.

Con il CCE non mi sono lasciato male, anche se alla fine me ne allontanai. L’Armagh Pipers Club ha sviluppato negli anni attività indipendenti come la partecipazione alle “Fleadh competitions”(3)e questo sin dall’inizio, nel 1966. Partecipammo come A.P.C. fino a quando una nuova regola istituita dal CCE stabiliva che solamente le sezioni appartenenti all’associazione potevano parteciparvi e che non avrebbero più accettato club o gruppi “esterni”. Quindi per competere bisognava iscriversi, e questa regola è valida ancora oggi e così abbiamo numerosi pipers che per partecipare alle competizioni si sono dovuti iscrivere al CCE. Noi questo lo tolleriamo, ma crediamo fermamente che le competizioni non hanno nessuna validità nella musica.  Trovo divertente che alcune sedi locali del CCE si vantino dei successi dei loro pipers non avendo loro insegnato lo strumento. Il nostro ruolo è semplicemente quello didattico e di promozione perciò ignoriamo del tutto questo comportamento che ritengo infantile.

Qual è stata l’evoluzione del Club in questi 50 anni e quali sono le sue principali attività per promuovere la cultura musicale irlandese? Al momento quanti sono gli studenti?

All’inizio il club era formato dal sottoscritto, da mio fratello Dara e da mio cugino Fintan ed in seguito si aggiunse il violinista Peter Mackay, purtroppo scomparso. Nel 1968 incontrai Eithne Ní Chiarda, una gran violinista del Donegal che stava imparando a suonare le uilleann pipes a Dublino con Leo Rowsome, visto che era amica della figlia Helena. Nel 1969 Eithne ed io ci sposammo e questo ebbe un enorme impatto sulla direzione dell’Armagh Pipers Club; lei non solamente era ed è una grande violinista ma aveva una collezione di dischi di musica tradizionale che aveva iniziato da giovanissima ed aveva lavorato con Breandan Breathnach trascrivendo le sue registrazioni “sul campo” molte delle quali vennero poi pubblicate dalla Ceol Rinnce na hEireann. Il 1972 fu un anno importante perché il Club pubblicò il primo dei suoi volumi didattici sulla musica tradizionale irlandese che in poco tempo divennero popolari in Irlanda e in tutto il mondo – c’erano già naturalmente molte collezioni stampate a partire dal 19° secolo, ma il nostro volume era un volume “graduato” basato sulle nostre classi ed era un tentativo di mettere in stampa quelle che erano le nostre idee sull’insegnamento della musica dopo il collasso della trasmissione orale all’interno dei nuclei familiari. A metà del 20° secolo la maggioranza dei nostri allievi non provenivano da famiglie di musicisti.

Per un lungo periodo abbiamo avuto dai 150 ai 250 allievi, al momento superiamo i 200 molti dei quali arrivano da otto delle contee irlandesi.

Nella scuola del Club si sono formati musicisti che in seguito sono diventati professionisti: Coonla, Goitse, Nomos, Flook tra gli altri. Una bella soddisfazione!

Uno dei più interessanti sviluppi che ci hanno gratificato maggiormente è stata la carriera musicale di artisti che si sono iscritti alla nostra scuola all’età di 7 – 8 anni ed hanno proseguito nella vita come musicisti; questo sta continuando, noi abbiamo almeno due generazioni di studenti che suonano professionalmente ed una terza che sta procedendo in questo senso.

JOHN BRIAN VALLELY
John B. Vallely nel suo studio di Armagh

Se vogliamo parlare de primi tempi del Club, i membri fondatori Dara e Fintan suonano il primo negli Armagh Rhymers ed il secondo ha registrato due dischi e continua a pubblicare volumi sulla tradizione musicale irlandese, ma il primo allievo che personalmente ho avuto è stato Eamonn Curran, il primo a decidere di proseguire come professionista suonando le uilleann pipes ed il tin whistle e registrando per molti anni con i Reel Union di Dolores Keane e John Faulkner con Mairtin O’Connor e Sean Keane. Anche Francis Rock fu un mio allievo che veniva dalla Germania e suonava in gruppo, gli Sheevon, e quindi Mark Donnelly che suonò e registrò con i Craobh Rua (che suonarono anche in Italia, n.d.r.). Voglio ricordare anche Patricia Vallely con la sua straordinaria voce che fece parte dei Reel to Reel.

Poi abbiamo avuto allievi come Brian Finnegan degli Upstairs in a Tent e poi dei Flook (che si sono esibiti in Italia), Niall Vallely dei Nomos (anche loro fecero un tour dalle nostre parti n.d.r.) e Buille con suo fratello Caoimhin, Cillian Vallely con parecchi gruppi negli Stati Uniti e ora da qualche anno con i Lunasa (suonarono anche a Verona tra l’altro, n.d.r.), Tiarnan O’Duinchinn apprezzatissimo solista e Leo McCann che fece parte del gruppo scozzese Malinky. Anche Barry Kerr è im relazione con il Club, è stato nostro allievo ed anche insegnante. Niall Murhpy, Jarlath Henderson, Dermot Mulholland e molti altri attualmente suonano in gruppi o sono degli ottimi “solo performer”

Per noi del Club tutto questo ci ha dato e ci dà tuttora moltissima soddisfazione ed orgoglio e la certezza che i nostri allievi continueranno a sviluppare il loro interesse verso la musica.

In Irlanda ci sono ancora “dinastie” che trasmettono alle nuove generazioni la passione per le tradizioni popolari, e credo sia un fenomeno unico in Europa. Quale secondo lei è la ragione?

In Irlanda la musica è sopravvissuta per generazioni attraverso la trasmissione orale all’interno delle famiglie e ci sono innumerevoli esempi di questo, come le famiglie Rowsome e Potts. Non so perché l’Irlanda rappresenti un esempio unico di questo fenomeno in Europa ma che invece è molto comune in Africa ed in Asia. Personalmente credo che la nostra situazione di “isola” abbia favorito il mantenimento delle tradizioni culturali attraverso le generazioni. L’Irlanda per più di un millennio ha subito invasioni senza fine ed è stata soggetta a persecuzioni rispetto a qualsiasi aspetto della vita come la religione, la lingua e la musica; le nostre tradizioni sono sopravvissute anche per manifestare con orgoglio il diritto di essere trattati come essere umani e questo testimonia la forza dei nostri predecessori.

Con sua moglie Eithne violinista e insegnante, che proviene da una famiglia di musicisti mi sento di dire che ha fondato una nuova dinastia di musicisti. Tutti i vostri figli sono bravi musicisti, Cillian, Caoimhin e Niall hanno brillantemente intrapreso la carriera professionista, Lorcan si è ispirato alla sua arte pittorica, Maire è un’importante figura all’interno del Club. Mr. Vallely, può essere orgoglioso di quello che con Eithne avete costruito ……… e poi ci sono i nipoti; suonano anche loro?

Nella mia famiglia la musica è viva e vegeta anche nei nostri figli e nipoti. Tutti e dieci i nipoti suonano, musica classica ed anche tradizionale; Muireann ed Aine, le figlia di Niall suonano rispettivamente il violino, la concertina ed il flauto mentre Aine ha regitrato una canzone nella più recente pubblicazione dell’Armagh Pipers Club “Dobbins Flowery Vale”. I tre figli di Caoimhin suonano, Oisin suona il pianoforte e le uillenn pipes, Liam la chitarre e Ronan il violino e naturalmente anche quelli di Cillian suonano: Ciara il violino, Sinead il flauto mentre Eimear è una cantante. Infine i due figli di Lorcan vivono ad Armagh e seguono i corsi di uilleann pipes. Così la musica continua …..

Lei è un apprezzatissimo pittore. Alcuni dei suoi dipinti sono stati utilizzati per copertine di CD, ha esposto in molti Paesi ed ha avuto sempre un’attenzione verso gli aspetti della cultura irlandese. Per dedicarsi a questa attività ha dovuto rinunciare all’attività di musicista e di concertista; quando ha fatto questa scelta?

Beh, non ho mai suonato da professionista e non ho mai sentito il contrasto tra l’essere musicista, artista ed anche sportivo, aspetti sempre presenti, pacificamente, nella mia vita: tutti interagiscono e si incontrano nei miei dipinti che sempre riflettono i miei interessi dalle mie opere “mitologiche” degli anni Cinquanta e Sessanta a quelle ispirate dalla musica e dallo sport dagli anni Settanta a tutt’oggi.

Ho sempre vissuto una vita indipendente e non ho mai avuto un “lavoro” e sono stato fortunato di poter spendere tutta la vita facendo quello che più mi piaceva, suonando musica, dipingendo, gareggiando e organizzando gare di atletica.

Mr. Vallely, grazie per la sua disponibilità e …….. arrivederci ad Armagh.

(1)– Il Ceoltoiri Chualann è un gruppo di musicisti nato attorno alla figura di Sean O’Riada per suonare la colonna sonora della commedia “The honey Spike” di Bryan MacMahon alla fine degli anni Cinquanta. Fecero parte del C.C.R. Sean Kean, Martin Fay, Paddy Moloney, Michael Turbridy e Peadar Mercier che poi divennero The Chieftains.

(2)– Le parole irlandesi “Fleadheanna Choil” sono il plurale di “Fleadh”, festa musicale. Si tratta di festival organizzati per puro divertimento, senza scopi commerciali, dal C.C.E., il primo dei quali si tenne a Monaghan nel 1952

(3)– Le “Fleadh Competions” sono delle vere e proprie gare di abilità tra musicisti, cantanti e ballerini con tanto di attestati, coppe e medaglie.

“IL DIAPASON” MEETS JOHN BRIAN VALLEY of the Armagh Pipers Club.

“IL DIAPASON” MEETS JOHN BRIAN VALLEY of the Armagh Pipers Club.

“IL DIAPASON” MEETS JOHN BRIAN VALLEY of the Armagh Pipers Club.

di Alessandro Nobis. Thanks Ciarán Ó Maoláin

Born in 1941, John B. Vallely (known to his friends as Brian) is one of the most charismatic and significant figures of the Irish tradition of Ulster. Coming from a family linked to the Irish language and sport, he developed a strong presence in the art world. His oil paintings and pastels illustrate aspects of Irish culture, from sport to mythology to music, and in this area he produced some of the more striking record and CD covers such as those of Robbie Hannan, Kevin Crawford of Lúnasa, Laoise Kelly and Tiarnán Ó Duinnchinn. In the 1980s he also exhibited his works in Italy, in the Old Customs House in Lazise and at the Scaligero Castle in Malcesine, both locations on Lake Garda. He was secretary of the Armagh branch of Comhaltas Ceoltoirí Éireann until 1966, when he had the idea of ​​founding the Armagh Pipers Club. The Club provides teaching and expertly organises the prestigious William Kennedy Piping Festival, a meeting of pipers and fans from all over the world that animates the city of Armagh during the month of November.

We met him to learn more about his long history, especially as a musician and piper in particular, as a tireless promoter and scholar of Irish music who at a certain point chose the noble paths of art and teaching over that of a professional musician.

Mr Vallely, you come from a family with a strong connection to Irish traditions, especially linguistic and musical traditions. What are the origins of the Vallelys of Armagh?

The Vallely name in one form or another has been recorded in Armagh since pre Christian times as simply Ailill. In early Christian times the name appears as Mac Ailille around the Loughgall district in the Barony of O’Neill near Lough Neagh. In the 9th& 10thCenturies the name appears as Giolla Mh’Ailille and Mac Giolla Mh’Ailille. Then in the Hearth Rolls of 1664 we find the name Brian Bui McIlvallely (1624-1700). Anglicisation of the name eventually devolved to simply Vallely. Thereafter the name is closely associated with Cladymore and it’s generally accepted that our family came from there to Armagh City in the 18thCentury and eventually to the old family farm at Drumcairn two miles North of Armagh in the mid 19thCentury.

How did you get started with music and studying uilleann pipes, who was your first teacher?

I am more or less a self taught musician beginning while studying art at Edinburgh College of Art where among my friends was the son of Italian emigrants Tony Valentine who was a jazz musician playing ‘flugo horn’ in a jazz group composed of other 2ndgeneration Italian musicians from Edinburgh. We went to various jazz concerts together including a memorable visit to Glasgow to hear Dave Brubeck. At that time I had developed a serious interest in Irish traditional music after hearing a recording of Sean O Riada’s group Ceoltoiri Cualann in 1959 around the time I went to Belfast College of Art. By the time I went to Edinburgh in 1961 I had become obsessive about the music and brought with me all the recordings I could find at the time plus a record player. My friend Tony constantly asked me why I didn’t play this music so eventually he persuaded me to start trying to play by bringing me to a famous bagpipe shop in Edinburgh called Glenn’s. I had decided I liked the flute best at this stage and in Glenn’s there was an amazing selection of 18thand 19thcentury simple system flutes. I still wasn’t exactly sure if it was the flute sound I liked so the proprietor played a tune for me which I recognised as the Rocky road to Dublin. So I bought a 19thCentury 8 key German simple system flute.

Shortly after this I identified another sound that captivated me but which I couldn’t initially identify. Eventually after visiting a record shop in Belfast which promoted Irish music I tried describing this sound to the owner Billy McBurney who recorded lots of traditional music and released quite a nunber of important LPs of musicians including Roger Sherlock flute player and Sean Maguire fiddler among many others. He eventually played me an extended play 45 recording called ‘The Ace and Deuce of Pipering’ by Seamus Ennis. Of course the instrument I was looking for was the uilleann pipes. I eventually got another EP 45 recording featuring Willie Clancy called ‘  the Chanter’s Song’ which included Margaret Barry and Michael Gorman.

From a stylistic point of view, who are the pipers who have influenced you most?While I like most pipers I have to say there are a few that stand out over the years – at an early stage I was fortunate enough to be exposed to the live playing of two amazing musicians who still captivate me and they were Willie Clancy and Seamus Ennis. Patsy Touhey’s recordings however made a huge impression on me and I tried for years to follow his staccato style. In fact I still think it is the basis of all piping and certainly I try in teaching to get my pupils to play like this. However piping is fundamentally music so there is in my mind no absolute dogmatic way to play. The great players employ both stacato and legato fingering – at times they even lift the chanter off the knee for emphasis. So in my view there is no particular definitive style or regional style of playing – instead we have the Johnny Doran, Willie Clancy, Leo Rowsome or Seamus Ennis style plus lots of other great individualists testifying to the great diversity of uilleann piping.

Who made your set of uilleann pipes? And do you remember your first set?

The pipes I am now playing were made by the late Dave Williams an English pipe maker who contributed so much to uilleann pipe making and died tragically far too early.

Eventually I got a practice set of uilleann pipes made by Matt Kiernan of Dublin which cost me £8 and sometime later I got a full set of Crowley pipes made in the 1930s I think – this set cost me £20! So I had pipes but no idea how to play them. There was no one teaching them so I started off playing them like the flute. However I felt there was something wrong (which there was) as I didn’t know I had to close the end of the chanter on my knee!  So painfully I struggled away on my own on the pipes while still playing the tin whistle and flute with my brother Dara and cousin Fintan both much younger. Dara had always played music and could pick up instruments very quickly. Fintan was a natural and both had great musical ears. You needed a good musical ear as there were no books of traditional music available and very few recordings. In fact at that time I could carry all the available traditional LPs in one hand!

Meeting Frank McFadden in Belfast was an important milestone for me as he was a second generation uilleann pipes and bagpipe maker. While he didn’t teach me he often played for me while I watched and listened. At that time he was charging £8 for a practice set, £50 for a half set and £80 for a full set!

Then my brother Dara and myself decided to try and visit Willie Clancy. So one day we set off on our bikes arriving 3 days later in Miltown Malbay where we met Willie and he was very very welcoming and encouraging.

You left the CCÉ in 1966 to found the Armagh Pipers Club. Can you tell why, and with whom did you have the idea to found the Club?

While in Edinburgh I discovered CCE and travelled to various Fleadheanna Cheoil. My first visit was almost accidental as I found myself on the Glasgow to Belfast boat not a ferry as it was mostly used for transporting cattle. It took all night so there was a lot of music and singing from a large group of Scottish/Irish musicians including a piper called Pat McNulty who only died quite recently. I didn’t go home but continued on to Clones with them where I had the great good fortune to meet Felix Doran and a young Finbar Furey. This had a huge influence on me.

Returning to Armagh I  immediately got involved with the local CCE and started organising concerts. I brought Seamus Ennis to play at some of these concerts. I always thought CCE had saved Irish music through bringing it out into the open and giving it a platform in a country that was very hostile to the music from both a political and religious aspect. The local clergy were very much against the music and the musicians and the Irish government generally concurred with this and had passed laws against innocent traditional pastimes such as the popular house ceilis. Lots of law abiding people had from the 1930s onwards found themselves criminalised for hosting ceilis in their houses.

However I began to detect a certain negative attitude towards the uilleann pipes despite the CCE stated mission to revive the playing of the pipes and the harp.

I didn’t abruptly leave CCE although I walked away from the local administration end of it. The Armagh Pipers Club developed alongside our ongoing CCE activities like participation in Fleadh competitions so it was an organic development that started in late 1966. We entered competitions as Armagh Pipers Club until CCE brought out a new rule that they wouldn’t accept entries from groups that weren’t members of a branch of CCE. So what they were saying was that a musician had to nominally join a branch of CCE in order to compete. This rule still applies so we have many members who compete in these competitions as members of CCE. We tolerate this as we don’t believe that competitions have any validity in music. However it is amusing to see some of these CCE branches claiming the success of their uilleann pipers or harp players in CCE competitions while they don’t even teach those instruments. However our role is simply to teach and promote the music so we ignore this childish behaviour.

How has the Club evolved over the past 50 years and what are its main activities to promote Irish musical culture? At the moment how many students are there?

Initially the club consisted of just my brother Dara and cousin Fintan later joined by a fiddler called Peter Mackey now deceased. In 1968 I met Eithne Ní Chiarda a great fiddle player from Donegal who was learning uilleann pipes in Dublin with Leo Rowsome as she was friendly with Leo’s daughter Helena. Then in 1969 Eithne and myself got married and this had an enormous impact on the direction of the Armagh Pipers Club. Eithne was not only a great musician but she had been collecting and recording traditional music from an early age and had worked with Breandan Breathnach transcribing his field recordings many of which were published in his various Ceol Rinnce na hEireann books.

Very shortly after this in 1972 we published the first of the Armagh Pipers Club tutor books which quickly became popular in Ireland and indeed all over the world – they were the first dedicated tutor books for teaching Irish Traditional music. There were of course lots of collections about since the 19thCentury but our books were graded books based on our classes and an attempt to put in print our ideas on teaching the music following the general collapse of the rural age old transmission system through families. In the mid 20thCentury a majority of pupils were coming to the Pipers Club from non musical families.

For many years now our pupil numbers have varied between 150 and 250 – at the moment we have a little over 200 many travelling long distances from the 8 counties we cover North and South.

Many musicians trained in the Club school later became professionals; Connla, Goitse among others. That must give you satisfaction!

One of the most satisfying developments that has made all our efforts worthwhile has been the musical careers that have started off for musicians who came as 7 and 8 year old children to our classes and now in their 40s and 50s pursue professional careers in the music. And this is continuing still so we now have at least two generations of pupils performing professionally and a third generation following through.

Founding members Dara and Fintan Vallely went on to pursue professional careers in music – Dara with his world famous group The Armagh Rhymers and Fintan through his recordings and many publications.

The first uilleann pipes pupil I taught was Eamonn Curran and he was also the first to pursue a professional career playing and recording for many years with the group Reel Union that was led by Dolores Keane and John Faulkner and included musicians like Sean Keane and Mairtin O’Connor. Eamonn played uilleann pipes and tin whistle with the group. Then there was Francis Rock another pipe pupil who went to Germany and played and recorded with a group called Sheevon. The late Mark Donnelly played and recorded with the group Craobh Rua. Then Patricia Vallely from a wonderful singing family played and recorded with her group Reel to Reel. Later then we had a whole series of past pupils like Brian Finnegan with Flook, Niall Vallely with Nomos and later Buille along with his brother Caoimhin, Cillian Vallely with various groups in American and now for many years with Lunasa, Tiarnan O Duinnchinn who played and recorded with many groups as well making solo recordings and  Leo McCann who played and recorded with many Scottish groups including Malinky. Barry Kerr too is associated with the club having attended one of our summer music schools, was taught by a former pupil of the club and himself taught classes in the club. More recently there are past pupils like Niall Murphy, Jarlath Henderson, Dermot Mulholland and many more featuring in groups and making recordings. These and many more do give us a lot of satisfaction and knowledge that our pupils are continuing to develop the music. 

In Ireland there are still “dynasties” that transmit the passion for popular traditions to the next generations, and I believe it is a unique phenomenon in Europe. What do you think is the reason?

In Ireland the music survived for generations through family traditions being passed on and there are many examples of this just to mention two, namely the Rowsome and Potts families. I don’t know why Ireland represents such a unique European dynastic family tradition as it is quite common in Africa and Asia with vast multi-generational musical dynasties. I suppose our situation as a formerly remote island would have helped establish close cultural traditions handed down through generations. However despite that Ireland for over a thousand years was subjected to endless invasions and persecutions aimed at every aspect of life including religion, language, music and in fact the very right to be regarded as a human being. However for some reason our traditions survived which is a testimony to the fortitude of our ancestors.

Along with your wife Eithne, a fiddler and teacher who comes from a family of musicians, it may be said that you have founded a new dynasty of musicians. All your children are good musicians, Cillian, Caoimhín and Niall have brilliantly embarked on professional careers, Lorcan was inspired to become an artist, Maire is an important figure within the Club. Mr Vallely, you can be proud of what you have built with Eithne… and then there are the grandchildren; do they play too?

Within my own family the music is alive and well in the two generations of our children and grandchildren. All 10 of our grandchildren play music with a mixture of classical as well as traditional. Niall’s children Muireann and Aine play respectively fiddle, flute, concertina and Aine has recorded a song in the Pipers Club most recent publication Dobbins Flowery Vale. Caoimhin’s three children all play with Oisin playing pipes and piano, Liam playing guitar and Ronan playing fiddle. Cillian’s three children all play and sing with Ciara on Fiddle, Sinead on flute while Eimear sings. Lorcan’s two children live in Armagh and attend the Pipers club classes. So the music will continue.

JOHN BRIAN VALLELYYou are highly regarded as a painter. Some of your paintings have been used for CD covers, you have exhibited in many countries and have always paid attention to aspects of Irish culture. To devote yourself to this activity you had to give up what might have been a career as a musician and concert performer; when did you make this choice

While I never played professionally I never felt any conflict between the various aspects of my life – painting, music and sport exist comfortably in their own compartments of my life. All three interact and meet in my painting through my subjects which always reflect my interests in life from my mythological paintings of the late 50s and early 60s to my music and sport themed paintings from the 70s to the present day. I have always lived an independent life and never had a job so I was lucky to be able to spend all my life doing what I liked whether playing music, painting or competing and organising athletics.

Mr Vallely, thank you for your time, until we meet again in Armagh.

IL DIAPASON INCONTRA JAMAL OUASSINI della Società D. Alighieri di Tanger (Marocco). Seconda parte

IL DIAPASON INCONTRA JAMAL OUASSINI della Società D. Alighieri di Tanger (Marocco). Seconda parte

IL DIAPASON INCONTRA JAMAL OUASSINI (seconda parte)

di Alessandro Nobis

Qui la prima parte: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/03/15/il-diapason-incontra-jamal-ouassini-della-societa-dante-alighieri-di-tanger-marocco/)

Il progetto MeDA fa seguito al documento di promozione culturale “Italia, Culture, Mediterraneo”, ciclo di iniziative pensato per favorire la promozione linguistica e culturale italiana nei Paesi dell’area mediterranea, nell’ambito del Piano straordinario “#Vivere all’Italiana”. Tra le numerose iniziative segnalo un ciclo sul cinema Italiano in collaborazione con la cineteca RIF di Tangeri, dal titolo “Les Jeudis du Cinéma Italien” con la proiezione difilm in lingua originale sottotitolati in francese. Anche questa iniziativa ci ha dato una grande visibilità, siamo alla seconda edizione, il successo è notevole e la sala è sempre affollata.

Attualmente sono attivi i corsi di italiano tenuti dalla Dott.ssa Carla Landi proveniente da Bologna, e con grande soddisfazione le dico quest’anno abbiamo avuto il nostro primo studente che ha  ricevuto una borsa di studio per proseguire i suoi studi in Italia.Inoltre sono attivi alcuni corsi di musica in italiano in collaborazione con alcuni musicisti ed esperti italiani, abbiamo un’ottima collaborazione con l’Accademia di Alta Formazione Musicale di Verona e per il prossimo anno prevediamo di  estendere la nostra collaborazione anche con i conservatori di musica italiani su  diverse iniziative soprattutto nel campo della propedeutica e didattica  musicale in generale. Attivi anche laboratori di pittura e disegno con la giovane artista Elisa D’Urbano di Roma della University of Fine Arts Rome.

Per quello che riguarda le iniziative in programma, il prossimo giugno parteciperemo per la terza volta al salone internazionale de libro di Tangeri organizzato dall’istituto di cultura francese mentre in autunno avremmo qui una residenza musicale con musicisti provenienti dalla rete MeDA per avviare un Ensemble Mediterraneo con una forte impronta italiana. In programma inoltre (2020/21) un corso di formazione per tecnici teatrali con docenti provenienti da Roma, Bologna e da Reggio Emilia, un laboratorio di regia e tecniche per girare un documentario dal titolo “Girare un Documentario parlando Italiano” tenuto dal prof. Ruggero Cigli. Ancora un laboratorio di Glottodidattica teatrale a cura della Dott.ssa Donatella Danzi presidente del comitato DA di Madrid in collaborazione con l’università e il festival internazionale universitario di Tangeri.

Organizziamo regolarmente anche incontri su la cucina italiana grazie alla disponibilità e la generosità di chef e italiani appassionati residenti a Tangeri, e colgo l’occasione per ringraziare  Pierantonio Costantino di Verona (El Piero) per averci offerto un interessantissima conferenza e degustazione dal titolo “Viaggio in Italia attraverso i suoi sapori” e il laboratorio sulla cucina italiana offerto alla scuola superiore internazionale del turismo di Tangeri.

– I corsi di lingua italiana che tenete sono tenuti da Docenti italiani del Ministero della Pubblica Istruzione?

I corsi sono tenuti da Docenti italiani con tanta esperienza di insegnamento di italiano agli stranieri, formati ed autorizzati dalla sede centrale D.A. a Roma.

– Ci sono contatti con il sistema scolastico del nostro Paese, in particolare con i C.P.I.A. che si occupano dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri di nuova e meno nuova immigrazione?

La sede centrale D.A. di Roma tiene regolarmente i rapporti con il Ministero dell’Istruzione, e ci tiene regolarmente aggiornati oltre ad organizzare periodicamente corsi di aggiornamento e formazione  per i nostri insegnanti. Con i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti abbiamo avuto dei contatti con il Centro di Verona, ma non c’è ancora stata una progettazione comune.

– Le attività del Centro Culturale si svolgono durante l’anno o seguono il calendario dell’anno scolastico?

I corsi di lingua italiana seguono per il momento il calendario scolastico, mentre nel periodo estivo ospitiamo diversi studenti provenienti dalle università italiane che vengono qui a studiare l’arabo e la DARIJA (dialetto marocchino), un’ottima occasione per i nostri studenti per incontrare giovani colleghi italiani: un momento per praticare la lingua per entrambi, conoscersi e scambiare idee, mentre dal prossimo anno cominceremo ad ospitare musicisti e studenti di musica interessati alla musica Arabo Andalusa e tradizionale e accoglieremo musicisti italiani disponibili per condurre dei seminari e corsi di perfezionamento. In futuro estenderemo il progetto alla rete MeDA.

– Qual è a suo avviso l’interesse del pubblico verso la cultura italiana? E, nello specifico, qual’è l’età delle persone che frequentano il centro?

Quello che ho notato immediatamente qui è che c’è un grande interesse per la cultura italiana innanzitutto per il cinema, la moda, cucina e musica, motivo per il quale ci hanno accolto a braccia aperte e ci dimostrano continuamente il loro interesse con la loro massiccia partecipazione e la collaborazione volontaria: i risultati ottenuti ad oggi lo dimostrano dopo tanti anni di assenza totale dell’Italia da questo punto strategico del mediterraneo, e siamo solo all’inizio.

– Come vede il futuro della Società Dante Alighieri in un mondo che cambia molto velocemente?

Nello scorso mese di luglio si è svolto a Buenos Aires l’83° Congresso Internazionale della Dante Alighieri, il prossimo anno prevediamo i secondo congresso MeDA a Siviglia. Più i comitati si uniscono, collaborano e condividono competenze più la Dante Alighieri diventa il riferimento e il centro di promozione culturale italiana unico a livello mondiale, oltre a giocare un importantissimo ruolo per l’incontro e l’interscambio culturale tra i popoli.

 

 

IL DIAPASON INCONTRA JAMAL OUASSINI della Società Dante Alighieri di Tanger (Marocco). Prima parte.

IL DIAPASON INCONTRA JAMAL OUASSINI della Società Dante Alighieri di Tanger (Marocco). Prima parte.

IL DIAPASON INCONTRA JAMAL OUASSINI della Società Dante Alighieri di Tanger (Marocco)

di Alessandro Nobis

Fondata 129 anni or sono (correva l’anno 1889) da un gruppo di intellettuali guidati nientedimeno che da Giosuè Carducci (ricordo che nel 1909, primo degli italiani, gli fu attribuito il Premio Nobel per la letteratura), la Società Dante Alighieri (da luglio del 2004 una organizzazione ONLUS) ha acquisito soprattutto nel dopoguerra un prestigio internazionale grazie al lavoro di oltre 400 comitati sparsi nei cinque continenti ed ai 100 presenti in Italia.

Obiettivo dei comitati della Dante Alighieri è, come sottolinea l’articolo 1 dello Statuto Sociale “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana“attraverso innumerevoli iniziative e manifestazioni, dai corsi di lingua a conferenze ed incontri fino all’istituzione di biblioteche e di borse di studio.

Per ciò che concerne i corsi di lingua italiana, la Società dal ’93 fornisce agli studenti la certificazionelinguistica PLIDA (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), riconosciuta dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricercaattestando la competenza linguistica secondo una scala di sei livelli rappresentativi di altrettante fasi del percorso di apprendimento della lingua secondo i criteri stabiliti dal Consiglio d’Europa.

Abbiamo incontrato Jamal Ouassini, ben conosciuto ed apprezzato musicista e promotore culturale di origine marocchina ma residente da molti anni in Italia che ricopre con grande competenza il prestigioso ruolo di direttore del “Dante Alighieri Tanger Centre Culturel Italienne”; un’occasione per conoscere nello specifico le attività culturali che il violinista maghrebino coordina in quel di Tangeri.

– Signor Ouassini, in cosa consiste l’incarico che ricopre a Tanger e da quanto tempo si è insediato?

Il comitato Dante Alighieri di Tangeri fu fondato nel lontano anno 1920, ed ha svolto un importantissimo ruolo nella città per la promozione della lingua e della cultura italiana, basti pensare che intorno al 1935 la sede centrale di Roma inviò un cospicuo numero di volumi per l’allestimento di una biblioteca italiana che diventò poi punto di riferimento per le future generazioni di giovani marocchini che studiano e si interessano alla cultura italiana e figli delle famiglie italiane residenti. Io sono di Tangeri e mi ricordo benissimo gli eventi culturali organizzati dalla Dante Alighieri, concerti (i miei primi passi verso la musica italiana), proiezione di documentari e film, mostre d’arte. La sede del comitato era situata nel prestigioso palazzo delle istituzioni Italiane a Tangeri che è anche sede della scuola italiana della città e della la casa d’Italia, spazio di ritrovo per le famiglie Italiane immigrate a Tangeri alla fine del 1800 e inizio 1900 nell’allora città internazionale, porta dell’Africa per l’Europa e porta dell’Europa per l’Africa e ideale punto di incontro delle due culture.

Con la decisione del governo italiano di chiudere la scuola italiana di Tangeri nel 1994/95 (mai nessuno ha capito tale decisione compreso me) le attività del comitato andarono piano piano ad esaurirsi fino allo scioglimento del comitato nel 1996 anche perchè sia i figli delle famigli di origine italiana che i giovani marocchini cominciarono a indirizzarsi verso le scuole Spagnole, Francesi e Americane che al contrario rafforzarono la loro presenza nella regione.

Il mio impegno qui è cominciato nel 2015 quando fui contattato ed invitato a Roma presso il palazzo Firenze dal  segretario generale della Dante Alighieri che mi conosceva come musicista attivo in Italia, e mi propose di riattivare il comitato D.A. di Tangeri e fu così che iniziai a passare dei lunghi periodi nella mia città natale e finalmente nel 2016 fu ricostituito il nuovo comitato di cui sono Presidente e Direttore Artistico.

Purtroppo devo dire che la nostra sede attuale non si trova nello storico palazzo delle Istituzioni Italiane che è ancora simbolo della cultura italiana, ma siamo sistemati in alcuni locali presi in affitto presso una scuola privata per motivi burocratici ma anche per l’insensibilità e il disinteresse delle autorità consolari italiane qui nel Regno del Marocco; in quel palazzo non riusciamo a entrare nemmeno per recuperare i vecchi documenti e libri storici.

– Tangeri è l’unica sede della Società in Marocco? Se lo è, siete il punto di riferimento per tutto il Paese?

In Marocco attualmente ci sono due comitati D.A., a Casablanca ed a Tangeri. Quello di Casablanca è presieduto dalla bravissima collega Dott.ssa Marina Zganga, è un comitato molto attivo con il quale ho stretto una fattiva collaborazione. Il comitato di Tangeri che da due anni è centro certificatore PLIDA, è un riferimento per la regione nord del Marocco

– Lei si occupa delle iniziative in relazione alla cultura italiana. Più precisamente, quali sono gli aspetti che più interessano i frequentatori del centro?

Principalmente le nostre iniziative sono mirate alla promozione della lingua e della cultura italiana, ma dopo tanti anni di assenza nel territorio come ho accennato prima non è un’impresa facile ritornare e dare visibilità, soprattutto se le autorità consolari italiane non collaborano e non credono che sia importante dare visibilità all’Italia attraverso la cultura e l’arte in generale.

– Può descrivere sommariamente le più interessanti iniziative che ha promosso in passato ed anche qualche anticipazione per i prossimi mesi?

Il mio primo passo è stato quello di stringere un rapporto di collaborazione con gli istituti di cultura attivi nella regione come il Cervantes e l’istituto di cultura francese, oltre a firmare un partenariato con la delegazione regionale del ministero della cultura e quello dello sport e politiche giovanili del Regno del Marocco in occasione della visita del segretario generale D.A. di Roma prof. Alessandro Masi che ha tenuto un’interessantissima conferenza dal titolo “Dal Futurismo all’Astrattismo. L’Arte Italiana dal 1900 al 2018”; l’evento è stato ospite dalla delegazione del Ministero della Cultura del Regno del Marocco ed ha suscitato un grandissimo successo, una sala affollata di giornalisti, studenti universitari, italiani residenti e semplici appassionati. Un evento di grande importanza che ha dato un segnale del ritorno dell’Italia da questa sponda del Mediterraneo.

La seconda iniziativa che ritengo sia stata importante è stata quella di ideare e proporre la creazione di una rete dei comitato D.A. del Mediterraneo; questa idea nasce inizialmente dal fatto che da diversi anni visito i Paesi del Mediterraneo per concerti e seminari. Dal 2015 ho cominciato a visitare i comitati D.A. di Malaga, Siviglia, Madrid, Murcia, Casablanca e Brindisi e raggiungerne telefonicamente altri come Tunisi, Betlemme, Atene e Il Cairo. Avevo notato che c’era poca comunicazione tra i vari comitati D.A., e da questa idea nasce MeDA (rete comitati Dante Alighieri del Med), che fu costituita qui a Tangeri con un congresso (maggio 2019) presso il famoso palazzo delle istituzioni italiane ed alla quale hanno partecipato i rappresentanti dei comitati di Casablanca, Madrid, Betlemme, Genova, Malaga, Tunisi, Siviglia e Murcia e quello della sede centrale di Roma con la presenza del Console Generale d’Italia Pier Luigi Gentile e rappresentanti di altri istituti di cultura. L’iniziativa è stata sostenuta dal ministero degli esteri e quello della  cultura italiano e dalla sede centrale DA di Roma ed è stato ripreso da RAI NEWS.

(continua ……………)

DALLA PICCIONAIA: NARRAZIONI FUORI CORSO, seconda edizione

DALLA PICCIONAIA: NARRAZIONI FUORI CORSO, seconda edizione

DALLA PICCIONAIA: NARRAZIONI FUORI CORSO 2edizione

“17 gennaio – 7 febbraio 2020” Caffè FUORICORSO, Verona

di alessandro nobis

Prenderà il via venerdì 17 gennaio la seconda edizione de “Narrazioni Fuori Corso”, quattro appuntamenti con inizio alle 17:30 che si terranno nell’accogliente Caffè FUORICORSO, in Via Nicola Mazza 7 a Verona, zona Università. A proporli è Maurizio Gioco, burattinaio, studioso del teatro di figura e creatore di burattini e di sceneggiature del Teatro Giochetto, il cui atelier si trova a pochi passi dal Caffè.

Maurizio Gioco rappresenta, a mio avviso, quella corrente di pensiero che se da un lato percorre il sentiero della continua ricerca storica e della contemporaneità artistica, dall’altro mantiene le radici nella tradizione secolare del teatro di figura: è sufficiente fare una visita al Caffè FUORICORSO, dov’è allestita “La vita è … appesa a un filo”, esaustiva esposizione di alcune sue creature, per capire la modernità delle sculture lignee che l’”artigiano” Gioco crea e i cui tratti sembrano ispirati da correnti artistiche nate durante il ventesimo secolo, come il cubismo di Pablo Picasso e George Braque.

Gioco va oltre il classico spettacolo di burattini: le sue braccia si trasformano esse stesse in burattini, le movenze del corpo e le espressioni del volto diventano parte essenziale della performance e le narrazioni riguardano spesso episodi della storia locale, come quella dedicata al Bandito Falasco o prendono vita dallo studio di canti narrativi raccolti da etnografi a partire da metà ‘800. La presenza di Daniela Pasquali e dell’organettista Francesco Pagani dà un ulteriore tocco di originalità alle proposte che il Teatro Giochetto porta in giro per l’Italia e anche per l’Europa.

Vista l’originalità della rassegna, abbiamo rivolto alcune domande a Gioco per conoscere meglio la tipologia dei quattro appuntamenti.

Questa è la seconda edizione delle “Narrazioni Fuori Corso”. Com’ è andata l’edizione precedente?

– Direi che la precedente edizione è andata molto bene. A ogni appuntamento il pubblico era numeroso e interessato. Alcune serate sono state arricchite dalla presenza di esponenti del teatro di figura di passaggio a Verona, come Enzo Chiesi, della Scuola per burattinai di Faenza, e gli attori del Teatro Verde di Roma, tra cui la segretaria nazionale di UNIMA Veronica Olmi.

Se ho pensato di riproporre questa formula, che prevede un’introduzione teorica seguita da una performance, è proprio a seguito delle richieste ricevute.

Ringrazio Anna e Paolo, gestori del locale, per la disponibilità; è uno spazio che ben si adatta a questo tipo di proposta, un Caffè che tanto mi ricorda il Cabaret Voltaire di Zurigo, dove ai primi del ‘900  si esibiva con numeri di teatro di figura la burattinaia e performer Dada, Emmy Hennings.

Mi sembra che il titolo che hai scelto per la rassegna, al di là che giustamente porta il nome del locale che la ospita, renda bene il tuo progetto di teatro di figura … “Fuori Corso” come a marcare una certa indipendenza del tuo lavoro rispetto al maistream che altri a Verona, e non solo, percorrono

– Come i binari del treno che corrono paralleli, cerco di sviluppare una poetica che tenga conto e rispetti la tradizione ma, nello stesso tempo, l’attualizzi. Nei miei spettacoli inserisco sempre elementi sperimentali, a volte emergono nella scultura delle “figure”, altre volte nell’organizzazione e nel linguaggio dei testi.

Ritengo che il burattino sia una specie di spugna che assorbe, con estrema sensibilità, quello che succede intorno a lui, attento in particolare alle contraddizioni sociali che appartengono al nostro tempo.

Visto il particolare modus operandi, ho preferito dar vita a un mio personale teatro, strumento col quale mettermi in “gioco”… non potrei fare altrimenti!

– Ci puoi illustrare brevemente il contenuto dei quattro incontri?

Apro questa breve rassegna con “Arlecchino in Madagascar”, personaggio della Commedia dell’Arte catapultato in terra malgascia, uno spettacolo anche per bambini. Seguirà “Margherita e il drago” rappresentazione ispirata a un codice medievale conservato presso la Biblioteca Civica di Verona. Il terzo appuntamento ha un taglio più attuale; è la riduzione del testo “La notte di Valpurga” del poeta russo V. Erofeev che mette a nudo problemi sociali come l’alcolismo, l’esclusione e la solitudine. Infine racconterò una storia autobiografica legata a mia zia Lina, una sarta che ha accompagnato per molti anni il mio lavoro creativo.

Scorrendo il programma degli incontri mi sembra di capire che anche se non in ordine cronologico i quattro appuntamenti ripercorrono la storia del teatro di figura, da quello tradizionale a quello contemporaneo, attraverso una combinazione tra teatro di figura e cantastorie.

– Burattinai e cantastorie hanno sicuramente un’origine comune; entrambe erano erranti e si rivolgevano a un pubblico popolare. In Sicilia questo legame è ben rappresentato ancor oggi dai cuntisti-pupari. Nei nostri territori, invece, i burattinai hanno costituito un loro repertorio ben distinto da quello dei cantastorie. Durante le mie ricerche, però, ho evidenziato la presenza di alcuni personaggi tipici del mondo burattinesco, come Sandrone, nelle ballate di Giulio Cesare Croce, nato nel 1550 a San Giovanni in Persiceto, autore delle avventure di Bertoldo ma soprattutto cantastorie. Entrambi queste due figure di teatranti usavano la loro arte anche per mettere in scena eventi quotidiani; a tale proposito le cronache riportano di una memorabile rappresentazione con i burattini, tenutasi in piazza Cittadella nel 1882, per raccontare l’alluvione che in quei mesi aveva colpito la nostra città.

Lo spazio che hai scelto si presta benissimo alle caratteristiche delle tue performance, senza teatro, senza quinte, solo i burattini e la persona che gli dà vita.

– In realtà, in tre spettacoli monterò la mia baracca, mentre il quarto sarà un racconto animato. Sarebbe auspicabile che, in un prossimo futuro, Verona avesse uno spazio dedicato al teatro di figura per rappresentazioni rivolte sia ai bambini, sia agli adulti, e per promuovere laboratori di ricerca in tale ambito.

Siamo tra le poche città italiane che non ospitano un festival di settore.

A pochi passi dal Fuoricorso, in via Mazza 40, c’è il mio atelier che è possibile visitare, previo appuntamento.

Questo il programma nel dettaglio:

17 Gennaio ore 17.30“Arlecchino in Madagascar” – Burattini Tradizionali

24 Gennaio ore 17.30“ Margherita e il Drago” Cantastorie e Burattini

31 Gennaio ore 17.30“La notte di Valpurga” – Burattini Contemporanei

7 Febbraio ore 17.30“ Burattini e Ballate ” – “Storia di una sarta e di un burattinaio”

Per informazioni:

Caffè FUORICORSO 349 554 8924

https://www.facebook.com/BarFuoricorsoVerona/?rf=275500012489785

M. Gioco https://www.facebook.com/maurizio.gioco?fref=search&__tn__=%2Cd%2CP-R&eid=ARBNggIHxUbBkiKx-b70gj-rRhC_FWCN5dJ9Rtw-VOmddiJU0Y-yTvcCZhnfzv_fIDV3rzx9tGce2VRV

https://teatrogiochetto.wordpress.com

Daniela Marani: https://danielamarani.wordpress.com

 

 

 

 

 

 

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

di Alessandro Nobis

Una piccola comunità montana, a circa 700 metri di quota ad una trentina di chilometri da Verona nella Lessinia Occidentale a due passi dal Ponte di Veja, ospita da qualche tempo a cadenza mensille un’imteressante iniziativa che riguarda la cultura popolare ed in particolare la tradizione musicale che si tengono nel veronese e che, come sentiremo, è riuscita a coinvolgere piano piano numerosi musicisti ed appassionati del ballo popolare di province e regioni limitrofe. Si sta assieme, si suona, si balla, si mangia (e si beve del buon vino) in modo del tutto informale: non si cerca di rivivere il passato, fatto in queste zone di vita assolutamente grama, ma si sta assieme dimenticando tutto il resto per lo spazio di un pomeriggio domenicale tra amici ballando i ritmi che le persone e la storia ci hanno tramandato e che non dobbiamo dimenticare. Un modo di fare comunità, quello del BalFolk, molto più praticato di quello che si crede in Italia ed in molti altri Paesi europei che hanno conservato anche sviluppandole, le tradizioni popolari nello specifico musicali e coreutiche.

A Verona, a Giare, artefici di questi appuntamenti sono alcuni appartenenti al Gruppo Ricerca Danze Popolari, ensemble costituitosi nel 1980 e con numerose attività in corso, come vedremo. Per conoscere meglio questa iniziativa  Il Diapason ha incontrato l’organettista Maurizio Diamantini, uno dei promotori assieme a Luisa Capitani di questa iniziativa.

49676452_2058514787542758_195670210265481216_n– Innanzitutto sono curioso di conoscere come è nata l’idea di questi incontri con le danze popolari e soprattutto come siete venuti a conoscenza di questo straordinario spazio in quel di Giare che non è esattamente alle porte di Verona.

– 23 anni fa abitava a Marano di Valpolicella Olivier Jay, venuto in Italia per imparare a costruire organi per le chiese. Notevole violinista, ha suonato molti anni or sono anche con il Canzoniere Veronese di Grazia De Marchi.
Olivier dava lezioni di organetto, strumento suonato da pochissimi virtuosi a quel tempo, come Roberto Lucchese dei Noctua. Cosa c’entra tutto questo con Giare? :
a Chambery, dove abitava Olivier, i suonatori tradizionali locali si trovavano periodicamente per suonare insieme e far ballare le persone che partecipavano a queste feste.
Luigia ed io andavamo a lezione di organetto da Olivier. Un giorno ad Olivier è venuta l’idea di riproporre a Verona l’esperienza francese della “ banda larga” così siamo andati a Giare a parlare con Don Giovanni Gottoli che ha messo a disposizione il fantastico teatrino.
Notevole l’affluenza di ballerini e suonatori negli anni, provenienti da tutto il nord Italia.

– Sono convinto che la musica tradizionale da molti anni abbia perso la sua funzione originaria di accompagnamento al ballo popolare. Mi sembra che la vostra iniziativa vada nel senso della sua ricontestualizzazione. Cosa ne pensi?

Chi viene a Giare sa che la proposta, sia delle musiche che dei balli, è il più possibile tradizionale. Certo che i giovani danzatori preferiscono musiche arrangiate e magari suonate sia a volume che a velocità “differenziati”, mentre a Giare si suona rigorosamente dal vivo senza amplificazione. La creazione di danze popolari, cioè create dalla comunità e non da un coreografo, penso che si sia fermata ben prima degli anni 50′, noi riproponiamo la storia della danza popolare con qualche eccezione. In particolare proponiamo i “repertori” ancora vivi nell’Italia settentrionale-centrale, come le danze venete (raccolte da Guglielmo Pinna e altri ricercatori), le danze delle valli Occitane d’Italia, le danze delle 4 province (Cegni), le danze dell’Appennino bolognese, le danze della Romagna.

GIARE 01

– Come sono organizzate queste “domeniche” di Bal Folk a Giare? C’è un nucleo di strumentisti fisso o lo spirito è quello della session informale alla quale possono partecipare suonatori diversi?

– La partecipazione alla session è libera e chiunque può partecipare, basta che la proposta musicale rientri nel balfolk ”tradizionale” Molti suonatori veronesi sono venuti nel “teatrino”: ad esempio Alfredo Nicoletti, Massimo Muzzolon, Livio Masarà, Francesco Pagani, Anna Veronese, Mirco Meneghel, Guido Gonzato e Otello Perazzoli.

– Alcuni di quelli che hai citato fanno parte o hanno fatto parte in passato di ensemble legati al fenomeno del folk revival, come il Canzoniere Veronese o i Folkamazurka. Come vedi questa corrente di pensiero secondo la quale per perpetuare la musica popolare è necessario “anche” scrivere brani originali o introdurre suoni ed arrangiamenti più attuali.

– A Giare l’idea è quella di riproporre le musiche il più possibile simili a quelle che gli informatori ci hanno proposto, abbiamo un repertorio di 500 – 600 danze, e per un po’ possono bastare (direi, n.d.r), lasciando ad altri l’innovazione.

– Ho visto esibirvi anche indossando abiti che in qualche modo ricordano quelli del passato. Ma cosa è che vi distingue dai gruppi considerati prettamente “folcloristici”? –

L’abito che indossano i ballerini è “freefolk” un abito di foggia fine 800′ non ben localizzato geograficamente. La differenza tra i gruppi di danza popolare e i gruppi folk sta nel mantenimento della coreografia tradizionale, senza cambiamenti per i gruppi di danza popolare, mentre i gruppi folkloristici compiono operazioni di forte rimaneggiamento delle coreografie.
Un altro discorso va fatto sugli strumenti musicali….. non sempre si possono suonare i repertori con gli strumenti originari (es. la polka saltini con il piffero)

– I ballerini “di Giare” fanno parte di qualche gruppo in particolare o anche in questo caso c’è una certa “apertura”?

Giare è un porto di mare…. nel tempo si sono alternati flussi di ballerini provenienti dall’Emilia-Romagna, dal Veneto, dalla Lombardia, e, ultimamente, dal Trentino.

– Come Gruppo Ricerca Danze Popolari avete partecipato recentemente al Tocatì in Piazza Dante raccogliendo apprezzamenti dal pubblico. C’è sempre qualche contatto con nuovi appassionati che vi chiedono di partecipare ai vostri corsi ed incontri?

Negli ultimi anni molti giovani si sono avvicinati alle danze popolari, complice una mazurka della Guascogna che ai ragazzi piace molto. All’interno del GRDP hanno creato un gruppo giovani che gestiscono indipendentemente.

– Qual’è il repertorio al quale fate riferimento, o meglio i repertori, considerato che arrivano suonatori e ballerini anche da altre aree e che a Verona ci sono altri gruppi che praticano il ballo popolare?

– A Verona esistono altri gruppi danza e ogni gruppo ha un’area ben definita: “Tamzarà” propone danze dell’est Europa ed israeliane, I “GRECI” ( gruppo ricerca ellenistico coreutico italiano) propone danze greche, il Gruppo di Francesco Pagani danze e canti veneti, il GRDP danze europee. Il gruppo Ammutinati di Piovezzano bal folk.A Giare proponiamo tutti questi repertori.

– So che partecipate ad eventi in altre regioni ed anche all’estero. Qual è la situazione del BalFolk fuori dalle mura veronesi? Mi sembra che qui siano molto poche le occasioni per ballare la musica popolare, eccezion fatta per quelle organizzate dagli amici salentini ma si sa, la “pizzica” è un fenomeno di massa …..

Alla FolkBanda (https://www.facebook.com/FolkBanda-verona-881619381917055/), o parte della band, non sono mancati ultimamente appuntamenti internazionali suonando danze venete e trentine per diversi gruppi danza: siamo andati in Brasile, Stati Uniti, Nepal, Armenia, Georgia, Francia, Portogallo, Croazia, ed in novembre saremo in India. A Verona il GRDP organizza parecchi concerti con musicisti internazionali ma non sono molto pubblicizzati o non pubblicizzati sui media.
Per quanto riguarda la pizzica indubbiamente è un richiamo per i giovani. Fortunatamente, a seguito del Tocatì è iniziata una collaborazione con l’AGA, e quindi, sul Lungadige San Giorgio non assisteremo solo a danze pugliesi ma anche a danze venete (
evviva! n.d.r.)

– Con quale frequenza vi incontrate a Giare e soprattutto, gli incontri sono aperti a tutti?

– A Giare ci troviamo una volta al mese (https://www.facebook.com/Danze-Popolari-Giare-142328762494713/r)e come ho detto prima la partecipazione sia dei musici che dei ballerini è libera e gratuita.

– C’è qualche abitante di Giare o dintorni che partecipa? I vostri contatti quali sono?

A Giare c’è stata una forte immigrazione, specie di rumeni, che si affacciano al teatro quando sentono musiche del loro paese. Quasi nulla la partecipazione dei paesani “autoctoni” con i quali, comunque, i rapporti sono buoni.

– Le prossime iniziative didattiche e di Bal Folk?
– Sul sito(http://www.gruppodanzeverona.com/)si possono trovare gli appuntamenti annuali del gruppo. Il prossimo appuntamento il domenica 20 ottobre ore 16.30.


IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON INCONTRA ROBERTO ZORZI

di Alessandro Nobis

Domenica 27 gennaio, con una rara performance del chitarrista Roberto Zorzi, si chiude il trittico di concerti della miniserie “THE COHEN UNDERGROUND” che si tiene naturalmente al Cohen ed inserita nel JAZZCLUB, a Verona in Via Scarsellini con inizio alle 20.underground 18 19 zorzi

Roberto Zorzi appartiene ai “devoti” alla musica improvvisata, e sebbene abbia preso parte ad ensemble non esattamente facenti parte di questa corrente come i N.A.D., Si.Mi.La.Do. o The Bang con i suoni ed interventi ha sempre “marchiato” la sua presenza arricchendo la musica nel suo complesso. Importante la sua collaborazione con il collega californiano Henry Kaiser (“Through” del 1999) e recentemente le sue produzioni in trio, la prima con Boris Savoldelli e Massimo Barbiero e la seconda con Scott Amendola e Michael Manring, sfociata in “Facanapa Umarellas and the World Wide Crash” considerato meritatamente  il miglior album del 2018 per la sezione Avant Garde & Experimental da Voctor Aaron della prestigiosa rivista “Something Else Review” (http://somethingelsereviews.com/2019/01/14/wendy-eisenberg-brandon-seabrook-david-dominique-s-victor-aarons-best-of-2018-part-3-of-4-avant-garde-experimental/?fbclid=IwAR1UNyD4sZwxOkRg9ru4X2WOA1Z2Ne8N_V970T07CO-PhYNJx7uxTxcJh2Q).

Una grande soddisfazione per il musicista veronese, dal quale mi aspetto presto un album solo ……… intanto l’ho incontrato per conoscere meglio la sua musica in vista del concerto di domenica 27.

– Come e quando ti sei avvicinato prima da ascoltatore ed in seguito come esecutore alla musica improvvisata? Cosa ti aveva colpito di questo linguaggio, il suo radicalismo, la novità, la sua purezza?

Accadde all’incirca nel 1972 o 73: un amico, il mitico per me, Lucio Vicentini si presentò a casa mia con due Lp, Music Improvisation Company e Lot 74, un solo di Derek Bailey. A quel tempo a me sembrava pura avanguardia Chick Corea con le sue “Piano improvisations”, puoi immaginare lo shock che provai. Quello che ho sempre apprezzato nella musica improvvisata è la sua purezza (un po’ come Alien, per chi ricorda la battuta dell’androide nel primo film). Poi la capacità di reinventare la “lingua strumentale. E’ una forma musicale democratica, nessuno è leader, tutti lo sono, quando si improvvisa in gruppo. Nulla di anarchico.

–  Chi prima di altri ti ha influenzato e segnalato un percorso?

A dire il vero forse la primissima influenza non ha a che fare con improvvisatori, ma con Fripp & Eno di Evening Star, poi, ovviamente, tutto il movimento europeo, in particolare quello inglese, con una menzione particolare per Fred Frith ed il suo “Guitar solos”. Bailey è scontato. Poi sono venuti gli americani, tra tutti John Fahey ed Henry Kaiser in particolare, al quale devo moltissimo.

– Vista la tua esperienza, come è cambiata se è cambiato il concetto di improvvisazione? Mi riferisco in particolare a quella che identifico personalmente con la scuola europea?

Credo sia cambiato l’approccio complessivo, con una apertura totale verso il coinvolgimento di musicisti americani (soprattutto dalla zona di Chicago e dalla California)

– A mio avviso c’è un linguaggio di assolutà libertà esecutiva più legata alla musica afroamericana e quello invece come dicevo appartenente alla cultura europea che molti avvicinano alla musica contemporanea. Li ritieni separati o secondo te hanno degli aspetti in comune?

La musica improvvisata è sempre stata considerata un limbo dalla critica, un luogo dove potevano confluire tutti e nessuno, ma direi che i risultati dell’integrazione tra i due mondi hanno sempre dato risultati eccellenti (vedi, ad es., il cd del duo Derek Bailey / Cecil Taylor a Berlino, nel) 1988.

– Esiste senso te una corrente italiana all’improvvisazione radicale?

Sì, qualcuno c’è, qualche “vecchio leone” che ancora si batte per mantenerla in vita, non so per quanto riguarda i giovani, ma non parlerei comunque di “corrente italiana”.

– Nelle tue performance solistiche, che strumentazioni utilizzi? Preferisci il suono elettrico con l’apporto di elettronica o ti affidi anche al suono naturale dell’acustica?

70% elettrico, 30% acustico.

– Tra le tue più recenti collaborazioni che poi sono sfociat e nella pubblicazione di due CD ci sono quella con Boris Savoldelli e Mattia Barbiero (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) e quella con Michael Manring e Scott Amendola. E’ solo un caso che entrambe le esperienze siano frutto di una formazione a tre?

No, non è casuale: è il numero perfetto, la formazione perfetta.

– Quale secondo te dovrebbe essere oggi l’approccio dell’ascoltatore alla musica improvvisata e qual è la sua reazione rispetto a quando hai iniziato?

Con l’avvento di internet dovrebbe essere molto più facile soddisfare la propria curiosità ed approfondire la conoscenza, ma credo che il vero problema, oggi, sia proprio la mancanza di curiosità e l’appiattimento su  standard sicuri e “relativisti”, se mi passi il termine. In linea con la cultura dominante.

– Con il passare dei decenni è cambiato molto il mercato discografico, ma la musica improvvisata ha sempre avuto un pubblico di nicchia difficilmente raggiungibile; piccole etichette (mi vengono in mente la Incus o la tedesca FMP), difficoltà nel trovare i dischi. Oggi, paradossalmente che il mercato “al dettaglio” è pressocchè sparito, grazie ad internet questa musica è più facilmente reperibile, anche quella prodotta da piccole labels come la Treader di John Coxon per fare un esempio. I tuoi lavori dove sono rintracciabili?

In alcuni – rari – negozi specializzati, ma soprattutto su tutte le piattaforme digitali: Amazon, CD Baby, iTunes, etc etc.

– Visto il concetto che sta alla base ti quello che suoni, non ti chiederò anticipazioni rispetto alla tua performance del 27 gennaio al Cohen, ma ti ringrazio davvero per la tua disponibilità.

Grazie a te.

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

Da poche settimane è disponibile il nuovo lavoro del compositore – chitarrista Federico Mosconi, “Penombra”. Pubblicato come il precedente “Colonne di Fumo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/) dall’etichetta Krysalisound, vede la co-titolarità con Roberto Galati, anche lui chitarrista e “manipolatore di elettronica” (live – electronics lo trovo di difficile traduzione”).

Ho già scritto in occasione della recensione di “Colonne di fumo” come sia arduo descrivere l’intensità e la bellezza di questa musica, e le otto tracce di “Penombra” non fanno che confermare questa mia difficoltà, lo confesso. Musica elettronica, ambient, contemporanea, tutte e tre messe assieme, ognuno troverà la sua personale definizione, ma l’impressione che ne ho ricavato dal suo ascolto è soprattutto la grande fluidità che scorre traccia dopo traccia ed il piacere che se ne ricava dalla sua fruizione; solitamente frequento altri territori musicali, i miei riferimenti “ambient” sono molti anni indietro nel tempo e per questo ho chiesto a Federico Mosconi di chiarire alcuni punti riguardanti questo “Penombra”.

Grazie intanto per la tua gentile disponibilità, Federico. Ti chiedo innanzitutto due parole su Roberto Galati e come nasce questa collaborazione.

Ci siamo conosciuti nel 2014. Avendo pubblicato entrambi per l’etichetta Psychonavigation, e vivendo a Padova e Verona, abbiamo pensato di incontrarci. Gli interessi comuni e soprattutto un medesimo approccio alla musica, pur provenendo da percorsi molto diversi, hanno immediatamente dato avvio ad una sincera amicizia che all’inizio abbiamo semplicemente coltivato. Col tempo abbiamo valutato l’ipotesi di avviare un progetto insieme. L’obiettivo che ci eravamo proposti era di fare dei concerti insieme. L’idea del disco è arrivata dopo, come risultato del lavoro che abbiamo fatto in funzione del concerto che abbiamo tenuto lo scorso aprile al circolo Masada di Milano.

La domanda che mi faccio sempre quando ho l’occasione di ascoltare musica come quella che avete registrato è: quali sono le modalità di composizione e di interazione tra i vostri strumenti, e quanta parte – se ce n’è – è lasciata alla spontaneità esecutiva?

Molta parte del lavoro è lasciata alla spontaneità esecutiva. Durante le prove i brani si creavano da soli e le nostre singole parti si compensavano perfettamente. Nel caso specifico di “Penombra” non c’è stata alcuna preparazione, abbiamo acceso gli strumenti e abbiamo registrato quasi immediatamente. Quello che si ascolta è il risultato della registrazione, senza sovraincisioni. I suoni si combinano e si fondono attraverso un’idea comune.

Roberto: per quanto mi riguarda, utilizzo una chitarra effettata attraverso Ableton live. Mi sono creato una sorta di tavolozza con una decina di effetti con i quali creo le mie parti. Un oggetto che poi non manca mai quando suono è l’e-bow.Federico: filtro la chitarra con vari effetti che rielaboro in tempo reale con Max/MSP.

Qual è l’approccio che avete durante le vostre performance dal vivo?

Poiché la nostra idea era di dare un approccio live al progetto, il concerto è il contesto ideale per la nostra musica. I brani sono nati per essere suonati dal vivo. Partendo da una struttura di base, lasciamo semplicemente fluire la musica esattamente come facciamo durante le prove.

E’ difficile distinguere i ruoli che ognuno di voi gioca durante l’ascolto; forse l’omogeneità del suono, o dei suoni, è uno dei maggiori pregi di queste otto composizioni.

Federico: E’ stato sorprendente verificare sin dalle prime prove, la perfetta sintonia che si era creata spontaneamente. Non abbiamo mai inseguito i brani, la spontaneità credo sia la loro forza. In ogni caso, sarebbe un peccato svelare i ruoli e separare le parti, lasciamo che chi ascolta si faccia trasportare da un unico flusso.

Roberto: Trovo la musica di Federico estremamente interessante e molto vicina alle mie esplorazioni musicali. Abituato a suonare da solo e a lavorare meticolosamente sui singoli suoni, questa esperienza è stata quasi liberatoria. Per me è poi un onore suonare con Federico, un musicista di grande talento oltre che ineccepibile da un punto di vista tecnico.

La Krysalisound ha curato il packaging in modo pregevole, ma con – a parte la scaletta dei brani – nessuna nota a “margine”. Per i più curiosi dove trovare altre informazioni? E, soprattutto, dove trovare il CD?

Federico: Per informazioni su di noi il web è la fonte più ricca; il Cd (fisico e digitale) e informazioni sul progetto si possono trovare direttamente sulla pagina bandcamp di Krysalisound: https://krysalisound.bandcamp.com/album/penombra ed è in vendita a Verona da Dischi Volanti.

Roberto: per quanto riguarda Krysalisound, mi sento in dovere di dire che l’esperienza è assolutamente positiva. Con Francis M. Gri, responsabile dell’etichetta, abbiamo instaurato un rapporto di fiducia e di stima reciproca, oltre che una vera amicizia che desidero coltivare. Significative, per capire la filosofia di Krysalisound, sono le parole che Francis ha pubblicato recentemente sul suo sito: https://krysalisound.com/2017/10/13/percezioni-sonore/

Ne approfittiamo per ringraziarlo per ciò che sta facendo. Francis è spinto da una genuina passione verso la musica. Apprezziamo molto la definizione che ha trovato per descrivere Krysalisound: “Mi piace pensare a KyrsaliSound più che a un’etichetta a un satellite in continua evoluzione, un collegamento tra musicista e ascoltatore che grazie a una rete di connessioni vive e comunica. Un hub per chi ha voglia ancora di respirare musica di qualità, offrendo magari concerti ed eventi musicali.”.

Su quali altri progetti state lavorando al momento?

Roberto: a breve uscirà un nuovo lavoro a mio nome che verrà pubblicato da Databloem. Il disco si intitola “Silence (as a din)”; sono nuove esplorazioni musicali che si aggiungono a quelle passate. C’è poi un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nel 2018. Novità sui miei progetti sono sempre segnalate nel mio sito http://www.galatimusic.com

Federico: durante l’estate ho avuto il piacere di condividere suoni e idee per un lavoro in duo con Francis M. Gri, e sto terminando il mastering del mio prossimo disco, che uscirà sempre per Krysalisound.

Per restare in ambito elettroacustico, recentemente il violoncellista Nicola Baroni mi ha coinvolto in un interessante progetto di incontro e dialogo fra la nostra elettronica e la musica tradizionale africana del Black Afrique Fluxus, formato da 4 musicisti africani, in gran parte basato su improvvisazioni.

Ti ringraziamo moltissimo per averci dato la possibilità di parlare del nostro progetto e di spiegarne la sua nascita.

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

Raccolta da Alessandro Nobis

Giovedì 5 ottobre, alle 21:30, saranno ospiti del Cohen JazzClub i tre musicisti del gruppo Tangox3 (www.tangox3.eu) ovvero Giannantonio Mutto al pianoforte, Luca Degani al bandoneon e Leonardo Sapere al violoncello. Apparentemente il tango ha poco a che fare con la musica afroamericana, ma se consideriamo lo sviluppo che ha avuto nel ventesimo secolo, soprattutto quando dalla musica funzionale al ballo si è evoluto il tango nuevo, musica cameristica e quindi da ascolto che ha saputo calamitare l’interesse di molti jazzisti che hanno iniziato ad interpretare brani che sono poi diventati veri e propri “standard”.

Giannantonio Mutto, pianista di formazione classica e docente al Conservatorio “Dall’Abaco” di Verona, ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il tango argentino, proponendo progetti che sempre mi hanno affascinato per la raffinatezza ed il rispetto verso gli autori interpretati sempre con un tocco personalità. Tangox3 è un progetto consolidato, ed in occasione del concerto al Cohen mi sembrava opportuno conoscere più da vicino la musica ed il repertorio rivolgendo alcune domande a Mutto, che ringrazio.

  • Ti sei sempre interessato al tango argentino, come è nato questo interesse? Non è un amore passeggero……
  • Iniziai a conoscere il tango realizzando un recital con Grazia De Marchi nel 1991 “Tango, tango e ancora tango” comprendente musiche di autori argentini, italiani e proponendo nel finale alcuni capolavori di Astor Piazzolla. Nel frattempo ebbi la fortuna di avere alcune partiture strumentali di Piazzolla e lì iniziò il mio percorso non ancora concluso.
  • Questo trio, che per la formazione che presenta può essere veramente considerato cameristico, quando nasce?“Tango X 3” nasce nel 2005 da un’evoluzione di gruppi precedenti: Estravagario Quartetto e poi Quintetto, gruppi sempre identificati dalla musica argentina.
  • “Barrio de Tango”, il primo vostro lavoro, è stato pubblicato da poco. Sei soddisfatto del risultato, voglio dire ritieni di avere concretizzato la vostra personale idea di tango?
  • “Barrio de Tango” è il sesto CD sul tango in compagnia di Luca Degani e Leonardo Sapere, il secondo di “Tango X 3”. Dal precedente cd “Tango X 3 Dedicado a…” sono passati 11 anni, il nostro modo di suonare è profondamente cambiato, considero “Barrio de Tango” un CD che racchiude il nostro amore e la nostra passione per la musica argentina.
  • Due parole sui tuoi compagni di viaggio?
  • Luca e Leonardo sono gli ideali compagni di viaggio: la grande amicizia che ci lega e lo stesso modo di percepire il linguaggio dei suoni ci permette di suonare e di creare nuovi progetti mantenendo una forte intesa sul “come realizzare” quel progetto.
  • Oggi la musica che solisti e piccoli combos suonano è decontestualizzata rispetto a quella delle origini di Buenos Aires, comunque ancora suonata e ballata in tutto il mondo. Chi sono gli autori che hanno avuto un ruolo determinante per questa “svolta”, e quando questa è avvenuta?
  • Il nostro e mio primo approccio con il tango è stato la scoperta della musica di Astor Piazzolla, un mix di cultura italiana, latino americana, jazz e ‘900 classico. Un po’ tutti i gruppi che suonano tango ora hanno conosciuto dapprima la musica di Piazzolla, anche per il fatto che lui scriveva tutto e quindi siamo riusciti a reperire gran parte delle sue composizioni, inizialmente anche in modo pionieristico, ma ora il materiale è ampiamente fruibile. Lentamente abbiamo scoperto e stiamo ancora scoprendo i grandi autori del tango classico da cui Piazzolla è partito: Pugliese, Troilo, Mores, Spamponi ecc…
  • Il tango spesso è ospite graditissimo dei jazz festival
  • Grande affinità di pensiero e di modalità esecutiva fra il jazz e il tango, soprattutto quello moderno, la cosiddetta “guardia nueva”, fonte di ispirazione reciproca; non a caso Piazzolla inaugurava il festival del jazz di Montreal
  • Che criteri avete utilizzato in fase di arrangiamento, e quali saranno i brani in scaletta che suonerete al Cohen?
  • L’arrangiamento nel tango è scritto, nel trio è un mio compito. Naturalmente è fonte di anni di lavoro, studio e ascolto continuo del materiale esistente. Cerco di modificare le partiture originali il meno possibile adattandole al trio. Ultimamente il nostro repertorio mescola tanghi del periodo classico (guardia vieja) con tanghi moderni di Piazzolla… spesso la scaletta la decidiamo poco prima del concerto… quindi… sorpresa.

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INCONTRA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

Raccolta da Alessandro Nobis

A partire dal 28 settembre nella programmazione del JazzClub che si tiene al Cohen di Verona, in Via Scarsellini, protagonista fisso dell’ultimo giovedì di ogni mese sarà il prestigioso ensemble della Storyville Jazz Band, uno degli ensemble più apprezzati dal pubblico e dalla critica specializzato nella riproposizione del jazz dei primi decenni del Ventesimo Secolo. Guidata dal clarinettista ed arrangiatore Marco Pasetto, riproporrà la formula che l’aveva vista protagonista al Posto di Luciano Benini, qualche lustro fa, ospitando nelle sua classica line-up un prestigioso ospite, una formula questa che si era dimostrata vincente per la qualità del repertorio proposto e per la capacità dei vari ospiti di inserirsi in un ensemble affiatatissimo come la Storyville. Considerato il livello della proposta, non mi sono fatto scappare l’occasione di rivolgere qualche domanda al M°  Marco Pasetto per conoscere un po’ l’attività del gruppo.

  • Marco, negli anni la Storyville ha saputo costruirsi una reputazione a livello nazionale per la professionalità e per la capacità di presentare repertori della musica afroamericana troppo spesso relegati, mi sento di dire, quasi ad un ruolo folcloristico. Quale è stato il percorso che avete seguito?
  • Con la Storyville siamo partiti 31 anni fa con Gianni Romano fondatore. Ci propose di leggere degli arrangiamenti in stile New Orleans, Dixieland, Blues e Rag-time. Siamo partiti dalla lettura, anche se le improvvisazioni erano libere. Il sound iniziale era compatto ed efficace.
  • Qual è il vostro approccio verso il jazz che presentate, è filologico oppure, visti anche i tuoi molteplici interessi musicali, più libero e, rispetto agli arrangiamenti, più creativo?
  • Dal 2001 è partita una formazione con nuovi componenti: Gino Gozzi alla batteria, (al posto del compianto Luciano Zorzella) Sandro Gilioli alla tromba, (al posto di Beppe Zorzella) Giordano bruno Tedeschi al trombone, (al posto di Marco Brusco e Lino Bragantini) Renato Bonato al banjo (al posto di Gianni Romano). In questi anni abbiamo lavorato su due fronti: uno stile filologico attraverso un sound New Orleans più improvvisato. Progetti e collaborazioni strutturate come Jazz Menu (Ricette veronesi in jazz con Giorgio Gioco e Roberto Puliero), Anni Ruggenti con Marco Ongaro, Back to Traditional con Giorgia Gallo.
  • Sei riuscito a raggiungere il “suono” che pensavi quando il gruppo si è costituito?
  • Il sound lo creano le persone con le quali collabori, il loro modo di fraseggiare, la loro personalità, la sezione ritmica, è un lavoro lungo e particolare, molto stimolante, non finisce mai.
  • Chi sono oggi i componenti del gruppo?
  • Sandro Gilioli alla tromba, Giordano Bruno Tedeschi al trombone, io al clarinetto, Renato Bonato al banjo, Mario Cracco al basso tuba, Gino Gozzi alla batteria e Giorgia Gallo alla voce.
  • L’idea di presentare un ospite ogni ultimo giovedì del mese aveva già riscontrato un buon successo anni fa, come ho scritto in apertura, al Posto. Ma dal punto di vista esecutivo, suonare con un ospite non sposta l’equilibrio della band che si deve in qualche modo “adattare” al nuovo venuto? Quali sono le difficoltà ma anche le soddisfazioni di questi incontri?
  • Un ospite solitamente arricchisce la parte solistica improvvisativa, l’arrangiamento e l’esposizione del tema, che rimane invariato, per fortuna ci siamo abituati al confronto fin dagli inizi con Ruud Brink, Tony Scott, Franco Cerri, Gianni Basso, Enrico Intra, Dado Moroni, Renzo Arbore, Paolo Tomelleri, Gianni Sanjust, Lino Patruno, Hengel Gualdi, Rudy Miliardi, Emilio Soana, Cheryl Porter e molti altri. Ognuno di questi grandi musicisti ci ha insegnato qualcosa, nel suonare insieme e nel gestire le improvvisazioni, i collettivi. L’aspetto più prezioso, però a mio avviso, è stato passare con loro del tempo, sentire delle storie di vita incredibili di esperienze creative.
  • Quali repertori affronterete di conseguenza?
  • Suoneremo dei classici del jazz tradizionale fino al primo swing di Ellington. Mi piacerebbe proporre gradatamente il repertorio di Sidney Bechet, un grande artista che impersona la gioia, lo spessore e la musica di New Orleans, anche se passò gli ultimi anni di vita a Parigi, diffondendo il jazz tradizionale in tutta Europa.
  • Ci puoi raccontare dei primi ospiti che avrete al Cohen a partire da giovedì 28 settembre?
  • Il primo ospite sarà Walter Ganda; un maestro dello stile ritmico New Orleans, porterà una batteria Slingerland Radio King restaurata del 1937, una perla da vedere e ascoltare. Walter ci ha insegnato a suonare più correttamente il jazz tradizionale grazie alla sua preparazione meticolosa imparata a New Orleans. Con lui abbiamo inciso il nostro ultimo cd.
  • A questi concerti al Cohen è legato anche un progetto per un’incisione discografica?
  • Sì, ci piacerebbe fermare questi concerti attraverso delle registrazioni.
  • Che attività svolgete come Storyville? Solo concertistica o anche didattica?
  • Ogni anno ci chiama qualche scuola per delle lezioni-concerto, ci capita anche di suonare con delle classi ad Indirizzo Musicale del Primo Livello; il repertorio del Jazz Tradizionale è molto adatto alla didattica, i brani sono gioiosi, ritmici e molto piacevoli da suonare oltre che da ascoltare.
  • storyvillejazzband.it