IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

Da poche settimane è disponibile il nuovo lavoro del compositore – chitarrista Federico Mosconi, “Penombra”. Pubblicato come il precedente “Colonne di Fumo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/) dall’etichetta Krysalisound, vede la co-titolarità con Roberto Galati, anche lui chitarrista e “manipolatore di elettronica” (live – electronics lo trovo di difficile traduzione”).

Ho già scritto in occasione della recensione di “Colonne di fumo” come sia arduo descrivere l’intensità e la bellezza di questa musica, e le otto tracce di “Penombra” non fanno che confermare questa mia difficoltà, lo confesso. Musica elettronica, ambient, contemporanea, tutte e tre messe assieme, ognuno troverà la sua personale definizione, ma l’impressione che ne ho ricavato dal suo ascolto è soprattutto la grande fluidità che scorre traccia dopo traccia ed il piacere che se ne ricava dalla sua fruizione; solitamente frequento altri territori musicali, i miei riferimenti “ambient” sono molti anni indietro nel tempo e per questo ho chiesto a Federico Mosconi di chiarire alcuni punti riguardanti questo “Penombra”.

Grazie intanto per la tua gentile disponibilità, Federico. Ti chiedo innanzitutto due parole su Roberto Galati e come nasce questa collaborazione.

Ci siamo conosciuti nel 2014. Avendo pubblicato entrambi per l’etichetta Psychonavigation, e vivendo a Padova e Verona, abbiamo pensato di incontrarci. Gli interessi comuni e soprattutto un medesimo approccio alla musica, pur provenendo da percorsi molto diversi, hanno immediatamente dato avvio ad una sincera amicizia che all’inizio abbiamo semplicemente coltivato. Col tempo abbiamo valutato l’ipotesi di avviare un progetto insieme. L’obiettivo che ci eravamo proposti era di fare dei concerti insieme. L’idea del disco è arrivata dopo, come risultato del lavoro che abbiamo fatto in funzione del concerto che abbiamo tenuto lo scorso aprile al circolo Masada di Milano.

La domanda che mi faccio sempre quando ho l’occasione di ascoltare musica come quella che avete registrato è: quali sono le modalità di composizione e di interazione tra i vostri strumenti, e quanta parte – se ce n’è – è lasciata alla spontaneità esecutiva?

Molta parte del lavoro è lasciata alla spontaneità esecutiva. Durante le prove i brani si creavano da soli e le nostre singole parti si compensavano perfettamente. Nel caso specifico di “Penombra” non c’è stata alcuna preparazione, abbiamo acceso gli strumenti e abbiamo registrato quasi immediatamente. Quello che si ascolta è il risultato della registrazione, senza sovraincisioni. I suoni si combinano e si fondono attraverso un’idea comune.

Roberto: per quanto mi riguarda, utilizzo una chitarra effettata attraverso Ableton live. Mi sono creato una sorta di tavolozza con una decina di effetti con i quali creo le mie parti. Un oggetto che poi non manca mai quando suono è l’e-bow.Federico: filtro la chitarra con vari effetti che rielaboro in tempo reale con Max/MSP.

Qual è l’approccio che avete durante le vostre performance dal vivo?

Poiché la nostra idea era di dare un approccio live al progetto, il concerto è il contesto ideale per la nostra musica. I brani sono nati per essere suonati dal vivo. Partendo da una struttura di base, lasciamo semplicemente fluire la musica esattamente come facciamo durante le prove.

E’ difficile distinguere i ruoli che ognuno di voi gioca durante l’ascolto; forse l’omogeneità del suono, o dei suoni, è uno dei maggiori pregi di queste otto composizioni.

Federico: E’ stato sorprendente verificare sin dalle prime prove, la perfetta sintonia che si era creata spontaneamente. Non abbiamo mai inseguito i brani, la spontaneità credo sia la loro forza. In ogni caso, sarebbe un peccato svelare i ruoli e separare le parti, lasciamo che chi ascolta si faccia trasportare da un unico flusso.

Roberto: Trovo la musica di Federico estremamente interessante e molto vicina alle mie esplorazioni musicali. Abituato a suonare da solo e a lavorare meticolosamente sui singoli suoni, questa esperienza è stata quasi liberatoria. Per me è poi un onore suonare con Federico, un musicista di grande talento oltre che ineccepibile da un punto di vista tecnico.

La Krysalisound ha curato il packaging in modo pregevole, ma con – a parte la scaletta dei brani – nessuna nota a “margine”. Per i più curiosi dove trovare altre informazioni? E, soprattutto, dove trovare il CD?

Federico: Per informazioni su di noi il web è la fonte più ricca; il Cd (fisico e digitale) e informazioni sul progetto si possono trovare direttamente sulla pagina bandcamp di Krysalisound: https://krysalisound.bandcamp.com/album/penombra ed è in vendita a Verona da Dischi Volanti.

Roberto: per quanto riguarda Krysalisound, mi sento in dovere di dire che l’esperienza è assolutamente positiva. Con Francis M. Gri, responsabile dell’etichetta, abbiamo instaurato un rapporto di fiducia e di stima reciproca, oltre che una vera amicizia che desidero coltivare. Significative, per capire la filosofia di Krysalisound, sono le parole che Francis ha pubblicato recentemente sul suo sito: https://krysalisound.com/2017/10/13/percezioni-sonore/

Ne approfittiamo per ringraziarlo per ciò che sta facendo. Francis è spinto da una genuina passione verso la musica. Apprezziamo molto la definizione che ha trovato per descrivere Krysalisound: “Mi piace pensare a KyrsaliSound più che a un’etichetta a un satellite in continua evoluzione, un collegamento tra musicista e ascoltatore che grazie a una rete di connessioni vive e comunica. Un hub per chi ha voglia ancora di respirare musica di qualità, offrendo magari concerti ed eventi musicali.”.

Su quali altri progetti state lavorando al momento?

Roberto: a breve uscirà un nuovo lavoro a mio nome che verrà pubblicato da Databloem. Il disco si intitola “Silence (as a din)”; sono nuove esplorazioni musicali che si aggiungono a quelle passate. C’è poi un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nel 2018. Novità sui miei progetti sono sempre segnalate nel mio sito http://www.galatimusic.com

Federico: durante l’estate ho avuto il piacere di condividere suoni e idee per un lavoro in duo con Francis M. Gri, e sto terminando il mastering del mio prossimo disco, che uscirà sempre per Krysalisound.

Per restare in ambito elettroacustico, recentemente il violoncellista Nicola Baroni mi ha coinvolto in un interessante progetto di incontro e dialogo fra la nostra elettronica e la musica tradizionale africana del Black Afrique Fluxus, formato da 4 musicisti africani, in gran parte basato su improvvisazioni.

Ti ringraziamo moltissimo per averci dato la possibilità di parlare del nostro progetto e di spiegarne la sua nascita.

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IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

Raccolta da Alessandro Nobis

Giovedì 5 ottobre, alle 21:30, saranno ospiti del Cohen JazzClub i tre musicisti del gruppo Tangox3 (www.tangox3.eu) ovvero Giannantonio Mutto al pianoforte, Luca Degani al bandoneon e Leonardo Sapere al violoncello. Apparentemente il tango ha poco a che fare con la musica afroamericana, ma se consideriamo lo sviluppo che ha avuto nel ventesimo secolo, soprattutto quando dalla musica funzionale al ballo si è evoluto il tango nuevo, musica cameristica e quindi da ascolto che ha saputo calamitare l’interesse di molti jazzisti che hanno iniziato ad interpretare brani che sono poi diventati veri e propri “standard”.

Giannantonio Mutto, pianista di formazione classica e docente al Conservatorio “Dall’Abaco” di Verona, ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il tango argentino, proponendo progetti che sempre mi hanno affascinato per la raffinatezza ed il rispetto verso gli autori interpretati sempre con un tocco personalità. Tangox3 è un progetto consolidato, ed in occasione del concerto al Cohen mi sembrava opportuno conoscere più da vicino la musica ed il repertorio rivolgendo alcune domande a Mutto, che ringrazio.

  • Ti sei sempre interessato al tango argentino, come è nato questo interesse? Non è un amore passeggero……
  • Iniziai a conoscere il tango realizzando un recital con Grazia De Marchi nel 1991 “Tango, tango e ancora tango” comprendente musiche di autori argentini, italiani e proponendo nel finale alcuni capolavori di Astor Piazzolla. Nel frattempo ebbi la fortuna di avere alcune partiture strumentali di Piazzolla e lì iniziò il mio percorso non ancora concluso.
  • Questo trio, che per la formazione che presenta può essere veramente considerato cameristico, quando nasce?“Tango X 3” nasce nel 2005 da un’evoluzione di gruppi precedenti: Estravagario Quartetto e poi Quintetto, gruppi sempre identificati dalla musica argentina.
  • “Barrio de Tango”, il primo vostro lavoro, è stato pubblicato da poco. Sei soddisfatto del risultato, voglio dire ritieni di avere concretizzato la vostra personale idea di tango?
  • “Barrio de Tango” è il sesto CD sul tango in compagnia di Luca Degani e Leonardo Sapere, il secondo di “Tango X 3”. Dal precedente cd “Tango X 3 Dedicado a…” sono passati 11 anni, il nostro modo di suonare è profondamente cambiato, considero “Barrio de Tango” un CD che racchiude il nostro amore e la nostra passione per la musica argentina.
  • Due parole sui tuoi compagni di viaggio?
  • Luca e Leonardo sono gli ideali compagni di viaggio: la grande amicizia che ci lega e lo stesso modo di percepire il linguaggio dei suoni ci permette di suonare e di creare nuovi progetti mantenendo una forte intesa sul “come realizzare” quel progetto.
  • Oggi la musica che solisti e piccoli combos suonano è decontestualizzata rispetto a quella delle origini di Buenos Aires, comunque ancora suonata e ballata in tutto il mondo. Chi sono gli autori che hanno avuto un ruolo determinante per questa “svolta”, e quando questa è avvenuta?
  • Il nostro e mio primo approccio con il tango è stato la scoperta della musica di Astor Piazzolla, un mix di cultura italiana, latino americana, jazz e ‘900 classico. Un po’ tutti i gruppi che suonano tango ora hanno conosciuto dapprima la musica di Piazzolla, anche per il fatto che lui scriveva tutto e quindi siamo riusciti a reperire gran parte delle sue composizioni, inizialmente anche in modo pionieristico, ma ora il materiale è ampiamente fruibile. Lentamente abbiamo scoperto e stiamo ancora scoprendo i grandi autori del tango classico da cui Piazzolla è partito: Pugliese, Troilo, Mores, Spamponi ecc…
  • Il tango spesso è ospite graditissimo dei jazz festival
  • Grande affinità di pensiero e di modalità esecutiva fra il jazz e il tango, soprattutto quello moderno, la cosiddetta “guardia nueva”, fonte di ispirazione reciproca; non a caso Piazzolla inaugurava il festival del jazz di Montreal
  • Che criteri avete utilizzato in fase di arrangiamento, e quali saranno i brani in scaletta che suonerete al Cohen?
  • L’arrangiamento nel tango è scritto, nel trio è un mio compito. Naturalmente è fonte di anni di lavoro, studio e ascolto continuo del materiale esistente. Cerco di modificare le partiture originali il meno possibile adattandole al trio. Ultimamente il nostro repertorio mescola tanghi del periodo classico (guardia vieja) con tanghi moderni di Piazzolla… spesso la scaletta la decidiamo poco prima del concerto… quindi… sorpresa.

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INCONTRA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

Raccolta da Alessandro Nobis

A partire dal 28 settembre nella programmazione del JazzClub che si tiene al Cohen di Verona, in Via Scarsellini, protagonista fisso dell’ultimo giovedì di ogni mese sarà il prestigioso ensemble della Storyville Jazz Band, uno degli ensemble più apprezzati dal pubblico e dalla critica specializzato nella riproposizione del jazz dei primi decenni del Ventesimo Secolo. Guidata dal clarinettista ed arrangiatore Marco Pasetto, riproporrà la formula che l’aveva vista protagonista al Posto di Luciano Benini, qualche lustro fa, ospitando nelle sua classica line-up un prestigioso ospite, una formula questa che si era dimostrata vincente per la qualità del repertorio proposto e per la capacità dei vari ospiti di inserirsi in un ensemble affiatatissimo come la Storyville. Considerato il livello della proposta, non mi sono fatto scappare l’occasione di rivolgere qualche domanda al M°  Marco Pasetto per conoscere un po’ l’attività del gruppo.

  • Marco, negli anni la Storyville ha saputo costruirsi una reputazione a livello nazionale per la professionalità e per la capacità di presentare repertori della musica afroamericana troppo spesso relegati, mi sento di dire, quasi ad un ruolo folcloristico. Quale è stato il percorso che avete seguito?
  • Con la Storyville siamo partiti 31 anni fa con Gianni Romano fondatore. Ci propose di leggere degli arrangiamenti in stile New Orleans, Dixieland, Blues e Rag-time. Siamo partiti dalla lettura, anche se le improvvisazioni erano libere. Il sound iniziale era compatto ed efficace.
  • Qual è il vostro approccio verso il jazz che presentate, è filologico oppure, visti anche i tuoi molteplici interessi musicali, più libero e, rispetto agli arrangiamenti, più creativo?
  • Dal 2001 è partita una formazione con nuovi componenti: Gino Gozzi alla batteria, (al posto del compianto Luciano Zorzella) Sandro Gilioli alla tromba, (al posto di Beppe Zorzella) Giordano bruno Tedeschi al trombone, (al posto di Marco Brusco e Lino Bragantini) Renato Bonato al banjo (al posto di Gianni Romano). In questi anni abbiamo lavorato su due fronti: uno stile filologico attraverso un sound New Orleans più improvvisato. Progetti e collaborazioni strutturate come Jazz Menu (Ricette veronesi in jazz con Giorgio Gioco e Roberto Puliero), Anni Ruggenti con Marco Ongaro, Back to Traditional con Giorgia Gallo.
  • Sei riuscito a raggiungere il “suono” che pensavi quando il gruppo si è costituito?
  • Il sound lo creano le persone con le quali collabori, il loro modo di fraseggiare, la loro personalità, la sezione ritmica, è un lavoro lungo e particolare, molto stimolante, non finisce mai.
  • Chi sono oggi i componenti del gruppo?
  • Sandro Gilioli alla tromba, Giordano Bruno Tedeschi al trombone, io al clarinetto, Renato Bonato al banjo, Mario Cracco al basso tuba, Gino Gozzi alla batteria e Giorgia Gallo alla voce.
  • L’idea di presentare un ospite ogni ultimo giovedì del mese aveva già riscontrato un buon successo anni fa, come ho scritto in apertura, al Posto. Ma dal punto di vista esecutivo, suonare con un ospite non sposta l’equilibrio della band che si deve in qualche modo “adattare” al nuovo venuto? Quali sono le difficoltà ma anche le soddisfazioni di questi incontri?
  • Un ospite solitamente arricchisce la parte solistica improvvisativa, l’arrangiamento e l’esposizione del tema, che rimane invariato, per fortuna ci siamo abituati al confronto fin dagli inizi con Ruud Brink, Tony Scott, Franco Cerri, Gianni Basso, Enrico Intra, Dado Moroni, Renzo Arbore, Paolo Tomelleri, Gianni Sanjust, Lino Patruno, Hengel Gualdi, Rudy Miliardi, Emilio Soana, Cheryl Porter e molti altri. Ognuno di questi grandi musicisti ci ha insegnato qualcosa, nel suonare insieme e nel gestire le improvvisazioni, i collettivi. L’aspetto più prezioso, però a mio avviso, è stato passare con loro del tempo, sentire delle storie di vita incredibili di esperienze creative.
  • Quali repertori affronterete di conseguenza?
  • Suoneremo dei classici del jazz tradizionale fino al primo swing di Ellington. Mi piacerebbe proporre gradatamente il repertorio di Sidney Bechet, un grande artista che impersona la gioia, lo spessore e la musica di New Orleans, anche se passò gli ultimi anni di vita a Parigi, diffondendo il jazz tradizionale in tutta Europa.
  • Ci puoi raccontare dei primi ospiti che avrete al Cohen a partire da giovedì 28 settembre?
  • Il primo ospite sarà Walter Ganda; un maestro dello stile ritmico New Orleans, porterà una batteria Slingerland Radio King restaurata del 1937, una perla da vedere e ascoltare. Walter ci ha insegnato a suonare più correttamente il jazz tradizionale grazie alla sua preparazione meticolosa imparata a New Orleans. Con lui abbiamo inciso il nostro ultimo cd.
  • A questi concerti al Cohen è legato anche un progetto per un’incisione discografica?
  • Sì, ci piacerebbe fermare questi concerti attraverso delle registrazioni.
  • Che attività svolgete come Storyville? Solo concertistica o anche didattica?
  • Ogni anno ci chiama qualche scuola per delle lezioni-concerto, ci capita anche di suonare con delle classi ad Indirizzo Musicale del Primo Livello; il repertorio del Jazz Tradizionale è molto adatto alla didattica, i brani sono gioiosi, ritmici e molto piacevoli da suonare oltre che da ascoltare.
  • storyvillejazzband.it

 

IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

Raccolta da Alessandro Nobis

Sabato 13 maggio alle 21:30, sarà ospite del Cohen a Verona (www.cohenverona.it) Roberto Menabò, studioso ed interprete del blues acustico ma anche autore e finissimo interprete dello stile finger picking. Ha pubblicato una discografia ragionata di John Fahey (2002) per la Lapis Lapsus Edizioni e “Rollin’ and Tumblin’ – Vite affogate nel blues “ per l’Arcana e la sua discografia comprende “A bordo del Conte Biancamano” (1985), “Laughlin the blues” del 1995 ed “Il profumo del vinile” (2001): come si vede sono ben sedici anni che non pubblica un disco completamente nuovo (e poi scopriremo il perché del “completamente nuovo”) ma in ogni caso è molto tempo che non tiene un concerto a Verona. Ecco quindi una buona occasione per rivolgergli qualche domanda ed anche per riascoltare – sabato sera – la sua preziosa chitarra e le storie che racconta nei suoi concerti.

  • Ascoltando la tua musica – e lo dico da non musicista – mi sembra di capire che hai dei chiari punti di riferimento, John Fahey o Robbie Basho per esempio. Ma se torniamo indietro di qualche altro decennio, diciamo al blues pre-bellico, quali sono gli autori che ti hanno più indirizzato per l’elaborazione di un tuo stile personale ed in quali termini?
  • Il primo fra tutti, quello che ho tentato di imparare per anni è stato Mississippi John Hurt, è stato lui ad aprirmi la mente su come si poteva suonare la chitarra arpeggiata in modo diverso. A sedici anni io volevo suonare la chitarra elettrica: Hendrix, Bloomfield, Gallagher, Cipollina erano i miei idoli e poi ascoltai lui in un vecchio lp e fu la rivelazione di un mistero. A quei tempi tablature, video, scale pentatoniche erano fantasia, c’era solo un acetato che suonavi centinaia di volte ed era immensa la gioia quando riuscivi, a modo tuo, capire come stava eseguendo il brano
  • Mi sembra che la tua tecnica sia più legata ai musicisti che ho citato prima che, assieme al repertorio, ti differenziano molto da altri tuoi colleghi: mi vengono in mente Giovanni Unterberger, Andrea Carpi, Maurizio Angeletti e più recentemente Franco Morone, Walter Lupi e compagnia bella
  • Si, è vero, quando si ama nell’età giovanile e in modo maniacale il blues dopo, con gli ann, il tocco e il timbro rimangono, magari nascosti o inconsapevoli, ma sempre lì pronti ad uscire dalla memoria. Poi l’ascolto di Fahey, l’altra grande mania, mi ha fatto scoprire una chitarra diversa, melodica, ardente, facile ed ironica
  • Discograficamente parlando, nonostante la tua – possiamo dirlo – lunga carriera, hai prodotto poco, molto poco. Colpa anche del circuito musicale italiano o è una scelta dettata da ………… pigrizia o poco interesse verso questo aspetto puramente commerciale?
  • Si la mia carriera è lunga, ma sempre ai margini, negli anni sessanta sarebbe stata underground. Sono un po’ un orso, per campare faccio l’insegnante e non ho voglia di scontrarmi con le parrocchie culturali e le amicizie dal sorriso facile. Comunque ho fatto così pochi dischi perché non ho mai trovato un produttore, perché i dischi si vendono se fai tanti concerti, perché costa farli e devi ridurre sul bilancio della famiglia, perché bisogna avere la stoffa per fare e rifare le telefonate giuste ripetute e così via: preferisco fare una passeggiata nei boschi con il mio cane e improvvisare sulla chitarra.ma se ci fosse l’occasione ne farei tanti come anche di concerti
  • Di recente hai ripubblicato “A bordo del Conte Biancamano” con altri brani inediti. Ce ne vuoi parlare?
  • Il Conte Biancamano è uscito nel 1985 quando di dischi di sola chitarra acustica se ne facevano pochi. I pezzi risentono dello stile American Primitive Guitar, termine coniato da John Fahey. Poi la chitarra acustica è diventata quasi una moda sempre più difficile, a volte esagitata, alla ricerca della meraviglia e quasi da “paura”. Allora mi è venuta la voglia di riproporre il vecchio album, con nuova veste, libretto e copertina inserendo dei pezzi incisi qua e là negli anni, in particolare alcuni brani popolari italiani. Devo dire che, pur fra un pubblico di nicchia, il lavoro piace, soprattutto tra i giovani che ascolatno una chitarra diversa.
  • Hai sempre inserito nei tuoi lavori dei brani originali…
  • Si, sempre, anche nei concerti mi piace assolutamente inserire pezzi miei…
  • Manchi da Verona da molto, molto tempo. Quale sarà il repertorio che proporrai al Cohen?
  • E’ un piacere ritornare in città, il pubblico veronese è attento e preparato e ne sa di musica acustica. Senz’altro dei blues che mi servono per presentare i personaggi di Vite Affogate nel blues, ma anche pezzi originali, canzoni, strumentali, SamMcGee, insomma un repertorio un po’ vario e che, un po’ pretenziosamente, chiamo Chitarra Transatlantica.

 

IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

Raccolta da Alessandro Nobis

Lunedì 24 aprile alle 21, al Cohen di Verona (www.cohenverona.it) da pochissimo inaugurato si terrà il primo di una serie, speriamo lunga, si appuntamenti con il jazz. In questa prima occasione saliranno sul palco del locale di Via Scarsellini il chitarrista Enrico Breanza ed il contrabbassista Attilio Zanchi, prestigiosissimo musicista, compositore e didatta che ricordiamo già con Franco D’Andrea e Paolo Fresu, giusto per fare due nomi. Un abbinamento di strumenti che nella storia del jazz, pur non essendo tanto praticata, ha avuto eccellenti precedenti; ricordo qui Ralph Towner con Gary Peacock (o Glenn Moore), Pat Metheny con Charlie Haden, Jim Hall con Ron Carter (o ancora Haden). Mi sembrava quindi la giusta occasione per fare due chiacchiere con Enrico Breanza, visto che tra l’altro venerdì 12 maggio, sempre al Cohen, si presenterà con una formazione tutta diversa, con Maria Vicentini al violino e Paola Zannoni al contrabbasso.

  • Con Attilio Zanchi lei ha già collaborato nel recente passato, ricordo un bel concerto in Valpolicella con il batterista Andrea Oboe in trio appunto. Qual è l’approccio al jazz per un chitarrista rispetto alla presenza o meno di un batterista in formazione? Voglio dire, c’è maggiore libertà, maggiore interplay, più difficoltà nell’arrangiare i brani?

La formula del trio nel Jazz ha un suo funzionamento ormai classico e mi interessa molto praticarla. In questo caso specifico però mi concentrerò anche sui “vuoti” (ritmici in questo caso) che l’assenza di un batterista lascia. Il ritmo diventa giocoforza più implicito e aumenta il grado di astrazione della musica. In questo modo diventa obbligatorio anche il dialogo con i vuoti, pause e silenzi, attese.

  • Attilio Zanchi ha un fulgido passato ed è uno dei più richiesti contrabbassisti in circolazione. Quando ha avuto l’occasione di contattarlo e quali sono le sue doti di musicista che più apprezza?

La nostra collaborazione è nata inizialmente da un dialogo “epistolare”. E’ un musicista che stimo profondamente e apprezzo il suo lavoro da quando ero adolescente, amo in particolare la sua connessione tra tradizione e sperimentazione.  Qualche anno fa gli chiesi se era disponibile ad ascoltare le mie composizioni per un eventuale progetto comune. Attilio apprezzò il mio lavoro e fu disponibile ad iniziare un percorso assieme. Ho scoperto così un musicista straordinariamente aperto, solido e avventuroso allo stesso tempo.

  • Il repertorio che eseguirete a Verona come sarà composto? Originali o riletture di standard come in occasione del concerto in trio del quale accennavo prima?

Eseguiremo composizioni originali e riletture di brani provenienti dall’area non solo jazzistica. La scelta dei brani è caduta su quelli che valorizzano al massimo il rapporto chitarra – contrabbasso. Ho scelto musica che amo senza pormi più di tanto il problema di una continuità filologica. Sono improvvisazione e l’Interplay a connettere i brani del programma.

  • Pensa che questa collaborazione, intendo in duo, avrà qualche sviluppo “discografico”?

Me lo auguro e ci sto lavorando. Immagino una produzione per trio.

  • Venerdì 12 maggio si presenterà al Cohen invece con un trio più cameristico, se guardiamo la tipologia dei tre strumenti (chitarra, violino e violoncello); Paola Zannoni e Maria Vicentini sono due eccellenti strumentiste, con in più la capacità di adattarsi ai più vari repertori dando sempre un gran contributo in termini di suono e anche di interplay: quale sarà il repertorio che presenterete in questa situazione?

In quell’occasione presenteremo miei brani originali, arrangiati in chiave decisamente molto “classica”, ma con ampi spazi per l’improvvisazione. In questo programma la ricerca è anche quella del suono prodotto dall’elemento naturale del legno. Suono acustico e biologico.

IL DIAPASON INTERVISTA ELENA CASTAGNOLI del “COHEN”

IL DIAPASON INTERVISTA ELENA CASTAGNOLI del “COHEN”

IL DIAPASON INTERVISTA ELENA CASTAGNOLI

Raccolta da Alessandro Nobis

Dalla chiusura, o meglio dal loro trasferimento fuori città, de “Il Posto” di Luciano Benini e de “La Fontana di Avesa” di Francesco Avesani rispettivamente a Illasi e San Pietro in Cariano, a Verona manca decisamente un locale in centro città con una valida e costante programmazione musicale – di ampio respiro.

Venerdì 7 aprile questa lacuna verrà colmata dal “Cohen” un ampio ed intrigante spazio in zona San Zeno, in Via Scarsellini. Proprietaria Elena Castagnoli, appassionata di musica e collaboratrice per Radio Popolare Verona dove conduce “Full Moon Fever”.

Il Diapason si è naturalmente attivato chiedendo ad Elena Castagnoli un incontro per avere la possibilità di rivolgerle alcune domande in merito al “Cohen”.

  • L’aggettivo che mi viene in mente è “coraggiosa”.

Coraggiosa lo prendo come un complimento. In realtà era diventata un’esigenza, dopo tanti anni di radio e di programmi musicali, renderli “vivi” e dare ai musicisti una casa anche nel cuore di Verona.

  • Il nome del locale fa riferimento a Leonard Cohen. Giusto?

Giusto. Quando stavo cercando il nome per questo progetto, è scomparso un poeta ed uno dei Maestri della canzone d’autore, mi è sembrato doveroso omaggiarlo nel mio piccolo.

  • Lo spazio che ho avuto la fortuna di vedere ha una disposizione che si può prestare a diverse soluzioni.

Sì, lo spazio si sviluppa su più livelli ed è di ampio respiro. Ricorda molto i pub irlandesi, che sono da sempre per me modello di ispirazione per gestione degli eventi musicali e della condivisione delle esperienze degli utenti.

  • Quale sarà l’impronta che intende dare al locale? Il nome “pub” si presta, in Italia, a diverse interpretazioni. Quindi non solamente concerti ……….

L’ispirazione è appunto irlandese, quindi ottima birra e cibo di qualità, la musica resta comunque al centro, sempre declinata in acustico.

  • Con che frequenza ha programmato gli appuntamenti? Ho dato uno sguardo al programma di Aprile e Maggio e mi sembra piuttosto intenso e differenziato.

Abbiamo cercato di programmare i primi due mesi con molta ricchezza e varietà. Artisti stranieri di livello, in collaborazione con Andrea Parodi di Pomodori Music, artisti veronesi di spessore, appuntamenti curati da Enrico de Angelis con i migliori cantautori del panorama italiano e concerti di musica Country e Blues, con la collaborazione rispettivamente di Countrymania e AZ Blues. Spazio anche per reading tra letteratura e poesia con Mauro Dal Fior e segnalo anche l’appuntamento di domenica 7 maggio con lo storytelling di Diego Alverà dedicato al periodo berlinese di David Bowie.

  • Di recente uno degli spazi del locale ha ospitato due “house concert”, Richard Shindell e Sid Griffin: quali sono state le sensazioni che ha ricevuto dalle persone presenti?

L’impressione è stata molto positiva, soprattutto per merito degli artisti, che ho avuto la fortuna di ospitare nella “cantina”, per due concerti in stile folk club, credo memorabili per chi ha potuto assistere.

  • Le serate con musica dal vivo saranno a pagamento oppure ad ingresso libero?

L’inaugurazione di venerdì 7 aprile sarà ad ingresso libero con un concerto di Levi Parham, talentuoso cantautore americano che sarà accompagnato da Alex Valle, chitarrista che solitamente accompagna Francesco De Gregori. Il concerto avrà inizio alle 21.30, l’inazugurazione sarà alle 19. I concerti che seguiranno, a partire dal 14 aprile, prevederanno l’ingresso con una consumazione obbligatoria che si pagherà all’ingresso del locale, omaggiata per chi dovesse prenotare la cena ed entrare prima delle 20.30

  • Gli orari di apertura?

Dal lunedì al giovedì 16.30 -0.30

Venerdì e sabato 16.30 – 1.30

Prima domenica del mese 10.30 – 20.30

  • Ha previsto una programmazione anche per la prossima stagione estiva?

Certo, continueremo con i concerti anche d’estate, il locale è climatizzato e si presta a una programmazione annuale, abbiamo in serbo molte sorprese.

  • Lei conduce un programma molto interessante a Radio Popolare Verona; pensa di mandare qualche concerto anche in registrata alla Radio, ovviamente con il consenso degli artisti? Abbiamo attrezzato l’impianto del locale per registrare tutti i concerti, con il consenso degli artisti proporrò al Direttore di Radio Popolare – Cinzia Inguanta- di mandare in onda i live del Cohen.

 

Quindi, mi raccomando, venerdì 7 aprile (2017) dalle 19, un nuovo locale apre a Verona. Via Scarsellini. Non mancate all’inaugurazione e sosteniamo tutti il progetto di Elena Castagnoli. Molti auguri. E in bocca al lupo (che è una grande augurio).

 

IL DIAPASON INTERVISTA “TERRENI KAPPA”

IL DIAPASON INTERVISTA “TERRENI KAPPA”

IL DIAPASON INTERVISTA TERRENI KAPPA

Raccolta da Alessandro Nobis

E’ pronto da pochissimi giorni, e per ora solamente presso l’Associazione Artingegno a Verona in via Ludovico Cendrata 16, è disponibile “Ripples in the Lagoon” l’album di esordio del trio formato da Luca Crispino (contrabbasso), Roberto Zantedeschi (tromba) e Luca Pighi (batteria). Di questo bel disco, del pregevole jazz di nuova composizione che contiene ne avevo già parlato nelle scorse settimane (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/20/terreni-kappa-ripples-in-the-lagoon/), ma per saperne di più sul trio e sulla sua filosofia musicale ho pensato di rivolgere alcune domande ai tre musicisti.

copertina-ripples-in-the-lagoon

– Prima ancora di ascoltare la musica mi ha incuriosito subito il nome che avete scelto per il trio. Diciamo che il limite della fantasia dei jazzisti con “Terreni Kappa” si sposta ancora più in avanti……….

Luca Pighi: Il nome è stato tratto dal film Zeder dell’83, di Pupi Avati, dove vengono menzionati i “Terreni Kappa”, terreni “singolari” che hanno la proprietà di reinfondere la vita a chi ne venga a contatto. Nel nostro caso i “Terreni” sono territori di esplorazione dei generi, senza porsi dei limiti ma altresi lasciandosi coinvolgere e dando nuova forma a stili musicali diversi, legando i brani in qualche modo ad uno scenario quasi cinematografico.

– La musica che suonate mi sembra già piuttosto matura per un lavoro d’esordio. Come vi siete incontrati e quando avete deciso di dare vita a questo progetto?

Luca Crispino: Mi sono trasferito da Padova a Verona circa tre anni fa, da qui, per motivi di lavoro, ho ricominciato a collaborare in varie formazioni musicali dove, in base all’occorrenza, mi alternavo tra chitarra e contrabbasso, anche se il mio strumento principale rimane la chitarra. In una di queste formazioni ho avut l’occasione di suonare e conoscere Roberto Zantedeschi e davanti ad una tazza di caffè, poco prima di suonare, nacque l’idea di collaborare per un progetto di musica di nuova composizione. Da lì a poco Roberto contattò il batterista Luca Pighi con il quale suonava già da diverso tempo nella band “Peluqueria Hernandez”. Ci fu subito sintonia ed iniziammo a lavorare all’album

– Tromba, contrabbasso e batteria è un trio inusuale per il jazz. Perché non un pianista?

Luca Crispino: Non è così inusuale, sicuramente non avendo uno strumento armonico il tutto risulta molto più complesso, ma ci ha molto stimolato perché ci ha portato a trovare nuove soluzioni compositive ed interpretative per riempire gli spazi vuoti che a volte si potevano creare, lasciando molto più spazio alla libertà nell’improvvisazione. Un altro motivo è sicuramente la volontà di non voler rovinare un equilibrio che si era andato a creare dal punto di vista lavorativo ed umano

– Nel brano che dà il titolo all’album c’è anche un po’ di elettronica, ben usata e calibrata. Quali sono i vostri trascorsi musicali? Solo jazz o anche altro?

Luca Crispino: Ho iniziato suonando progressive e blues approdando poi al jazz ed alla fusion, anche se in alcune occasioni mi esibisco in performance di musica sperimentale ed improvvisazione. Comunque ascolto i più svariati generi ed essendo di natura una persona molto curiosa cerco sempre di approfondire e suonare cose nuove.

Roberto Zantedeschi: Il mio background è fatto di ascolti principalmente jazz e latin/jazz come Dizzy Gillespie, ed musicisti del mainstream come Miles Davis, Chet Baker, Freddie Hubbard, per poi passare a trombettisti moderni come Tomasz Stanko, Kenny Wheeler e Terence Blanchard che tra l’altro è stato mio argomento di tesi al Conservatorio. Nel brano “Ripples in the Lagoon” emerge la voglia di esplorare nuovi territori con l’ausilio dell’elettronica, e questo è ciò che da subito ha creato l’intesa tra me e Crispino. Non volevamo però diventasse invadente, ma bensi un valore aggiunto al brano ed alla band. E’ appunto la ricerca compositiva ed improvvisativa che accennava Luca; questo dialogo fra le parti per far in modo che il tutto funzioni e stia in piedi anche con pochi strumenti a disposizione.

Luca Pighi: Il mio percorso musicale, inizia dal rock-progressive, con una band veronese chiamata “Francesco baracca Pilota” nel ’81 dopo un percorso di studi presso l’Accademia di musica moderna a Milano. Successivamente ho avuto modo di suonare in molte band veronesi e non, spaziando dal soul, R’nB al funk, con cantanti come Kay Foster e Ginger Brew e musicisti del calibro di James Thompson e Gianluca Tagliavini. Dal 2004 sono percussionista del gruppo “Peluqueria Hernandez”, band nella quale ho avuto modo di conoscere Roberto

– Ho apprezzato molto il fatto come le composizioni siano tutte originali. Quali sono state – se ce ne sono state – le fonti d’ispirazione per i due compositori, Luca Crispino e Roberto Zantedeschi? In certi momenti mi sembra di ascoltare certe atmosfere jazz che vengono dal nord, o mi sbaglio?

Luca Crispino: E’ difficile spiegarlo…..credo che la mia fonte d’ispirazione nasca principalmente dall’unione tra immaginario e stati d’animo, incidentalmente contaminata dai “vapori” dell’epoca in cui viviamo. Il processo di composizione nel complesso si è evoluto in maniera naturale e spontanea ed ognuno di noi ha contribuito nello sviluppo dei brani dell’altro lasciando largo spazio ad improvvisazioni e libertà d’ azione, per questo anche la scelta di registrare in presa diretta e con pochissimi take, agevolando così emotività ed istinto.

Roberto Zantedeschi: Quando scrivo generalmente mi lascio travolgere da un’immagine che mi ha colpito, da un mood particolare o da persone che incontro nella mia vita, cercando appunto di descrivere le emozioni che mi ha trasmesso quel particolare evento.Di sicuro le influenze di un jazz nordico ci sono, di fatto, sono rimasto colpito da una band Norvegese che ho avuto modo di ascoltare in un concerto live l’estate scorsa che utilizzavano molto l’elettronica (anche se forse fin troppo per i miei gusti musicali).

– Il jazz italiano cresce continuamente di livello, eppure ai festival importanti i nomi in cartellone sono sempre quelli. Eppure in parecchie piccole produzioni come la vostra la qualità c’è, ed è anche alta. Avete tutte le carte in regola per uscire dal sottobosco ed emergere a livello italiano e non solo. Come pensate di muovervi? Solo social network – che a mio parere vanno bene per un contatto epidermico – o avete in mente qualcosa d’altro?

Luca Crispino: La musica nell’arco degli anni è cambiata, un musicista al giorno d’oggi oltre che al suonare si deve occupare di tutti quegli aspetti imprenditoriali quali raccogliere i contatti, organizzare le serate, creare la pubblicità e fare un vero e proprio lavoro di marketing. Per quanto riguarda i festival gli organizzatori di quest’ultimi hanno la tendenza, per ragioni commerciali, di andare sul “sicuro” e spesso e volentieri i nomi che appaiono sui cartelloni sono sempre gli stessi, senza nulla togliere all’indubbia qualità degli artisti. Non danno cosi spazio però a nuove proposte, mantenendo la situazione musicale sempre ferma e stagnante.