IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

IL DIAPASON intervista MAURIZIO DIAMANTINI, organettista

di Alessandro Nobis

Una piccola comunità montana, a circa 700 metri di quota ad una trentina di chilometri da Verona nella Lessinia Occidentale a due passi dal Ponte di Veja, ospita da qualche tempo a cadenza mensille un’imteressante iniziativa che riguarda la cultura popolare ed in particolare la tradizione musicale che si tengono nel veronese e che, come sentiremo, è riuscita a coinvolgere piano piano numerosi musicisti ed appassionati del ballo popolare di province e regioni limitrofe. Si sta assieme, si suona, si balla, si mangia (e si beve del buon vino) in modo del tutto informale: non si cerca di rivivere il passato, fatto in queste zone di vita assolutamente grama, ma si sta assieme dimenticando tutto il resto per lo spazio di un pomeriggio domenicale tra amici ballando i ritmi che le persone e la storia ci hanno tramandato e che non dobbiamo dimenticare. Un modo di fare comunità, quello del BalFolk, molto più praticato di quello che si crede in Italia ed in molti altri Paesi europei che hanno conservato anche sviluppandole, le tradizioni popolari nello specifico musicali e coreutiche.

A Verona, a Giare, artefici di questi appuntamenti sono alcuni appartenenti al Gruppo Ricerca Danze Popolari, ensemble costituitosi nel 1980 e con numerose attività in corso, come vedremo. Per conoscere meglio questa iniziativa  Il Diapason ha incontrato l’organettista Maurizio Diamantini, uno dei promotori assieme a Luisa Capitani di questa iniziativa.

49676452_2058514787542758_195670210265481216_n– Innanzitutto sono curioso di conoscere come è nata l’idea di questi incontri con le danze popolari e soprattutto come siete venuti a conoscenza di questo straordinario spazio in quel di Giare che non è esattamente alle porte di Verona.

– 23 anni fa abitava a Marano di Valpolicella Olivier Jay, venuto in Italia per imparare a costruire organi per le chiese. Notevole violinista, ha suonato molti anni or sono anche con il Canzoniere Veronese di Grazia De Marchi.
Olivier dava lezioni di organetto, strumento suonato da pochissimi virtuosi a quel tempo, come Roberto Lucchese dei Noctua. Cosa c’entra tutto questo con Giare? :
a Chambery, dove abitava Olivier, i suonatori tradizionali locali si trovavano periodicamente per suonare insieme e far ballare le persone che partecipavano a queste feste.
Luigia ed io andavamo a lezione di organetto da Olivier. Un giorno ad Olivier è venuta l’idea di riproporre a Verona l’esperienza francese della “ banda larga” così siamo andati a Giare a parlare con Don Giovanni Gottoli che ha messo a disposizione il fantastico teatrino.
Notevole l’affluenza di ballerini e suonatori negli anni, provenienti da tutto il nord Italia.

– Sono convinto che la musica tradizionale da molti anni abbia perso la sua funzione originaria di accompagnamento al ballo popolare. Mi sembra che la vostra iniziativa vada nel senso della sua ricontestualizzazione. Cosa ne pensi?

Chi viene a Giare sa che la proposta, sia delle musiche che dei balli, è il più possibile tradizionale. Certo che i giovani danzatori preferiscono musiche arrangiate e magari suonate sia a volume che a velocità “differenziati”, mentre a Giare si suona rigorosamente dal vivo senza amplificazione. La creazione di danze popolari, cioè create dalla comunità e non da un coreografo, penso che si sia fermata ben prima degli anni 50′, noi riproponiamo la storia della danza popolare con qualche eccezione. In particolare proponiamo i “repertori” ancora vivi nell’Italia settentrionale-centrale, come le danze venete (raccolte da Guglielmo Pinna e altri ricercatori), le danze delle valli Occitane d’Italia, le danze delle 4 province (Cegni), le danze dell’Appennino bolognese, le danze della Romagna.

GIARE 01

– Come sono organizzate queste “domeniche” di Bal Folk a Giare? C’è un nucleo di strumentisti fisso o lo spirito è quello della session informale alla quale possono partecipare suonatori diversi?

– La partecipazione alla session è libera e chiunque può partecipare, basta che la proposta musicale rientri nel balfolk ”tradizionale” Molti suonatori veronesi sono venuti nel “teatrino”: ad esempio Alfredo Nicoletti, Massimo Muzzolon, Livio Masarà, Francesco Pagani, Anna Veronese, Mirco Meneghel, Guido Gonzato e Otello Perazzoli.

– Alcuni di quelli che hai citato fanno parte o hanno fatto parte in passato di ensemble legati al fenomeno del folk revival, come il Canzoniere Veronese o i Folkamazurka. Come vedi questa corrente di pensiero secondo la quale per perpetuare la musica popolare è necessario “anche” scrivere brani originali o introdurre suoni ed arrangiamenti più attuali.

– A Giare l’idea è quella di riproporre le musiche il più possibile simili a quelle che gli informatori ci hanno proposto, abbiamo un repertorio di 500 – 600 danze, e per un po’ possono bastare (direi, n.d.r), lasciando ad altri l’innovazione.

– Ho visto esibirvi anche indossando abiti che in qualche modo ricordano quelli del passato. Ma cosa è che vi distingue dai gruppi considerati prettamente “folcloristici”? –

L’abito che indossano i ballerini è “freefolk” un abito di foggia fine 800′ non ben localizzato geograficamente. La differenza tra i gruppi di danza popolare e i gruppi folk sta nel mantenimento della coreografia tradizionale, senza cambiamenti per i gruppi di danza popolare, mentre i gruppi folkloristici compiono operazioni di forte rimaneggiamento delle coreografie.
Un altro discorso va fatto sugli strumenti musicali….. non sempre si possono suonare i repertori con gli strumenti originari (es. la polka saltini con il piffero)

– I ballerini “di Giare” fanno parte di qualche gruppo in particolare o anche in questo caso c’è una certa “apertura”?

Giare è un porto di mare…. nel tempo si sono alternati flussi di ballerini provenienti dall’Emilia-Romagna, dal Veneto, dalla Lombardia, e, ultimamente, dal Trentino.

– Come Gruppo Ricerca Danze Popolari avete partecipato recentemente al Tocatì in Piazza Dante raccogliendo apprezzamenti dal pubblico. C’è sempre qualche contatto con nuovi appassionati che vi chiedono di partecipare ai vostri corsi ed incontri?

Negli ultimi anni molti giovani si sono avvicinati alle danze popolari, complice una mazurka della Guascogna che ai ragazzi piace molto. All’interno del GRDP hanno creato un gruppo giovani che gestiscono indipendentemente.

– Qual’è il repertorio al quale fate riferimento, o meglio i repertori, considerato che arrivano suonatori e ballerini anche da altre aree e che a Verona ci sono altri gruppi che praticano il ballo popolare?

– A Verona esistono altri gruppi danza e ogni gruppo ha un’area ben definita: “Tamzarà” propone danze dell’est Europa ed israeliane, I “GRECI” ( gruppo ricerca ellenistico coreutico italiano) propone danze greche, il Gruppo di Francesco Pagani danze e canti veneti, il GRDP danze europee. Il gruppo Ammutinati di Piovezzano bal folk.A Giare proponiamo tutti questi repertori.

– So che partecipate ad eventi in altre regioni ed anche all’estero. Qual è la situazione del BalFolk fuori dalle mura veronesi? Mi sembra che qui siano molto poche le occasioni per ballare la musica popolare, eccezion fatta per quelle organizzate dagli amici salentini ma si sa, la “pizzica” è un fenomeno di massa …..

Alla FolkBanda (https://www.facebook.com/FolkBanda-verona-881619381917055/), o parte della band, non sono mancati ultimamente appuntamenti internazionali suonando danze venete e trentine per diversi gruppi danza: siamo andati in Brasile, Stati Uniti, Nepal, Armenia, Georgia, Francia, Portogallo, Croazia, ed in novembre saremo in India. A Verona il GRDP organizza parecchi concerti con musicisti internazionali ma non sono molto pubblicizzati o non pubblicizzati sui media.
Per quanto riguarda la pizzica indubbiamente è un richiamo per i giovani. Fortunatamente, a seguito del Tocatì è iniziata una collaborazione con l’AGA, e quindi, sul Lungadige San Giorgio non assisteremo solo a danze pugliesi ma anche a danze venete (
evviva! n.d.r.)

– Con quale frequenza vi incontrate a Giare e soprattutto, gli incontri sono aperti a tutti?

– A Giare ci troviamo una volta al mese (https://www.facebook.com/Danze-Popolari-Giare-142328762494713/r)e come ho detto prima la partecipazione sia dei musici che dei ballerini è libera e gratuita.

– C’è qualche abitante di Giare o dintorni che partecipa? I vostri contatti quali sono?

A Giare c’è stata una forte immigrazione, specie di rumeni, che si affacciano al teatro quando sentono musiche del loro paese. Quasi nulla la partecipazione dei paesani “autoctoni” con i quali, comunque, i rapporti sono buoni.

– Le prossime iniziative didattiche e di Bal Folk?
– Sul sito(http://www.gruppodanzeverona.com/)si possono trovare gli appuntamenti annuali del gruppo. Il prossimo appuntamento il domenica 20 ottobre ore 16.30.


IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON INCONTRA ROBERTO ZORZI

di Alessandro Nobis

Domenica 27 gennaio, con una rara performance del chitarrista Roberto Zorzi, si chiude il trittico di concerti della miniserie “THE COHEN UNDERGROUND” che si tiene naturalmente al Cohen ed inserita nel JAZZCLUB, a Verona in Via Scarsellini con inizio alle 20.underground 18 19 zorzi

Roberto Zorzi appartiene ai “devoti” alla musica improvvisata, e sebbene abbia preso parte ad ensemble non esattamente facenti parte di questa corrente come i N.A.D., Si.Mi.La.Do. o The Bang con i suoni ed interventi ha sempre “marchiato” la sua presenza arricchendo la musica nel suo complesso. Importante la sua collaborazione con il collega californiano Henry Kaiser (“Through” del 1999) e recentemente le sue produzioni in trio, la prima con Boris Savoldelli e Massimo Barbiero e la seconda con Scott Amendola e Michael Manring, sfociata in “Facanapa Umarellas and the World Wide Crash” considerato meritatamente  il miglior album del 2018 per la sezione Avant Garde & Experimental da Voctor Aaron della prestigiosa rivista “Something Else Review” (http://somethingelsereviews.com/2019/01/14/wendy-eisenberg-brandon-seabrook-david-dominique-s-victor-aarons-best-of-2018-part-3-of-4-avant-garde-experimental/?fbclid=IwAR1UNyD4sZwxOkRg9ru4X2WOA1Z2Ne8N_V970T07CO-PhYNJx7uxTxcJh2Q).

Una grande soddisfazione per il musicista veronese, dal quale mi aspetto presto un album solo ……… intanto l’ho incontrato per conoscere meglio la sua musica in vista del concerto di domenica 27.

– Come e quando ti sei avvicinato prima da ascoltatore ed in seguito come esecutore alla musica improvvisata? Cosa ti aveva colpito di questo linguaggio, il suo radicalismo, la novità, la sua purezza?

Accadde all’incirca nel 1972 o 73: un amico, il mitico per me, Lucio Vicentini si presentò a casa mia con due Lp, Music Improvisation Company e Lot 74, un solo di Derek Bailey. A quel tempo a me sembrava pura avanguardia Chick Corea con le sue “Piano improvisations”, puoi immaginare lo shock che provai. Quello che ho sempre apprezzato nella musica improvvisata è la sua purezza (un po’ come Alien, per chi ricorda la battuta dell’androide nel primo film). Poi la capacità di reinventare la “lingua strumentale. E’ una forma musicale democratica, nessuno è leader, tutti lo sono, quando si improvvisa in gruppo. Nulla di anarchico.

–  Chi prima di altri ti ha influenzato e segnalato un percorso?

A dire il vero forse la primissima influenza non ha a che fare con improvvisatori, ma con Fripp & Eno di Evening Star, poi, ovviamente, tutto il movimento europeo, in particolare quello inglese, con una menzione particolare per Fred Frith ed il suo “Guitar solos”. Bailey è scontato. Poi sono venuti gli americani, tra tutti John Fahey ed Henry Kaiser in particolare, al quale devo moltissimo.

– Vista la tua esperienza, come è cambiata se è cambiato il concetto di improvvisazione? Mi riferisco in particolare a quella che identifico personalmente con la scuola europea?

Credo sia cambiato l’approccio complessivo, con una apertura totale verso il coinvolgimento di musicisti americani (soprattutto dalla zona di Chicago e dalla California)

– A mio avviso c’è un linguaggio di assolutà libertà esecutiva più legata alla musica afroamericana e quello invece come dicevo appartenente alla cultura europea che molti avvicinano alla musica contemporanea. Li ritieni separati o secondo te hanno degli aspetti in comune?

La musica improvvisata è sempre stata considerata un limbo dalla critica, un luogo dove potevano confluire tutti e nessuno, ma direi che i risultati dell’integrazione tra i due mondi hanno sempre dato risultati eccellenti (vedi, ad es., il cd del duo Derek Bailey / Cecil Taylor a Berlino, nel) 1988.

– Esiste senso te una corrente italiana all’improvvisazione radicale?

Sì, qualcuno c’è, qualche “vecchio leone” che ancora si batte per mantenerla in vita, non so per quanto riguarda i giovani, ma non parlerei comunque di “corrente italiana”.

– Nelle tue performance solistiche, che strumentazioni utilizzi? Preferisci il suono elettrico con l’apporto di elettronica o ti affidi anche al suono naturale dell’acustica?

70% elettrico, 30% acustico.

– Tra le tue più recenti collaborazioni che poi sono sfociat e nella pubblicazione di due CD ci sono quella con Boris Savoldelli e Mattia Barbiero (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) e quella con Michael Manring e Scott Amendola. E’ solo un caso che entrambe le esperienze siano frutto di una formazione a tre?

No, non è casuale: è il numero perfetto, la formazione perfetta.

– Quale secondo te dovrebbe essere oggi l’approccio dell’ascoltatore alla musica improvvisata e qual è la sua reazione rispetto a quando hai iniziato?

Con l’avvento di internet dovrebbe essere molto più facile soddisfare la propria curiosità ed approfondire la conoscenza, ma credo che il vero problema, oggi, sia proprio la mancanza di curiosità e l’appiattimento su  standard sicuri e “relativisti”, se mi passi il termine. In linea con la cultura dominante.

– Con il passare dei decenni è cambiato molto il mercato discografico, ma la musica improvvisata ha sempre avuto un pubblico di nicchia difficilmente raggiungibile; piccole etichette (mi vengono in mente la Incus o la tedesca FMP), difficoltà nel trovare i dischi. Oggi, paradossalmente che il mercato “al dettaglio” è pressocchè sparito, grazie ad internet questa musica è più facilmente reperibile, anche quella prodotta da piccole labels come la Treader di John Coxon per fare un esempio. I tuoi lavori dove sono rintracciabili?

In alcuni – rari – negozi specializzati, ma soprattutto su tutte le piattaforme digitali: Amazon, CD Baby, iTunes, etc etc.

– Visto il concetto che sta alla base ti quello che suoni, non ti chiederò anticipazioni rispetto alla tua performance del 27 gennaio al Cohen, ma ti ringrazio davvero per la tua disponibilità.

Grazie a te.

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

Da poche settimane è disponibile il nuovo lavoro del compositore – chitarrista Federico Mosconi, “Penombra”. Pubblicato come il precedente “Colonne di Fumo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/) dall’etichetta Krysalisound, vede la co-titolarità con Roberto Galati, anche lui chitarrista e “manipolatore di elettronica” (live – electronics lo trovo di difficile traduzione”).

Ho già scritto in occasione della recensione di “Colonne di fumo” come sia arduo descrivere l’intensità e la bellezza di questa musica, e le otto tracce di “Penombra” non fanno che confermare questa mia difficoltà, lo confesso. Musica elettronica, ambient, contemporanea, tutte e tre messe assieme, ognuno troverà la sua personale definizione, ma l’impressione che ne ho ricavato dal suo ascolto è soprattutto la grande fluidità che scorre traccia dopo traccia ed il piacere che se ne ricava dalla sua fruizione; solitamente frequento altri territori musicali, i miei riferimenti “ambient” sono molti anni indietro nel tempo e per questo ho chiesto a Federico Mosconi di chiarire alcuni punti riguardanti questo “Penombra”.

Grazie intanto per la tua gentile disponibilità, Federico. Ti chiedo innanzitutto due parole su Roberto Galati e come nasce questa collaborazione.

Ci siamo conosciuti nel 2014. Avendo pubblicato entrambi per l’etichetta Psychonavigation, e vivendo a Padova e Verona, abbiamo pensato di incontrarci. Gli interessi comuni e soprattutto un medesimo approccio alla musica, pur provenendo da percorsi molto diversi, hanno immediatamente dato avvio ad una sincera amicizia che all’inizio abbiamo semplicemente coltivato. Col tempo abbiamo valutato l’ipotesi di avviare un progetto insieme. L’obiettivo che ci eravamo proposti era di fare dei concerti insieme. L’idea del disco è arrivata dopo, come risultato del lavoro che abbiamo fatto in funzione del concerto che abbiamo tenuto lo scorso aprile al circolo Masada di Milano.

La domanda che mi faccio sempre quando ho l’occasione di ascoltare musica come quella che avete registrato è: quali sono le modalità di composizione e di interazione tra i vostri strumenti, e quanta parte – se ce n’è – è lasciata alla spontaneità esecutiva?

Molta parte del lavoro è lasciata alla spontaneità esecutiva. Durante le prove i brani si creavano da soli e le nostre singole parti si compensavano perfettamente. Nel caso specifico di “Penombra” non c’è stata alcuna preparazione, abbiamo acceso gli strumenti e abbiamo registrato quasi immediatamente. Quello che si ascolta è il risultato della registrazione, senza sovraincisioni. I suoni si combinano e si fondono attraverso un’idea comune.

Roberto: per quanto mi riguarda, utilizzo una chitarra effettata attraverso Ableton live. Mi sono creato una sorta di tavolozza con una decina di effetti con i quali creo le mie parti. Un oggetto che poi non manca mai quando suono è l’e-bow.Federico: filtro la chitarra con vari effetti che rielaboro in tempo reale con Max/MSP.

Qual è l’approccio che avete durante le vostre performance dal vivo?

Poiché la nostra idea era di dare un approccio live al progetto, il concerto è il contesto ideale per la nostra musica. I brani sono nati per essere suonati dal vivo. Partendo da una struttura di base, lasciamo semplicemente fluire la musica esattamente come facciamo durante le prove.

E’ difficile distinguere i ruoli che ognuno di voi gioca durante l’ascolto; forse l’omogeneità del suono, o dei suoni, è uno dei maggiori pregi di queste otto composizioni.

Federico: E’ stato sorprendente verificare sin dalle prime prove, la perfetta sintonia che si era creata spontaneamente. Non abbiamo mai inseguito i brani, la spontaneità credo sia la loro forza. In ogni caso, sarebbe un peccato svelare i ruoli e separare le parti, lasciamo che chi ascolta si faccia trasportare da un unico flusso.

Roberto: Trovo la musica di Federico estremamente interessante e molto vicina alle mie esplorazioni musicali. Abituato a suonare da solo e a lavorare meticolosamente sui singoli suoni, questa esperienza è stata quasi liberatoria. Per me è poi un onore suonare con Federico, un musicista di grande talento oltre che ineccepibile da un punto di vista tecnico.

La Krysalisound ha curato il packaging in modo pregevole, ma con – a parte la scaletta dei brani – nessuna nota a “margine”. Per i più curiosi dove trovare altre informazioni? E, soprattutto, dove trovare il CD?

Federico: Per informazioni su di noi il web è la fonte più ricca; il Cd (fisico e digitale) e informazioni sul progetto si possono trovare direttamente sulla pagina bandcamp di Krysalisound: https://krysalisound.bandcamp.com/album/penombra ed è in vendita a Verona da Dischi Volanti.

Roberto: per quanto riguarda Krysalisound, mi sento in dovere di dire che l’esperienza è assolutamente positiva. Con Francis M. Gri, responsabile dell’etichetta, abbiamo instaurato un rapporto di fiducia e di stima reciproca, oltre che una vera amicizia che desidero coltivare. Significative, per capire la filosofia di Krysalisound, sono le parole che Francis ha pubblicato recentemente sul suo sito: https://krysalisound.com/2017/10/13/percezioni-sonore/

Ne approfittiamo per ringraziarlo per ciò che sta facendo. Francis è spinto da una genuina passione verso la musica. Apprezziamo molto la definizione che ha trovato per descrivere Krysalisound: “Mi piace pensare a KyrsaliSound più che a un’etichetta a un satellite in continua evoluzione, un collegamento tra musicista e ascoltatore che grazie a una rete di connessioni vive e comunica. Un hub per chi ha voglia ancora di respirare musica di qualità, offrendo magari concerti ed eventi musicali.”.

Su quali altri progetti state lavorando al momento?

Roberto: a breve uscirà un nuovo lavoro a mio nome che verrà pubblicato da Databloem. Il disco si intitola “Silence (as a din)”; sono nuove esplorazioni musicali che si aggiungono a quelle passate. C’è poi un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nel 2018. Novità sui miei progetti sono sempre segnalate nel mio sito http://www.galatimusic.com

Federico: durante l’estate ho avuto il piacere di condividere suoni e idee per un lavoro in duo con Francis M. Gri, e sto terminando il mastering del mio prossimo disco, che uscirà sempre per Krysalisound.

Per restare in ambito elettroacustico, recentemente il violoncellista Nicola Baroni mi ha coinvolto in un interessante progetto di incontro e dialogo fra la nostra elettronica e la musica tradizionale africana del Black Afrique Fluxus, formato da 4 musicisti africani, in gran parte basato su improvvisazioni.

Ti ringraziamo moltissimo per averci dato la possibilità di parlare del nostro progetto e di spiegarne la sua nascita.

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

Raccolta da Alessandro Nobis

Giovedì 5 ottobre, alle 21:30, saranno ospiti del Cohen JazzClub i tre musicisti del gruppo Tangox3 (www.tangox3.eu) ovvero Giannantonio Mutto al pianoforte, Luca Degani al bandoneon e Leonardo Sapere al violoncello. Apparentemente il tango ha poco a che fare con la musica afroamericana, ma se consideriamo lo sviluppo che ha avuto nel ventesimo secolo, soprattutto quando dalla musica funzionale al ballo si è evoluto il tango nuevo, musica cameristica e quindi da ascolto che ha saputo calamitare l’interesse di molti jazzisti che hanno iniziato ad interpretare brani che sono poi diventati veri e propri “standard”.

Giannantonio Mutto, pianista di formazione classica e docente al Conservatorio “Dall’Abaco” di Verona, ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il tango argentino, proponendo progetti che sempre mi hanno affascinato per la raffinatezza ed il rispetto verso gli autori interpretati sempre con un tocco personalità. Tangox3 è un progetto consolidato, ed in occasione del concerto al Cohen mi sembrava opportuno conoscere più da vicino la musica ed il repertorio rivolgendo alcune domande a Mutto, che ringrazio.

  • Ti sei sempre interessato al tango argentino, come è nato questo interesse? Non è un amore passeggero……
  • Iniziai a conoscere il tango realizzando un recital con Grazia De Marchi nel 1991 “Tango, tango e ancora tango” comprendente musiche di autori argentini, italiani e proponendo nel finale alcuni capolavori di Astor Piazzolla. Nel frattempo ebbi la fortuna di avere alcune partiture strumentali di Piazzolla e lì iniziò il mio percorso non ancora concluso.
  • Questo trio, che per la formazione che presenta può essere veramente considerato cameristico, quando nasce?“Tango X 3” nasce nel 2005 da un’evoluzione di gruppi precedenti: Estravagario Quartetto e poi Quintetto, gruppi sempre identificati dalla musica argentina.
  • “Barrio de Tango”, il primo vostro lavoro, è stato pubblicato da poco. Sei soddisfatto del risultato, voglio dire ritieni di avere concretizzato la vostra personale idea di tango?
  • “Barrio de Tango” è il sesto CD sul tango in compagnia di Luca Degani e Leonardo Sapere, il secondo di “Tango X 3”. Dal precedente cd “Tango X 3 Dedicado a…” sono passati 11 anni, il nostro modo di suonare è profondamente cambiato, considero “Barrio de Tango” un CD che racchiude il nostro amore e la nostra passione per la musica argentina.
  • Due parole sui tuoi compagni di viaggio?
  • Luca e Leonardo sono gli ideali compagni di viaggio: la grande amicizia che ci lega e lo stesso modo di percepire il linguaggio dei suoni ci permette di suonare e di creare nuovi progetti mantenendo una forte intesa sul “come realizzare” quel progetto.
  • Oggi la musica che solisti e piccoli combos suonano è decontestualizzata rispetto a quella delle origini di Buenos Aires, comunque ancora suonata e ballata in tutto il mondo. Chi sono gli autori che hanno avuto un ruolo determinante per questa “svolta”, e quando questa è avvenuta?
  • Il nostro e mio primo approccio con il tango è stato la scoperta della musica di Astor Piazzolla, un mix di cultura italiana, latino americana, jazz e ‘900 classico. Un po’ tutti i gruppi che suonano tango ora hanno conosciuto dapprima la musica di Piazzolla, anche per il fatto che lui scriveva tutto e quindi siamo riusciti a reperire gran parte delle sue composizioni, inizialmente anche in modo pionieristico, ma ora il materiale è ampiamente fruibile. Lentamente abbiamo scoperto e stiamo ancora scoprendo i grandi autori del tango classico da cui Piazzolla è partito: Pugliese, Troilo, Mores, Spamponi ecc…
  • Il tango spesso è ospite graditissimo dei jazz festival
  • Grande affinità di pensiero e di modalità esecutiva fra il jazz e il tango, soprattutto quello moderno, la cosiddetta “guardia nueva”, fonte di ispirazione reciproca; non a caso Piazzolla inaugurava il festival del jazz di Montreal
  • Che criteri avete utilizzato in fase di arrangiamento, e quali saranno i brani in scaletta che suonerete al Cohen?
  • L’arrangiamento nel tango è scritto, nel trio è un mio compito. Naturalmente è fonte di anni di lavoro, studio e ascolto continuo del materiale esistente. Cerco di modificare le partiture originali il meno possibile adattandole al trio. Ultimamente il nostro repertorio mescola tanghi del periodo classico (guardia vieja) con tanghi moderni di Piazzolla… spesso la scaletta la decidiamo poco prima del concerto… quindi… sorpresa.

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INCONTRA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

Raccolta da Alessandro Nobis

A partire dal 28 settembre nella programmazione del JazzClub che si tiene al Cohen di Verona, in Via Scarsellini, protagonista fisso dell’ultimo giovedì di ogni mese sarà il prestigioso ensemble della Storyville Jazz Band, uno degli ensemble più apprezzati dal pubblico e dalla critica specializzato nella riproposizione del jazz dei primi decenni del Ventesimo Secolo. Guidata dal clarinettista ed arrangiatore Marco Pasetto, riproporrà la formula che l’aveva vista protagonista al Posto di Luciano Benini, qualche lustro fa, ospitando nelle sua classica line-up un prestigioso ospite, una formula questa che si era dimostrata vincente per la qualità del repertorio proposto e per la capacità dei vari ospiti di inserirsi in un ensemble affiatatissimo come la Storyville. Considerato il livello della proposta, non mi sono fatto scappare l’occasione di rivolgere qualche domanda al M°  Marco Pasetto per conoscere un po’ l’attività del gruppo.

  • Marco, negli anni la Storyville ha saputo costruirsi una reputazione a livello nazionale per la professionalità e per la capacità di presentare repertori della musica afroamericana troppo spesso relegati, mi sento di dire, quasi ad un ruolo folcloristico. Quale è stato il percorso che avete seguito?
  • Con la Storyville siamo partiti 31 anni fa con Gianni Romano fondatore. Ci propose di leggere degli arrangiamenti in stile New Orleans, Dixieland, Blues e Rag-time. Siamo partiti dalla lettura, anche se le improvvisazioni erano libere. Il sound iniziale era compatto ed efficace.
  • Qual è il vostro approccio verso il jazz che presentate, è filologico oppure, visti anche i tuoi molteplici interessi musicali, più libero e, rispetto agli arrangiamenti, più creativo?
  • Dal 2001 è partita una formazione con nuovi componenti: Gino Gozzi alla batteria, (al posto del compianto Luciano Zorzella) Sandro Gilioli alla tromba, (al posto di Beppe Zorzella) Giordano bruno Tedeschi al trombone, (al posto di Marco Brusco e Lino Bragantini) Renato Bonato al banjo (al posto di Gianni Romano). In questi anni abbiamo lavorato su due fronti: uno stile filologico attraverso un sound New Orleans più improvvisato. Progetti e collaborazioni strutturate come Jazz Menu (Ricette veronesi in jazz con Giorgio Gioco e Roberto Puliero), Anni Ruggenti con Marco Ongaro, Back to Traditional con Giorgia Gallo.
  • Sei riuscito a raggiungere il “suono” che pensavi quando il gruppo si è costituito?
  • Il sound lo creano le persone con le quali collabori, il loro modo di fraseggiare, la loro personalità, la sezione ritmica, è un lavoro lungo e particolare, molto stimolante, non finisce mai.
  • Chi sono oggi i componenti del gruppo?
  • Sandro Gilioli alla tromba, Giordano Bruno Tedeschi al trombone, io al clarinetto, Renato Bonato al banjo, Mario Cracco al basso tuba, Gino Gozzi alla batteria e Giorgia Gallo alla voce.
  • L’idea di presentare un ospite ogni ultimo giovedì del mese aveva già riscontrato un buon successo anni fa, come ho scritto in apertura, al Posto. Ma dal punto di vista esecutivo, suonare con un ospite non sposta l’equilibrio della band che si deve in qualche modo “adattare” al nuovo venuto? Quali sono le difficoltà ma anche le soddisfazioni di questi incontri?
  • Un ospite solitamente arricchisce la parte solistica improvvisativa, l’arrangiamento e l’esposizione del tema, che rimane invariato, per fortuna ci siamo abituati al confronto fin dagli inizi con Ruud Brink, Tony Scott, Franco Cerri, Gianni Basso, Enrico Intra, Dado Moroni, Renzo Arbore, Paolo Tomelleri, Gianni Sanjust, Lino Patruno, Hengel Gualdi, Rudy Miliardi, Emilio Soana, Cheryl Porter e molti altri. Ognuno di questi grandi musicisti ci ha insegnato qualcosa, nel suonare insieme e nel gestire le improvvisazioni, i collettivi. L’aspetto più prezioso, però a mio avviso, è stato passare con loro del tempo, sentire delle storie di vita incredibili di esperienze creative.
  • Quali repertori affronterete di conseguenza?
  • Suoneremo dei classici del jazz tradizionale fino al primo swing di Ellington. Mi piacerebbe proporre gradatamente il repertorio di Sidney Bechet, un grande artista che impersona la gioia, lo spessore e la musica di New Orleans, anche se passò gli ultimi anni di vita a Parigi, diffondendo il jazz tradizionale in tutta Europa.
  • Ci puoi raccontare dei primi ospiti che avrete al Cohen a partire da giovedì 28 settembre?
  • Il primo ospite sarà Walter Ganda; un maestro dello stile ritmico New Orleans, porterà una batteria Slingerland Radio King restaurata del 1937, una perla da vedere e ascoltare. Walter ci ha insegnato a suonare più correttamente il jazz tradizionale grazie alla sua preparazione meticolosa imparata a New Orleans. Con lui abbiamo inciso il nostro ultimo cd.
  • A questi concerti al Cohen è legato anche un progetto per un’incisione discografica?
  • Sì, ci piacerebbe fermare questi concerti attraverso delle registrazioni.
  • Che attività svolgete come Storyville? Solo concertistica o anche didattica?
  • Ogni anno ci chiama qualche scuola per delle lezioni-concerto, ci capita anche di suonare con delle classi ad Indirizzo Musicale del Primo Livello; il repertorio del Jazz Tradizionale è molto adatto alla didattica, i brani sono gioiosi, ritmici e molto piacevoli da suonare oltre che da ascoltare.
  • storyvillejazzband.it

 

IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

IL DIAPASON INTERVISTA ROBERTO MENABO’

Raccolta da Alessandro Nobis

Sabato 13 maggio alle 21:30, sarà ospite del Cohen a Verona (www.cohenverona.it) Roberto Menabò, studioso ed interprete del blues acustico ma anche autore e finissimo interprete dello stile finger picking. Ha pubblicato una discografia ragionata di John Fahey (2002) per la Lapis Lapsus Edizioni e “Rollin’ and Tumblin’ – Vite affogate nel blues “ per l’Arcana e la sua discografia comprende “A bordo del Conte Biancamano” (1985), “Laughlin the blues” del 1995 ed “Il profumo del vinile” (2001): come si vede sono ben sedici anni che non pubblica un disco completamente nuovo (e poi scopriremo il perché del “completamente nuovo”) ma in ogni caso è molto tempo che non tiene un concerto a Verona. Ecco quindi una buona occasione per rivolgergli qualche domanda ed anche per riascoltare – sabato sera – la sua preziosa chitarra e le storie che racconta nei suoi concerti.

  • Ascoltando la tua musica – e lo dico da non musicista – mi sembra di capire che hai dei chiari punti di riferimento, John Fahey o Robbie Basho per esempio. Ma se torniamo indietro di qualche altro decennio, diciamo al blues pre-bellico, quali sono gli autori che ti hanno più indirizzato per l’elaborazione di un tuo stile personale ed in quali termini?
  • Il primo fra tutti, quello che ho tentato di imparare per anni è stato Mississippi John Hurt, è stato lui ad aprirmi la mente su come si poteva suonare la chitarra arpeggiata in modo diverso. A sedici anni io volevo suonare la chitarra elettrica: Hendrix, Bloomfield, Gallagher, Cipollina erano i miei idoli e poi ascoltai lui in un vecchio lp e fu la rivelazione di un mistero. A quei tempi tablature, video, scale pentatoniche erano fantasia, c’era solo un acetato che suonavi centinaia di volte ed era immensa la gioia quando riuscivi, a modo tuo, capire come stava eseguendo il brano
  • Mi sembra che la tua tecnica sia più legata ai musicisti che ho citato prima che, assieme al repertorio, ti differenziano molto da altri tuoi colleghi: mi vengono in mente Giovanni Unterberger, Andrea Carpi, Maurizio Angeletti e più recentemente Franco Morone, Walter Lupi e compagnia bella
  • Si, è vero, quando si ama nell’età giovanile e in modo maniacale il blues dopo, con gli ann, il tocco e il timbro rimangono, magari nascosti o inconsapevoli, ma sempre lì pronti ad uscire dalla memoria. Poi l’ascolto di Fahey, l’altra grande mania, mi ha fatto scoprire una chitarra diversa, melodica, ardente, facile ed ironica
  • Discograficamente parlando, nonostante la tua – possiamo dirlo – lunga carriera, hai prodotto poco, molto poco. Colpa anche del circuito musicale italiano o è una scelta dettata da ………… pigrizia o poco interesse verso questo aspetto puramente commerciale?
  • Si la mia carriera è lunga, ma sempre ai margini, negli anni sessanta sarebbe stata underground. Sono un po’ un orso, per campare faccio l’insegnante e non ho voglia di scontrarmi con le parrocchie culturali e le amicizie dal sorriso facile. Comunque ho fatto così pochi dischi perché non ho mai trovato un produttore, perché i dischi si vendono se fai tanti concerti, perché costa farli e devi ridurre sul bilancio della famiglia, perché bisogna avere la stoffa per fare e rifare le telefonate giuste ripetute e così via: preferisco fare una passeggiata nei boschi con il mio cane e improvvisare sulla chitarra.ma se ci fosse l’occasione ne farei tanti come anche di concerti
  • Di recente hai ripubblicato “A bordo del Conte Biancamano” con altri brani inediti. Ce ne vuoi parlare?
  • Il Conte Biancamano è uscito nel 1985 quando di dischi di sola chitarra acustica se ne facevano pochi. I pezzi risentono dello stile American Primitive Guitar, termine coniato da John Fahey. Poi la chitarra acustica è diventata quasi una moda sempre più difficile, a volte esagitata, alla ricerca della meraviglia e quasi da “paura”. Allora mi è venuta la voglia di riproporre il vecchio album, con nuova veste, libretto e copertina inserendo dei pezzi incisi qua e là negli anni, in particolare alcuni brani popolari italiani. Devo dire che, pur fra un pubblico di nicchia, il lavoro piace, soprattutto tra i giovani che ascolatno una chitarra diversa.
  • Hai sempre inserito nei tuoi lavori dei brani originali…
  • Si, sempre, anche nei concerti mi piace assolutamente inserire pezzi miei…
  • Manchi da Verona da molto, molto tempo. Quale sarà il repertorio che proporrai al Cohen?
  • E’ un piacere ritornare in città, il pubblico veronese è attento e preparato e ne sa di musica acustica. Senz’altro dei blues che mi servono per presentare i personaggi di Vite Affogate nel blues, ma anche pezzi originali, canzoni, strumentali, SamMcGee, insomma un repertorio un po’ vario e che, un po’ pretenziosamente, chiamo Chitarra Transatlantica.

 

IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

IL DIAPASON INTERVISTA ENRICO BREANZA

Raccolta da Alessandro Nobis

Lunedì 24 aprile alle 21, al Cohen di Verona (www.cohenverona.it) da pochissimo inaugurato si terrà il primo di una serie, speriamo lunga, si appuntamenti con il jazz. In questa prima occasione saliranno sul palco del locale di Via Scarsellini il chitarrista Enrico Breanza ed il contrabbassista Attilio Zanchi, prestigiosissimo musicista, compositore e didatta che ricordiamo già con Franco D’Andrea e Paolo Fresu, giusto per fare due nomi. Un abbinamento di strumenti che nella storia del jazz, pur non essendo tanto praticata, ha avuto eccellenti precedenti; ricordo qui Ralph Towner con Gary Peacock (o Glenn Moore), Pat Metheny con Charlie Haden, Jim Hall con Ron Carter (o ancora Haden). Mi sembrava quindi la giusta occasione per fare due chiacchiere con Enrico Breanza, visto che tra l’altro venerdì 12 maggio, sempre al Cohen, si presenterà con una formazione tutta diversa, con Maria Vicentini al violino e Paola Zannoni al contrabbasso.

  • Con Attilio Zanchi lei ha già collaborato nel recente passato, ricordo un bel concerto in Valpolicella con il batterista Andrea Oboe in trio appunto. Qual è l’approccio al jazz per un chitarrista rispetto alla presenza o meno di un batterista in formazione? Voglio dire, c’è maggiore libertà, maggiore interplay, più difficoltà nell’arrangiare i brani?

La formula del trio nel Jazz ha un suo funzionamento ormai classico e mi interessa molto praticarla. In questo caso specifico però mi concentrerò anche sui “vuoti” (ritmici in questo caso) che l’assenza di un batterista lascia. Il ritmo diventa giocoforza più implicito e aumenta il grado di astrazione della musica. In questo modo diventa obbligatorio anche il dialogo con i vuoti, pause e silenzi, attese.

  • Attilio Zanchi ha un fulgido passato ed è uno dei più richiesti contrabbassisti in circolazione. Quando ha avuto l’occasione di contattarlo e quali sono le sue doti di musicista che più apprezza?

La nostra collaborazione è nata inizialmente da un dialogo “epistolare”. E’ un musicista che stimo profondamente e apprezzo il suo lavoro da quando ero adolescente, amo in particolare la sua connessione tra tradizione e sperimentazione.  Qualche anno fa gli chiesi se era disponibile ad ascoltare le mie composizioni per un eventuale progetto comune. Attilio apprezzò il mio lavoro e fu disponibile ad iniziare un percorso assieme. Ho scoperto così un musicista straordinariamente aperto, solido e avventuroso allo stesso tempo.

  • Il repertorio che eseguirete a Verona come sarà composto? Originali o riletture di standard come in occasione del concerto in trio del quale accennavo prima?

Eseguiremo composizioni originali e riletture di brani provenienti dall’area non solo jazzistica. La scelta dei brani è caduta su quelli che valorizzano al massimo il rapporto chitarra – contrabbasso. Ho scelto musica che amo senza pormi più di tanto il problema di una continuità filologica. Sono improvvisazione e l’Interplay a connettere i brani del programma.

  • Pensa che questa collaborazione, intendo in duo, avrà qualche sviluppo “discografico”?

Me lo auguro e ci sto lavorando. Immagino una produzione per trio.

  • Venerdì 12 maggio si presenterà al Cohen invece con un trio più cameristico, se guardiamo la tipologia dei tre strumenti (chitarra, violino e violoncello); Paola Zannoni e Maria Vicentini sono due eccellenti strumentiste, con in più la capacità di adattarsi ai più vari repertori dando sempre un gran contributo in termini di suono e anche di interplay: quale sarà il repertorio che presenterete in questa situazione?

In quell’occasione presenteremo miei brani originali, arrangiati in chiave decisamente molto “classica”, ma con ampi spazi per l’improvvisazione. In questo programma la ricerca è anche quella del suono prodotto dall’elemento naturale del legno. Suono acustico e biologico.