SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

NORMAN BLAKE  “Home in Sulphur Springs”

Rounder Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Classe 1938, nativo del Tennessee ma subito trasferitosi con la famiglia a Sulphur Springs in Georgia, Norman Blake è cresciuto molto vicino alla linea ferroviaria che molto più tardi descrisse in seguito così bene nelle sue ballate, visto che l’occupazione principale della popolazione residente in quell’area era appunto lo svolgimento di mansioni di ogni tipo per la compagnia che gestiva la ferrovia. Legato fortemente alla tradizione musicale ma con una sempre fervida vena compositiva, Blake è considerato anche dagli esperti, ed anche da me in quarta battuta, uno straordinario poli strumentista che ha saputo far sua la lezione dei Maestri come Doc Watson, indissolubilmente legato alla più pura delle tradizioni musicali e tra i fondatori del genere chiamato da molti “americana”.

Registrato il 30 dicembre del ’71 e pubblicato l’anno successivo dall’allora attivissima Rounder Records, “Home in Sulphur Springs” è lo splendido disco d’esordio di Blake che si fa accompagnare dall’amico dobroista Tut Taylor che a sua volta lo aveva ospitato nel suo “Friar Tut” registrato il giorno prima (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/05/21/tut-taylor-·-norman-blake-·-sam-bush-·-daniel-taylor-friar-tut/). “Bully of the Town” che apre il disco è stata ispirata alle “fiddle tunes” ed eseguita impeccabilmente dalla chitarra, un autentico biglietto da visita per Blake e per la sua seguente carriera artistica assieme alla seguente “Randal Collins”, ballad composta in quel di Chicago pensando alla sua Sulphur Springs alla quale dedica anche la toccante “Down Home Summertime Blues” alla slide; il dobro di Tut Tayor emerge in tutta la sua liricità in “When the Fields are White with Daises”, ballad scritta da Blake che ha completato un breve tema tradizionale seguita un arrangiamento di un’altra fiddle tunes, “Clattle in the Cane” per sola chitarra. Chiude questo magnifico esordio “Bringing in the Georgia Mail”, scritta da Bill Monroe, nientedimeno.

Disco splendido, grande autore ed immenso chitarrista, un lavoro che mi affascinato si dal primo ascolto.

E infinite grazie alla Nitty Gritty Dirt Band che con “Will the Circle be Umbroken” mi ha spalancato il portone al folklore americano ed ai suoi autori. Come, appunto, Norman Blake, che in quel triplo testo sacro giocava un importante ruolo.

SUONI RIEMERSI: TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR “Friar Tut”

SUONI RIEMERSI: TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR “Friar Tut”

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR  “Friar Tut”

Rounder Records 0011. LP, 1972

di alessandro nobis

Robert Arthur “Tut” Taylor (1923 – 2015) è stato uno dei più autorevoli suonatori di dobro oltre ad essere anche un ottimo mandolinista e banjoista con un repertorio centrato sulla old-time-music. Oltre ad aver fatto parte dell’ultima line-up dei Dixie Gentlemen con Vassar Clements, il suo nome è legato alle registrazioni con John Hartford (“Aeroplain”), con Norman Blake e soprattutto ai suoi dischi solisti, come questo bellissimo “Friar Tut”. Registrato nel 1971 il giorno precedente (29 dicembre) alla session che generò l’album di esordio di Blake, contiene brani quasi esclusivamente scritti da Taylor e suonati in compagnia dello stesso Blake alla voce, chitarra e mandolino, Sam Bush al mandolino e del nipote Daniel Taylor alla chitarra in due brani. Taylor non aveva scritto le parti su pentagramma per sé e per gli altri, tutto scorre spontaneamente come in una session informale, tutti i brani sono “first Take”, buona la prima e buonanotte ad eventuali imperfezioni; spiccano la splendida ballad cantata da Blake “Daisy Deane” – un frammento di microstorie americane – composta ai tempi della Guerra Civile da T. F. Winthop e J. R. Murray e lo strumentale “The Old Shoemaker” composta da Blake, tutti gli altri sono originali di Taylor e tra questi “Me and my Dobro” con la chitarra dell’allora sedicenne Samuel (Taylor), il brano eponimo che chiude l’album, apoteosi di mandolini, “Arlo Buck” dove Taylor suona una National costruita da Rudy Dopera, il blues “Midnight in Beanblossom” eseguito dai mandolini (Ben Blossom, Indiana, era la sede di un famosissimo Bluegrass Festival) e l’emblematico brano iniziale, “Sweet Picking Time in Tooomsboro, Georgia” un titolo che fotografa alla perfezione l’atmosfera di queste session nello studio a Nashville dove era titolare di un negozio di strumenti a corda da collezione (Martin, eccetera): piacere di suonare, pacatezza, divertimento e amicizia, grande tecnica e amore per la propria musica.

SUONI RIEMERSI: PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR “Brother Oswald”

SUONI RIEMERSI: PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR “Brother Oswald”

PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR

“Brother Oswald”

Rounder Records 0013. LP, 1972

di alessandro nobis

Con Pete “Bashful Brother” Oswald Kirby si entra nella storia del folk americano, quello del Grand Ole Opry e del grande violinista Roy Acuff (1903 – 1992) che lo scelse come dobroista e cantante per i suoi “Smokey Mountain Boys” oltre ad appiccicargli il soprannome di “Bashful Brother”. Kirby, originario del Tennessee, si innamorò dello strumento dopo averlo visto suonare da Rudy Waikiki a Flint, Michigan e da quel momento, siamo attorno al 1930, passò del tempo a suonare come busker a Chicago fino a quando Acuff lo chiamò per un ingaggio, quello definitivo contribuendo con il suo strumento al suono dei “Boys”.

Questa session del 1972 prodotta per la Rounder da Mike Melford che da lì a qualche tempo ebbe l’idea di fondare la Flying Fish Records, vede tre monumenti del folk americano come Norman Blake (chitarra, dobro e mandolino), Tut Taylor (mandolino e dobro) ed un altro membro della cricca Rounder, il chitarrista Charlie Collins che danno un suono acustico, omogeneo che identifica il genere “americana” di quei primi anni settanta segnati da una produzione davvero significativa (un esempio, il triplo album “Will the Circle Be Umbroken”) soprattutto per Norman Blake.

Si apre con la rilettura strumentale di “Wabash Cannonnball” scritta nel 1882 da tale A.J. Roff, qui un autentico florilegio dello strumento dei Dopera Brothers (da qui il nome “DoBro) visto che con l’accompagnamento di Collins tre meravigliosi dobro si alternano nella melodia e nei “soli” e naturalmente da segnalare ci sono anche “Tennessee Waltz” (una hit degli anni ’50 nell’interpretazione di Patty Page) e due tradizionali, “Prairie Queen” e “Song of the Islands”.

Questo “Brother Oswald” va a completare il “trittico” iniziato con “Friar Tut” (Rounder 0011) e proseguito con l’album di esordio di Norman Blake (Rounder 0012): la stessa grafica, gli stessi musicisti, la stessa amicizia, e soprattutto la stessa grande musica “americana”, così la si definisce oggi.

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

SUONI RIEMERSI: BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Strumenti popolari europei. LA ZAMPOGNA 

“Volume 1: Irlanda – Scozia – Bretagna – Galizia”

ALBATROS DISCHI. LP, 1972

di alessandro nobis

Tra il 1969 e il 1971 Roberto Leydi (1928 – 2003) e Bruno Pianta (1943 – 2016), due autorevolissimi etnomusicologi italiani compiono un viaggio nelle terre celtiche dell’Europa Occidentale alla scoperta delle varianti della cornamusa per un progetto che si chiamava “Strumenti Popolari in Europa” di cui questo disco rappresenta il primo volume raccogliendo preziose testimonianze sonore.

La ricerca inizia prima dell’esplosione del fenomeno del folk revival anglo-scoto-irlandese (e questo è un valore aggiunto dell’opera), nella primavera del ’69 in Galizia con una registrazione effettuata nell’isola di Arosa dove Os Arinos das rias Baixas esegue una melodia tradizionale, una “Muineira” (che significa “macina da mulino” o “moglie del mugnaio”) proseguendo nella primavera – estate del ‘71 in Bretagna dove i protagonisti delle registrazioni sono il suonatore di bombarda bretone Daniel Philippe in duo con Yann Le Bars al binjou con un repertorio formato da una “Wedding March”, due melodie “a ballo” ed una legata alle feste natalizie, il tutto catturato dal registratore a nastri nelle località di Bourbriac nel Cote du Nord e Scrignac nel Finisterre dove registrano un duo vocale misto che presenta canto un “Tamm Diweza”. Nel giuno del 1971 visitano la Scozia e di quel viaggio sono qui presenti quattro brani: un bellissimo frammento “pitbroch” vocale di Mary Morrison (“Canntaireachd”) e la cornamusa di Calum Johnston (un altro brano dal repertorio pitbroch, “Makintosh Lament”) entrambi residenti nell’isola di Barra nelle Outer Hebrides mentre sulla mainland, precisamente a Blairgowrie nel Pertshire catturano la voce della cornamusa di Alex Stewart, forse il Pipe Major Alex Stewart del Reggimento Argyll & Sutherland Highlanders che suona un set formato da una marcia e da un reel.

Le tre tracce registrate in Irlanda, purtroppo, non riportano in modo completo né il nome degli esecutori né i titoli dei brani con una eccezione; sono state registrate in un pub dublinese il 3 aprile del ’71 e le parche note di copertina ci dicono che gli esecutori sono un uilleann piper, un banjoista ed un chitarrista che eseguino un jig,  una composizione probabilmente scritta da Turlogh O’ Carolan e “The lark’s Song”.

Il libretto inserito nella copertina dell’ellepì racconta la storia della uilleann pipes, delle highland bagpipes e della gaita con grande dovizia di particolari e ovviamente competenza visti gli autori sia in lingua inglese che italiana con esempi musicali e qualche incisione.

Disco importante – come del resto tutti quelli che raccolgono registrazioni dei due etnomusicologi – che fa parte delle opere originali dell’Albatros Records al tempo anche coraggiosamente impegnata nelle versioni italiane dell’importantissima etichetta americana Folkways Records e che meriterebbe una ristampa in compact-disc.

Mi piacerebbe sapere in quale archivio sono conservate le registrazioni di questi viaggi “celtici” di Leydi e Pianta, magari c’è dell’altro materiale proveniente da questi loro viaggi. Qualcuno ne sa qualcosa?

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

CENTIPEDE “Septober Energy”

Neon Records. RCA Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Di sicuro Keith Tippett non è stato un sessionman di passaggio nella storia musicale di Robert Fripp visto che oltre ad invitarlo alle registrazioni di “In The Wake of Poseidon”, Islands” e “Lizard” ebbe il coraggio di produrre alcuni dei suoi capolavori degli anni settanta come “Ovary Lodge”, “Blueprint” oltre a questo monumento che risponde al nome di “Septober Energy”. Cento piedi, ma anche le cento mani dei musicisti che hanno contribuito alla realizzazione a quello che può essere considerato il manifesto del jazz europeo di quegli anni: il suono dei Blue Notes e dei Soft Machine, quello dei Nucleus e dei più illuminati protagonisti del jazz inglese, il gruppo di Tippett del periodo “Vertigo” quasi al completo che funge da catalizzatore di tutta l’orchestra, due crimsoniani come Ian McDonald e Boz Burrell e la produzione di Robert Fripp sono gli ingredienti che danno luminosa vita alle quattro composizioni di “Septober Energy”. In effetti, anche la Dedication Orchestra, la Brotherhood of Breath di Chris McGregor e la Globe Unity di Alexander Von Schlippenbach (anche se questa ha avuto una produzione discografica più ampia) trovarono poche occasioni di esibirsi sui palchi del festival viste le difficoltà logistiche (pensate che Tippett aveva in mente un’orchestra di cento elementi, non so se mi spiego) e questo, vista la qualità della musica definisce ancor più il livello estremo delle produzioni di tutte le orchestre citate. Il difficile equilibrio tra le parti scritte e quelle improvvisate, difficile da raggiungere per le grandi orchestre, qui è davvero mirabile, tutto scorre e a dispetto dei patiti del maistream e di tutti quelli che considerano “Septober Energy” un disco ostico che invece è godibilissimo e piacevole. La quarta facciata – indicata come “Part 4” – è proprio quella che indica la continuità con il Keith Tippett Group considerato che si sviluppa attorno a “Green and Orange Night Park”, tema e pubblicato in  “Dedicated to you but you weren’t Listening” sempre nel ’71 ma qui dal respiro più ampio e marcato dagli assoli di Tippett, che apre il brano, di Elton Dean al soprano, Mark Charig alla tromba e con uno splendido supporto ritmico di tre batteristi del calibro di Tony Fennell, Robert Wyatt e John Marshall.

Lo voglio ribadire, se volete approfondire la grandezza e l’intensità del jazz europeo di quegli anni non dovete prescindere da questo capolavoro. E Robert Fripp? Fripp produce e appare nella foto di gruppo: narra la leggenda che non trovò il tempo di partecipare alle registrazioni perché impegnato a “tenere a bada” cotanta orchestra. Alle leggende io credo, però ……….

Due le copertine, quella bianca della Neon Records e quella con “bottiglie” dell’RCA.

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

RCA, LP. 1972

di alessandro nobis

Per quelli come me che da adolescenti hanno seguito le gesta del Re Cremisi sin dai loro inizi, questo disco prodotto da Robert Fripp ha aperto, direi spalancato la porta dell’universo del jazz inglese, quello che ha qualche anno aveva già intrapreso un percorso autonomo rispetto a quello d’oltreoceano seguendo invece la rotta delle composizioni originali e soprattutto dei dogmi dell’improvvisazione più radicale. Il leader dei KC aveva sempre avuto una certa attenzione per le pratiche improvvisative (e “Illusion”, la parte centrale di “Moonchild” di “In the Court” ne è una splendida testimonianza soprattutto nelle versione integrale di oltre 12 minuti) ed il nuovo jazz britannico: due anni prima aveva infatti prodotto “Septober Energy” dell’ensemble Centipede che eseguiva composizioni tippettiane, e per “In the Wake”, “Lizard”, “Islands” e “Red” Fripp aveva assoldato parecchi musicisti provenienti dal quell’area come Nick Evans, Mark Charig, Robin Miller e Harry Miller, quest’ultimo del “giro” londinese dei sudafricani. Per le session di “Lark’s Tongue in Aspic”, invitò a far parte stabilmente del gruppo un altro musicista proveniente dal mondo dell’improvvisazione radicale della Company di Derek Bailey, Jamie Muir.R-2126174-1299458675.jpeg

Per questo epocale “Blueprint” il pianista Keith Tippett chiama in studio il contrabbassista Roy Babbington (qualcuno lo ricorderà in una delle formazioni dei Soft Machine e dei Centipede) ed i batteristi Frank Perry e Keith Bailey oltre alla cantante Julie Tippetts dando vita ad un lavoro dichiaratamente di musica improvvisata dove emerge tutta la classe e la creatività di Tippett, in grado di passare in poche battute dal cristallino lirismo a momenti travolgenti, dal tocco delicato all’irruenza percussiva sulla tastiera (il brano di apertura “Song”), coordinate queste che ancora oggi sono il suoi tratti distintivi specialmente nelle esibizioni e registrazioni in solo. Paradigmatica direi “Dance” (Tippett – Perry – Tippetts – Babbington) per la sua costruzione: la prima parte con le percussioni che con il contrabbasso assecondano la liricità degli accordi del pianoforte, la seconda con un breve solo di percussioni ed i sovracuti del contrabbasso che introducono la chitarra acustica ed i vocalizzi con il pianoforte che sale e sale ……. Splendido.

A questo “Blueprint” seguirà l’anno seguente un altro importante lavoro, “Ovary Lodge”, il trio con Frank Perry e Roy Babbington. Sempre Prodotto da Robert Fripp.

The sounds are acoustic. No electronics are involved” (Robert Fripp)

All music on this album is improvised” (Keith Tippett)

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

ATLANTIC – RHINO, 3LP, 2017

di Alessandro Nobis

Per chi ha consumato sul giradischi almeno una copia del bellissimo Yessongs, registrato nell’estate del ’72 e pubblicato l’anno successivo e contenente brani della tourneè di “Fragile” (con Bill Bruford alla batteria) e di “Close to the Edge” (con Alan White visto che Bruford abbandonò il gruppo per unirsi ai King Crimson subito dopo la registrazione di quello che fu l’album più significativo degli Yes), la Rhino pubblica questo triplo LP, una collezione di brani provenienti dal box “Progeny: Seven Shows from Seventy – Two”.

91suhb9RnCL._SL1500_Questi concerti risalgono alla fine di ottobre e la prima quindicina di novembre appunto del 1972, durante il secondo tour americano di quell’anno; il repertorio ricalca quasi completamente quello di Yessongs ovvero il periodo del massimo fulgore anche live di Steve Howe, Chris Squire, Jon Anderson, Rick Wakeman e Alan White. In più qui abbiamo una maggiore qualità del vinile (180 g) che fa più apprezzare la musica e gli arrangiamenti del già citato triplo caratterizzato invece da un suono spesso impastato, almeno nelle sue stampe e ristampe prodotte in Italia. La copertina non poteva che essere affidata allo studio di Roger Dean che non sbaglia il colpo per la gioia dei fans del progressive di quella prima metà degli anni Settanta.

Un triplo disco che naturalmente non aggiunge nulla di nuovo al concetto di musica espresso dagli Yes ma che comunque rappresenta una chicca per i loro fans. Se siete dei “completisti” ed avete un’ottantina e più di euro a disposizione rivolgete la vostra attenzione al box con i quattordici compact disc. Io mi accontento del triplo ellepì, non fosse altro perché al lavoro grafico di Dean viene data la giusta “dimensione” per la quale è stato concepito.

Di seguito la track list e le date di registrazione:

DISCO 1:

Opening / Siberian Kathru (20 novembre 1972)

I’ve Seen All Good People (15 novembre 1972)

Heart of the Sunrise (15 novembre 1972)

Clap / Mood for a Day (12 novembre 1972)

DISCO 2:

And you and I (11 novembre 1972)

Close to the Edge (11 novembre 1972)

DISCO 3:

Excerpts from “The Six Wives of Henry VIII” (12 novembre 1972)

Roundabaout (31 ottobre 1972)

Yours is no Disgrace (12 novembre 1972)