GEORGES RAMAIOLI “La Prateria”

GEORGES RAMAIOLI “La Prateria”

GEORGES RAMAIOLI  “La Prateria”

Edizioni Segni d’Autore. Volume 21×30 cm, 2020

di alessandro nobis

Si conclude con “La Prateria” la cinquina di volumi pubblicati da “Segni d’Autore” con le sempre evocative ed efficaci illustrazioni che accompagnano la sceneggiatura del francese Georges Ramaioli; 

ricordo che per “I Racconti di Calza di Cuoio” la casa editrice per questa edizione ha scelto intelligentemente di seguire la cronologia degli eventi1, che dal 1757 conducono agli inizi del diciottesimo secolo anziché la successione della loro pubblicazione2avvenuta tra il 1826 ed il 1841, come riportato in calce a questo articolo.

Qui si concludono le avventure terrene di Nathaniel “Natty” Bumpoo alias “Long Carabine”, ”Occhio di Falco”, ”Calza di Cuoio” ed ancora “Cercatore di Piste” o “Uccisore di Daini”) cresciuto con i Delaware lontano dalla prateria centrale, e vanno di scena le prime carovane di migranti – siamo nel 1804 – che tracciano con i loro carri nuove piste nella prateria sconfinata ed ancora immacolata, attraversano fiumi ed incontrano inevitabilmente le popolazioni nomadi dei nativi, la “cultura del bisonte”, alle prese con contrasti reciproci acutizzati sempre più dal ridursi dei loro territori di caccia e “di vita”; è il territorio dei Pawnee, gruppo originario nel nord est e riposizionatosi nelle pianure del di oggi Nebraska che si scontrano violentemente con i Sioux, considerati “meno che serpenti”. Appaiono i primi fucili arrivati dagli spagnoli che occupavano l’area del Rio Grande imbracciati dai Pawnee, interi gruppi familiari vendono i loro averi e partono verso un futuro incerto, molto incerto e per certi versi simile a quanto accaduto durante i terribili anni della Depressione quando a migliaia migrarono in cerca di fortuna fuggendo dalla fame verso la frontiera, che anche allora era rappresentata dalla California.

I romanzi di James Fenimore Cooper hanno contribuito a far conoscere l’epopea della Frontiera in modo diretto (Cooper aveva avuto contatti diretti con gli Oneida, gli Irochesi e gli stessi Pawnee) a numerose generazioni di lettori senza i luoghi comuni e le distorsioni retoriche della stragrande maggioranza dei film di ambientazione western del novecento, e questa avvincente serie pubblicata da Segni D’Autore può essere un nuovo punto di partenza per le generazioni di lettori più giovani.

1ordine cronologico degli avvenimenti (1757 – 1804)

“Il cacciatore di daini” – 1757 (S. d’A., 2016)

“L’ultimo dei Mohicani” – 1757 (S. d’A., 2016)

“La Staffetta / Il Lago Ontario”– 1759 (S. d’A., 2017)

“I Pionieri” – 1793 (S. d’A., 2019)

“La Prateria” – 1804 (S. d’A., 2020)

2ordine cronologico della pubblicazione dei volumi di James Fenimore Cooper:

“Il cacciatore di daini” (“The Deerslayer / The First Warpath”)  – 1841

“L’ultimo dei Mohicani” (“The last of the Mohicans”) – 1826       

“Il Lago Ontario” (“The Pathfinder / The Sea Inland”) – 1840

“I Pionieri” (“The Pioneers / The Sources of Susquehanna”) – 1823

“La Prateria” (“The Prairie”) – 1827

Ho raccontato alcuni dei precedenti volumi qui:

“L’Ultimo dei Mohicani” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/02/26/georges-ramaioli-lultimo-dei-mohicani/)

 “Il Lago Ontario”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/29/georges-ramaioli-il-lago-ontario/)

“I Pionieri” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/01/31/georges-ramaioli-i-pionieri/)

ROBERTO OTTAVIANO “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

DODICILUNE RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Roberto Ottaviano rappresenta un importante segmento dello sviluppo del jazz nel nostro continente che dalla metà degli anni Sessanta ha saputo in qualche modo staccarsi e compiere un percorso indipendente pur mantenendo contatti e collaborando con alcune comunità dei musicisti afroamericani. Ho ascoltato con attenzione e quasi con timore revenziale, da semplice ascoltatore, queste nuove composizioni del sassofonista pugliese che con quelle di Giovanni Maier (contrabbassista, lo ricordo con l’ensemble Enter Eller di Massimo Barbiero), Giorgio Pacorig e Zeno De Rossi (pianista e batterista rispettivamente, due musicisti che fecero parte dell’interessante progetto El Gallo Rojo) ed a quella del clarinettista Marco Colonna costituiscono il corpus di questo monumentale doppio CD. I due dischi ci raccontano lo status quo del progetto musicale di Ottaviano ed ascoltando la musica contenuto mi è parso di cogliere gli aspetti che caratterizzano la storia di questo sopranista sopraffino (scusate il gioco di parole), le sue influenze e soprattutto la sua grande capacità – che è da sempre una sua caratteristica – di interiorizzare la musica dei Maestri partendo da questa per comporre nuova musica.

Resonance / Extended Love”, ideato per ottetto e “Rhapsodies / Eternal Love” scritto per quintetto offrono entrambi a mio modesto parere spunti che lasciano intravedere chiaramente alcuni spunti della musica di Ottaviano. L’ottetto di “Resonance” è in realtà un doppio quartetto di colemaniana memoria ma con due pianoforti al posto delle trombe, ed offre spunti che caratterizzano la musica dell’area mediterranea (l’introduzione di “Dedalus” ricorda le improvvisazioni dell’oud, o almeno così ho percepito) ed in “Revelation” si respira aria del miglior jazz di marca inglese (vedi anche l’incipit di “Homo Sum”) con gli interventi tippettiani dei pianoforti sulla precisa ed espressiva doppia sezione ritmica sempre perfettamente calibrata e misurata, viste le personalità dei suoi componenti (Hamid Drake, Zeno De Rossi, Danilo Gallo e Giovanni Maier); incisivo anche “Resonance” con i due contrabbassi che aprono e con l’inconfondibile suono del Rhodes di Giorgio Pacorig (significativo il suo solo alla la conclusione del brano) che preannuncia il tema esposto da Ottaviano e dal clarinetto di Marco Colonna. “Rhapsodies”, per quintetto (Ottaviano, De Rossi, Maier, Pacorig e Colonna) contiene nove composizioni ed anche qui si possono leggere le influenze di Ottaviano, quasi degli omaggi ai suoi – ma non solo suoi – “padri musicali”: il respiro coltraniano di “Adelante” che apre il disco, gli spunti colemaniani di “Ergonomic”, la immaginifica ballad “Monkonious”, l’interesse verso la musica africana con l’arrangiamento del tradizionale Yoruba (etnia presente nel West Africa)  “Ijo Ki Mba Jo” traslato sapientemente dalla cultura orale al jazz e lo swing di “Mad Misha”, omaggio – miu par di capire – ad un altro protagonista del jazz europeo, l’olandese Misha Mengelberg scomparso nel 2017.

Mi fermo qui, assieme alle mie capacità di analisi.

L’album è dedicato ad un gigante del jazz, Keith Tippett che in questo 2020 ci ha prematuramente lasciato; un breve incontro mi fece capire come fosse uomo di grande gentilezza, e come musicista riporto le sagge parole di Roberto Ottaviano: “La musica di questo album è dedicata alla memoria del mio grande amico, mentore e inesauribile fonte di ispirazione come musicista e come uomo”.

Keith Graham Tippett (1947 – 2020). R.I.P.

RITORNO A GEMONA

RITORNO A GEMONA

RITORNO A GEMONA

di alessandro nobis

Tre settimane or sono mi trovavo nella splendida Spilimbergo in quanto parte della giuria del Premio “Alberto Cesa 2020” nell’ambito dell’edizione “quarantadue” di Folkest. Da qui si può raggiungere agevolmente la città di Gemona e l’area che nel 1976 venne colpita per ben due volte in maniera devastante dal terremoto. Per me, un viaggio di un’ora che mi ha riportato nel lontano ieri ……..

La visita a Gemona ed a Buia è stato un improvviso ma anche inevitabile appuntamento con il mio lontano passato, un viaggio doloroso e ricco di emozioni che mi ha catapultato a quel novembre di quell’anno quando, studente del primo anno di Scienze Geologiche, andai in missione con altri colleghi di corso accompagnati dal Docente di Geografia a compiere dei rilievi sulle montagne appena dietro Gemona1; si pernottava a Udine lontano dalle zone dell’epicentro, per quattro giorni ogni mattina ci si recava in quei luoghi così segnati dagli eventi sismici e la sensazione che si provava man mano che ci si avvicinava a Gemona era quella di entrare sempre più nel centro del cratere, nel centro della distruzione e del dolore quasi ci si addentrasse in un girone dantesco.

Più di quarant’anni sono passati, ma è bastato solo percorrere le strette ed erte vie che portano al ricostruito e bellissimo Duomo gotico romanico per scatenare un turbinìo di ricordi legati a quei giorni, ricordi di un paese sostanzialmente raso al suolo, di case crollate, di persone “spaesate” alla ricerca di oggetti sopravvissuti e di amuleti da portare nelle tendopoli temporanee, ricordi di centinaia di militari di leva e di civili di ogni età, di emigrati tornati dai Paesi più lontani per andare in soccorso della propria gente che si prestavano con grande spirito di abnegazione e di collaborazione all’opera di rimozione delle macerie che avevano ri-occupato ogni via e vicolo, brolo o cortile per la seconda volta dopo la tremenda scossa di maggio.

Alle generazioni successive restano soprattutto le memorie custodite dai genitori e dai nonni, gli articoli sulla stampa, i video della cineteca RAI ed anche i cartelloni sistemati nelle vie di Gemona con le foto di come era “prima” e di come è “adesso”; c’è anche un piccolo museo iconografico ed un bel laboratorio didattico, allestito in collaborazione con l’ I.N.G.V. per gli scolari e gli studenti più grandi.

“Mandi” dicono salutandoti da quelle parti, siamo nelle “mani di Dio” dicevano allora; oggi a ricordare quei giorni del ’76 ci sono le persone di mezza età e gli anziani che hanno avuto la forza e l’attaccamento alla propria terra di restare a Gemona, a Buja ed in tutta la cosiddetta area dell’epicentro. Hanno davvero poca voglia di fare due chiacchiere e quelle poche parole che riesci a scambiare ti danno la sensazione di cercare di invadere anche solo parzialmente i loro più oscuri e intimi ricordi e non solo perché la gente friulana è gente di poche parole, così come dicono: un professore in pensione al bar della piazzetta di fronte al municipio mi ha raccontato al bancone del bar, davanti ad un caffè, che qui a Gemona quasi ogni famiglia ha delle croci nel proprio cuore che nasconde gelosamente, aggiungendo che il dolore che si percepisce leggendo “San Martino al Carso” di Giuseppe Ungaretti, ispirata da avvenimenti accaduti un secolo fa non molto lontano da qui, appare adesso quasi profetico ……

Gemona, non credo ci rivedremo.

1L’idea era quella tentare di cartografare i nuovi movimenti franosi innescati dalle scosse del 6 maggio e del settembre di quell’anno controllando il movimento di sensori (semplici paletti di legno conficcati nel terreno) che altri studenti avevano sistemato nel passato mese di maggio.

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

Pneuma Records PN 1590. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Per questo nuovo doppio CD Eduardo Paniagua e la Pneuma Records accendono i riflettori sul gruppo di Cantigas raccolte da Alfonso X El Sabio (1221 – 1284) che riguardano i miracoli mariani compiuti nel nord della Francia e affiancandosi alle undici cantigas contenute in un altro CD, “Cantigas de Francia” pubblicato nel 1998 (PN – 520).

Arras nel Passo di Calais e Soissons nell’Aisne sono due delle località dove la Vergine ha compiuto dei miracoli qui raccontati e tra le più interessanti Cantigas qui registrate segnalo la CSM 81 (“La Bella Gondianda, Fuego en el Rostro” che descrive la guarigione dal “Fuoco di Sant’Antonio” (“Fuego de San Martial” un’epidemia simile alla peste molto diffusa nel XIII° secolo che provocò numerosissime vittime) che aveva devastato il volto di Gondianda, la CSM 101 (“Sordomudo en Soissons”) che ci parla della guarigione di un sordomuto a Soissons, la CSM 68 (“Mancebas Rivales del amores en Arras”) che racconta come la Vergine pose fine alle violente liti tra la consorte di un uomo che aveva maledetto la sua amante ed infine la Cantiga 298 (“El demonio de Soissons”), dove una donna posseduta dal demonio si reca al santuario di Soissons e viene “liberata” dalla Vergine Maria.

Per queste registrazione Paniagua si affida come al solito all’ensemble Musica Antigua, costituito da musicisti di primissimo livello assieme a numerosi ospiti che riescono a dare una visione musicale nitida e sempre ispirata a questo monumentale ed unico progetto della Pneuma che prosegue senza interruzione. Tra i primi ricordo le presenze di El Wafir all’oud, del percussionista David Mayoral oltre naturalmente al polistrumentista Eduardo Paniagua, tra i secondi Begona Olavide al salterio e Luis Delgado entrambi collaboratori di lunga data dello stesso Paniagua.

Per quello che mi risulta, un altro doppio CD dedicato alle Cantigas della Francia meridionale è di imminente pubblicazione; attendiamo impazienti notizie ……..

AB QUARTET “I bemolle sono blu”

AB QUARTET  “I bemolle sono blu”

AB QUARTET “I bemolle sono blu”

TRJ RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

E’ sempre un gran piacere ascoltare musicisti di area jazz che vanno a cercare spunti per il loro percorso musicale nella musica definita “classica” del ventesimo secolo, ancor più se gli autori esplorati fanno parte delle correnti “europee” e se i musicisti sono italiani. E questo è esattamente il caso del ABquartet, che va a cercare spunti e stimoli nel meraviglioso universo di Claude Debussy celebrando il centenario della sua morte con la registrazione, avvenuta nel 2018, di questo significativo “I bemolle sono blu” stampato dall’etichetta mantovana TRJ: il pianista Antonio Bonazzo, il clarinettista Francesco Chiapperini, il contrabbassista Cristiano Da Ros che avevo già incontrato in occasione della sua collaborazione con Val Bonetti (https ://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/) ed il batterista Fabrizio Carriero propongono non tanto una rilettura “in tinta di jazz” degli studi, dei preludi e delle “serenade” che il compositore francese compose nella seconda decade del ventesimo secolo, ma si mettono molto più in gioco scegliendo dei frammenti di questi capolavori del pianismo in senso lato con arrangiamenti che lasciano ampio spazio all’improvvisazione che i quattro dimostrano di conoscere profondamente. Lo Studio “The Five Notes / Pour les cinq doigts d’aprèe monsieur Czerny”, 1915) ad esempio, una volta esposto il breve tema si sviluppa con spazi dedicati al free vicino ad altri più vicini al linguaggio della musica afroamericana con la sequenza delle cinque note che si rincorrono per tutto il brano, e la lunga “Disharmonies / Etude 10 pour les sonorités Opposeés” sembra quasi una profezia di Debussy, uno spartito lasciato in memoria in attesa che venga riletto e sviluppato cento anni dopo visto come il linguaggio del jazz di adatti alla perfezione a questo “pensiero musicale” di inizio novecento.

Un lavoro che mi par di poter definire davvero significativo, un’altra interessante tappa per la “Third Stream” della musica afroamericana.

TRJ Records Largo Chiese,25 46041 Asola (Mantova) IT

tel. 0376.711868 fax. 0376.712217 

Web: http://www.trjrecords.it

Mail: info@trjrecords.it 

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

LUCIA PICOZZI “Into the Box”

ALBERO MUSICALI. CD, 2016

di alessandro nobis

Lucia Picozzi, pianista classica ma devota alla fisarmonica, ha registrato questo notevole “Into the Box” nel 2016 riuscendo ad evitare tutti i luoghi comuni che segnato la tortuosa strada dei suonatori di questo straordinario strumento che nel secolo scorso, ed anche in questo, ha regalato agli appassionati vette altissime come quelle segnate da Gorni Kramer, Gianni Coscia e più recentemente da Fausto Beccalossi, Guy Klucevsek, o Thomas Sinigaglia per citare quelli più coinvolti nel mondo che orbita attorno alla musica afroamericana.

Per la tastiera della sua Soprani Lucia Picozzi sceglie invece un’altro percorso cercando di affiancare repertori ed autori diversi e riuscendo nell’impresa di rendere il suo progetto omogeneo grazie alla sua sensibilità, al gusto ed alla sua tecnica di primissimo livello. Dall’ascolto si evince che i suoi interessi vanno da quello per la tradizione musicale di matrice celtica (suona stabilmente con Inis Fail) della quale rilegge tra gli altri una scoppiettante hornpipe, “Fisherman’ hornpipe” ed una pacata esecuzione del jig “Irish Washerwoman”,  per la migliore canzone d’autore riuscendo a dare pieno significato alla splendida “Il Suonatore Jones” di De Andrè e soprattutto per la grande tradizione “a ballo” del repertorio del suo strumento: il vals musette “Speranze perdute” di Alessandro Morelli abbinato a “Clavietta Musette” è la traccia che mi ha dato la chiave di lettura di questo lavoro), i due valzer del compositore udinese Giovanni Venosta (“Valzer di Vera Zasulic“ e “Franska Valsen”) sono tra i brani più significativi del disco e la melodia alloctona dal sapore argentino come “Ausencia” (spartito di Goran Bregovic che registrò con Cesaria Evora) si inserisce inaspettatamente alla perfezione nel progetto.

Se in passato avete “litigato” con la fisarmonica, questo disco saprà riconciliarvi con questo strumento. Garantito.

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

TARA RECORDS LP, CS. 1987

di alessandro nobis

Conclusa l’esperienza con i Moving Hearts, formazione che sapientemente aveva con eccellenti risultati elettrificato il folk irlandese anche con l’inserimento di elementi di diversa provenienza (uno per tutti la rilettura di “Before the Deluge” di Jackson Browne), il piper Davy Spillane pubblica nel 1987 questo suo “Atlantic Bridge” che va oltre il suono degli Hearts allestendo per l’occasione una band davvero stellare per unire idealmente le due sponde dell’Atlantico. Lo fa chiamando in studio alcuni membri della sua ex band (Christy Moore, Noel Eccles ed Eoghan O’Neill) ed alcuni tra i migliori protagonisti del nuovo folk americano come il banjoista Bela Fleck, il dobroista Jerry Douglas ed il chitarrista inglese Albert Lee che con la sua tecnica “chicken picking” (plettro e dita) si inserisce alla perfezione nel gruppo. Ciò che ne esce è musica di grande respiro con gli immancabili e dirompenti riferimenti al folk irlandese (splendido e doveroso l’omaggio al grande piper Jonny Doran eseguita in solo dalle uilleann pipes) e l’arrangiamento di brani lontano dal folk ovvero la rilettura della beatlesiana “In My Life” con la melodia suonata dal low whistle di Spillane e lo shuffle di “Lansdowne Blues” con in evidenza le “blues pipes” e la chitarra di Albert Lee.

Il “resto” è il suono dei Moving Hearts e gli appassionati di questo gruppo ne troveranno abbondanti e brillanti tracce: il dobro di Douglas che introduce le pipes sostenute dal basso elettrico nel brano eponimo composto da Spillane con interventi anche di Bela Fleck, il trascinante “O’Neill Stateman” scritta dal talentuoso bassista con i suoi efficaci “breaks” e, per chiudere “Davy’s Jigs” ovevro la tradizione delle uilleann pipes rivista e corretta da Spillane, più tradizionale nella sua prima metà e più rivolta al futuro (quello che si immaginava nel 1987) nella seconda dove tutta la classe di Albert Lee è in bella evidenza.  

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

LUCIAN BAN · MAT MANERI · JOHN SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

SUNNYSIDE RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Nativo di Cluj, nel cuore della Transilvania rumena, Lucian Ban è un eccellente pianista innamorato della sua terra, della sua cultura e di conseguenza del monumentale lavoro che Bartok Bela ha raccolto, trascritto e interpretato lasciando un’eredità che come quantità e qualità ha pochi eguali nel mondo; John Surman è uno sperimentatore dei sassofoni e clarinetti considerato uno dei padri della corrente jazzistica formatasi in Europa negli anni Sessanta e protagonista di alcune delle più interessanti pagine incise in questo ambito e l’americano Mat Maneri, dal canto suo, è un violista di grandissime doti, il suo linguaggi si muove tra sperimentazione, musica contemporanea e jazz. Il pianista rumeno ha chiamato “a sé” Surman e Maneri con i quali ha confezionato questo straordinario esempio di come si possa contemporaneamente seguire con rispetto il lavoro di Bartok (ma anche, aggiungo, di Kodaly Zoltan) aggiornando le sue composizioni con suoni e combinazioni sonore più vicine ai nostri giorni. La combinazione pianoforte ·ance ·viola non è per nulla casuale, e si ispira a “Contrast” composta nel 1938 e registrata nel 1940 Bartok assieme a Benny Goodman e Joseph Szigetti, quindi partire dalla tradizione più cristallina per creare qualcosa di nuovo, fare riferimento anche a semplici frammenti bartokiani e svilupparli mantenendo inalterato lo spirito originale. Un progetto complesso ed ambizioso che il trio grazie anche alle esperienze individuali nel campo dell’improvvisazione riesce a realizzare nel migliore dei modi.

Emblematica la melodia natalizia “What a great night is, a Messenger was born”, dove le ance e la viola interpretano nel pieno rispetto lo spartito di Bartok lasciando tutto lo spazio al pianoforte libero nel processo creativo.

Le stupende foto della copertina e del libretto sono di Bela Bartok.

EDUARDO PANIAGUA “Alquimia de la felicidad”

EDUARDO PANIAGUA  “Alquimia de la felicidad”

EDUARDO PANIAGUA  “Alquimia de la felicidad”

Pneuma Records PN 1600. CD, 2019

di alessandro nobis

Alchimia: “Pretesa scienza naturale per mezzo della quale gli uomini si avvisavano di poter convertire i metalli vili in nobili e di comporre medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre ai suoi limiti naturali” (G. Devoto – G. C. Oli, “Vocabolario della lingua italiana”). A questa “scienza” millenaria Eduardo Paniagua dedica “Musica Andalusi para el Museo de la Alquimia en Cordoba” approfittando dell’apertura nella città andalusa della Mezquita del museo “Al Iksir”, aperto nel 2017 e curato da Salma Al Farouki con l’idea di portare a conoscenza delle generazioni più giovani questa scienza millenaria, ancora praticata in alcune delle sue parti. L’antologia consta di tredici tracce proveniente dal ricco catalogo della Pneuma Records e può essere considerata anche come una audio-guida alla visita di questo museo unico in terra d’Ispagna e probabilmente in Europa: i brani sono stati scelti molto accuratamente e tutti hanno una relazione con l’alchimia ed il libretto allegato, del quale l’attenta lettura è fondamentale per la piena comprensione del lavoro, spiega in modo preciso il repertorio. Chi segue le pubblicazione della Pneuma sa che uno dei suoi è la cura con la quale vengono affrontati l’aspetto divulgativo e quello iconografico.

Tra i brani che mi permetto di segnalare indico “Entre Palmeras” preso dal CD “Hilal” che descrive con una metafora l’unione dei quattro elementi (terra, fuoco, acqua a aria) eseguita dal suonatore di oud Naseer Shamma accompagnato dall’orchestra araba da camera “Oyoun”, lo splendido taqsim eseguito al qanun e con il canto dello stesso Paniagua “Viaje Interior” dall’omonimo CD che apre questa antologia e da ultimo lo strumentale “Vitrinas” (con lo straordinario Saber Abdelsattar al qanun) che idealmente accompagna l’ascoltatore e ancor più il visitatore del museo, alla scopertadelle tecniche di filtraggio e distillazione degli antichi alchimisti.

Una raccolta importante come tutte le pubblicazione di questa unica etichetta. L’ho già detto in altre occasioni, è vero. Bene, lo ribadisco.

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di Alessandro Nobis

Ad un anno dalla pubblicazione di “Radha” per RadiciMusic la Dodicilune inserisce nel suo prezioso catalogo la ristampa del disco del chitarrista Krishna Biswas con un titolo diverso, “Maggese”, modificandone la sequenza dei brani e cambiando la copertina, stavolta con una splendida fotografia che sembra far voler dire al musicista fiorentino “Fermi lì, fatemi suonare la MIA musica”.

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata alla chitarra classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Maggese” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Dodicilune a seguirlo nel suo percorso.

“Maggese” conta quindici brani la cui struttura fa riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), e le scritture “istantenee” che più mi sono piaciute sono le improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, il complesso “Radura” strutturato in tre parti ed infine la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche improvvisativo.

www.dodicilune.it