SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “LIVE AT THE NEW ORLEANS HOUSE, BERKELEY, CALIFORNIA 1969”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “LIVE AT THE NEW ORLEANS HOUSE, BERKELEY, CALIFORNIA 1969”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “LIVE AT THE NEW ORLEANS HOUSE SEPTEMBER 1969”

SONY LEGACY, 2LP,  2018

di Alessandro Nobis

Dal 16 al 24 settembre del 1969 gli Hot Tuna tennero una serie di concerti alla New Orleans House di Berkeley che vennero fortunatamente registrati; parte (il concerto del 16) venne pubblicata dalla RCA l’anno successivo segnando il loro debutto discografico – il disco raggiunse addirittura il #30 delle charts americane – e nel 1996 ne venne fatta una versione CD con l’aggiunta – benedetta dai fans – di ben cinque brani. Negli Hot Tuna Jorma Kaukonen e Jack Casady si erano creati così una via d’uscita – prima parallela poi divergente –  dal gruppo dei Jefferson Airplane nel quale la pacifica coesistenza con altri leader come Marty Balin, Grace Slick e Paul Kantner era sempre più difficoltosa, sviluppando il ramo blues degli Airplane che sopravvisse di gran lunga all’esistenza del gruppo di partenza. In versione elettrica o acustica come nei concerti di quel settembre del ’69, Kaukonen e Casady hanno sempre suonato blues di gran classe ispirandosi ai grandi maestri come Lightning Hopskins, Blind Blake, Jelly Roll Morton e soprattutto dal Reverendo Gary Davis. Qui i due sono accompagnati dall’efficacissimo armonicista Will Scarlett ed il repertorio non si scosta molto da quello proposto dal disco eponimo del ’69, blues acustico di grande fascino eseguito con grande tecnica dalla chitarra e dal basso elettrico inimitabile di Casady – ricordiamo nato come chitarrista e convertito al basso dall’amico Jorma -, a mio avviso uno dei più grandi specialisti dello strumento in assoluto.

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Il CD del 1996

Furbescamente ed altrettanto inspiegabilmente però la Sony Legacy in occasione del Recor Store Day del 21 aprile scorso ha stampato questo magnifico doppio vinile con una copertina “in odore di bootleg” del tutto diversa da quella del cd targato 1996 ed edito allora solo in quel formato: detto questo, se siete maniaci del vinile non fatevi scappare questa edizione, se già avete nella vostra collezione il CD, fate un po’ voi …………..

In ogni caso questo ellepì è complementare a quello d’esordio, val la pena averli entrambi.

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SUONI RIEMERSI: SEAN O’RIADA “Ó Riada Sa Gaiety”

SUONI RIEMERSI: SEAN O’RIADA “Ó Riada Sa Gaiety”

SEAN O’RIADA Ó Riada Sa Gaiety

GAEL INN, LP, 1969. CD 1988

di Alessandro Nobis

Se c’è una figura cardine nella storia della musica irlandese del ‘900 che ha lasciato un’impronta indelebile nello studio e nella riscoperta della tradizione, questa è senz’altro Sean O’Riada; nato a Cork nel 1931 e prematuramente scomparso nel 1971 a soli quarant’anni, negli anni Sessanta del XX° secolo con il suo lavoro di musicista, compositore, arrangiatore e ricercatore ha posto le basi di tutto il fenomeno del folk revival irlandese che da allora ha regalato ai cultori ed agli appassionati di tutto il mondo musiche, gruppi, musicisti che di generazione in generazioni portano avanti con frutti quasi sempre eccellenti questo patrimonio dal valore incommensurabile.6334884.jpg

Questo “Ó Riada Sa Gaiety”, registrato al Gaiety Theatre di Dublino nel 1969 e che contiene brani dalle tradizioni di molte delle Contee irlandesi, è la sua ultima registrazione, nella quale è accompagnato dal Ceòltori Chualann, con numerosi membri dei già allora conosciutissimi Chieftains che a quel tempo avevano da poco pubblicato il loro secondo lavoro, “2”, e che sono stati i prosecutori dell’opera del Ceoltori distinguendosi da tutti gli altri gruppi per l’assenza nella line-up di cordofoni, fatta eccezione naturalmente per l’arpa. Qui Sean O’Riada (clavicembalo) è accompagnato da Paddy Moloney (uillean pipes), Michael Turbridy (flauto), Peadar Mercier (bodhran), Martin Fay, Sean O’Ceallaigh e Sean O’Cathain ai violini, Sean O’Se alla voce, Sean Potts (tin wisthle) e Eamon de Buitlear (fisarmonica) ed il repertorio contiene alcuni brani che possono essere considerati dei veri standard della tradizione irlandese: tra gli altri “Women of Ireland” (utilizzata poi da Stanley Kubrick per la colonna sonora di Barry Lyndon), “Carrickfergus” e “South Wind”.

Indispensabile, direi. Recentemente ristampato con alcuni brani che non erano stati inseriti nel disco originale.

 

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

Atlantic Records 3CD – 5 LP, 2016

di Alessandro Nobis

Nel novembre di venti anni fa, correva l’anno 1997, con mia somma felicità veniva pubblicato un doppio Cd che conteneva quella che allora si pensava fosse l’integrale delle 6 session che i Led Zeppelin registrarono per la BBC tra il 19 marzo 1969 ed il 1 aprile del 1971 in varie locations andando a coprire storicamente il periodo tra il primo album (marzo 1969 ma registrato alla fine del ’68) ed il terzo, a parte una versione di “Black Dog” che apparirà sul quarto album. Senza mancare di rispetto al periodo successivo – che inizia alla fine del ’71 con la pubblicazione appunto di Led Zeppelin IV –  questi sono gli Zep che preferisco per l’ancora fortissimo legame con la fase Yardbirds di Page, il blues elettrico – molte le “citazioni” dei maestri e le interpretazioni dei classici del blues – e la composizione di “riffs” e di brani indimenticabili che fanno oramai da molti anni parte integrante della storia del rock e che sono stati e sono tuttora il banco di prova per una moltitudine di chitarristi in erba.led-zep-bbc-sessions-packshot

Come detto, i primi due compact contengono materiale già pubblicato nel 1997 in un doppio CD mentre il terzo contiene in realtà brani già apparsi su bootleg: si tratta per lo più di esecuzioni di brani ultraconosciuti degli Zeppelin, ovvero “Communication Breakdown”, “What Is and What Should Never Be”, “Dazed and Confused”, “White Summer“, “What Is and What Should Never Be”,”Communication Breakdown”, “I Can’t Quit You Baby” di Willie Dixon, “You Shook Me” di Dixon e J.B. Lenoir e “Sunshine Woman”, brano mai pubblicato dal quartetto ma noto ai fans più sfegatati della band inglese. Gli ultimi tre in particolare provengono da una registrazione captata da una radio AM, quindi la qualità non è la stessa, invece ottima, di tutto il resto. Nel libretto allegato – che riporta le note già apparse nel ’97 – la minuziosa cronologia degli “eventi”.

Per chi se lo può permettere, è stato anche pubblicato un megacofanetto con 5 ellepì……………

Procuratevelo, gli Zeppelin dal vivo di quegli anni erano straordinari, ruvidi, arcigni e innovativi.

 

 

JIMI HENDRIX “Machine Gun”

JIMI HENDRIX “Machine Gun”

JIMI HENDRIX’ BAND OF GYPSYS “Machine Gun”

Sony CD, 2016.

di Alessandro Nobis

A dispetto delle critiche – alcune feroci – e del mancato riconoscimento da parte dello stesso Hendrix rispetto alla pubblicazione, nel 1970, di “Band of Gypsys” (“fosse stato per me, non l’avrei mai pubblicato”, così disse), l’attento ascolto del doppio CD stampato nel ’99 (“Live at the Fillmore East”) e di questo recentissimo “Machine Gun” non fa che confermare quanto Bill Graham ebbe a dire in quell’occasione: “non ho mai sentito della musica incredibile come questa. Questo trio ha un’energia pazzesca, ed il fatto che Buddy Miles sappia cantare, lascia tutto lo spazio ad Hendrix per concentrarsi sul suono e sui soli di chitarra”. Parole sante, Mr. Graham.unknown-1

Il disco del ’70 in effetti era una sorta di compilation dei quattro concerti del 31 dicembre e del 1 gennaio, mentre il doppio presentava gli shows del secondo giorno con tre brani di quello precedente (e contenuti in questa nuova pubblicazione) e questo CD uscito da poco raccoglie l’intera devastante esibizione di Hendrix, Cox e Miles delle 19:30 dell’ultimo dell’anno, l’ultimo festeggiato dal chitarrista di Seattle. La musica è più vicina al R’n’B, il repertorio – provato solamente nei giorni precedenti i concerti – comprende solo alcuni cavalli di battaglia hendrixiani come “Machine Gun”,  la tiratissima “Lover Man” o lo slow blues di ”Hear my train is coming”, ma ci sono anche una magnifica versione di “Bleeding Heart” e uno splendido solo in “Earth Blues” giusto per citare quello che più mi ha entusiasmato di questo “Machine Gun”.

Un trio, un progetto che all’epoca era appena germogliato ma che appassì troppo presto; una sezione ritmica che pare fosse la preferita dal divino Miles (Davis), con il quale pare Hendrix avesse avuto dei contatti piuttosto concreti. Settanta minuti che ancora oggi, dopo quasi cinquanta anni, entrano come lava bollente dalle orecchie al cervello e che, dopo cinquanta anni, appare ancora musica inarrivabile, quasi aliena.

Cercatele, e ascoltate queste registrazioni.

 

 

 

CHRISTY MOORE “Paddy on the Road”

CHRISTY MOORE “Paddy on the Road”

CHRISTY MOORE

“Paddy on the Road”
 – MERCURY, LP, 1969 Ristampa 2016

di Alessandro Nobis

Stampato dalla Mercury in cinquecento esemplari nel 1969, riappare in questi mesi in vinile questo “Paddy on the Road”, disco d’esordio autoprodotto di quello che negli anni successivi diventò il faro del folk revival e della canzone d’autore irlandese, Christy Moore. Planxty, Moving Hearts, ce li ricordiamo bene, vero?

Ebbene, Christy Moore che lo crediate o no, “fu” un impiegato di banca a Kildare, il che comunque non gli impedì di girare in lungo ed in largo l’Irlanda alla ricerca di musicisti e di musica fino nelle più piccole contrade di questo straordinario Paese. Qui troviamo alcune delle più belle ballate di carattere “politico” come “Avondale” e “The Belfast Brigade”, altre sono “sexes ballads”, come “Spanish Laddy” e “The Curragh of Kildare” e soprattutto “Cunla”, del Magnifico Seamus Ennis tradotta in inglese da Kevin Cinneff (Chieftains) che poi entrerà a far parte del repertorio dei leggendari Planxy ai tempi dell’album “The Well Below the Valley”.

E’ naturalmente un Christy Moore ancora un po’ – diciamo così – rustico, gli arrangiamenti sono semplici, e la voce non è ancora quella splendida degli anni che verranno, ma questo “Paddy on the Road” è una preziosa testimonianza dei primi passi di questo importante musicista, ricercatore ed autore.

In questo suo esordio discografico è accompagnato da Ray Swinfield (flauto), Danny Wright (banjo e chitarra) e Jack Fellon (basso) e Steve Benbow (chitarra) e le note di copertina ci raccontano anche che il merito della “discesa in campo” di Christy Moore va ascritto a tale Dominic Behan. Non finirò mai di ringraziarlo.