EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON

“The Guitar Trio in Calgary 1977”

EMANEM Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Queste registrazioni provenienti dal lontanissimo 1977 danno finalmente luce al talento ed al gusto di Duck Baker nella sua “versione” di improvvisatore radicale, lontano quindi dalla musica irlandese, scozzese, americana, jazz, e blues per le quali è probabilmente più conosciuto ed apprezzato; qui in compagnia di due altri talentuosissimi chitarristi e improvvisatori come i canadesi Eugene Chadbourne e Randy Hutton, Baker sfoggia invece tutta la sua capacità di dialogo, di creatività e di controllo istantaneo del processo improvvisativo.

Onestamente debbo dire che non è un disco facilissimo da ascoltare ma una volta compreso il processo creativo in atto non si possono non apprezzare le trame creative che si creano durante le performance. Sette degli otto brani provengono dal concerto di Calgary del 27 febbraio del ’77, mentre l’ottava e lunga traccia (oltre 27 minuti) era stata già pubblicata dalla Parachute nel medesimo anno. L’ascolto delle metamorfosi di “Cards” di Roscoe Mitchell eseguita in solo da Chadbourne e di “Ornette Mashup” scritta a quattro mani da Coleman e Charlie Haden (qui all’opera il trio al completo) sono una sorta di manifesto di come partendo da uno spartito si possa essere originali nell’interpretazione e nell’approccio stilistico; “White from Foam” è una travolgente performance solista di Baker con la sua chitarra con le corde di nylon, “Mary Mahoney” del duo Chadbourne – Baker è un “quasi blues” serrato e comunicativo dialogo che contribuisce a dare la misura del fascino dell’improvvisazione musicale che suonata a questi livelli tecnici ed ispirativi può veramente essere considerata a pieno diritto come una delle componenti più importanti di quella che nel XX° secolo veniva chiamata “musica contemporanea”.

Una preziosa testimonianza, speriamo ne seguano altre di questo livello.

 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/07/duck-baker-plymouth-rock/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/24/duck-baker-when-you-wore-a-tulip/)

GIORGIO PINARDI / MeVsMyself “Mictlàn”

GIORGIO PINARDI / MeVsMyself “Mictlàn”

GIORGIO PINARDI / MeVsMyself “Mictlàn”

Alterjinga Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Al lavoro di Giorgio Pinardi viene dalla critica spesso associato il nome di Demetrio Stratos, dei suoi studi sulla voce umana, delle sue straordinarie performance “diplofoniche” che restano nella storia della musica contemporanea e con le quali chi si picca di essere uno “sperimentatore vocale” deve in un modo o nell’altro fare i conti. Stratos è come tutti sanno scomparso nel 1979, quaranta anni fa e se devo essere sincero mi stupisco che quando ci si riferisce alla sperimentazione vocale non venga citato anche Boris Savoldelli, sapiente alchimista che sa combinare alla perfezione elettronica, buon gusto e Voce umana. Quest’ultima, allo stato puro ed utilizzando solamente campionamenti della voce stessa e del corpo è il campo d’azione di Giorgio Pinardi che con questo “Mictlàn” regala agli appassionati e studiosi una autentica perla musicale che tocca vari linguaggi mescolati con grande equilibrio e gusto. Non è come si potrebbe pensare un disco ostico all’ascolto, e questo è un suo grande pregio, e nasconde tra i suoi “solchi” molteplici riferimenti a culture ed espressioni vocali: non bisogna mai dimenticare che la voce è stato il primo strumento usato dall’uomo prima di una qualsiasi articolazione di fonemi.

Il tutto naturalmente si regge sulla magia dell’improvvisazione ed in questo difficile idioma non-idioma Pinardi mi sembra di poter dire si trovi perfettamente a suo agio con la consapevolezza delle proprie notevolissime capacità e naturalmente con la sua tecnica di prim’ordine. Tra i brani più emblematici che riflettono chiaramente il progetto mi sembrano il lungo ed affascinante (oltre 9 minuti) “Tin Hinan”, una suite costruita in più parti e su più piani vocali che vagamente ricorda in certe sue parti, soprattutto quella introduttiva il canto orientale più ancestrale; o la bellissima seguente “Gurfa” che rievoca i vocalizzi polifonici dello Zinbabwe (ascoltate i Black Umfolosi), e ancora gli inquietanti i respiri che aprono “Eostre” con una sorta di bordone vocale che accompagna un loop “sillabico”.

Si ascolta tutto di un fiato questo bello Mictlàn, quasi un compendio all’utilizzo delle sonorità vocali e del corpo che risalgono ai primordi umani – e forse preumani -.

Presumo concludendo che le performance live di Giorgio Pinardi possano essere di grande fascino e che sappiamo ancora meglio del lavoro in sala di registrazione – di per sé già eccellente – fare uno sorprendente salto indietro nel tempo ai fruitori della performance stessa.

 

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI  “Decays”

Time Released Sound. CD, 2018

di alessandro nobis

Così il compositore inglese David Toop (autore tra l’altro di una delle due facciate di Obscure 4, pubblicato nel 1975 dall’etichetta prodotta da Brian Eno) definiva la musica “ambient” nel 1974: “«piuttosto che emergere come una nave sull’oceano, diventa parte di quello stesso oceano. … … Musica che sentiamo, ma che non sentiamo; suoni che esistono per metterci in condizione di sentire il silenzio; suoni che ci rilevano dal nostro bisogno compulsivo di analizzare, incasellare, categorizzare isolare…». Sui concetti allora espressi dallo stesso Toop e da Eno che senz’altro erano dei profondi conoscitori dei teoremi di Riley, di Cage, di Glass o di Karlheinz Stockausen ebbe inizio la “stirpe” dei musicisti europei che si dedicarono a questo nuovo “per le masse degli ascoltatori” idioma, a partire dalla scuola tedesca dei vari Klaus Shultze. Peter Baumann ed Edgar Froese.

Questo lavoro pubblicato nel 2018 da Francis M.Gri si inserisce nella migliore tradizione ambient confermando quello che aveva evidenziato nei suoi precedenti lavori in studio tra i quali cito “Falls and Flares” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/22/francis-m-gri-falls-and-flares/)  e “B/ue” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/09/francis-m-gri-b-ue/)e nelle sue performance live come quella veronese al Cohen. Questo suo lavoro, “Decays” presenta quattro composizioni di cui una mi ha particolarmente affascinato, “The Age of Materialism” una suite di tre movimenti: “Anger”, “Anxiety” e “Apathy” complessivamente della durata di una ventina di minuti. a2679409262_16“The Age ….” è una lunga suite che attraverso un attento ascolto ti porta a comprendere la declinazione del linguaggio, il gusto e la ricerca dei suoni e del loro equilibrio che vi sono dietro alla musica di Francis M. Gri e che ne rappresentano i suoi caratteri distintivi, venti minuti che ti trasportano nell’universo della miglior musica ambient che come dice Brian Eno, “porta a cambiare lo stato d’animo di chi ne fruisce”. I suoni cupi dell’intro di “Apathy” seguiti da impulsi “robotici” in attesa dell’intervento degli accordi sulla chitarra – lo strumento “vero” di M. Gri – che creano dei pattern che attraversano la “macchina” e che sono elemento sostanziale nella costruzione e nello sviluppo di questa e delle scritture in genere di questo compositore che assieme ad uno sparuto gruppo di colleghi produce piccoli capolavori sonori in numero limitato di copie, con grande cura al loro aspetto fisico, ma che sono anche reperibili sulle varie piattaforme per il loro download.

https://soundcloud.com/time-released-sound/francis-m-gri-decays-subliminal-violence

https://timereleasedsound.bandcamp.com/album/decays

 

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

FRANCESCA GEMMO “Ad libitum”

DODICILUNE Records. CD ED416, 2019

di Alessandro Nobis

Sul concetto di improvvisazione in generale si sono espressi autorevolissimi musicisti e critici e quindi sarò lapidario dicendo che essa è un atto singolo ed irripetibile, sia venga applicata all’interno di un linguaggio musicale sia al di fuori di qualsivoglia idioma. Ogni volta che assistiamo ad una performance di un artista assistiamo alla costruzione in itinere di musica che nasce, prende forma e muore nell’atto della sua conclusione; ecco che quindi dopo aver ascoltato le “forme” create dalla pianista Francesca Gemmo ti viene voglia di assistere, in esecuzioni live, come la pianista proceda nella creazione della sua performance. Fortunatamente per noi, molti improvvisatori registrano e pubblicano spesso i risultati del processo – in realtà tradendo ciò che i più ortodossi sostengono, e cioè che queste esibizioni esistono solamente nel momento in cui prendono vita – e quindi bene ha fatto la Dodicilune a dare spazio nel suo corposo catalogo a queste intriganti dieci tracce per pianoforte solo nate e registrate nello spazio di poche ore in uno studio. Altrettanto logico che durante le esecuzioni emerga tutto il retroterra musicale sia esso legato all’area dell’improvvisazione più radicale (mi riferisco alle collaborazioni con Elliott Sharp o Giancarlo Schiaffini) che a quella della musica “contemporanea” (Bussotti, Curran o Prati, ancora Cage del quale la Gemmo sta registrando l’integrale per pianoforte): ci sono tracce che si sviluppano da un canovaccio seppur minimo (i quattro movimenti si “Sipari”) altre “create” in divenire tra le quali segnalo “Novella” e la conclusiva “In Fine”.

Un bellissimo lavoro che potrà soddisfare in modo trasversale gli appassionati di classica contemporanea e della musica più “estrema”.

Info http://www.dodiciluneshop.it

DALLA PICCIONAIA: BARRE PHILLIPS & ROBERTO ZORZI “Circolo Nadir, Padova. 24 novembre 2019”

DALLA PICCIONAIA: BARRE PHILLIPS & ROBERTO ZORZI “Circolo Nadir, Padova. 24 novembre 2019”

DALLA PICCIONAIA: BARRE PHILLIPS & ROBERTO ZORZI

“CIRCOLO NADIR, 24 novembre 2019”

di Alessandro Nobis

IMG_3692.jpgIl Nadir è un ospitale piccolo club del circuito ARCI a due passi dalla stazione ferroviaria di Padova, ricavato in quello che probabilmente fu un esercizio commerciale e gestito con grande entusiasmo e capacità. Diviso in due parti, una adibita a bar e l’altra ad auditorium con una quarantina di posti a sedere, ha una programmazione di concerti piuttosto nutrita, e l’appuntamento di domenica 24 novembre era uno di quelli da non perdere per nessun motivo visto che ospite della serata era nientedimeno che uno dei protagonisti dell’avanguardia musicale dell’ultimo mezzo secolo, il contrabbassista californiano Barre Phillips.

La sorpresa dell’ultima ora è stata quella della presenza di un prestigioso ospite, il chitarrista Roberto Zorzi che da sempre naviga nel mondo dell’improvvisazione non idiomatica e del rock più intelligente: ha aperto con un lungo brano il concerto con una chitarra, una serie di marchingegni elettronici e tante idee che si concretizzano e che si accavallano nell’alternanza di momenti più pacati ed altri più irrequieti. IMG_3693 2.jpgE’ questo un linguaggio musicale non di facile realizzazione se non sai “cavalcare” la tigre elettronica che ti può sovrastare e quindi dominare, ma questo non accade perché il chitarrista compositore veronese ha il totale controllo sulla pedaliera e sull’effettistica nonchè ovviamente sullo strumento da cui tutto prende forma, la chitarra elettrica.

Poi ecco il californiano Barre Phillips, una leggenda per parecchi dei presenti, uno che con un’altra leggenda come l’inglese Barry Guy ha negli anni sessanta rivoluzionato il modo di affrontare il contrabbasso portandolo dal jazz alla musica contemporanea e al concetto di improvvisazione assieme anche ad altri straordinari innovatori tra i quali non si può non nominare Derek Bailey.

A ottantacinque anni e con una carriera pluridecennale credo di poter dire che Phillips oramai è un tutt’uno con il suo strumento, suo inseparabile compagno di viaggio con il quale gioca, dialoga con tutte le sue parti ricavando suoni e rumori: basta un estemporaneo colpo di tosse e parte l’idea di un brano che poi si sviluppa, una serie di note pizzicate o di carezze con l’archetto e le idee fluiscono, non replicabili come lo sono queste performance.

Lungo applauso a fine concerto e poi quello che molti si auguravano accadesse accade, ovvero il set in duo: una ventina di minuti creati da due musicisti che non avevano mai collaborato e nemmeno conosciuto (questo non è proprio vero visto che Zorzi qualche decennio fa organizzò a Verona con un concerto con la Company di Derek Bailey), il dialogo e quindi la musica che scorre fluida, il reciproco radicalismo si scioglie e la voglia di assecondare e di interloquire tra i due crea per la durata del set un universo musicale nuovo che si apre con la prima nota e si chiude definitivamente con l’ultima. E’ l’essenza della musica improvvisata verrebbe da dire (l’ho detto, n.d.r.).

Il pubblico ha apprezzato i tre set, e mi piace sottolineare la grande attenzione ed il perfetto silenzio che hanno accompagnato le performance: una serata che i fortunati e lungimiranti presenti non dimenticheranno, sia quelli arrivati appositamente per Phillips anche da fuori Padova che quelli mossi da curiosità – dote rara di questi tempi … – e premiati dalla qualità delle performance di uno dei colossi dell’improvvisazione radicale e di un musicista che percorre pervicacemente un personale sentiero musicale arduo, lontano dai riflettori ma graditissimo a quanti sono disposti a concentrare la loro attenzione sul suo progetto musicale.

 

 

FEDERICO MOSCONI “Light Not Light”

FEDERICO MOSCONI “Light Not Light”

FEDERICO MOSCONI “Light Not Light”

SHIMMERING MOODS RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La musica ambient è un po’ al di fuori della mia “confort area”, della musica che abitualmente ascolto come forse avrete già intuito se siete già capitati dalle parti di questo blog. A differenza di altri linguaggi musicali pur molto complessi, questa necessita di ancora più ascolti se si vuole minimamente capire la sua essenza, e può condurre chi ne fruisce in modo adeguato in luoghi immaginari che la tua fantasia elabora e crea di volta in volta: insomma si può andare parecchio al di là di un mero “mi piace”.

Questo nuovo lavoro del compositore e chitarrista Federico Mosconi, musicista piuttosto eclettico, è stato realizzato in cinquanta copie fisiche, numerate a mano come manualmente è stato composto il raffinato packaging con una cura ed attenzione che contraddistingue parecchi musicisti che calcano i sentieri ambient. “Al solito” è musica di grande effetto, costruita su più piani e tra i lavori che ho ascoltato rappresenta a mio avviso il lavoro più chitarristico di Mosconi; per questo ritengo che i sei minuti di “Storm not Storm” ed i sette di “Melody not Melody” siano tra le tracce che compongono “Light not Light” quelle che riassumono la storia musicale di questo compositore, ovvero un delicato equilibro tra la chitarra classica, l’elettronica ed i suoni naturali filtrati e modificati dalle “macchine”. In un tempo, il nostro, dove per autodefinirsi musicisti spesso basta saper girare qualche manopola di una qualche diavoleria elettronica, la preparazione, la consapevolezza e la concretizzazione di un’idea e di un progetto mi sembrano aspetti da sottolineare che valgono per Federico Mosconi (tra l’altro eccellente chitarrista classico) e per i musicisti che come lui frequentano questo linguaggio musicale.

Gran bel lavoro.

Le copie fisiche di questo “Light not Light” credo siano esaurite – ma meglio provare a chiedere -, ma le tracce si possono trovare sul sito di Federico Mosconi. Entrambi qui sotto riportati.

Su Federico Mosconi potete leggere qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/02/dalla-piccionaia-the-cohen-underground-2018-2019/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/09/francis-m-gri-b-ue/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/31/federico-mosconi-the-soundtrack/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/27/il-diapason-intervista-federico-mosconi-e-roberto-galati/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/15/gri-mosconi-between-ocean-and-sky/

www.shimmeringmoods.com

https://federicomosconi.bandcamp.com/

 

 

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo è il primo di tre lavori che il pianista partenopeo intende dedicare al suo strumento, il pianoforte. In particolare questo suo primo, come si evince dal titolo, ha come protagonista il piano verticale, quello che rappresenta il punto fermo iniziale per la stragrande maggioranza di coloro che ambiscono a suonare il pianoforte. Antonio Fresa ha concentrato la sua attenzione alla composizione di musiche per film che sono state molto apprezzate dalla critica dei più importanti festival del settore e questa sua capacità descrittiva la ritroviamo tutta in questo suo “Piano Verticale” che raccoglie sia brani nati per la cinematografia che composti per questa speciale occasione; ci sono due brani dove l’esecuzione è affidata al solo pianoforte dei quali voglio citare per l’intensità e delicatezza “Tra sette anni” mentre per gli altri Fresa ha scritto arrangiamenti che coinvolgono altri strumenti. Tra questi voglio citare il bellissimo brano di apertura “Inner Life” con l’intervento del vibrafono di Marco Pacassoni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/16/marco-pacassoni-group-frank-ruth/), del violino di Armand Priftuli e del violoncello di Stefano Jorio, e i due composti per altrettanti film di Lucio Fiorentino: “Mio Padre” con la presenza di Raffaele Casarano al sax soprano, Ninon Valder al bandoneon, il clarinetto di Peppe Plaitano e l’ensemble d’archi “The Writing Room” ed il secondo, “Perdita” nel quale il trio d’archi accompagna l’autore e da un forte contributo a disegnare immagini e paesaggi in chi fruisce di queste melodie di rara bellezza ed intensità.

E, lo voglio sottolineare, nonostante le diverse provenienze, i diversi arrangiamenti e le diverse sonorità, ciò che emerge alla fine di questo “Piano Verticale” è l’omogeneità della musica suonata nella quale gli “Haiku” composti da Lorenzo Marone trovano idealmente casa e vanno ad impreziosire la musica di Antonio Fresa.

Che poi, fruire e gustare la musica mentre si immaginano paesaggi ispirati da ciò che ascolta è una delle cose più piacevoli ed uniche ed è una pratica che mi sorprende ascolto dopo ascolto.