TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA “Music for an Invisible Movie”

TARKAMPA, 2019

di alessandro nobis

Per quanto personalmente non riesca a digerire il “formato digitale” senza essere supportato da quello fisico, mi rendo ben conto di come moltissimi musicisti e compositori di generi definiti malamente “di nicchia” trovino in questo formato la possibilità di proporre le proprie produzioni ad un costo contenuto senza dover investire nel mercato discografico, sempre che per questi generi musicali ne esista uno, e mancando quasi del tutto (o “del tutto”) anche la chance di vendere i CD ai propri concerti, sempre più rari per questi generi.

Eppure, facendomi forza, spulciando nell’oceano Bandcamp, devo confessare di aver trovato bellissimi progetti di musica spontanea, di jazz, di etnica, di ambient di musica contemporanea come questo di Riccardo Massari Spiritini a.k.a. Tarkampa (https://tarkampa.bandcamp.com/album/music-for-an-invisible-movie, 2019) compositore e pianista italiano adottato ormai da molti anni dalla Catalogna.

Pubblicato, anzi per meglio dire “caricato” nel web a metà dello scorso ottobre, “Music for an Invisible Movie” raccoglie quattro “composizioni” di cui due suddivise in più movimenti alla cui realizzazione ha contribuito oltre a Riccardo Massari (con uno stupendo Steinway del 1913 e sintetizzatore) l’amico di vecchia data Francesco Sbibu Sguazzabia (voci, percussioni, mani e rumori creati all’interno della cassa armonica del pianoforte): la costruzione dei brani è sì dettata dalla creazione spontanea ma, diversamente dai musicisti che praticano l’improvvisazione più radicale qui il processo viene deciso nella fase progettuale fissando alcuni momenti di “incontro” durante le session che per forza di cosa non corrisponderà perfettamente alle esecuzioni dal vivo.  La “composizione” eponima, ad esempio, è divisa in quattro brevi movimenti; dal pianoforte vengono molto efficacemente estratti suoni dalla tastiera e rumori dal suo interno, le percussioni introducono assieme al pizzicare delle corde dei quattro minuti del primo movimento che comprende anche brevi interventi percussivi e fraseggi delicati sulla tastiera mentre le corde vengono sfregate quasi a fare da bordone.

Perfezionato in sede di post-produzione,  “Music for an Invisible Movie” è a tutti gli effetti un lavoro molto interessante che ascoltato più volte ed in modo attento rivela tutta la sua bellezza e la notevole capacità di intesa di Massari e Sguazzabia che sanno tenere alto il livello di ascolto per tutta la durata del “disco”. Ambedue sono figli del clima musicale dell’allora fertile Verona degli anni novanta che produsse una lunga serie di ottimi musicisti alcuni dei quali presero in seguito la decisione di lasciare Verona e l’Italia per altri luoghi dove la possibilità di esprimere la propria arte era maggiore (Riccardo Massari si trasferì a Barcellona, Luca Boscagin in quel di Londra dove si trasferì anche un formidabile bassista elettrico, Silvio Galasso e ricordo anche la carissima Gisella Ferrarin negli Stati Uniti per poi ritornare in Italia), ed il doppio ellepì dedicato a John Lennon prodotto da Il Posto di Luciano Benini, al quale parteciparono Massari e Sguazzabia, è una lucida fotografia di quegli anni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/15/suoni-riemersi-verona-dedicato-a-john-lennon/).

FEDERICO MOSCONI “Il tempo della nostra estate”

FEDERICO MOSCONI “Il tempo della nostra estate”

FEDERICO MOSCONI “Il tempo della nostra estate”

Slowcraft Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Ho cercato di descrivere in altre occasioni i caratteri compositivi e sonori di Federico Mosconi e stavolta, devo dire finalmente, emerge tutto il suo talento di chitarrista acustico che abbinato alla ricerca di suoni elettronici fa di questo “Il tempo della nostra estate” a mio avviso sin qui la sua opera più completa perchè mette in piena luce tutti gli aspetti della sua progettualità sonora e il suo valore di strumentista. I misurati ed efficaci accordi in ”Di Luminosa Calma”, gli arpeggi in “In Silenzio Leggero”, la chitarra che emerge dalla turbolenza elettronica in “Notte Fragile” sono paradigmatici alla musica di questo lavoro suggestivo, a tratti pacato ed a tratti travolgente che lascia all’ascoltatore la voglia di rimettere il disco sul piatto e di riascoltarlo più e più volte.

Il tempo della nostra estate” si compone di sette brani, costruiti con la “solita cura architettonica” da Federico Mosconi che, cosa rara in questo genere musicale, è replicabile anche dal vivo, e questo è un valore aggiunto al lavoro del compositore: un tappeto sonoro stratificato sul quale e nel quale si inserisce mirabilmente il suono della chitarra classica con i due suoni, quello acustico e quello elettronico che si combinano sempre in modo equilibrato. Ho già citato tre dei sette che compongono il disco, ed a questi aggiungerei il lungo e contemplativo brano eponimo composto per solo “suoni elettronici”, aperto da una sorta di “muro sonoro” che pervade i primi due minuti e nel cui sviluppo si inseriscono suoni che vanno a rafforzare la struttura del brano rendendola più intrigante e, azzardo, “cosmica”.

Gran bel lavoro.

www.slowcraft.info

 

 

 

 

 

 

DA REMOTO: CRISPINO PIGHI ZORZI “Spontaneous Music for Trio” 2020

DA REMOTO: CRISPINO PIGHI ZORZI “Spontaneous Music for Trio” 2020

DA REMOTO: CRISPINO PIGHI ZORZI

“Spontaneous Music for Trio” 2020

di alessandro nobis

Un altro caso di recensione “remota”.

Succede durante la pandemia che in una giornata del mese di giugno in una località sconosciuta, oserei direi quasi segreta, tre musicisti a distanza di sicurezza si incontrino per creare dal nulla della musica; il chitarrista “mastro improvvisatore” Roberto Zorzi, il contrabbassista Luca Crispino (che aveva già sperimentato la magìa dell’improvvisazione con Teo Ederle (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/04/30/dalla-piccionaia-drobro-concerto-al-modus-verona-6-febbraio-2019/)ed il batterista Luca Pighi, con Crispino nei Terreni Kappa, e del quale ignoravo totalmente il suo interesse verso la musica spontanea. Una quarantina di minuti suddivisi in due set – quasi da farne un ellepì – durante i quali la musica nasce, si sviluppa e finisce evidenziando un’ottima intesa tra i musicisti che dialogano, si guardano, intervengono e come sempre accade nelle migliori performance di questo tipo, sono sempre pronti a lasciare lo spazio agli altri quando se ne intravede l’occasione.

A guardare le immagini esclusive sembra che Luca Pighi sia quello che si diverta di più ad accompagnare e soprattutto a proporsi ed a interloquire con Zorzi  e Crispino in un genere che penso di poter dire frequenti poco, evidentemente comprendendo subito lo spirito con il quale si debba affrontare la musica “spontanea” e la sua costruzione collettiva e partecipando sempre in modo attivo all’impresa. Dal canto loro Zorzi (è lui che da il “LA” iniziale in entrambi set) e Crispino mettono tutta la loro esperienza passando da momenti che definirei da “ballad spontanea” ad altri più intensi riferibili in particolare sì a certo free rock inglese ma anche a quello californiano, a certi Henry Cow ed alla musica di quel genio di Henry Kaiser, e non a caso quest’ultimo assieme a Fred Frith vengono sempre citati da Roberto Zorzi come fonti di ispirazione. Insomma, un triangolo equilatero con al centro la free music, per dare un’immagine di quanto è successo in quella stanza.

Una performance che sa mantenere alta l’attenzione e la qualità e che forse l’assenza del pubblico ha contribuito al suo processo creativo. Ci sarebbe da farne un disco, come dicevo ……. Stiamo a vedere e soprattutto a sentire.

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY  “Embrace Storms”

Krysalisound & Slowcraft Records, CD. 2019

di alessandro nobis

“Embrace Storms” è la più recente produzione del talentuoso compositore inglese James Murray che concretizza il suo pensiero musicale attraverso un sapiente e consapevole utilizzo dell’elettronica: le sue composizioni nascono, si sviluppano, si concretizzano lasciando l’ascoltatore in balìa delle proprie emozioni che si originano dall’attento ascolto di queste due lunghe tracce, “In Your Head” e “In Your Heart”. I sapienti classificano questa musica come “ambient”, ma mi piace piuttosto definirla semplicemente come musica elettronica visto che segue il solco di certa musica sviluppatasi già negli anni settanta e che ha avuto diverse “denominazioni”; che questa musica sia frutto di un approccio consapevolmente improvvisativo, sia progettata anche nei minimi particolari o entrambe le cose ha poca importanza, ciò che più conta è la ricerca dei suoni e la loro combinazione – sovrapposizione e la ricerca del perfetto, godibile e delizioso equilibrio finale raggiungibile a questi livelli solo se padroneggi in modo sicuro e consapevole la tecnologia a disposizione. Qualcuno ha definito la musica di James Murray “caos controllato” e questa definizione forse è la mediazione tra le due modalità a cui accennavo prima.

Embrace Storms - CD #02

Quel che posso dire, da profano, è che questo “Embrace Storms” è un lavoro di grande fascino che cattura l’attenzione dalle prime battute e che ad ogni ascolto ti fa scoprire i suoni “nascosti” ed immaginare le modalità di esecuzione che stanno alla base di lavori come questo.

“Embrace Storms” è una coproduzione tra le etichette Slowcraft e la KrysaliSound ed è disponibile in CD (copie numerate), in formato digitale ed anche in un prezioso LP di 140 g, sempre in una turatura limitatissima.

http://www.krysalisound.com | info.krysalisound@gmail.com http://www.slowcraft.info | slowcraftrecords@gmail.com

https://slowcraft.bandcamp.com/album/embrace-storms https://krysalisound.bandcamp.com/album/embrace-storms

 

 

CENTAZZO · SCHIAFFINI · ARMAROLI “Trigonos”

CENTAZZO · SCHIAFFINI · ARMAROLI “Trigonos”

CENTAZZO ·SCHIAFFINI ·ARMAROLI  “Trigonos”

Dodicilune Records. CD Ed420, 2018

di alessandro nobis

Questo lavoro pubblicato un paio di anni or sono dalla pugliese Dodicilune Records affianca due fondamentali figure della musica contemporanea e della musica improvvisata europea come Andrea Centazzo e Giancarlo Schiaffini al bravissimo vibrafonista (ma è anche un artista sonoro, poeta e percussionista “concreto”) Sergio Armaroli che racchiusi nello studio di registrazione dialogano, si incontrano e producono composizioni istantanee piacevolissime all’ascolto.

Armaroli e Schiaffini già si erano incontrati producendo sempre ottima musica in occasione di “Luc FerrariExercisesd’improvisation” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/24/schiaffini-prati-gemmo-armaroli-luc-ferrari-exercises-dimprovisation/), di “From the Alvin Curran Fakebook: The Biella Sessions” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/01/curran-schiaffini-c-neto-armaroli-from-the-alvin-curran-fakebook-the-biella-sessions/), e di “Micro and More Exercises” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/01/curran-schiaffini-c-neto-armaroli-from-the-alvin-curran-fakebook-the-biella-sessions/)sempre per la Dodicilune Records e qui relazionano i loro strumenti e le loro culture musicali soprattutto in “The Real Vibone” eseguita in duo e nelle quattro parti dell’improvvisazione “Trigonos” alle quali partecipa alla loro creazione anche Andrea Centazzo. Percussioni – vibrafono – trombone è una triade perfetta per lasciare libera la creatività dei musicisti, ed anche timbricamente l’equilibrio ritengo sia perfetto: mai una sovrapposizione, un intervento che sovrasti la musica dei compagni, un dialogo che scorre come non sempre succede con la musica creata istantaneamente. Significa anche una grande preparazione e, a mio avviso, un reciproco rispetto tra i performer.

Quattro tracce invece, ovvero le due parti di “Deuterium” (emblematico lo sviluppo della prima con improvvisazione iniziale che anticipa una reiterazione di due note al vibrafono sulle quali intervengono e interagiscono le percussioni) e le due di “Metapenta” sono eseguite in duo da Armaroli e da Centazzo con grande intensità (segnalo il secondo segmento di “Metapenta”) come del resto tutta la musica che nasce da queste session “informali”; è la magia della musica improvvisata che come la fenice nasce, si evolve, termina per rinascere appena ci sono nuove condizioni: qui per fortuna qualcuno ha provveduto a “fissare il processo creativo” per averne testimonianza e per poterlo riascoltare più e più volte. Naturalmente il desiderio di poter assistere ad una performance è grande ………. ma intanto gustiamoci questo piccolo capolavoro.

http://www.dodiciluneshop.it

 

 

 

 

 

NEW LANDSCAPES  “Menhir”

NEW LANDSCAPES  “Menhir”

NEW LANDSCAPES  “Menhir”

Visage Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Guardo la scaletta che compone questo lavoro e trovo John Cage vicino a Sun Ra, John Dowland vicino ad Ornette Coleman oltre a nove brani scritti dai componenti ovvero Silvia Rinaldi (violino), Francesco Ganassin (clarinetto basso), Luca Chiavinato (liuto barocco e oud) e Sergio Marchesini (fisarmonica) con l’importante contributo di Marco Ambrosini e la sua nickelharpa. Soprattutto le composizioni originali danno la cifra stilistica di questo ensemble, il loro ascolto evidenzia il perfetto equilibrio sonoro scelto, le timbriche degli strumenti, il piacere di suonare assieme ed il grande rispetto di ognuno nel collaborare alla creazione delle composizioni dei compagni di viaggio. Si respirano le arie mediorientali – la bellissima esperienza di “Walking Sounds” nato da un viaggio nel Kurdistan Iracheno e completato in Italia (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/13/mshakht-new-landscapes-walking-sounds/)-, si sentono gli echi della musica antica e mediterranea ma ho percepito soprattutto la voglia di creare qualcosa di nuovo, di un paesaggio sonoro che ognuno può “colorare” durante l’ascolto di questo ottimo “Menhir”, di rendere New Landscapes un progetto “unico”. L’unione della composizione di Chiavinato “Quarto Racconto” con il tradizionale anatolico “Hijaz Mandra” condotto dallo struggente ed evocativo violino di Silvia Rinaldi e la dolcissima “Ikebana” di Ganassin introdotta dal liuto in coppia con il violino e con l’accordeon che emerge via via che il brano si sviluppa sono i due episodi che fanno ben comprendere il valore di questo progetto.

Ma come dicevo ci sono quattro brani che fanno parte della tradizione della classica contemporanea, della musica antica ed al jazz, e qui si evidenzia l’abilità di adattare al proprio suono composizioni molto lontane dalla musica dei New Landscapes. Evidentemente questa distanza è stata ridotta, azzerata direi, grazie allo studio ed agli arrangiamenti che hanno dato nuova luce a questi brani che da “alloctoni” magicamente diventano “autoctoni”: il John Cage di “The Dream”, scritta nel 1948 per solo pianoforte, la colemaniana “Lonely Woman” (1959, dall’ellepì “The shape of Jazz”), la magnifica “In Darkness let me well” composta da Dowland nel 1610 e con il violino che magicamente sostituisce la voce, ed infine l’orientaleggiante “Watusa” scritta da Sun Ra per la sua Arkestra nel ‘66 (da “The Nubians of Plutonia”) non sembrano nemmeno brani di altri e, ripeto, si inseriscono alla perfezione nei nuovi paesaggi dei New Landscapes.

Disco veramente importante.

http://www.visagemusic.it

 

 

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

RCA, LP. 1972

di alessandro nobis

Per quelli come me che da adolescenti hanno seguito le gesta del Re Cremisi sin dai loro inizi, questo disco prodotto da Robert Fripp ha aperto, direi spalancato la porta dell’universo del jazz inglese, quello che ha qualche anno aveva già intrapreso un percorso autonomo rispetto a quello d’oltreoceano seguendo invece la rotta delle composizioni originali e soprattutto dei dogmi dell’improvvisazione più radicale. Il leader dei KC aveva sempre avuto una certa attenzione per le pratiche improvvisative (e “Illusion”, la parte centrale di “Moonchild” di “In the Court” ne è una splendida testimonianza soprattutto nelle versione integrale di oltre 12 minuti) ed il nuovo jazz britannico: due anni prima aveva infatti prodotto “Septober Energy” dell’ensemble Centipede che eseguiva composizioni tippettiane, e per “In the Wake”, “Lizard”, “Islands” e “Red” Fripp aveva assoldato parecchi musicisti provenienti dal quell’area come Nick Evans, Mark Charig, Robin Miller e Harry Miller, quest’ultimo del “giro” londinese dei sudafricani. Per le session di “Lark’s Tongue in Aspic”, invitò a far parte stabilmente del gruppo un altro musicista proveniente dal mondo dell’improvvisazione radicale della Company di Derek Bailey, Jamie Muir.R-2126174-1299458675.jpeg

Per questo epocale “Blueprint” il pianista Keith Tippett chiama in studio il contrabbassista Roy Babbington (qualcuno lo ricorderà in una delle formazioni dei Soft Machine e dei Centipede) ed i batteristi Frank Perry e Keith Bailey oltre alla cantante Julie Tippetts dando vita ad un lavoro dichiaratamente di musica improvvisata dove emerge tutta la classe e la creatività di Tippett, in grado di passare in poche battute dal cristallino lirismo a momenti travolgenti, dal tocco delicato all’irruenza percussiva sulla tastiera (il brano di apertura “Song”), coordinate queste che ancora oggi sono il suoi tratti distintivi specialmente nelle esibizioni e registrazioni in solo. Paradigmatica direi “Dance” (Tippett – Perry – Tippetts – Babbington) per la sua costruzione: la prima parte con le percussioni che con il contrabbasso assecondano la liricità degli accordi del pianoforte, la seconda con un breve solo di percussioni ed i sovracuti del contrabbasso che introducono la chitarra acustica ed i vocalizzi con il pianoforte che sale e sale ……. Splendido.

A questo “Blueprint” seguirà l’anno seguente un altro importante lavoro, “Ovary Lodge”, il trio con Frank Perry e Roy Babbington. Sempre Prodotto da Robert Fripp.

The sounds are acoustic. No electronics are involved” (Robert Fripp)

All music on this album is improvised” (Keith Tippett)

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON

“The Guitar Trio in Calgary 1977”

EMANEM Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Queste registrazioni provenienti dal lontanissimo 1977 danno finalmente luce al talento ed al gusto di Duck Baker nella sua “versione” di improvvisatore radicale, lontano quindi dalla musica irlandese, scozzese, americana, jazz, e blues per le quali è probabilmente più conosciuto ed apprezzato; qui in compagnia di due altri talentuosissimi chitarristi e improvvisatori come i canadesi Eugene Chadbourne e Randy Hutton, Baker sfoggia invece tutta la sua capacità di dialogo, di creatività e di controllo istantaneo del processo improvvisativo.

Onestamente debbo dire che non è un disco facilissimo da ascoltare ma una volta compreso il processo creativo in atto non si possono non apprezzare le trame creative che si creano durante le performance. Sette degli otto brani provengono dal concerto di Calgary del 27 febbraio del ’77, mentre l’ottava e lunga traccia (oltre 27 minuti) era stata già pubblicata dalla Parachute nel medesimo anno. L’ascolto delle metamorfosi di “Cards” di Roscoe Mitchell eseguita in solo da Chadbourne e di “Ornette Mashup” scritta a quattro mani da Coleman e Charlie Haden (qui all’opera il trio al completo) sono una sorta di manifesto di come partendo da uno spartito si possa essere originali nell’interpretazione e nell’approccio stilistico; “White from Foam” è una travolgente performance solista di Baker con la sua chitarra con le corde di nylon, “Mary Mahoney” del duo Chadbourne – Baker è un “quasi blues” serrato e comunicativo dialogo che contribuisce a dare la misura del fascino dell’improvvisazione musicale che suonata a questi livelli tecnici ed ispirativi può veramente essere considerata a pieno diritto come una delle componenti più importanti di quella che nel XX° secolo veniva chiamata “musica contemporanea”.

Una preziosa testimonianza, speriamo ne seguano altre di questo livello.

 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/07/duck-baker-plymouth-rock/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/24/duck-baker-when-you-wore-a-tulip/)

GIORGIO PINARDI / MeVsMyself “Mictlàn”

GIORGIO PINARDI / MeVsMyself “Mictlàn”

GIORGIO PINARDI / MeVsMyself “Mictlàn”

Alterjinga Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Al lavoro di Giorgio Pinardi viene dalla critica spesso associato il nome di Demetrio Stratos, dei suoi studi sulla voce umana, delle sue straordinarie performance “diplofoniche” che restano nella storia della musica contemporanea e con le quali chi si picca di essere uno “sperimentatore vocale” deve in un modo o nell’altro fare i conti. Stratos è come tutti sanno scomparso nel 1979, quaranta anni fa e se devo essere sincero mi stupisco che quando ci si riferisce alla sperimentazione vocale non venga citato anche Boris Savoldelli, sapiente alchimista che sa combinare alla perfezione elettronica, buon gusto e Voce umana. Quest’ultima, allo stato puro ed utilizzando solamente campionamenti della voce stessa e del corpo è il campo d’azione di Giorgio Pinardi che con questo “Mictlàn” regala agli appassionati e studiosi una autentica perla musicale che tocca vari linguaggi mescolati con grande equilibrio e gusto. Non è come si potrebbe pensare un disco ostico all’ascolto, e questo è un suo grande pregio, e nasconde tra i suoi “solchi” molteplici riferimenti a culture ed espressioni vocali: non bisogna mai dimenticare che la voce è stato il primo strumento usato dall’uomo prima di una qualsiasi articolazione di fonemi.

Il tutto naturalmente si regge sulla magia dell’improvvisazione ed in questo difficile idioma non-idioma Pinardi mi sembra di poter dire si trovi perfettamente a suo agio con la consapevolezza delle proprie notevolissime capacità e naturalmente con la sua tecnica di prim’ordine. Tra i brani più emblematici che riflettono chiaramente il progetto mi sembrano il lungo ed affascinante (oltre 9 minuti) “Tin Hinan”, una suite costruita in più parti e su più piani vocali che vagamente ricorda in certe sue parti, soprattutto quella introduttiva il canto orientale più ancestrale; o la bellissima seguente “Gurfa” che rievoca i vocalizzi polifonici dello Zinbabwe (ascoltate i Black Umfolosi), e ancora gli inquietanti i respiri che aprono “Eostre” con una sorta di bordone vocale che accompagna un loop “sillabico”.

Si ascolta tutto di un fiato questo bello Mictlàn, quasi un compendio all’utilizzo delle sonorità vocali e del corpo che risalgono ai primordi umani – e forse preumani -.

Presumo concludendo che le performance live di Giorgio Pinardi possano essere di grande fascino e che sappiamo ancora meglio del lavoro in sala di registrazione – di per sé già eccellente – fare uno sorprendente salto indietro nel tempo ai fruitori della performance stessa.

 

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI “Decays”

FRANCIS M. GRI  “Decays”

Time Released Sound. CD, 2018

di alessandro nobis

Così il compositore inglese David Toop (autore tra l’altro di una delle due facciate di Obscure 4, pubblicato nel 1975 dall’etichetta prodotta da Brian Eno) definiva la musica “ambient” nel 1974: “«piuttosto che emergere come una nave sull’oceano, diventa parte di quello stesso oceano. … … Musica che sentiamo, ma che non sentiamo; suoni che esistono per metterci in condizione di sentire il silenzio; suoni che ci rilevano dal nostro bisogno compulsivo di analizzare, incasellare, categorizzare isolare…». Sui concetti allora espressi dallo stesso Toop e da Eno che senz’altro erano dei profondi conoscitori dei teoremi di Riley, di Cage, di Glass o di Karlheinz Stockausen ebbe inizio la “stirpe” dei musicisti europei che si dedicarono a questo nuovo “per le masse degli ascoltatori” idioma, a partire dalla scuola tedesca dei vari Klaus Shultze. Peter Baumann ed Edgar Froese.

Questo lavoro pubblicato nel 2018 da Francis M.Gri si inserisce nella migliore tradizione ambient confermando quello che aveva evidenziato nei suoi precedenti lavori in studio tra i quali cito “Falls and Flares” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/22/francis-m-gri-falls-and-flares/)  e “B/ue” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/09/francis-m-gri-b-ue/)e nelle sue performance live come quella veronese al Cohen. Questo suo lavoro, “Decays” presenta quattro composizioni di cui una mi ha particolarmente affascinato, “The Age of Materialism” una suite di tre movimenti: “Anger”, “Anxiety” e “Apathy” complessivamente della durata di una ventina di minuti. a2679409262_16“The Age ….” è una lunga suite che attraverso un attento ascolto ti porta a comprendere la declinazione del linguaggio, il gusto e la ricerca dei suoni e del loro equilibrio che vi sono dietro alla musica di Francis M. Gri e che ne rappresentano i suoi caratteri distintivi, venti minuti che ti trasportano nell’universo della miglior musica ambient che come dice Brian Eno, “porta a cambiare lo stato d’animo di chi ne fruisce”. I suoni cupi dell’intro di “Apathy” seguiti da impulsi “robotici” in attesa dell’intervento degli accordi sulla chitarra – lo strumento “vero” di M. Gri – che creano dei pattern che attraversano la “macchina” e che sono elemento sostanziale nella costruzione e nello sviluppo di questa e delle scritture in genere di questo compositore che assieme ad uno sparuto gruppo di colleghi produce piccoli capolavori sonori in numero limitato di copie, con grande cura al loro aspetto fisico, ma che sono anche reperibili sulle varie piattaforme per il loro download.

https://soundcloud.com/time-released-sound/francis-m-gri-decays-subliminal-violence

https://timereleasedsound.bandcamp.com/album/decays