FEDERICO MOSCONI “Dreamers and Tides”

FEDERICO MOSCONI “Dreamers and Tides”

FEDERICO MOSCONI “Dreamers and Tides”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2021

di alessandro nobis

Negozi “di prossimità” in via di estinzione (i rimasti dovrebbero essere patrimoni dell’UNESCO), distribuzione pressoché assente, di etichette indipendenti in grado di gestire una promozione e conseguente distribuzione se ne stanno perdendo le tracce, le vendite on line di musica autoprodotta e i download digitali, rassegne e festival realmente interessati alle nuove proposte: se vivi in Italia, sei un musicista e speri di poter vivere del tuo talento e della musica che concepisci e realizzi sembra non ci sia speranza. Ti trovi un altro lavoro che sia almeno dignitoso e la tua passione la lasci nelle pieghe del tempo che il lavoro ti consente di sfruttare. Quanto detto calza a mio avviso a pennello se si un musicista che suona musica di avanguardia · intendo quel jazz e dintorni legato all’improvvisazione · o quella definita “ambient” un termine coniato quaranta anni or sono da certo Brian Eno.

L’ho fatta un po’ lunga perchè il percorso artistico di Federico Mosconi, fine chitarrista di consolidata formazione classica dedito da qualche anno alla musica contemporanea “ambient” si riflette almeno in parte in quanto scritto: produzioni centellinate, poche decine di copie fisiche e musica “liquida” · mi tocca purtroppo usale questo temine a mio avviso orribile · disponibile sul web. Come questo ottimo “Dreamers and Tides” pubblicato nel ’21, sei lunghe tracce estremamente amabili all’ascolto che se approfondito rivelano una accurata progettazione degli stessi, dove il suon antico della chitarra classica come nell’introspettivo “Dance of slow waters” viene fatto avvicinare e poi intersecare con il fascino dell’elettronica e dove come nel lungo brano eponimo “Dreamers and Tides” si rivela una stratificazione sonora sia per la presenza della chitarra magistralmente filtrata da sembrare assente con la musica creata dalla “macchina” ispirata dal musicista. La musica contemporanea · la definirei elettronica piuttosto che ambient · non è di facile codificazione lasciando largo spazio alla sensibilità del fruitore e questo è anche il suo fascino, non essendo vincolata come altri idiomi a regole, gabbie esecutive o altro.

Un altro bel lavoro di Federico Mosconi, un peccato che musicisti come lui meriterebbero ben di più che essere “relegati” in una piccola nicchia di “mercato”. L’importante è pervicacemente seguire la propria filosofia senza guardarsi troppo intorno; i suoi estimatori si aspettano altre gemme come questo ” Dreamers And Tides” e personalmente penso che non saranno delusi.

https://federicomosconi.bandcamp.com/album/dreamers-and-tides

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MIZOOKSTRA “Also Sprach Mizookstra”

MIZOOKSTRA “Also Sprach Mizookstra”

MIZOOKSTRA “Also Sprach Mizookstra”

Sangue Disken. CD · CS · DIGITALE, 2022

di alessandro nobis

Il sassofonista Simone Garino, co · leader del quartetto Night Dreamers con questo recentissimo “Also Sprach Mizookstra” va “oltre” e con Mario Conte (musicista che si muove nell’ambito della musica elettronica) letteralmente crea questo bel lavoro di ricerca musicale frutto di otto session informali dove la creazione spontanea ovvero l’improvvisazione è l’assoluta protagonista del progetto, da ascoltare con grande calma e concentrazione.

Il suono acustico del sassofono ben si combina con l’elettronica, con i suoni “industriali” e contemporanei come ad esempio nella “Session # 6” dove il baritono segue il ritmo con una interessante sequenza di assoli o nella breve “Session # 5” aperta dai sax sovraincisi che lasciano poi lo spazio al minuzioso lavoro di Conte che sceglie e combina i suoni ideali da affiancare a quelli di Garino con un finale in crescendo. Ancora “Session # 8 parte 1” creata esclusivamente dagli efficaci suoni elettronici e infine la lunga “ Session # 2″ con i suoni di apertura che ricordano molto bene alcuni episodi dell’elettronica tedesca anni settanta però permeati dagli assoli del baritono e dalla reiterazioni di una “sirena di allarme” per niente fuori posto.

Ascoltando “Also Sprach Mizookstra”, si capisce bene la qualità del lavoro di studio e di interplay che c’è dietro questo progetto e soprattutto si comprende come questa musica non sia affatto ostica o riservata a pochi “eletti”: nelle performance naturalmente come nella miglior visione della musica improvvisata, tutto può cambiare e trasformarsi in qualcosa d’altro, e questa è la sostanza della creazione spontanea.

GIORGIO PINARDI · MeVsMyself “Aiòn”

GIORGIO PINARDI · MeVsMyself “Aiòn”

GIORGIO PINARDI · MeVsMyself “Aiòn”

ALTERJINGA RECORDS. CD, 2022

di alessandro nobis

Ho conosciuto la musica di Giorgio Pinardi attraverso il suo ottimo lavoro del 2019 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/01/28/giorgio-pinardi-mevsmyself-mictlan/) e con questo “Aiòn” prosegue il suo lavoro di ricerca e sperimentazione vocale che contraddistingue il suo originale progetto.

Ormai sappiamo che un “disco di musica improvvisata non si improvvisa”: studio, ricerca, ascolti, tecnica sono alcune delle condizioni necessarie per improvvisare, condizioni che Giorgio Pinardi, sperimentatore vocale, quotidianamente coltiva e che lo portano al livello cui si trova oggi, ovvero al piano più alto della musica contemporanea, della musica di oggi. “Aiòn” guarda come fonte di ispirazione all’Africa subsahariana, ai suoi suoni, alle sue tradizioni non nel vano tentativo di riprodurli ma piuttosto come fonte per portarli in un mondo sonoro che le interseca in modo originale ed innovativo. Sarebbe necessario conoscere in modo profondo la puntiforme musica africana e la sua oralità per capir bene il lavoro di Pinardi; non è così, per me, ma ad esempio “Yielbongura” e “Kamtar” celebrano la cultura orale del West Africa ma mi hanno ricordato con quel suo “call and response” anche i canti maschili dello Zimbabwe, anche se qui, naturalmente, tutto è costruito dalla singola voce di Pinardi attraverso loop, raddoppiamento della sua voce e costruzione di nuove linee vocali, “Waldeinsamkeit“, “Solitudine della foresta” è una creazione spontanea, un inno alla contemplazione costruito con una leggera base ritmica e da sovrapposizioni vocali davvero interessanti, ed infine “Rwty” si realizza con un impeccabile connubio tra l’elettronica · la modernità · e della voce naturale · la tradizione · che trasporta l’ascoltatore in un indefinito altrove. Un lavoro quindi “multistrato” che non può non affascinare anche chi affronta l’ascolto musicale in modo diciamo “superficiale” e per questo lo consiglio vivamente al popolo dei curiosi che mi sembra in un certo qual modo in estinzione.

Insomma la improvvida scomparsa di Demetrio Stratos del 1979 non ha di certo segnato la fine della sperimentazione vocale, e lo dimostrano i numerosi musicisti che in giro per il mondo seguono percorsi diversi alla ricerca di un limite che naturalmente resterà sempre sconosciuto. Va da sè che tra questi c’è Giorgio Pinardi.

www.mevsmyself.it

associazione.alterjinga@gmail.com

https://mevsmyselfvoicesolo.bandcamp.com/

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

DOT TIME RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Nell’ampio (molto ampio) repertorio di Duck Baker gli spiriti benevoli di Herbie Nichols e Thelonious Monk aleggiano spesso, quando poi ci si mette di mezzo anche un pezzo da novanta come il trombonista americano Ruswell Rudd la qualità della musica è assicurata; questo “Live” pubblicato qualche mese or sono dalla Dot Time testimonia due incontri tra i due musicisti, quello a New York del 5 gennaio 2002 e quello di Albuquerque del 28 marzo 2004. Magari chi segue il Baker solista che affronta la musica di derivazione tradizionale americana conosce poco la figura di Roswell Rudd, straordinario trombonista ed etnomusicologo – ha lavorato anche con Alan Lomax – purtroppo scomparso nel 2017 e sempre in prima linea nel jazz d’avanguardia godendo della compagnia tra gli altri di Steve Lacy (un altro monkiano DOC), Pharoah Sanders o Archie Shepp.

The Happenings” che apre il disco – e della quale Baker ne ha incisa una versione solistica in “The Spinning Song” – è una eccitante versione di un blues  del pianista di Manhattan e “Well, You Needn’t” e “Bemsha Swing” sono naturalmente due brani monkiani dove l’esposizione degli inconfondibili temi sono solo un “pretesto” per dialogare e improvvisare e i due assoli nel primo brano sono davvero significativi. Mi ha colpito anche la rilettura di “Buddy Bolder’s Blues” (una rielaborazione di “Funky Butt” dello stesso Bolden), composto dal cornettista Charles B. B. (1877 · 1931) che pur non avendo registrato nulla, diede un’impronta decisiva alla nascita del jazz grazie alle sue improvvisazioni all’interno del gruppo di ragtime nel quale militava, e benissimo hanno fatto Rudd e Baker a inserire nel programma questo brano, a conferma della ricerca etnomusicologica che entrambi hanno svolto. Segnalo infine “A Boquet for JJ“, eseguita in solo da Roswell Rudd, che sembra essere – ne sono “quasi certo” – un omaggio al leggendario Jay Jay Johnson, un altro pilastro del jazz dagli anni cinquanta, riferimento assoluto per chi si dedica a questo strumento.

Certo che l’abbinamento chitarra acustica e trombone, del tutto inedito, sembra un po’ forzato ma basta ascoltare i brani citati per comprendere che se ci sono la tecnica, la conoscenza del repertorio e la comune voglia di dialogare nel reciproco rispetto – che sono poi le architravi dell’improvvisazione spontanea – il risultato è magnifico.

http://www.dottimerecords.com

DALLA PICCIONAIA: ELLIOTT SHARP LIVE

DALLA PICCIONAIA: ELLIOTT SHARP LIVE

DALLA PICCIONAIA: ELLIOTT SHARP LIVE

ESOTERICPROAUDIO THEATER di Villafranca, Verona. 2 luglio 2022.

di alessandro nobis

Beh che dire? Era un bel pezzo che non andavo a un concerto; ricominciare a farlo è stato quasi una liberazione, e l’occasione dell’appuntamento con il newyorkese Elliott Sharp era di quelli classificati come “imperdibili”. Il concerto si è tenuto in uno spazio molto interessante nel centro di Villafranca nei pressi di Verona, costruito appositamente per testare impianti audio, confortevole e perfetto per ospitare piccoli eventi musicali, dotato inoltre di aria condizionata (e questo non è certo un dettaglio, ci siamo capiti …..): pubblico discretamente numeroso, ha ascoltato con massima attenzione la proposta apprezzando quindi i due set del musicista (compositore, chitarrista, improvvisatore), il primo acustico e il secondo elettrico, anche se la musica non è stata di facilissima fruibilità come era onestamente facile prevedire. Il fatto che tutti i presenti siano poi rimasti per tutta la durata del concerto testimonia che esiste un certo interesse verso la musica che nasce spontaneamente e si sviluppa durante il set e che anche nel veronese esiste la possibilità di proporre artisti di questa levatura ma “di nicchia” come dicono quelli bravi.

Due set quindi, il primo del tutto acustico – intendo senza utilizzo di marchingegni elettronici – che ha rivelato anche a chi scrive tutta le straordinarie tecniche con le quali Sharp suona lo strumento; una trentina di minuti di musica improvvisata dedicati, come annunciato dallo stesso “Acoustic Sharp”, al pianista Thelonious Monk, fonte di ispirazione non solo per chi naviga nel mainstream ma anche di chi pratica l’improvvisazione più radicale. Evidentemente, e lo dico da semplice ascoltatore, il songbook monkiano si presta bene ad essere decomposto e ricostruito: frammenti di blues, frammenti monkiani (mi è parso di riconoscere “’Round Midnight” e “Misterioso”, gli altri li ho semplicemente intuiti ma non decodificati ….), bottleneck, tapping, fingerpicking tutto sempre equilibrato, tutto senza autoreferenzialià, tutto non per ammiccare al pubblico ma per presentare il proprio concetto di musica e questo, per chi è avvezzo al radicalismo improvvisativo non è certo una novità. Set per me entusiamante.

La seconda parte del concerto (e qui apro una parentesi per dire che la valigia di Sharp con la pedaliera e tutto il resto si è misteriosamente dissolta nel triangolo non delle Bermude ma di American Airlines – Lufthansa – ITA) è stato eseguito con la chitarra elettrica, grazie anche a Roberto Zorzi che ha prestato le sua preziose apparecchiature all’amico Sharp; “Electric Sharp” ha proposto un set “spontaneo” molto interessante dove mi è parso di capire – ma già lo sapevo, in realtà – che la sua capacità tecnica applicata allo strumento non è mai sovrastata dall’elettronica anzi, lo strumento perfettamente inserito in un contesto elettronico ci consegna una musica per la quale l’unico aggettivo che mi viene in mente è “contemporanea” mescolando in modo  omogeneo il suo background personale di musicista e produttore con le ispirazioni istantenee che gli arrivano durante l’esecuzione / creazione del brano.

Complimenti davvero, per concludere, allo staff dell’Esotericproaudio Theater per avere accettato di proporre Elliott Sharp, e mi è sembrato felicemente di capire che nel prossimo autunno succederà qualcos’altro di ambito, anzi di “area jazz”.

Speriamo che qualcuno abbia registrato …………. o è una domanda retorica?

QUARTETTO PROMETEO “Stefano Scodanibbio Reinventions”

QUARTETTO PROMETEO “Stefano Scodanibbio Reinventions”

QUARTETTO PROMETEO “Stefano Scodanibbio Reinventions”

ECM New Series Records. CD, 2013

di alessandro nobis e roberto pascucci

Ho scoperto il genio di Stefano Scodanibbio curiosando nel catalogo ECM alla ricerca di lavori per contrabbasso solo e mi sono imbattuto in modo del tutto casuale in questo lavoro del quartetto d’archi “Prometeo” pubblicato nel 2013 che interpreta alcuni spartiti del contrabbassista, compositore e ri-compositore maceratese scomparso molto prematuramente nel 2010.

Di lui come musicista ho ammirato in seguito la performance di 51 minuti “Voyage that never ends” facilmente rintracciabile su YouTube e ne sono rimasto estasiato per la capacità tecnica, improvvisazione ed inventiva che gli consentono di far vivere il suo strumento in ogni suo dettaglio come pochissime volte ho avuto modo di ammirare da strumentisti più vicini al jazz come Barry Guy, Barre Phillips, Peter Kowald, William Parker o Dave Holland o per restare in ambito contemporaneo, Daniele Roccato che per l’ECM nel 2018 ha pubblicato “Alisei” con musiche di Scodanibbio.

Il quartetto Prometeo ha scelto tra le ri-composizioni del contrabbassista maceratese forse quelle da lui più amate, “Die Kunst der Fuge” di J.S. Bach l’ideale per chi vuole sperimentare visto che l’autore non aveva dato indicazioni sulla strumentazione, brani del folklore spagnolo e di quello messicano. Del capolavoro del contrappunto Scodanibbio “riscrive”, ed il Quartetto Prometeo (Giulio Rovighi e Aldo Campagnari ai violini, Massimo Piva alla viola e Francesco Dillon al contrabbasso)  splendidamente esegue tre brani ovvero i numeri “1”, “4” e “5” mantenendone la maestosità e riportandoli in forma nuova nel nostro tempo, dilatandoli con una costante ed altissima tensione emotiva durante l’ascolto; il suo amore e la sua profonda conoscenza della cultura messicana lo manifesta utilizzando cinque melodie (“Canzoniere Messicano” 2004 – 2009) conosciute tra le quali “Besame Mucho” di Consuelo Velazquez, dove nascondendo (ma non troppo) la melodia la trasforma in qualcosa d’altro quasi a dichiarare che non esiste “melodia popolare” che non possa essere trasformata, ri-scritta, riformulata dalla sensibilità di un compositore. Ma non è tutto qui, Scodanibbio sceglie “Quattro Pezzi Spagnoli” ri-composti nel 2009 per sola chitarra scritti originariamente tra gli altri da Josep Ferran Macari “Fernando” Sor (1778 – 1839) e Francisco Tarrega (1852 – 1909) ed anche qui magicamente translati nella contemporaneità.

L’esecuzione del Quartetto Prometeo mi sembra davvero celestiale, perfetta, capace a mio modestissimo parere dare sostanza allo straordinario lavoro di Stefano Scodanibbio.

Non ho come naturalmente le “competenze” per dare impressioni tecniche su questo magnifico lavoro e tantomeno sul genio maceratese ma ho cercato piuttosto, e trovato, qualcuno che ha conosciuto personalmente come allievo del Maestro e ha gentilmente scritto un suo ricordo: il bassista Roberto Pascucci. Ecco di seguito il suo personale ricordo:

RICORDO DI STEFANO SCODANIBBIO (Roberto Pascucci) Ho conosciuto Stefano Scodanibbio nei primissimi anni ’90 a Macerata, dove io – ascolano di origine maceratese – studiavo all’Università; all’epoca la mia vita stava però virando decisamente verso la direzione artistica, e volevo dunque perfezionarmi sul mio strumento, il basso (sia nelle veste elettrica che acustica). Cercavo in città un Insegnante di contrabbasso, e trovai lui…! Per la verità all’epoca non lo conoscevo bene, anche se accanto al Jazz, la mia passione, mi ha sempre interessato tutta la Musica , dal Rock al Pop alla Classica fino alla cosiddetta “Contemporanea”. Andavo a lezione a casa sua a Pollenza, un paese appena fuori Macerata; la sua abitazione era in una bella piazzetta, tipica delle località dell’entroterra marchigiano. Mi torna in mente che bisognava salire una scala a chiocciola, e ciò con il contrabbasso non era proprio una passeggiata… Lo ricordo con il sigaro spento in bocca, molto cortese e paziente (io ero piuttosto intimorito, specie agli inizi, ma lui metteva molto a proprio agio le persone); una volta, mentre preparavo spartiti, pece ecc. lui attaccò forse per scaldarsi un pezzo incredibile…io rimasi bloccato, ed incantato. Andai da lui diversi mesi, circa un anno… poi lui dovette partire per concerti ed io m’iscrissi prima al Conservatorio e poi andai a studiare Jazz a Roma; lo rividi diverse volte a Macerata anche in occasione di sue esibizioni: ricordo il suo approccio particolarissimo allo strumento, anche fisicamente; ricordo i suoni incredibili che otteneva, la magia e anche quel pizzico di sconcerto che si ha quando ti trovi ad ascoltare l’inaudito. Solo molto tempo dopo da allora ho compiutamente realizzato il privilegio che ho avuto nel frequentare – anche se per troppo poco tempo – un vero e proprio genio, un innovatore assoluto del contrabbasso e della Musica tutta. Negli anni ho approfondito la sua visione strumentale e compositiva; ho letto i suoi illuminanti scritti e ho appena finito di guardare un ottimo documentario su di lui in dvd, uscito qualche tempo fa. Insomma, io scrivo e suono musica anche molto diversa dalla sua, ma sento sempre di più in qualche modo la sua influenza. Mi piace pensare che, quando suono il contrabbasso, tra le frequenze dei suoi amati armonici artificiali si celi a volta qualche suo sussurro.

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

DODICILUNE / CONTROVENTO Records. CD, 2022

di alessandro nobis

“Intrigante” è stato il primo aggettivo che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro ad opera di Valeriano Ulissi (chitarra, elettronica), Carlo Bolognini (basso), Giovanni Zannini (batteria, elettronica) e Federico Zannini (percussioni, elettronica), a.k.a. “Maloo”, che segue “Everything needs time” disco d’esordio del 2016; intrigante perchè si presta a diversi livelli di ascolto, quello diciamo così piacevolmente epidermico e quello più approfondito se si vuole andare alla scoperta delle origini e del lavoro di produzione. L’idea è cercare un equilibrio più vicino alla perfezione creando una fusione musicale nella quale siano comunque riconoscibili gli elementi che la compongono, e per poter realizzare un progetto del genere è necessario avere alla base una conoscenza dello spettro musicale odierno più ampio possibile che, mi sembra di poter dire, i quattro componenti abbiano.

Sorprendente la bella rilettura di un brano che non ti aspetti ovvero “In Bloom” dei Nirvana (era su “Nevermind” del ’91) con l’uso di registrazioni vocali originali probabilmente proveniente da una trasmissione televisiva e con un accurato utilizzo – ma questa considerazione vale per tutto “Fuzzland” – dell’elettronica ottimamente combinata con le tessiture ritmiche del brano; una modalità di intrecciare suoni reali e alloctoni che a qualcuno di noi “reduci” di decenni di ascolti non può non ricordare il geniale lavoro di Brian Eno e David Byrne, quel “My life in a Bush of Ghosts” che quaranta anni or sono tracciò a mio avviso un sentiero indelebile nella musica.

Gli altri nove brani sono tutti originali, un altro punto a favore del quartetto, e mostrano uno sforzo costante nel mantenere piuttosto omogeneo tutto il lavoro cercando tuttavia di inserire, mantenendo una linearità timbrica, i vari elementi di questa fusione: il brano eponimo ad esempio, è uno di quelli che mi sono piaciuti maggiormente che si caratterizza da un ritmo martellante e da un intelligente filtraggio elettronico degli strumenti lungo tutta la composizione, “Departures” contiene numerosi “inserti” alloctoni ed ha una bella parte di chitarra (mi sembra di capire, tanto sono ben nascosti dall’elettronica i suoni originali) ed infine “Around My Mind” ha a mio avviso un’impronta di certo rock dei primi anni settanta grazie ai particolari suoni sintetici ed anche a certo jazz elettrico.

Disco interessante davvero, intrigante come dicevo in apertura, una sfida per chi cerca sempre di dare un’etichetta alla musica che si va ad ascoltare. Perdita di tempo, concentratevi sulle sfumature di questo “Fuzzland“.

Il disco è una co-produzione di Valeriano Ulissi e della sempre attenta Dodicilune che lo ha inserto nella collana “Controvento.

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

MB Records 06. CD, 2022

di alessandro nobis

Avevo già tessuto le lodi di “Woland” il primo splendido lavoro ispirato a “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov realizzato da questo questo terzetto (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero%c2%b7manera%c2%b7sartoris-woland/), lodi che ora mi vedo volentieri “costretto” a ripetere dopo aver ascoltato attentamente (mi sembra l’avverbio esatto nonostante non sia un musicista) questo “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” ispirato dalle liriche di Cesare Pavese pubblicate nel 1951 ma scritte nel ’50 e ritrovate nel suo studio dopo la morte. I musicisti sono sempre loro, naturalmente, il percussionista Massimo Barbiero, il pianista Emanuele Sartoris e la violinista / vocalist Eloisa Manera: un lavoro che nella sua omogeneità concettuale si rivela polimorfico nelle scelte timbriche ed esecutive e che può essere anche interpretato da chi ne fruisce – almeno io l’ho letto così – come una composizione fatta di brani eseguiti in trio intercalati da interludi eseguiti in solo e duetti. A me, modestamente, non pare un disco di jazz “sensu strictu”, a meno che si intenda con questo nome un linguaggio musicale che lasci ampi se non totali spazi alla creatività di chi lo pratica ed all’interno del quale sia possibile inserire tasselli provenienti dalle esperienze musicali degli esecutori. Scrittura, improvvisazione, classicismo pianistico, naturalmente il jazz, tutto mi appare perfettamente equilibrato, ogni nota è messa al posto giusto, non c’è autoreferenzialità ma piuttosto condivisione e ricerca del suono perfetto: poi, come detto, ognuno è libero di cercare i propri riferimenti, ed è questa libertà un’altra peculiarità di queste registrazioni. Personalmente, ad esempio, l'”Interludio 2” per violino solo mi ha riportato a certe scritture bartokiane, “The Cat will Known” composta da Barbiero ed eseguita in trio, al linguaggio jazzistico con ancora lo straordinario violino che “sovrascrive” ma non sovrasta il fraseggio pianistico ed ancora l'”Interludio 3“, scrittura / improvvisazione di Massimo Barbiero, compositore e percussionista la cui capacità di ricercare ed affiancare i suoni ricavati dal suo strumento nelle sue performance mi sorprende ed affascina ogni volta. “Verrà la morte …..” si chiude con “Coda”, brano per solo pianoforte che ci riporta alle influenze classiche che Emanuele Sartoris ha saputo così bene mutuare con i suoi studi jazzistici.

Che dire? Solo che questo, come il precedente “Woland” sarebbero perfetti per il catalogo ECM senza bisogno di alcun lavoro di produzione o post produzione; è probabile che all'”Open Papyrus jazz Festival” Barbiero, Manera e Sartoris saranno in cartellone, la loro splendida musica merita la più ampia diffuzione.

http://www.massimobarbiero.com

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Non mi è mai piaciuta la definizione di “musica improvvisata”, preferisco quella di “musica spontanea” prendendo in prestito il nome dell’ensemble che per primo ha dettato in Europa la linea sin dalla metà degli anni Sessanta, lo “SPONTANEOUS MUSIC ENSEMBLE” fondato dai padri di questo linguaggio radicale e contemporaneo come Paul Rutherford, Derek Bailey, John Stevens, Barry Guy ed Evan Parker, per citarne alcuni. Per quel che ricordo in Italia contemporaneamente partì l’esperienza del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza più legato alla musica allora contemporanea che al jazz, e poco più tardi Andrea Centazzo, Guido Mazzon, Mario Schiano, Giancarlo Schiaffini divulgarono il verbo dell’improvvisazione; grazie anche a loro si è nei decenni formato un manipolo di “praticanti” capaci di creare musica interessante e spesso contaminante di altri idiomi. A questi si vanno ad aggiungere i chitarristi Andrea Massaria e Davide Barbini che con il batterista Andrea Fabris hanno registrato questo ottimo “Atelier”, otto creazioni che si basano su idee prestabilite però di non facile individuazione – con convincente e coinvolgente uso di elettronica – che si ascoltano con interesse non solamente per le timbriche eletto-acustiche ma per la modalità di esecuzione immortalata da queste registrazioni del settembre 2020; un lasso di tempo tutto sommato breve se parlassimo di jazz sensu strictu ma che nell’ambito dell’improvvisazione non-idiomatica equivale quasi ad un’eternità soprattutto se consideriamo che per definizione la creazione è istantanea ed irripetibile nelle stesse prassi esecutive, come afferma Derek Bailey.

Non sono un esperto di musica “spontanea” ma mi piace ascoltare i livelli di intesa e di creatività che questi musicisti esplicitano durante i loro incontri in studio ed anche dal vivo, ed ho trovato pertanto questo “Atelier” molto interessante, e se devo segnalare qualche brano ecco “Gallipot” aperto dal drumming di Fabris e la più pacata “Barras”, quasi una “ballad” futuribile.

Bel disco, complimenti al team Dodicilune che ospita nel suo corposo catalogo anche musiche come questa.

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

HABITABLE Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Federico Calcagno (clarinetti), Filippo Rinaldo (pianoforte) e Stefano Grasso (batteria e vibrafono) sono il trio Piranha, un altro ensemble che cerca di uscire dall’oceano del mainstream risalendo uno dei fiumi della sperimentazione che in questo caso miscela sapientemente la musica colta afroamericana e la musica colta europea, dagli spunti minimalisti all’improvvisazione. Il loro disco d’esordio è stato pubblicato pochissime settimane or sono e declina le coordinate di quello che è il loro interessante progetto musicale.

Il disco si apre con la creazione di musica spontanea del lungo brano ”One Way” dove il dialogo tra i tre mi sembra maturo ed efficace – la parte centrale in duo clarinetto / pianoforte ad esempio – mentre l’apertura e la porte di pianoforte di “When my brain exploded” è a mio avviso un chiaro riferimento al minimalismo sulla quale si sviluppa un significativo solo di clarinetto e notevole il lungo “Psy War” con gli interventi del vibrafono e del clarinetto basso indicano chiaramente la qualità dell’interplay, della scelta timbrica sempre appropriata e della capacità di improvvisare anche su scarne indicazioni scritte. Uno dei brani più interessanti, per la scelta timbrica e per la qualità dell’improvvisazione è a mio avviso l’eccellente “Bricks” composto da Rinaldo che duetta con il clarinetto in apertura e che poi ospitano il vibrafono ed il clarinetto basso mantenendo alta la tensione – e l’attenzione – per gli oltre otto minuti della sua durata.

Un lavoro molto interessante che ancora una volta illumina un tassello della porzione di jazz italiano che si vuole distaccare dalla “facile” riproposizione di standard ma che si sforza – spesso con notevoli risultati come in questo caso – di guardare avanti: musicisti che dovrebbero avere più considerazione e visibilità nei festival e che riescono grazie ad etichette come Habitable a pubblicare i loro lavori.