MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

DODICILUNE / CONTROVENTO Records. CD, 2022

di alessandro nobis

“Intrigante” è stato il primo aggettivo che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro ad opera di Valeriano Ulissi (chitarra, elettronica), Carlo Bolognini (basso), Giovanni Zannini (batteria, elettronica) e Federico Zannini (percussioni, elettronica), a.k.a. “Maloo”, che segue “Everything needs time” disco d’esordio del 2016; intrigante perchè si presta a diversi livelli di ascolto, quello diciamo così piacevolmente epidermico e quello più approfondito se si vuole andare alla scoperta delle origini e del lavoro di produzione. L’idea è cercare un equilibrio più vicino alla perfezione creando una fusione musicale nella quale siano comunque riconoscibili gli elementi che la compongono, e per poter realizzare un progetto del genere è necessario avere alla base una conoscenza dello spettro musicale odierno più ampio possibile che, mi sembra di poter dire, i quattro componenti abbiano.

Sorprendente la bella rilettura di un brano che non ti aspetti ovvero “In Bloom” dei Nirvana (era su “Nevermind” del ’91) con l’uso di registrazioni vocali originali probabilmente proveniente da una trasmissione televisiva e con un accurato utilizzo – ma questa considerazione vale per tutto “Fuzzland” – dell’elettronica ottimamente combinata con le tessiture ritmiche del brano; una modalità di intrecciare suoni reali e alloctoni che a qualcuno di noi “reduci” di decenni di ascolti non può non ricordare il geniale lavoro di Brian Eno e David Byrne, quel “My life in a Bush of Ghosts” che quaranta anni or sono tracciò a mio avviso un sentiero indelebile nella musica.

Gli altri nove brani sono tutti originali, un altro punto a favore del quartetto, e mostrano uno sforzo costante nel mantenere piuttosto omogeneo tutto il lavoro cercando tuttavia di inserire, mantenendo una linearità timbrica, i vari elementi di questa fusione: il brano eponimo ad esempio, è uno di quelli che mi sono piaciuti maggiormente che si caratterizza da un ritmo martellante e da un intelligente filtraggio elettronico degli strumenti lungo tutta la composizione, “Departures” contiene numerosi “inserti” alloctoni ed ha una bella parte di chitarra (mi sembra di capire, tanto sono ben nascosti dall’elettronica i suoni originali) ed infine “Around My Mind” ha a mio avviso un’impronta di certo rock dei primi anni settanta grazie ai particolari suoni sintetici ed anche a certo jazz elettrico.

Disco interessante davvero, intrigante come dicevo in apertura, una sfida per chi cerca sempre di dare un’etichetta alla musica che si va ad ascoltare. Perdita di tempo, concentratevi sulle sfumature di questo “Fuzzland“.

Il disco è una co-produzione di Valeriano Ulissi e della sempre attenta Dodicilune che lo ha inserto nella collana “Controvento.

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

MB Records 06. CD, 2022

di alessandro nobis

Avevo già tessuto le lodi di “Woland” il primo splendido lavoro ispirato a “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov realizzato da questo questo terzetto (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero%c2%b7manera%c2%b7sartoris-woland/), lodi che ora mi vedo volentieri “costretto” a ripetere dopo aver ascoltato attentamente (mi sembra l’avverbio esatto nonostante non sia un musicista) questo “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” ispirato dalle liriche di Cesare Pavese pubblicate nel 1951 ma scritte nel ’50 e ritrovate nel suo studio dopo la morte. I musicisti sono sempre loro, naturalmente, il percussionista Massimo Barbiero, il pianista Emanuele Sartoris e la violinista / vocalist Eloisa Manera: un lavoro che nella sua omogeneità concettuale si rivela polimorfico nelle scelte timbriche ed esecutive e che può essere anche interpretato da chi ne fruisce – almeno io l’ho letto così – come una composizione fatta di brani eseguiti in trio intercalati da interludi eseguiti in solo e duetti. A me, modestamente, non pare un disco di jazz “sensu strictu”, a meno che si intenda con questo nome un linguaggio musicale che lasci ampi se non totali spazi alla creatività di chi lo pratica ed all’interno del quale sia possibile inserire tasselli provenienti dalle esperienze musicali degli esecutori. Scrittura, improvvisazione, classicismo pianistico, naturalmente il jazz, tutto mi appare perfettamente equilibrato, ogni nota è messa al posto giusto, non c’è autoreferenzialità ma piuttosto condivisione e ricerca del suono perfetto: poi, come detto, ognuno è libero di cercare i propri riferimenti, ed è questa libertà un’altra peculiarità di queste registrazioni. Personalmente, ad esempio, l'”Interludio 2” per violino solo mi ha riportato a certe scritture bartokiane, “The Cat will Known” composta da Barbiero ed eseguita in trio, al linguaggio jazzistico con ancora lo straordinario violino che “sovrascrive” ma non sovrasta il fraseggio pianistico ed ancora l'”Interludio 3“, scrittura / improvvisazione di Massimo Barbiero, compositore e percussionista la cui capacità di ricercare ed affiancare i suoni ricavati dal suo strumento nelle sue performance mi sorprende ed affascina ogni volta. “Verrà la morte …..” si chiude con “Coda”, brano per solo pianoforte che ci riporta alle influenze classiche che Emanuele Sartoris ha saputo così bene mutuare con i suoi studi jazzistici.

Che dire? Solo che questo, come il precedente “Woland” sarebbero perfetti per il catalogo ECM senza bisogno di alcun lavoro di produzione o post produzione; è probabile che all'”Open Papyrus jazz Festival” Barbiero, Manera e Sartoris saranno in cartellone, la loro splendida musica merita la più ampia diffuzione.

http://www.massimobarbiero.com

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

MASSARIA · BARBINI · FABRIS “Atelier”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Non mi è mai piaciuta la definizione di “musica improvvisata”, preferisco quella di “musica spontanea” prendendo in prestito il nome dell’ensemble che per primo ha dettato in Europa la linea sin dalla metà degli anni Sessanta, lo “SPONTANEOUS MUSIC ENSEMBLE” fondato dai padri di questo linguaggio radicale e contemporaneo come Paul Rutherford, Derek Bailey, John Stevens, Barry Guy ed Evan Parker, per citarne alcuni. Per quel che ricordo in Italia contemporaneamente partì l’esperienza del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza più legato alla musica allora contemporanea che al jazz, e poco più tardi Andrea Centazzo, Guido Mazzon, Mario Schiano, Giancarlo Schiaffini divulgarono il verbo dell’improvvisazione; grazie anche a loro si è nei decenni formato un manipolo di “praticanti” capaci di creare musica interessante e spesso contaminante di altri idiomi. A questi si vanno ad aggiungere i chitarristi Andrea Massaria e Davide Barbini che con il batterista Andrea Fabris hanno registrato questo ottimo “Atelier”, otto creazioni che si basano su idee prestabilite però di non facile individuazione – con convincente e coinvolgente uso di elettronica – che si ascoltano con interesse non solamente per le timbriche eletto-acustiche ma per la modalità di esecuzione immortalata da queste registrazioni del settembre 2020; un lasso di tempo tutto sommato breve se parlassimo di jazz sensu strictu ma che nell’ambito dell’improvvisazione non-idiomatica equivale quasi ad un’eternità soprattutto se consideriamo che per definizione la creazione è istantanea ed irripetibile nelle stesse prassi esecutive, come afferma Derek Bailey.

Non sono un esperto di musica “spontanea” ma mi piace ascoltare i livelli di intesa e di creatività che questi musicisti esplicitano durante i loro incontri in studio ed anche dal vivo, ed ho trovato pertanto questo “Atelier” molto interessante, e se devo segnalare qualche brano ecco “Gallipot” aperto dal drumming di Fabris e la più pacata “Barras”, quasi una “ballad” futuribile.

Bel disco, complimenti al team Dodicilune che ospita nel suo corposo catalogo anche musiche come questa.

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

HABITABLE Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Federico Calcagno (clarinetti), Filippo Rinaldo (pianoforte) e Stefano Grasso (batteria e vibrafono) sono il trio Piranha, un altro ensemble che cerca di uscire dall’oceano del mainstream risalendo uno dei fiumi della sperimentazione che in questo caso miscela sapientemente la musica colta afroamericana e la musica colta europea, dagli spunti minimalisti all’improvvisazione. Il loro disco d’esordio è stato pubblicato pochissime settimane or sono e declina le coordinate di quello che è il loro interessante progetto musicale.

Il disco si apre con la creazione di musica spontanea del lungo brano ”One Way” dove il dialogo tra i tre mi sembra maturo ed efficace – la parte centrale in duo clarinetto / pianoforte ad esempio – mentre l’apertura e la porte di pianoforte di “When my brain exploded” è a mio avviso un chiaro riferimento al minimalismo sulla quale si sviluppa un significativo solo di clarinetto e notevole il lungo “Psy War” con gli interventi del vibrafono e del clarinetto basso indicano chiaramente la qualità dell’interplay, della scelta timbrica sempre appropriata e della capacità di improvvisare anche su scarne indicazioni scritte. Uno dei brani più interessanti, per la scelta timbrica e per la qualità dell’improvvisazione è a mio avviso l’eccellente “Bricks” composto da Rinaldo che duetta con il clarinetto in apertura e che poi ospitano il vibrafono ed il clarinetto basso mantenendo alta la tensione – e l’attenzione – per gli oltre otto minuti della sua durata.

Un lavoro molto interessante che ancora una volta illumina un tassello della porzione di jazz italiano che si vuole distaccare dalla “facile” riproposizione di standard ma che si sforza – spesso con notevoli risultati come in questo caso – di guardare avanti: musicisti che dovrebbero avere più considerazione e visibilità nei festival e che riescono grazie ad etichette come Habitable a pubblicare i loro lavori.

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

ESP-DISK. CD, 2021

di alessandro nobis

Ecco raccolto in un dischetto l’affascinante universo “improvvisativo” di Duck Baker, chitarrista al quale l’aggettivo “eclettico” non è sufficiente per descrivere il suo spaziare da un genere all’altro, dalla musica “americana” a quella scoto-irlandese a quella “spontanea”. Ad essere precisi, l’improvvisazione è sempre presente nella sua musica, sia essa si generi all’interno di brani strutturati sia venga creata in modo spontaneo e pertanto irripetibile: come ad esempio quella qui raccolta dove Baker è in compagnia della parte più radicale e creativa che dagli anni sessanta ha fatto scuola nell’ambiente musicale genericamente “jazz” ma che personalmente ascriverei al più adatto “musica contemporanea”. Parlo di Derek Bailey, di Roswell Rudd, di Mark Dresser, di Steve Noble o di Steve Beresford per citare alcuni compagni di improvvisazione che collaborano con il chitarrista della Virginia. Musica, inutile negarlo, per palati fini e per ascoltatori “visionari” che non si accontentano del mainstream ma cercano i limiti del suono, dell’utilizzo degli strumenti e della complicità tra i musicisti che danno il loro contributo a rendere reali i loro progetti mai preparati a tavolino.

Tourbillon Air” (2017) con Alex Ward (clarinetto), John Edwards (basso) e Steve Noble (batteria) è a mio parere uno dei brani più intriganti dove si avverte chiaramente il suo sviluppo e l’interazione tra i quattro protagonisti che mai, ma questa è una delle regole da rispettare religiosamente, si sovrastano l’un l’altro; impossibile non citare l’incontro tra Baker e Derek Bailey (“Indie Pen Dance”, registrato a casa di Bailey, quasi un pellegrinaggio da uno dei padri della creazione musicale spontanea) ed i due brani in duo con il trombonista Roswell Rudd (“Signing Off” e l’iconoclastico “East River Delta Blues”, mosaico di gruppi di note “già sentite” saldate da improvvisazioni). Un disco davvero interessante, questo “Confabulations”, chissà cosa uscirà dall’archivio di Duck Baker nei prossimi mesi ……. ma basta saper aspettare.

SARTORIS · DI BONAVENTURA  “Notturni”

SARTORIS · DI BONAVENTURA  “Notturni”

SARTORIS · DI BONAVENTURA  “Notturni”

Caligola Records. CD, 2021

 di alessandro nobis

Del pianista ·compositore Emanuele Sartoris e delle sue imprese discografiche ho già parlato in passato (vedi i link in calce a questo articolo) e quello che più mi impressionato, al di là della sua sopraffina tecnica pianistica, è la capacità di creare un suono, una musica perennemente in bilico tra classicismo, jazz ed improvvisazione. Forse quest’ultimo aspetto è quello che risalta di più da questa ennesima magnifica incisione per la quale ha coinvolto lo straordinario suonatore di bandoneon Daniele Di Bonaventura, verrebbe da dire “l’uomo giusto al posto giusto” vista la sua capacità di muoversi da linguaggio musicale all’altro trasportando il bandoneon fuori dalla “confort area” del tango argentino; qui a mio avviso le parole che possono dare una chiave di lettura sono tre, ovvero “notturno”, impromptu” e “improvvisazione” che vanno a formare un triangolo al centro del quale si sviluppa questo progetto. I primi due sono in relazione alla stagione classica del Romanticismo; i “Notturni”, parliamo di quelli composti da Chopin ne 1832 due dei quali (il Primo ed il Secondo dell’Opera 9) filtrati da Sartoris e Di Bonaventura aprono e chiudono questo lavoro, sip restano perfettamente all’aggiunta di abbellimenti e di improvvisazioni (uno stilema esecutivo messo in pratica dallo stesso Chopin) mentre “Impromptu” è termine legato a Franz Schubert che al momento della loro composizione (1827) lasciava chiari riferimenti ad “aggiunte” personali degli esecutori dei brani. Il terzo termine, improvvisazione, è in senso moderno legato al alla musica jazz della quale come tutti sanno ne costituisce il cardine. Detto questo – in poche e semplici parole – quello che emerge dall’ascolto, ad esempio de “La Volta CelesteNotturno Op.4 N. 1” composto da Sartoris è la massima cantabilità del tema, il perfetto interplay tra i due musicisti che sembrano specchiarsi uno nell’altro scambiandosi l’esposizione del tema principale, tra l’altro di grande bellezza, creando spontaneamente la musica e facendo sembrare quasi inutile lo spartito. “Notturno d’inverno” è la composizione centrale del disco; è un brano composto da Di Bonaventura dove Emanuele Sartoris offre al bandoneonista un efficacissimo supporto, ritmico oserei dire da neofita. Infine voglio citare “La Fine dei Tempi Op. 4 Nr. 6” dove l’improvvisazione della parte centrale rende alla perfezione il progetto di questo “Notturni”, disco che naturalmente dovrebbe essere ascoltato da chi ama il jazz moderno ma anche e soprattutto dagli appassionati del pianismo classico; questi ultimi troveranno qui una inedita e splendida interpretazione contemporanea delle regole e delle idee dei grandi compositori della prima metà dell’ottocento. Qualcuno storcerà il naso, mi spiace per lui, a qualcun altro gli si spalancherà una finestra su un mondo nuovo.

In conclusione una curiosità: la scaletta segue una certa simmetria, al cento la composizione di Di Bonaventura, agli estremi due riletture di Chopin e in mezzo i sei Notturni di Sartoris. Grande bel disco, i direttori dei festival jazz e classica più arguti ascoltino questo, a mio modesto avviso, capolavoro. 

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/08/01/genot-sartoris-totentanz-evocazioni-lisztiane/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero·manera·sartoris-woland/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/01/night-dreamers-techne/)

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

Confront Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Duck Baker è un altro di quei previdenti musicisti che per il nostro gaudio ha spesso registrato le sue performance ufficiali e meno ufficiali e le session alle quali ha partecipato e dove non lo ha fatto sono intervenuti i suoi estimatori inviando registrazioni – allora pirate ed ora depiratizzate – soprattutto dei suoi concerti. La più recente perla del musicista americano è questa session con il suo pari e amico di vecchia data Mike Cooper, anche lui sempre in bilico tra l’improvvisazione più radicale e la musica più strutturata, sopraffino strumentista che nella sua carriera artistica ha esplorato il blues delle origini nei fumosi club londinesi ed il miglior jazz inglese (emblematico il suo “Trout Steel” del 1970 registrato in compagnia tra gli altri di Mike Osborne, Harry Miller, John Taylor, e Alan Skidmore).

Per questa occasione Baker e Cooper hanno in comune l’utilizzo abbastanza insolito di uno strumento con le corde di nylon che dà un suono tutto particolare a tutti e nove dialoghi tra personalità tra i due strumentisti. Siamo nel 2010, a Roma, immagino una cucina permeata di profumi speziati o almeno così lasciano intendere i titoli scelti per le tracce: dall’”aglio selvatico” ai “chiodi di garofano” passando dal “peperoncino” all’”origano”, quasi un’orgia di aromi mediterranei che fa da fondale alla musica: avvincente, stimolante, viva, irripetibile come si conviene nella musica improvvisata qui mai autoreferenziale, che mette in evidenza una – già conosciuta in entrambi –  capacità di creare all’istante nuove note sempre in rispettosa relazione con quelle creata dall’altro e qui inoltre penso di poter dire che ci sia anche il desiderio di ri-confrontarsi dopo molto tempo, di fare il punto sulle rispettive storie musicali.

Certo, non è un disco “facile” e nemmeno un po’ accondiscendente verso il fruitore che conosce Baker e Cooper suonare in altri mondi musicali, ma questa è la legge della musica improvvisata che di leggi non ne ha (quasi un ossimoro questo), e questo è un gran bel lavoro.

Immagino i due seduti uno di fronte all’altro, mentre sul fuoco aglio e peperoncino “grillettano” aspettando gli spaghetti rigorosamente al dente ………. assaporo il profumo, si percepisce fin qui.

http://www.confrontrecordings.com

SCHIAFFINI · ARMAROLI “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Questa operazione di “destrutturazione” delle composizioni di Thelonious Monk è a mio avviso a dir poco geniale e che a farlo siano stati due luminari del jazz contemporaneo italiano è l’ennesima conferma della sua qualità raggiunta negli ultimi anni: Giancarlo Schiaffini, trombonista, è da tempo una delle punte del panorama avanguardistico e Sergio Armaroli, percussionista, ha dimostrato sempre nei suoi lavori, in particolare quelli prodotti dall’etichetta salentina di Rampino e Bizzocchetti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/06/03/centazzo-·-schiaffini-·-armaroli-trigonos/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/26/sergio-armaroli-trio-with-giancarlo-schiaffini-micro-and-more-exercises/) per fare due esempi, le sue capacità di compositore, esecutore ed improvvisatore. La condivisione di un certo percorso musicale e la consolidata esperienza dialettica tra i due musicisti ha fatto sì che l’idea di prendere in prestito il songbook monkiano e di separare per poi rileggere e mettere il tutto nel crogiuolo per la loro fusione le sue componenti funzioni alla perfezione.L’attenzione verso la musica del West Africa, il blues monkiano, quella elettronica e quella contemporanea fusi assieme dal linguaggio improvvisativo risultano un tutt’uno estremamente interessante all’ascolto che ogni volta fa scoprire angolature e spunti diversi, la polifonia vocale con sovrapposto il trombone che accenna a Monk, i caldi suoni “etnici” del balafon che scandiscono qua e là i temi del pianista di Rocky Mount enunciati qua e là accanto a quelli elettronici che permeano gli oltre cinquantotto minuti della performance fanno di “Deconstructing Monk in Afrika” un disco a mio avviso importante, fiore all’occhiello italiano del panorama jazz contemporaneo.

http://www.dodicilune.it

IL DIAPASON INCONTRA RICCARDO MASSARI del BIOGRAMMA ENSEMBLE

IL DIAPASON INCONTRA RICCARDO MASSARI del BIOGRAMMA ENSEMBLE

IL DIAPASON INCONTRA RICCARDO MASSARI del BIOGRAMMA ENSEMBLE

di alessandro nobis

Dell’importanza del lavoro del Biogramma Ensemble per ricordare il centenario della nascita del compositore veneziano Bruno Maderna vi ho già parlato qualche tempo fa (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/16/biogramma-ensemble-per-bruno-maderna-voll-1-2-2020/), ma vista la qualità e rilevanza della musica prodotta ho ritenuto opportuno rivolgere qualche domanda all’ideatore del progetto Riccardo Massari che ha per l’occasione composto una parte rilevante de “Per Bruno Maderna”.

  • Perché è così importante ricordare la figura di Bruno Maderna? Che cosa ha lasciato al mondo della musica contemporanea?

Bruno Maderna è uno dei titani musicali della seconda metà del Novecento: mai abbastanza celebrato ed eseguito nel nostro Paese, per questo nell’anno che molti hanno dedicato a commemorare Beethoven (!), mi sembrava urgente celebrare, seppur con un modesto tributo, un fenomeno musicale come quello di Bruno Maderna, un artista, un visionario dal quale c’è ancora moltissimo da apprendere. La sua musica rappresenta brillantemente, il panorama artistico e culturale degli anni in cui ha operato, ma si proietta verso il futuro in modo sorprendente con caratteristiche e scelte spesso più ardite di quanto si compone attualmente.

Maderna possiede grande libertà di idee, padronanza tecnica, forte ed elegante spontaneità del gesto musicale, e una conoscenza profonda della musica dei secoli passati.  Il fatto che dirigesse la propria musica ne fa un musicista completo, che mantiene un rapporto sanguigno e pieno con l’espressione sonora. Il suo poco conosciuto eclettismo lo rende molto attuale come compositore; un musicista che trascriveva i concerti di Vivaldi esortato dal suo maestro Gian Francesco Malipiero, faceva i primi esperimenti elettronici nello studio di fonologia di Milano, dirigeva i classici, e utilizzava l’improvvisazione nelle proprie composizioni…

  • Come nasce l’idea di questo progetto e come hai scelto i tuoi collaboratori? Che cosa li accomuna dal punto di vista musicale?

Questo progetto nasce da conversazioni con gli amici Carlo Miotto e Fabio Zannoni, due grandi conoscitori del lavoro maderniano che hanno fatto molto per Maderna a Verona alcuni anni fa, con “Verona Contemporanea”, un festival aperto, dinamico ed eccezionale che purtroppo dopo tre edizioni di gran successo inspiegabilmente non ebbe seguito.. L’idea nasce nel dicembre 2019 parlando del centenario e ipotizzando una proposta veronese che purtroppo non si poté concretizzare. Considera che la figura di Maderna è molto legata a Verona e sarebbe logico che si fosse fatto qualcosa a proposito. In quei mesi stavo creando partiture grafiche, un tributo maderniano e che chiamo Serenate Spaziali ispirato dalle serenate per un missile e per un satellite del grande maestro; riaprivo la partitura orchestrale di Biogramma e tornavo a capire il Maderna che avevo studiato una ventina d’anni fa. Con il lock-down sarebbe stato difficile realizzare un tributo e pensai di invitare a collaborare alcuni colleghi con un progetto mio creato in studio, che fungesse da “scialuppa di salvataggio”. Tutti reagirono con gran entusiasmo e realizzammo le registrazioni che ho assemblato nei Madernaliae nelle altre composizioni incluse in questi due album.

Il Biogramma Ensemble (così ho chiamato il gruppo) è formato da una decina di musicisti con formazione “anfibia”, sanno leggere e sanno improvvisare magnificamente. Alcuni di loro provengono dalla scena del free delle ultime generazioni qui a Barcellona. Sono accomunati da una profonda coscienza timbrica, da capacità creative come improvvisatori e da una grande preparazione. Molti compongono musica propria fuori dai canoni imperanti. Mi sento estremamente fortunato a collaborare con loro!

  • C’è una parte scritta ed una parte improvvisata in questo lavoro, e questo rispetta perfettamente i dettami di Maderna. In un inserto “vocale d’archivio” si sente il compositore veneziano dire “dovete improvvisarla da voi senza note” ……. Quanto era importante per lui – e quanto lo è per te – la pratica improvvisativa in un contesto di musica contemporanea?

Quella espressione di Maderna citata riassume molto bene un aspetto del suo lavoro diretto coi musicisti, cosa estremamente affascinante, che mi riporta alla esperienza personale nell’orchestra di Lawrence “Butch” Morris. Quando nel 1996 partecipai a un concerto di Butch come pianista, capii che possono non esserci confini netti tra l’alea, l’improvvisazione e la musica scritta. Capii che l’improvvisazione (alcuni usano il termine comprovisation unione di composition e improvisation, oppure “composizione in tempo reale”) è un potentissimo motore musicale, e che quindi “scrivere tutto” può essere un gesto pedante, che chiude possibilità creative e che quindi limita la musica. Ci sono sezioni di Biogramma per esempio che possiedono molte analogie con la musica di Butch (Morris, n.d.r.) … L’improvvisazione serve ad aprire il linguaggio musicale, a mettere in comune cose che non lo erano, a generare nuove dimensioni sonore, a fare dell’alchimia sonora; siamo troppo abituati ad associare l’improvvisazione al jazz o ad altri generi tradizionali che rispondono a linguaggi musicali chiusi e a scatole di mercato molto definite.

  • Ho trovato interessante l’uso dell’elettronica, ed addirittura in un brano sostituisce l’arpa prevista dalla partitura.

Maderna fu un pioniere dell’elettronica negli studi di Milano, quindi le mie investigazioni elettroniche non potevano mancare… e poi come non cedere alla tentazione di aggiungere l’elettronica alla Serenata per un missile…! In mancanza dell’arpista abbiamo due sintetizzatori analogici russi Lyra8 che sono sicuro sarebbero piaciuti moltissimo al nostro Maderna. L’elettronica aiuta a percepire i suoni più convenzionali (un violino, un clarinetto, un piano) in modo completamente nuovo … Nel caso di queste Serenate Spaziali l’ho voluta utilizzare per “inclinare il piano di ascolto” sul quale poggiano gli strumenti classici.

  • Quali sono gli aspetti del lavoro di Maderna che hai voluto maggiormente evidenziare nelle composizioni che a lui hai dedicato?

…. sicuramente quelli che mi influenzano di più come la libertà nell’uso del serialismo, il magnifico lirismo mediterraneo (Biogramma  appunto nel solo di corno inglese per es.)  e poi la forza sonora fatta di colpi e silenzi infiniti (ascoltate Stele per Diotima )… ma anche l’ironia giocosa di pezzi come le serenate (oserei dire post-Satie!). Dall’assolo di corno inglese di Biogramma infatti (girato e rigirato con le antiche tecniche del contrappunto) nasce gran parte del materiale melodico dei Madernalia,e dalla Serenata per un missile ha origine il progetto delle mie Serenate Spaziali  come partiture visuali e pezzi di musica elettroacustica allo stesso tempo.

  • Nella mia recensione scritta a proposito dei due volumi de “Per Bruno Maderna” mi sono augurato di vedere anche la realizzazione fisica del lavoro, su compact disc o su vinile. Hai previsto questa eventualità?

Sarebbe certamente magnifico stampare questo lavoro su vinile (preferisco di gran lunga i “vecchi” LP come oggetti rispetto al compact disc), anche in una tiratura ridotta, ne varrebbe la pena, come per alcune altre mie produzioni recenti che hanno ricevuto un certo riscontro (come le Ligetian Variations) ed infatti lo sto valutando. Attualmente come sai la situazione discografica è piuttosto complicata. Molta gente neppure possiede un lettore CD o un piatto per i dischi a casa. Quindi sembra assurdo pure distribuire il proprio lavoro in formato fisico. Anche le vendite on line però sono assurde: mai sarà pagata a sufficienza una produzione di mesi  con quelle poche monete a brano che con un po’ di fortuna riceviamo dalle reti. Bisogna creare prodotti elitari, per collezionisti, dicono alcuni. È giusto? Il vinile purtroppo è poco sostenibile ecologicamente… Un amico mio ricicla vecchie cassette e produce lavori unici su nastro in poche copie…

Che ne penserebbe di tutto questo Bruno Maderna? Forse direbbe che la musica dal vivo è quella che conta, ma il mondo virtuale la sta annullando…

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-1

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-2

BIOGRAMMA ENSEMBLE “Per Bruno Maderna vol. 1 & 2”

BIOGRAMMA ENSEMBLE  “Per Bruno Maderna vol. 1 & 2”

BIOGRAMMA ENSEMBLE  “Per Bruno Maderna voll. 1 & 2”. 2020

di alessandro nobis

L’appena trascorso 2020 è stato il centesimo anniversario della nascita del compositore veneziano Bruno Maderna (1920 – 1973). Pochi se ne sono ricordati e tra questi un nugolo di compositori e musicisti – alcuni di base a Barcellona altri di passaggio nella città catalana – che sotto la guida di Riccardo Massari hanno realizzato questi due doverosi e molto interessanti omaggi al genio di Maderna che, lo voglio ricordare, è stato mentore di Luigi Nono ed era solito frequentare figure del calibro di Karlheinz Stockhausen, Oliver Messiaen e John Cage.

Il primo volume contiene i cinque movimenti di “Madernalia” ed altre due composizioni (“Hyperbole Amnesiaca” e “Una passeggiata notturna in Venezia”) di Riccardo Massari con lucide improvvisazioni del Biogramma Ensemble che mettono in evidenza la qualità del gruppo, la capacità di interloquire e di creare musica spontanea e, a questo proposito, le parole “d’archivio” di Maderna che si sentono ad un certo punto (“Dovete improvvisarla da voi senza note”) sono come scolpite nella pietra ed esemplificative della modalità esecutiva del lavoro. Silenzi, inserti con la voce di Maderna (brevi e frasi chiarificatrici d’archivio del modus operandi in fase di registrazione), rumori e suoni si alternano creando un universo sonoro che lascia solo immaginare il suo fascino e la sua intensità nelle esibizioni dal vivo. Con Massari (pianoforte, elettronica e Tarcordium) performano in questo primo volume Marta Oro Amon al violino, Maria Morera alla viola, Fabio Zannoni al flauto traverso, El Pricto al clarinetto e sax, Ferran Besalduch al sax, Diego Caicedo e Tony Peña alle chitarre, Vasco Trilla e Pablo Posa alle percussioni e Josè Guillen ha curato la parte dei suoni elettronici. 

Il secondo volume contiene tre versioni di una composizione risalente al 1969 di Maderna, ovvero “Serenata per un missile” per flauto, clarinetto, violino marimba ed elettronica (che sostituisce l’arpa presente nelle partiture originale) ed una composizione dedicata a Maderna, “Le Serenate Spaziali e del pianeta umano”) ed anche qui una significativa “nuova” esecuzione delle indicazioni di Maderna. In questo secondo volume ascoltiamo la tromba di Feliciano Garcia Zecchin.

Entrambi i volumi sono una perfetta occasione per affrontare il repertorio – e le sue “libertà esecutive” dell’importante compositore veneziano e l’auspicio è quello di vedere questa musica pubblicata fisicamente su compact disc o ellepì; è un lavoro che deve assolutamente avere un supporto fisico per restare nel tempo a futura memoria, sulle piattaforme digitali ho parecchie perplessità. Speriamo che un giorno, magari con il crowfunding ……

Questi i links dove ascoltare e scaricare questi due importanti lavori:

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-1

https://spiritini.bandcamp.com/album/per-bruno-maderna-vol-2