KLĀS’TĬK “Night’s Highest Moon”

KLĀS’TĬK “Night’s Highest Moon”

KLĀS’TĬK “Night’s Highest Moon”

Krysalisound. CD 2018

di Alessandro Nobis

Cercare di descrivere le sensazioni e le emozioni che suscitano le registrazioni dell’etichetta Krysalisound è sempre una sfida con me stesso. Non essendo un musicista e tantomeno un conoscitore dei processi creativi che avvengono nelle sale d’incisione, mi resta poco da dire se non che queste registrazioni che hanno chiesto circa due anni per avere una versione definitiva hanno uno straordinario fascino; Andrea Koch e Masaya Hijikata, il primo con la voce e i suoi campionamenti ed il secondo con le sue ancestrali percussioni acustiche nipponiche sembrano collegare il lontano passato umano con il presente arrivando ad un futuro perfetta combinazione tra i due estremi. Capire come tecnicamente siano riusciti a realizzare questo non è semplice; il brano eponimo ad esempio con la frenetica reiterazione del pattern percussivo ora filtrata ora naturale, l’oscura ambientazione del sito paleolitico (superiore) con le misteriose voci di “Chauvet”, il più antico sito pittorico del vecchio continente che magicamente apre questo splendido lavoro, le sonorità elettroniche apparentemente caotiche di “Same name”, il breve brano conclusivo.

Che ci siano echi minimalisti o inevitabili riferimenti a maestri come Philip Glass all’ascoltatore comune tutto sommato poco importa: è musica dal grande fascino, che lascia a chi la apprezza il più ampio spazio descrittivo mentale ed ai neofiti della musica ambient lascia numerosi e facili spiragli per avvicinarsi a questo mondo.

Krysalisound è label da seguire, non solo per la qualità delle sue produzioni, ma anche per la grande cura nei packaging. Questa si chiama, in italiano, “passione” per quello che si fa.

http://www.kryalisound.com

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DALLA PICCIONAIA: THE COHEN UNDERGROUND 2018 2019

DALLA PICCIONAIA: THE COHEN UNDERGROUND 2018 2019

DALLA PICCIONAIA: THE COHEN UNDERGROUND 2018 2019

di Alessandro Nobis

underground 18 19A seguito della bella e partecipata performance di Federico Mosconi e di Francis M. Gri della passata stagione, appuntamento che per l’occasione avevamo chiamato “Cohen Underground”, ho pensato di proporre ad Elena Castagnoli, la coraggiosa, caparbia e preparata titolare del Cohen tre serate per allargare lo spettro delle proposte del Jazz Club 2018 – 2019 di cui mi occupo; tre performance che pur essendo incluse nella programmazione jazz ho ritenuto opportuno differenziare ed inserirle in una piccola sotto-rassegna mantenendo il nome di “The Cohen Underground”.

A Verona sappiamo bene che la musica contemporanea, i reading, la sperimentazione musicale in una parola ciò che rappresentano le avanguardie sono pressoché bandite, e – tra l’altro – basta leggere la programmazione degli ultimi Verona Jazz per rendersene conto; solo la purtroppo breve  kermesse della lodevolissima “Verona Risuona” e qualche sporadico evento spesso privato riescono per qualche ora a rompere questo autentico muro del disinteresse favorito da coloro che istituzionalmente avrebbero invece il compito di promuovere e supportare. “Non ci sono soldi”, “Non viene nessuno”, “cos’è ‘sta roba qua?” sono le risposte che danni arrivano dal “Palazzo”; più opportuno navigare in acque sicure, garantendo una “certa” affluenza di pubblico senza rischiare troppo voli pindarici e critiche negative dei media, soprattutto locali. Mantenere vivo l’interesse, finanziare progetti, provocare la curiosità dei giovani ma più in generale del pubblico è a mio parere obbligo morale e culturale se si vuole che artisti, performer ed autori possano proseguire i loro cammini di ricerca. Insomma le forme d’arte musicale che ascoltiamo oggi sono sempre il frutto di movimenti avanguardistici che hanno operato ed ancora sono attivi e che in qualche caso dopo una fase di esplorazione e sperimentazione, si trasformano in rami culturali consolidati se non addirittura in mainstream.

Questo è quanto e così “noi del Cohen”, e voglio usare indebitamente il plurale, abbiamo pensato ad una sezione “Underground” con tre sorprese, tre proposte molto diverse tra loro che speriamo trovino il gradimento del pubblico più attento.

Ecco il calendario.

– Si inizia domenica 25 novembre con una performance di violoncello solo di Leonardo Sapere dei Solisti Italiani ed ammirato nel locale di Via Scarsellini con il trio “Tango x 3”; difficile dire che cosa proporrà il violoncellista argentino, ma conoscendo un poco i suoi interessi musicali, sarà un memorabile viaggio tra l’improvvisazione, la musica classica e chissà cos’altro. Per gli assetati di musica serata imperdibile.

– Il secondo appuntamento, domenica 9 dicembre, è con una delle più importanti avanguardie letterarie americane del secolo scorso, la Beat Generation, ed in particolari con uno dei suoi padri fondatori, Jack Kerouac; Mauro Dal Fior, sempre a suo agio con questo repertorio, leggerà alcuni passi di “Big Sur”, ed il pianista mantovano Giulio Stermieri con il suo Fender Rhodes avrà il compito di far rivivere quel momento storico improvvisando con il piano elettrico e prendendo spunto da brani coevi a Kerouac vicino ad altri più vicini al nostro tempo.

– L’ultimo “Underground”, domenica 27 gennaio, sarà dedicato alla musica improvvisata ed avrà come “instant performer” il chitarrista Roberto Zorzi: profondo conoscitore dei movimenti improvvisativi europei e di oltreoceano, ha dedicato la sua vita di musicista allo studio ed alla pratica dell’improvvisazione – soprattutto non idiomatica – sia in veste solista che in piccoli combos come testimoniano le collaborazioni con i più importanti esponenti di questo movimento radicale e sue notevoli registrazioni apprezzate dalla critica specializzata.

WALTER PRATI – SERGIO ARMAROLI “Close (your) eyes Oper Your Mind”

WALTER PRATI – SERGIO ARMAROLI “Close (your) eyes Oper Your Mind”

WALTER PRATI – SERGIO ARMAROLI “Close (your) eyes Oper Your Mind”

Dodicilune Dischi Ed401. CD 2018

di Alessandro Nobis

La magia di questo lavoro, che segue il precedente realizzato in quartetto (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/24/schiaffini-prati-gemmo-armaroli-luc-ferrari-exercises-dimprovisation/)è a mio avviso la costante ricerca della perfetta sovrapposizione tra la trasmissione di stimoli sonori da parte dei due esecutori e le personali sensazioni raccolte da  durante la fruizione dei cinque articolati episodi, siano esse prevalentemente costituite da parti improvvisate e scritte. L’ambiente è naturalmente quello della musica contemporanea, quello della ricerca sonora, quello anche della ricerca di punti di incontro nel fitto dialogo tra i due protagonisti di questo lavoro, Walter Prati (basso elettrico, violoncello, elettronica) e Sergio Armaroli (percussioni, elettronica); il suono è quello che entra perfettamente nel termine “elettroacustico”, ovvero suoni ricavati direttamente dagli strumenti o filtrati da computer che si interconnettono con percussioni acustiche spesso portandoci in altri luoghi e tempi (il berimbau e le percussioni etniche del brano iniziale “Close Is a mistery of pain”, il dialogo batteria – computer nell’episodio seguente “Eyes The end of the arm”, ed ancora il violoncello magicamente filtrato di “Open An acting or voice”).

Un’opera di notevole valore questo “Close (your) Eyes Open Your Mind” il cui titolo indica la precisa modalità di fruizione e che a mio modesto parere rappresenta una delle più interessanti opere del catalogo Dodicilune nel quale troviamo sì splendidi lavori nel rassicurante solco del maistream ma anche sperimentazioni come questa di Prati ed Armaroli.

Non vi auguro di assistere alla peraltro improbabile performance live pedissequa del CD, sarebbe la negazione del concetto stesso di improvvisazione, ma invece di assistere ad una loro performance nella quale con ogni probabilità solo qualche elemento ne verrà riproposto. Il resto …. chissà, ogni concerto avrà cose diverse da dire, ogni ambiente darà stimoli diversi, ai due musicisti ed anche al pubblico. Buon ascolto.

PAUL STEINBECK “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”

PAUL STEINBECK “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”

PAUL STEINBECK “Grande Musica Nera. La storia dell’Art Ensemble of Chicago”

QUODLIBET CHORUS EDIZIONI 2018. PAGG. 399, € 25,00

di Alessandro Nobis

AEOC 2Il mio personale “impatto” con la musica dell’AACM (Association for Advancement of Creative Musicians) risale a qualche decennio fa; correva la primavera del 1979 ed a Verona venne organizzata dalla sua illuminata direzione artistica una memorabile edizione di Verona Jazz dedicata al jazz prodotto da quel collettivo di straordinari talenti che in quel di Chicago, e poi a Parigi e quindi nuovamente in America, scriveva pagine davvero memorabili di storia della musica afromericana. Musica e musicisti che da quel lontano ’79 ho seguito nelle produzioni discografiche, anche quelle italiane per la Soul Note di Bonandrini, e pertanto non ho potuto esimermi di accaparrarmi una copia di questo volume e leggere con grande gusto questo imperdibile – almeno per me – racconto dell’evoluzione del jazz sviluppatasi a Chicago.

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Il programma di quel VERONA JAZZ 1979

A partire da quell’agosto del ’65 – quando la AACM tenne tre concerti, i suoi primi concerti – lasciando nello sconcerto gli estimatori del mainstream, quelli più aperti alle nuove tendenze, che per la prima volta ebbero l’opportunità di ascoltare musica sperimentale scritta e composta da musicisti afroamericani, la storia di questo collettivo è legata in modo in modo indissolubile a quella dell’Art Ensemble of Chicago (Joseph Jarman, Roscoe Mitchell, Malachi Favors, Don Moye e Lester Bowie), per primo capace di affiancare l’aspetto musicale a quello visuale attraverso mascheramenti, gestualità e strumenti che richiamassero l’attenzione all’indissolubile filo che lega la musica africana al jazz americano. Paul Steinbeck racconta la storia dell’AEOC con dovizia di particolari documentati e di citazioni con grande passione, mescolando abilmente la parte descrittiva con aspetti più dedicati nello specifico a musicisti e musicologi; la traduzione di Giuseppe Lucchesini può così finalmente consentire al lettore italiano di ricostruire la storia dell’Art Ensemble of Chicago e la brillante prefazione di Claudio Sessa assieme alle foto inserite nel volume fanno di questo “Grande Musica Nera” un’imperdibile occasione per chi si vuole abbeverare alla fonte della Great Black Music.

 

 

 

SCHIAFFINI PRATI GEMMO ARMAROLI “Luc Ferrari Exercises d’improvisation”

SCHIAFFINI PRATI GEMMO ARMAROLI “Luc Ferrari Exercises d’improvisation”

SCHIAFFINI PRATI GEMMO ARMAROLI “Luc Ferrari Exercises d’improvisation”

DODICILUNE RECORDS, ED394, CD, 2018

di Alessandro Nobis

Tra i molti e spesso purtroppo dimenticati compositori del Ventesimo Secolo, c’è anche il francese Luc Ferrari (1929 – 2005), protagonista della sperimentazione sonora già da giovanissimo, ovvero i primi anni Cinquanta. Il quartetto è composto dal trombonista Giancarlo Schiaffini (già nel prestigioso e seminale “Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza” con Morricone, Evangelisti, Macchi, Neri e Piazza), il violoncellista Walter Prati collaboratore tra gli altri di Evan Parker, la pianista – compositrice Francesca Gemmo ed il vibrafonista Sergio Armaroli, ed interpreta in modo efficace i Sette “Exercises d’Improvisation” che rappresentano una sorta di manifesto della musica che Ferrari andava creando e che legava la scrittura con la pratica improvvisativa descrivendo, come dice la moglie Bunhild Meyer – Ferrari “la società in ogni suo aspetto (rivolta, gioia, sofferenza, intimità e amore,) traducendo nelle sue creazioni i temi che lo preoccupavano e quindi anche la contradditorietà delle emozioni”.

E’ musica che dà nuova luce e richiama attenzione su di un mondo musicale, quello della seconda metà del Novecento, che allora godeva dell’apprezzamento di un buon gruppo di appassionati che vi si erano avvicinati partendo da esperienze legate sia al jazz d’avanguardia che a certo rock sperimentale, essendo pubblicata da etichette come le benemerite Wergo, Deutsche Grammophon e l’italiana Cramps / Nova Musicha.

Questa bellissima ed intrigante produzione della salentina Dodicilune ha a mio avviso quindi un duplice merito, quello di riportare saggiamente alla luce alcune delle composizioni di questo poliedrico artista inserendola nel suo ricco catalogo jazz-oriented, e quello di offrire l’importante e rara oppertunità di avvicinare i jazzofili che “frequentano” le produzioni di questa etichetta alla musica “contemporanea” del Novecento.

Da ascoltare assolutamente.

 

MAKAM “Ezeregyéjszaka (Le Mille e una notte)”

MAKAM “Ezeregyéjszaka (Le Mille e una notte)”

MAKAM “Ezeregyéjszaka (Mille e una notte)”

Fono Records ZPCD020, CD, 2017

di Alessandro Nobis

I Makàm di “Approaches” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/10/suoni-riemersi-makam-ensemble-kozelitesek-approaches/) non esistono più da molto tempo; non sono più quelli che qui vennero definiti “gli Oregon danubiani”, di quel gruppo resta il timoniere, chitarrista e compositore Zoltan Krulik che guida il gruppo verso sentieri musicali che seppur intrisi sempre in misura minore di sfumature sonore del lontano Oriente (nel gruppo degli esordi ascrivibili soprattutto a Szabolc Szoke e Peter Szalai che non fanno più parte del gruppo da parecchi anni ormai) hanno assunto la struttura della forma canzone. Non sono migliori o peggiori dei Makam degli esordi, sono solamente diversi. E quindi si rende necessario affrontare questi nuovi lavori senza troppi riferimenti al passato, in modo da apprezzare pienamente le composizioni che il chitarrista e compositore budapestino Krulik Zoltan propone. Questo lavoro è a mio avviso uno dei più riusciti del gruppo, con tre brani costruiti attorno alle liriche di Petofi Sandor, poeta ed una delle figure cardine della rivolta del 1948 guidata da Lajos Kossuth, una vera e propria “primavera magiara” che per quale mese portò alla costituzione di una stato magiaro libero dagli Asburgo che con forza e successo represse con la forza (vi ricorda niente questo?).

makam-ezeregyejszaka

La musica, suonata con strumenti acustici a parte l’elegante basso fretless di Attila Boros, si ascolta molto volentieri, con le melodie ed i ritmi che gli estimatori di Krulik ben conoscono ed apprezzano; “Egi Tunder” con la voce della violinista Barbara Kuczera e la dolcissima ballad “Hat Haiku” con un bel solo di Janos Korényl, ma soprattutto i brani con i testi di Petofi (“Le stelle cadranno” ovvero “A csillagok Lehullanak”, “Petofi Blues” e “Siamo Lontani”, “Mi messze”) che riportano ai nostri giorni le lotte di indipendenza del popolo magiaro son quelli che più mi sono piaciuti e che più ho riascoltato, nonostante la lingua sia veramente ostica per noi non-magiari. Un gran bel lavoro pubblicato dalla Fono Records di Budapest che sta cercando di proseguire il lavoro della leggendaria Hungaroton che ebbe il grande merito di far conoscere la musica ungherese in tutte le sue sfaccettature e fasi storiche.

Oggi, con Zoltan Krulik, fanno parte del Makam Egyuttes Bori Magyar alla voce, i già citati Barbara Kuczera e Attia Boros oltre a Laszlo Keonch alle percussioni. Nella discografia dei Makam segnalo il primo lavoro, quello con i Kolinda e “Szerelem” del 2016.

www.makam.hu

 

DR “FIELD RECORDING MEETS SOUND”

DR “FIELD RECORDING MEETS SOUND”

DR “FIELD RECORDING MEETS SOUND”

KRYSALISOUND RECORDS KS23. CD, 2017

di Alessandro Nobis

Ne è passato di tempo da quando Pierre Shaeffer – era il 1948 – teorizzò la “musica concreta” realizzando una serie di registrazione per la francese RTF, e ne è passato quasi altrettanto da quando questa teoria fu abbandonata dai compositori dell’epoca in favore dei computer e dell’elettronica. DR (Dominic Razlaff) riprende in parte l’idea di Shaeffer ma anzichè manipolare i suoni nei loro parametri fisici li utilizza come presupposto per creare con la sua musica una sorta di stratificazione, di intersezione con le registrazioni ambientali: voci umane, grida fanciullesche, suoni naturali, passi, rumori che via via che si ripetono gli ascolti diventa stimolante scoprirne l’origine. Il titolo è paradigmatico rispetto al suo progetto ed i quattro parole descrive perfettamente questo interessante progetto; un sintetizzatore, un semplice ukulele “manomesso” dall’elettronica, quindici frammenti che ti conquistano poco a poco ma in modo profondo, una delle più interessanti opere di musica mai come in questo caso “ambient” che mi sia capitato di ascoltare e che consiglio a tutte le menti curiose ed aperte a nuove esperienze musicali.

Non saprei dire quanto sia ampia la nicchia di appassionati alla quale si rivolge l’etichetta milanese Krysalisound, o quanti siano i riscontri in termini di “downloads” o di vendite di CD fisici, ma di sicuro mi sento di affermare che l’impegno che sta portando avanti nell’ambito della musica contemporanea è importante e vada senz’altro elogiato e premiato. Dell’etichetta milanese avevo già segnalato, e molto volentieri spezzo un’altra lancia in suo favore, mi ripeto, altre tre degnissime opere: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/13/carlo-monti-mcvx-voyagers/ di Carlo Monti https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/22/francis-m-gri-falls-and-flares/ di Francis M.Gri e https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/ di Federico Mosconi Buon ascolto.

http://www.krysalisound.com