IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON INCONTRA ROBERTO ZORZI

di Alessandro Nobis

Domenica 27 gennaio, con una rara performance del chitarrista Roberto Zorzi, si chiude il trittico di concerti della miniserie “THE COHEN UNDERGROUND” che si tiene naturalmente al Cohen ed inserita nel JAZZCLUB, a Verona in Via Scarsellini con inizio alle 20.underground 18 19 zorzi

Roberto Zorzi appartiene ai “devoti” alla musica improvvisata, e sebbene abbia preso parte ad ensemble non esattamente facenti parte di questa corrente come i N.A.D., Si.Mi.La.Do. o The Bang con i suoni ed interventi ha sempre “marchiato” la sua presenza arricchendo la musica nel suo complesso. Importante la sua collaborazione con il collega californiano Henry Kaiser (“Through” del 1999) e recentemente le sue produzioni in trio, la prima con Boris Savoldelli e Massimo Barbiero e la seconda con Scott Amendola e Michael Manring, sfociata in “Facanapa Umarellas and the World Wide Crash” considerato meritatamente  il miglior album del 2018 per la sezione Avant Garde & Experimental da Voctor Aaron della prestigiosa rivista “Something Else Review” (http://somethingelsereviews.com/2019/01/14/wendy-eisenberg-brandon-seabrook-david-dominique-s-victor-aarons-best-of-2018-part-3-of-4-avant-garde-experimental/?fbclid=IwAR1UNyD4sZwxOkRg9ru4X2WOA1Z2Ne8N_V970T07CO-PhYNJx7uxTxcJh2Q).

Una grande soddisfazione per il musicista veronese, dal quale mi aspetto presto un album solo ……… intanto l’ho incontrato per conoscere meglio la sua musica in vista del concerto di domenica 27.

– Come e quando ti sei avvicinato prima da ascoltatore ed in seguito come esecutore alla musica improvvisata? Cosa ti aveva colpito di questo linguaggio, il suo radicalismo, la novità, la sua purezza?

Accadde all’incirca nel 1972 o 73: un amico, il mitico per me, Lucio Vicentini si presentò a casa mia con due Lp, Music Improvisation Company e Lot 74, un solo di Derek Bailey. A quel tempo a me sembrava pura avanguardia Chick Corea con le sue “Piano improvisations”, puoi immaginare lo shock che provai. Quello che ho sempre apprezzato nella musica improvvisata è la sua purezza (un po’ come Alien, per chi ricorda la battuta dell’androide nel primo film). Poi la capacità di reinventare la “lingua strumentale. E’ una forma musicale democratica, nessuno è leader, tutti lo sono, quando si improvvisa in gruppo. Nulla di anarchico.

–  Chi prima di altri ti ha influenzato e segnalato un percorso?

A dire il vero forse la primissima influenza non ha a che fare con improvvisatori, ma con Fripp & Eno di Evening Star, poi, ovviamente, tutto il movimento europeo, in particolare quello inglese, con una menzione particolare per Fred Frith ed il suo “Guitar solos”. Bailey è scontato. Poi sono venuti gli americani, tra tutti John Fahey ed Henry Kaiser in particolare, al quale devo moltissimo.

– Vista la tua esperienza, come è cambiata se è cambiato il concetto di improvvisazione? Mi riferisco in particolare a quella che identifico personalmente con la scuola europea?

Credo sia cambiato l’approccio complessivo, con una apertura totale verso il coinvolgimento di musicisti americani (soprattutto dalla zona di Chicago e dalla California)

– A mio avviso c’è un linguaggio di assolutà libertà esecutiva più legata alla musica afroamericana e quello invece come dicevo appartenente alla cultura europea che molti avvicinano alla musica contemporanea. Li ritieni separati o secondo te hanno degli aspetti in comune?

La musica improvvisata è sempre stata considerata un limbo dalla critica, un luogo dove potevano confluire tutti e nessuno, ma direi che i risultati dell’integrazione tra i due mondi hanno sempre dato risultati eccellenti (vedi, ad es., il cd del duo Derek Bailey / Cecil Taylor a Berlino, nel) 1988.

– Esiste senso te una corrente italiana all’improvvisazione radicale?

Sì, qualcuno c’è, qualche “vecchio leone” che ancora si batte per mantenerla in vita, non so per quanto riguarda i giovani, ma non parlerei comunque di “corrente italiana”.

– Nelle tue performance solistiche, che strumentazioni utilizzi? Preferisci il suono elettrico con l’apporto di elettronica o ti affidi anche al suono naturale dell’acustica?

70% elettrico, 30% acustico.

– Tra le tue più recenti collaborazioni che poi sono sfociat e nella pubblicazione di due CD ci sono quella con Boris Savoldelli e Mattia Barbiero (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) e quella con Michael Manring e Scott Amendola. E’ solo un caso che entrambe le esperienze siano frutto di una formazione a tre?

No, non è casuale: è il numero perfetto, la formazione perfetta.

– Quale secondo te dovrebbe essere oggi l’approccio dell’ascoltatore alla musica improvvisata e qual è la sua reazione rispetto a quando hai iniziato?

Con l’avvento di internet dovrebbe essere molto più facile soddisfare la propria curiosità ed approfondire la conoscenza, ma credo che il vero problema, oggi, sia proprio la mancanza di curiosità e l’appiattimento su  standard sicuri e “relativisti”, se mi passi il termine. In linea con la cultura dominante.

– Con il passare dei decenni è cambiato molto il mercato discografico, ma la musica improvvisata ha sempre avuto un pubblico di nicchia difficilmente raggiungibile; piccole etichette (mi vengono in mente la Incus o la tedesca FMP), difficoltà nel trovare i dischi. Oggi, paradossalmente che il mercato “al dettaglio” è pressocchè sparito, grazie ad internet questa musica è più facilmente reperibile, anche quella prodotta da piccole labels come la Treader di John Coxon per fare un esempio. I tuoi lavori dove sono rintracciabili?

In alcuni – rari – negozi specializzati, ma soprattutto su tutte le piattaforme digitali: Amazon, CD Baby, iTunes, etc etc.

– Visto il concetto che sta alla base ti quello che suoni, non ti chiederò anticipazioni rispetto alla tua performance del 27 gennaio al Cohen, ma ti ringrazio davvero per la tua disponibilità.

Grazie a te.

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo, Cohen Verona 30 settembre 2018

di Alessandro Nobis

Con il bassista Silvio Galasso (londinese ormai d’adozione) e Riccardo Massari, giovanissimo tastierista con Rudy Rotta che ha da qualche anno trovato nell’ambiente culturale di Barcellona gli stimoli giusti per esprimere il suo talento di performer e di compositore, tra i “cervelli in fuga” veronesi c’è anche il chitarrista Luca Boscagin, talentuoso strumentista – e compositore -, che da Londra è arrivato al Cohen di Via Scarsellini sfoderando tutta la sua pregevolissima tecnica attraverso un repertorio fatto di brani originali e di intelligenti riletture; serata da incorniciare, come si diceva un tempo, serata dove la sua chitarra ha stregato il numeroso pubblico silenzioso ed attento come si conviene.42851590_2260599237336411_8298888465353801728_n.jpg

Naturalmente le chiavi di volta dello stile di Boscagin sono la bellezza e l’articolazione dei brani di sua composizione, tra i quali segnalo “Gil O Maestro” dedicata al compositore sudamericano e la capacità improvvisativa, non sempre di facile lettura ma comunque sempre capace di attirare l’attenzione del fruitore, improvvisazione che nasce delle brevi citazioni di temi non necessariamente legati alla musica afroamericana ma che ti raccontano il vasto retroterra musicale di questo chitarrista. E così l’ascolto del concerto si trasforma per chi ascolta nel gioco a riconoscere i temi così brevemente esposti e per Boscagin in quello di nasconderli nelle pieghe della performance. Ecco il riff di Jimmy Page di “Kashmir”, la penna di Pino Daniele e la sua “Quando” eseguita in apertura, quella di Lucio Battisti di “E penso a te” o ancora il Brasile stavolta di Milton Nascimento di “Anima”; poi la ciliegina sulla torta con i due brani eseguiti in compagnia del trombettista Fulvio Sigurtà, ancora Brasile ed il jazz di Enrico Rava di “Le solite cose”.

Bella serata, dicevo, il prossimo appuntamento con la chitarra acustica è con Krishna Biswas, 21 ottobre.

DALLA PICCIONAIA: EDNA, Cohen Verona, 8 febbraio 2018

DALLA PICCIONAIA: EDNA, Cohen Verona, 8 febbraio 2018

DALLA PICCIONAIA: EDNA, Cohen Verona, 8 febbraio 2018

di Alessandro Nobis

Vorrei che rimanesse qualche traccia scritta, qualche ricordo del concerto che Andrea Bozzetto, Mattia Barbieri e Stefano Risso (a.k.a. “Edna”) hanno tenuto al Cohen di Verona giovedì 8 febbraio 018; un peccato sarebbe far cadere nel perpetuo oblio questa intrigante esibizione che, rispetto alle attese e dispetto allo spiacevole esposto in Comune che al momento penalizza la programmazione del locale di Elena Castagnoli, ha rivelato una forma polifmorfica del trio altrettanto interessante e per certi versi ancora più stimolante del disco d’esordio appena pubblicato, “Born to be why”.EDNA 01.JPG

Il sopracitato esposto ha costretto i musicisti, soprattutto Barbieri, a presentarsi con una serie di marchingegni elettronici in luogo della batteria, una sorta di campionario di “Live electronics”, mentre Bozzetto anziché il Fender Rhodes ha suonato un piano acustico; la necessità stimola la virtù si dice, ed in effetti questi cambi di strumentazione hanno stimolato i tre musicisti a rivedere i loro piani dimostrando in questo una preparazione tecnica ed una creatività davvero approfondite.

I brani presentati provenivano in gran parte dal loro lavoro d’esordio per la Auand Records ma come al solito capita ai musicisti di razza sono stati arricchiti da lunghi momenti improvvisativi, da fitti dialoghi, da invenzioni sonore – e qui un ruolo fondamentale sono stati suoni creati e “pennellati” da Barbieri e le sue live electronics –  che hanno fatto diventare i temi di “Born to be why” quasi solamente un pretesto per giocare con le partiture e per divertirsi – e divertire – interloquendo sempre in modo intelligente e mai ripetitivo; la citazione colta di “Life on Mars” e “Gomma Blues”, sono solo due dei titoli che cito solamente per dovere di cronaca. Musica di indubbio fascino e bellezza, intrigante come dicevo prima, per un trio coeso ed affiatato, musica magari un po’ difficile – ma va benissimo così – che aspetta solo di essere catturata e messa su disco anche se, citando e parafrasando per l’ennesima volta l’ortodosso Derek Bailey, “la musica improvvisata nasce e muore con l’esibizione stessa, riascoltarla sarebbe come negare il principio stesso dell’improvvisazione”; personalmente mi auguro al contrario di avere presto tra le mani un nuovo CD di EDNA.2.

Stiamo a vedere cosa succede …………

MISSING IN ACTION: NEW EAR’S EVANS AL COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: NEW EAR’S EVANS AL COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: NEW EAR’S EVANS AL COHEN, Verona

Purtroppo mi tocca ancora una volta dare volentierissimamente spazio ad uno scritto di Beppe Montresor che segnala il concerto di stasera al Cohen, articolo “Missing in Action”, appunto.

Di Beppe Montresor

New Ear’s Evans è il nome del trio protagonista dell’appuntamento con il “Jazz Club” al Cohen di via Scarsellini giovedì 1 febbraio. S’intuisce dunque come obiettivo del gruppo, classicamente un trio, sia un differente approccio alla poetica di Bill Evans, pianista/compositore tra i più influenti e originali protagonisti del jazz moderno, scomparso prematuramente – a soli cinquant’anni – nel 1980. New Ear’s Evans è formato da Giacomo Papetti al contrabbasso, Emanuele Maniscalco al pianoforte (entrambi bresciani), e il veronese Nelide Bandello alla batteria, ma per questa occasione il trio si ridurrà ad un duo.

Bill Evans lasciò il primo grande segno nella storia jazz partecipando alle sessioni dello storico album “Kind of Blue” di Miles Evans nel 1959. Espresse al massimo il lirismo unico del suo pianismo in trio, in particolare quello con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria. Sue composizioni e interpretazioni come “Blue in Green”, “Waltz for Debbie” o “I Do It For Your Love” sono assurte allo status di grandi classici del jazz. Maniscalco Patetti e Bandello “affondano le mani in un repertorio incantevole a lungo interiorizzato, lo lasciano riaffiorare come un plasma mnemonico…lo sbrandellano, lo ripensano, lo ritessono”. Inizio alle 21,30.

DALLA PICCIONAIA “The Storytellers”, Live at Cohen Verona, 18 gennaio 018

DALLA PICCIONAIA “The Storytellers”, Live at Cohen Verona, 18 gennaio 018

DALLA PICCIONAIA The Storytellers, Cohen Verona, 18 gennaio 2018

di Alessandro Nobis (foto di Nicola C. Salerno)

Mi hanno confessato a fine concerto che era la seconda volta che suonavano insieme.

Ora, i casi sono due: o hanno mentito sapendo di farlo oppure la scintilla che raramente scocca sin da subito tra musicisti è stata ben luminosa ed ha fatto in modo che il concerto visto al Jazz Club del Cohen lo scorso giovedì sia stato uno dei più avvincenti ed interessanti visti negli ultimi tempi, almeno da scrive, in ambito jazz. A parte la struttura del trio e la fine tecnica (Paolo Bacchetta alla chitarra, Zeno De Rossi alla batteria e Giulio Stermieri all’organo) quello che mi ha maggiormente colpito è stata la capacità per tutti gli ottanta minuti del concerto – consumati in un attimo, altro segnale della bontà del progetto – di suonare “veramente” insieme, come se il trio fosse un unicum dove ogni sua parte dà il suo apporto con grande rispetto verso la personalità degli altri.

Temi, dialoghi, conoscenza profonda del linguaggio comune, improvvisazione e assoli sempre misurati, jazz non sempre facile ma che è piaciuto parecchio al pubblico sia dei jazzofili più legati al jazz classico che a quelli più esigenti dal palato fino; un audience attenta che ha saputo apprezzare le dilatazione dei temi di Bacchetta e di De Rossi ed il grande rispetto che il trio ha avuto per due autori / musicisti tra quelli che più hanno ispirato ed influenzato in fase compositiva ed esecutiva la loro musica, ovvero Bill Frisell (il concerto si è aperto con “Blues Dream”) e Paul Motian, del quale hanno eseguito – meglio interpretato – ben cinque composizioni (“White magic”, “Dance”, “Once Around the Park”, “Circle Dance” ed il calypso “Mandevilel” che ha chiuso il bel concerto). Bravi, sarà stata anche la seconda volta che suonavano insieme (forse) ma a questo punto la registrazione di un disco è la parola d’ordine: magari presentarlo al Cohen……… che ne dite, “Storytellers”?

 

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE

DALLA PICCIONAIA: DIEGO  ALVERÀ e ROBERTO CALVI raccontano NICK DRAKE.

COHEN, Verona, 11 novembre 2017

di Alessandro Nobis

Il giradischi ha smesso suonare i “Concerti Brandeburghesi”, la puntina tocca all’infinito contro l’etichetta al centro del disco, ma nessuno alza il braccetto del giradischi. E’ il 25 novembre 1974, la madre trova Nicholas nel letto della sua camera, privo di vita. Questa è l’immagine con la quale Diego Alverà ha scelto di iniziare il suo storytelling sulla purtroppo breve vita di questo straordinario autore che ci la sciato un pugno di diamanti purissimi, le sue canzoni, la sua musica. Alverà sceglie di mettere al centro della narrazione la stanza di Nick, quella che di più di tutti lo ha visto crescere, maturare, comporre, assumere antidepressivi e infine morire. Un racconto ben costruito e che Alverà con la sua solita verve, passione e preparazione ha proposto al pubblico, numeroso ed attento nonostante fosse un sabato sera al Cohen di Verona, dando ragione alla proprietaria della sua coraggiosa scelta. IMG_0029E questa volta, valore aggiunto, c’era anche Roberto Calvi che ha regalato alcune gemme del songbook di Drake, alcune tratte dai suoi dischi ufficiali (tre) come “River Man”, “Pink Moon” e “Man in a Shed”, altre postume al tempo scartate dallo stesso Drake che le riteneva non all’altezza per essere pubblicate, come “Clothes of Sands”: eccellente chitarrista, preciso e calligrafico quanto basta nell’esecuzione delle scritture originali, bravo ed espressivo cantante, Roberto Calvi è piaciuto molto per il suo modo discreto di affrontare un repertorio quasi “intoccabile” e resta la curiosità di ascoltare le “cose sue” come lui stesso le definisce.

Ma da questa serata, davvero ben riuscita, credo che come si dice “possa uscirne qualcosa di grosso” se questi due interventi diventeranno un progetto, come mi auguro: studiare a tavolino come far intersecare la musica con il racconto e la poesia con la prosa può far diventare “Far Leys” una piece teatrale di grande fascino e successo aggiungo, naturalmente se Alverà e Calvi lo vorranno. Insomma, non può esaurirsi qui quest’idea………….

Racconta Joe Boyd nel suo “Le biciclette bianche” edito da Odoya nel 2014, che a fargli conoscere Nick Drake fu Ashley Hutchings, protagonista come musicista, ricercatore, organizzatore di gruppi oltre che come talent scout nell’ambito della musica tradizionale – e non solo – a partire dalla metà dei Sessanta a Londra. Racconta Boyd a pagina 180: “Alla Roundhouse di Londra ci fu una maratona musicale contro la guerra del Viet-Nam (28 febbraio 1968, ndr) alla quale parteciparono anche i Fairport Convention di Hutchings. Finito il concerto Richard Thompson e gli altri se ne andarono ma il bassista si fermò e, verso le tre del mattino, ebbe l’occasione di ascoltare un certo Nick Drake. Mi chiamò il giorno e mi disse che avrei dovuto chiamare – questo qua, un tipo davvero interessante -, furono le sue parole esatte. E mi diede il suo numero di telefono”.

 

DALLA PICCIONAIA: LELLO PETRARCA 3, COHEN VERONA, 2 NOVEMBRE 2017

DALLA PICCIONAIA: LELLO PETRARCA 3, COHEN VERONA, 2 NOVEMBRE 2017

DALLA PICCIONAIA: LELLO PETRARCA TRIO, 2 NOVEMBRE 2017

di Alessandro Nobis

In effetti la premessa c’era: il CD di esordio “Musical Stories” edito nel 2016 dalla Dodicilune era una delle cose più interessanti in ambito jazzistico che avevo ascoltato e quindi mi aspettavo parecchio dal concerto del pianista casertano Lello Petrarca con Aldo Fucile alla batteria e Vincenzo al contrabbasso al Cohen di Verona. Attese pienamente soddisfatte innanzitutto perché anche dal vivo il trio si é svelato rodato, affiatato, dialogante e perché – al di là della bravura tecnica dei singoli indiscutibile – la musica suonata ha presentato numerose sfaccettature riuscendo a rendere omogeneo un repertorio direi quanto meno policromo. thumb_IMG_2703_1024Qualche brano tratto giustamente da “Musical Stories” (“From Seven to Six” e “Jumps Syncopated”) e l’immortale “Someday my Prince will come” ma metterei in evidenza soprattutto le capacità di Petrarca di andare a cercare nel repertorio classico autori come Claude Debussy, Frederic Chopin ed il meno conosciuto Giuseppe Martucci e trasformare alcune loro composizioni rendendole perfettamente consone alla musica afroamericana e di elaborare brani della tradizione napoletana come “Tammurriata Nera” ed “Era de Maggio” (che faranno parte di un prossimo lavoro del trio) uscendo dalla banalità e dall’esecuzione calligrafica. Brani che mentre ne ascolti l’esecuzione non sei tentato di “fischiettare” il motivetto ma piuttosto sei concentrato nel comprendere ed apprezzare il lavoro di rielaborazione.

Ottanta minuti di ottima musica che ha battuto i sentieri della “Third Stream” e che il pubblico del Cohen ha certamente apprezzato, un trio che merita senza alcuna ombra di dubbio di essere inserito dei cartelloni dei maggiori festival jazz che pullulano nel nostro strano Paese. Direttori Artistici ed esterofilia permettendo, naturalmente.

 

 

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

IL DIAPASON intervista GIANNANTONIO MUTTO

Raccolta da Alessandro Nobis

Giovedì 5 ottobre, alle 21:30, saranno ospiti del Cohen JazzClub i tre musicisti del gruppo Tangox3 (www.tangox3.eu) ovvero Giannantonio Mutto al pianoforte, Luca Degani al bandoneon e Leonardo Sapere al violoncello. Apparentemente il tango ha poco a che fare con la musica afroamericana, ma se consideriamo lo sviluppo che ha avuto nel ventesimo secolo, soprattutto quando dalla musica funzionale al ballo si è evoluto il tango nuevo, musica cameristica e quindi da ascolto che ha saputo calamitare l’interesse di molti jazzisti che hanno iniziato ad interpretare brani che sono poi diventati veri e propri “standard”.

Giannantonio Mutto, pianista di formazione classica e docente al Conservatorio “Dall’Abaco” di Verona, ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il tango argentino, proponendo progetti che sempre mi hanno affascinato per la raffinatezza ed il rispetto verso gli autori interpretati sempre con un tocco personalità. Tangox3 è un progetto consolidato, ed in occasione del concerto al Cohen mi sembrava opportuno conoscere più da vicino la musica ed il repertorio rivolgendo alcune domande a Mutto, che ringrazio.

  • Ti sei sempre interessato al tango argentino, come è nato questo interesse? Non è un amore passeggero……
  • Iniziai a conoscere il tango realizzando un recital con Grazia De Marchi nel 1991 “Tango, tango e ancora tango” comprendente musiche di autori argentini, italiani e proponendo nel finale alcuni capolavori di Astor Piazzolla. Nel frattempo ebbi la fortuna di avere alcune partiture strumentali di Piazzolla e lì iniziò il mio percorso non ancora concluso.
  • Questo trio, che per la formazione che presenta può essere veramente considerato cameristico, quando nasce?“Tango X 3” nasce nel 2005 da un’evoluzione di gruppi precedenti: Estravagario Quartetto e poi Quintetto, gruppi sempre identificati dalla musica argentina.
  • “Barrio de Tango”, il primo vostro lavoro, è stato pubblicato da poco. Sei soddisfatto del risultato, voglio dire ritieni di avere concretizzato la vostra personale idea di tango?
  • “Barrio de Tango” è il sesto CD sul tango in compagnia di Luca Degani e Leonardo Sapere, il secondo di “Tango X 3”. Dal precedente cd “Tango X 3 Dedicado a…” sono passati 11 anni, il nostro modo di suonare è profondamente cambiato, considero “Barrio de Tango” un CD che racchiude il nostro amore e la nostra passione per la musica argentina.
  • Due parole sui tuoi compagni di viaggio?
  • Luca e Leonardo sono gli ideali compagni di viaggio: la grande amicizia che ci lega e lo stesso modo di percepire il linguaggio dei suoni ci permette di suonare e di creare nuovi progetti mantenendo una forte intesa sul “come realizzare” quel progetto.
  • Oggi la musica che solisti e piccoli combos suonano è decontestualizzata rispetto a quella delle origini di Buenos Aires, comunque ancora suonata e ballata in tutto il mondo. Chi sono gli autori che hanno avuto un ruolo determinante per questa “svolta”, e quando questa è avvenuta?
  • Il nostro e mio primo approccio con il tango è stato la scoperta della musica di Astor Piazzolla, un mix di cultura italiana, latino americana, jazz e ‘900 classico. Un po’ tutti i gruppi che suonano tango ora hanno conosciuto dapprima la musica di Piazzolla, anche per il fatto che lui scriveva tutto e quindi siamo riusciti a reperire gran parte delle sue composizioni, inizialmente anche in modo pionieristico, ma ora il materiale è ampiamente fruibile. Lentamente abbiamo scoperto e stiamo ancora scoprendo i grandi autori del tango classico da cui Piazzolla è partito: Pugliese, Troilo, Mores, Spamponi ecc…
  • Il tango spesso è ospite graditissimo dei jazz festival
  • Grande affinità di pensiero e di modalità esecutiva fra il jazz e il tango, soprattutto quello moderno, la cosiddetta “guardia nueva”, fonte di ispirazione reciproca; non a caso Piazzolla inaugurava il festival del jazz di Montreal
  • Che criteri avete utilizzato in fase di arrangiamento, e quali saranno i brani in scaletta che suonerete al Cohen?
  • L’arrangiamento nel tango è scritto, nel trio è un mio compito. Naturalmente è fonte di anni di lavoro, studio e ascolto continuo del materiale esistente. Cerco di modificare le partiture originali il meno possibile adattandole al trio. Ultimamente il nostro repertorio mescola tanghi del periodo classico (guardia vieja) con tanghi moderni di Piazzolla… spesso la scaletta la decidiamo poco prima del concerto… quindi… sorpresa.

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INTERVISTA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

IL DIAPASON INCONTRA MARCO PASETTO DELLA STORYVILLE JAZZ BAND

Raccolta da Alessandro Nobis

A partire dal 28 settembre nella programmazione del JazzClub che si tiene al Cohen di Verona, in Via Scarsellini, protagonista fisso dell’ultimo giovedì di ogni mese sarà il prestigioso ensemble della Storyville Jazz Band, uno degli ensemble più apprezzati dal pubblico e dalla critica specializzato nella riproposizione del jazz dei primi decenni del Ventesimo Secolo. Guidata dal clarinettista ed arrangiatore Marco Pasetto, riproporrà la formula che l’aveva vista protagonista al Posto di Luciano Benini, qualche lustro fa, ospitando nelle sua classica line-up un prestigioso ospite, una formula questa che si era dimostrata vincente per la qualità del repertorio proposto e per la capacità dei vari ospiti di inserirsi in un ensemble affiatatissimo come la Storyville. Considerato il livello della proposta, non mi sono fatto scappare l’occasione di rivolgere qualche domanda al M°  Marco Pasetto per conoscere un po’ l’attività del gruppo.

  • Marco, negli anni la Storyville ha saputo costruirsi una reputazione a livello nazionale per la professionalità e per la capacità di presentare repertori della musica afroamericana troppo spesso relegati, mi sento di dire, quasi ad un ruolo folcloristico. Quale è stato il percorso che avete seguito?
  • Con la Storyville siamo partiti 31 anni fa con Gianni Romano fondatore. Ci propose di leggere degli arrangiamenti in stile New Orleans, Dixieland, Blues e Rag-time. Siamo partiti dalla lettura, anche se le improvvisazioni erano libere. Il sound iniziale era compatto ed efficace.
  • Qual è il vostro approccio verso il jazz che presentate, è filologico oppure, visti anche i tuoi molteplici interessi musicali, più libero e, rispetto agli arrangiamenti, più creativo?
  • Dal 2001 è partita una formazione con nuovi componenti: Gino Gozzi alla batteria, (al posto del compianto Luciano Zorzella) Sandro Gilioli alla tromba, (al posto di Beppe Zorzella) Giordano bruno Tedeschi al trombone, (al posto di Marco Brusco e Lino Bragantini) Renato Bonato al banjo (al posto di Gianni Romano). In questi anni abbiamo lavorato su due fronti: uno stile filologico attraverso un sound New Orleans più improvvisato. Progetti e collaborazioni strutturate come Jazz Menu (Ricette veronesi in jazz con Giorgio Gioco e Roberto Puliero), Anni Ruggenti con Marco Ongaro, Back to Traditional con Giorgia Gallo.
  • Sei riuscito a raggiungere il “suono” che pensavi quando il gruppo si è costituito?
  • Il sound lo creano le persone con le quali collabori, il loro modo di fraseggiare, la loro personalità, la sezione ritmica, è un lavoro lungo e particolare, molto stimolante, non finisce mai.
  • Chi sono oggi i componenti del gruppo?
  • Sandro Gilioli alla tromba, Giordano Bruno Tedeschi al trombone, io al clarinetto, Renato Bonato al banjo, Mario Cracco al basso tuba, Gino Gozzi alla batteria e Giorgia Gallo alla voce.
  • L’idea di presentare un ospite ogni ultimo giovedì del mese aveva già riscontrato un buon successo anni fa, come ho scritto in apertura, al Posto. Ma dal punto di vista esecutivo, suonare con un ospite non sposta l’equilibrio della band che si deve in qualche modo “adattare” al nuovo venuto? Quali sono le difficoltà ma anche le soddisfazioni di questi incontri?
  • Un ospite solitamente arricchisce la parte solistica improvvisativa, l’arrangiamento e l’esposizione del tema, che rimane invariato, per fortuna ci siamo abituati al confronto fin dagli inizi con Ruud Brink, Tony Scott, Franco Cerri, Gianni Basso, Enrico Intra, Dado Moroni, Renzo Arbore, Paolo Tomelleri, Gianni Sanjust, Lino Patruno, Hengel Gualdi, Rudy Miliardi, Emilio Soana, Cheryl Porter e molti altri. Ognuno di questi grandi musicisti ci ha insegnato qualcosa, nel suonare insieme e nel gestire le improvvisazioni, i collettivi. L’aspetto più prezioso, però a mio avviso, è stato passare con loro del tempo, sentire delle storie di vita incredibili di esperienze creative.
  • Quali repertori affronterete di conseguenza?
  • Suoneremo dei classici del jazz tradizionale fino al primo swing di Ellington. Mi piacerebbe proporre gradatamente il repertorio di Sidney Bechet, un grande artista che impersona la gioia, lo spessore e la musica di New Orleans, anche se passò gli ultimi anni di vita a Parigi, diffondendo il jazz tradizionale in tutta Europa.
  • Ci puoi raccontare dei primi ospiti che avrete al Cohen a partire da giovedì 28 settembre?
  • Il primo ospite sarà Walter Ganda; un maestro dello stile ritmico New Orleans, porterà una batteria Slingerland Radio King restaurata del 1937, una perla da vedere e ascoltare. Walter ci ha insegnato a suonare più correttamente il jazz tradizionale grazie alla sua preparazione meticolosa imparata a New Orleans. Con lui abbiamo inciso il nostro ultimo cd.
  • A questi concerti al Cohen è legato anche un progetto per un’incisione discografica?
  • Sì, ci piacerebbe fermare questi concerti attraverso delle registrazioni.
  • Che attività svolgete come Storyville? Solo concertistica o anche didattica?
  • Ogni anno ci chiama qualche scuola per delle lezioni-concerto, ci capita anche di suonare con delle classi ad Indirizzo Musicale del Primo Livello; il repertorio del Jazz Tradizionale è molto adatto alla didattica, i brani sono gioiosi, ritmici e molto piacevoli da suonare oltre che da ascoltare.
  • storyvillejazzband.it

 

DALLA PICCIONAIA: Jon Hicks e Cornelia Keating al Cohen, Verona

DALLA PICCIONAIA: Jon Hicks e Cornelia Keating al Cohen, Verona

DALLA PICCIONAIA: Jon Hicks e Cornelia Keating al Cohen. 9 settembre 2017

di Alessandro Nobis. Fotografia di Mauro Regis.

Arrivati a Verona da un concerto in quel di Montefano, nel maceratese, con un viaggio a dir poco rocambolesco, Jon Hicks e Cornelia Keating sono riusciti nonostante la stanchezza a sfoderare novanta minuti di ottima musica, lasciando intendere che la loro performance avrebbe potuto proseguire per quasi altrettanto tempo. Il pubblico, finalmente numeroso, ha gradito la musica proposta dal duo anglo irlandese e chi si aspettava una cavalcata nella tradizione – come chi scrive – è rimasto non deluso ma invece affascinato dallo spettro musicale proposto: ed in effetti, ascoltando l’unico CD inciso dai Lua Lauchra – di cui Hicks era il chitarrista – si poteva intuire che la musica proposta sarebbe stata ben più a largo raggio dei reels e dei jigs suonati al Cohen, peraltro egregiamente visto il talento -. A parte qualche brano originale il concerto è stato una lunga cavalcata nella musica del novecento, spaziando dai gospel come “Nobody’s fault but mine” e “In my time of dying” (un caso che la scelta sia caduta su due brani entrambi nel repertorio degli Zeppelin?) al jazz (Billie Holiday, Juan Tizol e Duke Ellington, Paul Desmond e Ira Brubeck) al rock d’autore griffato J.J.Cale oltre naturalmente al graditissimo omaggio alla musica d’Irlanda dove Jon Hicks ha scelto di vivere (lui è inglese) con Cornelia Keating: le danze tradizionali già citate ed una bella versione in apartura di concerto dello struggente blues “There’s a Light” dell’indimenticato quanto grandissimo chitarrista di Ballyshannon, Rory Gallagher.

Sembra, a prima vista, una scaletta male assortita formata da diversi generi musicali, ma la chitarra di Hicks – e la sua bella, calda ed espressiva voce – combinata con il canto intimo, quasi sussurrato di Cornelia Keating hanno saputo dare una rilettura omogenea, convincente ed equilibrata di questo “repertorio”. Alla prossima.