NORMAN BLAKE “The Rising Fawn String Ensemble”

NORMAN BLAKE “The Rising Fawn String Ensemble”

NORMAN BLAKE “The Rising Fawn String Ensemble”

Rounder Records. LP, 1981

di alessandro nobis

Pubblicato nel 1981, questo è il primo ellepì dove appare il nome “The Rising Fawn String Ensemble“. È il primo embrione di quella che diventerà una formazione a cinque che l’anno seguente pubblicherà “Original Underground Music from the Mysterious South” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/01/06/the-rising-fawn-string-ensemble-original-underground-music-from-the-mysterious-south/) tant’è che il disco, attribuito al solo Norman Blake, presenta in copertina il trio dove il chitarrista non si trova al centro del trio: forse un indizio criptato del futuro progetto?

Il livello di questo lavoro è a mio avviso davvero notevole sia per la scelta del repertorio che per la bellezza e le scelte strumentali negli arrangiamenti favoriti dal fatto che i tre sono polistrumentisti, e la terza traccia sul secondo lato mi pare emblematica di quanto detto: il medley di tre brani, il primo di origine scozzese dalle isole Shetland scritto da Tom Anderson (“Da Sockit Light“), il secondo è una fiddle tune scritta da Buddy Thomas dal Kentucky (“Briarpicket Brown“) ed infine “Stony Fork” del violinista Ellis Hall del West Virginia e lo stesso dicasi per l’originale slow air di Nancy Blake “The Promise“; Blake e James Ryan al violino e Nancy Blake al violoncello ne danno un’ambientazione personale, colta e cameristica che si ascolta anche nella rilettura di una ballad  (“Old Ties“) che il banjosta Uncle Dave Macon registrò quasi cento anni or sono, qui cantata e suonata da Blake con la chitarra accompagnato da violino e violoncello.

Da ultimo tengo in particolare citare per il suo arrangiamento un brano scritto per due mandolini e violino da Norman Blake, “Jeff Davis“, dedicato al Presidente Confederato Jefferson Davis e nato nell’omonimo pub di Lexington, nel Kentucky. Disco bellissimo.

WATSON · HOWARD · PRICE “Old Timey Concert”

WATSON · HOWARD · PRICE “Old Timey Concert”

WATSON · HOWARD · PRICE “Old Timey Concert”

VANGUARD RECORDS. 2LP, 1967 (p. 1977)

di alessandro nobis

Verso la metà degli anni Sessanta i seguaci folk urbano (per intenderci quello di Dylan, Jack Elliott, Van Ronk, Kingston Trio o Phil Ochs) iniziarono a guardare oltre i folk clubs e trovarono il folk rurale che mostrava loro in modo chiarissimo l’origine della musica americana specialmente quella portata oltre oceano dall’emigrazione dalle Isole Britanniche che nelle valli degli Appalachi mise radici e si evolse. Fred Price del Tennessee, Doc Watson e Clint Howard del North Carolina erano tra quelli più seguiti che venivano chiamati a suonare nelle Università e nei luoghi di cultura come ad esempio alla Seattle Folklore Society dove nel 1967 (nella mia copia di stampa francese non è riportata la data esatta, n.d.r.) venne registrato questo importante documento.

Presumibilmente qui è stato pubblicato il concerto nella sua interezza, ventisei brani che rappresentano altrettanti tesori di quella che oggi viene definita “americana” ma che filologicamente è l'”old time music”, il repertorio che si suonava tra le montagne appalachiane, alle feste familiari e alle celebrazioni delle piccole comunità rurali che arrivava direttamente dalle isole britanniche come detto in apertura e veniva tramandata di generazione in generazione e che seppe mescolarsi con altri idiomi come il gospel ed il blues. Così Watson (chitarra, voce, mandolino, banjo ed armonia a bocca), Price (voce e violino) e Howard (voce e chitarra) avevano imparato il repertorio e la tecnica strumentale, direttamente all’interno delle comunità familiari. Il documento ha una notevole importanza storica anche per il repertorio, pescando all’interno del quale segnalo i tradizionali “Fire on the Mountain” e “Reuben’s Train“, arrangiati da Doc Watson con il secondo cantato da Clint Howard, “My mama’s Gone” dal repertorio dei Delmore Brothers e “Footprints in the Snow” da quello dei Monroe Bros., il celeberrimo blues “Corrina Corrina” inciso nel ’28 da Bo Carter e naturalmente quello che chiude il disco ovvero “Will The Circle Be Umbroken“.

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963 · 1980 Volume 2”

Smithsonian Folkways Records, 1993

di alessandro nobis

Se il primo volume di “Live Duet” conteneva registrazioni risalenti al periodo compreso tra il ’56 ed il ’69, questo secondo copre un arco di tempo che va dal ’63 al ’66 con l’eccezione di un brano (il tradizionale “Paddy on the Turnpike“) registrato nel 1980 in occasione di un concerto alla White House di Washington D.C. durante la presidenza di Jimmy Carter. Tutti riconoscono l’importanza che William Smith “Bill” Monroe (1911 – 1996) e Arhel Lane “Doc” Watson (1923 – 2012) hanno avuto nella storia del folk americano e mi sembrerebbe pertanto ripetitivo raccontare le loro storie familiari e musicali; qui troviamo 17 tracce molte delle quali registrate ad Ash Grove, a Los Angeles, e tra queste alcuni brani provenienti dal repertorio dei Monroe Brothers come “What Would you Give in Exchange of your Soul” (registrata nel 1936 da Bill e Charlie M.) o il tradizionale “Chicken Reel“. Dal repertorio dei Bluegrass Boys abbiamo una strepitosa esecuzione di “Kentucky Mandolin” (registrata in Ohio nel ’64) dove è impossibile non notare la straordinaria tecnica al mandolino di Monroe e la metronometrica parte di accompagnamento di Watson mentre “Watson’ Blues“, nata durante una session informale a Ash Grove, è presentata qui nella sue esecuzione nel New Jersey del ’66. Che dire ancora di questo eccellente secondo volume se non che vi sono alcune pietre miliari del folk americano come “Soldier’s Joy“, “Foggy Mountain Top” e “Banks of the Ohio” suonata e cantata secondo l’inconfondibile stile del Monroe Brothers che la registrarono nel ’36?

Queste registrazioni sono un preziosissimo patrimonio della tradizione popolare americana e sapere che decine di gruppi si sono costituiti ispirandosi a questi musicisti per poi aggiungere al loro sound un’impronta personale rende la misura dell’importanza che Doc Watson e Bill Monroe assieme ad altri hanno lasciato un’eredità imprescindibile: un esempio per tutti forse poco conosciuto, “Golden Gate Promenade” del mandolinista Butch Waller pubblicato dalla Rebel Records nel 1999 con ben quattro brani scritti da Monroe.

Qui altri miei articoli su Doc Watson

NORMAN BLAKE “Live at McCabe’s”

NORMAN BLAKE “Live at McCabe’s”

NORMAN BLAKE “Live at McCabe’s”

TAKOMA Records. LP, CD, CS, 1976

di alessandro nobis

Alla fine dopo molte ricerche riuscii a scovare questo ellepì in un piccolo negozio di Padova un anno dopo la sua pubblicazione (i dischi della Takoma non erano pubblicati in Italia, si trovavano a fatica solo nel mercato dell’importazione) ma già dal primo ascolto ero stato ripagato della lunga attesa. E visto che Blake ora come allora non è mai arrivato per suonare dal vivo in Italia (ma credo nemmeno in Europa), questo live me lo tengo ben stretto visto anche il valore della musica che contiene; il disco inizia e finisce con Blake in completa solitudine, mentre gli altri brani vedono la presenza di Nancy Blake al violoncello, ed il repertorio comprende brani originali e splendide rivisitazioni di alcuni dei grandi classici del folk americano. Di questi ne segnalo due, una versione strumentale di “Arkansas Traveller” (che Blake ha inciso anche con Charlie Collins in “Whiskey Before Breakfast” dello stesso anno) che deriva da una versione di W. C. Peters pubblicata nel 1847 e l’altrettanto celebre “John Hardy” che racconta la storia di un lavoratore delle ferrovie che sotto l’effetto di un gran quantità di alcolici uccise tale Thomas Drew, e per questo venne impiccato davanti a tremila persone; la legenda narra che il giorno prima venne battezzato nel vicino fiume e per questo ebbe l’assoluzione divina per il suo crimine.

I brani in duo per violino e violoncello, scritti da Blake, rimandano ad uno splendido suono cameristico, originale, pacato e molto efficace come in “Dry Grass on High Fields” o il medley che include “Bully of the Town” e la fiddle tune irlandese “Bonaparte’s Retreat“, suono che verrà sviluppato con il “Rising Fawn String Ensemble”.

Considero questo “Live at McCabe’s” una delle migliori incisioni di Norman Blake dove il contributo della moglie Nancy si fa davvero consistente, come abbiamo avuto modo di constatare negli anni seguenti.

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

MB Records 06. CD, 2022

di alessandro nobis

Avevo già tessuto le lodi di “Woland” il primo splendido lavoro ispirato a “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov realizzato da questo questo terzetto (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero%c2%b7manera%c2%b7sartoris-woland/), lodi che ora mi vedo volentieri “costretto” a ripetere dopo aver ascoltato attentamente (mi sembra l’avverbio esatto nonostante non sia un musicista) questo “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” ispirato dalle liriche di Cesare Pavese pubblicate nel 1951 ma scritte nel ’50 e ritrovate nel suo studio dopo la morte. I musicisti sono sempre loro, naturalmente, il percussionista Massimo Barbiero, il pianista Emanuele Sartoris e la violinista / vocalist Eloisa Manera: un lavoro che nella sua omogeneità concettuale si rivela polimorfico nelle scelte timbriche ed esecutive e che può essere anche interpretato da chi ne fruisce – almeno io l’ho letto così – come una composizione fatta di brani eseguiti in trio intercalati da interludi eseguiti in solo e duetti. A me, modestamente, non pare un disco di jazz “sensu strictu”, a meno che si intenda con questo nome un linguaggio musicale che lasci ampi se non totali spazi alla creatività di chi lo pratica ed all’interno del quale sia possibile inserire tasselli provenienti dalle esperienze musicali degli esecutori. Scrittura, improvvisazione, classicismo pianistico, naturalmente il jazz, tutto mi appare perfettamente equilibrato, ogni nota è messa al posto giusto, non c’è autoreferenzialità ma piuttosto condivisione e ricerca del suono perfetto: poi, come detto, ognuno è libero di cercare i propri riferimenti, ed è questa libertà un’altra peculiarità di queste registrazioni. Personalmente, ad esempio, l'”Interludio 2” per violino solo mi ha riportato a certe scritture bartokiane, “The Cat will Known” composta da Barbiero ed eseguita in trio, al linguaggio jazzistico con ancora lo straordinario violino che “sovrascrive” ma non sovrasta il fraseggio pianistico ed ancora l'”Interludio 3“, scrittura / improvvisazione di Massimo Barbiero, compositore e percussionista la cui capacità di ricercare ed affiancare i suoni ricavati dal suo strumento nelle sue performance mi sorprende ed affascina ogni volta. “Verrà la morte …..” si chiude con “Coda”, brano per solo pianoforte che ci riporta alle influenze classiche che Emanuele Sartoris ha saputo così bene mutuare con i suoi studi jazzistici.

Che dire? Solo che questo, come il precedente “Woland” sarebbero perfetti per il catalogo ECM senza bisogno di alcun lavoro di produzione o post produzione; è probabile che all'”Open Papyrus jazz Festival” Barbiero, Manera e Sartoris saranno in cartellone, la loro splendida musica merita la più ampia diffuzione.

http://www.massimobarbiero.com

PAPA JOHN CREACH

PAPA JOHN CREACH

“Papa John Creach”

Grunt Records FTR 1003. LP, 1971

di alessandro nobis

Grace Slick, Carlos Santana con Greg Rolie e Dave Brown, Jack Casady e Jorma Kaukonen, Jerry Garcia, John Cipollina, Paul Kantner, Joey Covington, Pete Sears sono i musicisti che hanno collaborato alla registrazione di questo primo disco solista del violinista Papa John Creach (1917 – 1994), al tempo membro dei Jefferson Airplane e degli Hot Tuna e con un brillante passato nel mondo del jazz e del blues dove ebbe modo di suonare con Big Joe Turner e T-Bone Walker tra gli altri, fino a quando nel ’70 entrò a far parte dei J.A. con i quali registrò i tre dischi prodotti dalla Grunt Records (“Bark“, “Long John Silver” e “Thirty Seconds over Winterland“) e “Jefferson Airplane” (la reunion dell’88), dei Jefferson Starship (“Dragon Fly“, “Red Octopus“, “Sunfighter” e “Baron Von Toolboth …..”) e degli Hot Tuna (“First Pull Up …” e “Burgers). E’ lapalissiana la considerazione che PJC godeva nell’ambiente westcoastiano a cavallo del 1970, tutti corrono a dare il loro contributo e quello che ne esce è, forzatamente, un disco eterogeneo dal quale però emergono pienamente sia il suo talento come violinista e come cantante che le personalità degli ospiti: “Plunk a Little Funk“, “String Jet Rock” e “Everytime i hear her name” (con sezione fiati) sono in pratica brani degli Hot Tuna (il gruppo è al completo), splendidi anche “Soul Fever” con Garcia alla chitarra e l’hammond di Rolie ma altrettanto interessanti ho trovato il super classico “St. Louis Blues” e “Over the Rainbow” (il passato di Creach che ritorna) e “Down Home Blues” con Carlos Santana alla chitarra e Doug Rauch (della band del chitarrista) al basso.

Su tutto, come detto, la classe cristallina di Papa John Creach che finalmente esprime tutta la sua tecnica e la sua vitalità. Un bel disco, probabilmente il suo più significativo. Non credo, infine che sia stato ristampato in CD.

THE WATSON FAMILY “The Doc Watson Family”

THE WATSON FAMILY “The Doc Watson Family”

THE WATSON FAMILY “The Watson Family”

Folkways Records 2366. LP, 1963

di alessandro nobis

Arthel, Merle, Arnold, Annie, Rosa Lee e Willard Watson, Galther Carlton, Sophronie Miller Greer e Ralph Rinzler sono i protagonisti di questa seminale registrazione risalente al 1963 e originariamente pubblicata dala Folkways Records. Erano gli anni in cui nasceva il folk urbano nei club degli intellettuali della costa orientale che ad un certo punto iniziarono a cercare le origini del loro repertorio, origini che si erano nascoste nelle valli dell’Appalachia dove intere famiglie si tramandavano ballate e melodie per danzare arrivate assieme alle ondate migratorie provenienti dalle isole britanniche; la famiglia “Watson” si recò a suonare nel ’62 per la prima volta in un club a New York, e fu sorpresa dall’atteggiamento del pubblico presente che anzichè ballare come si soleva fare durante le feste nelle zone rurali, era in religioso silenzio ed estremamente interessato a ciò che i musicisti suonavano e cantavano. Stava iniziando una nuova era per il folk americano.

Nell’edizione in compact disc vi sono 26 tracce, 15 sull’ellepì originale ed 11 inedite ed ognuna suonata da due, trii, soli da musicisti naturalmente riconducibili alla famiglia di Arthel “Doc” Watson ed il repertorio presenta melodie ballate tratte da 78 giri vicino a quello di tradizione orale. Tra questi ultimi uno è cantato da Annie Watson con l’accompagnamento al violino di Gaither Carlton, “The House Carpenter” (raccolta Child 243) che entrò in seguito nel repertorio dei folksinger urbani come Joan Baez e di gruppi del folk britannico come i Pentangle o la murder ballad “The Triplett Tragedy” cantata da Sophronie Miller Greer, vedova Columbus Triplett del quale il testo racconta; essenziali nella loro esecuzione anche “Bonaparte’s Retreat” di orgine irlandese qui suonata da Doc Watson e Gaither Carlton. Splendida la celeberrima “The Train that Carrried my Girl from Town” tratta da un 78 del grande Frank Hutchinson ed eseguita in solo da Doc Watson e per finire non posso esimermi dal citare un inno religioso, quel “When I Die” che la famiglia Watson qui accompagnata dalla chitarra di Doc cantava durante i riti celebrati in chiesa.

Disco davvero importante, come “Live at Folk City” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/01/10/jean-ritchie-and-doc-watson-at-folk-city/)

Arthel, Merle, Arnold, Annie, Rosa Lee and Willard Watson, Galther Carlton, Sophronie Miller Greer and Ralph Rinzler star in this seminal 1963 recording originally released by Folkways Records. These were the years in which urban folk was born in the clubs of the intellectuals of the east coast who at a certain point began to look for the origins of their repertoire, origins that had hidden in the valleys of Appalachia where entire families handed down ballads and melodies to dance arrived together with the migratory waves from the British Isles; the “Watson” family went to play in ’62 for the first time in a club in New York, and was surprised by the attitude of the audience who, instead of dancing as they used to do during parties in rural areas, was in religious silence and extremely interested in what the musicians played and sang. A new era was beginning for American folk.

In the compact disc edition we have 26 tracks, 15 on the original LP and 11 unreleased and each played by two, trios, solos by musicians naturally attributable to the family of Arthel “Doc” Watson and the repertoire features ballad melodies taken from 78 rpm  close to that of oral tradition. Among the latter, one is sung by Annie Watson with the fiddler Gaither Carlton, “The House Carpenter” (Child 243 collection) which later entered the repertoire of urban folksingers such as Joan Baez and British folk groups such as the Pentangle or the murder ballad “The Triplett Tragedy” sung by Sophronie Miller Greer, widow Columbus Triplett of which the text tells; essential in their performance also “Bonaparte’s Retreat” of Irish origin played here by Doc Watson and Gaither Carlton. The famous “The Train that Carrried my Girl from Town” is splendid, taken from a 78 by the great Frank Hutchinson and performed in solo by Doc Watson and finally I cannot fail to mention a religious hymn, that “When I Die” that the Watson family here accompanied by Doc’s guitar sang during the rites celebrated in the church.

Really important record, like “Live at Folk City” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/01/10/jean-ritchie-and-doc-watson-at-folk-city/)

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

Rounder Records. LP, 1982

di alessandro nobis

Con questo terzo disco dell’orchestrina di cordofoni della Premiata Ditta Blake & Blake si completa a mio avviso il progetto nato tre anni prima con la registrazione di “The Rising Fawn String Ensemble” e del seguente “Full Moon on the Farm” del 1981 entrambi per la Rounder Records: laddove nel primo, con Blake, Bryan e Blake, il repertorio era composto da brani tradizionali o di autori come lo scozzese delle Shetland Tom Anderson o Uncle Dave Macon ed il secondo una magnifica combinazione di tradizionali e originali in questo terzo, come semplicemente si evince dalla lettura del titolo, è composto da brani di nuova composizione della suddetta Premiata Ditta. Inoltre la struttura dell’ensemble si fa ancora più articolata, passando dal quartetto con Nancy Blake al violoncello, Norman Blake (chitarra, mandolino, mando-cello e banjo tenore a otto corde), Charlie Collins alla chitarra ed il violinista James Bryan a quintetto con l’ingresso di Carol Jones (chitarra, mandolino, mandola, banjo tenore a otto corde), Larry Sledge (mando-cello) e Peter Ostrusko (mandolino, chitarra e violino) e quindi senza l’apporto di Bryan.

Ognuna delle dodici composizioni si diversifica rispetto alle altre per le combinazioni sonore e si rifanno spesso, ma non poteva essere altrimenti, agli standard della tradizione anglo·scoto·irlandese importata oltreatlantico nelle varie fasi migratorie. “Blake’s March” ad esempio che chiude la seconda facciata con uno splendido arrangiamento ed una bellissima parte riservata al violoncello oppure il delicato e splendente valzer “Natasha’s Waltz” aperto dalla chitarra di Carl Jones con tre mandolini (Blake, Ostrusko, Nancy Blake) quasi all’unisono accompagnati dal violoncello che disegnano un’atmosfera dal sapore quasi “mediterraneo” (il valzer era ed è ancora suonatissimo dalle orchestre e dai piccoli combo di mandolini italiani) ed infine la tradizione americana del ragtime di “Third Street Gipsy Rag“.

A mio avviso questo disco di Blake è uno dei migliori dove tutto è perfetto: suoni (grazie anche alla qualità degli strumenti impiegati ed alla loro scelta certosina brano per brano), capacità di riferirsi al passato scrivendo nuovi spartiti, arrangiamenti, perfetta intesa tra i musicisti. E’ vero, sono caratteristiche che poi ritrovi in tutte le produzioni di Norman Blake ma qui assumono un significato più alto, questo disco è uno dei suoi più riusciti, un capolavoro a mio giudizio.

  • (Google) English version

In my opinion, the project born three years earlier with the recording of “The Rising Fawn String Ensemble” and the following “Full Moon on the Farm” of 1981 both completes with this third disc of the orchestra of strings “Blake & Blake” for Rounder Records: where in the first the repertoire was composed of traditional songs or by authors such as Scotsman from Shetland Tom Anderson or Uncle Dave Macon and the second a magnificent combination of traditional and original in this third, as is simply evident from reading the title, is composed of newly composed pieces by the aforementioned Blakes. Furthermore, the structure of the ensemble becomes even more articulated, passing from the quartet with Nancy Blake on the cello, Norman Blake (guitar, mandolin, mando-cello and eight-string tenor banjo), Charlie Collins on guitar and violinist James Bryan as a quintet. with the entry of Carol Jones (guitar, mandolin, mandola, eight-string tenor banjo), Larry Sledge (mando-cello) and Peter Ostrusko (mandolin, guitar and violin) and therefore without the contribution of Bryan.

Each of the twelve compositions differs from the others for sound combinations and often refer, but it could not be otherwise, to the standards of the Anglo · Scot · Irish tradition imported across the Atlantic in the various migratory phases. “Blake’s March” for example which closes the second side with a splendid arrangement and a beautiful part reserved for the cello or the delicate and shining “Natasha’s Waltz” a waltz (of course) opened by Carl Jones’s guitar with three mandolins (Blake, Oustrusko, Nancy Blake) almost in unison accompanied by the cello that draw an atmosphere with an almost “Mediterranean” flavor (the waltz was and still is played by orchestras and small combos of Italian mandolins) and finally the American tradition of ragtime of “Third Street Gipsy Rag”.

In my opinion this Blake album is one of the best where everything is perfect: sounds (thanks also to the quality of the instruments used and their painstaking choice piece by piece), the ability to refer to the past by writing new scores, arrangements, perfect understanding between musicians. It’s true, these are characteristics that you find in all Norman Blake’s productions but here they take on a higher meaning, this record is one of his most successful, a masterpiece in my opinion.

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

Raelach Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Dico subito che questo disco del violinista dublinese Aidan  Connolly non è “solamente” un viaggio nel ricchissimo repertorio che la storia della musica tradizionale irlandese ha sviluppato, e continua a farlo, nei secoli. E’ lo specchio degli interessi musicali del violinista che vanno oltre comprendendo temi a danza iberici e nordamericani alloctoni rispetto alla sua appartenenza alla cultura irlandese. Una delle esperienze fondamentali nella sua preparazione musicale è senz’altro quella vissuta da giovanissimo presso la Craobh Naithí, una branca del Comhaltas Ceoltoiri Eireann che si occupa dal 1976 della formazione dei giovanissimi musicisti interessati alla musica popolare, ed un’altro importante interesse di Connolly è quello rivolto allo studio di volumi, manoscritti e della musica registrata su supporti come i 78 giri a partire dagli anni Venti.

Questo suo bellissimo e vario “The Portland Bow” come detto raccoglie brani della tradizione irlandese come, per citarne due, il set di reels “The Holly Bush / Pepin Arsenault / O’Connors Jenny Bolrin” accompagnato dal pianoforte di Jack Talty  e gli slides “Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny’s / The Weavers” (il primo presente in una registrazione del ’37), eseguito in trio con l’apporto di Talty e el bouzouky greco di Ruairi McGorman, vicino ad altri come la jota ispanica “El Gujar” con una bella parte di bozouky ed il set di mazurche “Queiles / Do Velho / Valseiro” della zona di Saragozza (la prima), dall’Argentina (la seconda, una ballata qui in versione strumentale) e dal repertorio del gruppo Berroguetto.

Interessante scoprire nuove etichette discografiche indipendenti come questa Raelach Records (www.raelachrecords.com) di Jack Talty, un piccolo catalogo di autentiche perle che saggiamente dà spazio a nuove interpretazioni della musica popolare come quelle contenuti nei lavoro della band Eriu (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), un’etichetta che può essere considerata a pieno titolo come la casa di giovani talenti che si discostano in modo diverso dai canoni più puri del folk irlandese, un possibile futuro per questa musica.

Complimenti sinceri.

www.aidanconnolly.com

GOOGLE ENGLISH:

I immediately say that this record by the Dublin violinist Aidan Connolly is not "only" a journey into the very rich repertoire that the history of Irish traditional music has developed, and continues to do, over the centuries. It is the mirror of the violinist's musical interests that go beyond including Iberian and North American dance themes that are alien to his belonging to Irish culture. One of the fundamental experiences in his musical preparation is undoubtedly that lived when he was very young at Craobh Naithí, a branch of the Comhaltas Ceoltoiri Eireann which has been involved since 1976 with the training of young musicians interested in popular music, and another important interest of Connolly is the one aimed at the study of volumes, manuscripts and music recorded on media such as 78s starting from the 1920s.
This beautiful and varied "The Portland Bow" as mentioned collects songs from the Irish tradition such as, to name two, the set of reels "The Holly Bush / Pepin Arsenault / O'Connors Jenny Bolrin" accompanied by Jack Talty's piano and slides "Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny's / The Weavers" (the first present in a recording of '37), performed in trio with the contribution of Talty and Ruairi McGorman's Greek bouzouky, alongside others such as the Hispanic jota "El Gujar" with a nice part of bozouky and the set of mazurkas "Queiles / Do Velho / Valseiro" from the Zaragoza area (the first), from Argentina (the second, a ballad here in instrumental version) and from the repertoire of the Berroguetto group.
Interesting to discover new independent record labels such as this Raelach Records (www.raelachrecords.com) by Jack Talty, a small catalog of authentic pearls that wisely gives space to new interpretations of popular music such as those contained in the work of the band Eriu (https: // ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), a label that can be fully considered as the home of young talents who differ in a different way from the purest canons of Irish folk, a possible future for this music.
Sincere congratulations.
www.aidanconnolly.c

MARK O’CONNOR “Pickin’ in the Wind”

MARK O’CONNOR “Pickin’ in the Wind”

MARK O’CONNOR “Pickin’ In The Wind”

Rounder Records. LP, 1976

di alessandro nobis

1975 Grand Master Fiddle Champion · National Guitar Champion 1975” dicono i due stickers sulla copertina del secondo disco del polistrumentista Mark O’Connor di Seattle: nulla di strano se non che nel ’75 O’Connor aveva 14 anni ed il suo talento era già così maturo da convincere la Rounder Records a fargli incidere l’album in compagnia, udite udite, di straordinari musicisti come Norman Blake, Charlie Collins, Sam Bush, Roy Huskey e John Hartford ovvero il meglio della musica acustica di quegli anni, quasi un dovuto apprezzamento all’enfant prodige del lontano Nord Ovest e della sua musica da parte della “famiglia Rounder”. Un bel disco con un altrettanto bel repertorio dal quale emergono sia il talento indiscusso di O’Connor che il piacere di suonare assieme agli amici più cari: mandolino, violino, chitarra passano tra le mani del giovanissimo Mark e l’impressione che resta fissa nella mente è quella della sua precoce maturità e consapevolezza lontana dagli aspetti “dimostrativo” e “calligrafico” che a quell’età spesso viene quasi “esibita” per lo stupore degli astanti.

Qui troviamo un po’ tutto il repertorio del miglior bluegrass, come il brano scritto da Jim & Jesse, “Dixie Hoedown” dove O’Connor è alla chitarra solista, Sam Bush al violino, Blake al mandolino, Hartford al banjo, Collins alla seconda chitarra e Roy Huskey naturalmente al contrabbasso, un brano originale (“Mark’s Waltz”), un valzer come si può immaginare con O’Connor al violino, Collins alla chitarra e Sam Bush al mandolino o ancora uno spartito di Vassar Clements (il blues “Lonesome Fiddle”) con un inedito ed efficace arrangiamento che non prevede l’uso del violino ma chitarra, banjo, dobro (Norman Blake), chitarra e contrabbasso. E, per concludere, l’omaggio al violinista del Montana Bill Lang con un suo valzer eseguito in compagnia di Sam Bush e Charlie Collins.

Gran bel disco.