MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

VELUT LUNA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Mi ero ripromesso di non parlare più di dischi di musica afroamericana più che altro per la mia incompetenza, ma ci sono occasioni così significative da costituire un’eccezione non fosse altro – e questo è il caso – per avere avuto la fortuna di assistere ad uno dei loro concerti; era il 2019, il palco era quello del Cohen Club a Verona (volete sapere la data esatta? Bene, il 3 marzo) e Maria Vicentini (violino, viola) con Salvatore Maiore (contrabbasso, violoncello) presentavano la loro visione del repertorio di Charles Mingus dove arrangiavano alcune delle sue composizioni per strumenti ad arco.

Un progetto che si è concretizzato con questo “Mingus World”, una “restituzione” che ci regala una visione inedita e sorprendente del songbook mingusiano, uno dei più “alti” della storia della musica “americana” del novecento. E qui dei capolavori del contrabbassista di Nogales c’è ampia testimonianza a cominciare da “Monk, Bunk & Vice Versa” che apre il lavoro, una composizione dedicata da Mingus a Thelonious Monk con citazione di “Well You Needn’t” qui con un deciso incipit del contrabbasso ed il tema esposto dalla viola, per continuare con “Jelly Roll” splendida lettura del brano del 1959 (l’ellepì è “Mingus Ah Um”) eseguito in “pizzicato” ed arricchito con due significativi soli, “Better Get Hit In Your Soul” dove gli archetti duettano, interagiscono, improvvisano mettendo in evidenza tutta la straordinaria bellezza di questo tema, uno dei più celebri di Mingus assieme a quel “Good Bye Pork Pie Hat” qui in una “struggente” versione dove il violoncello espone l’obbligato del tema sul tappeto del violino per poi confluire in una lunga ed efficace improvvisazione di Maria Vicentini. 

Retoricamente mi domando, ogni volta che ascolto musica di questo livello, come mai Maria Vicentini e Salvatore Maiore non siano nei programmi dei più importanti Jazz Festival del Bel Paese a cominciare da quello della città dove vivo …………… Verona.

http://www.velutluna.it

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

Alpha Records. CD, 2011

di alessandro nobis

Scottish Tunes for Viola da Gamba & Baroque Guitar”, così recita il sottotitolo di questo brillante lavoro pubblicato all’etichetta Alpha nel 2011, è un viaggio nella Scozia del 17° secolo ai tempi di King James Istd’Inghilterra e VIthdi Scozia quando la Corte scozzese era un attivissimo centro culturale che attirava musicisti e scrittori dall’Europa Continentale, ed una delle occupazioni dei primi era la trascrizione delle ballate e arie delle danze popolari in voga al momento; alla metà del secolo venne tra l’altro pubblicato “The Good and Godlie Ballads”, che ottenne il beneplacito del Clero, della Nobiltà e dei Parlamentari. Jonathan Dunford (viola da gamba) e Rob MacKillop (chitarra barocca) hanno scelto come repertorio brani provenienti da volumi stampati soprattutto nel 17° secolo con un’esecuzione dal notevole impatto emotivo ed anche evocativo in grado di farci fare un lungo salto all’indietro nel tempo, e soprattutto chi si interessa alla musica tradizionale scozzese troverà qui le lontane origini temporali dei canti narrativi e dei temi a danza suonati ancora oggi.

I cinque brani – eseguiti in duo – che compongono la suite iniziale provengono dall’”Orpheus Caledonius” un corpus di canti raccolto da William Thomson(1695–1753), una fondamentale raccolta che riporta ben cinquanta testi abbinati alle melodie pubblicata nel 1725 alla quale ne seguì una seconda, con altri cinquanta. Altrettanto splendidi quelli per viola da gamba tratti dalla raccolta di John Leyden (il primo proprietario della raccolta stessa, trascritti nel 17° secolo ma la cui origine è antecedente di almeno un secolo) tra i quali segnalo “Sweet Willie”, “The Duke of Lorains March” e “Maggie I Must Love Thee” mentre suggestivi quelli per chitarra barocca a 5 cori tratti dalla raccolta “Princess Anne’s Guitar Book” che risale alla fine del 17° secolo, una delle poche raccolte riferibili sicuramente alla musica delle isole britanniche: fra questi splendide le tre “Scots Tunes”.

Non è frequente imbattersi in lavori dedicati alla musica barocca scozzese ed inoltre qui i livelli esecutivo e storiografico sono davvero importanti. Il tutto arricchito da esplicative note riportate nel libretto, in lingua inglese e francese.

AA. VV.: COMPÁNACH  “Music from all the Counties of Ireland”

AA. VV.: COMPÁNACH  “Music from all the Counties of Ireland”

AA. VV.: COMPÁNACH  “Music from all the Counties of Ireland”

Imusic. 2CD, 2018

di alessandro nobis

Il titolo la dice lunga sul contenuto di questo brillante doppio CD pubblicato tre anni or sono: un viaggio attraverso le contee irlandesi, senza “immagini” sonore da cartolina, luoghi comuni come spesso capita di ascoltare nelle compilations che si trovano sui banconi di località turistiche ed aeroporti. E’ invece quello che può essere considerato un indispensabile compendio al preziosissimo volume di Fintan Vallely pubblicato nel 2016, ovvero “Companion to Irish Traditional Music” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/fintan-vallely-companion-to-irish-traditional-music/) alla cui registrazione hanno partecipato alcuni tra i migliori studiosi e musicisti tradizionali di diverse generazioni che vale davvero la pena citare: Tiarnán O’Duinchinn, Gerry O’Connor, Fintan Vallely, Sibéal Davitt, Karan Casey, Máire NíChoilm, Róisin Chambers, Maurice Leyden, Stephanie Makem e Roisín White.

Doppio CD, trenta i brani che concretizzano i vari stilemi esecutivi della musica popolare intendendo l’Irlanda come un tutt’uno; la suite strumentale “The Castle/The Boys Of Lough Gowna/Old Tipperary(Double Jigs, 6/8)” aperta dal flauto di Vallely e proseguita dal violino è solo una delle meraviglie di questo lavoro, come il canto “a cappella” cristallino di Ciaran Casey in “The Shamrock Shore” che tratta il tema dell’emigrazione ed il set proveniente dalle Contee di Carlow e Cavan composto dall’aria “FollowMe to Carlow” (nel repertorio anche dei Planxty” ed eseguito dalle pipes di O’Duinchinn, da “Come Back Paddy Reilly”, un solo di Gerry O’Connor e da due reels eseguiti dalle pipes, dal violino e dal ritmo della step dance. Certo sarebbe doveroso segnalare ogni singolo brano di questo importante lavoro non solo per il suo aspetto didattico ma anche per il livello delle esecuzioni ma di questo secondo aspetto agli appassionati di musica irlandese basta leggere i nomi dei musicisti coinvolti per capire il valore di questo straordinario “Compánach”; non è di facilissimo reperimento e non è stato distribuito in modo adeguato, ma con i mezzi attuali tutto si può fare …….. o quasi.

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR “Friar Tut”

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR “Friar Tut”

TUT TAYLOR · NORMAN BLAKE · SAM BUSH · DANIEL TAYLOR  “Friar Tut”

Rounder Records 0011. LP, 1972

di alessandro nobis

Robert Arthur “Tut” Taylor (1923 – 2015) è stato uno dei più autorevoli suonatori di dobro oltre ad essere anche un ottimo mandolinista e banjoista con un repertorio centrato sulla old-time-music. Oltre ad aver fatto parte dell’ultima line-up dei Dixie Gentlemen con Vassar Clements, il suo nome è legato alle registrazioni con John Hartford (“Aeroplain”), con Norman Blake e soprattutto ai suoi dischi solisti, come questo bellissimo “Friar Tut”. Registrato nel 1971 il giorno precedente (29 dicembre) alla session che generò l’album di esordio di Blake, contiene brani quasi esclusivamente scritti da Taylor e suonati in compagnia dello stesso Blake alla voce, chitarra e mandolino, Sam Bush al mandolino e del nipote Daniel Taylor alla chitarra in due brani. Taylor non aveva scritto le parti su pentagramma per sé e per gli altri, tutto scorre spontaneamente come in una session informale, tutti i brani sono “first Take”, buona la prima e buonanotte ad eventuali imperfezioni; spiccano la splendida ballad cantata da Blake “Daisy Deane” – un frammento di microstorie americane – composta ai tempi della Guerra Civile da T. F. Winthop e J. R. Murray e lo strumentale “The Old Shoemaker” composta da Blake, tutti gli altri sono originali di Taylor e tra questi “Me and my Dobro” con la chitarra dell’allora sedicenne Samuel (Taylor), il brano eponimo che chiude l’album, apoteosi di mandolini, “Arlo Buck” dove Taylor suona una National costruita da Rudy Dopera, il blues “Midnight in Beanblossom” eseguito dai mandolini (Ben Blossom, Indiana, era la sede di un famosissimo Bluegrass Festival) e l’emblematico brano iniziale, “Sweet Picking Time in Tooomsboro, Georgia” un titolo che fotografa alla perfezione l’atmosfera di queste session nello studio a Nashville dove era titolare di un negozio di strumenti a corda da collezione (Martin, eccetera): piacere di suonare, pacatezza, divertimento e amicizia, grande tecnica e amore per la propria musica.

CJANTÂ VILOTIS · ANTONELLA RUGGIERO 

CJANTÂ VILOTIS · ANTONELLA RUGGIERO 

CJANTÂ VILOTIS · ANTONELLA RUGGIERO 

“Cjantâ Vilotis”

Istladin.net CD + DVD, 2009

di alessandro nobis

A complemento della monumentale opera “Il Canto Popolare Ladino nell’inchiesta Das Vokslied in Österreich (1904 – 1915)”, tre volumi per un totale di duemilaquattrocento pagine curati da eminenti studiosi come Paolo Vinati, Silvana Zanolli, Barbara Kostner, Roberto Starec e Fabio Chiocchetti che rende merito alla ricerca del glottologo e ladinista austriaco Thomas Gartner incaricato dalla Corona Asburgica di coordinare e condurre in prima persona le rilevazioni sul canto popolare ladino nelle Valli Dolomitiche, del Friuli Orientale e della Val di Non*, su idea di Fabio Chiocchetti e di Renato Morelli venne formato un ensemble di musicisti per riproporre in chiave moderna alcune delle composizioni raccolte nei tre volumi, e come performer vocale venne fatta l’indovinata scelta di Antonella Ruggiero: conosciuta dai più per la sua appartenenza al raffinato gruppo pop dei Matia Bazar, la Ruggiero ha dimostrato nella sua lunga e diversificata carriera di avere una preparazione tecnica ed interpretativa di primissimo livello dando una fondamentale impronta al suono di quel gruppo, doti che unite alla sua estrema duttilità la fecero scegliere per interpretare un repertorio così “di nicchia” e lontano – soprattutto linguisticamente – dalle sue origini genovesi come. “CjantâVilotis”, non  sempre citato nella discografia della Ruggiero, è l’ennesima dimostrazione di come si possa partire dalle tradizioni popolari più pure per rinnovarle rispettandone le origini ed allo stesso tempo adattandole alla modernità con suoni ed arrangiamenti raffinati e sempre all’altezza; questo per le scelte timbriche e per i differenti background dei musicisti coinvolti, non sempre legati alla musica popolare e per questo un valore aggiunto al progetto. Del progetto hanno fatto parte Mark Harris (fece parte negli anni ’70 dei Napoli Centrale ed un musicista che ha collaborato con moltissimi musicisti italiani, da De Andrè a Vecchioni, da Pino Daniele a Edoardo Bennato per citarne qualcuno) e gli ensemble “Destràni Taraf” e “Marmar Cuisine”, Loris Vescovo, Ivan Ciccarelli e Caia Grimaz che si alternano nell’esecuzione del repertorio che comprende brani compresi nella ricerca di Gartner vicino ad altri comunque ad esso omogenei. Tra i primi doveroso segnalare la magnifica esecuzione vocale della lezione raccolta in Val di Non de “La pastora e il Lupo” (Nigra, 6) con Marke Harris al pianoforte ed il crescendo curato da Destràni Taraf (splendido l’intervento al sax soprano di Giordano Angeli ed alla tromba di Paolo Trettel), la villotta friulana “E sun che Riva” con il brillante intervento dei Marmar Cuisine dal sapore jazzistico Tra i brani allloctoni “Ciant de l’Aisciuda” costruito da Fabio Chiocchetti partendo da un frammento di Canori oltre mezzo secolo fa con la voce sempre precisissima della Ruggiero in gran evidenza nella sua estensione ed il pianoforte di Harris, la brevissima “Danza Rumena”, strumentale a cura dei Destràni Taraf e “La Biele Stele” (simile nei versi alla versione di Gartner) dove un ruolo importante lo trova la nickelarpa di Corrado Bungaro e con un significativo solo alla tromba (con sordina).

Disco, in conclusione, splendido per la concretizzazione dell’idea di translare ai nostri tempi la musica popolare raccolta oltre cento anni fa.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Gartner, ma sono convinto avrebbe gradito il progetto.

*in realtà la ricerca riguardava tutte le regioni e nazionalità dell’Impero Asburgico

SUONI RIEMERSI: RACHELE COLOMBO · CORRADO CORRADI “Archedora”

SUONI RIEMERSI: RACHELE COLOMBO · CORRADO CORRADI “Archedora”

SUONI RIEMERSI: RACHELE COLOMBO · CORRADO CORRADI  “Archedora”

Compagnia Nuove Indye. CD, 2000

di alessandro nobis

Ti giri un attimo e passano venti anni, venti anni come quelli trascorsi dall’esordio discografico di questo splendido progetto ideato e realizzato da Rachele Colombo (canto, chitarra, percussioni, elettronica) e da Corrado Corradi (bandonina, concertina, canto, percussioni), ai più conosciuti per avere fatto parte di un altro progetto importante per il folk revival italiano, quello dei Calicanto. Venti anni e non sentirli, altro luogo comune, perché la musica che esce da “Archedora” è ancora freschissima ed attuale, ricca di spunti e di riferimenti, una simbiosi tra le atmosfere ed i profumi popolari, la fertile vena compositiva ed il gusto nello scegliere le giuste timbriche, acustiche o moderatamente elettriche che siano. La tradizione musicale veneta si è irrimediabilmente frantumata e persa, sono rimasti brandelli sparsi qua e là, e la proposta di Archedora non era (e spero personalmente lo sarà ancora) quella di “costruire il mancante” ma piuttosto quella di collegare i frammenti con un nuovo tessuto componendo nuove musiche, nuovi testi e costruendo un mondo musicale nuovo e convincente. Qui non troverete quindi i canti narrativi o i temi a danza, ma ballate acustiche, filastrocche, neo-villotte proposte con la variante veneta padovana, così diversa da quelle di montagna e dell’ovest veneto.

I brani più emblematici di Archedora sono a mio avviso “’E’ Nuvoe”,  splendida ballata di Rachele Colombo che può essere letta anche come una metafora dove le “nuvole” sono un ironico inno all’autoreferenzialità delle persone che ti guardano, ti osservano e ti giudicano (“Le camina sensa gambe / le te varda sensa oci”, “tanti viaj le ga fato / tuto il mondo le ga visto”, “Le nuvole san tuto”), “Ridi Bepi” (sempre di Rachele Colombo) parla di emigrazione forzata dalle proprie radici contadine (“Disi Bepi prima de partire tempo ghe ne vansa”), la filastrocca “Quatro Gati” con un bel solo di chitarra acustica e tra gli strumentali “Vacanse” di Corrado Corradi con un bel intreccio tra bandonina e violoncello (Giulia D’Elia”) ed un brillante solo di pianoforte (Matteo Buzzanca).

Un lavoro complesso, molto omogeneo dal punto di vista musicale, vi si respira a pieni polmoni grande pacatezza, emergono la profonda empatia tra i musicisti ed una passione sconfinata per la musica oltre al rispetto per le radici culturali che qui, come già detto, trovano nuova vita. “Archedora” e “Descalso”, il secondo capitolo della collaborazione tra Rachele Colombo e Corrado Corradi, sono presenti sulle principali piattaforme digitali e su Spotify, visto che le edizioni in CD sono esaurite da tempo.

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 2 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 2 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 2 (1958 – 1973)”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD, 1980

di alessandro nobis

Questo è il secondo volume edito dalla Claddagh Records nel 1980 dedicato al piper della Contea di Clare Willie Clancy, attivo dal punto di vista discografico dal ’58 al ’73 anno della sua prematura scomparsa. Anche qui naturalmente troviamo un repertorio di arie tradizionali irlandesi, dai jigs ai reel, dalle hornpipes alle slow air fino agli slip jigs, inoltre la voce di Clancy che prima di eseguire “The Gold Ring” parla di Garret Barry. Clancy interpreta a suo modo tra gli altri “The Steampacket” di Johnny Doran, “The Milliner’s Daughter” dalla raccolta di O’Neill, “Bannish Misfortune” ascoltata dal violinista Patrick Kelly fino alla celeberrima aria tradizionale della zona appalachiana forse imparata nel suo soggiorno americano “Dark is the Colour of My True Love’s Hair” eseguita al tin whistle e dedica “Garret’s Barry” al piper di Inagh, importantissimo “influencer” nel mondo delle uilleann pipes irlandesi. Una preziosa raccolta che in coppia con il primo volume (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/04/13/suoni-riemersi-willie-clancy-the-pipering-of-willie-clancy-volume-1-1958-1973/)offre uno squarcio esaustivo sulla musica e la grandezza di Clancy: peccato davvero non siano indicate date e location delle registrazioni.

Scrive di lui Seamus Ennis nelle note di copertina: ”Nato a Miltown Malbay nel Clare Occidentale, Willie era quasi un predestinato visto che anche il leggendario piper Garret Barry era nato lì. Willie viaggiò in Europa suonando ai festival, visse alcuni anni a Londra dove lavorò come falegname e più tardi si trasferì a New York. Alla fine Willie si ristabilì di nuovo a Miltown Malbay e lì prese moglie. Si costruì un laboratorio ed un tornio con quale sperimentò con qualche successo la costruzione di uilleann pipes per i suoi amici. Io amavo stare con lui e con Doreen ed in particolare ricordo l’atmosfera familiare di una mattina a colazione, attorno alla tavola, prima che lui andasse lavorare come falegname: stavo mescolando il mio tè con un cucchiaino in senso anti-orario quando Willie disse: ma così stai sciupando tutta la dolcezza del tè, Seamus!

Amato dai giovani e dagli anziani per il suo carattere gentile, le sue fini arguzia ed ironia, la sua abilità nello step-dancing, naturalmente la sua classe come musicista e la sua amicizia per me, Willie morì nel 1973 a 53 anni. Troppo giovane davvero.

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima edizione di questo ottimo lavoro degli inglesi Dando Shaft risale al 1993 e fu curata dall’etichetta Happy Trails; nel corso dell’anno 2020 è opportunamente stata ripubblicata dalla Talking Elephant Records, un’etichetta che può godere di una maggiore distribuzione internazionale visto il valore della musica contenuta nel CD. Si tratta di un concerto italiano tenuto in Sala Piatti, a Bergamo, il 17 marzo del 1989 organizzato da Gigi Bresciani di GeoMusic al quale parteciparono Martin Jenkins (mandoncello, flauto e voce), Kevin Dempsey e Dave Cooper  (chitarre e voci), Roger Bullen (basso), Ted Kay (tabla e percussioni) e Chris Leslie al violino, e questa ristampa vuole essere anche un caro ricordo ai tre “Dando” scomparsi: Kay, Jenkins e Bullen. Il repertorio per questa reunion pesca nelle produzioni dei Dando Shaft ovvero “An Evening with …… del 1970” (“Rain“ e “Cold Wind“), Dando Shaft del 1971 (“Railway“, “Sometimes“), Lantaloon del ’72 (“Road Song”) e da Kingdom del ’77 (“If i could let go“,“Kingdom“ e “Feel like i Want to go Home“) oltre a due al tempo inediti: “Coming Back To Stay” ed il brano eponimo. I Dando Shaft sono sempre stati una band particolare musicalmente parlando, sapendo mescolare alla perfezione – e in questa registrazione la cosa è piuttosto evidente – il folk, la musica acustica, un pizzico di jazz, sonorità orientali, splendidi arrangiamenti strumentali e vocali e composizioni originali e sapendosi distinguere dal suono degli altri gruppi che all’epoca dei fatti praticavano quello che era chiamato folkrock; per questo motivo gli Shaft sono rimasti ineguagliati lasciando il seme della loro musica in gruppi come, a mio avviso, i bravissimi Mirò (non a caso anche questi nell’orbita dell’agenzia GeoMusic di Brescaini).

Questa reunion del 1989 fu del tutto inaspettata per i fans dei Dando, e fu merito della passione e competenza di Gigi Bresciani se i musicisti decisero di partire per l’Italia per le prove e registrare questo ottimo disco (il concerto purtroppo non è completo …….. ma non si sa mai). Così racconta Kevin Dempsey nelle esaustive note di copertina (non presenti nella precedente edizione): “un bel giorno un certo Gigi Bresciani bussò alla porta, si presentò e chiese se il gruppo si sarebbe potuto riunire ed andare in Italia per un concerto. Pensai che fosse impossibile, erano anni che non suonavamo insieme ed inoltre mi ero quasi scordato i brani; Gigi ci offrì la possibilità di suonare un concerto a Bergamo e registrarlo, quindi ci incontrammo e decidemmo di andare portando con noi Chris Leslie”.

“Shadows Across the Moon” viene quindi dall’archivio di Gigi Bresciani dal quale speriamo in breve escano altre perle come questa. Questo il mio personale auspicio.

SUONI RIEMERSI: PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR “Brother Oswald”

SUONI RIEMERSI: PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR “Brother Oswald”

PETE KIRBY · NORMAN BLAKE · CHARLIE COLLINS · TUT TAYLOR

“Brother Oswald”

Rounder Records 0013. LP, 1972

di alessandro nobis

Con Pete “Bashful Brother” Oswald Kirby si entra nella storia del folk americano, quello del Grand Ole Opry e del grande violinista Roy Acuff (1903 – 1992) che lo scelse come dobroista e cantante per i suoi “Smokey Mountain Boys” oltre ad appiccicargli il soprannome di “Bashful Brother”. Kirby, originario del Tennessee, si innamorò dello strumento dopo averlo visto suonare da Rudy Waikiki a Flint, Michigan e da quel momento, siamo attorno al 1930, passò del tempo a suonare come busker a Chicago fino a quando Acuff lo chiamò per un ingaggio, quello definitivo contribuendo con il suo strumento al suono dei “Boys”.

Questa session del 1972 prodotta per la Rounder da Mike Melford che da lì a qualche tempo ebbe l’idea di fondare la Flying Fish Records, vede tre monumenti del folk americano come Norman Blake (chitarra, dobro e mandolino), Tut Taylor (mandolino e dobro) ed un altro membro della cricca Rounder, il chitarrista Charlie Collins che danno un suono acustico, omogeneo che identifica il genere “americana” di quei primi anni settanta segnati da una produzione davvero significativa (un esempio, il triplo album “Will the Circle Be Umbroken”) soprattutto per Norman Blake.

Si apre con la rilettura strumentale di “Wabash Cannonnball” scritta nel 1882 da tale A.J. Roff, qui un autentico florilegio dello strumento dei Dopera Brothers (da qui il nome “DoBro) visto che con l’accompagnamento di Collins tre meravigliosi dobro si alternano nella melodia e nei “soli” e naturalmente da segnalare ci sono anche “Tennessee Waltz” (una hit degli anni ’50 nell’interpretazione di Patty Page) e due tradizionali, “Prairie Queen” e “Song of the Islands”.

Questo “Brother Oswald” va a completare il “trittico” iniziato con “Friar Tut” (Rounder 0011) e proseguito con l’album di esordio di Norman Blake (Rounder 0012): la stessa grafica, gli stessi musicisti, la stessa amicizia, e soprattutto la stessa grande musica “americana”, così la si definisce oggi.

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

Confront Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Duck Baker è un altro di quei previdenti musicisti che per il nostro gaudio ha spesso registrato le sue performance ufficiali e meno ufficiali e le session alle quali ha partecipato e dove non lo ha fatto sono intervenuti i suoi estimatori inviando registrazioni – allora pirate ed ora depiratizzate – soprattutto dei suoi concerti. La più recente perla del musicista americano è questa session con il suo pari e amico di vecchia data Mike Cooper, anche lui sempre in bilico tra l’improvvisazione più radicale e la musica più strutturata, sopraffino strumentista che nella sua carriera artistica ha esplorato il blues delle origini nei fumosi club londinesi ed il miglior jazz inglese (emblematico il suo “Trout Steel” del 1970 registrato in compagnia tra gli altri di Mike Osborne, Harry Miller, John Taylor, e Alan Skidmore).

Per questa occasione Baker e Cooper hanno in comune l’utilizzo abbastanza insolito di uno strumento con le corde di nylon che dà un suono tutto particolare a tutti e nove dialoghi tra personalità tra i due strumentisti. Siamo nel 2010, a Roma, immagino una cucina permeata di profumi speziati o almeno così lasciano intendere i titoli scelti per le tracce: dall’”aglio selvatico” ai “chiodi di garofano” passando dal “peperoncino” all’”origano”, quasi un’orgia di aromi mediterranei che fa da fondale alla musica: avvincente, stimolante, viva, irripetibile come si conviene nella musica improvvisata qui mai autoreferenziale, che mette in evidenza una – già conosciuta in entrambi –  capacità di creare all’istante nuove note sempre in rispettosa relazione con quelle creata dall’altro e qui inoltre penso di poter dire che ci sia anche il desiderio di ri-confrontarsi dopo molto tempo, di fare il punto sulle rispettive storie musicali.

Certo, non è un disco “facile” e nemmeno un po’ accondiscendente verso il fruitore che conosce Baker e Cooper suonare in altri mondi musicali, ma questa è la legge della musica improvvisata che di leggi non ne ha (quasi un ossimoro questo), e questo è un gran bel lavoro.

Immagino i due seduti uno di fronte all’altro, mentre sul fuoco aglio e peperoncino “grillettano” aspettando gli spaghetti rigorosamente al dente ………. assaporo il profumo, si percepisce fin qui.

http://www.confrontrecordings.com