SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

ABC DUNHILL Records. LP, 1970

di alessandro nobis

The grass is greener” ovvero “una copertina per due dischi” verrebbe da dire per il terzo album pubblicato per il mercato americano nel 1970 diventato già nel ’70 oggetto di collezionismo in Europa, dove pochissimi ebbero l’occasione di acquistarlo sul mercato d’importazione come si chiamava mezzo secolo fa (personalmente, questa versione non l’ho mai vista!). Altri gruppi dell’epoca come i Van Der Graaf Generator o i Gentle Giant pubblicarono dischi con copertine diverse (“H to He Who am The Only One” e “Octopus” rispettivamente)  ma i Colosseum seppero fare di meglio utilizzando la copertina del precedente “Valentyne Suite” virandola leggermente al blue e cambiandone anche il font delle scritte; giusto quel poco per farne un rompicapo capace di far dannare i non pochi fans dell’epoca (ora si chiamerebbero followers) della straordinaria band di John Hiseman & C; band che seppe mescolare con equilibrio ed eleganza il blues elettrico, il rock ed il jazz ma che fu erroneamente spesso collegata alla corrente che molti chiamano “progressive”, un termine a mio avviso senza alcun significato tanto meno se accostato al suono dei Colosseum.

Ma andiamo con ordine: l’unico brano che hanno in comune i due album è “Elegy”, mentre altri tre (“Betty’s Blues”, “The Machine Demands a Sacrifice” aperta dal flauto di H.S. e dal basso di Tony Reeves e lo splendido brano eponimo introdotto dai sassofoni, con un bel solo di basso ed una davvero notevole parte di chitarra) presentano una versione differente rispetto a “Valentyne Suite” con il chitarrista Clem Clempson anche come voce solista in sostituzione di Litherland che nel frattempo aveva lasciato il gruppo diventando quindi una chicca preziosa per gli appassionati dei Colosseum visto il suono più legato al blues elettrico di Clempson che caratterizzerà l’ultima fase di vita della band. Il nuovo missaggio risale al ’69 durante il quale vennero registrati anche i quattro brani inediti: due diventarono cavalli di battaglia dei concerti, e mi riferisco in particolare al blues scritto da Jack Bruce e Pete Brown “Rope Ladder to the Moon” con un bell’arrangiamento per la marimba ed a “Lost Angeles” scritta a quattro mani da Greenslade ed Heckstall – Smith, una versione che in questo lavoro ha la durata di cinque minuti e mezzo ma che nelle esibizioni dal vivo supera il quarto d’ora grazie all’immaginifica introduzione dell’Hammond di Dave Greenslade. Gli altri due brani inediti sono un arrangiamento del “Bolero” di Maurice Ravel (personalmente lo ritengo il brano più debole, non mi sono mai piaciuti gli arrangiamenti rock di brani classici, lo devo dire) ed una bella composizione di Mike Taylor e Dave Tolin, “Jumpin’ Off the Sun” introdotta dalle campane tubolari di Hiseman e con significativo assolo di chitarra.

A fare un po’ d’ordine ci ha pensato nel 2002 la Sanctuary Records pubblicato un doppio CD che contiene sia “Valentyne Suite” che “The Grass is Greener” con due inediti (“Arthur’s Moustache” e “Lost Angeles” provenienti dalla trasmissione Top Gear re mandati in onda il 22 novembre del 1969.

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

SUONI RIEMERSI: GRATEFUL DEAD “American Beauty”

Warner Bros. Records. LP, 1970

di alessandro nobis

“American Beauty”, pubblicato nel 1970, è a mio avviso uno dei più significativi dischi dei Grateful Dead assieme al coevo “Workingman’s Dead” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/08/30/grateful-dead-workingmans-dead-50th-anniversary-edition/) per il suono elettroacustico e soprattutto per l’evidente forte legame con il folk americano d’autore. Gli arrangiamenti delle parti vocali sono splendidi, i brani, quasi tutti originali, saranno suonati dal vivo con lunghissime improvvisazioni, caratteristica questa che ha da sempre contraddistinto i concerti dei Dead. American Beauty”, e questa è una novità, non è solamente un lavoro della band di Garcia & C. ma ospita alcuni eccellenti musicisti della Bay Area alcuni dei quali coinvolti nella riproposta in una versione più moderna e quindi meno ortodossa della tradizione: tra questi Dave Torbert, David Nelson, David Grisman e Howard Wales, e non è un caso se i primi due, assieme a Garcia, Lesh e Hart daranno origine ai New Riders of the Purple Sage, una sorta di avventura parallela “roots”, almeno per i primi due album, al gruppo madre dei Dead. Il mandolinista Grisman da un apporto importante a “Friend of the Devil”, brano quasi sempre presente nei set acustici dal vivo, Torbert e Nelson in una delle composizioni più conosciute dei Dead, “Box Of Rain” che apre il disco (con il testo di Robert Hunter), “Candy Man”, un’altra delle hit dei Grateful Dead (ma anche dei “cugini” Hot Tuna di Jorma Kaukonen e Jack Casady), ci riporta alle tradizioni della musica americana (e qui c’è Howard Wales all’hammond) e “Ripple” è una delicatissima ballata scritta dalla coppia Garcia / Hunter.

I Grateful Dead aprirono il decennio dei Settanta con due capolavori, questo e “Workingman’s”, con la formazione a sette (Ron McKernan sarà della partita fino al ’73, anno della sua dipartita) a mio giudizio il loro periodo più significativo almeno per ciò che concerne, come detto, le registrazioni in studio. Dal vivo, come ben si sa, il livello dei concerti si manterrà altissimo fino al loro scioglimento nel 1995: i Dead, senza Jerry Garcia, non avrebbero più avuto motivo di continuare.

Nel cofanetto “The Golden Road 1965 – 1973” pubblicato nel 2001 sono stati inseriti otto inediti tra cui sei dal vivo mentre nella versione del 2020 a celebrazione del cinquantennale sono presenti due CD che riportano il concerto del 18 febbraio 1971 al Capitol Theatre di Port Chester, New York.

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

Bootleg. LP, 1997

di alessandro nobis

Negli anni Settanta avevamo così fame di musica dal vivo su disco che qualsiasi “bootleg”, con vinile di qualsiasi qualità ed altrettanto qualsiasi qualità di registrazione riusciva a sfamarci. Pertanto rimasi colpito quando trovai in un negozio veronese, e questo parecchi anni or sono e quindi in piena era compact disc, questo ellepì dei Colosseum di Jon Hiseman che mi ricordò per filo e per segno, anche per l’etichetta totalmente bianca, quei “bootlegs” quasi inascoltabili. Qui comunque la qualità è decisamente decente per i parametri di mezzo secolo fa, e appena sufficiente per quelli odierni dove spesso purtroppo conta di più la qualità della registrazione che quella della musica.

Siamo nel novembre del 1970 a Brema quattro mesi prima della registrazione del loro leggendario doppio ellepì “Live” (18 e 27 marzo del ’71) per un concerto organizzato e presumo anche trasmesso all’epoca dalla benemerita emittente “Radio Bremen” che ogni tanto pubblica qualche sua registrazione (Nucleus, Clannad e Planxty per fare tre esempio); i Colosseum sono qui nella loro migliore line-up, quella con Chris Farlowe per capirci, ed il disco propone quattro brani, due tratti da “Daughter of Time”, uno da “The Grass is Greener” e “Tanglewood ‘63” presente sul già citato doppio. Una facciata riporta la registrazione dell’immancabile “Lost Angeles” in una proto-versione aperta da Dave Greenslade al vibrafono e “Tanglewood ‘63” con uno splendido assolo di organo e con la ritmica Hiseman – Clarke che introduce il lungo e brillante “solo” di Heckstall-Smith al tenore al quale aggiunge il soprano in pieno stile “Roland-Kirk”, quindi con il doppio sassofono. L’altra facciata, sembrerebbe la prima, contiene come detto due brani di “Daughter of Time”, album coevo a questo concerto; “Downhill and Shadows” è uno slow blues composto da Hiseman, Clempson e Tony Reeves – il primo bassista della band – con un efficacissimo assolo di chitarra ed una interessante improvvisazione dove si intrecciano tutti i componenti del sestetto e che chiude sul riff di “Spoonful” di Willie Dixon, e “Take me Back to Doomsday” di Greenslade, Hiseman e Clempson è una ballad aperta dal pianoforte e si contraddistingue per gli assoli del bravissimo Heckstall-Smith e di Clem Clempson. Performance davvero notevole, registrazione non perfetta ma, come dicevo sopra, quello che conta è la sostanza, e qui ce n’è davvero tanta.

Una curiosità: la copertina riporta un ritratto del gruppo, ma manca uno dei componenti.

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC  “God”

Virgin Records. doppio 12 pollici, 1981

di cristiano bordin

In principio era il Pop Group. Due album essenziali per capire i percorsi e le potenzialità del post punk, “Y” e “For how much longer do we tolerate mass murder” per un percorso brevissimo  che terminò nel 1980 riprendendo  poi solo con la reunion di 35 anni dopo.

Nel 1980, con la fine del Pop Group, inizia una specie di diaspora dei musicisti che ne facevano parte.

imagesMark Stewart fonda i Maffia e prosegue lavorando   sul versante dub/industrial collaborando con diverse etichette, la On U Sound tra le altre, e con moltissimi musicisti.

Simon Underwood, bassista del Pop Group, forma invece i Pigbag e si spinge sul lato più funky della band originaria. Gareth Sager, chitarrista ma anche sassofonista, e Bruce Smith, batterista, mettono insieme a questi altri suoni  spaziando un po’ ovunque  e raccolgono altri musicisti: il pianista Mark Springer e una cantante poco più che sedicenne e allora sconosciuta, la  figlioccia di Don Cherry, Neneh Cherry.

Parte così l’avventura dei Rip Rig & Panic.

L’esordio è un anno dopo la fine del Pop Group, il 1981 con un album chi si intitola “God”.

Un album strano per la scelta del formato, un doppio 12 pollici che gira a 33. Quattro facciate  identificate con altrettanti colori: rosso, giallo, verde e blu. Sono passati 38 anni da questo esordio ma “God” è un album che ha ancora parecchie cose  da dire, un album che ad ogni ascolto sarà sempre capace di rivelare  qualche particolare nuovo. Insomma un album che non invecchierà mai. Riascoltandolo, o continuando ad ascoltarlo nel tempo, stupiscono due cose: l’autorevolezza, la sicurezza, la grande tecnica dei musicisti, tra l’altro giovani, e l’originalità del progetto. Avventurarsi su queste strade è rischioso ma chi suona ha metabolizzato l’esperienza del Pop Group e vuole continuare su quel percorso aggiungendo influenze, suggestioni e richiami.

Nel 1981 “God” era un disco davvero molto avanti rispetto a quei tempi: esplorava percorsi apparentemente  quasi contraddittori, metteva insieme suoni molto diversi ma che alla fine risultavano coerenti e assolutamente comprensibili anche se il percorso tanto facile non era. Ma la musica di “God” per quanto eclettica riusciva a stupire e a comunicare sia con chi allora ascoltava post punk sia con chi ascoltava jazz- e dal jazz prendono infatti  il nome rifacendosi ad un brano di Roland Kirk- sia con chi ascoltava black music.

L’esordio dei Rip Rig & Panic è il classico disco a cui dare un’etichetta è un’operazione oltre che sbagliata, sostanzialmente inutile. Chitarra, piano e sax con una padronanza e una fantasia incredibile, esplorano sentieri che partono dal funk per arrivare al jazz arrampicandosi in fraseggi free con un attitudine in certi punti ruvida e tribale, “Knee deep in shit” ad esempio,  in altri, “Howl caged bird”  quasi funanbolica. Ma non mancano momenti di compostezza e di rigore  jazzistico se pensiamo al piano di Springer in “Blue bird third” o in “Change your life“. Come non mancano i richiami alla musica africana ed atmosfere che addirittura anticipano l’hip hop . La voce di Neneh Cherry, quando compare, poi è una sorpresa.

La storia della band proseguirà con altri due album, “I am a cold”, in cui suona anche  Don Cherry,  e il conclusivo “Attitude” che esce nel 1983. “God”, senza togliere nulla agli due di altissimo livello entrambi, è l’album di esordio che quindi ha quel pizzico di incoscienza e di potenza in più. E che quasi 40 anni dopo resta un capolavoro.

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

di Cristiano Bordin

image.pngIl 30 agosto avrebbe compiuto 80 anni: purtroppo però John Peel se ne è andato per colpa di un infarto quando era in vacanza a Cuzco, in Perù, nel 2004 quando di anni ne aveva solo 65. E’ stato molto di più di dj radiofonico, ha attraversato per intero la musica rock in tutte le sue varianti dal dopoguerra al nuovo secolo tanto che  Brian Eno lo raccontò così:” Si trovava veramente al centro di tutto. E’ stata il primo  ad aver capito che la musica era un luogo dove le persone si sarebbero incontrate tra loro. E lui è diventato il centro di tutte quelle conversazioni”. Oggi, per la rivoluzione che hanno avuto  l’approccio e il modo di fruire della musica un personaggio così sembra quasi una leggenda. E infatti una leggenda John Robert Parker Ravenscroft, questo il suo vero nome,  lo è stato per davvero. Dj radiofonico lo diventò in Usa dove si trovava con il padre nel 1960  grazie alla esplosione dei Beatles che erano di Liverpool come lui.  image.pngCavalcando la beatlemania inizia a lavorare in varie città e in varie radio per fare ritorno in Inghilterra nel ’67 quando lo assume la Bbc dopo la sua esperienza ad una radio pirata londinese, Radio London dove si era imposto alla attenzione generale con il suo programma “Perfumed garden”. Non gliene fregava nulla delle classifiche e dei singoli: in scaletta metteva quello che gli piaceva spaziando dalle Mothers of Inventions ai Jefferson Airplane, da Captain Beefheart al blues senza dimenticarsi dei Misunderstood  una delle sue band preferite dell’epoca. In piena libertà. Ma le radio pirata dovettero chiudere e la Bbc era lì che non aspettava altro che assumerlo. Prima “Night ride” poi “Top gear” e infine “The John Peel show” furono i suoi programmi in cui Peel dava fondo a tutto il suo eclettismo, a tutta la sua immensa cultura musicale e a tutta la sua curiosità. In scaletta c’era di tutto e nel suo studio ci passano tutti d a David Bowie a Bob Marley, lanciò i King Crimson e trasmise  per intero “Tubolar bells” di Mike Oldfield  che divenne un successo da milioni di copie anche grazie a lui. Dalla metà degli anni ’70 inizia un’altra avventura  che lo rese famoso, le Peel sessions: registrazioni dal vivo di 4 o più brani di band famose come di gruppi all’esordio. image.pngDi Peel session- molte pubblicate poi dalla sua etichetta, la Strange Fruit- ne condusse circa 4 mila e nel suo studio passarono qualcosa come 2 mila musicisti. Tra cui i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Bob Marley, i Pink Floyd, Tim Buckley  e più tardi Siouxsie and the Banshees ancora senza contratto così come capitò agli Xtc, i Joy Division, gli Smiths e i Nirvana. E soprattutto i Fall, una delle sue band preferite, invitati una trentina volte. Ci furono mai ospiti italiani nei suoi programmi? Si, capitò alla Pfm, con due sessions nel ’73, e ai catanesi Uzeda, che incidevano per la Touch & Go, nel ’94 e che dimostrano quanto era attento alle novità e quanto coraggio e quanta  apertura mentale avesse. E anticonformista lo era anche nella vita e gli piaceva scherzare: il suo secondo matrimonio lo celebrò  sulle note di “You’ll never walk alone” inno del Liverpool di cui era tifosissimo tanto da interrompere durante una trasmissione  “Love will tear us apart” dei Joy Division  per esultare per un gol dei reds. E al suo funerale a fare da colonna sonora ci fu “Teenage kicks” degli Undertones: quando gliela mandarono la trasmise 2 volte  di fila dicendo “Non c’è niente di meglio di questo”. Ha attraversato 40 anni di musica John Peel, ha visto il declino del rock e l’inizio di un cambiamento epocale come la digitalizzazione. Ma sempre con ironia e senza reducismi lui che li ha visti, intervistati, ospitati praticamente tutti. “Ho avuto una sfortuna sfacciata- ha detto in un’intervista-  tutto quello che volevo l’ho avuto: una moglie meravigliosa, una casa in campagna, un impiego in radio. Cascassi morto domani mattina non potrei lamentarmi di nulla. A parte che mi perderei il nuovo album dei Fall”.

SOSTIENE BORDIN:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/16/sostiene-bordin-the-stranglers-rattus-norvegicus/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/12/sostiene-bordin-king-crimson-live-arena-di-verona-8-luglio-2019/)

 

 

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KCXP5002 3CD, 2018

di Alessandro Nobis

Se vi balena per la mente anche solo in un momentaneo spasmo di entusiasmo di andare a Venezia il prossimo luglio con l’intenzione di procuravi un biglietto per il concerto dei King Crimson al Teatro La Fenice, sappiate che l’unica tipologia di biglietti “disponibili” saranno solo quelli per “solo ascolto”; significa molto probabilmente che vi sistemeranno in una postazione dalla quale non avrete alcuna possibilità di abbinare l’aspetto visivo a quello uditivo, forse non vi daranno nemmeno una comoda sedia. Questo per la “modica cifra” di € 46,00. Ecco, per dire a punto siamo arrivati e mi domando se al di fuori del Belpaese le cose funzionino allo stesso modo.

Acquistando invece questo “Live in Vienna” che arriva ad un anno di distanza da “Live in Chicago” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/06/king-crimson-live-in-chicago/)ma che contiene registrazioni ad esso antecedenti, risparmierete la metà del biglietto, le spese di viaggio, e – questi sì a malincuore – un paio di cicchetti, e potrete invece gustare nota dopo nota seduti su una comoda poltrona o spaparanzati sul divano il concerto che la band inglese tenne in quel di Vienna il primo dicembre del 2016; osannare la qualità della musica suonata, della perfezione del suono e dei perfetti meccanismi nell’esecuzione dei brani di questo triplo CD mi sembra uno sterile esercizio di forma, del repertorio invece mi preme sottolineare ancora la voglia di accontentare i crimsoniani della prima ora, quelli entrati nel club più di recente e quelli che apprezzano i lunghi momenti improvvisativi che l’orchestra frippiana ha sempre amato fare a fianco dei riff più “richiesti” come “Red”, “Larks Tongues”, “In The Court” o “1st Century”. Finalmente si dà spazio al repertorio di “In the Wake of Poseidon” e di “Island”, raffinatissima musica nata in studio e sviluppata con musicisti legati al jazz inglese che in quel periodo stava assumendo forma propria. Dopo cinquant’anni le musiche scritte allora sono ancora attuali ed identificano alla perfezione l’idea che Robert Fripp aveva per la sua creatura, e anchei lunghi spazi improvvisativi all’interno di brani come “Easy Money” o creati ex novo come “Schoenberg Softened His Hat” e “Ahriman’s Ceaseless Corruptions” sono paradigmatici alla musica che il settetto crimsoniano propone nei suoi davvero imperdibili concerti live.

I primi due CD sono dedicati all’esibizione viennese assieme a “Heroes” e “”1st Century Schizoid man” che aprono il terzo CD all’interno del quale sono riportati anche brani provenienti dai concerti di Copenhagen, Antwerp, Roma, Milano e Firenze.

 

 

 

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

ESORDISC CD, 2018

di Alessandro Nobis

Trovo mortificante che di uno dei protagonisti della musica del Novecento sia per l’aspetto strumentale che soprattutto per quello compositivo se ne parli e se ne “suoni” davvero poco. Eppure Frank Zappa per tutta la sua carriera è stato considerato un genio – spesso scomodo per l’establishment americano -, un grande compositore, arrangiatore e chitarrista e nonostante questo si contano sulle punta della dita omaggi e riletture dei suoi spartiti. In Italia ad esempio, ricordo solamente la rilettura cameristica di “Harmonia meets Zappa” datata oramai 1994 e pubblicato dalla Materiali Sonori. Giunge quindi graditissimo questo “Frank & Ruth” (Ruth è Ruth Underwood) opera del vibrafonista e percussionista (di marimba in particolare) Marco Pacassoni che ridà vita ad alcune delle pagine del songbook zappiano a cavallo del 1970, periodo in cui molte delle composizione del chitarrista davano grande spazio agli strumenti della Underwood.

In “Frank & Ruth” troviamo l’esecuzione con nuovi arrangiamenti di alcune delle migliori pagine zappiane come “Peaches & Regalia” (da Hot Rats), “Blessed Relief (da Grand Wazoo) o “Edchidnas-Arf” (da Waka Yawaka), la straordinaria voce di Pietra Magoni in “Planet of the Baritone Women” (da Broadway the Hard Way) il notevolissimo medley, “Sleep, Pink and Black (the napkins suite)” con l’introduzione della chitarra acustica di Alberto Lombardi ed un pregevole solo di vibrafono di Pacassoni, ed in conclusione una personale rilettura di “Stolen Moments” scritta dal jazzista Oliver Nelson ed eseguita da Zappa sempre in “Broadway”. Su tutte voglio sottolineare l’esecuzione per solo marimba di “The Black Page”, omaggio a Ruth Underwood, figura così importante in quel decennio durante il quale militò nell’orchestra diretta da Frank Zappa.

Gruppo preparatissimo e compatto quello di Pacassoni, con un suono davvero nel solco dello Zappa in versione “studio”; credo che il Genio di Baltimora avrebbe piacere sapere che la sua musica non solo non è stata dimenticata, ma che è ancora eseguita / interpretata con grande rispetto.

E, aggiungo, bene ha fatto la direzione artistica dell’Ancona Jazz Festival ad inserire Marco Pacassoni ed il suo gruppo nel cartellone dell’edizione 2018, il 19 luglio per essere precisi. Se siete da quelle parti, non fatevi scappare il concerto.

Altrimenti cercate questo ottimo “Frank & Ruth”.

www.marcopacassoni.com

www.blueartmanagement.com

www.esordisco.com

 

www.facebook.com/MarcoPacassoniOfficial

 

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

SONY LEGACY RECORDS. LP, CD, 2018

di Alessandro Nobis

A parte “Are You Experienced?”, “Axis: Bold as Love” ed “Electric Ladyland”, alcune memorabili registrazioni live (Woodstock, Isle of Wight, Monterey) ed aggiungo io le BBC sessions, dalla morte di Hendrix sono state pubblicati in modo più o meno ufficiale numerosi album, cofanetti e cd, non tutti di pari valore artistico e soprattutto di livello sempre inferiore ai tre album “ufficiali” che ho citato in apertura.

Si dice ogni volta che la famiglia Hendrix e la Sony abbiano “grattato il fondo del barile”, e questo era avvenuto ad esempio con “Valleys of Neptune” pubblicato nel 2010 che conteneva brani registrati in studio in gran parte nel ’69 e che avrebbero dovuto – il condizionale è d’obbligo – far parte di un quarto album. Chissà. Qualche mese fa la Antahkarana Record ha dato alle stampe un vinile contenente parte dei concerti de “New York Pop Festival” e di un concerto all’Isola di Randall del 17 luglio del ’70, quindi il suddetto barile contiene, sul fondo, ancora qualcosa.

Detto questo va anche precisato subito che anche questo “Both Sides of the Sky”, che presenta registrazioni in studio tra il maggio ’68 ed il settembre del ’70, non contiene niente di assolutamente memorabile o irrinunciabile, pur tuttavia trattandosi del chitarrista di Seattle vi sono al suo interno alcune chicche interessanti e anche pregevoli: due brani con Steve Stills all’Hammond (“$ 20 Dollars Fine” dello stesso Stills e “Woodstock” di Joni Mitchell con Hendrix al basso elettrico), uno (“Things I used to do” di Eddie Jones) con il texano Johnny Winter, uno slow blues con il cantante sassofonista Lonnie Youngblood ed una bella versione di Mannish Boy di Muddy Waters, eseguita con un tempo diverso dall’originale che apre il disco.

Fra un paio di anni sarà il cinquantesimo della dipartita di Hendrix, e non oso immaginare che cosa stiano preparando alla Sony ………….. magari tutta la session con Stills, visto e considerato che Hendrix suonò uno strepitoso assolo in “Old Times Good Times”, un brano del suo disco di esordio.

 

KING CRIMSON Live in Chicago”

KING CRIMSON Live in Chicago”

KING CRIMSON Live in Chicago”

DGMLIVE, 2CD, 2017-11-02

di Alessandro Nobis

Quasi un “instant live” questo “Live in Chicago” dei King Crimson, registrato alla fine di giugno e pubblicato come edizione speciale della serie “The KC Collectors Club” e, come il precedente “Live in Toronto” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/19/king-crimson-live-in-toronto/)  rispecchia in modo del tutto fedele lo stato di grazia del gruppo almeno per quello che riguarda le esibizioni dal vivo. Degli scudieri della prima ora del Re Cremisi è rimasto solamente Mel Collins, della terza il bassista Tony Levin (dal 1981), gli altri sono musicisti di altissimo livello che con Fripp presentano una scaletta al solito ben ponderata con numerosi brani che presentano la straordinaria storia di questo gruppo inglese. Direi che “Cirkus” e la splendida rilettura riassuntiva della suite di “Lizard” sono i due brani che da soli danno un senso ed il valore a questa ennesima pubblicazione crimsoniana anche se naturalmente ascoltare questa musica è per me sempre un grande piacere e gusto: i già citati Robert Fripp, Mel Collins e Tony Levin assieme a Gavin Harrison, Pat Mastellotto e Jeremy Stacey (batteria), Jakko Jakszyk (voce, chitarra, flauto) e Bill Rieflin (batteria) sono la “tempesta perfetta”. La band suona che è una meraviglia, gli arrangiamenti con tre batterie rasentano la perfezione ed il suono live rispecchia esattamente quello che noi fans dei KC abbiamo lungamente sognato almeno per tutti gli anni Settanta.

Un editto del sovrano ci racconta che questa sarebbe la quarta e “Definitiva Formazione” dei KC, ma abbiamo sentito almeno già tre volte questa dichiarazione; poco ci importa, fino a quando il gruppo di Fripp ci regalerà musica come questa.

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

ATLANTIC – RHINO, 3LP, 2017

di Alessandro Nobis

Per chi ha consumato sul giradischi almeno una copia del bellissimo Yessongs, registrato nell’estate del ’72 e pubblicato l’anno successivo e contenente brani della tourneè di “Fragile” (con Bill Bruford alla batteria) e di “Close to the Edge” (con Alan White visto che Bruford abbandonò il gruppo per unirsi ai King Crimson subito dopo la registrazione di quello che fu l’album più significativo degli Yes), la Rhino pubblica questo triplo LP, una collezione di brani provenienti dal box “Progeny: Seven Shows from Seventy – Two”.

91suhb9RnCL._SL1500_Questi concerti risalgono alla fine di ottobre e la prima quindicina di novembre appunto del 1972, durante il secondo tour americano di quell’anno; il repertorio ricalca quasi completamente quello di Yessongs ovvero il periodo del massimo fulgore anche live di Steve Howe, Chris Squire, Jon Anderson, Rick Wakeman e Alan White. In più qui abbiamo una maggiore qualità del vinile (180 g) che fa più apprezzare la musica e gli arrangiamenti del già citato triplo caratterizzato invece da un suono spesso impastato, almeno nelle sue stampe e ristampe prodotte in Italia. La copertina non poteva che essere affidata allo studio di Roger Dean che non sbaglia il colpo per la gioia dei fans del progressive di quella prima metà degli anni Settanta.

Un triplo disco che naturalmente non aggiunge nulla di nuovo al concetto di musica espresso dagli Yes ma che comunque rappresenta una chicca per i loro fans. Se siete dei “completisti” ed avete un’ottantina e più di euro a disposizione rivolgete la vostra attenzione al box con i quattordici compact disc. Io mi accontento del triplo ellepì, non fosse altro perché al lavoro grafico di Dean viene data la giusta “dimensione” per la quale è stato concepito.

Di seguito la track list e le date di registrazione:

DISCO 1:

Opening / Siberian Kathru (20 novembre 1972)

I’ve Seen All Good People (15 novembre 1972)

Heart of the Sunrise (15 novembre 1972)

Clap / Mood for a Day (12 novembre 1972)

DISCO 2:

And you and I (11 novembre 1972)

Close to the Edge (11 novembre 1972)

DISCO 3:

Excerpts from “The Six Wives of Henry VIII” (12 novembre 1972)

Roundabaout (31 ottobre 1972)

Yours is no Disgrace (12 novembre 1972)