KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KING CRIMSON  “Live in Vienna December 1, 2016”

KCXP5002 3CD, 2018

di Alessandro Nobis

Se vi balena per la mente anche solo in un momentaneo spasmo di entusiasmo di andare a Venezia il prossimo luglio con l’intenzione di procuravi un biglietto per il concerto dei King Crimson al Teatro La Fenice, sappiate che l’unica tipologia di biglietti “disponibili” saranno solo quelli per “solo ascolto”; significa molto probabilmente che vi sistemeranno in una postazione dalla quale non avrete alcuna possibilità di abbinare l’aspetto visivo a quello uditivo, forse non vi daranno nemmeno una comoda sedia. Questo per la “modica cifra” di € 46,00. Ecco, per dire a punto siamo arrivati e mi domando se al di fuori del Belpaese le cose funzionino allo stesso modo.

Acquistando invece questo “Live in Vienna” che arriva ad un anno di distanza da “Live in Chicago” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/06/king-crimson-live-in-chicago/)ma che contiene registrazioni ad esso antecedenti, risparmierete la metà del biglietto, le spese di viaggio, e – questi sì a malincuore – un paio di cicchetti, e potrete invece gustare nota dopo nota seduti su una comoda poltrona o spaparanzati sul divano il concerto che la band inglese tenne in quel di Vienna il primo dicembre del 2016; osannare la qualità della musica suonata, della perfezione del suono e dei perfetti meccanismi nell’esecuzione dei brani di questo triplo CD mi sembra uno sterile esercizio di forma, del repertorio invece mi preme sottolineare ancora la voglia di accontentare i crimsoniani della prima ora, quelli entrati nel club più di recente e quelli che apprezzano i lunghi momenti improvvisativi che l’orchestra frippiana ha sempre amato fare a fianco dei riff più “richiesti” come “Red”, “Larks Tongues”, “In The Court” o “1st Century”. Finalmente si dà spazio al repertorio di “In the Wake of Poseidon” e di “Island”, raffinatissima musica nata in studio e sviluppata con musicisti legati al jazz inglese che in quel periodo stava assumendo forma propria. Dopo cinquant’anni le musiche scritte allora sono ancora attuali ed identificano alla perfezione l’idea che Robert Fripp aveva per la sua creatura, e anchei lunghi spazi improvvisativi all’interno di brani come “Easy Money” o creati ex novo come “Schoenberg Softened His Hat” e “Ahriman’s Ceaseless Corruptions” sono paradigmatici alla musica che il settetto crimsoniano propone nei suoi davvero imperdibili concerti live.

I primi due CD sono dedicati all’esibizione viennese assieme a “Heroes” e “”1st Century Schizoid man” che aprono il terzo CD all’interno del quale sono riportati anche brani provenienti dai concerti di Copenhagen, Antwerp, Roma, Milano e Firenze.

 

 

 

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MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

MARCO PACASSONI GROUP  “Frank & Ruth”

ESORDISC CD, 2018

di Alessandro Nobis

Trovo mortificante che di uno dei protagonisti della musica del Novecento sia per l’aspetto strumentale che soprattutto per quello compositivo se ne parli e se ne “suoni” davvero poco. Eppure Frank Zappa per tutta la sua carriera è stato considerato un genio – spesso scomodo per l’establishment americano -, un grande compositore, arrangiatore e chitarrista e nonostante questo si contano sulle punta della dita omaggi e riletture dei suoi spartiti. In Italia ad esempio, ricordo solamente la rilettura cameristica di “Harmonia meets Zappa” datata oramai 1994 e pubblicato dalla Materiali Sonori. Giunge quindi graditissimo questo “Frank & Ruth” (Ruth è Ruth Underwood) opera del vibrafonista e percussionista (di marimba in particolare) Marco Pacassoni che ridà vita ad alcune delle pagine del songbook zappiano a cavallo del 1970, periodo in cui molte delle composizione del chitarrista davano grande spazio agli strumenti della Underwood.

In “Frank & Ruth” troviamo l’esecuzione con nuovi arrangiamenti di alcune delle migliori pagine zappiane come “Peaches & Regalia” (da Hot Rats), “Blessed Relief (da Grand Wazoo) o “Edchidnas-Arf” (da Waka Yawaka), la straordinaria voce di Pietra Magoni in “Planet of the Baritone Women” (da Broadway the Hard Way) il notevolissimo medley, “Sleep, Pink and Black (the napkins suite)” con l’introduzione della chitarra acustica di Alberto Lombardi ed un pregevole solo di vibrafono di Pacassoni, ed in conclusione una personale rilettura di “Stolen Moments” scritta dal jazzista Oliver Nelson ed eseguita da Zappa sempre in “Broadway”. Su tutte voglio sottolineare l’esecuzione per solo marimba di “The Black Page”, omaggio a Ruth Underwood, figura così importante in quel decennio durante il quale militò nell’orchestra diretta da Frank Zappa.

Gruppo preparatissimo e compatto quello di Pacassoni, con un suono davvero nel solco dello Zappa in versione “studio”; credo che il Genio di Baltimora avrebbe piacere sapere che la sua musica non solo non è stata dimenticata, ma che è ancora eseguita / interpretata con grande rispetto.

E, aggiungo, bene ha fatto la direzione artistica dell’Ancona Jazz Festival ad inserire Marco Pacassoni ed il suo gruppo nel cartellone dell’edizione 2018, il 19 luglio per essere precisi. Se siete da quelle parti, non fatevi scappare il concerto.

Altrimenti cercate questo ottimo “Frank & Ruth”.

www.marcopacassoni.com

www.blueartmanagement.com

www.esordisco.com

 

www.facebook.com/MarcoPacassoniOfficial

 

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

JIMI HENDRIX “Both Sides of the Sky”

SONY LEGACY RECORDS. LP, CD, 2018

di Alessandro Nobis

A parte “Are You Experienced?”, “Axis: Bold as Love” ed “Electric Ladyland”, alcune memorabili registrazioni live (Woodstock, Isle of Wight, Monterey) ed aggiungo io le BBC sessions, dalla morte di Hendrix sono state pubblicati in modo più o meno ufficiale numerosi album, cofanetti e cd, non tutti di pari valore artistico e soprattutto di livello sempre inferiore ai tre album “ufficiali” che ho citato in apertura.

Si dice ogni volta che la famiglia Hendrix e la Sony abbiano “grattato il fondo del barile”, e questo era avvenuto ad esempio con “Valleys of Neptune” pubblicato nel 2010 che conteneva brani registrati in studio in gran parte nel ’69 e che avrebbero dovuto – il condizionale è d’obbligo – far parte di un quarto album. Chissà. Qualche mese fa la Antahkarana Record ha dato alle stampe un vinile contenente parte dei concerti de “New York Pop Festival” e di un concerto all’Isola di Randall del 17 luglio del ’70, quindi il suddetto barile contiene, sul fondo, ancora qualcosa.

Detto questo va anche precisato subito che anche questo “Both Sides of the Sky”, che presenta registrazioni in studio tra il maggio ’68 ed il settembre del ’70, non contiene niente di assolutamente memorabile o irrinunciabile, pur tuttavia trattandosi del chitarrista di Seattle vi sono al suo interno alcune chicche interessanti e anche pregevoli: due brani con Steve Stills all’Hammond (“$ 20 Dollars Fine” dello stesso Stills e “Woodstock” di Joni Mitchell con Hendrix al basso elettrico), uno (“Things I used to do” di Eddie Jones) con il texano Johnny Winter, uno slow blues con il cantante sassofonista Lonnie Youngblood ed una bella versione di Mannish Boy di Muddy Waters, eseguita con un tempo diverso dall’originale che apre il disco.

Fra un paio di anni sarà il cinquantesimo della dipartita di Hendrix, e non oso immaginare che cosa stiano preparando alla Sony ………….. magari tutta la session con Stills, visto e considerato che Hendrix suonò uno strepitoso assolo in “Old Times Good Times”, un brano del suo disco di esordio.

 

KING CRIMSON Live in Chicago”

KING CRIMSON Live in Chicago”

KING CRIMSON Live in Chicago”

DGMLIVE, 2CD, 2017-11-02

di Alessandro Nobis

Quasi un “instant live” questo “Live in Chicago” dei King Crimson, registrato alla fine di giugno e pubblicato come edizione speciale della serie “The KC Collectors Club” e, come il precedente “Live in Toronto” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/19/king-crimson-live-in-toronto/)  rispecchia in modo del tutto fedele lo stato di grazia del gruppo almeno per quello che riguarda le esibizioni dal vivo. Degli scudieri della prima ora del Re Cremisi è rimasto solamente Mel Collins, della terza il bassista Tony Levin (dal 1981), gli altri sono musicisti di altissimo livello che con Fripp presentano una scaletta al solito ben ponderata con numerosi brani che presentano la straordinaria storia di questo gruppo inglese. Direi che “Cirkus” e la splendida rilettura riassuntiva della suite di “Lizard” sono i due brani che da soli danno un senso ed il valore a questa ennesima pubblicazione crimsoniana anche se naturalmente ascoltare questa musica è per me sempre un grande piacere e gusto: i già citati Robert Fripp, Mel Collins e Tony Levin assieme a Gavin Harrison, Pat Mastellotto e Jeremy Stacey (batteria), Jakko Jakszyk (voce, chitarra, flauto) e Bill Rieflin (batteria) sono la “tempesta perfetta”. La band suona che è una meraviglia, gli arrangiamenti con tre batterie rasentano la perfezione ed il suono live rispecchia esattamente quello che noi fans dei KC abbiamo lungamente sognato almeno per tutti gli anni Settanta.

Un editto del sovrano ci racconta che questa sarebbe la quarta e “Definitiva Formazione” dei KC, ma abbiamo sentito almeno già tre volte questa dichiarazione; poco ci importa, fino a quando il gruppo di Fripp ci regalerà musica come questa.

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

YES “Progeny: Highlights from Seventy-two”

ATLANTIC – RHINO, 3LP, 2017

di Alessandro Nobis

Per chi ha consumato sul giradischi almeno una copia del bellissimo Yessongs, registrato nell’estate del ’72 e pubblicato l’anno successivo e contenente brani della tourneè di “Fragile” (con Bill Bruford alla batteria) e di “Close to the Edge” (con Alan White visto che Bruford abbandonò il gruppo per unirsi ai King Crimson subito dopo la registrazione di quello che fu l’album più significativo degli Yes), la Rhino pubblica questo triplo LP, una collezione di brani provenienti dal box “Progeny: Seven Shows from Seventy – Two”.

91suhb9RnCL._SL1500_Questi concerti risalgono alla fine di ottobre e la prima quindicina di novembre appunto del 1972, durante il secondo tour americano di quell’anno; il repertorio ricalca quasi completamente quello di Yessongs ovvero il periodo del massimo fulgore anche live di Steve Howe, Chris Squire, Jon Anderson, Rick Wakeman e Alan White. In più qui abbiamo una maggiore qualità del vinile (180 g) che fa più apprezzare la musica e gli arrangiamenti del già citato triplo caratterizzato invece da un suono spesso impastato, almeno nelle sue stampe e ristampe prodotte in Italia. La copertina non poteva che essere affidata allo studio di Roger Dean che non sbaglia il colpo per la gioia dei fans del progressive di quella prima metà degli anni Settanta.

Un triplo disco che naturalmente non aggiunge nulla di nuovo al concetto di musica espresso dagli Yes ma che comunque rappresenta una chicca per i loro fans. Se siete dei “completisti” ed avete un’ottantina e più di euro a disposizione rivolgete la vostra attenzione al box con i quattordici compact disc. Io mi accontento del triplo ellepì, non fosse altro perché al lavoro grafico di Dean viene data la giusta “dimensione” per la quale è stato concepito.

Di seguito la track list e le date di registrazione:

DISCO 1:

Opening / Siberian Kathru (20 novembre 1972)

I’ve Seen All Good People (15 novembre 1972)

Heart of the Sunrise (15 novembre 1972)

Clap / Mood for a Day (12 novembre 1972)

DISCO 2:

And you and I (11 novembre 1972)

Close to the Edge (11 novembre 1972)

DISCO 3:

Excerpts from “The Six Wives of Henry VIII” (12 novembre 1972)

Roundabaout (31 ottobre 1972)

Yours is no Disgrace (12 novembre 1972)

 

 

 

 

 

 

 

 

SAVOLDELLI – CASARANO – BARDOSCIA “The Great Jazz Gig In The Sky”

SAVOLDELLI – CASARANO – BARDOSCIA “The Great Jazz Gig In The Sky”

SAVOLDELLI – CASARANO – BARDOSCIA “The Great Jazz Gig In The Sky”

MOONJUNE RECORDS, CD 2017

di Alessandro Nobis

“Dark Side of the Moon” è considerato da molti il disco perfetto del pop-rock, e non solo del decennio nel quale fu pubblicato; per la cura estrema nella costruzione dei suoni, per l’incredibile lavoro di progettazione, realizzazione e di produzione e soprattutto per la bellezza ed il fascino delle melodie, questo lavoro dei Pink Floyd resta una gemma per molti versi ineguagliata anche dal punto di vista delle vendite, oltre 50 milioni di copie.

E quando gli spartiti come questi sono così ben costruiti, diventano il terreno fertile per re – inventare quel mitico disco e fargli vivere una nuova vita, parallela a quella del gruppo di Roger Waters. E’ il certosino lavoro, splendidamente riuscito, lo dichiaro subito, che Boris Savoldelli (voce, elettronica), Raffaele Casarano (sassofoni, elettronica) e Marco Bardoscio (contrabbasso , elettronica) hanno pubblicato da qualche mese per la MoonJune Records.

Si tratta di una rilettura, di una reinterpretazione completa della scaletta di quel disco, quasi un suo aggiornamento ponderato fino all’ultimo suono che risente naturalmente degli interessi e dei percorsi personali dei tre musicisti, dal linguaggio del jazz a quello dell’improvvisazione più radicale.

Personalmente “The Great Jazz Gig in the Sky” – mi perdonino i tre musicisti –  lo avrei titolato “The Dark Side of Dark Side of the Moon”, quasi a definire una parte nascosta ed oscura di quella musica, alla cercata e trovata prassi esecutiva rimanendo sempre lontani dalla riproposta calligrafica, rimanendo in biblico tra il rispetto delle scritture di Waters e contemporaneamente procedendo ad un loro arricchimento di suoni elettronici, di improvvisazioni, di spunti jazzistici e di campionamenti con una formazione a tre che lascia fuori strumenti che fecero mitico Dark Side come la chitarra (presente solo in un brano) e le tastiere, le cui mancanze alla fine dell’ascolto non si avvertono minimamente. Appropriati il contrabbasso pizzicato ed il solo di sax in “Breathe” e “Brain Damage”,  straordinari la dilatazione di “Us and Them” con il significativo solo di chitarra dell’ospite di Dewa Budjana ed il costante utilizzo sapiente dell’elettronica che permea tutta la produzione.

Un bellissimo lavoro, lo consiglio soprattutto a tutti coloro che come il sottoscritto hanno macinato sul giradischi svariate copie di quel disco con quella memorabile copertina nera dello studio Hipgnosis e George Hardie uscito nel marzo del 1973, giusto giusto 44 anni fa.

http://www.borisinger.eu

http://www.raffaelecasarano.com

http://www.marcobardoscia.com

http://www.moonjune.com

 

 

 

GRATEFUL DEAD “The Grateful Dead edizione 50° anniversario”

GRATEFUL DEAD “The Grateful Dead edizione 50° anniversario”

GRATEFUL DEAD

“Grateful Dead. 50° anniversario”

Rhino 2CD, 2016

di Alessandro Nobis

Nei primi mesi del 1966 avvenne la metamorfosi: la crisalide THE WORLOCKS si trasformò nella magnifica farfalla GRATEFUL DEAD. Merito di Jerry Garcia, Bill Kreutzmann, Phil Lesh, Ron McKernan e Bon Weir, che si rinchiusero in sala prove per realizzare il loro album d’esordio che sarebbe stato pubblicato dalla Warner il 17 marzo 1967. Nel frattempo molti concerti in clubs o collages ma anche in prestigiose location come il Ballroom Auditorium o il Festival della Controcultura al Golden Gate Park di Frisco il 14 gennaio del ’67.

51tvoqoqhlIl disco che tenne impegnato il quintetto per solo 4 giorni compreso il missaggio, fu registrato “dal vivo in studio” con l’aggiunta di qualche parte vocale e contiene riletture personalizzate – anche se nulla in confronto con quelle eseguite solo una paio di anni dopo dal vivo –  di alcuni padri del blues come Jesse Fuller, Sonny Boy Williamson, Walter Jacobs, Noah Lewis e Reverend Gary Davis oltra ad un paio di brani originali. Nel 2001 venne ne venne pubblicata una versione con 6 interessanti bonus tracks nel cofanetto “The Golden Road 1965 – 1973” ed ora per il 50° anniversario dell’album la Rhino pubblica un doppio CD con la scaletta del disco originale ed il concerto del 29 luglio 1966 al Garden Auditorium di Vancouver, in Canada.

Non sono un Deadhead “d.o.c.” ma credo che questo sia lo show più vecchio della band di Garcia mai pubblicato in modo ufficiale, e già questo farebbe di questa pubblicazione un autentica chicca per i fans dei Dead; per onor di cronaca nel 2013 la Rhino pubblicò un doppio LP in tiratura di 1300 copie, “Rare Tracks and Oddities” risalenti ai primo mesi del ’66 (audio un po’ scarso, insomma per veri Deadhead) ma importanti per capire il punto di partenza di questa leggendaria band californiana.

Ma la domanda sorge spontanea: ma perché diavolo hanno cambiato la copertina, quelli della Rhino? Io, dal canto mio, vi mostro quella originale………