SUONI RIEMERSI: ANDY IRVINE & DAVY SPILLANE “East Wind”

SUONI RIEMERSI: ANDY IRVINE & DAVY SPILLANE “East Wind”

SUONI RIEMERSI: ANDY IRVINE & DAVY SPILLANE “East Wind”

TARA Records, CD 1992

di Alessandro Nobis

(pubblicato in origine sul numero di settembre 1992 della rivista FOLK BULLETIN)

Finalmente viene coronato, con la pubblicazione di questo “Vento dell’est” (e quale poteva essere il titolo, se non questo?) il sogno dell’irlandese Andy Irvine, quello di registrare cioè un disco interamente dedicato alle musiche balcaniche da lui tanto amate e studiate e che spesso nei lavori precedenti hanno avuto degno spazio (come dimenticare le horo “Mominsko”, “Paidusko” e “Smeceno”?).

Ed in effetti questa osmosi, tanto agognata, offre un risultato più che dignitoso da collocarsi nel novero dei migliori prodotti di Irvine, superiore forse anche al suo recente “Rude Awakening”; grande merito della buona riuscita di questo “East Wind” va comunque sia a Davy Spillane (la cui esuberanza è splendidamente “frenata” dalla produzione di Bill Whelan) che ai musicisti ospiti, nientedimeno che la magiara Marta Sebestyen e il bulgato – leader degli Zsaratnok – Nikola Parov, le gemme più splendenti della musica balcanica di stampo tradizionale i quali, con Noel Eccles, Martin O’Connor, Tony Molloy e Bill Whelan arricchiscono la musica con i loro sempre splendidi e opportuni interventi.

Ottime l’iniziale “Xhetvorno Horo” – con le uilleann pipes di Spillane in evidenza – ,la canzone bulgara “Kadana”, eseguita dal trio Sebestyen Parov Whelan, pregevole l’arrangiamento per uilleann pipes e tastiere della struggente “Illyrian dawn”, e davvero particolare l’esecuzione di “Dance of Suleyman” con i brevi ma efficaci interventi dei fiati e della chitarra di Anthony Drennan.

Purtroppo un “supergruppo” destinato a rimanere “sulla carta” (o meglio su CD), date che sembra quanto meno improbabile ipotizzare un tour per questi super-impegnati musicisti.

Ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire.

 

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500 – DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY, pipe-maker & piper (1768 – 1834)

500 – DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY, pipe-maker & piper (1768 – 1834)

Desidero dedicare questo articolo, il 500°, agli amici dell’Armagh Pipers Club che da 25 anni organizzano un bellissimo festival dedicato a William Kennedy, il “W.Kennedy Piping Festival” che si tiene annualmente attorno alla metà del mese di novembre (quest’anno sarà la 26esima edizione) ad Armagh, nell’Ulster.

Voglio anche ringraziare naturalmente tutti coloro che con grande pazienza dedicano qualche minuto alla lettura di ciò che modestamente scrivo.

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY, pipe maker & piper (1768 – 1834)

di Alessandro Nobis

Oggi per recarsi da Armagh a Banbridge basta percorrere una nastro d’asfalto stretto e sinuoso come lo sono tutte le strade di campagna irlandesi che seguono il paesaggio ondulato di questa parte dell’isola; ci si arriva in una mezzoretta attraversando Hamiltonsbawn e poi Tandragee. Case quasi tutte uguali nella miglior tradizione anglosassone, villette più moderne, qualche capannone nei dintorni e qualche bandiera inglese che sventola dalle cime dei pali dell’illuminazione stradale e nei giardini di qualche casa.

Alla fine del diciottesimo secolo il paesaggio non doveva essere molto diverso: una strada carreggiabile e spesso fangosa, qualche viandante, qualche calesse che lascia la strada alla diligenza settimanale del British Post Office, un pastore con i suoi armenti, i rari caravan dei tinkers. E Droichead na Banna (“il ponte sul fiume Bann”), Banbridge, il villaggio, raccolto lungo poche e diritte strade polverose e diviso dal fiume, le grandi ruote dei mulini, le case con il tetto di paglia tradizionale, il profumo della torba che fuoriesce dai comignoli, i bambini più piccoli che giocano per le strade e le donne che aspettano gli uomini al ritorno dalle campagne.

A cavallo dell’anno 1800 Banbridge ed più minuscoli villaggi lungo la parte Nord del fiume Bann godevano di un certo benessere economico, anche se i benefici di questa ricchezza era nelle mani di pochi, i proprietari dei diciotto mulini sistemati lungo il corso d’acqua e che facevano parte della linea produttiva dei filati di lino. Molta parte della popolazione era impegnata nella tessitura e nella confezione di abiti, e nel 1837 il numero di confezioni prodotte si aggirava attorno al quarto di milione di pezzi, anche se va detto che nei decenni successivi questa produzione calò fortemente.

La carrabile correva allora da Árd Macha passando da Bábhún Hamaltún eTóin re Gaoithlo stesso itinerario che di sicuro William, un ragazzino di Banbridge, avrà percorso chissà quante volte in buona compagnia per ritornare nel piccolo cottage dove era nato nel 1768.

La sua forzata disabilità – era cieco dall’età di quattro anni pare a causa di un virus che mieteva spesso vittime nei bambini giovanissimi, forse lo stesso vaiolo che un secolo prima aveva colpito l’arpista di Nobber Toirdhealbhach Ó Cearbhalláin, a.k.a. Turlogh O’Carolan  – segnerà profondamente non solo la sua vita ma anche quella di molti musicisti che nei secoli successivi si sarebbero avvicinati a quello straordinario strumento che sono le uilleann pipes, il più autentico simbolo della tradizione musicale irlandese.

Inevitabile per la famiglia escogitare per il figlio un “modus vivendi” che gli potesse garantire una vita la più normale possibile, tranquilla ed autonoma anche economicamente; c’era nella vicina Armagh un violinista, un insegnante al quale venne affidato per un certo periodo il giovane Kennedy, il Signor Moorehead – che era anche un piper – e qui William scoprì la sua passione per la musica diventando uno dei migliori allievi del maestro di Armagh. Aveva trovato una stanza in affitto  presso la casa di un ebanista, non era molto lontana da dove frequentava le lezioni di violino, e qui ebbe l’opportunità – grazie anche alla sensibilità del padrone di casa – di familiarizzare con gli strumenti di lavoro della falegnameria, cosa che fece in poco tempo tanto erano forti la sua curiosità e la sua abilità manuale.

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Il logo dell’Armagh Pipers Club

 

Qualcosa finalmente cominciava a girare per il verso giusto nella vita di questo ragazzo tanto che quando ritornò a Banbridge iniziò a costruire qualche piccolo mobile e soprattutto acquistò il suo primo set di cornamuse: forse era rimasto impressionato dal loro suono a casa di Mr. Moorehead oppure era rimasto colpito dal suono di quelle di un certo Downey, incontrato nella dimora di un cliente della falegnameria. William aveva subito realizzato che le complicate “manovre” per il montaggio dello strumento erano complesse e difficili per lui e quindi iniziò a pensare lungamente a come migliorare lo strumento in modo che fosse più agevole montarlo non solo per lui non vedente ma anche per tutti coloro che avessero voluto avvicinarsi alle uilleann pipes in modo più diretto: non solo, progettò e costruì nuovi utensili e ne adattò altri alle sue esigenze.

Il primo dei trenta set di cornamuse marchiate “William Kennedy” e realizzate nel giro di otto anni era pronto nel giro di nove mesi: non molte si direbbe, ma bisogna considerare che la sua principale attività dopo il matrimonio che contrasse a venticinque anni era quella di riparatore di strumenti musicali ed inoltre era diventato abilissimo e molto richiesto come costruttore e riparatore di orologi, un’abilità che aveva inizialmente conseguito grazie ad un orologiaio con il quale aveva in comune la passione per la musica irlandese e naturalmente per le pipes.

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Set di Uilleann Pipes firmato “Kennedy”

Kennedy, che venne a mancare il 29 luglio del 1834, non si fermò solamente a rendere più agevole il montaggio dello strumento che amava, ma apportò delle modifiche tecniche che aveva pensato e sviluppato mentre suonava il proprio set. Tra queste modifiche voglio citare l’estensione del “chanter” fino al Mi “alto”,  l’aggiunta di chiavi al “chanter” in modo che i Diesis ed i Bemolle potessero essere suonati e di altre due grosse chiavi che avrebbero consentito la loro apertura e chiusura con i movimenti del polso, in sostanza William Kennedy pose le basi della cornamusa irlandese come la conosciamo oggi e la cosa è del tutto straordinaria se consideriamo, lo ribadisco, che era un non vedente. Esistono testimonianze risalenti al 1815 che descrivono anche il suo talento ed abilità nel suonare lo strumento con le sue sottili dita ed il suo importante ruolo nello sviluppo della musica tradizionale irlandese come piper e come pipe-maker viene ogni anno a metà novembre – quest’anno sarà la ventiseiesima edizione e si terrà da giovedì 14 a domenica 17 – celebrato nella città di Armagh, nell’Ulster, con il Festival che porta il suo nome, il William Kennedy Piping Festival organizzato dall’attivissimo Armagh Pipers Club fondato nel 1966. Un appuntamento davvero imperdibile per gli appassionati della cornamusa e della musica tradizionale, solo irlandese o di matrice celtica; ogni anno musicisti di ogni angolo d’Europa (Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Bulgaria, Svezia, Scozia, Northumberland, Ungheria) giungono nella capitale della Contea di Armagh per presentare strumenti e repertori delle loro culture popolari. Si possono ascoltare maestri delle uilleann pipes delle generazioni passate come Paddy Keenan, Brian Vallely o Liam O’Flynn (ahimè scomparso di recente) e delle nuove generazioni come Cillian Vallely e Tiarnan O’Duinnchinn e soprattutto è possibile avvicinarsi allo straordinario lavoro di formazione che il Pipers Club, durante tutto l’anno, svolge con giovani e giovanissimi per mantenere vivi l’interesse e la pratica della musica tradizionale.

http://www.armaghpipers.com

http://www.wkpf.org

https://www.facebook.com/wkpfarmagh/

FONTI:

AA.VV.: “Lettere di famiglia: giornale di educazione civile, morale e religiosa”. G. Pomba, Torino 1846

VALLELY, Eithne: “William Kennedy (1768 – 1834)”. Inedito, 2019

WILSON, James: “Biography of the Blind”. J.W. Showell, Birmingham 1838

 

 

 

 

 

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

Visage Music CD, 2018

di Alessandro Nobis

di Alessandro Nobis

Mi aveva davvero favorevolmente impressionato “Crescendo”, il lavoro che Nicolò e Simone Bottasso avevano pubblicato nel 2014 per originalità e freschezza ed ora questo “Biserta e altre storie” registrato con Simone Sims Longo (live electronics) ha aggiunto un importante tassello al percorso che i due piemontesi stanno affrontando; perché questo non è un lavoro “normale” ma è stato concepito e realizzato come colonna sonora del documentario “Biserta. Storia a spirale”, un racconto, una narrazione che si fonde con le immagini. Di più, mi ha fatto pensare al teatro dei pupi. O dei burattini se volete, qui ogni strumento copre un ruolo ben preciso ed il racconto si fa reale man mano che procede l’ascolto. L’organetto, la tromba e l’antica melodia basca di “Maitia” ed il seguente bellissimo “Autumn” condotto dal tar di Reza Mirjalali – e la sua ripresa – raccontata in primo piano dal violino descrivono la “gioia e rivoluzione” tunisina e ti sembra di assaporare il profumo del Mar Mediterraneo, “Fragen” con il sapiente organetto accompagna il coro “Kinder-und Jugendchor der Theater Chemnitz” condotto da Pietro Numico che vuole essere un inno alla libertà, “Spirali” con le elaborazioni elettroniche di Simone Longo ed i suoni ambientali arabi, “Saramazurka” è una danza popolare che vola tra Piemonte e Biserta; musica che descrive immagini, dove Samara, Mohamed, Dhia e Khaled prendono vita durante l’ascolto ed alla fine quasi non ti ricordi più che queste composizioni fanno parte di un documentario, ed è questo il maggiore pregio di questo “Biserta”, incontro felice tra musica popolare antica e “nuova”.

Più l’ascolti e più vorresti vedere il documentario, “Biserta. Storie a spirale”.

(https://www.youtube.com/watch?v=N4NluJP3W4c&fbclid=IwAR3nURgmDNDftPC97hsM-Ufr4TKxhs78bP-q8zxvvUdMOoRLEG9yWjZBnqY)

 

 

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

Alabianca Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Certo che i sovracuti di clarinetto basso e le parole “a doppia voce” di Peppino Impastato che aprono questo lavoro dei piemontesi Blu L’Azard lascieranno perplessi gli “ortodossi del folk”, ma che importa, va bene anche conservare il sacro fuoco della tradzione ma a mio parere va ancora più bene andare avanti e lasciarsi influenzare da quello che ci suona “attorno”. Ma “Se si insegnasse la bellezza”, il brano di cui parlavo, indica la direzione di questo progetto in modo inequivocabile: piedi e testa nella tradizione delle valli alpine piemontesi (Val Maira, Valli di Lanzo, Valle di Susa) e delle loro affascinanti lingue ancestrali e sguardo verso le musiche e culture “altre”. L’avanguardia fianco a fianco della tradizione, suoni e strumenti alloctoni (il clarinetto basso, il flicorno ed il sassofono o le percussioni del maliano Makan Sissoko) che danzano assieme al violino, alla cornamusa ed alla fisarmonica ed agli ottoni della val di Lanzo: Flavio Giacchero (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamusa), Marzia Rey(voce, violino), Pere Anghilante (voce, fisarmonica) e Pierluigi Ubaudi (voce, flicorno baritono, oggetti sonori) l’hanno studiata bene realizzando un disco, un fiore all’occhiello del “nuova” musica popolare italiana. Certo, incastonare la poetica di Peppino Impastato, dell’armeno Adrian Varujian (“Pavots”), di Emily Dickinson (“Aracnica”) o della poesia trobadorica di  Peire Vidal (“Estat ai gran sazo”) nelle melodie tradizionali o di nuova composizione (“La Gàrdia”, ad esempio testo di Giacchiero con la combinazione di fisarmonica ed un azzeccato intervento “free” di sax soprano) è un’operazione al limite dell’azzardo ma non temete, il “sacro fuoco” non è stato spento ma anzi è stato ravvivato dal combo Blu D’Azard; musica da ascoltare attentamente, testi da leggere più e più volte. Musica, anche, come recita il titolo, anche da ballare.

 

 

DALLA PICCIONAIA: Johnny Doran, Traveller Piper (1908 – 1950)

DALLA PICCIONAIA: Johnny Doran, Traveller Piper (1908 – 1950)

DALLA PICCIONAIA: Johnny Doran, Traveller Piper (1908 – 1950)

di Alessandro Nobis

Johnny Doran è da sempre accreditato come uno dei più grandi suonatori di uilleann pipes; la sua influenza sulle generazioni successive fu davvero forte, incalcolabile soprattutto se consideriamo che di lui non esiste alcuna registrazione fatta per fini commerciali. Tuttavia la sua abilità ed il suo amore sviscerato per la tradizione irlandese divennero comunque leggendarie facendo di lui una sorta di icona della musica irlandese. Mi chiedo però assieme all’autorevole John McSherry(2)come mai, avendo frequentato colleghi che lo veneravano come Seamus Ennis o Willie Clancy più legati di alle istituzioni governative e probabilmente anche alle case discografiche, non gli siano state organizzate più sessions di registrazioni e non siano mai stati immessi sul mercato irlandese, britannico o americano 78giri contenenti la sua straordinaria musica. Ancora oggi è considerato il punto di passaggio tra le antiche tradizioni e le nuove generazioni di pipers, alcuni dei quali discendenti di “Irish Travellers”, come Paddy Keenan e Finbad Furey. Voglio raccontarvi la sua storia, cercando nel mio piccolo un contributo a ravvivare il fuoco della leggenda di Johnny Doran.

Aveva deciso di passare quel freddo inverno tra il ’47 ed il ‘48 con i suoi figli nel suo caravan parcheggiato in un terreno abbandonato dalle parti di Christchurch, a Dublino vicino alla casa dei genitori: quel 30 gennaio si trovava vicino al caravan, probabilmente era appena ritornato dalle vie più frequentate intorno a O’Connell Street dove solitamente suonava e si guadagnava da vivere; pare si stesse slacciando le scarpe fuori dal caravan quando a causa di fortissime folate di vento il muro di mattoni adiacente crollò colpendolo in pieno causandogli lesioni alla testa, allo stomaco ed alla colonna vertebrale, un giorno che segnò profondamente la sua vita. Una lesione malamente curata che lo portò alla morte nel giro di due anni ad Athy, nel Kildare. Così alla fine di tanto girovagare, alla nativa Newton tra le colline della Contea di Wicklow ci fece ritorno Johnny Doran, qualche giorno dopo la sua morte che lo colse davvero troppo presto il 19 gennaio del 1950, a soli quarantadue anni.

Aveva iniziato a suonare la cornamusa irlandese imparando i primi rudimenti dal padre John, nipote di John Cash della Contea di Wexford (1832 – 1906) considerato a ragione il patriarca delle famiglie Cash e Doran: passò la sua vita girovagando con la famiglia di contea in contea mantenendosi poi da adulto suonando alle fiere, alle corse di cavalli, partite di pallone ed altri eventi pubblici. Era un tipo tranquillo Mr. Doran: qualche sigaretta, qualche moderata bevuta, sempre gentile con chi lo incontrava e a parte la musica sembrava non avesse altri interesse se non accudire ai suoi due cavalli e cacciare qualche coniglio selvatico con il suo schioppo. Le figlie lo descrivono sempre sorridente, con dita lunghe e sottili ideali per suonare le pipes, quasi un’eredità genetica di famiglia e quando suonava in pubblico – cioè quasi sempre – era vestito in modo ben curato per rispetto di chi ascoltava e per riceverne altrettanto e come gran parte degli “Irish Travellers” aveva molta cura della sua famiglia ed era un fervente cattolico.

Ecco, le vicende degli Irish Travellers sono poco note soprattutto a noi appassionati di musica irlandese del “continente”, ma in realtà ebbero una notevole influenza sulla musica tradizionale, soprattutto per quello che concerne i repertori per uilleann pipes e violino; erano, e lo sono tuttora anche se in misura minore un gruppo socialmente coeso inserito da secoli nella società irlandese con una propria cultura, lingua, tradizione, stile di vita (nomade appunto) peculiari e differenti dalla cultura degli irlandesi, diciamo così “stanziali”. Molti conoscono la Bothy Band o i Fureys Brothers, pochi sanno che anche i piper Paddy Keenan (racconta Seamus Ennis che quando sentiva suonare Keenan gli ritornava in mente Doran(2)) e Finbar Furey appartengono a due famiglie di Irish Travellers come Johnny e Felix Doran, i “Dorans”, che ebbero una profonda influenza sui pipers delle generazioni successive come Davey Spillane che sempre ha fatto riferimento a Doran al quale nel suo “Atlantic Bridge” del 1987 dedica un brano (“Tribute to Johnny Doran” eseguito in “solo”.

La carriera di J.D. si svolse soprattutto tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, anni di profonda trasformazione della società irlandese: la nascita della Repubblica d’Irlanda, la grande depressione, l’emigrazione, la crisi economica dovuta alla Guerra Mondiale, difficoltà che si ripercossero in modo pesante sulla comunità degli Irish Travellers. Chi ebbe la fortuna di ascoltarlo descrive la sua musica come la perfetta descrizione della sua vita, tra gioie tristezze e difficoltà, tra sfrenate jigs, reels, hornpipes e tristi slow-tunes; suonava stando in piedi secondo il vecchio stile, dicono che un irlandese potesse – e grazie alle registrazioni può ancora godere di questo privilegio –  distinguere chiudendo gli occhi i fiumi, i loughs, la dolcezza e la forza del mare, la brughiera, il dolce profumo ed il calore della torba, il calore umano dei pubs.

Tra quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo ci fu anche un’altra leggenda dei pipers irlandesi, Willie Clancy. Durante un periodo di sosta in località non precisata della contea di Clare, uno dei primi a visitare l’accampamento dei Dorans ed il caravan di Johnny furono appunto Clancy con un suo amico, Martin Talty. Si erano già incontrati qualche anno prima a Miltodown Malbay, dove Johnny suonava all’interno di un negozio, visto il tempo dannatamente inclemente. Assieme decisero di andare a suonare alle corse di cavalli a Kilkee e Kilrush, e pare che mentre Doran suonava Clancy danzasse mentre Talty passava tra la gente a raccogliere monete. Forse è leggenda pura, forse no; molti dei ricordi della vita di Doran sono stati riportati dalle figlie Eileen e Nan, e sapete come vanno le cose ….. No, mi piace immaginare la scena di Doran e Clancy, è certamente vera.

Come in molti altri casi di musicisti di inizio Novecento che ci hanno lasciato sparute registrazioni (qualcuno addirittura nessuna) per i più svariati motivi (morte improvvisa, carcerazioni, distruzione dei 78 giri, incendi degli archivi), anche Johnny Doran ci ha lasciato come dicevo in apertura davvero poco. Fortunatamente John Kelly, violinista amico di famiglia ebbe la brillante idea di contattare Kevin Danaher dell’Irish Folklore Commitee che gli organizzò una seduta di registrazione su dischi di acetato nel novembre del ’47: così racconta Kevin Danaher a John McSherry(2): “era il tardo pomeriggio di un sabato, all’Earlsfort Terrace del’University College, a Dublino, avevamo a diposizione due o tre stanze per le registrazioni. Doran arrivò con una sacca sotto il braccio, dopo i convenevoli di rito si mise ad accordare lo strumento e iniziò a suonare.”Registrò in tutto 19 brani in 9 sets, tre dei quali ripetuti, quindi ne risultarono 9 dischi di acetato”, ricorda John Kelly che si unì a Doran per il set Tarbolton/The Fermoy Lasses. “Venne pagato con una sterlina che ai quei tempi era una discreta somma. Alla fine Johnny Doran promise di ritornare per un’altra session di registrazione”.

Questo preziosissimo materiale non venne mai pubblicato fino a quando il Comhairle Bhéaloideas Éireann immise sul mercato una audiocassetta(4), “The Bunch of Keys: the Complete Recordings of Johnny Doran”, successivamente pubblicata in CD come primo volume della serie “The Masters Piper”.

In una sola session Johnny Doran diede uno scossone, un forte segno di rinnovamento alla tradizione musicale irlandese mostrando tutta le potenzialità espressive e tecniche delle uilleann pipes.

Questi i 9 sets registrati:

  1. Coppers and Brass/The Rambling Pitchfork/The Steampacket (Jigs/Reel)
    2. The Bunch of Keys/Rakish Paddy/The Bunch of Keys (Reels)
    3. Tarbolton/The Fermoy Lasses (Reels) (With John Kelly)
    4. An Chúileann (Air)
    5. Sliabh na mBan (Air)
    6. Colonel Fraser/My Love Is In America/Rakish Paddy (Reels)
    7. The Sweep’s/The Harvest Home/The High Level/The Harvest Home (Hornpipes)
    8. The Job of Journeywork (Set Dance)
    9. The Blackbird (Set Dance)
    10.The Sweep’s/The Harvest Home/The High Level/The Harvest Home (Hornpipes)

Gli piacque molto registrare la sua musica e probabilmente anche riascoltarla per la prima volta, tant’è che venne programmata un’altra seduta, ma il destino lo colpì quel tragico 30 gennaio del 1948 rendendolo infermo per sempre.

FONTI BIBLIOGRAFICHE:

(1)Fegan , Tommy & O’Connell, Oliver. Irish Traveller and Irish Traditional Music. MPO Productions, 2011,

(2)Harper, Colin. & McSherry, John. The Wheels of the World. 300 Years of Irish Uilleann Pipes. Jawbone Press, 2015.

(3)Vallely, Fintan. Companion to Irish Traditional Music. Seconda Edizione. Cork University Press, 2011.

FONTI AUDIO:

(4)Doran, Johnny. The Bunch of Keys: The Complete Recordings. Audiocassetta, Irish Folklore Commitee, 1988.

 

 

SUONI RIEMERSI: ANNA RYNEFORS & ERIK ASK-UPMARK

SUONI RIEMERSI: ANNA RYNEFORS & ERIK ASK-UPMARK

SUONI RIEMERSI: ANNA RYNEFORS & ERIK ASK-UPMARK

“Dråm”

NORDICTRADITION CD, 2005

di Alessandro Nobis

Lena Willemark (bellissimi alcuni suoi lavori per l’ECM), l’ensemble Plommon, il Trio Medieval (anche qui ottimi i lavori per l’etichetta di Manfred Eicher) e Josefina Paulson (del suo lavoro con Stefano del Vecchio ne avevo parlato tempo fa: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/01/ciumafina-pastrocchio/). La mia conoscenza della tradizione musicale svedese si fermava qui fino allo scorso novembre; poi al William Kennedy Piping Festival di Armagh, nell’Ulster, ecco salire sul palco questo straordinario duo formato da Anna Rynefors (Nyckelharpa, cornamusa svedese, ribeca e voce) e da Erik Ask Upmark (arpa, cornamuse svedese e medioevali) che in una mezzora hanno esplorato il repertorio di temi a danza della musica popolare della Svezia. dramNon c’era l’arpa naturalmente – il festival come forse oramai sapete è dedicato alle cornamuse – ma il set pur breve ha evidenziato tutta la preparazione e la coesione del duo tanto da invogliarmi all’acquisto di questo “Dråm” che pur essendo stato pubblicato nel 2005 era per me una novità assoluta. Musica dal grande fascino, delicata, soavissima che ci immerge nello scrigno della tradizione scandinava con un repertorio comune a tutte le musiche popolari quantomeno europeo; arie per danzare, melodie di canti popolari, antichità e contemporaneità in una tradizione che vivaddio grazie a musicisti come questi è giunta fino ai nostri giorni. Polche (l’iniziale “Kringellek” oppure “Sporren”), marce eseguite in occasione di matrimoni (”Brudmarsch”), melodie pastorali (“Valltrall”), arie per violino e Polonaise (“Fransosen”), improvvisazione per arpa presentati con arrangiamenti di grande gusto. Ascoltate questa musica perché vi si aprirà un mondo straordinariamente ricco e per molti – compreso chi scrive – sorprendentemente affascinante.

WWW.NORDICTRADITION.COM

 

 

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

Autoproduzione. CD, 2018

di Alessandro Nobis

the-rough-bounds-cover-imageNell’albero genealogico del folk revival scozzese alle cui radici ci sono tra gli altri la Battlefield Band di Alan Reid e Brian McNeill troviamo nelle ramificazioni più recenti questo quintetto originario della costa occidentale scozzese, tra Lochaber e la bellissima isola di Skye, area chimata appunto “The Rough Bounds”: sono i Dàimh, che ho avuto la fortuna di vedere in azione all’ultima edizione del William Kennedy Piping Festival di Armagh, nel’Ulster, al quale sono stati certamente invitati per la presenza nella line-up di Angus MacKenzie eccellente suonatore della Highland Pipes e della più piccola Border Pipes. Ecco quindi come sono arrivato ad avere nelle mani il loro settimo album, questo ottimo “The Rough Bounds” che dallo scorso novembre è spesso stato ospite del mio lettore CD. Niente di nuovo sotto il sole direbbe qualcuno, “solamente” aggiungo io musica scozzese di un livello raro a sentirsi, sia per la equilibrata combinazione di brani tradizionali con quelli di nuova composizione e soprattutto per la sintesi direi perfetta tra repertorio, suoni strumentali a la voce della bravissima cantante Ellen MacDonald considerata come una delle più significative esponenti del canto gaelico scozzese; aggiungo la bravura dei componenti, Gabe McVarish ed Alisdair White al violino, Murdo Cameron alla fisarmonica e Ross Martin alla chitarra, motore ritmico della band.

Assolutamente da visitare il loro sito per scoprire la loro discografia come altrettanto immagino gusterete il set di reels (uno popolare gli altri due di Donald MacLeod), le ballate “Òran Bhàgh a’ Chàise” introdotta dall’accordeon e da un delicato arpeggio di chitarra e “A Nìghneag a Ghràidh”, suonata dal vivo ad Armagh. Si parla di bevute in compagnia, di caccia, di cuori spezzati e di abbandono forzato della propria terra che non verrà mai più rivista: temi universali patrimonio di tutte le tradizioni di questo nostro mondo e che investono anche la contemporaneità.

Gruppo da seguire, i loro lavori sono disponibili sul web, cercateli e ne sarete entusiasti. A meno che prima o dopo arrivino in Italia per qualche concerto…….speriamo.