SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SOUNDS RESURRECTED: NANCY BLAKE  “Grand Junction”

Rounder Records. LP, 1985

di alessandro nobis, kindly translated by Jay Beale

” Grand Junction ” is the only solo album by Nancy “Short” Blake, multi-instrumentalist and composer from Missouri whose artistic and sentimental life took a turn when, in 1972, she opened a Norman Blake concert with her ensemble “Natchez Trace” who had recently embarked on a solo career. Her first instrument was the cello but later she became an excellent mandolinist, violinist, guitarist, accordionist and finally a singer, one of the members of that “Rising Fawn String Ensemble” that has for year delighted the finest palates of the “American “; In fact, the violinist James Bryan (of RFSE) and the banjoist Tom Jackson collaborate in this work, in addition to her husband Norman.

Apart from the song that opens the disc, ” Florida’s Rag ” by the great John Hartford (Nancy on mandolin, Norman on guitar) and ” The Crysanthemum ” by Scott Joplin, you can listen to all original songs obviously respectful of tradition that few as the musicians involved know so thoroughly. Of course the understanding between Blake (s) is perfect, ” In Russia “, The Crysanthemun “(by Joplin) and” Lima Road Jig “are there to confirm it but the arrangements of the pieces in quartet are also truly splendid, such as” Walk along ”and“ Three Ponies ”. Nancy Blake is, as mentioned, a very talented instrumentalist who can also record multiple tracks to record a song (“Year of the Locust ”where he records two tracks with the mandolin and one with the guitar) and at the same time offer a“ solo ”piece for five-string violin as“ Mahnuknuk ”inspired by the homonymous god of banality Eskimo.

I do not think there is a CD version of this unfortunately unique work by Nancy Blake, certainly remains the purity of her music and the passion that transpires from it.

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE “Grand Junction”

SUONI RIEMERSI: NANCY BLAKE  “Grand Junction”

Rounder Records. LP, 1985

di alessandro nobis

Grand Junction” è l’unico disco solista di Nancy “Short” Blake, polistrumentista e compositrice del Missouri la cui vita artistica e sentimentale ebbe una svolta quando, nel 1972, aprì con il suo ensemble “Natchez Trace” un concerto di Norman Blake che da poco aveva intrapreso una carriera solista. Il suo primo strumento fu il violoncello ma in seguito è diventata un’ottima mandolinista, violinista, chitarrista, fisarmonicista e infine cantante, una dei membri di quel “Rising Fawn String Ensemble” che ha per anno deliziato i più fini palati del genere “americana”; a questo lavoro collaborano infatti alternandosi, oltre al marito Norman, il violinista James Bryan (del RFSE) ed il banjoista Tom Jackson.

A parte il brano che apre il disco, “Florida’s Rag” del grande John Hartford (Nancy al mandolino, Norman alla chitarra) e “The Crysanthemum” di Scott Joplin si ascoltano tutti brani originali ovviamente rispettosi della tradizione che pochi come i musicisti coinvolti conoscono in modo così approfondito. Naturalmente l’intesa tra i Blake(s) è perfetta, “In Russia”, The Crysanthemun” (di Joplin) e “Lima Road Jig” sono lì a confermarlo ma davvero splendidi sono anche gli arrangiamenti dei brani in quartetto come ad esempio “Walk along” e “Three Ponies”. Nancy Blake è come detto strumentista talentuosissima in grado anche di registrare più tracce per registrare un brano (“Year of the Locust” dove registra due tracce con il mandolino ed una con la chitarra) e contemporaneamente offrire un brano in “solo” per violino a cinque corde come “Mahnuknuk” ispirato dall’omonimo dio della banalità Eskimo.

Non credo esista una versione CD di questo purtroppo unico lavoro di Nancy Blake, di certo resta la purezza della sua musica e la passione che da essa traspira.

SUONI RIEMERSI: ATRIUM MUSICAE DE MADRID “Musique Arabo – Andalouse”

SUONI RIEMERSI: ATRIUM MUSICAE DE MADRID “Musique Arabo – Andalouse”

SUONI RIEMERSI: ATRIUM MUSICAE DE MADRID “Musique Arabo – Andalouse”

Harmonia Mundi. LP, CD, 1977

di alessandro nobis

Si parla e si scrive spesso di “dischi seminali” e non spetta certo a me dire se a proposito o a sproposito; certo è che questo lavoro di Gregorio Paniagua e del da lui diretto e fondato Atrium Musicae de Madrid rientra nella categoria a pieno diritto. Fino al ’77, anno della sua pubblicazione, della musica arabo-andalusa, della sua storia, del suo repertorio e dei suoi suoni ben poco o nulla si conosceva dalle nostre parti. Ebbene, la pubblicazione di questo straordinario ellepì per la prestigiosissima Harmonia Mundi rimane a tutt’oggi una pietra miliare, un seme piantato nei musicofili più curiosi per i quali si è aperto un mondo culturale ricchissimo e non è un caso se nei decenni è stato ristampato numerose volte come compact disc. Si tratta di frammenti delle undici “nube” andaluse arrivate fino a noi – molte altre sono andate perse nei passaggi generazionali orali – conservatesi nel nordafrica occidentale (El Maghrib) da quando dopo il lungo assedio di Granada il 2 gennaio del 1492 il califfato fu costretto a “riparare” dalla Spagna Islamica (Al-Andalus) in quello che oggi è il Marocco. Non ci sono “nube” complete qui, e nemmeno le loro esecuzioni orchestrali: sono esecuzioni davvero minimali, più adatte ad ambienti chiusi e raccolti, al cospetto di un pubblico ridotto, familiare, attento alla musica piuttosto che al contorno.

Come sottolineavo in apertura, questo lavoro deve anche essere considerato un compendio, un’introduzione alla musica arabo-andalusa vista la varietà dei repertori e soprattutto la ricchezza timbrica per la quale va assolutamente sottolineato l’enorme lavoro di ricerca sia tra gli strumenti tradizionali tuttora utilizzati (il rabab, i tamburi a cornice ad esempio) sia tra quelli illustrati nelle splendide miniature delle Cantigas de Santa Maria raccolte nel XIII secolo dal Re Alfonso X “El Sabio” che mostrano armi, strumenti ed abbigliamento di quelle parte di Medioevo. Basta leggere gli strumenti suonati dall’ensemble: kamanjeh, rabab, ‘ud, cetra, zamar, qitar(Gregorio Paniagua), rabab, nay, darabukka, surnay, hella, daff, qanun, tarrija, arghul, mizmar, tar, nuqqeyrat(Eduardo Paniagua), jalali, tar, qanun, nay, santur, tarrenas, cliquettes, qaraqeb, jank, zil, gsbab(Christina Ubeda), rabab, al-urgana, tar, qanun (Pablo Cano), tae jalalil, sinj, bandayr, al-buzuq, castagnettes, qanun, ghaita, bordun (Beatriz Amo), tambur, darabukka, ‘ud, zil, rabab, (Luis Paniagua), rabab, darabukka, tarrija, tar, nay, santur, peihne en bois (Carlos Paniagua), ben  descritti nel libretto che accompagna l’ellepì (ma non il CD)

Come detto, disco fondamentale considerato che ha ispirato numerosi ensemble nei decenni successivi ad affrontare repertori e suoni, il prologo all’enorme e prezioso lavoro che Paniagua (Edoardo) sta facendo con la sua etichetta Pneuma.

SUONI RIEMERSI: SEAN NUA “The Open Door”

SUONI RIEMERSI: SEAN NUA “The Open Door”

SUONI RIEMERSI: SEAN NUA “The Open Door”

Shanachie Records. CD, 1993

di alessandro nobis

Mi risulta che questo “The Open Door” sia l’unica incisione di questo quartetto irlandese dalla formazione piuttosto atipica visto che comprende due pipers (Joe McHugh e Joe McKenna) accanto all’arpista e vocalist Antoinette McKenna ed al flautista e clarinettista Gerry O’Donnell. Non pensate che la varietà timbrica sia limitata perché i due pipers sono ottimi polistrumentisti ed un notevole contributo lo danno anche il percussionista Mario N’Goma ed il chitarrista Jo Partridge; la musica ha arrangiamenti interessanti ricchi di sfumature sonore, i brani sono tradizionali come si conviene a parte quattro titoli composti dall’arpista e da Joe McKenna come il set “Rapids / Jig of Stops” introdotto dall’arpa e dall’arpeggio di chitarra ai quali per la seconda parte del set si aggrega la brillante cornamusa di McKenna.

Le due uilleann pipes duettano meravigliosamente nel set “Innisheer / The Foggy Dew / Drops of Brandy / The Blasksmith Reel” e nella suite iniziale (“Happy To Meet, Sorry To Part / Cliffs Of Moher / Eaves Dropper”), “Tá Mé ‘Mo Shui” è una ballata tradizionale sull’amore e sul tradimento con la evocativa voce di Antoinette McKenna su di un leggero tappeto elettronico e con un importante ruolo del clarinetto e dell’accordeon, “Clara’s Vale” (un villaggio nella Contea di Wicklow) è una slow air suonata dall’arpa e dal preciso flauto di McKenna con le pipes di McHugh che accompagnano la melodia.

Un progetto, questo dell’ensemble Sean Nua, tra i più interessanti emersi dal panorama irlandese negli anni Novanta ma che ha purtroppo avuto una breve vita; un vero peccato perché i presupposti messi in evidenzia in questo loro unico disco c’erano tutti per imporsi nel frammentato e ricco scrigno della musica tradizionale. E, forse, l’aver pubblicato il disco oltreoceano per la seppur prestigiosa Shanachie  Records ha limitato la sua diffusione in Europa. Ma questa, ripeto, è solo una mia ipotesi.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “Home in Sulphur Springs”

NORMAN BLAKE  “Home in Sulphur Springs”

Rounder Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Classe 1938, nativo del Tennessee ma subito trasferitosi con la famiglia a Sulphur Springs in Georgia, Norman Blake è cresciuto molto vicino alla linea ferroviaria che molto più tardi descrisse in seguito così bene nelle sue ballate, visto che l’occupazione principale della popolazione residente in quell’area era appunto lo svolgimento di mansioni di ogni tipo per la compagnia che gestiva la ferrovia. Legato fortemente alla tradizione musicale ma con una sempre fervida vena compositiva, Blake è considerato anche dagli esperti, ed anche da me in quarta battuta, uno straordinario poli strumentista che ha saputo far sua la lezione dei Maestri come Doc Watson, indissolubilmente legato alla più pura delle tradizioni musicali e tra i fondatori del genere chiamato da molti “americana”.

Registrato il 30 dicembre del ’71 e pubblicato l’anno successivo dall’allora attivissima Rounder Records, “Home in Sulphur Springs” è lo splendido disco d’esordio di Blake che si fa accompagnare dall’amico dobroista Tut Taylor che a sua volta lo aveva ospitato nel suo “Friar Tut” registrato il giorno prima (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/05/21/tut-taylor-·-norman-blake-·-sam-bush-·-daniel-taylor-friar-tut/). “Bully of the Town” che apre il disco è stata ispirata alle “fiddle tunes” ed eseguita impeccabilmente dalla chitarra, un autentico biglietto da visita per Blake e per la sua seguente carriera artistica assieme alla seguente “Randal Collins”, ballad composta in quel di Chicago pensando alla sua Sulphur Springs alla quale dedica anche la toccante “Down Home Summertime Blues” alla slide; il dobro di Tut Tayor emerge in tutta la sua liricità in “When the Fields are White with Daises”, ballad scritta da Blake che ha completato un breve tema tradizionale seguita un arrangiamento di un’altra fiddle tunes, “Clattle in the Cane” per sola chitarra. Chiude questo magnifico esordio “Bringing in the Georgia Mail”, scritta da Bill Monroe, nientedimeno.

Disco splendido, grande autore ed immenso chitarrista, un lavoro che mi affascinato si dal primo ascolto.

E infinite grazie alla Nitty Gritty Dirt Band che con “Will the Circle be Umbroken” mi ha spalancato il portone al folklore americano ed ai suoi autori. Come, appunto, Norman Blake, che in quel triplo testo sacro giocava un importante ruolo.

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

LA CANTIGA DE LA SERENA “La Mar”

Dodicilune / Fonosfere Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Del secondo lavoro (“La Fortuna”) di questa trilogia dedicata al mare ne avevo parlato un paio anni or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/06/04/la-cantiga-de-la-serena-la-fortuna/), e questo terzo capitolo conferma la bontà del progetto, l’abilità nello scegliere il repertorio ed infine il gusto nelle scelte timbriche. Basterebbe questo per definire “La Mar” ma invece val la pena di soffermarsi almeno su qualche brano che il quintetto pugliese ha inserito nel progetto dove la tradizione, la musica antica e la fusione delle culture mediterranee trovano un brillante equilibrio: il brillante “Tres Hermanicas” ad esempio, tradizionale sefardita eseguito dalla sola voce con l’accompagnamento delle mani che ad un certo punto si trasforma in qualcosa d’altro, quasi una giga irlandese (la parte di flauto traverso ricorda il celebre “Kesh Jig”) e che ritorna con il testo cantato accompagnato da percussioni, plettri e flauto, la bella lettura di “Mandad’ei comigo” un brano proveniente dalla importantissima raccolta medioevale “Cantigas de Amigo” di Martim Codax che risale al XIII secolo cantato in lingua gallega ed accompagnato dalla chitarra battente o ancora “Tre Donne Belle”, villanella scritta dal pugliese Giovan Leonardo Primavera (Barletta 1540 – Napoli 1585), un importante compositore che frequentò la corte del principe di Venosa, il madrigalista Don Gesualdo da Venosa.

Da ultimo voglio citare la tarantella di Sannicandro “DiavulëDiavulë” ed i ritmi dei vicini balcani delle horo macedoni e del syrto greco – grecanico; ma tutto il lavoro, come il precedente, si ascolta con grande piacere ed è un invito a scoprire ritmi e parole del passato lontano spesso dimenticato; un plauso quindi a Fabrizio Piepoli (voce, chitarra battente e percussioni), Giorgia Santoro (flauto, ottavino, flauto basso, flauto contrabbasso, bansuri, tin whistle, arpa celtica, banjo indiano, percussioni), Adolfo La Volpe (oud, chitarra classica, bouzouki irlandese, chitarra portoghese) Francesco D’Orazio (violino) e Roberto Chiga (tamburi a cornice) ma anche alla Dodicilune che oltre al corposo catalogo jazz nella sottoetichetta Fonosfere ha anche perle come questa.

http://www.dodiciluneshop.it

PADDY KEENAN & PADDY GLACKIN “Doublin’”

PADDY KEENAN & PADDY GLACKIN “Doublin’”

PADDY KEENAN & PADDY GLACKIN  “Doublin’”

Tara Records. LP, 1979

di alessandro nobis

Uilleann pipes e violino sono una delle accoppiate più interessanti della musica tradizionale irlandese e questo “Doublin’” registrato nel ’78 e pubblicato l’anno seguente dalla Tara Records è una delle pietre miliari per quanto riguarda i due strumenti: se poi a suonare le Uilleann pipes è Paddy Keenan ed il violino è Paddy Glackin accompagnati qua e là da Donal Lunny al bozouky e Noel Kenny alla concertina capite subito il livello della proposta contenuta in questo ellepì. Entrambi dublinesi, figlio del traveller piper John Keenan il primo e del violinista Tom Glackin il secondo, pubblicano questo ellepì che sancisce la loro amicizia e l’enorme intesa ed il grande gusto nel suonare assieme se è vero, come è vero, che capita loro ancora di salire sul palco come nell’edizione del 2018 del William Kennedy Piping Festival di Armagh dove infiammarono il pubblico a quarant’anni dalla pubblicazione di “Doublin’” al quale ebbi la fortuna di assistere.

Il jig dedicato a Garrett Barry, la slow air “Roisin Dubh”eseguita in solo da Keenan, il reel in omaggio a Johnny Doran (anche lui un travelling piper) “The Bunch of Keys” e “Castlekelly Reel” eseguito dal violino, concertina e bozouky sono quattro delle preziose gemme contenute in questo straordinario ellepì.

Scrivono sul retro della copertina i due musicisti: “In questo disco eseguiamo brani che abbiamo suonato assieme per anni nelle sessions; alcuni vengono dal repertorio delle nostre famiglie, altri li abbiamo imparati da altri musicisti nel nostro girovagare per l’Irlanda. Quello che abbiamo cercato di fare è di rappresentare la spontaneità e la forza della musica così come viene creata, imperfezioni comprese”.

E’ il profondo fascino della musica popolare, semplicemente. Più chiaro di così ……

IL DIAPASON INCONTRA CORRADO CORRADI di “PASSEGGERI”

IL DIAPASON INCONTRA CORRADO CORRADI di “PASSEGGERI”

IL DIAPASON INCONTRA CORRADO CORRADI di “PASSEGGERI”

di alessandro nobis

Pensavo che i percorsi artistici tra Calicanto e Archedora si fossero definitivamente separati oltre venti anni ori sono, ed alla notizia che Roberto Tombesi, Rachele Colombo e Corrado Corradi stessero invece preparando qualcosa di nuovo unendo i loro talenti mi ha piacevolmente sorpreso non poco; il loro nuovo progetto, “Passeggeri”, è una realtà cresciuta e concretizzata durante la lunga chiusura forzata che ben conosciamo, ed esordirà domenica 20 giugno nell’ambito del bel festival itinerante “Festival delle Basse – Territorio, Cultura, Immaginazione” presso Villa Baldisserotto di Urbana, nel padovano con inizio alle 17 (prenotazione sul sito https://www.festivaldellebasse.it). Vista l’eccezionalità dell’evento, ho ritenuto opportuno incontrare “a distanza” – in attesa di assistere al loro esordio – Corrado Corradi, uno dei tre componenti del gruppo per conoscere meglio il nuovo progetto che sembra andare parecchio oltre la riproposta del repertorio tradizionale di area veneta.

– Come nasce “Passeggeri”? Qual è stata la scintilla iniziale, l’idea che vi sta alla base?

Sintetizzando molto, tutto parte dalla lettura di vecchie lettere della mia famiglia scritte dal bisnonno Marco Piazza, attore, durante l’incredibile tournée teatrale che la grande attrice Adelaide Ristori fece nel 1874 viaggiando per mare, con le navi a vapore di allora. La Compagnia Drammatica Italiana circumnavigò l’intera superficie terrestre in poco più di venti mesi, recitando nei più grandi teatri del mondo. L’impresa, nel tempo, divenne parte della storica biografia di questa attrice nata a Cividale Del Friuli. 

Aldilà dei trionfi descritti, rimango suggestionato dal personaggio Marco, dall’indole e l’energia di Adelaide, quasi a comprenderne i pensieri e le aspirazioni. Chiedo a Rachele e Roberto di leggere le lettere e succede quello che non ti aspetti: insieme sentiamo la forte sintonia con questi artisti, capiamo la loro febbre, ci identifichiamo nelle loro visioni. E’ l’inizio. Ci ritroviamo, idealmente, sul ponte di una nave mentre ognuno racconta, a proprio modo, il suo “viaggio” che diventerà il “taccuino musicale di un viaggio straordinario”. 

– I Calicanto hanno da sempre avuto come scopo lo studio e la riproposizione della cultura popolare veneta o comunque dell’alto Adriatico, Archedora puntava invece sulla musica di nuova composizione. “Passeggeri” mutua le due realtà o è ancora qualcosa di diverso?

Noi tre abbiamo in comune l’esperienza ed attività in Calicanto. Se penso al progetto artistico successivo mio e di Rachele (Archedora Veneto Musica), dico semplicemente che, nel 2008, non si è esaurito ma solo interrotto. Sono trascorsi troppi anni, i tempi sono cambiati, noi siamo cambiati. La realtà è diversa, diverse le esperienze artistiche e personali dei singoli. Il concerto che proponiamo rappresenta oggi una sorta di “terza via”, una naturale rappresentazione del presente che avverto più spirituale, in qualche modo più intimo. A partire dal titolo “Passeggeri”, il trovarsi sul ponte di una nave, affrontare le incognite di una traversata, sfidare gli immensi oceani sottintendono una metafora contemporanea: una riflessione su quello che è la nostra vita oggi. Il vero protagonista del racconto musicale è “il viaggio” alias la nostra esistenza. La scommessa consiste nel riuscire a trasmettere, comunicare tutto questo. 

– Come nascono i brani di “Passeggeri”?

Inizialmente ero orientato ad un unicum musicale accompagnato da un libretto, come avviene in un’opera. I saggi consigli di Rachele e Roberto hanno portato a delle scelte più pratiche, pragmatiche. Abbiamo individuato gli argomenti che ci sembravano più significativi e più vicini al comune “sentiment”. Su queste basi ci siamo così concentrati su temi specifici. Nonostante il vasto repertorio dei singoli, la maggior parte dei brani, alla fine, sono risultati di nuova composizione. 

– Quali tematiche affrontate nei testi?

Il concerto dura circa 70 minuti ed è suddiviso in sei sezioni (suite). I temi affrontati si possono titolare come: “partenze”, “il viaggio”, “il vapore”, ”emigrazione”, “la festa”, “il ritorno”. In ogni parte l’emozione, la poesia, l’immedesimazione sono a corollario di quanto scritto in una lettera o di quanto vissuto dal bisnonno artista che, come cita la prefazione del libro, “ è lieto di gironzolare per il mondo…. nel secolare istinto di andare sempre altrove… una smania, un anelo, una necessità… ”. I testi, ora in italiano, ora in dialetto, sottolineano alcuni momenti: la frenesia di una partenza, una riflessione sulla forza della natura, la nostalgia di una lontananza, la rabbia verso la propria ingrata Italia. Tutto ciò che le lettere descrivono viene espresso con una sorta di leggerezza, di semplicità che abbiamo cercato di riprodurre poeticamente nei testi e nel mood del concerto superando il rigore di un’ oculata costruzione delle partiture musicali. 

– La lingua veneta è spesso – quasi sempre – banalizzata con luoghi comuni ma invece rappresenta storicamente una parte consistente nella storia della linguistica italiana …… perché secondo voi è così importante scrivere testi in lingua veneta?

Non avverto più i pregiudizi di un tempo, piuttosto sento molto quanto l’uso del dialetto possa valorizzare un territorio, avere una credibilità al pari di altre lingue, senza lotte da sostenere o bandiere da sventolare. I testi in dialetto rappresentano il posto dove viviamo. Oggi certi concetti sono superati, il concerto e le nostre intenzioni ne vogliono essere una prova: testi in italiano, in provenzale, in dialetto, composizioni provenienti dalla Spagna, dal Sudamerica,… Il tutto in funzione del racconto. 

– Quali sono le timbriche che avete scelto?

Gli strumenti che suoniamo sono prettamente acustici (bandonina, organetto, chitarra, mandola, percussioni). Le scelte stimolanti sono state il far dialogare i due mantici, trovare un calibrato mix tra l’acustico e le basi campionate, il rapporto tra chitarra e mandola e, nel canto, la ricerca e l’utilizzo del suono della parola. 

– Avete in programma anche brani esclusivamente strumentali?

Sì. La logica del racconto, l’ispirazione, il descrivere un’emozione, ti portano naturalmente ad esprimerti con la musica e non solo con le parole. Anche in questo caso pensiamo ci sia una equilibrata miscela tra brani cantati e strumentali. 

– C’è in vista qualche progetto discografico?

La necessità del presente è quello di fare più concerti possibili e capire quanto fluida sia la parte musicale, se le suite singole sono pertinenti, se le composizioni sono funzionali a ciò che vogliamo rappresentare. A mio parere, un eventuale progetto discografico dovrebbe viaggiare con al fianco la sua parte letteraria ispiratrice. Trovare una produzione “illuminata” e non solo commerciale è un problema non da poco.

L’appuntamento come detto in apertura è quindi per domenica 20 giugno presso Villa Baldisserotto di Urbana, nel padovano con inizio alle 17 (prenotazione sul sito https://www.festivaldellebasse.it).

JASON ROUSE “Fieldish Recordings”

JASON ROUSE “Fieldish Recordings”

JASON ROUSE “Fieldish Recordings”

Autoproduzione. CD, 2021

di alessandro nobis

Gallese d’adozione ma originario dell’Irlanda Settentrionale, Jason Rouse è uno dei più promettenti piper, uilleann piper, ed è già internazionalmente conosciuto per il suo stile così legato alla sua terra di origine. Il titolo di questo suo “Fieldish Recordings”, la sua opera prima, spiega benissimo lo spirito di queste registrazioni monoaurali effettuate in quel di Cardiff pochi mesi or sono con un registratore a cassette portatile AIWA, ovvero quello di riportare in auge il suono piuttosto distorto e disturbato delle registrazioni sul campo che qualche decennio fa si effettuavano negli angoli più e meno nascosti d’Irlanda, e non solo d’Irlanda; era un modo economico di fare della ricerca etnomusicologica sul campo visto che pochi si potevano permettere i costosissimi registratori a nastri svizzeri Nagra, ma questa scelta davvero inusuale di Rouse può a mio avviso prestarsi ad un’altra lettura, ovvero di attirare l’attenzione dei musicisti più giovani a non badare tanto alla qualità del suono ma piuttosto a quella esecutiva ed a riscoprire le preziose audiocassette di pipers conosciuti o meno prodotte negli anni sessanta e settanta. Detto questo, il repertorio rispecchia lo sterminato patrimonio della musica tradizionale irlandese dalla coppia di Jigs “The Lark in the Morning/The Atholl Highlanders” all’omaggio del grande Johnny Doran del set “The Job of Journeywork”, dai brani “raccolti” al Willie Clancy Summer School a Miltown Malbay come il jig “Wallop the spot” al reel “Miss McLeod” di un altro grande piper del passato, Patsy Touhey solo per citare quattro dei tredici brani presenti in questo brillante lavoro di Jason Rouse; immancabile, come si conviene, l’interpretazione di due brani associati alla maggior fonte di ispirazione di Rouse, ovvero Willie Clancy, “The Rocks of Bawn/Kitty Got a Clinking Coming”. Naturalmente Rouse è anche un ottimo tin whistler – come da copione – ed il set di polkas “Tarmo” abbinata a “Sweeney” lo evidenzia molto bene.

Lavoro interessante, un musicista di cui sentiremo parlare nei prossimi anni per il suo stile “perfettamente imperfetto”; mi chiedo se a questo punto Rouse pubblicherà questo suo “Fieldish Recordings” anche su audiocassetta e se proseguirà nel suo percorso ad utilizzare l”Aiwa” anziché più moderni mezzi di registrazione. Per me è indifferente, quel che conta è la bontà della musica e la sua interpretazione sincera e queste due caratteristiche qui abbondano.

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

Alpha Records. CD, 2011

di alessandro nobis

Scottish Tunes for Viola da Gamba & Baroque Guitar”, così recita il sottotitolo di questo brillante lavoro pubblicato all’etichetta Alpha nel 2011, è un viaggio nella Scozia del 17° secolo ai tempi di King James Istd’Inghilterra e VIthdi Scozia quando la Corte scozzese era un attivissimo centro culturale che attirava musicisti e scrittori dall’Europa Continentale, ed una delle occupazioni dei primi era la trascrizione delle ballate e arie delle danze popolari in voga al momento; alla metà del secolo venne tra l’altro pubblicato “The Good and Godlie Ballads”, che ottenne il beneplacito del Clero, della Nobiltà e dei Parlamentari. Jonathan Dunford (viola da gamba) e Rob MacKillop (chitarra barocca) hanno scelto come repertorio brani provenienti da volumi stampati soprattutto nel 17° secolo con un’esecuzione dal notevole impatto emotivo ed anche evocativo in grado di farci fare un lungo salto all’indietro nel tempo, e soprattutto chi si interessa alla musica tradizionale scozzese troverà qui le lontane origini temporali dei canti narrativi e dei temi a danza suonati ancora oggi.

I cinque brani – eseguiti in duo – che compongono la suite iniziale provengono dall’”Orpheus Caledonius” un corpus di canti raccolto da William Thomson(1695–1753), una fondamentale raccolta che riporta ben cinquanta testi abbinati alle melodie pubblicata nel 1725 alla quale ne seguì una seconda, con altri cinquanta. Altrettanto splendidi quelli per viola da gamba tratti dalla raccolta di John Leyden (il primo proprietario della raccolta stessa, trascritti nel 17° secolo ma la cui origine è antecedente di almeno un secolo) tra i quali segnalo “Sweet Willie”, “The Duke of Lorains March” e “Maggie I Must Love Thee” mentre suggestivi quelli per chitarra barocca a 5 cori tratti dalla raccolta “Princess Anne’s Guitar Book” che risale alla fine del 17° secolo, una delle poche raccolte riferibili sicuramente alla musica delle isole britanniche: fra questi splendide le tre “Scots Tunes”.

Non è frequente imbattersi in lavori dedicati alla musica barocca scozzese ed inoltre qui i livelli esecutivo e storiografico sono davvero importanti. Il tutto arricchito da esplicative note riportate nel libretto, in lingua inglese e francese.