DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

Autoproduzione. CD, 2018

di Alessandro Nobis

the-rough-bounds-cover-imageNell’albero genealogico del folk revival scozzese alle cui radici ci sono tra gli altri la Battlefield Band di Alan Reid e Brian McNeill troviamo nelle ramificazioni più recenti questo quintetto originario della costa occidentale scozzese, tra Lochaber e la bellissima isola di Skye, area chimata appunto “The Rough Bounds”: sono i Dàimh, che ho avuto la fortuna di vedere in azione all’ultima edizione del William Kennedy Piping Festival di Armagh, nel’Ulster, al quale sono stati certamente invitati per la presenza nella line-up di Angus MacKenzie eccellente suonatore della Highland Pipes e della più piccola Border Pipes. Ecco quindi come sono arrivato ad avere nelle mani il loro settimo album, questo ottimo “The Rough Bounds” che dallo scorso novembre è spesso stato ospite del mio lettore CD. Niente di nuovo sotto il sole direbbe qualcuno, “solamente” aggiungo io musica scozzese di un livello raro a sentirsi, sia per la equilibrata combinazione di brani tradizionali con quelli di nuova composizione e soprattutto per la sintesi direi perfetta tra repertorio, suoni strumentali a la voce della bravissima cantante Ellen MacDonald considerata come una delle più significative esponenti del canto gaelico scozzese; aggiungo la bravura dei componenti, Gabe McVarish ed Alisdair White al violino, Murdo Cameron alla fisarmonica e Ross Martin alla chitarra, motore ritmico della band.

Assolutamente da visitare il loro sito per scoprire la loro discografia come altrettanto immagino gusterete il set di reels (uno popolare gli altri due di Donald MacLeod), le ballate “Òran Bhàgh a’ Chàise” introdotta dall’accordeon e da un delicato arpeggio di chitarra e “A Nìghneag a Ghràidh”, suonata dal vivo ad Armagh. Si parla di bevute in compagnia, di caccia, di cuori spezzati e di abbandono forzato della propria terra che non verrà mai più rivista: temi universali patrimonio di tutte le tradizioni di questo nostro mondo e che investono anche la contemporaneità.

Gruppo da seguire, i loro lavori sono disponibili sul web, cercateli e ne sarete entusiasti. A meno che prima o dopo arrivino in Italia per qualche concerto…….speriamo.

 

 

 

Annunci

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

ROX RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

Ecco un lavoro che riconduce ai suoni antichi e moderni della tradizione popolare italiana, francese ed europea. Non ci sono qui balzi azzardati verso una tradizione futura, non ci sono qui scenari di musica popolare immaginari conditi da un’elettronica invasiva; ci sono tre bravissimi musicisti al servizio delle più profonde radici che nei secoli hanno dato origine a musiche contestualizzate al ballo che personalizzano un repertorio atavico grazie ad arrangiamenti oculati e ad idee e suoni di ospiti che con il loro apporto danno quel tocco in più a questo splendido lavoro. Il clarinetto basso di Simone Mauri, ad esempio, nella “Suite di Bourees” aperta dalla cornamusa di Coltri e nella seguente “Suite di Polke” o ancora nella rivisitazione della melodia greca “Thalassaki mou” e nel sorprendete arrangiamento con le voci di “Sparve Lille”, polka svedese, quel pizzico di tecnologia che rinnova la tradizione di “Branles d’Ossau” che ci combina inaspettatamente bene con il piffero e la cornamusa. Ancora voglio citare lo struggente canto urbano dei rifugiati di “Dans Les Abris de Paris” con la voce di Maria Antonazzo e le indovinate percussioni di Morelli che fa sua la protesta dei “San Papier” dedicando loro il brano omonimo e naturalmente le efficaci interpretazioni delle danze delle 4 Provincie come “Sestrina delle Ombre” che apre il disco o la suite di polke, danze sempre in bilico tra la cultura popolare italiana e francese, un territorio culturale che i musicisti del trio frequentano spesso.

Un disco “semplice” che ci riporta alla “normalità” della musica popolare alla quale ogni tanto fa bene – benissimo – ritornare. Plauso finale alla delicata e curatissima veste grafica.

infotrio@fastwebnet.it

www.roxrecords.it

 

 

 

 

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the WKPF” Volume 2.

WKPF RECORDS, 2CD. 2018

di Alessandro Nobis

Per celebrare la 25^ Edizione del William Kennedy Piping Festival che si tiene ad Armagh, nell’Ulster, intorno alla metà del mese di novembre, viene pubblicata dagli organizzatori questa preziosa antologia – è il secondo volume di una serie che raccoglie registrazioni che coprono un lungo periodo, dal 2003 al 2017. Chi avrò l’opportunità di ascoltare questo doppio CD – e mi riferisco in particolare a coloro i quali sono mai stati tra il pubblico del Festival, scoprirà l’incredibile polimorfismo che la cornamusa ha sviluppato nel secoli praticamente ovunque in Europa.

Qui potrete assaporare – tra le altre – le launeddas di Luigi Lai accanto alle uillean pipes “di casa” di Paddy Keenan, ospite con Paddy Glackin anche nell’edizione 2018, di Cillian Vallely e di Robbie Hannan, la gaita galiziana di Anxo Lorenzo, la Gaida bulgara di Ivan Georgiev e la Sackpipa svedese di Olle Gallmo e la Duda magiara di Balasz Istvanfi, le Northumberland Smallpipes di Andy May accanto alla cornamusa scozzese delle Highlands di Finlay McDonald.

Un vero tripudio della tradizione musicale legata a questo ancestrale strumento legato indissolubilmente alla cultura pastorale che ha trovato il modo, come dicevo, di sviluppare forme e suoni come nessun altro nella cultura europea e mediorientale. Una proposta questa, come lo era il primo volume, che testimonia l’appassionato lavoro e le straordinarie competenza e cura – oltre ad una massiccia dose di curiosità – nella scelta degli interpreti che da un quarto di secolo l’Armagh Pipers Club ha fatto diventare il WKPF un punto di incontro degli appassionati della cultura popolare.

La pubblicazione è supportata dall?arts Council e dall’Irish Traditional Music Archive, ed è acquistabile contattando il Club sul sito www.armaghpipers.com

Per il report dell’edizione 2018 vedi: in Lingua inglese: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/15/william-kennedy-piping-festival-2018-nov-15th-18th-2018-armagh-co-armagh-ireland/ed in lingua italiana https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/11/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-2018-15-18-novembre-armagh-co-armagh-irlanda-seconda-parte/e https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/04/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-15-18-nov-2018-armagh-co-armagh-irlanda-prima-parte/

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

PIERGABRIELE MANCUSO (a cura di)

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

SQU[ILIBRI], 2018 Collana “aEM”. 143 pagg. con 2CD allegato. € 22,00.

di Alessandro Nobis

18bdd04e288fc232234be2fb5ea8bf38_XLTra il 1954 ed il 1959 il ricercatore italo – israeliano Leo Levi (1912 – 1982) condusse una lunga e preziosissima campagna di raccolta etnografica ed etnomusicologica a Venezia, cercando di ricostruire attraverso tutto il materiale allora disponibile (audio ed orale) il ricchissimo repertorio della comunità ebraica della città di Venezia, dove – lo ricordo – nel 1516 fu istituito il primo ghetto ebraicoche, nato come luogo separazione e di emarginazione degli italkim divenne nel corso del 16° secolo, con l’arrivo delle comunità ashkenazita dall’Europa del Nord, sefardita dalla Spagna e Levantina dal Vicino Oriente, una sorta di crogiuolo unico di lingue, tradizioni anche musicali e culture diverse.

Questo è il secondo titolo pubblicato da Squi[libri] dedicato alle tradizioni ebraicheSQUILIBRI PIEMONTE italiane studiate da Leo Levi (il primo fu “Musiche della tradizione ebraica in Piemonte”) al quale è presumibile ed anche augurabile ne seguano altri; come è caratteristica della Collana si apre con saggi storici e musicologici stavolta di Annalisa Bini, Paolo Gnignati, Piergabriele Mancuso (che presenta una dettagliata bibliografia e descrive uno per uno i brani presenti nei due CD), Francesco Spagnolo e Walter Brunetto che descrive l’importantissimo lavoro che Leo Levi svolse in quel di Venezia nella sue varie fasi. Il tutto utilizzando un linguaggio scientifico ma allo stesso tempo divulgativo e quindi comprensibile dal pubblico più ampio, e questo è un grande pregio costante delle pubblicazioni curate da Squi[libri]; i due compact disc sono rispettivamente dedicati al Rito Sefardita (54 tracce) ed al Rito Ashkenazita (15 tracce), la qualità del suono è più che accettabile tanto che il lavoro di editing è stato minimale, ogni brano viene descritto utilizzando le note di Levi e, dove queste non erano presenti, sono state aggiunte.

Da ultimo segnalo un interessante apparato iconografico (su tutte le foto l’ultima, quella di Levi in compagnia di Carpitella) e naturalmente una dettagliata bibliografia.

http://www.squilibri.it

 

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

balen
Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metrica. Ha curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm). Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

UARAGNIAUN CD, 2018

di Alessandro Nobis

Cillacilla cillacilla lallalà / Vuelte lu passe e vuelta qua”. Spesso viene sottovalutata, anche da parte degli addetti ai lavori, l’importanza quantitativa e qualitativa del repertorio tradizionale dedicato al mondo dell’infanzia come i canti legati al mondo ludico, le filastrocche, i canti cumulativi ed enumerativi, gli scioglilingua. Il loro recupero non è facile, in molte zone è andato disperso e chi è fortunato di vivere in un’area dove questo è giunto fino a noi a dispetto della modernità grazie alla trasmissione orale ed al ricordo spesso lontano degli informatori può goderne studiandolo e fissandolo su “carta” e su “nastro”. C’è chi si occupa dell’aspetto più legato al gioco in senso stretto come fa l’Associazione Giochi Antichi” di Verona con il suo annuale festival Tocatì e c’è chi come Maria Moramarco – ricercatrice e straordinaria cantante ed interprete dell’ensemble della Murgia barese Uaragniaun – che con questo “suo” Cillacilla fissa in modo splendido e definitivo su carta e CD un mondo che non esiste praticamente più ma che fino a qualche lustro fa era così importante per la socializzazione non solo dei giovanissimi.

Maria-Moramarco-presenta-Cillacilla-al-Museo-Civico.jpgLo fa non pubblicando registrazioni sul campo come gli etnografi ed etnomusicologi hanno fatto (fortunatamente) nel passato ma facendo uscire dall’oblio questo repertorio portandolo prepotentemente nel terzo millennio con arrangiamenti – ed interpretazioni – e suoni curatissimi e decisamente convincenti. Maria Moramarco ha chiamato a raccolta gli Uaragniaun ed un nugolo di bravissimi strumentisti tra i quali vogli citare Michele Bolognese (ai plettri), Alessandro Pipino (organetto diatonico) e Adolfo La Volpe (oud) che hanno giocato un ruolo essenziale nella “trasformazione” di questo repertorio: del resto la cura che la Moramarco, con Luigi Bolognese e Sivio Teot hanno da sempre messo nei lavori “di gruppo” è ben nota agli appassionati di cultura tradizionale e di quelle musicale nello specifico, e quindi questo è un documento, un disco importante nella sua concezione e nella sua realizzazione che potrà senz’altro essere apprezzato anche dai “non parlanti” il difficile dialetto della Murgia grazie al prezioso ed accurato libretto allegato.

Disco realizzato in collaborazione con la Regione Puglia, Pugliasounds e Megasound. Da veneto provo solo invidia. Moderata, ma invidia.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

AUTOPRODUZIONE. CD 2017

di Alessandro Nobis

Si pone spesso il problema di come utilizzare i preziosissimi materiali d’archivio della cultura popolare, siano essi in relazione o meno con la tradizione musicale per riuscire nella preziosa missione di farli conoscere al pubblico interessato: trascrivere i testi e le musiche per pubblicarli, stamparne copie anastatiche, studiarli, rivederli, arrangiarli e suonarli in modo vengano apprezzati da un ancora maggiore fetta di pubblico? Alla Biblioteca Centrale di Belfast ad esempio si trova tra gli altri il poderoso archivio raccolto dallo storico ed antiquario, oltre che avvocato, Francis J.Bigger (1826 – 1927) riguardante in gran parte le folk songs e la musica tradizionale irlandese; ecco che quindi nasce l’idea di collaborazione tra il pianista e songwriter di Belfast Duke Special ed il prestigioso trio Ulaid formato da Dònal O’Connor (violino), il piper e flautista John McSherry – tra l’altro bellissimo il suo Seven Suns – (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/09/john-mcsherry-seven-suns/) ed il chitarrista Seán Og Graham. Ne nasce un meraviglioso ritratto dedicato alla storia di Belfast narrato attraverso le folk songs alcune provenienti dall’archivio Bigger, altre originali, registrato dal vivo nel gennaio del 2017; tra gli strumentali “Little Italy”, dedicata al quartiere italiano di Belfast dove trovarono rifugio molti emigranti abbinata a “The Fooded Road To Glenties” ed a “The Half Bap”, set eseguito alla perfezione con grande passione dai quattro musicisti. Tra le folk songs segnalo ”Claudius”, adattamento di una poesia accreditata a Ierne ed appartenente alla raccolta “Literary Remains of the United Irishmen of 1798” che ci racconta della crudeltà di John Claudius Beresford distintosi per la cruda repressione degli oppositori politici nella rivolta del 1798 ed il brano di apertura, “The Poet’s Mission” una rielaborazione di una lirica di Ernest C. Jones (1919 – 1869) contenuta nell’archivio Bigger nella quale l’autore invita alle “armi” poeti e scrittori dell’epoca a giocare il proprio ruolo nella gestione politica dell’epoca quando il voto in Inghilterra ed Irlanda era riservato alle classi più abbienti.

Disco magnifico dove coesistono in perfetto equilibrio conservazione, studio, rielaborazione e riproposta del materiale d’archivio: si chiama “rispetto e amore per la propria terra”.

http://www.ulaidmusic.com