FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” SECONDA PARTE

FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” SECONDA PARTE

FOLKEST · INTERNATIONAL FOLK MUSIC FESTIVAL

“44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022”

SECONDA PARTE

di alessandro nobis

Il cuore “storico” di Folkest batte quindi nella bellissima Spilimbergo, ma nel frattempo dal 16 giugno sono già iniziati i concerti sul territorio, un aspetto che caratterizza un Festival di questa caratura. Portare la musica, in questo caso tradizionale o da questa derivata, nei grandi e piccoli Comuni del Friuli Venezia Giulia è sempre stata la missione di Folkest anche se non sempre le amministrazioni comunali sono disponibili a partecipare in modo significativo all’organizzazione degli eventi proposti dalla direzione artistica. Come detto la kermesse è iniziata il 16 giugno a Campoformido con Andrea Del Favero (organetto diatonico), Lino Straulino (chitarra e voce) e Totore Chessa (straordinario organettista sardo) e, guardando in avanti, tra gli eventi da evidenziare più di altri c’è quello a Gorizia di martedì 28 dove Roberto Tombesi, Laura Colombo e Corrado Corradi racconteranno la storia dello straordinario tour attorno al mondo della cantante lirica Adelaide Ristori negli anni anni 1874 e 1875 dettagliatamente raccontato nel taccuino di viaggio di Marco Piazza, oppure il concerto dei Calicanto a Qualso del 30, o ancora i tre concerti a Capodistria tra il 21 e il 23 prossimi con Roy Paci, lo sloveno Piero Pocecco e Posebon Gust e per finire, prima di Ferragosto, lo spettacolo del 12 a Udine di Antoine Ruiz al quale partecipa anche Edoardo De Angelis. Gran finale di questa 44a edizione sempre a Udine, in Piazza Libertà, con i friulani Bintars e la Sedon Salvadie, gruppo storico del folk revival italiano.

Folkest quindi a mio modesto parere, dovrebbe essere in misura maggiore di quanto lo è già vista la qualità e quantità delle proposte, un attrattore di turismo culturale legato non solamente all’aspetto musicale dell’intera regione friulana che al suo interno, profondo entroterra, che offre straordinarie bellezze naturalistiche e “bellezze” eno – gastronomiche di assoluto livello che sono purtroppo sconosciute ai più, come si dice. La musica, se di qualità, può fungere da volano all’economia dei piccoli produttori sparsi sul territorio? A mio avviso, e non credo di essere il solo ad esserne convinto, assolutamente sì a patto che “tutto” il territorio partecipi in modo ancor più costruttivo alla realizzazione di questo progetto che da oltre quaranta anni porta il nome del Friuli in giro per il mondo.

http://www.folkest.com

FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” – PRIMA PARTE

FOLKEST · “44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022” – PRIMA PARTE

“44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022”

PRIMA PARTE

FOLKEST · INTERNATIONAL FOLK MUSIC FESTIVAL

“44a EDIZIONE · 16 giugno · 4 luglio 2022”

PRIMA PARTE

di alessandro nobis

Dopo le ristrettezze dovute al Covid, Folkest è ritornato alla sua dimensione storica confermandosi il Festival legato alla musica tradizionale “e dintorni” più importante e longevo del nostro Paese ed uno dei più importanti d’Europa. Questo perchè la competente Direzione Artistica di Andrea Del Favero e dell’entourage del festival, la parte che lavora tutto l’anno negli uffici di Spilimbergo ed il gruppo che gira il Friuli e la Croazia per allestire i palchi e per seguire i musicisti, applica a mio avviso in modo preciso gli imprescindibili pilastri che fanno una serie di concerti un Festival.

Ci sono i “grandi” concerti in piazza, con un biglietto d’ingresso, quelli sui quali l’organizzazione conta – e lo avrà certamente vista la qualità delle proposte – di avere un gran riscontro di pubblico: Jethro Tull (il 13 luglio al Castello di Udine), Judy Collins (sabato 2 luglio, nella magnifica cornice della piazza di Spilimbergo), Alan Stivell (sabato 16 luglio, al Castello di Udine), la band di raggae Mellow Mood, a Spilimbergo il 5 luglio) ed infine i Pink Planet, nella stessa location ma il 6 luglio).

Una delle iniziative più interessanti di Folkest – altro pilastro del Festival – sono senz’altro le serate alla fine delle quali viene assegnato il prestigioso Premio Alberto Cesa (quest’anno da venerdì 1 a lunedì 4 luglio, a Spilimbergo), pensato per valorizzare i progetti musicali che sappiano dare voce a una o più radici culturali di qualsiasi parte del mondo, organizzato sotto la supervisione della direzione del festival, dalla redazione di Folkbulletin e dall’Associazione Culturale Folkgiornale (ricordo che il vincitore parteciperà di diritto a Folkest 2023 e ricevere un premio da parte del Nuovo Imaie con una dotazione in denaro per la realizzazione di una tournée). E’ un’iniziativa che richiede un lungo lavoro di selezione del materiale, prima audio ed in una seconda fase dal vivo; vengono selezionati sei gruppi / musicisti e per questa diciottesima edizione i finalisti sono Andrea Bitai (Ungheria/Italia), Claudia Buzzetti And The Hootenanny (Lombardia), il Duo Pondel (Piemonte/Val d’Aosta), La Serpe D’oro (Toscana), il Passamontagne Duo (Piemonte) e i laziali Tupa Ruja.

Non meno importante sotto l’aspetto didattico e della divulgazione sono “Musica per Musicisti” e “Parole per Musica” che si terranno sempre a Spilimbergo nel primo weekend lungo di luglio; la prima consta di una serie di incontri con prestigiosi protagonisti della musica tradizionale ed acustica italiana come l’organettista Alessandro D’Alessandro vincitore della più recente edizione del Premio Nazionale Città di Loano, i chitarristi Franco Morone, Loula B, Gavino Loche mentre Chacho Marchelli, Beatrice Pignolo e Rinaldo Doro disquisirianno del canto epico-lirico e della polivocalità in Piemonte (sabato 2 luglio). Per finire un incontro dedicato al liutaio Wandrè.

“Parole per Musica”è invece il titolo di una serie di lezioni focalizzate sulla scrittura dei testi per canzone. Michele Gazich e Maurizio Bettelli presenteranno Canzone e poesia: la strana coppia, un dialogo con il critico Felice Liperi. I corsisti avranno la possibilità di ascoltare le loro esperienze di scrittura tra poesia e canzone e commentando esempi dei maestri del genere: da Brassens al sodalizio Dalla/Roversi, da Dylan al Beat fino al Post-moderno, e qui la cosa si fa interessante visto che gli iscritti si metteranno alla prova cimentandosi nella scrittura di un testo.

Altro pilastro di un vero festival a mio avviso è la presentazione di novità editoriali e discografiche, e a Folkest la sezione “Libri e Dischi” (sabato 2 al Teatro Miotto) consentirà al pubblico di incontrare il chitarrista Dario Fornara che presenterà il suo nuovo lavoro “Portata dal vento” e l’Adamantis Guitar Orchestra il loro recente “Cerclaria Lux“; inoltre l’Istitut Cultural Ladin di Vigo di Fassa presenterà Saggi Ladini curati da Cesare Poppi, che dialogherà con Daniele Ermacora. Ultimo incontro quello con Claudia Calabrese con il suo libro “Pasolini e la musica” con Elisabetta Malantrucco, Michele Gazich e Marco Salvadori.

Naturalmente per avere un quadro dettagliato del Festival è necessario consultare il sito http://www.folkest.com

(continua)

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

Columbia Records. LP 1971

di alessandro nobis

Gran chitarrista e ottimo compositore, David Bromberg ha sempre saputo stare in perfetto equilibrio tra la tradizione acustica e l’elettrificazione della musica americana, ed è per questo che ho sempre seguito e grandemente apprezzato la sua cinquantennale carriera nella quale ha registrato alcuni dischi che modestamente considero dei capisaldi di “Americana” (questo disco d’esordio, “Wanted Dead or Alive“, “Demon in Disguise” o il doppio live “How late’ll ya play ‘til” e ancora “Try me one more time” eccetera eccetera ….).

Naturalmente qui spiccano i due brani dove Bromberg suona con l’amico Norman Blake (e la foto nell’inserto la dice lunga sul rapporto tra i due), ovvero quelli registrati a Nashville: “The Boggy Road To Milledgeville (Arkansas Traveler)“, due chitarre (e che chitarre!) con il contrabbasso di Randy Scruggs per uno dei brani pià amati da Blake & C. e soprattutto “Lonesome Dave’s Lovesick Blues #3” con una sorta di Dream Team che prevede John Hartford al banjo, Norman Blake alla chitarra, Randy Scruggs al contrabbasso, Richard Grando al sassofono (e la presenza del sax in questo brano indica in modo chiarissimo l’idea di Bromberg ovvero quella di uscire dall’ortodossia di certo folk americano per cercare un nuovo suono, idea che si capisce anche dai musicisti scelti), Vassar Clements al violino e Tut Taylor al dobro.

Il “resto” è grande musica, dai brani originali registrati con la band elettrica come “Suffer To Sing The Blues” con l’armonica di Will Scarlett (lo ricordo ai tempi dei primi Hot Tuna) o acustici come “Pine Tree Woman” con Steve Burgh al basso o ancora i tradizionali “Mississippi Blues” (registrata anche nel 1940 da Blind Willie McTell) e “Dehlia” di Jimmie Gordon (che la registrò nel ’39).

Un disco d’esordio davvero interessante che ha aperto la carriera solista di Bromberg, carriera che prosegue ancora oggi più dal vivo che in studio; ho avuto la fortuna di apprezzare la sua musica in un paio di occasioni a Vicenza, grande emozione e grande comunicazione di questo musicista di Philadelphia, classe 1938. I due cammei di Norman Blake poi sono un vero e proprio valore aggiunto, mi domando se quelle session a Nashville sono ancora in qualche cassetto della Columbia: perchè non pubblicarle?

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

Blix Street Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Dedicato alle tradizioni legate alla stagione invernale nelle terre del Nord” potrebbe essere il sottotitolo di questo gran bel lavoro dei Boys of the Lough che qui si presentano in quartetto (Christy O’Leary, Aly Bain, Cathal McConnell e Dave Richardson) e che presentano un repertorio che comprende brani provenienti dalle Isole Shetland, dalla penisola scandinava, dal nord est scozzese e dalla Contea irlandese di Wexford; il suono dei “Boys” è inconfondibile, possono cambiare i musicisti ma il carattere quasi cameristico, come ho detto in altra occasione, rimane inalterato. Come nella magnifica “That Night in Bethlehem” antica “Christmas Carol” probabilmente antecedente al 1691 quando vennero promulgate le Penal Laws che proibivano la composizione e l’esecuzione di canti natalizi, come scrive Donal O’Sullivan; questa è cantata in gaelico irlandese da Christy O’Leary e si caratterizza per lo splendido arrangiamento che mette in gran risalto il pianoforte di Henning Sommerro di Trodheim. Interessante la suite di danze “The Greenland man’s tune / Da Forfit O’ Da Ship Reel / Green Grow da Rashes Reel” non solo perchè provengono dal repertorio dei balenieri della Shetland ma anche perchè la prima è di origine Eskimo e la cui versione orifginale era cantata in Yaki; il violino  di Aly Bain e la chitarra dello straordinario chitarrista inglese Chris Newman, ospite graditissimo, fanno il resto evidenziando al meglio il fascino e la bellezza di queste melodie nordiche. Dalla Svezia il suggestivo ed evocativo set “Sankt Staffan Han Rider / Christmas day in the Morning / Trettondagsmarschen“, introdotto dal pianoforte e cantato da Christy O’Leary, che dalla sua Irlanda porta in dote “The Wexford Carol“, canto sulla natività la ciui prassi esecutiva si basa su quella del cantante dublinese Frank Harte: anche cui il fine cesello della chitarra di Chris Newman è il valore aggiunto al brano.

Spesso i dischi dedicati al Natale paiono raffazzonati per soddisfare le esigenze del consumismo legato a questa Festa; ci sono delle eccezioni e questo“Midwinter Night’s Dream” ne è la prova, sia per la qualità e raffinatezza del repertorio che per il marchio di garanzia dei “Boys of the Lough” sempre rigorosi ed allo stesso tempo piacevolissimi. Non ricordo infatti dischi “mediocri” nella loro poderosa discografia.

LA LIONETTA “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana”

LA LIONETTA “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana”

LA LIONETTA “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana”

SHIRAK Records. LP, 1978

di alessandro nobis

Sul modello di più celebri ensemble dell’area celtica, francese ma anche magiara che con dischi di grande qualità riportavano alla contemporaneità il patrimonio tradizionale delle loro aree di origine culturale, anche in Italia c’era chi si prefiggeva lo stesso obiettivo centrandolo spesso con risultati di ottima qualità: uno dei gruppi più interessanti certamente erano i piemontesi “La Lionetta” che nel ’78 pubblicavano il loro esordio discografico, questo “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana” che dopo quarantacinque anni si fa ancora apprezzare per il contenuto e gli arrangiamenti.

Roberto Aversa (voce, chitarra acustica, tin whistle, cornamusa, percussioni, Maurizio Bertani (mandolino, flauto dolce, bombarde, metallofono, violino, voce), Marco Ghio (violino, tablas, voce), Vincenzo Gioanola (melodeon, accordeon, dulcimer, banjo, percussioni, voce) e Laura Malaterra (voce, chitarra classica, dulcimer, percussioni) pescano dal repertorio raccolto e studiato da Costantino Nigra e da quelli frutto delle ricerche loro e di Roberto Leydi e lo interpretano con una vasta gamma di suoni e di arrangiamenti per l’epoca del tutto innovativi.

Citate da Nigra ecco ad esempio il brano di apertura “Dona Bianca” (lezione astigiana di “Donna Lombarda“, Nigra 01, raccolta da Leydi), “Un’eroina” (Nigra 13) con la parte musicale arrangiata su una registrazione sempre di Leydi e ancora “Prinsi Raimund” (Nigra 06) probabilmente di origine francese ed inedita al di fuori dell’area piemontese; il repertorio “a ballo” proviene dalle valli del Piemonte orientale come la Varaita, la Grana e la Val di Susa e comprende la splendida giga di Sampeyre, una curenta occitana e di una suite per cornamusa della val di Susa ed infine un salterello diffuso nel nord Italia di origine medioevale.

A distanza di tutto questo tempo il valore della musica di gruppi come “La Lionetta”, ma potrei anche citare La Ciapa Rusa, i Calicanto o dei Suonatori delle Quattro Province (appartenenti ad una fase successiva del folk revival nord italiano), assume un valore ancora più alto di quello, peraltro notevole, dato all’epoca della loro pubblicazione: il valore di questi progetti ha attraversato il tempo e sono ancora una modello per quanti siano interessati alla riproposizione del materiale tradizionale in una chiave non ortodossa.

DOC WATSON “Elementary Doctor Watson!”

DOC WATSON “Elementary Doctor Watson!”

DOC WATSON “Elementary Doctor Watson!”

POPPY · SUGAR HILL · Records. LP, CD 1972

di alessandro nobis

Questo “Elementary Doctor Watson!” è a mio avviso uno dei più significativi lavori incisi da Watson negli anni Settanta; pubblicato inizialmente in ellepì per la Poppy Records di Kevin Eggers, che anni dopo fondò la benemerita Tomato Records, ed in Cd per la Sugar Hill presenta una line up stellare visto che a fianco di Doc e Merle Watson ci sono altri due giganti del folk americano come il violinista Vassar Clements ed il chitarrista (qui al dobro) Norman Blake assieme al contrabbassista Joe Allen, al batterista Ken Lauber ed il batterista Jimmy Isbell. Rappresenta l’incontro con la più pura delle tradizioni (quella dei due Watson) con il folklore americano meno “ortodosso” viste le collaborazioni di Blake e Clements con l’ambiente jazzistico (e Clements collaborerà in seguito anche con Jerry Garcia del Grateful Dead nel progetto “Old and in the Way“) e la delicata rilettura di “More Pretty Girls Then One” un brano dei Delmore Brothers rivela pienamente il progetto, con la voce di Doc , il violino di Clements ed il dobro di Blake (meravigliosi il loro brevi assoli) accompagnati dal swingante contrabbasso; più legati alla tradizione “I Couln’d Beleive it was true” con il banjo di Merle, il rag di “Going Down the Road Feeling Bad” (da ascoltare assolutamente la versione stellare live dei Grateful Dead abbinata a “Not Fade Away“) con l’assolo di Merle Watson chiamato da Doc. Segnalo infine la balld del grande Tom Paxton “The Last Train on my Mind” che conferma l’attenzione di Doc Watson & C. non solo verso il folk americano ma anche verso la grande musica d’autore con la voce di D. W. ed il serrato intreccio delle due chitarre, due generazioni di incontrano ancora una volta (Merle, che perdita enorme la tua dipartita!).

La ristampa in CD della Sugar Hill del 1993 include quattro bonus track, due già edite in “Two Days in November” (“I’m Going Fishing” e “Little Beggar Man / Old Joe Clark” e due in “Then & Now” (“Frankie & Johnny” e “Old Camp Meeetin’ Time“.

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

TARA RECORDS. LP, CS, 1980

di alessandro nobis

Se alla fine del VI secolo San Colombano con dodici monaci lasciò il monastero di Bangor, centro dell’Irlanda nord orientale, per attraversare l’Europa e giungere a Bobbio nell’Italia Settentrionale, San Brendano con sessanta compagni probabilmente fuggiti dalle incursioni vikinghe prese la via opposta e lasciò nel 559 il monastero di Clonfert nell’Irlanda occidentale vicino a Galway per compiere un altrettanto straordinario ma sicuramente più ardimentoso viaggio verso terre inesplorate attraversando l’oceano Atlantico. Lo storico Tim Severin (1940 – 2020) ha raccontato il viaggio di Saint Brendan nel suo volume “The Brendan Voyage” pubblicato nel 1978 dalla casa editrice Arrow, che ha ispirato il compositore Shaun Davey e il piper Liam O’Flynn a scrivere e quindi registrare la musica contenuta in quest’opera il cui riferimento alle scritture di Sean O’Riada viene naturale sin dal primo ascolto. E’ quindi un album orchestrale (l’orchestra di 48 componenti è condotta da Noel Kelehan) con ampi spazi al talento ed alla poesia di O’Flynn che narra appunto il viaggio di Brendan e le cui pipes rappresentano l’imbarcazione sulla quale compie il viaggio; tocca dapprima le scozzesi isole Arran, e qui lo splendido jig “Water under the keel” rende perfettamente l’idea della terra di Scozia e del vento che spinge la barca che poi toccherà del isole Faer Oer, l’Islanda, il Labrador ed il Newfoundland canadesi. Nel VI° secolo!

Nella combinazione orchestra – uilleann pipes sta tutto il fascino di quest’opera e l’ambientazione musicale creata lascia facilmente immaginare le peripezie di questa nave con lo scafo di semplici pelli che attraversa quei mari tempestosi, quei venti incontrastabili, quelle terre sconosciute spesso inabitate. All’arrivo nel Newfoundland il tema iniziale viene ripreso con una variazione che celebra l’arrivo in quelle terre ed anche la fine dell’incredibile viaggio.

Una produzione importante e di enorme valore culturale, importante non solo per il popolo irlandese che ben conosce Saint Brendan e la sua storia ma per tutti i musicisti che al tempo ammirarono il lavoro di Shaun Davey e di Liam O’Flynn e che dopo quarantadue anni si presenta ancora originale, luminosa e difficilmente ripetibile.

Se volete andare “oltre” la musica puramente tradizionale irlandese per quanto ben suonata, rinnovata ed interpretata questo disco è l’ideale per un nuovo viaggio di scoperta.

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

UMBERTO POLI · RICKY AVATANEO “Grama Tera”

La Contorsionista · Sciopero Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Ecco un altro disco di folk nella sua perfetta accezione del termine ovvero la narrazione di storie; sono il polistrumentista Umberto Poli e dal cantautore Ricky Avataneo a raccontarcele, storie di uomini e delle loro vite, storie che in alcuni casi sono state capaci di attraversare il tempo e di essere ancora suonate, interpretate e di quindi ri-vissute. “Grama Tera” (“terra povera”) è un album con un ben preciso filo conduttore che fa attraversare al fruitore il mondo del proletariato descrivendone soprusi e sfruttamento, fatiche, quotidianità e le difficoltà nello svolgere il lavoro nei campi spesso ostacolato dalle avversità atmosferiche in grado di vanificare lo sforzo lavorativo. Folk che qui grazie ad arrangiamenti e sonorità accuratamente scelte viene “modificato” mutandosi in un folk · rock che non può non ricordare le più intelligenti produzioni d’oltreoceano che da decenni propongono frammenti delle proprie micro · storie. Piemontesi, non potevano non visitare in modo significativo Costantino Nigra e la sua raccolta di Canti Popolari Piemontesi del 1888 e scegliere “La Madre Crudele” (NIGRA 08), “Donna Lombarda” (Nigra 01 che ne ben riporta 15 lezioni) e “Madre Resuscitata” (Nigra 39); splendida la resa della seconda trasportata in un’ambientazione diversa con cigar box, chitarra elettrica ed armonica ed anche “Madre Resuscitata” dopo un’intro acustica, si trasforma in efficace folkrock (mi si passi il termine) del tutto convincente per gli arrangiamenti vocali (con la voce di Betti Zambruno), la piva di Paolo Cardinali ed il violino di Remi Boniface. Ma se posso dire, il brano che come si dice “vale l’acquisto” di “Grama Tera” è la composizione di Ricky Avataneo “Acque Morte 1893“, ballata cantata in italiano e piemontese (e francese) che narra i tragici avvenimenti del 16 e 17 agosto di quell’anno alle saline di Agues Mortes nel Languedoc-Roussillon dove otto lavoratori stagionali piemontesi vennero massacrati da colleghi francesi che vennero in seguito prosciolti da un tribunale: una storia di razzismo, di quotidiano sfruttamento e di violenza, una storia di lotte tra “Morti di Fame” che sembra caduta nell’oblio generale, un bel arrangiamento con in evidenza la chitarra slide, la tromba di Luca Benedetto ed il sax di Enrico D’Amico (mi permetto di consigliare la lettura di “Morte agli italiani” scritto da Enzo Barnabà e pubblicato da Infinito del 2008). Il disco si chiude con il breve tradizionale “La tempesta” eseguito “a cappella” da quattro voci (oltre ad Avataneo di sono Betti Zambruno, Gigi Giancursi e Orlando Manfredi), storia di una grandinata che lascia sui campi i raccolti faticosamente accuditi e che costringe i contadini a trasformarsi in suonatori ambulanti per cercare di mantenere le famiglie.

Disco intenso e ricco di storia e di “microstorie” che vengono da lontano nel tempo ma che raccontano anche della nostra quotidianità, basta leggere i testi e meditare ………

Il disco è stato pubblicato in sole 250 copie, produzione davvero artigianale vista la cura con la quale è stato confezionato e quindi ne consiglio “senza se e senza ma” l’acquisto. I testi, i video, le collaborazioni, le line up di ogni singolo brano sono a disposizione qui: https://www.umbertopoli.com/grama-tera.html#date). Non fatevelo scappare ……..

www.umbertopoli.com

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963 · 1980 Volume 2”

Smithsonian Folkways Records, 1993

di alessandro nobis

Se il primo volume di “Live Duet” conteneva registrazioni risalenti al periodo compreso tra il ’56 ed il ’69, questo secondo copre un arco di tempo che va dal ’63 al ’66 con l’eccezione di un brano (il tradizionale “Paddy on the Turnpike“) registrato nel 1980 in occasione di un concerto alla White House di Washington D.C. durante la presidenza di Jimmy Carter. Tutti riconoscono l’importanza che William Smith “Bill” Monroe (1911 – 1996) e Arhel Lane “Doc” Watson (1923 – 2012) hanno avuto nella storia del folk americano e mi sembrerebbe pertanto ripetitivo raccontare le loro storie familiari e musicali; qui troviamo 17 tracce molte delle quali registrate ad Ash Grove, a Los Angeles, e tra queste alcuni brani provenienti dal repertorio dei Monroe Brothers come “What Would you Give in Exchange of your Soul” (registrata nel 1936 da Bill e Charlie M.) o il tradizionale “Chicken Reel“. Dal repertorio dei Bluegrass Boys abbiamo una strepitosa esecuzione di “Kentucky Mandolin” (registrata in Ohio nel ’64) dove è impossibile non notare la straordinaria tecnica al mandolino di Monroe e la metronometrica parte di accompagnamento di Watson mentre “Watson’ Blues“, nata durante una session informale a Ash Grove, è presentata qui nella sue esecuzione nel New Jersey del ’66. Che dire ancora di questo eccellente secondo volume se non che vi sono alcune pietre miliari del folk americano come “Soldier’s Joy“, “Foggy Mountain Top” e “Banks of the Ohio” suonata e cantata secondo l’inconfondibile stile del Monroe Brothers che la registrarono nel ’36?

Queste registrazioni sono un preziosissimo patrimonio della tradizione popolare americana e sapere che decine di gruppi si sono costituiti ispirandosi a questi musicisti per poi aggiungere al loro sound un’impronta personale rende la misura dell’importanza che Doc Watson e Bill Monroe assieme ad altri hanno lasciato un’eredità imprescindibile: un esempio per tutti forse poco conosciuto, “Golden Gate Promenade” del mandolinista Butch Waller pubblicato dalla Rebel Records nel 1999 con ben quattro brani scritti da Monroe.

Qui altri miei articoli su Doc Watson

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”, FULICA Records. CD, 2021

di Alessandro Nobis

Molti di noi hanno conosciuto la musica di Duck Baker negli anni settanta, sia dal vivo grazie ai numerosi concerti italiani sia per le sue apprezzatissime riletture del patrimonio tradizionale anglo – scoto – irlandese e, di conseguenza, di quello americano. Dico riletture perchè al di là delle sue profonde ricerche e dell’approfondimento dei brani il chitarrista americano ha via via e sempre più frequentemente rivolto il suo interesse verso le pratiche improvvisative sia sviluppate all’interno dei brani – ed in questo differenziandosi da tutti i suoi colleghi – sia verso quelle più radicali “alimentate” dalla sua conoscenza dal jazz (da ricordare sempre i suoi complicatissimi quanto bellissimi arrangiamenti del song book di Herbie Nichols prodotto da John Zorn) e concretizzatesi in interessanti collaborazioni come quella ad esempio con Roswell Rudd (cito Rudd visto che recentemente è stato pubblicato un disco in duo con il trombonista americano).

Baker nel corso della sua lunga carriera ha girato il mondo, è venuto a contatto con innumerevoli musicisti famosi e non imparando brani direttamente da loro che poi sono stati interiorizzati, ed alcuni di questi sono contenuti in questo splendido “Wink the Other Eye” che presenta registrazioni fatte in un lungo arco di tempo, dal 1974 al 2011.

Segnalo l’originale inedito fiddle tune “Allegheny County” dell’87 con bellissimo assolo, “The Old Folks Polka“, naturalmente un’altra melodia per violino di origine cajun registrata nel lontano ’74, l’hornpipe “Fishers Hornpipe” (danza di origine trecentesca proveniente dalle Isole Britanniche), il valzer attribuito al violinista texano Luke Thomasson “Midnight on the Water” (registrato anche da David Bromberg tra gli altri) ed anche, per finire, sono presenti una paio di tracce registrate in Italia negli anni settanta delle quali il set “Temperance Reel / Green Fields of America” (concerto a Varese nell’estate del ’79).

Questi lavori hanno richiesto un lungo lavoro di ricerca da parte di Baker che ha ricevuto nel tempo registrazioni di diverse qualità da promoter locali o da persone presenti tra il pubblico, registrazioni che si sono rivelate preziose che il chitarrista americano ha pazientemente riascoltato e selezionato e che oggi sono “tornate alla luce” e pubblicate.

Anche questo “Wink the Other Eye” è un cd da avere per la qualità del repertorio e delle esecuzioni.

Aspettando il prossimo.

http://www.duckbaker.com