ANDREA DEL FAVERO “Lungje, Po’”

ANDREA DEL FAVERO “Lungje, Po’”

ANDREA DEL FAVERO  “Lungje, Po’”

Folkest Libri. Pp. 257 + CD, 2019. € 20,00

di alessandro nobis

DEL FAVERO 1Datemi pure del “passatista”, ma avere tra le mani un volume interessante e ottimamente documentato come questo non mi fa rimpiangere per nulla lo scorrere  le pagine sullo schermo di un computer e nemmeno i vari asettici e-book, sempre che ne esistano sull’argomento. Non c’entra l’antico fascino di sfogliare le pagine cartacee c’entrano piuttosto la struttura del volume e la facilità di consultazione, e se a queste considerazioni aggiungo che “Lungje, Po’” può essere letto con grande piacere dagli specialisti e dal pubblico più ampio ecco che il libro di Andrea Del Favero, musicista e ricercatore friulano ben conosciuto nell’ambiente della musica popolare italiano, diventa una testimonianza importante delle tradizioni musicali friulane, “terra d’incontri e scontri dove etnie diverse convivono pacificamente da secoli” come è riportato sulla quarta di copertina del volume stampato a cura di FolkestLibri.

La prefazione di Angelo Floramo racconta bene il valore di questo volume lungamente atteso dal popolo del folk friulano, e gli aspetti descritti da Del Favero con grande competenza e con linguaggio sempre piacevole ci narrano delle tradizioni della sua terra, della loro riscoperta, degli strumenti e della loro storia, di quanti nei decenni hanno continuato a suonare, magari apportando qualche variazione come è giusto che sia, i repertori di una terra che ancora riesce a proteggere il suo passato culturale in un tempo nel quale l’omogeneizzazione culturale sta prendendo il sopravvento.

Per chi invece sa leggere uno spartito e di conseguenza sa suonare uno strumento, gli spartiti in coda al libro danno la possibilità di cimentarsi con il repertorio che parte dalla raccolta seicentesca di Giorgio Mainerio e arriva alla trascrizione dii brani raccolti “sul campo” curati da un altro studioso e musicista di area friulana, Dario Marusic.

Parte integrante del volume è il prezioso CD allegato che contiene 21 tracce di “field recordings” ascoltando le quali i musicisti e musicofili delle regioni limitrofe troveranno collegamenti con i repertori delle proprie aree di studio.

Libro importante, da leggere e da ascoltare.

 

 

 

SUONI RIEMERSI: KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

SUONI RIEMERSI: KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

SUONI RIEMERSI: KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

Music and Songs of Emigration from Ireland to America

Mulligan Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Dolores Keane, cantante di Galway e co-fondatrice dei De Danann,  John Faulkner (autore, cantante e chitarrista) ed il piper Eamonn Curran, in una pausa del progetto Reel Union (ensemble con base a Londra e nel quale tra gli altri militò anche Peadar Mercier) entrano nell’estate del 1980 in sala di registrazione realizzando questo importante lavoro avente come tematica l’emigrazione irlandese verso il Nuovo Continente con rispetto, competenza, delicatezza e consentitemi di straordinaria bellezza: “Farewell to Éirinn” è un disco davvero imperdibile per gli storici e gli appassionati della musica tradizionale, non solo irlandese.

Canti narrativi, murder ballads, arie di danza, narrazione di soprusi da parte dei proprietari terrieri verso i piccoli mezzadri sono le tematiche affrontate con arrangiamenti semplici e molto efficaci come nella migliore tradizione del folk revival e della Mulligan che produsse il disco.

Eamonn Curran, piper della Contea di Monaghan e primo allievo di John Brian Vallely dell’Armagh Pipers Club, esegue in modo magistrale il set di reels “Staten Island / The Greenfields of America” e tra le ballate interpretate da Dolores Keane segnalo “Paddy’s Green Shamrock Shore” risalente alla metà del secolo 19°, che Paul Brady che la imparò dal cantante dublinese Frank Harte (in apertura le pipes di Curran suonano “Farewell to Ireland”, slow air che apre il disco), “The Kilnamartyr Emigrant” (altra canzone di emigrazione cantata a cappella con il bordone in sottofondo di Curran) e “Cragie Hills”, un dialogo che racconta delle tribolazioni della vita nelle campagne irlandesi alla metà del XIX° secolo e dell’oppressione esercitata su di loro dai “landlords” e dei loro scagnozzi mentre John Faulkner interpreta invece “Farmer Michael Hayes”, un canto narrativo che racconta la storia – vera – di un contadino che uccise il proprietario della sua terra nella contea di Tipperary e che fuggì in America per evitare la cattura.

Come detto disco importante per chi voglia avvicinarsi alla storia irlandese e della “Great Famine” che segnò così profondamente la vita in Irlanda e nel Nord America: a mio avviso, assieme a “Traversata” di David Grisman, Beppe Gambetta e Carlo Aonzo questo disco è il più rappresentativo che mi è capitato di ascoltare nell’ambito dei canti e delle musiche popolari legate all’emigrazione.

SUONI RIEMERSI: ELIOT GRASSO  “Up Against the Flatirons”

SUONI RIEMERSI: ELIOT GRASSO  “Up Against the Flatirons”

SUONI RIEMERSI: ELIOT GRASSO  “The Ace and Deuce of Piping Vol. 1: Up Against the Flatirons”

Na Píobaíri Uilleann. CD, 2007

di Alessandro Nobis

Questo è il primo di quattro volumi pubblicati dall’Associazione Na Piobairi Uilleann dedicati come si può immaginare allo strumento principe della musica tradizionale irlandese a partire dal 2007 (il più recente, di Robbie Hannan, risale al 2009). Eliot Grasso è americano, del Maryland ma con un cognome palesemente italiano, si è avvicinato da giovanissimo assistendo alle session irlandesi di Baltimore alle quali partecipava il padre, violinista, ed una bella spinta l’ha ricevuta dall’ascolto della raccolta dei vinili di casa, Chieftains e Bothy Band e non a caso la prima traccia di questo ottimo “Up Against the Flatirons” apre con il jig suonato anche dalla band di Paddy Keenan “Old Hag You Have Killed Me” dall’omonimo album abbinata ad uno dei brani favoriti da Seamus Ennis, “The Butcher’s March”

Oggi Eliot Grasso è un apprezzato etnomusicologo e ricercatore oltre ad essere come si evince dall’ascolto della sua musica un ottimo piper, con uno stile personale caratterizzato da precisione assoluta nell’esecuzione del repertorio e nella capacità di dare un tocco personale ai brani che affronta tanto da essere apprezzato – come dimostra questo lavoro – nei più rigorosi ambienti della tradizione irlandese come li Na Píobaíri Uilleann di Dublino.

Detto di “Old Hag …” possiamo aggiungere che parte del repertorio presentato arriva da musicisti residenti in Nord America come i piper Jerry O’Sullivan e Benedict Koehler ed il violinista Brendan Mulvihill (il set di jig “Brendan Mulvihill’s Jig / The Trip to Belfast”) e naturalmente un brano viene dalla fondamentale raccolta dei primi del novecento di Francis O’Neill, le hornpipes “Chief O’Neill’s Favourite / The New Century”.

Album davvero brillante e se amate la tradizione irlandese più pura, fa davvero per voi.

Tracking List

  1. Jigs: Old Hag You Have Killed Me / The Butcher’s March /
    The Gander in the Pratie Hole (3:03)
    2. Reels: The Bearhaven Lassies / Farewell to Erin (4:10)
    3. Hornpipes: The Wicklow Hornpipe / The Fern House † (3:44)
    4. Jigs: Gerdy Commane’s / An Buachaill Dreoite / McGreevy’s (3:04)
    5. Reels: Sporting Nell / Kitty the Hare / The Scowling Wife (2:38)
    6. Jigs: Brendan Mulvihill’s Jig / The Trip to Belfast † (3:07)
    7. Air: The Green Fields of Canada (4:55)
    8. Jigs: Up Against the Flatirons † / What, No Watermelon? § (2:33)
    9. Reels: Jenny Picking Cockles / The Flowers of Limerick (3:38)
    10. Jigs: An Páistín Fionn / The Walls of Liscarroll / Lakeview Drive ‡ (3:02)
    11. Hornpipes: Chief O’Neill’s Favourite / The New Century (3:49)
    12. Jigs: Paddy Clancy’s / Welcome Home Gráinne (3:00)
    13. Set Dances: The Ace and Deuce of Piping (5:44)
    14. Reels: Mother and Child Reel / Farewell to Connacht (2:49)

 

https://www.pipers.ie

 

 

VALLE · NODALE · STRAULINO “Villandorme”

VALLE · NODALE · STRAULINO “Villandorme”

VALLE · NODALE · STRAULINO “Villandorme”

NOTA Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Questi trenta minuti di musica registrati dalla cantante Alessia Valle e dai due chitarristi Lino Straulino e Alvise Nodale raccolgono sette composizioni che rappresentano idealmente la storia della musica popolare italiana dell’Italia Settentrionale nelle loro “lezioni” friulane e può a mio avviso essere considerato il passo iniziale per chi volesse avvicinarsi al complicato mondo fatto di diverse lingue ed approcci vocali e strumentazioni che è il mondo del canto epico – lirico. Ricordo che Straulino, ricercatore, autore e finissimo chitarrista già aveva registrato con il violinista Giulio Venier quello che io considero un disco capolavoro: mi riferisco a quel “La bella che dormiva” pubblicato nel 2004 che a mio modesto avviso vale certamente una ristampa.

596_Villandorme_Grafica (1).jpgSei sono canti narrativi presenti sul territorio italiano ed anche francese (la “Dame Lombarde” dei transalpini Malicorne per fare un esempio), ovvero “La fia del paesan” (“Cattivo Custode” Nigra 50), “Donna Lombarda” (Nigra 1), “Cecilia” (Nigra 3), “L’uccellin del bosc” (Nigra 95), “La bella Brunetta” (Nigra 77) e “L’inglesina” (Nigra 13), e per questi potete fare riferimento al monumentale “Canti popolari del Piemonte” di Costantino Nigra (la prima edizione è del 1888, la più recente di Einaudi del 2009), il settimo invece è un canto tradizionale raccolto da Straulino in Carnia ma anch’esso presente in modo abbastanza omogeno nell’area alpina dove, come comunemente succede, presenta della variazioni nel testo e soprattutto nel titolo (“La mamma di Rosina”, “Il molinaro”, “La bella al mulino”, “Rosina al mulino”, “Il mulinaio”) che narra come si direbbe oggi delle molestie sessuali da parte di un molinaro verso una ragazza venuta al mulino per macinare.

Il modello esecutivo scelto da Alessia Valle, Alvise Nodale e Lino Straulino è mi sembra di poter dire quello del folk anglosassone: la cantante è accompagnata da due bravissimi chitarristi acustici che con i loro arpeggi e con il loro interplay stendono un raffinato e complesso pattern sul quale la bella ed espressiva voce “racconta” le novelle.

Tutto molto semplice in apparenza ma se prestate attenzione anche al lavoro di Straulino e Nodale scoprirete tutt il prezioso lavoro di questi due strumentisti, ad esempio tra le strofe del brano che apre il disco, “La fia del paesano” o l’introduzione di “Donna Lombarda”.

Un progetto importante per il suo valore musicologico e soprattutto per il fascino che suscita l’ascolto delle nostre radici.

http://www.notamusic.it

 

 

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

Resilient Records CD, 2019

di alessandro nobis

Era qualche lustro che non ascoltavo le registrazioni delle piper e violinista del Northumberland Kathryn Tickell, e quindi la curiosità era parecchia: rispetto ai suoi primi lavori degli anni ottanta molto legati alla tradizione ed al suono acustico, in questo “Hollowbone” la Tickell mescola in modo intelligente il repertorio popolare con i suoni della modernità trovando un equilibrio raro di questi tempi. I musicisti che l’accompagnano (Corman Byrne alle percussioni, Amy Thatcher alla fisarmonica, Kate Young al canto, violino e charango, Kieran Szifris al mandolino e Joe Truswell alla batteria) contribuiscono in modo decisivo e puntuale al suono che esce da questo bel lavoro. Il resto lo fa il repertorio, combinazione tra le radici e le composizioni della Tickell: magnifica la sonorità folk-rock della ballata sui minatori “Colliers”, antica ballata pubblicata per la prima volta nel 1793 dedicata dalla piper al nonno minatore, splendido l’arrangiamento della suite che abbina all’antica (1882) “Cookle Geordie” alla nuova scrittura di “Bridge Reel”, misteriosa “Holywell Pool” che racconta di un laghetto dalle acque scure e profonde dalle parti di Stonehaugh ed infine tutta la magia delle Northumberland Pipes della slow air tradizinale “Morpeth” e della suite “Hushabye Birdie / Hexam Lassie”, un’aria scritta dalla Tickell abbinata ad un’altra risalente al 1770.

Probabilmente questo “Hollowbone” è stato uno migliori lavoro del recente 2019 per l’idea che sta alla base del progetto e che ho cercato di descrivere, e qualcuno lo definirebbe la “tempesta perfetta” del movimento musicale legato al folklore scozzese, in particolare del Northumberland.

Kathryn Tickell è rappresentata in Italia da Geomusic

Email:info@geomusic.it

Web: www.geomusic.it

 

 

From tradition come instrumentals such as Morpeth and Cockle Bridge alongside Old Stones, Tickell’s homage to Lindisfarne, one part reflective and eerie, one part wild jig. Oldest of all is Nemesis, a piece handed down from Emperor Hadrian’s favourite musician, with its tribute to the “dark-eyed daughter of justice” reshaped for modern times. There’s an old mining song in geordie dialect, Colliers, an antique rhyme, Aboot the Bush, suffused in synth and fractured rhythm and a poem from Tickell’s father, Holywell Pool, delivered like an incantation by female harmonies. A hollowbone is apparently a shamanic instrument for channelling ancient voices; a perfect title.

 

CHRISTOPHER McMULLAN “Uilleann Tales”

CHRISTOPHER McMULLAN “Uilleann Tales”

CHRISTOPHER McMULLAN “Uilleann Tales”

Autoproduzione. CD, 2016

di alessandro nobis

Christopher McMullan da Strabane nella Contea di Tyrone è uno dei migliori “prodotti” della scuola dell’Armagh Pipers Club; per sei anni ha percorso la strada che da lì conduce ad Armagh per frequentare i corsi ed in seguito si è perfezionato all’Università di Derry ma, come nelle miglior famiglie legate alla tradizione musicale irlandese è stato avviato alle uilleann pipes dal padre John, piper egli stesso. Per la verità non che sia un musicista che nella sua carriera abbia registrato e pubblicato molto, anzi quasi nulla visto che prima di questo suo primo lavoro il suono del suo set di pipes lo si poteva ascoltare solo in una traccia (“An Leanbh Sí/ An Seanduine”) nel documentale doppio CD pubblicato dall’Armagh Pipers Club nel 2007 in occasione del 40° anniversario della fondazione del club.

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In questi dodici racconti troviamo tutto l’”arsenale” dei pipers e flautisti irlandesi, legati alla tradizione più profonda ed allo stesso tempo attenti alle nuove composizioni e compositori loro stessi: c’è un toccante omaggio a Willie Clancy (“The Plains Of Boyle / The Friendly Visit”), una composizione di Micheal McGoldrick inserita in un medley di gighe, una slow air eseguita al low whistle scritta dallo stesso McMallan per il nipote (“Wee John O’Connors”) con Steven Byrnes alla chitarra, la struggente slow air che arriva dal 16° secolo scritta da David Rizzio per la Regina Mary di Scozia (“Ar Éirinn Ní nEosfainn Cé Hí”) ed infine il medley di gighe che chiude l’album eseguita al low whistle con la chitarra ed il bodhran di Niall Preston.

Un disco davvero notevole, espressivo, suonato con grande perizia e talento che scrive un’altra bella pagina nel poderoso libro della tradzione musica irlandese, delle uilleann pipes e non solo.

Le note di copertina sono di John B. Vallely fondatore dell’Armagh Pipers Club, e sono una garanzia assoluta.

 

 

 

 

CÚIG “The Theory of Chaos”

CÚIG “The Theory of Chaos”

CÚIG “The Theory of Chaos”

Autoproduzione. CD, 2019

di alessandro nobis

CUIG_The+Theory+Of+Chaos_PackshotCi sarà un motivo perché i Cúig sono considerati una delle migliori band (la migliore?) in circolazione in Irlanda. Mi sono fatto la domanda e le risposte che mi sono dato sono molteplici: hanno un gran rispetto verso le proprie tradizioni, sono degli ottimi musicisti, compongono la grande maggioranza di quello che suonano (e sapete quanto il sottoscritto tenga a questo aspetto), preparano arrangiamenti restando perennemente in bilico tra il suono legato alla musica popolare e i diversi idiomi contemporanei. Ancora, il loro suono assomiglia più a quello dei Waterboys (solo il suono d’insieme, beninteso) che a band che hanno elettrificato il folk (in Irlanda, veramente, solo i Moving Hearts hanno centrato l’obiettivo, e l’uso delle pipes di Dave Spillane sembra qui avere ispirato il bravissimo Rónán Stewart, mi par di poter dire).

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THE ICECREAM SESSION. BLED, Slovenia, 2017

E quindi affermo con decisione che questo loro album pubblicato nel 2019 è una delle produzioni più fresche provenienti dall’Irlanda che mi è capitato di ascoltare negli ultimi tempi; il groove (“Patient Zero” e “Before the Flood” per scegliere due brani) è davvero travolgente, il suono compatto ed anche i brani cantati come le ballad “Where to walk” e “Change” si allineano perfettamente allo spirito del sono dei Cúig, e la delicata effettistica sulla chitarra (“Tirolo Nights”), la batteria, il pianoforte, gli archi si inseriscono e interagiscono in modo equilibrato con la storia della musica irlandese.

Magari i Cúig saranno non troppo graditi dagli ortodossi della tradizione, peccato per loro, ma Miceál Mullen (Banjo e Mandolino),  Rónán Stewart (Violino, Uilleann Pipes, Voce), Cathal Murphy (chitarra, percussioni), Eoin Murphy (Button Accordion) e Ruairí Stewart (chitarra) confermano quanto di buono la critica aveva detto del loro precedente lavoro (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/09/19/cuig-new-landscapes/) e vi assicuro che anche dal vivo lo spettacolo non solo è godibilissimo ma oserei dire imperdibile.

In Italia i Cúig sono rappresentati da

GEO Music

Email:info@geomusic.it

Web: www.geomusic.it