SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD, 1980

di alessandro nobis

Chissà come ci sono arrivate le uilleann pipes a Eidhneach, piccolissimo villaggio al centro della Contea di Clare: forse su qualche caravan di una famiglia di Irish Travellers, forse nella custodia di qualche suonatore ambulante. E soprattutto chissà chi le mise nelle mani di un ragazzo non vedente, e soprattutto ancora chissà chi insegnò i primi rudimenti dello strumento a Gearóid de Barra (27 March 1847 – 6 April 1899 ) che seppe fare della sua condizione ciò che molti altri fecero in quei terribili anni della carestia irlandese a metà del diciannovesimo secolo, imparare a suonare uno strumento e suonare ovunque potesse capitare. Qualcosa di simile capitò sul nel nord a William Kennedy: stesse condizioni, quasi uguali soluzioni di sopravvivenza.

Qualche volta di sicuro capitò a Gearóiddi suonare a qualche festa aSráid na Cathrach, piccolissimo centro rurale ai bordi della Contea di Clare dove ad ascoltarlo c’era un cantante e suonatore di flauto concertina, tale Gilbert Clancy che nel 1918 divenne padre di Willie, Willie Clancy; da bambino, come si conviene nella comunità di pipers, Willie imparò a suonare la musica irlandese al tin whistle e diciotto anni vide le prime pipes nelle mani nientemeno che di Johnny Doran, altro travelling piper. L’anno seguente entrò in possesso di un set di uileeann pipes, ma fu costretto a emigrare in quel di Londra per lavorare come falegname e una volta ritornato in Irlanda a Sráid na Cathrachnel ’58 iniziò a registrare 78 giri per la Gael-linn molti dei quali sono contenuti in questo primo – e nel secondo – CD a lui dedicati dalla Claddagh Records, registrazioni che arrivano fino a ’73, anno della sua scomparsa. Cantante dal forte senso ironico, Clancy è uno dei grandi strumentisti ed interpreti delle uilleann pipes ed in questo CD si possono ascoltare alcune delle sue registrazioni straordinarie, ancora oggi, “libro di testo” per le nuove generazioni di pipers: “Garret Barry’s mazurka” è una dedica a Gearóid de Barra (al secolo “Garret Barry”), “The Bunny Bunch of Roses” è la melodia di una canzone d’amore rintracciabile anche in Scozia, Galles ed Inghilterra (un disco dei Fairport Convention ha lo stesso titolo), “Clancy’s Jig”è dedicato al padre e a suo figlio. Un musicista straordinario dalla grande tecnica e dall’ancor più grande senso interpretativo, a lui è dedicato il Festival della cultura irlandese Willie Clancy Summer School che si tiene annualmente nel paese nativo, Milton Malbey, nella cui piazza centrale è stata posta una statua in suo onore.

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Una mattina chiama il mio manager e dice che ero stato richiesto per delle session con musicisti americani che non erano dei jazzisti. Confermai con grande curiosità la mia presenza e ti devo confessare che raramente mi sono divertito coì tanto in sala di registrazione”: queste le parole del contrabbassista Dave Holland che mi disse alla fine di un concerto “in solo” a Verona al Teatro Camploy. Ed in effetti questa gioia di suonare è nettamente percepibile sia all’ascolto di questo LP accreditato a John Hartford che di quello registrato in compagnia di Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor e Jethro Burns registrato nel ’75 per la HDS Records.

John Hartford, cantante banjoista, violinista e chitarrista scomparso nel 2001 è stata senz’altro una delle menti più fertili del cosiddetto bluegrass alternativo, spesso fuori degli schemi, ironico e sempre sorprendente che ha saputo rompere gli schemi di una musica quasi sempre autoreferenziale e ripetiviva (“Aero plane” del 1971 e “Mark Twang” del ’76 sono alcune una delle prove più lampanti di ciò) e se Hartford e Blake richiesero la presenza di un contrabbassista come Holland piuttosto che quella di uno come Roy Huskey Jr. (un vero e perfetto metronomo, compagno di suonate di un certo Doc Watson ma lontano dal mondo del Prog Bluegrass, n.d.r.) significa che le loro menti erano piuttosto “aperte”. In quel periodo il bassista inglese stava lavorando con Sam Rivers, Barry Altshul e Antony Braxton ma in queste session “americane” emerge tutta la sua tecnica ed il lirismo che ho sempre contraddistinto: i suoi interventi in “All Fall Down”, il suo regale accompagnamento in “Street Car” il suo coinvolgimento in tutte le composizioni di Hartford ed il suo “bilanciare” le personalità del banjoista / cantante e di Norman Blake non sono un valore aggiunto al disco ma rappresentano la sua totale condivisione alle idee di Hartford che ebbe a mio avviso un colpo di genio nel coinvolgere David Holland in questo straordinario progetto. Un lavoro meraviglioso questo “Morning Bugle” un tuffo nella musica “americana” la cui storia ed i cui stili sono filtrati dalla personalità di Hartford, uno dei più grandi ed unici talenti di questo bluegrass alternativo la cui scomparsa ha lasciato negli amici musicisti e nei suoi fans un grande vuoto.

Non ci sono outtakes di questo disco, i musicisti hanno suonato in cerchio guardandosi dritti negli occhi, e questo è il meraviglioso risultato di quelle sessions.

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

RCA Records. lp, 1970

di alessandro nobis

Ci sono dischi che segnano il tuo percorso musicale deviandolo verso altre direzioni spesso inaspettate e questo primo disco degli Hot Tuna è stato per me – assieme a “Oh so good’n blues” di Taj Mahal – un punto di ripartenza dopo averli ascoltati entrambi, un pomeriggio d’inverno, a casa di un amico. Vero, avevamo quindici anni, ma la curiosità era già tanta verso la musica americana, soprattutto acustica, soprattutto se intrisa del blues più arcaico: altro non ci interessava, la chitarra di Jorma Kaukonen e per me l’irraggiungibile funambolico basso elettrico di Jack Casady erano ad un livello stratosferico, e la musica del “Tonno Caldo” da quel giorno non l’ho più abbandonata. Ero già un fan dei Jefferson Airplane, ed i blues proposti da Kaukonen erano i brani da me preferiti ma qui il repertorio era acustico, un omaggio a quelli che poi avrei scoperto essere alcuni dei monumenti del blues acustico: Reverend Gary Davis (“Death Don’t Have no Mercy” e “Oh Lord, Search my Heart”), Leroy Carr (“How Long Blues”) ma anche Jelly Roll Morton (“Dont’ you Leave me here”) musicisti dei quali avrei approfondito la conoscenza più tardi, e da questo ellepì a “Traditional Blues” di Brownie McGhee il passo fu più che breve.

Registrato tra il 16 ed il 24 settembre del 1969 a Berlekey alla New Orleans House, rappresenta l’esordio appunto degli Hot Tuna, costola degli Airplane come per poco tempo lo furono i New Riders of the Purple Sage per i Grateful Dead, una costola blues i cui semi sono sparsi in tutte le registrazioni in studio, ben distinti dalle composizioni di Paul Kantner, Marty Balin e Grace Slick naturalmente.

Kaukonen e Casady naturalmente, ma anche la splendida armonica a bocca di Will Scarlett che con i suoi puntuali interventi danno un determinante segno di originalità al suono, e gli arrangiamenti proposti dai tre sono splendidi (“Uncle Sam Blues”), con il basso di Casady che duetta con la chitarra e offre una chiara visione del valore del musicista soprattutto nelle composizioni originali come “Mann’s Fate” e “New Song”.

Nel 1996 venne pubblicata una ricca versione del disco con ben cinque inediti tra i quali un bellissimo “Know You Rider” e “Keep your Lamps Trimmed and Burning”, sempre del Reverendo; nel 2010, a cura della Sony nella collana “Collector’s Choice Music” vene pubblicato altro materiale proveniente dagli stessi concerti con il titolo “Live at New Orleans House Berkeley California 09/69”.

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE a “I Concerti del Quirinale”

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE a “I Concerti del Quirinale”

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE “I Concerti del Quirinale”

28 febbraio 2021, Cappella Paolina, Roma

di alessandro nobis

Onestamente ho da sempre un po’ di diffidenza verso i gruppi non di origine irlandese che suonano la tradizione musicale delle aree di cultura celtica ed in particolare di quella d’Irlanda, ma come in tutte le cose c’è sempre un’eccezione, e questa per me è rappresentata – da quando ho avuto il piacere di ascoltarli la prima volta trenta e passa anni or sono – dai Birkin Tree del piper Fabio Rinaudo. Mi hanno sempre colpito la loro cura nella scelta del repertorio meno conosciuto, la capacità di saper interpretare un repertorio – o i repertori – per noi alloctoni e l’estrema cura negli arrangiamenti e nelle appropriate scelte timbriche spesso di stampo cameristico (a questo proposito mi piace ricordare l’esperienza Caledonian Companion, sempre firmata Fabio Rinaudo).

I Birkin Tree ovvero Fabio Rinaudo (uilleann pipes, tin whistle), Michel Balatti (flauti), Luca Rapazzini (violino), Laura Torterolo (voce, chitarra) e Claudio De Angeli (plettri, banjo) hanno tenuto un concerto alla Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale nell’ambito de “I Concerti del Quirinale” trasmesso in diretta da Rai Radio 3 in collaborazione con la Presidenza della Repubblica e Rai Quirinale: una delle sedi più prestigiose, al di là della diretta radio, dove il gruppo ha presentato parte del suo brillante repertorio nel quale le suite strumentali ed i canti narrativi hanno avuto un bilanciamento tale da presentare in modo efficace lo scrigno musicale irlandese soprattutto al pubblico che conosce poco questo repertorio visto che questa serie di concerti è dedicata in modo quasi esclusivo alla musica cosiddetta “classica”. Segnalo alcuni dei brani eseguiti in questo splendido concerto come la marcia che ha aperto la prima suite di brani (ed anche il concerto), ovvero “The March of the King of Laois” (RuairíÓg Ó Mórdha era il Re di Laois la cui famiglia – parliamo di 180 persone – fu sterminata a Kildare nel 1577 dagli inglesi facendolo coì  diventare acerrimo nemico della Regina Elisabetta I), il reel “The Starry Lane to Monaghan” dal repertorio del violinista Paddy Ryan e “The Dawn Chorus”, brano del violinista di Leitrim Charlie Lennon con in evidenza il banjo di De Angeli e da ultimo una melodia bretone aperta dalle uilleann pipes di Rinaudo e dal flauto traverso irlandese di Balatti e composta dall’abate Augustin Conq vissuto a cavallo del 1900 ed il cui testo è sopravvissuto grazie ai cosiddetti “fogli volanti”, “Braodside Ballads” che dir si voglia. Tra i canti narrativi bellissima la resa di “DonalÓg” (Il giovane Donald), antico canto in gaelico presente nella preziosissima Raccolta Roud al numero #3379.

Infine ecco il link dove poter ascoltare – o riascoltare – il concerto dei Birkin Tree: https://www.raiplayradio.it/audio/2021/02/I-CONCERTI-DEL-QUIRINALE-Birkin-Tree-cb188695-d113-41d8-a011-638eb00ad650.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplayradio_ContentItem-cb188695-d113-41d8-a011-638eb00ad650.&wt&fbclid=IwAR3EWvlwTu_csizAbq_QxnUGX_8cVWbDz8K5ZFATT1FpP2jRQZ9HplnGCOw

“GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Prima Parte)

“GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Prima Parte)

“Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” (Prima Parte)

VERONA, 17 e 18 settembre 2021

Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti

Dipartimento “Culture e Civiltà” dell’Università di Verona

di alessandro nobis

L’idea di organizzare un convegno sul Carnevale nasce da piuttosto lontano, dai tempi del glorioso COMITATO TREDESEDODESE che ebbe il coraggio di proporre per tre anni a Verona, nella sua parte più antica ovvero il Borgo di Santo Stefano, tre giornate dedicate alla cultura popolare nei suoi vari aspetti e che per simbolo prese Santa Lucia (da qui il nome, Santa Lucia si festeggia il 13 dicembre, appunto il 13 del 12, nota per non veneti), il simbolo più conosciuto ed amato appunto dal popolo veronese, più di San Zeno e più anche del Papà del Gnoco. Il TREDESEDODESE non esiste formalmente più da quasi un decennio, ma l’idea è rimasta in tutti i suoi membri a cominciare dal sottoscritto – di cui del Comitato fu immeritato presidente – e quindi nella primavera del 2020 iniziò l’elaborazione del progetto che si concretizzerà nella seconda metà del prossimo settembre; voglio puntualizzare che senza la condivisione della Dirigente Scolastica Dott.ssa Nicoletta Morbioli e l’approvazione del Collegio dei Docenti del CPIA veronese queste due giornate di studi non si sarebbero potute concretizzare e quindi voglio personalmente ringraziare sia la Dirigente Scolastica che le colleghe e i colleghi.

Ma perché concentrare l’attenzione sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie? La risposta che mi sono dato è piuttosto semplice:perché il Carnevale è una parte ancestrale del nostro patrimonio culturale che, periodicamente, riemerge dal lontano passato nel quale mantiene solide radici più o meno ancora riconoscibili. L’idea di base del convegno nata e condivisa con l’etnografa veronese Silvana Zanolli (anche lei del suddetto Comitato) è quella di confrontare, dai punti vista etnografico ed antropologico, i riti delle mascherate e dei carnevali tradizionali dell’area che grosso modo è oggi compresa nell’areale delle odierne Tre Venezie, cercando eventuali comuni origini e mascheramenti, modalità rappresentative, simbologie e differenziazioni sviluppatesi nei secoli.

Tutto ciò partendo dalla considerazione che la diffusione delle culture tradizionali in generale e, quindi, anche delle aree di pianura e delle valli prealpine ed alpine, ovviamente prescinde dalla suddivisione politica attuale delle aree esaminate; ma un limite, diciamo geografico, andava fissato per poter concentrare l’attenzione su di una area, tralasciando purtroppo realtà come quella di Bagolino il cui territorio, pur essendo oggi in Regione Lombardia fu lungamente compreso all’interno di quello della Repubblica di Venezia.

Non si tratta a mio modesto parere di riportare ai nostri giorni il passato che non potrà mai ritornare o di riproporre la sua celebrazione nelle antiche modalità, ma piuttosto di far conoscere le origini storiche di questa festa che risale alla notte dei tempi e del cui significato si è persa contezza nella stragrande maggioranza delle persone che poi partecipano alle feste ed alle sfilate che si tengono nelle piccole comunità valligiane e grandi centri come Venezia e Verona. Alle due giornate (mezze giornate) il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Verona – dove presto servizio come docente – sono stati invitati alcuni tra i più prestigiosi studiosi del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino che con i loro interventi faranno luce sulle origini del Carnevale, sulla sua importanza nello scandire i ritmi di vita soprattutto delle generazioni passate e dei secoli passati, visto per esempio che il “Bacanal del Gnoco Veronese” compie quest’anno 491 anni di vita. La sopracitata Istituzione Scolastica ha in seguito trovato l’importante collaborazione del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università di Verona grazie all’intervento del Dott. Alessandro Norsa e del Prof. Federico Barbierato con i quali ci si è intesi sin da subito e gode, al momento, del “patrocinio” del Comune di Verona (patrocinio significa logo sul materiale informativo ma niente contributo) mentre si è in attesa di notizie dalla Regione Veneto. Inoltre ci sarà la collaborazione con il Comitato del Bacanal del Gnoco con l’intervento del suo Presidente Valerio Corradi.

Gli interventi saranno curati dal Dott. ALESSANDRO NORSA del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università degli studi di Verona, dal Professor CESARE POPPI dell’ Università Liedia de Bulsan, dal Dott. GIOVANNI MASARA’ (PhD Researcher · Department of Sociel Anthropology dell’Università di St. Andrews in Scozia) dal Dott. GIOVANNI KEZICH (Direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina diSan Michele all’Adige) da ANDREA DEL FAVERO & DARIO MARUSIC di FOLKEST (Spilimbergo, Pordenone e Pola · Croazia) e dalla Prof.ssa CHIARA CREPALDI dell’Associazione Minelliana di Rovigo.

La ciliegina sulla torta sarà la presentazione di una nuova edizione anastatica del volume “Il Venardi ultimo di Carnovale” (1847) edito da Scripta con due prefazioni della Dott.ssa Silvana Zanolli e del Prof. Mario Allegri, presentazione alla quale parteciperà anche il poetattore Mauro Dal Fior che ne leggerà alcuni estratti.

Qualcuno noterà che le due giornate coincidono con l’Edizione 2021 del Tocatì, ma non è una coincidenza, anzi; si è voluto creare un fine settimana (lungo visto che il Tocatì inizia il giovedì e termina la domenica) dove la Cultura Popolare si prende tutta la città e per questo voglio ringraziare in special modo il Presidente Paolo Avigo ed il direttivo dell’Associazione Giochi Antichi che hanno accolto la nostra idea.

I dettagli sugli interventi e la loro scansione oraria verranno comunicati nella seconda parte dell’articolo.

Per poter partecipare alle due giornate di studi, che si terranno in uno spazio all’interno del bellissimo spazio “austroungarico” oggi inserito nel Polo Santa Marta a Verona – è necessario inviare una mail con il proprio nome e (mail anche istituzionale per gli insegnanti) a info.giulamaschera@cpiaverona.edu.it

I posti a disposizione sono al momento limitati, quindi …….

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti. 

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Per questo secondo doppio compact disc antologico di “Old Dog Long Road” – del primo ne avevo parlato qualche settimana or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/08/andy-irvine-old-dog-long-road-1961-·2012·vol-1/) – si allarga l’arco temporale dal 1961 al 2015 comprendendo ben 23 brani scelti da varie fonti raccolte soprattutto durante i suoi concerti “in solo” nei quali i repertori presentati si fanno apprezzare per l’ampio spettro delle proposte. C’è anche una preziosa chicca, registrata nel 61’, un debito di riconoscenza verso uno dei suoi punti di riferimento dichiarati, Woody Guthrie: si tratta della devota interpretazione di “Hobo’s Lullaby”, dove Irvine cerca riuscendovi di imitare la voce ed il suono della chitarra del leggendario autore americano, una registrazione casalinga effettuata a solo diciotto anni dalla quale si intende come la folgorazione per il folk fosse già in atto ……

Tra le chicche ce ne sono alcune che secondo il mio modesto parere brillano più di altre: “As I Roved Out”, anno 1975, eseguito dai Planxty (Liam O’Flynn, Irvine, Paul Brady e Johnny Monihan), “The Blind Harper” in duo con Donal Lunny (la Child Ballad # 12) imparata da Nic Jones, il brano dei Mozaik “The Wind Blows over the Danube” (1998), arrangiamento di una melodia raccolta da Bartok Béla nel 1907, e soprattutto “John Barlow”. Quest’ultima eseguita in solo da Irvine è conosciuta anche come “Willy Of Wilsbury”(Child Ballad # 100) ed è composta da una melodia di un altro canto narrativo raccolto da Francis Child (#89) con il testo di origine scozzese precedente al 1775 che racconta la storia della figlia di un Re che rimane incinta del suo eroe (Willy, appunto) causando, diciamo così, il forte disappunto del padre che vuole ammazzare il padre di suo nipote. Con il primo volume questo doppio CD dà una visione chiara della storia e della carriera di Andy Irvine, figura fondamentale della musica tradizionale nel senso più ampio possibile.

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

INTERCORD Records. lp, 1975

di alessandro nobis

Registrato nel ’75 in Germania, ad Neunkirken, questo “I live not where i love” è un altro viaggio nella tradizione musicale irlandese e nelle nuove composizioni dei fratelli Furey e precede l’album di addio registrato l’anno successivo e pubblicato dalla stessa etichetta tedesca Intercord (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/11/02/suoni-riemersi-eddie-finbar-furey-the-farewell-album/). Questi tour in Europa continentale furono molto utili per i Fureys tanto che Finbar diceva che “mentre frequentavamo il circuito folk continentale negli anni ’60 e ’70 capimmo che quello che custodivamo – la tradizione irlandese – era una cosa importante, lo capimmo grazie all’accoglienza, all’interesse ed al calore che ricevevamo dai pubblico francese e tedesco”.

La famiglia Furey appartiene al gruppo degli Irish Travellers, custodi di una buona parte della tradizione delle uilleann pipes e Finbar, che in questo lavoro dedica un brano all’indimenticato Leo Rowsome, come molti altri traveller pipers fu enormemente influenzato dallo stile del leggendario Johnny Doran (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/26/dalla-piccionaia-johnny-doran-traveller-piper-1908-1950/): “mio padre quando avevo sei anni mi disse di ascoltare il modo di suonare di Johnny Doran, io lo feci osservando bene anche come muoveva le sue dita mentre suonava, trovavo bellissimo ascoltarlo e da lui ho imparato molto e quando Doran e la sua famiglia passava nella contea di Clare ci organizzavamo per incontrarlo e scambiare con lui i brani che conoscevamo. Johnny Doran è probabilmente il più grande suonatore di uilleann pipes che io abbia mai incontrato.”

Detto delle sue radici “musicali”, “I live not where i love” è un gran bel disco, convincente, con riuscite scritture orginali come “Wounded Knee”, ballata scritta dopo la lettura di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e l’omaggio a Rowsome, interpretazione di brani altrui come “Lord Lovell” il cui testo è un antico canto narrativo (la Child Ballads 75 la cui versione originale risale al medioevo) musicato da di Dave Burland e “Miss MacDonald / Tarbolton” da repertorio del violinista Brian Patton del Donegal.

SUONI RIEMERSI: LUISA RONCHINI “Semo tute impiraresse”

SUONI RIEMERSI: LUISA RONCHINI  “Semo tute impiraresse”

SUONI RIEMERSI: LUISA RONCHINI  “Semo tute impiraresse”

FONITCETRA FOLK, 36. LP, 1975

di alessandro nobis

Questo è uno dei due dischi che Luisa Ronchini, indimenticata ricercatrice ed interprete della canzone tradizionale di area veneta, incise come solista per la Fonit Cetra (l’altro era “Mi Vo’ A Cantar Di Chioza…La Chiara Stela”, numero 56 della stessa collana): veneziana di adozione, Luisa Ronchini ebbe un ruolo determinante nella ricerca sul campo dei canti tradizionali, nella loro registrazione dai portatori, nella loro riproposizione e nella costituzione del Canzoniere Popolare Veneto assieme agli amici e compagni Alberto D’Amico ed Emanuela Magro (di professione “studentessa” come riportato nella copertina del loro “El Miracolo Roverso” del 1975, stessa collana, numero 33). Voce forte, chiara ed espressiva, Luisa Ronchini presenta qui undici canti, dalla ninna nanna che apre la prima facciata (“Dormi ben mio”) alle villotte / stornelli di “Benedete le to manine” e di “Go fato un bel regalo” raccolte in un’osteria veneziana fino ad “Allegri compagni”, canto di coscritti che partivano per la guerra, quella d’indipendenza come testimonia il verso “Vitorio Secondo”. Scrive Luigi Nono nelle note di copertina: “Luisa Ronchini (ed il Canzoniere Popolare Veneto” fa quello che la sua indubbia natura musicale e la sua bella potenzialità di voce le concedono in questo quasi abbandono di studi, o peggio, in questa cosciente colpa classista. Dall’ascolto della portatrice allo studio della propria voce all’accompagnamento di strumenti o altra voce fino all’esecuzione, alla diffusione, al ritorno al popolo

Tra tutti i canti qui raccolti, segnalo però in particolare la straordinaria testimonianza dello sfruttamento del lavoro femminile de “Le Impiraresse”, le infilatrici di perle, lavoratrici a domicilio sfruttate fin dalla più tenera età e naturalmente sottopagate e di questa lezione, raccolta a Venezia dalla portatrice Tilde Nordico della quale riporto il testo.

LE IMPIRARESSE

Semo tute impiraresse
semo qua de vita piene
tuto fògo ne le vene
core sangue venessiàn.‎

No xè gnente che ne tegna
quando furie diventèmo,‎
semo done che impiremo
e chi impira gà ragion.‎
‎‎
se lavora tuto il giorno
come macchine viventi
ma par far astussie e stenti
tra mille umiliasiòn
‎‎
semo fìe che consuma
dela vita i più bei anni
per un pochi de schei
cheno basta par magnar

Anca le sessole pol dirlo (*)‎
quante lagrime che femo,‎
ogni perla che impiremo
xè na giossa de suòr.‎
‎‎
per noialtre poverette
altro no ne resta
che sbasàr sempre la testa
al siensio e a lavorar
‎‎
Se se tase i ne maltrata
e se stufe se lagnemo
come ladre se vedemo
a cassar drento in preson

Anca le mistra che vorave
tuto quanto magnar lore‎
co la sessola a’ ste siore
su desfemoghe el cocòn! 

Di Luisa Ronchini esiste un bel CD “Una voce unica e sola” pubblicato dallacasa discografica Nota nel 2002 e curato dalla Società di Mutuo Soccorso Ernesto De Martino.

ANDY IRVINE “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 VOL. 1”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 VOL. 1”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 · VOL. 1”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Andy Irvine è per me – e credo di non essere il solo – uno degli eroi che saputo rinnovare nei suoni, nella riproposizione del patrimonio tradizionale e nella nuova composizione il folk celtico di matrice irlandese: il gruppo di cui lungamente ha fatto parte, i Planxty, ha saputo indicare la direzione di questo rinnovamento in seguito percorsa da molti altri ensemble irlandesi ma non solo, personalmente allargherei il discorso a tutte le cosiddette “nazioni celtiche”. Questo doppio compact disc è il primo di due dove Irvine ha raccolto registrazioni nell’arco di oltre cinquanta anni e danno la misura del talento di questo musicista straordinario originario di Londra ma trasferitosi da giovanissimo a Dublino; qui si va da una registrazione casalinga datata 1961 di un brano Blind Boy Fuller (“Truckin’ Little Baby”) che rivela la passione di Irvine per la musica americana – la sua prima infatuazione musicale fu per Woody Guthrie – ad una del 2002, precisamente un’interpretazione del tradizionale “Green Grows the Laurel”.

Le registrazioni non sono pubblicate in ordine cronologico, ma questa è un’insignificante pecca di questo lavoro (e del volume 2) rispetto alla ricchezza del repertorio presentato che fa di questi due doppi compact disc un essenziale compendio per conoscere la storia musicale di Irvine. Qui troviamo l’altra passione di Irvine, i ritmi dispari del folk balcanico di “Chetvorno Horo”in duo con Rens Van der Zalm (1993) registrato al “The Lobby Bar” di Cork assieme al set di hornpipes “Little Stack of Wheat / Humours of Tullycrine” e l’arrangiamento del tradizionale “Longford Weaver” (1978) con Frankie Gavin e Donal Lunny. Insomma ventiquattro tracce, una collana di chicche preziose disponibili sia in “liquido” che in “solido” sul sito di Andy Irvine.

www.andyirvine.com