GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

EMMERECORDLABEL, CD, 2020

di alessandro nobis

image.pngGiuseppe Cistola, chitarrista e compositore, si è posto come obiettivo per questo lavoro scrivere musica mettendoci la passione, i ricordi e tutte le emozioni che ha vissuto e quindi interiorizzato durante un suo lungo soggiorno in terra argentina; con lui, per questo ottimo “Por la Calle Argentina” ci sono il contrabbassista Lorenzo Scipioni, il batterista Michele Sperandio, il sassofonista Marco Postacchini ed il pianista Simone Maggio, presenze fondamentali per la realizzazione di questo bel progetto. Qui non troverete l’Argentina più conosciuta e forse anche più scontata (e nemmeno la rilettura dei classici del jazz), ma piuttosto la rielaborazione di un’esperienza personale che si è realizzata in queste dieci composizioni, tant’è che l’unico a mio avviso chiaro richiamo diretto alle atmosfere argentine l’ho trovato nella splendida e “notturna” ballad “Paseo Nocturno”, con l’incipit di Scipioni (con l’archetto) e Maggio ed un cantabile solo di Postacchini ad introdurre quelli di pianoforte e di chitarra. Cistola e compagni conoscono benissimo l’ABC del linguaggio della musica afroamericana sul quale costruiscono momenti di interplay e assoli mai scontati e sempre caratterizzati da una ricerca melodica e da un controllato virtuosismo. Così nel brano di apertura “5 – 3”, un’altra ballad aperta dalla chitarra di Cistola con un bel tema, nel conclusivo “Sunday Blues” dove il tema è esposto all’unisono dalla chitarra e dal sassofono o ancora la lunga “Out of Rules” con un bel dialogo pianoforte – chitarra che apre al pizzicato del contrabbasso e caratterizzato da un lungo solo di Cistola.

Il quintetto suona davvero bene, le composizioni del chitarrista passano dallo spartito attraversando le sensibilità dei compagni di viaggio creando della musica di gran qualità.

Ha ragione Cistola quando dice di non avere nulla contro gli standard e spero converrà con me nel ritenerli indispensabili allo studio del jazz e della sua secolare storia: se però hai una fluidità di scrittura di questo livello, come si evince dall’ascolto di questi disco, proseguire in questo percorso è d’obbligo.

http://www.emmerecordlabel.it/

 

 

 

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY  “Embrace Storms”

Krysalisound & Slowcraft Records, CD. 2019

di alessandro nobis

“Embrace Storms” è la più recente produzione del talentuoso compositore inglese James Murray che concretizza il suo pensiero musicale attraverso un sapiente e consapevole utilizzo dell’elettronica: le sue composizioni nascono, si sviluppano, si concretizzano lasciando l’ascoltatore in balìa delle proprie emozioni che si originano dall’attento ascolto di queste due lunghe tracce, “In Your Head” e “In Your Heart”. I sapienti classificano questa musica come “ambient”, ma mi piace piuttosto definirla semplicemente come musica elettronica visto che segue il solco di certa musica sviluppatasi già negli anni settanta e che ha avuto diverse “denominazioni”; che questa musica sia frutto di un approccio consapevolmente improvvisativo, sia progettata anche nei minimi particolari o entrambe le cose ha poca importanza, ciò che più conta è la ricerca dei suoni e la loro combinazione – sovrapposizione e la ricerca del perfetto, godibile e delizioso equilibrio finale raggiungibile a questi livelli solo se padroneggi in modo sicuro e consapevole la tecnologia a disposizione. Qualcuno ha definito la musica di James Murray “caos controllato” e questa definizione forse è la mediazione tra le due modalità a cui accennavo prima.

Embrace Storms - CD #02

Quel che posso dire, da profano, è che questo “Embrace Storms” è un lavoro di grande fascino che cattura l’attenzione dalle prime battute e che ad ogni ascolto ti fa scoprire i suoni “nascosti” ed immaginare le modalità di esecuzione che stanno alla base di lavori come questo.

“Embrace Storms” è una coproduzione tra le etichette Slowcraft e la KrysaliSound ed è disponibile in CD (copie numerate), in formato digitale ed anche in un prezioso LP di 140 g, sempre in una turatura limitatissima.

http://www.krysalisound.com | info.krysalisound@gmail.com http://www.slowcraft.info | slowcraftrecords@gmail.com

https://slowcraft.bandcamp.com/album/embrace-storms https://krysalisound.bandcamp.com/album/embrace-storms

 

 

DALLA PICCIONAIA: I NOSTRI ANNI SETTANTA

DALLA PICCIONAIA: I NOSTRI ANNI SETTANTA

DALLA PICCIONAIA: I NOSTRI ANNI SETTANTA

di alessandro nobis

Negli ultimi anni non è che ci siamo frequentati molto. A parte una spedizione padovana per un concerto di Barre Phillips e Roberto Zorzi ci si incrociava il mercoledì mattina verso mezzogiorno, al mercatino rionale sotto casa dove scambiavano due parole di fretta e furia. Mai solo “ciao” e “ciao”.

Negli anni Settanta, intorno alla metà degli anni Settanta, le cose erano invece molto diverse, gli incontri erano quasi quotidiani e si frequentavano ragazzi che come noi condividevano la passione per la musica e con i quali saremmo rimasti in contatto per decenni, fino ai nostri giorni.

Il martedì mattina l’appuntamento era all’edicola di via Cesare Abba per acquistare Ciao 2001, settimanale musicale che ai tempi era considerato una sorta di testo sacro della musica che ascoltavamo: il giovedì ci si alzava prima e si andava in un’altra edicola, quella di fronte alla Chiesa di Santa Anastasia, dove arrivava qualche copia di Melody Maker, rivista inglese che ha segnato la storia dell’editoria musicale almeno in Europa.

Spesso di pomeriggio si andava assieme ad altri amici al negozio di dischi in Galleria Pellicciai, fornitissimo di tutte le novità italiane e di importazione della “nostra musica” preferita di allora, il prog.; nelle cabine potevi ascoltare tre long-playing ma ne dovevi acquistare almeno uno e così quando un uno di noi se lo poteva permettere avvisava gli altri ed insieme si andava. Poi a casa il disco veniva spesso registrato su cassetta: capitava spesso anzi quasi sempre di trovarsi a casa di Nicola ad ascoltarlo più e più volte, a condividere pareri, emozioni ed anche sogni, un momento di crescita che in seguito si dimostrerà fondamentale per molti di noi. Nicola aveva all’epoca dei gusti musicali che andavano dai Genesis di Peter Gabriel ai Roxy Music di Brian Eno, passando ai “Pianeti” di Holst ed alla musica antica suonata da David Munrow; molto avevamo in comune ma piano piano i miei gusti si spostarono all’ambiente della musica tradizionale americana e come si diceva allora anglo-scoto-irlandese. L’importante era sempre e comunque ascoltare, ascoltare e commentare. E crescere musicalmente.

Chi se lo poteva permettere andava anche ai concerti fuori porta e naturalmente della musica ascoltata e dei gruppi visti se ne parlava a lungo, qualcuno addirittura li registrava con un apparecchio a cassette e vi lascio immaginare la qualità del suono che per noi comunque sembrava formidabile; alcuni di noi impararono a suonare uno strumento riuscendovi ed altri, come il sottoscritto, una volta capito di non essere in grado di affrontare lo studio della musica, barattarono il proprio (un basso Fender Precision di seconda mano trovato a Bolzano con il quale cercavo di scimmiottare Gary Thain senza ovviamente riuscirci) con un registratore a cassette che si rivelò però fondamentale nel mio percorso di ascolti, approfondimenti ed esplorazioni sonore.

Nicola aveva un notevole talento creativo, si interessava non solo di musica ma anche di fotografia e di grafica ed avrebbe più tardi disegnato il logo dei Licaon in puro stile Roger Dean: prendeva lezioni di pianoforte dalla madre ed aveva un talento musicale tant’è che ad un certo punto, credo fosse il 1974, entrò a far parte dei Licaon, gruppo nato dalle ceneri dei Gem (dei quali facevano parte Dario Vignato, batteria, e Mario Natale alle tastiere, un altro che proseguì la sua carriera di musicista), fondato dal chitarrista Johnny Rao e dal bassista Maurizio Chavan ai quali si aggiunsero anche il batterista Carlo Arzeni e il giovanissimo fiatista Benny Weiss (da molti anni apprezzato jazzista).

I Licaon, all’epoca la band più interessante in circolazione dalle nostre parti con delle notevoli potenzialità allora solo parzialmente espresse (parliamo di ragazzi mediamente di sedici anni), non suonavano brani altrui ma componevano musiche originali come la complessa suite “Lo Hobbit” ispirata naturalmente al volume di Tolkien che nella versione Licaon comprendeva testi e parti recitative scritte da Carlo Ridolfi portate in scena da Nucci Rao. I mezzi erano pochi (ricordo che quando a Johnny arrivò la chitarra Gibson Les Paul De Luxe ci fu una sorta di pellegrinaggio in camera sua) ma erano suppliti da un grande entusiasmo ed anche da una certa abilità strumentale che negli anni seguenti alcuni di loro avrebbero sviluppato per continuare il loro percorso musicale. Del loro “Lo Hobbit” resta traccia ufficiale in “Years of songs” un compact disc realizzato nel 2011 da Johnny Rao che contiene una versione de “La Battaglia dei Cinque Eserciti” suonata con Nicola e Valentina Turata al violino, un breve assaggio di quello che era la musica dei Licaon. Poi ci sono senz’altro delle registrazioni in qualche archivio segreto …….. Di loro ricordo tre bei concerti: al Teatro Laboratorio, nel parco di Villa Pullè al Chievo e nello spazio retrostante il Liceo Fracastoro durante un’occupazione studentesca, mi sembra nel ’77.

licaon 3

D’estate eravamo fortunati, si andava a Londra per un paio di settimane con la scusa di imparare e di impratichirsi con l’inglese: in realtà le giornate passavano alla ricerca di negozi di dischi, da Oxford Street a Camden Town a Shaftesbury Avenue da Dobell’s e Collett’s due fornitissimi negozi che spacciavano vinili di folk inglese e di jazz, dischi che potevano guardare ma raramente comperare …… ricordo che Johnny cercò per tutta Londra un 45 giri di EL&P, ed io un cofanetto antologico di folk britannico, ma alla fine li trovammo entrambi!

IMG_3868Ma di quelle settimane londinesi uno dei miei ricordi più lucidi fu la mattina in cui accompagnai Johnny e Nicola a Portobello Road, quando consegnarono – io rimasi in strada, al mercatino- nel piccolissimo negozio di Richard Branson un demotape dei Licaon, e quello che sarebbe di lì a poco diventato il patron della Virgin spedì in seguito una lettera nella quale si complimentava con il gruppo, anche se poi non se ne fece più nulla. Peccato, ma l’offerta musicale di quegli anni era davvero sbalorditiva, tutto era concentrato sulla novità della musica punk ed il progressive era caduto nel dimenticatoio. Peccato davvero.

L’avventura, il progetto Licaon si concluse nel ’78: il termine delle scuole superiori ed il trasferimento di alcuni membri fuori Verona furono le principali cause. Di recente so pr certo che si voleva fare una reunion del gruppo, ma purtroppo le cose sono andate diversamente ….

licaon 2
I Licaon, qualche tempo fa.

Prima di chiudere vorrei ricordare però l’impegno di Nicola a Radio Centrale, un’esperienza formativa non solo per lui, che aveva una trasmissione con l’amico di sempre Johnny ma per tutti noi che a vario titolo avemmo un ruolo nella programmazione musicale di quella Stazione Radio le cui frequenze, 104 FM, passarono in seguito a Radio Popolare: in molti passarono da Piazza Broilo, da semplici appassionati come me a giornalisti professionisti. tele-radio-centrale-verona-2A questo punto però necessito di una “memoria esterna”, quella di Johnny: “Nicola ed io fummo proprio co-fondatori di Radio Centrale, grazie alla stima ed amicizia di Giovanni “Mimmo” Colombo che ci chiese se volevamo par parte della nascita di una radio privata indipendente; la radio iniziò dalla sede di Via Nicola Mazza, per poi trasferirsi successivamente in Piazza Broilo”.Fu quella di Radio Centrale un’altra esperienza almeno per me molto importante per gli ascolti di musiche diverse, per gli approfondimenti, le amicizie, per le discussioni riguardanti le uscite discografiche o i concerti ai quali riuscivamo ad andare. Ma durante un formidabile temporale estivo un fulmine centrò distruggendola l’antenna di Radio Centrale sulle Torricelle: la Radio come la nascente Tele Centrale chiusero i battenti e qualche tempo dopo si trasferirono in un capannone in Borgo Roma.

Poi, come detto, quel periodo terminò e per Nicola iniziarono il periodo milanese alla scuola di Bruno Munari e nuove esperienze musicali ed iniziò a produrre bellissime grafiche per gli straordinari e formativi Festival Jazz a cavallo del 1980.

Ma questa è un’altra storia che non saprei raccontare per non averla vissuta direttamente “a margine”.

Ciao Nicola.

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

UR Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo è la seconda incisione del quartetto Aparticle. Dopo il convincente “Bulbs” del 2018 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/01/25/aparticle-bulbs/), ecco un nuovo lavoro che conferma quanto di buono si era ascoltato in quello d’esordio: innanzitutto la coesione sonora del quartetto, e questo a mio avviso è riscontrabile ascoltando innanzitutto i due brani che nascono da una improvvisazione collettiva come “First Action” e “Second Action” che partono entrambi da uno spunto del clarinetto basso e della batteria; a mio avviso se dall’esperienza dell’improvvisazione non idiomatica scaturisce un profondo dialogo ed un apporto individuale che contribuisca alla crescita della stessa, ecco che di conseguenza anche nell’esecuzione di brani con “tema” scritti o concordato emergono queste caratteristiche, ed è quello che si nota ascoltando la musica di “Aparticle”.

Giulio Stermieri (piano elettrico), Cristiano Arcelli (ance), Michele Bonifati (chitarra) ed Ermanno Baron (batteria) confezionano quindi un lavoro davvero interessante, creativo, lontano dalla riproposizione di standard che si presenta come un invidiabile equilibro esecutivo che lascia solo immaginare l’aspetto “Live” di Aparticle.

Quoto l’iniziale “Seedsmen” con bei soli di Rhodes e chitarra e con l’incalzante apporto del basso (chitarra), la lunga “Our Warning System” che si sviluppa partendo dall’introduzione dal talentuoso Bonifati che duetta con Baron e con espressivo lungo solo di chitarra nel quale si inserisce il sax tenore che esegue a sua volta un assolo e per concludere “It is Necessarily So” che, a mio avviso quantomeno nel titolo, fa riferimento all’immortale quasi omonimo brano del songbook gershwiniano. Ma forse mi sbaglio.

Un gran bel disco, speriamo che la situazione dei concerti riparta chè di jazz come quello di questo quartetto ce n’è davvero bisogno.

 

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

(602) LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chamaleon”.

VREC RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Lorenz Zadro è un missionario. A Lorenz Zadro è stato affidato il compito di promuovere, studiare, divulgare e naturalmente suonare la “musica del diavolo”, il blues e lo fa egregiamente organizzando “Blues Ma de in Italy” a Cereca (Vr), uno dei più quotati festival a livello europeo, scrivendo libri, articoli e naturalmente frequentando innumerevoli bluesmen alcuni dei quali in seguito lo hanno “convocato” per partecipare a concerti o a registrazioni in studio.

Questo suo “Blues Chameleon” pubblicato nei primi di gennaio 2020 dalla Vrec raccoglie alcuni frutti delle sue collaborazioni a partire dal 2000 fino al ’19, diciotto tracce che mettono anche in evidenza la sua “camaleonticità” nell’affrontare il blues nelle sue più diverse declinazioni.

Qui ce n’è veramente per tutti i gusti, dalle riletture di J. B. Lenoir ad opera di Ciosi e di Robert Johnson (“Crossroads” e “Ramblin’ and Tumblin” rispettivamente interpretate da Eddie Wilson) agli originali del chitarrista e compositore veronese fino a due inediti in compagnia di Leo Bud Welch (ottima la rilettura di “Baby Please Don’t Go”.

A questo punto faccio faticosamente le mie scelte e quoto tra tutti i brani registrati in compagnia della premiata ditta Mora & Bronski: “Aces of Spades” e “Mannish Boy” tratti dal loro magnifico secondo album (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/11/mora-bronski-2/)e la coppia “Anarcos” / “Appuntamento al Buio” tratti da 50/50 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/04/14/mora-bronski-50-50/)e per finire la coppia di brani di Manuel Tavoni, “You already know it” (inedito, registrata in studio per questo lavoro) e “Talkin’ about the blues” tratto dall’ottimo “Back to the essence” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/27/manuel-tavoni-back-to-the-essence/).

Un bel dischetto che fa il punto della carriera di Zadro, con una copertina quasi post-futurista di Federico Rossini che rappresenta un valore aggiunto di questo “Blues Chameleon”, gustoso antipasto per questo 2020 spero ricco di musica di qualità come questa; ma a questo punto Lorenz Zadro deve servire il piatto principale ………………

01 – WHO LOOKS FOR SOMETHING | with Ciosi Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto da “The Big Sound” (2018)

02 – MY GRANDFATHER | with Ciosi
Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto dal suo album “The Big Sound” (2018)

03 – ALABAMA BLUES | with Ciosi Brano scritto da J.B. Lenoir; estratto dall’album “The Big Sound” (2018) di Ciosi

04 – CROSSROADS | with Eddie Wilson. DiRobert Johnson; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

05 – LIZA’S EYES BLUES | with Eddie Wilson
Di Lorenz Zadro; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

06 – ROLLIN’ AND TUMBLIN’ | with Eddie Wilson
Di Robert Johnson;dall’album “Lost in The Blues” di L. Zadro & Eddie Wilson (2009)

07 – BABY PLEASE DON’T GO | with Leo “Bud” Welch
Brano scritto da Big Joe Williams; *** INEDITO ***

08 – ME & MY LORD | with Leo “Bud” Welch
Traditional; *** INEDITO

09 – I’M TALKIN’ ABOUT THE BLUES | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; da “Back To The Essence” (2017)

10 – YOU ALREADY KNOW IT | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; registrato nel 2019 *** INEDITO ***

11 – ACE OF SPADES | with Mora & Bronski
Brano scritto da Lemmy Kilmister / Motorhead; dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

12 – ANARCOS | with Mora & Bronski
Brano scritto da Fabio Ferraboschi; estratto dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

13 – APPUNTAMENTO AL BUIO | with Mora & Bronskidi  Fabio Ferraboschi;dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

14 – MANNISH BOY | with Mora & Bronski:
di Bo Diddley; estratto dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

15 – I JUST GO | with Rowland Jones Di Bozz Scaggs; estratto dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

16 – GET UP, GET DOWN! | with Sarasota Slim
di Sarasota Slim; dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

17 – THE BRIDGE | with The True Blues Band
Di L. Zadro e Valter Consalvi;dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

18 – SESSOBARRAAMORE | with Simone Laurino. di Simone Laurino; “Festival Show” di Radio Birikina e Bella & Monella (2016)

 

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN:                                        THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV” (Rattus Norvegicus)

EMI. LP, CD. 1977

di Crstiano Bordin

Il 1977 non è un anno qualsiasi: segna un passaggio generazionale fortissimo anche nella musica. Nuovi gruppi, nuovi suoni, nuove etichette, un approccio completamente diverso, opposto, rispetto al periodo precedente. E’ una scossa creativa che produrrà per diversi anni album e gruppi a getto continuo.  Per tanti tutto è punk in quegli anni. Ma in realtà le sfumature sono tantissime e come sempre succede dare un’etichetta vuol dire appiattire o non considerare le differenze tra gruppo e gruppo. Nel 1977 esce “Rattus Norvegicus” degli Stranglers, il loro esordio. Un disco punk? Un gruppo punk? Per attitudine sicuramente si. Per suono direi di no. E’ un disco che mette insieme tante cose, tanti riferimenti ed è anomalo anche negli strumenti usati dalla band. Le tastiere, ad esempio, qualsiasi gruppo punk non le voleva vedere nemmeno in fotografia. E poi gli Stranglers erano pure un po’ strani: gli piaceva provocare, anche sul palco, si infilavano volentieri in canzoni dai doppi sensi abbastanza evidenti che li avrebbe fatti censurare della Bbc, come successe per uno dei singoli, “Peaches“. E poi nel quartetto c’erano musicisti di età parecchio diversa che contribuivano a dare di loro un’immagine assolutamente particolare. “Peaches” fu un successone, l’album vendette bene e “Hanging around“, con il suo intro di tastiere, e “Get a grip on yourself“, dove compare anche il sax,  diventarono dei classici per i live. Riff di chitarra secchi, come il periodo imponeva, un basso travolgente e minaccioso, e le tastiere che danno a questo album originalità oltre che un suono fuori dagli schemi.  “London lady“, Princess of the street” sono canzoni immediate, veloci, rabbiose come le citate “Peaches” e “Get a grip on yourself”  ma ognuna di queste è diversa dall’altra e nessuna corrisponde  ai canoni punk fino in fondo. C’è sempre qualcosa in più e qualcosa di diverso. Come il pezzo che chiude l’album “Down in the sewer”: una cavalcata incredibile, un crescendo di una potenza devastante dove a guidare la danza sono soprattutto le  tastiere di Dave Greenfield. In quel pezzo di quasi 8 minuti- un’eresia in tempi di punk- c’è un po’ di tutto. Un cocktail esplosivo dove sono tanti gli elementi riconoscibili- psichedelia e progressive –  che diventano nelle loro mani qualcosa di nuovo e  di indefinibile. Un disco “Rattus norvegicus” che chi ha ascoltato allora difficilmente avrà abbandonato.

E per chi non l’ha mai sentito potrebbe essere davvero una bella sorpresa.

Jean Jacques Burnel: basso, voce

Jet Black: batteria

Hugh Cornwell: chitarra, voce

Dave Greenfield: tastiere

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

CK CLUB 48 CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ho veramente grande apprezzamento per quello che i KC hanno realizzato negli ultimi anni, ed anche mi ha entusiasmato l’idea di presentare dal vivo con un  line-up  a 7 brani più recenti e meno recenti del loro cinquantennale songbook; pur tuttavia il periodo che personalmente ritengo più interessante dal punto di vista musicale è quello di “Lark’s Tongues in Aspic” e questo perché il quintetto diretto da RF (con Bill Bruford, David Cross, John Wetton e Jaime Muir) pur muovendosi nei territori del rock rappresentava ai quei tempi il punto più vicino al jazz inglese di quegli anni ed in particolare alla frangia degli improvvisatori radicali dei vari Derek Bailey, Evan Parker e compagnia bella; solamente, sempre secondo il mio modesto parere, gli Henry Cow di Fred Frith avevano saputo fare di meglio osando addentrarsi in quei meravigliosi ed inesplorati territori; territori che in realtà i KC avevano in parte già affrontato, a mio avviso ad esempio nella parte centrale di “Moonchild” nel loro esordio in studio.

Fripp aveva conosciuto il percussionista Muir assistendo ad un suo concerto in duo con Derek Bailey (un duo che le 1981 avrebbe poi inciso il meraviglio so “Dart Drug” per la Incus) ed in seguito ebbe la geUnknown.jpegniale idea di ingaggiare il musicista: peccato che alla fine delle sessioni di registrazioni il geniale percussionista lasciò il gruppo.

Questo di Newcastle fa parte della serie di concerti che i KC tennero prima di entrare in studio – altri vennero inseriti nel box dedicato a LTIA, e la scaletta comprende l’esecuzione dei brani, con lo stesso ordine, che sarebbero poi stati pubblicati nella versione in studio, fatta eccezione per due lunghe e straordinarie improvvisazioni, la prima a seguire “Book of Saturday” e la seconda che prende vita alla fine di “Easy Money”. Mentre la prima vede un lungo solo di Fripp con il gruppo che lo asseconda, nella seconda emerge tutto il talento e la creatività spontanea di Muir che in almeno otto dei diciassette minuti dell’improvvisazione, a tratti supportato dal violino di DC (musicista cresciuto nell’ambito della musica contemporanea), collega il linguaggio rock crimsoniano con il mondo della Company. Il suono di Muir naturalmente pervade tutto il concerto con le sue coloriture e con il suo ampio arsenale strumentale e con il suo talento che gli permette di mettere il suo suono nel posto migliore dove possa essere.

La qualità della registrazione, per chi ascoltava i bootleg su vinile degli anni Settanta, è decisamente buona; si tratta di un documento storico assolutamente da avere e che richiede un indispensabile quanto attento ascolto per apprezzare in toto i KC targati Jaime Muir.

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

ZYX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Lo dico subito: vi confesso di non avere totale contezza della discografia di Rudy Rotta, valente chitarrista e compositore inopinatamente scomparso due anni or sono; tuttavia ho avuto più di un’occasione di seguire durante parecchi concerti la sua evoluzione musicale attraverso le varie line-up (da quella iniziale a quella più recente passando per quella acustica con il violoncello di Bruno Briscik), e quindi di ammirare la sua tecnica, la grinta sul palco e la cura con cui preparava gli arrangiamenti dei brani eseguiti dal gruppo: mi limito alla conoscenza dei suoi due primi lavori con la Rudy’s Blues Band (così allora si chiamava il suo gruppo) quando si dedicava in toto alla personale rilettura del miglior blues d’oltreoceano, e di questo suo ultimo “Now and Then …and Forever” pubblicato dall’etichetta tedesca ZYX e prodotto dall’Associazione Culturale Rudy Rotta in collaborazione con A-Z Blues, che evidenzia la grande lucidità e capacità con la quale Rotta stava proseguendo il suo cammino di allontanamento dallo schematismo del blues “classico”. Come leggere altrimenti il funk della lunga e trascinante “Bad Bad Feeling”, la delicata ballad pacifista acustica scritta a quattro mani con Deborah Kooperman “Winds of War” o il grido di “ricca solitudine” di “Money Money” (la bonus track che chiude il disco, con una rilettura del brano originale in chiave acustica suonata con lo slide).

Questo “Now and Then …and Forever!” è un disco “vero”, non un omaggio raffazzonato alla memoria di Rudy Rotta: registrato nel 2015, arrangiato dal chitarrista e magistralmente missato da Davide Rossi presenta nove brani dal suono compatto, potente, aggressivo con una band che, più che assecondarlo, contribuisce in modo convincente al progetto che comprende per lo più brani originali ma che mantiene vivo il cordone ombelicale con la musica del diavolo, non in modo calligrafico ma interiorizzando e quindi riproponendo in modo personale il repertorio scelto.

Ma non abbiate timore, il legame con le “dodici battute” c’è eccome, non è solamente nascosto nel pentagramma dei brani originali. Certo che il blues c’è, come è certo che non si tratta di letture pedisseque; del resto, quante versioni abbiamo ascoltato di “Crossroads” di Robert Johnson? Decine e decine, acustiche ed elettriche, europee ed americane eppure questa di Rotta brilla per originalità nel suono e nell’arrangiamento, e quanto è diversa dall’originale “Harlem Shuffle” di Bobby Byrd ed Earl Nelson resuscitata dagli Stones di “Dirty Work”?

Idee, il talento, il blues, il soul, il rhythm’n’blues ed il rock più sanguigno è quello che si trova in questo ottimo lavoro ed era ben chiara la strada che il chitarrista aveva iniziato a percorrere. Peccato se ne sia andato così presto. Davvero peccato.

www.facebook.com/rudyrottaofficial

 

 

 

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

Alabianca Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Certo che i sovracuti di clarinetto basso e le parole “a doppia voce” di Peppino Impastato che aprono questo lavoro dei piemontesi Blu L’Azard lascieranno perplessi gli “ortodossi del folk”, ma che importa, va bene anche conservare il sacro fuoco della tradzione ma a mio parere va ancora più bene andare avanti e lasciarsi influenzare da quello che ci suona “attorno”. Ma “Se si insegnasse la bellezza”, il brano di cui parlavo, indica la direzione di questo progetto in modo inequivocabile: piedi e testa nella tradizione delle valli alpine piemontesi (Val Maira, Valli di Lanzo, Valle di Susa) e delle loro affascinanti lingue ancestrali e sguardo verso le musiche e culture “altre”. L’avanguardia fianco a fianco della tradizione, suoni e strumenti alloctoni (il clarinetto basso, il flicorno ed il sassofono o le percussioni del maliano Makan Sissoko) che danzano assieme al violino, alla cornamusa ed alla fisarmonica ed agli ottoni della val di Lanzo: Flavio Giacchero (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamusa), Marzia Rey(voce, violino), Pere Anghilante (voce, fisarmonica) e Pierluigi Ubaudi (voce, flicorno baritono, oggetti sonori) l’hanno studiata bene realizzando un disco, un fiore all’occhiello del “nuova” musica popolare italiana. Certo, incastonare la poetica di Peppino Impastato, dell’armeno Adrian Varujian (“Pavots”), di Emily Dickinson (“Aracnica”) o della poesia trobadorica di  Peire Vidal (“Estat ai gran sazo”) nelle melodie tradizionali o di nuova composizione (“La Gàrdia”, ad esempio testo di Giacchiero con la combinazione di fisarmonica ed un azzeccato intervento “free” di sax soprano) è un’operazione al limite dell’azzardo ma non temete, il “sacro fuoco” non è stato spento ma anzi è stato ravvivato dal combo Blu D’Azard; musica da ascoltare attentamente, testi da leggere più e più volte. Musica, anche, come recita il titolo, anche da ballare.

 

 

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

DODICILUNE RECORDS CD ED412, 2018

di Alessandro Nobis

Ascolto questo disco e penso alla “sperimentazione vocale”; mi vengono subito in mente Demetrio Stratos e Boris Savoldelli, Maggie Nichols, Julie Driscoll – Tippett o Meredith Monk; ecco che grazie alla Dodicilune scopro anche Camilla Battaglia, ideatrice ed autrice di questo ottimo “Emit: Rotator Tenet” a due anni dall’altrettanto interessante “Tomorrow-2 more Rows of Tomorrow”.

Il combo ha una struttura “a quattro” (con la Battaglia, pianista e cantante ci sono Michele Tino al sassofono, Andrea Lombardini al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria) e tre brani ospitano Ambrose Akinmuse, trombettista californiano che arricchisce ulteriormente il suono soprattutto in “Crossing the Water” ed in “You don’t exist” e grazie ad un accuratissimo lavoro in sala di incisione e ad un fine uso di quella diavoleria elettronica che risponde al nome di kaosspad confeziona un lavoro prezioso in termini di ricerca sonora dove la voce sia nei momenti più sperimentali (mi riferisco alle tracce palindrome che aprono e chiudono il lavoro) ed in quelli più legati al jazz meno sperimentale ed improvvisativo trova sempre il suo equilibrio e conferma come Camilla Battaglia sia una cantante preparatissima tecnicamente e con un progetto ben preciso, raffinato e di alta scuola. Merito del quartetto se tutte le sue componenti mantengono l’attenzione dell’ascoltatore sempre in allerta (piacevolmente in allerta) come la lunga “You don’t exist II” aperta dal duetto voce – pianoforte con a seguire un espressivo solo di tromba in sovrapposizione al soprano che anticipa un lungo e notevole momento improvvisativo per riportarci poi al tema iniziale; al di là delle ispirazione letterarie e filosofiche che hanno portato Camilla Battaglia a comporre queste otto tracce e delle quali prendo semplicemente atto, non resta che ribadire la qualità della musica qui raccolta, una proposta che può essere apprezzata nel migliore dei modi sia dal pubblico che ama il jazz più classico che da quello che dal jazz cerca invece balzi in avanti e connessioni con la sperimentazione e la musica contemporanea, nella sua accezione migliore.

http://www.dodicilune.it