LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

(602) LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chamaleon”.

VREC RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Lorenz Zadro è un missionario. A Lorenz Zadro è stato affidato il compito di promuovere, studiare, divulgare e naturalmente suonare la “musica del diavolo”, il blues e lo fa egregiamente organizzando “Blues Ma de in Italy” a Cereca (Vr), uno dei più quotati festival a livello europeo, scrivendo libri, articoli e naturalmente frequentando innumerevoli bluesmen alcuni dei quali in seguito lo hanno “convocato” per partecipare a concerti o a registrazioni in studio.

Questo suo “Blues Chameleon” pubblicato nei primi di gennaio 2020 dalla Vrec raccoglie alcuni frutti delle sue collaborazioni a partire dal 2000 fino al ’19, diciotto tracce che mettono anche in evidenza la sua “camaleonticità” nell’affrontare il blues nelle sue più diverse declinazioni.

Qui ce n’è veramente per tutti i gusti, dalle riletture di J. B. Lenoir ad opera di Ciosi e di Robert Johnson (“Crossroads” e “Ramblin’ and Tumblin” rispettivamente interpretate da Eddie Wilson) agli originali del chitarrista e compositore veronese fino a due inediti in compagnia di Leo Bud Welch (ottima la rilettura di “Baby Please Don’t Go”.

A questo punto faccio faticosamente le mie scelte e quoto tra tutti i brani registrati in compagnia della premiata ditta Mora & Bronski: “Aces of Spades” e “Mannish Boy” tratti dal loro magnifico secondo album (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/11/mora-bronski-2/)e la coppia “Anarcos” / “Appuntamento al Buio” tratti da 50/50 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/04/14/mora-bronski-50-50/)e per finire la coppia di brani di Manuel Tavoni, “You already know it” (inedito, registrata in studio per questo lavoro) e “Talkin’ about the blues” tratto dall’ottimo “Back to the essence” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/27/manuel-tavoni-back-to-the-essence/).

Un bel dischetto che fa il punto della carriera di Zadro, con una copertina quasi post-futurista di Federico Rossini che rappresenta un valore aggiunto di questo “Blues Chameleon”, gustoso antipasto per questo 2020 spero ricco di musica di qualità come questa; ma a questo punto Lorenz Zadro deve servire il piatto principale ………………

01 – WHO LOOKS FOR SOMETHING | with Ciosi Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto da “The Big Sound” (2018)

02 – MY GRANDFATHER | with Ciosi
Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto dal suo album “The Big Sound” (2018)

03 – ALABAMA BLUES | with Ciosi Brano scritto da J.B. Lenoir; estratto dall’album “The Big Sound” (2018) di Ciosi

04 – CROSSROADS | with Eddie Wilson. DiRobert Johnson; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

05 – LIZA’S EYES BLUES | with Eddie Wilson
Di Lorenz Zadro; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

06 – ROLLIN’ AND TUMBLIN’ | with Eddie Wilson
Di Robert Johnson;dall’album “Lost in The Blues” di L. Zadro & Eddie Wilson (2009)

07 – BABY PLEASE DON’T GO | with Leo “Bud” Welch
Brano scritto da Big Joe Williams; *** INEDITO ***

08 – ME & MY LORD | with Leo “Bud” Welch
Traditional; *** INEDITO

09 – I’M TALKIN’ ABOUT THE BLUES | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; da “Back To The Essence” (2017)

10 – YOU ALREADY KNOW IT | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; registrato nel 2019 *** INEDITO ***

11 – ACE OF SPADES | with Mora & Bronski
Brano scritto da Lemmy Kilmister / Motorhead; dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

12 – ANARCOS | with Mora & Bronski
Brano scritto da Fabio Ferraboschi; estratto dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

13 – APPUNTAMENTO AL BUIO | with Mora & Bronskidi  Fabio Ferraboschi;dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

14 – MANNISH BOY | with Mora & Bronski:
di Bo Diddley; estratto dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

15 – I JUST GO | with Rowland Jones Di Bozz Scaggs; estratto dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

16 – GET UP, GET DOWN! | with Sarasota Slim
di Sarasota Slim; dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

17 – THE BRIDGE | with The True Blues Band
Di L. Zadro e Valter Consalvi;dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

18 – SESSOBARRAAMORE | with Simone Laurino. di Simone Laurino; “Festival Show” di Radio Birikina e Bella & Monella (2016)

 

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN:                                        THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV” (Rattus Norvegicus)

EMI. LP, CD. 1977

di Crstiano Bordin

Il 1977 non è un anno qualsiasi: segna un passaggio generazionale fortissimo anche nella musica. Nuovi gruppi, nuovi suoni, nuove etichette, un approccio completamente diverso, opposto, rispetto al periodo precedente. E’ una scossa creativa che produrrà per diversi anni album e gruppi a getto continuo.  Per tanti tutto è punk in quegli anni. Ma in realtà le sfumature sono tantissime e come sempre succede dare un’etichetta vuol dire appiattire o non considerare le differenze tra gruppo e gruppo. Nel 1977 esce “Rattus Norvegicus” degli Stranglers, il loro esordio. Un disco punk? Un gruppo punk? Per attitudine sicuramente si. Per suono direi di no. E’ un disco che mette insieme tante cose, tanti riferimenti ed è anomalo anche negli strumenti usati dalla band. Le tastiere, ad esempio, qualsiasi gruppo punk non le voleva vedere nemmeno in fotografia. E poi gli Stranglers erano pure un po’ strani: gli piaceva provocare, anche sul palco, si infilavano volentieri in canzoni dai doppi sensi abbastanza evidenti che li avrebbe fatti censurare della Bbc, come successe per uno dei singoli, “Peaches“. E poi nel quartetto c’erano musicisti di età parecchio diversa che contribuivano a dare di loro un’immagine assolutamente particolare. “Peaches” fu un successone, l’album vendette bene e “Hanging around“, con il suo intro di tastiere, e “Get a grip on yourself“, dove compare anche il sax,  diventarono dei classici per i live. Riff di chitarra secchi, come il periodo imponeva, un basso travolgente e minaccioso, e le tastiere che danno a questo album originalità oltre che un suono fuori dagli schemi.  “London lady“, Princess of the street” sono canzoni immediate, veloci, rabbiose come le citate “Peaches” e “Get a grip on yourself”  ma ognuna di queste è diversa dall’altra e nessuna corrisponde  ai canoni punk fino in fondo. C’è sempre qualcosa in più e qualcosa di diverso. Come il pezzo che chiude l’album “Down in the sewer”: una cavalcata incredibile, un crescendo di una potenza devastante dove a guidare la danza sono soprattutto le  tastiere di Dave Greenfield. In quel pezzo di quasi 8 minuti- un’eresia in tempi di punk- c’è un po’ di tutto. Un cocktail esplosivo dove sono tanti gli elementi riconoscibili- psichedelia e progressive –  che diventano nelle loro mani qualcosa di nuovo e  di indefinibile. Un disco “Rattus norvegicus” che chi ha ascoltato allora difficilmente avrà abbandonato.

E per chi non l’ha mai sentito potrebbe essere davvero una bella sorpresa.

Jean Jacques Burnel: basso, voce

Jet Black: batteria

Hugh Cornwell: chitarra, voce

Dave Greenfield: tastiere

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

CK CLUB 48 CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ho veramente grande apprezzamento per quello che i KC hanno realizzato negli ultimi anni, ed anche mi ha entusiasmato l’idea di presentare dal vivo con un  line-up  a 7 brani più recenti e meno recenti del loro cinquantennale songbook; pur tuttavia il periodo che personalmente ritengo più interessante dal punto di vista musicale è quello di “Lark’s Tongues in Aspic” e questo perché il quintetto diretto da RF (con Bill Bruford, David Cross, John Wetton e Jaime Muir) pur muovendosi nei territori del rock rappresentava ai quei tempi il punto più vicino al jazz inglese di quegli anni ed in particolare alla frangia degli improvvisatori radicali dei vari Derek Bailey, Evan Parker e compagnia bella; solamente, sempre secondo il mio modesto parere, gli Henry Cow di Fred Frith avevano saputo fare di meglio osando addentrarsi in quei meravigliosi ed inesplorati territori; territori che in realtà i KC avevano in parte già affrontato, a mio avviso ad esempio nella parte centrale di “Moonchild” nel loro esordio in studio.

Fripp aveva conosciuto il percussionista Muir assistendo ad un suo concerto in duo con Derek Bailey (un duo che le 1981 avrebbe poi inciso il meraviglio so “Dart Drug” per la Incus) ed in seguito ebbe la geUnknown.jpegniale idea di ingaggiare il musicista: peccato che alla fine delle sessioni di registrazioni il geniale percussionista lasciò il gruppo.

Questo di Newcastle fa parte della serie di concerti che i KC tennero prima di entrare in studio – altri vennero inseriti nel box dedicato a LTIA, e la scaletta comprende l’esecuzione dei brani, con lo stesso ordine, che sarebbero poi stati pubblicati nella versione in studio, fatta eccezione per due lunghe e straordinarie improvvisazioni, la prima a seguire “Book of Saturday” e la seconda che prende vita alla fine di “Easy Money”. Mentre la prima vede un lungo solo di Fripp con il gruppo che lo asseconda, nella seconda emerge tutto il talento e la creatività spontanea di Muir che in almeno otto dei diciassette minuti dell’improvvisazione, a tratti supportato dal violino di DC (musicista cresciuto nell’ambito della musica contemporanea), collega il linguaggio rock crimsoniano con il mondo della Company. Il suono di Muir naturalmente pervade tutto il concerto con le sue coloriture e con il suo ampio arsenale strumentale e con il suo talento che gli permette di mettere il suo suono nel posto migliore dove possa essere.

La qualità della registrazione, per chi ascoltava i bootleg su vinile degli anni Settanta, è decisamente buona; si tratta di un documento storico assolutamente da avere e che richiede un indispensabile quanto attento ascolto per apprezzare in toto i KC targati Jaime Muir.

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

ZYX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Lo dico subito: vi confesso di non avere totale contezza della discografia di Rudy Rotta, valente chitarrista e compositore inopinatamente scomparso due anni or sono; tuttavia ho avuto più di un’occasione di seguire durante parecchi concerti la sua evoluzione musicale attraverso le varie line-up (da quella iniziale a quella più recente passando per quella acustica con il violoncello di Bruno Briscik), e quindi di ammirare la sua tecnica, la grinta sul palco e la cura con cui preparava gli arrangiamenti dei brani eseguiti dal gruppo: mi limito alla conoscenza dei suoi due primi lavori con la Rudy’s Blues Band (così allora si chiamava il suo gruppo) quando si dedicava in toto alla personale rilettura del miglior blues d’oltreoceano, e di questo suo ultimo “Now and Then …and Forever” pubblicato dall’etichetta tedesca ZYX e prodotto dall’Associazione Culturale Rudy Rotta in collaborazione con A-Z Blues, che evidenzia la grande lucidità e capacità con la quale Rotta stava proseguendo il suo cammino di allontanamento dallo schematismo del blues “classico”. Come leggere altrimenti il funk della lunga e trascinante “Bad Bad Feeling”, la delicata ballad pacifista acustica scritta a quattro mani con Deborah Kooperman “Winds of War” o il grido di “ricca solitudine” di “Money Money” (la bonus track che chiude il disco, con una rilettura del brano originale in chiave acustica suonata con lo slide).

Questo “Now and Then …and Forever!” è un disco “vero”, non un omaggio raffazzonato alla memoria di Rudy Rotta: registrato nel 2015, arrangiato dal chitarrista e magistralmente missato da Davide Rossi presenta nove brani dal suono compatto, potente, aggressivo con una band che, più che assecondarlo, contribuisce in modo convincente al progetto che comprende per lo più brani originali ma che mantiene vivo il cordone ombelicale con la musica del diavolo, non in modo calligrafico ma interiorizzando e quindi riproponendo in modo personale il repertorio scelto.

Ma non abbiate timore, il legame con le “dodici battute” c’è eccome, non è solamente nascosto nel pentagramma dei brani originali. Certo che il blues c’è, come è certo che non si tratta di letture pedisseque; del resto, quante versioni abbiamo ascoltato di “Crossroads” di Robert Johnson? Decine e decine, acustiche ed elettriche, europee ed americane eppure questa di Rotta brilla per originalità nel suono e nell’arrangiamento, e quanto è diversa dall’originale “Harlem Shuffle” di Bobby Byrd ed Earl Nelson resuscitata dagli Stones di “Dirty Work”?

Idee, il talento, il blues, il soul, il rhythm’n’blues ed il rock più sanguigno è quello che si trova in questo ottimo lavoro ed era ben chiara la strada che il chitarrista aveva iniziato a percorrere. Peccato se ne sia andato così presto. Davvero peccato.

www.facebook.com/rudyrottaofficial

 

 

 

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

Alabianca Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Certo che i sovracuti di clarinetto basso e le parole “a doppia voce” di Peppino Impastato che aprono questo lavoro dei piemontesi Blu L’Azard lascieranno perplessi gli “ortodossi del folk”, ma che importa, va bene anche conservare il sacro fuoco della tradzione ma a mio parere va ancora più bene andare avanti e lasciarsi influenzare da quello che ci suona “attorno”. Ma “Se si insegnasse la bellezza”, il brano di cui parlavo, indica la direzione di questo progetto in modo inequivocabile: piedi e testa nella tradizione delle valli alpine piemontesi (Val Maira, Valli di Lanzo, Valle di Susa) e delle loro affascinanti lingue ancestrali e sguardo verso le musiche e culture “altre”. L’avanguardia fianco a fianco della tradizione, suoni e strumenti alloctoni (il clarinetto basso, il flicorno ed il sassofono o le percussioni del maliano Makan Sissoko) che danzano assieme al violino, alla cornamusa ed alla fisarmonica ed agli ottoni della val di Lanzo: Flavio Giacchero (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamusa), Marzia Rey(voce, violino), Pere Anghilante (voce, fisarmonica) e Pierluigi Ubaudi (voce, flicorno baritono, oggetti sonori) l’hanno studiata bene realizzando un disco, un fiore all’occhiello del “nuova” musica popolare italiana. Certo, incastonare la poetica di Peppino Impastato, dell’armeno Adrian Varujian (“Pavots”), di Emily Dickinson (“Aracnica”) o della poesia trobadorica di  Peire Vidal (“Estat ai gran sazo”) nelle melodie tradizionali o di nuova composizione (“La Gàrdia”, ad esempio testo di Giacchiero con la combinazione di fisarmonica ed un azzeccato intervento “free” di sax soprano) è un’operazione al limite dell’azzardo ma non temete, il “sacro fuoco” non è stato spento ma anzi è stato ravvivato dal combo Blu D’Azard; musica da ascoltare attentamente, testi da leggere più e più volte. Musica, anche, come recita il titolo, anche da ballare.

 

 

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

DODICILUNE RECORDS CD ED412, 2018

di Alessandro Nobis

Ascolto questo disco e penso alla “sperimentazione vocale”; mi vengono subito in mente Demetrio Stratos e Boris Savoldelli, Maggie Nichols, Julie Driscoll – Tippett o Meredith Monk; ecco che grazie alla Dodicilune scopro anche Camilla Battaglia, ideatrice ed autrice di questo ottimo “Emit: Rotator Tenet” a due anni dall’altrettanto interessante “Tomorrow-2 more Rows of Tomorrow”.

Il combo ha una struttura “a quattro” (con la Battaglia, pianista e cantante ci sono Michele Tino al sassofono, Andrea Lombardini al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria) e tre brani ospitano Ambrose Akinmuse, trombettista californiano che arricchisce ulteriormente il suono soprattutto in “Crossing the Water” ed in “You don’t exist” e grazie ad un accuratissimo lavoro in sala di incisione e ad un fine uso di quella diavoleria elettronica che risponde al nome di kaosspad confeziona un lavoro prezioso in termini di ricerca sonora dove la voce sia nei momenti più sperimentali (mi riferisco alle tracce palindrome che aprono e chiudono il lavoro) ed in quelli più legati al jazz meno sperimentale ed improvvisativo trova sempre il suo equilibrio e conferma come Camilla Battaglia sia una cantante preparatissima tecnicamente e con un progetto ben preciso, raffinato e di alta scuola. Merito del quartetto se tutte le sue componenti mantengono l’attenzione dell’ascoltatore sempre in allerta (piacevolmente in allerta) come la lunga “You don’t exist II” aperta dal duetto voce – pianoforte con a seguire un espressivo solo di tromba in sovrapposizione al soprano che anticipa un lungo e notevole momento improvvisativo per riportarci poi al tema iniziale; al di là delle ispirazione letterarie e filosofiche che hanno portato Camilla Battaglia a comporre queste otto tracce e delle quali prendo semplicemente atto, non resta che ribadire la qualità della musica qui raccolta, una proposta che può essere apprezzata nel migliore dei modi sia dal pubblico che ama il jazz più classico che da quello che dal jazz cerca invece balzi in avanti e connessioni con la sperimentazione e la musica contemporanea, nella sua accezione migliore.

http://www.dodicilune.it

DALLA PICCIONAIA: LEONARDO SAPERE 25 novembre 2018. Cohen, Verona

DALLA PICCIONAIA: LEONARDO SAPERE 25 novembre 2018. Cohen, Verona

DALLA PICCIONAIA: LEONARDO SAPERE

25 novembre 2018. Cohen, Verona

di Alessandro Nobis

sapereVioloncellista argentino con una solidissima formazione classica, Leonardo Sapere con il suo violoncello ha incantato il numeroso pubblico del Cohen per il primo dei tre appuntamenti di “The Cohen Underground”, quello di domenica 25 novembre; “incantato” è la parola più appropriata visto il silenzio quasi sacrale durante la performance che il musicista e da oggi anche improvvisatore ha saputo gestire uscendo del tutto dall’ambiente musicale da lui più frequentato. Molti dei presenti conoscevano già questa sua davvero rara apertura mentale grazie alla sua partecipazione al trio “Tango x 3” e gli appassionati di musica contemporanea e nella fattispecie improvvisata hanno gustato forse più degli altri la proposta di Sapere visto il loro approccio ai concerti di questo tipo sapendo di “non sapere” cosa aspettarsi, sapendo che la musica improvvisata in quanto tale non si può replicare e che va gustata nota dopo nota come un evento irripetibile.

 

Creazione istantanea, emozioni, la modernità monkiana, l’intelligente e dosato uso dell’elettronica, inserti di musica barocca e di vocalità grazie al prezioso ed efficace intervento di Massimo Totola a metà concerto (improvvisatore vocale e colto autore di “Nero di pece” dal quale ha tratto qualche verso alternandolo a vocalizzi dialoganti con il “cello” di Sapere), tutto questo sono stati i velocissimi novanta minuti della performance, iniziata con l’inaspettata esecuzione del fantastico Preludio alla 1^ Suite per violoncello solo di J.S. Bach (è mai stata eseguito in un club?); l’inserto dell’Aria Haendeliana “Lascia che io pianga” tratta dall’opera “Almira” e soprattutto quello della Sarabanda della Quinta Suite per violoncello di Bach che prende forma all’interno dell’improvvisazione di quello che forse è stato il brano più significativo e paradigmatico di questo nuovo percorso di Sapere, ovvero “Caos”. Ed infine il jazz tra archetto e pizzicato, con una spartito di Giannantonio Mutto che ha saputo riassumere così efficacemente in pochi minuti il genio di Theloniuos Monk, con citazioni di “’Round Midnight”, “Misterioso” e “Blue Monk”; bellissimo concerto, spero che questo sentiero tracciato al Cohen (era la prima esibizione per questo progetto di Leonardo Sapere) prosegua a lungo.