DALLA PICCIONAIA: LA GHIRONDA DI MICHÈLE “Incontro con Silvio Orlandi”

DALLA PICCIONAIA: LA GHIRONDA DI MICHÈLE  “Incontro con Silvio Orlandi”

DALLA PICCIONAIA: LA GHIRONDA DI MICHÈLE  “Incontro con Silvio Orlandi”

Palazzo Tadea, Spilimbergo, 4 ottobre 2020

di alessandro nobis

L’edizione 2020 di Folkest ed in particolare le ultime giornate che come di consueto si svolgono a Spilimbergo, non è stata come le precedenti come potete immaginare; un’edizione forzatamente procrastinata alla fine dell’estate e più raccolta, una direzione che a mio avviso andrebbe seguita anche in futuro e che può essere complementare a quella degli spazi aperti più adatti alle grandi performance. Il bellissimo e funzionale Teatro Miotto di Spilimbergo, che avrebbe dovuto essere una soluzione di ripiego rispetto alla stupenda piazza a fianco del Duomo, ha nel migliore dei modi accolto le tre serate finali che hanno assegnato l’ambito il Premio Cesa ai lombardi Musica Spiccia.

Tra gli eventi programmati per quest’ultimo lungo week end (da mercoledì 30 settembre a lunedi 5 ottobre) voglio soffermarmi sull’interessante incontro con Silvio Orlandi, liutaio e ghirondista e fondatore intorno alla metà degli anni settanta con Maurizio Rinaldi e Gianni Vaccarino dell’ensemble “Prinsi Raimund” autore di un ottimo disco, “Lo stallaggio del Leon d’Oro” pubblicato nel 1979 e protagonisti di due edizioni di Folkest, quelle del ’79 e dell’80.

L’incontro si è svolto in una sala gremita – rispettando il distanziamento personale grazie ad un discreto ma attento servizio d’ordine – del bellissimo Palazzo Tadea, sala utilizzata per la prima volta da Folkest; brillantemente incalzato da Marco Salvadori (responsabile dell’area cultura del Comune di Spilimbergo) e Andrea Del Favero (direttore artistico di Folkest), Orlandi ha piacevolmente e puntualmente raccontato la storia della ghironda, ed in particolare di quella di “Michèle”, Michèle Fromentau.

La “storia” nasce in un armadio, quello dell’ufficio di Marco Salvatori che poco dopo l’inizio del suo incarico per l’amministrazione di Spilimbergo decide di dare un’occhiata al mobilio ed in particolare al contenuto degli armadi in uno dei quali rinviene una custodia nera dalla forma un poco strana, l’apre e ci trova una ghironda: telefona quindi ad Andrea Del Favero per saperne di più e viene a sapere che la ghironda giaceva lì inutilizzata addirittura dal 2001.

Del Favero racconta molto affabilmente che in quell’anno si era parlato di un gemellaggio tra la città di Spilimbergo e quella Saint Chartier nella regione del Berry, in Francia, considerata la patria della ghironda e sede di un importantissimo festival di liutai e musicisti organizzato da Michèle Fromentau, ricercatrice e naturalmente suonatrice di ghironda. Spilimbergo donò a Saint Chartier un mosaico – e non poteva essere diversamente – e Saint Chartier ricambiò su idea di Michèle con una ghironda – e non poteva essere diversamente. La Fromentau lascia la direzione del festival nel 2019 nelle mani di Philippe Krumm ed il rapporto tra Folkest ed il Festival Francese lentamente si raffreddò e qualcuno a quel punto a Spilimbergo ripose lo strumento nel già citato armadio. L’occasione della chiacchierata con Silvio Orlandi era davvero ghiotta, ovvero quella di riportare “in vita” questo straordinario strumento in particolare, ricordando che la ghironda con tutte le sue evoluzioni morfologiche e tecniche ha accompagnato la musica tradizionale, medioevale, rinascimentale e barocca attraverso il tempo e che ancora oggi gode una notevole popolarità e seguito in Francia grazie ai numerosi liutai ed alle scuole di Saint Chartier ed in Italia grazie a musicisti e costruttori come appunto Silvio Orlandi.

La chiacchierata ha quindi raccontato la storia della “ghironda di Michèle” ma è stata anche l’occasione di ascoltare la storia di questo strumento (un modello arcaico si trova perfino nelle miniature che accompagnano le Cantigas di Santa Maria raccolte da Alfonso X El Sabio nel XIII° secolo) attraverso appropriati esempi musicali e, lo voglio ribadire, grazie alla grande competenza e comunicatività di Orlandi e Del Favero.

Serate riuscite come questa sono il semplice corollario al festival ma sono la sua essenza, almeno all’idea di festival che ho in mente io. Ed è un vero peccato che alunni ed insegnanti delle scuole di Spilimbergo e dintorni, solitamente chiuse nel periodo estivo, non ne possano godere; potrebbe essere un formidabile volano per il Festival.

ROBERTO OTTAVIANO “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

DODICILUNE RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Roberto Ottaviano rappresenta un importante segmento dello sviluppo del jazz nel nostro continente che dalla metà degli anni Sessanta ha saputo in qualche modo staccarsi e compiere un percorso indipendente pur mantenendo contatti e collaborando con alcune comunità dei musicisti afroamericani. Ho ascoltato con attenzione e quasi con timore revenziale, da semplice ascoltatore, queste nuove composizioni del sassofonista pugliese che con quelle di Giovanni Maier (contrabbassista, lo ricordo con l’ensemble Enter Eller di Massimo Barbiero), Giorgio Pacorig e Zeno De Rossi (pianista e batterista rispettivamente, due musicisti che fecero parte dell’interessante progetto El Gallo Rojo) ed a quella del clarinettista Marco Colonna costituiscono il corpus di questo monumentale doppio CD. I due dischi ci raccontano lo status quo del progetto musicale di Ottaviano ed ascoltando la musica contenuto mi è parso di cogliere gli aspetti che caratterizzano la storia di questo sopranista sopraffino (scusate il gioco di parole), le sue influenze e soprattutto la sua grande capacità – che è da sempre una sua caratteristica – di interiorizzare la musica dei Maestri partendo da questa per comporre nuova musica.

Resonance / Extended Love”, ideato per ottetto e “Rhapsodies / Eternal Love” scritto per quintetto offrono entrambi a mio modesto parere spunti che lasciano intravedere chiaramente alcuni spunti della musica di Ottaviano. L’ottetto di “Resonance” è in realtà un doppio quartetto di colemaniana memoria ma con due pianoforti al posto delle trombe, ed offre spunti che caratterizzano la musica dell’area mediterranea (l’introduzione di “Dedalus” ricorda le improvvisazioni dell’oud, o almeno così ho percepito) ed in “Revelation” si respira aria del miglior jazz di marca inglese (vedi anche l’incipit di “Homo Sum”) con gli interventi tippettiani dei pianoforti sulla precisa ed espressiva doppia sezione ritmica sempre perfettamente calibrata e misurata, viste le personalità dei suoi componenti (Hamid Drake, Zeno De Rossi, Danilo Gallo e Giovanni Maier); incisivo anche “Resonance” con i due contrabbassi che aprono e con l’inconfondibile suono del Rhodes di Giorgio Pacorig (significativo il suo solo alla la conclusione del brano) che preannuncia il tema esposto da Ottaviano e dal clarinetto di Marco Colonna. “Rhapsodies”, per quintetto (Ottaviano, De Rossi, Maier, Pacorig e Colonna) contiene nove composizioni ed anche qui si possono leggere le influenze di Ottaviano, quasi degli omaggi ai suoi – ma non solo suoi – “padri musicali”: il respiro coltraniano di “Adelante” che apre il disco, gli spunti colemaniani di “Ergonomic”, la immaginifica ballad “Monkonious”, l’interesse verso la musica africana con l’arrangiamento del tradizionale Yoruba (etnia presente nel West Africa)  “Ijo Ki Mba Jo” traslato sapientemente dalla cultura orale al jazz e lo swing di “Mad Misha”, omaggio – miu par di capire – ad un altro protagonista del jazz europeo, l’olandese Misha Mengelberg scomparso nel 2017.

Mi fermo qui, assieme alle mie capacità di analisi.

L’album è dedicato ad un gigante del jazz, Keith Tippett che in questo 2020 ci ha prematuramente lasciato; un breve incontro mi fece capire come fosse uomo di grande gentilezza, e come musicista riporto le sagge parole di Roberto Ottaviano: “La musica di questo album è dedicata alla memoria del mio grande amico, mentore e inesauribile fonte di ispirazione come musicista e come uomo”.

Keith Graham Tippett (1947 – 2020). R.I.P.

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

Pneuma Records PN 1590. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Per questo nuovo doppio CD Eduardo Paniagua e la Pneuma Records accendono i riflettori sul gruppo di Cantigas raccolte da Alfonso X El Sabio (1221 – 1284) che riguardano i miracoli mariani compiuti nel nord della Francia e affiancandosi alle undici cantigas contenute in un altro CD, “Cantigas de Francia” pubblicato nel 1998 (PN – 520).

Arras nel Passo di Calais e Soissons nell’Aisne sono due delle località dove la Vergine ha compiuto dei miracoli qui raccontati e tra le più interessanti Cantigas qui registrate segnalo la CSM 81 (“La Bella Gondianda, Fuego en el Rostro” che descrive la guarigione dal “Fuoco di Sant’Antonio” (“Fuego de San Martial” un’epidemia simile alla peste molto diffusa nel XIII° secolo che provocò numerosissime vittime) che aveva devastato il volto di Gondianda, la CSM 101 (“Sordomudo en Soissons”) che ci parla della guarigione di un sordomuto a Soissons, la CSM 68 (“Mancebas Rivales del amores en Arras”) che racconta come la Vergine pose fine alle violente liti tra la consorte di un uomo che aveva maledetto la sua amante ed infine la Cantiga 298 (“El demonio de Soissons”), dove una donna posseduta dal demonio si reca al santuario di Soissons e viene “liberata” dalla Vergine Maria.

Per queste registrazione Paniagua si affida come al solito all’ensemble Musica Antigua, costituito da musicisti di primissimo livello assieme a numerosi ospiti che riescono a dare una visione musicale nitida e sempre ispirata a questo monumentale ed unico progetto della Pneuma che prosegue senza interruzione. Tra i primi ricordo le presenze di El Wafir all’oud, del percussionista David Mayoral oltre naturalmente al polistrumentista Eduardo Paniagua, tra i secondi Begona Olavide al salterio e Luis Delgado entrambi collaboratori di lunga data dello stesso Paniagua.

Per quello che mi risulta, un altro doppio CD dedicato alle Cantigas della Francia meridionale è di imminente pubblicazione; attendiamo impazienti notizie ……..

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

SUONI RIEMERSI: DAVY SPILLANE “Atlantic Bridge”

TARA RECORDS LP, CS. 1987

di alessandro nobis

Conclusa l’esperienza con i Moving Hearts, formazione che sapientemente aveva con eccellenti risultati elettrificato il folk irlandese anche con l’inserimento di elementi di diversa provenienza (uno per tutti la rilettura di “Before the Deluge” di Jackson Browne), il piper Davy Spillane pubblica nel 1987 questo suo “Atlantic Bridge” che va oltre il suono degli Hearts allestendo per l’occasione una band davvero stellare per unire idealmente le due sponde dell’Atlantico. Lo fa chiamando in studio alcuni membri della sua ex band (Christy Moore, Noel Eccles ed Eoghan O’Neill) ed alcuni tra i migliori protagonisti del nuovo folk americano come il banjoista Bela Fleck, il dobroista Jerry Douglas ed il chitarrista inglese Albert Lee che con la sua tecnica “chicken picking” (plettro e dita) si inserisce alla perfezione nel gruppo. Ciò che ne esce è musica di grande respiro con gli immancabili e dirompenti riferimenti al folk irlandese (splendido e doveroso l’omaggio al grande piper Jonny Doran eseguita in solo dalle uilleann pipes) e l’arrangiamento di brani lontano dal folk ovvero la rilettura della beatlesiana “In My Life” con la melodia suonata dal low whistle di Spillane e lo shuffle di “Lansdowne Blues” con in evidenza le “blues pipes” e la chitarra di Albert Lee.

Il “resto” è il suono dei Moving Hearts e gli appassionati di questo gruppo ne troveranno abbondanti e brillanti tracce: il dobro di Douglas che introduce le pipes sostenute dal basso elettrico nel brano eponimo composto da Spillane con interventi anche di Bela Fleck, il trascinante “O’Neill Stateman” scritta dal talentuoso bassista con i suoi efficaci “breaks” e, per chiudere “Davy’s Jigs” ovevro la tradizione delle uilleann pipes rivista e corretta da Spillane, più tradizionale nella sua prima metà e più rivolta al futuro (quello che si immaginava nel 1987) nella seconda dove tutta la classe di Albert Lee è in bella evidenza.  

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

EMMERECORDLABEL, CD, 2020

di alessandro nobis

image.pngGiuseppe Cistola, chitarrista e compositore, si è posto come obiettivo per questo lavoro scrivere musica mettendoci la passione, i ricordi e tutte le emozioni che ha vissuto e quindi interiorizzato durante un suo lungo soggiorno in terra argentina; con lui, per questo ottimo “Por la Calle Argentina” ci sono il contrabbassista Lorenzo Scipioni, il batterista Michele Sperandio, il sassofonista Marco Postacchini ed il pianista Simone Maggio, presenze fondamentali per la realizzazione di questo bel progetto. Qui non troverete l’Argentina più conosciuta e forse anche più scontata (e nemmeno la rilettura dei classici del jazz), ma piuttosto la rielaborazione di un’esperienza personale che si è realizzata in queste dieci composizioni, tant’è che l’unico a mio avviso chiaro richiamo diretto alle atmosfere argentine l’ho trovato nella splendida e “notturna” ballad “Paseo Nocturno”, con l’incipit di Scipioni (con l’archetto) e Maggio ed un cantabile solo di Postacchini ad introdurre quelli di pianoforte e di chitarra. Cistola e compagni conoscono benissimo l’ABC del linguaggio della musica afroamericana sul quale costruiscono momenti di interplay e assoli mai scontati e sempre caratterizzati da una ricerca melodica e da un controllato virtuosismo. Così nel brano di apertura “5 – 3”, un’altra ballad aperta dalla chitarra di Cistola con un bel tema, nel conclusivo “Sunday Blues” dove il tema è esposto all’unisono dalla chitarra e dal sassofono o ancora la lunga “Out of Rules” con un bel dialogo pianoforte – chitarra che apre al pizzicato del contrabbasso e caratterizzato da un lungo solo di Cistola.

Il quintetto suona davvero bene, le composizioni del chitarrista passano dallo spartito attraversando le sensibilità dei compagni di viaggio creando della musica di gran qualità.

Ha ragione Cistola quando dice di non avere nulla contro gli standard e spero converrà con me nel ritenerli indispensabili allo studio del jazz e della sua secolare storia: se però hai una fluidità di scrittura di questo livello, come si evince dall’ascolto di questi disco, proseguire in questo percorso è d’obbligo.

http://www.emmerecordlabel.it/

 

 

 

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY  “Embrace Storms”

Krysalisound & Slowcraft Records, CD. 2019

di alessandro nobis

“Embrace Storms” è la più recente produzione del talentuoso compositore inglese James Murray che concretizza il suo pensiero musicale attraverso un sapiente e consapevole utilizzo dell’elettronica: le sue composizioni nascono, si sviluppano, si concretizzano lasciando l’ascoltatore in balìa delle proprie emozioni che si originano dall’attento ascolto di queste due lunghe tracce, “In Your Head” e “In Your Heart”. I sapienti classificano questa musica come “ambient”, ma mi piace piuttosto definirla semplicemente come musica elettronica visto che segue il solco di certa musica sviluppatasi già negli anni settanta e che ha avuto diverse “denominazioni”; che questa musica sia frutto di un approccio consapevolmente improvvisativo, sia progettata anche nei minimi particolari o entrambe le cose ha poca importanza, ciò che più conta è la ricerca dei suoni e la loro combinazione – sovrapposizione e la ricerca del perfetto, godibile e delizioso equilibrio finale raggiungibile a questi livelli solo se padroneggi in modo sicuro e consapevole la tecnologia a disposizione. Qualcuno ha definito la musica di James Murray “caos controllato” e questa definizione forse è la mediazione tra le due modalità a cui accennavo prima.

Embrace Storms - CD #02

Quel che posso dire, da profano, è che questo “Embrace Storms” è un lavoro di grande fascino che cattura l’attenzione dalle prime battute e che ad ogni ascolto ti fa scoprire i suoni “nascosti” ed immaginare le modalità di esecuzione che stanno alla base di lavori come questo.

“Embrace Storms” è una coproduzione tra le etichette Slowcraft e la KrysaliSound ed è disponibile in CD (copie numerate), in formato digitale ed anche in un prezioso LP di 140 g, sempre in una turatura limitatissima.

http://www.krysalisound.com | info.krysalisound@gmail.com http://www.slowcraft.info | slowcraftrecords@gmail.com

https://slowcraft.bandcamp.com/album/embrace-storms https://krysalisound.bandcamp.com/album/embrace-storms

 

 

DALLA PICCIONAIA: I NOSTRI ANNI SETTANTA

DALLA PICCIONAIA: I NOSTRI ANNI SETTANTA

DALLA PICCIONAIA: I NOSTRI ANNI SETTANTA

di alessandro nobis

Negli ultimi anni non è che ci siamo frequentati molto. A parte una spedizione padovana per un concerto di Barre Phillips e Roberto Zorzi ci si incrociava il mercoledì mattina verso mezzogiorno, al mercatino rionale sotto casa dove scambiavano due parole di fretta e furia. Mai solo “ciao” e “ciao”.

Negli anni Settanta, intorno alla metà degli anni Settanta, le cose erano invece molto diverse, gli incontri erano quasi quotidiani e si frequentavano ragazzi che come noi condividevano la passione per la musica e con i quali saremmo rimasti in contatto per decenni, fino ai nostri giorni.

Il martedì mattina l’appuntamento era all’edicola di via Cesare Abba per acquistare Ciao 2001, settimanale musicale che ai tempi era considerato una sorta di testo sacro della musica che ascoltavamo: il giovedì ci si alzava prima e si andava in un’altra edicola, quella di fronte alla Chiesa di Santa Anastasia, dove arrivava qualche copia di Melody Maker, rivista inglese che ha segnato la storia dell’editoria musicale almeno in Europa.

Spesso di pomeriggio si andava assieme ad altri amici al negozio di dischi in Galleria Pellicciai, fornitissimo di tutte le novità italiane e di importazione della “nostra musica” preferita di allora, il prog.; nelle cabine potevi ascoltare tre long-playing ma ne dovevi acquistare almeno uno e così quando un uno di noi se lo poteva permettere avvisava gli altri ed insieme si andava. Poi a casa il disco veniva spesso registrato su cassetta: capitava spesso anzi quasi sempre di trovarsi a casa di Nicola ad ascoltarlo più e più volte, a condividere pareri, emozioni ed anche sogni, un momento di crescita che in seguito si dimostrerà fondamentale per molti di noi. Nicola aveva all’epoca dei gusti musicali che andavano dai Genesis di Peter Gabriel ai Roxy Music di Brian Eno, passando ai “Pianeti” di Holst ed alla musica antica suonata da David Munrow; molto avevamo in comune ma piano piano i miei gusti si spostarono all’ambiente della musica tradizionale americana e come si diceva allora anglo-scoto-irlandese. L’importante era sempre e comunque ascoltare, ascoltare e commentare. E crescere musicalmente.

Chi se lo poteva permettere andava anche ai concerti fuori porta e naturalmente della musica ascoltata e dei gruppi visti se ne parlava a lungo, qualcuno addirittura li registrava con un apparecchio a cassette e vi lascio immaginare la qualità del suono che per noi comunque sembrava formidabile; alcuni di noi impararono a suonare uno strumento riuscendovi ed altri, come il sottoscritto, una volta capito di non essere in grado di affrontare lo studio della musica, barattarono il proprio (un basso Fender Precision di seconda mano trovato a Bolzano con il quale cercavo di scimmiottare Gary Thain senza ovviamente riuscirci) con un registratore a cassette che si rivelò però fondamentale nel mio percorso di ascolti, approfondimenti ed esplorazioni sonore.

Nicola aveva un notevole talento creativo, si interessava non solo di musica ma anche di fotografia e di grafica ed avrebbe più tardi disegnato il logo dei Licaon in puro stile Roger Dean: prendeva lezioni di pianoforte dalla madre ed aveva un talento musicale tant’è che ad un certo punto, credo fosse il 1974, entrò a far parte dei Licaon, gruppo nato dalle ceneri dei Gem (dei quali facevano parte Dario Vignato, batteria, e Mario Natale alle tastiere, un altro che proseguì la sua carriera di musicista), fondato dal chitarrista Johnny Rao e dal bassista Maurizio Chavan ai quali si aggiunsero anche il batterista Carlo Arzeni e il giovanissimo fiatista Benny Weiss (da molti anni apprezzato jazzista).

I Licaon, all’epoca la band più interessante in circolazione dalle nostre parti con delle notevoli potenzialità allora solo parzialmente espresse (parliamo di ragazzi mediamente di sedici anni), non suonavano brani altrui ma componevano musiche originali come la complessa suite “Lo Hobbit” ispirata naturalmente al volume di Tolkien che nella versione Licaon comprendeva testi e parti recitative scritte da Carlo Ridolfi portate in scena da Nucci Rao. I mezzi erano pochi (ricordo che quando a Johnny arrivò la chitarra Gibson Les Paul De Luxe ci fu una sorta di pellegrinaggio in camera sua) ma erano suppliti da un grande entusiasmo ed anche da una certa abilità strumentale che negli anni seguenti alcuni di loro avrebbero sviluppato per continuare il loro percorso musicale. Del loro “Lo Hobbit” resta traccia ufficiale in “Years of songs” un compact disc realizzato nel 2011 da Johnny Rao che contiene una versione de “La Battaglia dei Cinque Eserciti” suonata con Nicola e Valentina Turata al violino, un breve assaggio di quello che era la musica dei Licaon. Poi ci sono senz’altro delle registrazioni in qualche archivio segreto …….. Di loro ricordo tre bei concerti: al Teatro Laboratorio, nel parco di Villa Pullè al Chievo e nello spazio retrostante il Liceo Fracastoro durante un’occupazione studentesca, mi sembra nel ’77.

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D’estate eravamo fortunati, si andava a Londra per un paio di settimane con la scusa di imparare e di impratichirsi con l’inglese: in realtà le giornate passavano alla ricerca di negozi di dischi, da Oxford Street a Camden Town a Shaftesbury Avenue da Dobell’s e Collett’s due fornitissimi negozi che spacciavano vinili di folk inglese e di jazz, dischi che potevano guardare ma raramente comperare …… ricordo che Johnny cercò per tutta Londra un 45 giri di EL&P, ed io un cofanetto antologico di folk britannico, ma alla fine li trovammo entrambi!

IMG_3868Ma di quelle settimane londinesi uno dei miei ricordi più lucidi fu la mattina in cui accompagnai Johnny e Nicola a Portobello Road, quando consegnarono – io rimasi in strada, al mercatino- nel piccolissimo negozio di Richard Branson un demotape dei Licaon, e quello che sarebbe di lì a poco diventato il patron della Virgin spedì in seguito una lettera nella quale si complimentava con il gruppo, anche se poi non se ne fece più nulla. Peccato, ma l’offerta musicale di quegli anni era davvero sbalorditiva, tutto era concentrato sulla novità della musica punk ed il progressive era caduto nel dimenticatoio. Peccato davvero.

L’avventura, il progetto Licaon si concluse nel ’78: il termine delle scuole superiori ed il trasferimento di alcuni membri fuori Verona furono le principali cause. Di recente so pr certo che si voleva fare una reunion del gruppo, ma purtroppo le cose sono andate diversamente ….

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I Licaon, qualche tempo fa.

Prima di chiudere vorrei ricordare però l’impegno di Nicola a Radio Centrale, un’esperienza formativa non solo per lui, che aveva una trasmissione con l’amico di sempre Johnny ma per tutti noi che a vario titolo avemmo un ruolo nella programmazione musicale di quella Stazione Radio le cui frequenze, 104 FM, passarono in seguito a Radio Popolare: in molti passarono da Piazza Broilo, da semplici appassionati come me a giornalisti professionisti. tele-radio-centrale-verona-2A questo punto però necessito di una “memoria esterna”, quella di Johnny: “Nicola ed io fummo proprio co-fondatori di Radio Centrale, grazie alla stima ed amicizia di Giovanni “Mimmo” Colombo che ci chiese se volevamo par parte della nascita di una radio privata indipendente; la radio iniziò dalla sede di Via Nicola Mazza, per poi trasferirsi successivamente in Piazza Broilo”.Fu quella di Radio Centrale un’altra esperienza almeno per me molto importante per gli ascolti di musiche diverse, per gli approfondimenti, le amicizie, per le discussioni riguardanti le uscite discografiche o i concerti ai quali riuscivamo ad andare. Ma durante un formidabile temporale estivo un fulmine centrò distruggendola l’antenna di Radio Centrale sulle Torricelle: la Radio come la nascente Tele Centrale chiusero i battenti e qualche tempo dopo si trasferirono in un capannone in Borgo Roma.

Poi, come detto, quel periodo terminò e per Nicola iniziarono il periodo milanese alla scuola di Bruno Munari e nuove esperienze musicali ed iniziò a produrre bellissime grafiche per gli straordinari e formativi Festival Jazz a cavallo del 1980.

Ma questa è un’altra storia che non saprei raccontare per non averla vissuta direttamente “a margine”.

Ciao Nicola.

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

UR Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo è la seconda incisione del quartetto Aparticle. Dopo il convincente “Bulbs” del 2018 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/01/25/aparticle-bulbs/), ecco un nuovo lavoro che conferma quanto di buono si era ascoltato in quello d’esordio: innanzitutto la coesione sonora del quartetto, e questo a mio avviso è riscontrabile ascoltando innanzitutto i due brani che nascono da una improvvisazione collettiva come “First Action” e “Second Action” che partono entrambi da uno spunto del clarinetto basso e della batteria; a mio avviso se dall’esperienza dell’improvvisazione non idiomatica scaturisce un profondo dialogo ed un apporto individuale che contribuisca alla crescita della stessa, ecco che di conseguenza anche nell’esecuzione di brani con “tema” scritti o concordato emergono queste caratteristiche, ed è quello che si nota ascoltando la musica di “Aparticle”.

Giulio Stermieri (piano elettrico), Cristiano Arcelli (ance), Michele Bonifati (chitarra) ed Ermanno Baron (batteria) confezionano quindi un lavoro davvero interessante, creativo, lontano dalla riproposizione di standard che si presenta come un invidiabile equilibro esecutivo che lascia solo immaginare l’aspetto “Live” di Aparticle.

Quoto l’iniziale “Seedsmen” con bei soli di Rhodes e chitarra e con l’incalzante apporto del basso (chitarra), la lunga “Our Warning System” che si sviluppa partendo dall’introduzione dal talentuoso Bonifati che duetta con Baron e con espressivo lungo solo di chitarra nel quale si inserisce il sax tenore che esegue a sua volta un assolo e per concludere “It is Necessarily So” che, a mio avviso quantomeno nel titolo, fa riferimento all’immortale quasi omonimo brano del songbook gershwiniano. Ma forse mi sbaglio.

Un gran bel disco, speriamo che la situazione dei concerti riparta chè di jazz come quello di questo quartetto ce n’è davvero bisogno.

 

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chameleon”.

(602) LORENZ ZADRO & FRIENDS “Blues Chamaleon”.

VREC RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Lorenz Zadro è un missionario. A Lorenz Zadro è stato affidato il compito di promuovere, studiare, divulgare e naturalmente suonare la “musica del diavolo”, il blues e lo fa egregiamente organizzando “Blues Ma de in Italy” a Cereca (Vr), uno dei più quotati festival a livello europeo, scrivendo libri, articoli e naturalmente frequentando innumerevoli bluesmen alcuni dei quali in seguito lo hanno “convocato” per partecipare a concerti o a registrazioni in studio.

Questo suo “Blues Chameleon” pubblicato nei primi di gennaio 2020 dalla Vrec raccoglie alcuni frutti delle sue collaborazioni a partire dal 2000 fino al ’19, diciotto tracce che mettono anche in evidenza la sua “camaleonticità” nell’affrontare il blues nelle sue più diverse declinazioni.

Qui ce n’è veramente per tutti i gusti, dalle riletture di J. B. Lenoir ad opera di Ciosi e di Robert Johnson (“Crossroads” e “Ramblin’ and Tumblin” rispettivamente interpretate da Eddie Wilson) agli originali del chitarrista e compositore veronese fino a due inediti in compagnia di Leo Bud Welch (ottima la rilettura di “Baby Please Don’t Go”.

A questo punto faccio faticosamente le mie scelte e quoto tra tutti i brani registrati in compagnia della premiata ditta Mora & Bronski: “Aces of Spades” e “Mannish Boy” tratti dal loro magnifico secondo album (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/11/mora-bronski-2/)e la coppia “Anarcos” / “Appuntamento al Buio” tratti da 50/50 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/04/14/mora-bronski-50-50/)e per finire la coppia di brani di Manuel Tavoni, “You already know it” (inedito, registrata in studio per questo lavoro) e “Talkin’ about the blues” tratto dall’ottimo “Back to the essence” del 2017 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/27/manuel-tavoni-back-to-the-essence/).

Un bel dischetto che fa il punto della carriera di Zadro, con una copertina quasi post-futurista di Federico Rossini che rappresenta un valore aggiunto di questo “Blues Chameleon”, gustoso antipasto per questo 2020 spero ricco di musica di qualità come questa; ma a questo punto Lorenz Zadro deve servire il piatto principale ………………

01 – WHO LOOKS FOR SOMETHING | with Ciosi Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto da “The Big Sound” (2018)

02 – MY GRANDFATHER | with Ciosi
Brano scritto da Federico “Ciosi” Franciosi; estratto dal suo album “The Big Sound” (2018)

03 – ALABAMA BLUES | with Ciosi Brano scritto da J.B. Lenoir; estratto dall’album “The Big Sound” (2018) di Ciosi

04 – CROSSROADS | with Eddie Wilson. DiRobert Johnson; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

05 – LIZA’S EYES BLUES | with Eddie Wilson
Di Lorenz Zadro; dall’album “Lost in The Blues” di Lorenz Zadro & Eddie Wilson (2009)

06 – ROLLIN’ AND TUMBLIN’ | with Eddie Wilson
Di Robert Johnson;dall’album “Lost in The Blues” di L. Zadro & Eddie Wilson (2009)

07 – BABY PLEASE DON’T GO | with Leo “Bud” Welch
Brano scritto da Big Joe Williams; *** INEDITO ***

08 – ME & MY LORD | with Leo “Bud” Welch
Traditional; *** INEDITO

09 – I’M TALKIN’ ABOUT THE BLUES | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; da “Back To The Essence” (2017)

10 – YOU ALREADY KNOW IT | with Manuel Tavoni
Brano scritto da Manuel Tavoni; registrato nel 2019 *** INEDITO ***

11 – ACE OF SPADES | with Mora & Bronski
Brano scritto da Lemmy Kilmister / Motorhead; dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

12 – ANARCOS | with Mora & Bronski
Brano scritto da Fabio Ferraboschi; estratto dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

13 – APPUNTAMENTO AL BUIO | with Mora & Bronskidi  Fabio Ferraboschi;dall’album “50/50” di Mora & Bronski (2018)

14 – MANNISH BOY | with Mora & Bronski:
di Bo Diddley; estratto dall’album “2” di Mora & Bronski (2016)

15 – I JUST GO | with Rowland Jones Di Bozz Scaggs; estratto dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

16 – GET UP, GET DOWN! | with Sarasota Slim
di Sarasota Slim; dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

17 – THE BRIDGE | with The True Blues Band
Di L. Zadro e Valter Consalvi;dall’album “TBB & Friends” di The True Blues Band (2012)

18 – SESSOBARRAAMORE | with Simone Laurino. di Simone Laurino; “Festival Show” di Radio Birikina e Bella & Monella (2016)

 

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN:                                        THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV” (Rattus Norvegicus)

EMI. LP, CD. 1977

di Crstiano Bordin

Il 1977 non è un anno qualsiasi: segna un passaggio generazionale fortissimo anche nella musica. Nuovi gruppi, nuovi suoni, nuove etichette, un approccio completamente diverso, opposto, rispetto al periodo precedente. E’ una scossa creativa che produrrà per diversi anni album e gruppi a getto continuo.  Per tanti tutto è punk in quegli anni. Ma in realtà le sfumature sono tantissime e come sempre succede dare un’etichetta vuol dire appiattire o non considerare le differenze tra gruppo e gruppo. Nel 1977 esce “Rattus Norvegicus” degli Stranglers, il loro esordio. Un disco punk? Un gruppo punk? Per attitudine sicuramente si. Per suono direi di no. E’ un disco che mette insieme tante cose, tanti riferimenti ed è anomalo anche negli strumenti usati dalla band. Le tastiere, ad esempio, qualsiasi gruppo punk non le voleva vedere nemmeno in fotografia. E poi gli Stranglers erano pure un po’ strani: gli piaceva provocare, anche sul palco, si infilavano volentieri in canzoni dai doppi sensi abbastanza evidenti che li avrebbe fatti censurare della Bbc, come successe per uno dei singoli, “Peaches“. E poi nel quartetto c’erano musicisti di età parecchio diversa che contribuivano a dare di loro un’immagine assolutamente particolare. “Peaches” fu un successone, l’album vendette bene e “Hanging around“, con il suo intro di tastiere, e “Get a grip on yourself“, dove compare anche il sax,  diventarono dei classici per i live. Riff di chitarra secchi, come il periodo imponeva, un basso travolgente e minaccioso, e le tastiere che danno a questo album originalità oltre che un suono fuori dagli schemi.  “London lady“, Princess of the street” sono canzoni immediate, veloci, rabbiose come le citate “Peaches” e “Get a grip on yourself”  ma ognuna di queste è diversa dall’altra e nessuna corrisponde  ai canoni punk fino in fondo. C’è sempre qualcosa in più e qualcosa di diverso. Come il pezzo che chiude l’album “Down in the sewer”: una cavalcata incredibile, un crescendo di una potenza devastante dove a guidare la danza sono soprattutto le  tastiere di Dave Greenfield. In quel pezzo di quasi 8 minuti- un’eresia in tempi di punk- c’è un po’ di tutto. Un cocktail esplosivo dove sono tanti gli elementi riconoscibili- psichedelia e progressive –  che diventano nelle loro mani qualcosa di nuovo e  di indefinibile. Un disco “Rattus norvegicus” che chi ha ascoltato allora difficilmente avrà abbandonato.

E per chi non l’ha mai sentito potrebbe essere davvero una bella sorpresa.

Jean Jacques Burnel: basso, voce

Jet Black: batteria

Hugh Cornwell: chitarra, voce

Dave Greenfield: tastiere