GERRY O’CONNOR · GILLES LE BIGOT “Live in Oriel”

GERRY O’CONNOR · GILLES LE BIGOT “Live in Oriel”

GERRY O’CONNOR · GILLES LE BIGOT “Live in Oriel”

Lughnasa Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Come “In Concert“, il primo lavoro registrato in Bretagna e pubblicato nel 2005 del violinista irlandese Gerry O’Connor e del chitarrista bretone Gilles Le Bigot, anche questo secondo splendido disco è stato registrato durante un concerto · stavolta in terra irlandese · nel polo culturale “Patrick Kavanagh Centre” a Inniskeen (luogo di nascita del poeta a cui è dedicato il centro) nella Contea di Monaghan nel mese di aprile del ’22. I due musicisti sono tra i più importanti nell’ambito delle tradizioni irlandese e bretone e nella loro carriera hanno fatto parte di ensemble che hanno lasciato profondi solchi nel recupero e rivalorizzazione della musica popolare come La Lugh e Skylark (nel caso di Gerry O’Connor) e Skolvan e Barzaz per Gilles Le Bigot; naturalmente anche in questo disco il livello esecutivo è di grande livello come lo sono l’interplay e la scelta del repertorio che comprende temi a danza irlandese, scozzese e bretone, scelti nello scrigno della tradizione ma comprende anche di nuova composizione.

Tra quelli che trovato più interessanti e particolari rispetto al repertorio, senz’altro c’è la suite “Son An Soner · An Damez Kozh” composto da una marcia composta da Le Bigot dedicata ai suonatori di biniou e bombarda bretoni accoppiata da una abbastanza rara a sentirsi “Ridèe“, un’aria da danza cantata e ballata in modi diversi a seconda dell’area di provenienza, comunque eseguita in cerchio e caratterizzata da un intercalare vocale tra una strofa e la successiva. Di area irlandese segnalo il travolgente set di gighe che apre il disco, “The Old Dash Chum · How She Gets Up in the Morning · The Torn Bag Apron“, riprese da una registrazione di un concerto del violinista Peter McArdle del 1971 in un pub di Dundalk, “Ùr Chnoic Chéin Cáinte“, una lirica di Peadar Ó Doirnín con la melodia dello studioso di Gaelico e collezionista Peadar Ó Dubhda ed infine il sontuoso set di reels “Huish the Cat · Sweet Molly · The Pinafore on the Wall” attrobuito a Walker Piper Jackson (1716 · 1798) proveniente dall’importante collezione “The Rose in the Gap“.

Disco importante, una delle migliori pubblicazioni di musica irlandese ed in questo caso anche bretone ascoltata negli ultimi anni.

http://www.gerryoconnor.net

http://www.gilleslebigot.com

As "In Concert", the first CD recorded in Brittany and released in 2005 by the Irish violinist Gerry O'Connor and the Breton guitarist Gilles Le Bigot, this second splendid disc was also recorded during a concert · this time in Ireland · in the "Patrick Kavanagh Centre" in Inniskeen (birthplace of the poet to whom the center is dedicated) in County Monaghan in April '22. The two musicians are among the most important in the Irish and Breton traditions and in their careers they have been part of ensembles that have left deep grooves in the recovery and re-evaluation of popular music such as La Lugh and Skylark (in the case of Gerry O'Connor ) and Skolvan and Barzaz for Gilles Le Bigot; naturally also in this disc the executive level is of a high level as are the interplay and the choice of repertoire which includes Irish, Scottish and Breton dance themes, chosen from the casket of tradition but also including new compositions.

Among those that I found most interesting and particular with respect to the repertoire, there is undoubtedly the suite "Son An Soner · An Damez Kozh" composed of a march composed by Le Bigot dedicated to Breton biniou and bombard players coupled with a fairly rare to feel "Ridèe", a dance aria sung and danced in different ways depending on the area of ​​origin, however performed in a circle and characterized by a vocal interlayer between one strophe and the next. From the Irish area I point out the overwhelming set of jigs that opens the disc, "The Old Dash Chum · How She Gets Up in the Morning · The Torn Bag Apron", taken from a recording of a 1971 concert by violinist Peter McArdle in a pub of Dundalk, "Ùr Chnoic Chéin Cáinte", a lyric by Peadar Ó Doirnín with a melody by Gaelic scholar and collector Peadar Ó Dubhda and finally the sumptuous set of reels "Huish the Cat Sweet Molly The Pinafore on the Wall" attributed to Walker Piper Jackson (1716 1798) from the important collection "The Rose in the Gap".

Important disc, one of the best publications of Irish and in this case also Breton music listened to in recent years.

www.gerryoconnor.net

www.gilleslebigot.com
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SEÁN Ó RIADA “Port Na bPúcaí”

SEÁN Ó RIADA “Port Na bPúcaí”

SEÁN Ó RIADA “Port Na bPúcaí”

Gael Linn Records. CD, 2014 (rec. 1971)

di alessandro nobis

Se c’è una figura cardine nella storia della musica tradizionale irlandese del secolo scorso, questa è quella di John Reidy, conosciuto a tutti come Seán Ó Riada nato a Cork (nacque il 1 agosto 1931) e spentosi a solamente a quarant’anni al King’s College Hospital di Londra dopo aver sofferto lungamente di cirrosi epatica. Vita purtroppo breve la sua ma che nell’ambito della riscoperta del folk irlandese ha lasciato un solco indelebile in termini di virtuosismo, di composizione e di direzione di orchestre e soprattutto per aver fondato il Ceoltóirí Chualann ensemble seminale dal quale si formarono i Chieftains e che ancora oggi gode del massimo rispetto dai musicisti e dagli appassionati delle tradizione. Una lezione, quella di suonare e di ispirarsi alla tradizione componendone di nuova ed intrepretandola con il pianoforte, tramandata alle generazioni successive come testimoniano la carriera di Mícheál Ó Súilleabháin, scomparso nel 2018, e dal pianista di Armagh Caoimhin Vallely autore dell’emblematico “Strayaway” del 2005 e del CD che porta il suo nome pubblicato nel 2016 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/06/caoimhin-vallely-caoimhin-vallely/).

If there is a basic figure in the history of traditional Irish music of the last century, this is that of John Reidy, known to all as Seán Ó Riada born in Cork (born on 1 August 1931) and died only at the age of forty at the King's College Hospital in London after a long period of cirrhosis of the liver. Unfortunately, his life was short but in the context of the rediscovery of Irish folk he left an indelible mark in terms of virtuosity, composition and conducting of orchestras and above all for having founded the Ceoltóirí Chualann seminal ensemble from which the Chieftains were formed and which still today it enjoys the utmost respect from musicians and tradition enthusiasts. A lesson, that of playing and being inspired by the tradition, composing new ones and interpreting them with the piano, handed down to subsequent generations as evidenced by the career of Mícheál Ó Súilleabháin, who died in 2018, and by the Armagh pianist Caoimhin Vallely, author of the emblematic "Strayaway " of 2005 and of the CD that bears his name published in 2016 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/06/caoimhin-vallely-caoimhin-vallely/).

Seán Ó Riada non ha lasciato per evidenti motivi moltissime registrazioni, e quelle raccolte in “Port Na bPúcaí” provengono da registrazioni fatte in studio a Dublino (al Trinity Examination’s Hall, le prime tre tracce) nel maggio del 1971, ben nove provenienti da quello che fu il suo penultimo recital, sempre nello stesso mese di maggio ed altre dieci provengono da un album realizzato per l’anniversario della rivolta del 1916, tutte suonate al clavicembalo. Si tratta di musica del tutto inedita,  splendida, evocativa che ci restituisce una visione della musica popolare irlandese lontana da quella conosciuta, con una veste cameristica intensa, emozionante; sufficiente ascoltare l’arrangiamento per solo piano di “Do Bhi Bean Uasal” (Carrickfergus”) per avere l’idea precisa del progetto che Ó Riada iniziò a sviluppare non appena ebbe i mezzi per comporre e trascrivere gli spartiti e per capire, ascoltandone poi la versione dei Chieftains, l’importanza del progetto.

For obvious reasons, Seán Ó Riada did not leave many recordings, and those collected in "Port Na bPúcaí" come from recordings made in the studio in Dublin (at the Trinity Examination's Hall, the first three tracks) in May 1971, nine coming from that which was his penultimate recital, always in the same month of May and ten others come from an album made for the anniversary of the 1916 revolt, all played on the harpsichord. This is completely new, splendid, evocative music that gives us a vision of Irish popular music far from the known one, with an intense, exciting chamber music; just listen to the arrangement for solo piano of "Do Bhi Bean Uasal" (Carrickfergus") to get the precise idea of ​​the project that Ó Riada began to develop as soon as he had the means to compose and transcribe the scores and to understand, then listening to them the version of the Chieftains, the importance of the project.

Molto interessante l’esecuzione live del reel “The Collier” dove al clavicembalo di Ó Riada si affiancano le uilleann pipes di Wille Clancy, l’accordeon di Tony McMahon ed il violino di John Kelly; pubblico in piedi a battere il tempo, noi nel nostro piccolo anche.

The live performance of the reel "The Collier" is very interesting, where Ó Riada's harpsichord is joined by Wille Clancy's uilleann pipes, Tony McMahon's accordion and John Kelly's violin; audience standing to beat the time, us in our small way too.

SUCCEDE A VERONA: MUSICHE AL TOCATÌ 2021

SUCCEDE A VERONA: MUSICHE AL TOCATÌ 2021

SUCCEDE A VERONA: MUSICHE AL TOCATÌ 2021 “16 ·17 ·18 settembre”

VERONA, CENTRO STORICO

di alessandro nobis

Anche quest’anno per la diciannovesima volta si rinnova a Verona la tradizione del Tocatì e delle musiche tradizionali italiane e dei Paesi ospiti: sarà un festival diffuso che avrà come scenari non solo i luoghi simbolo di Veronama anche e soprattutto spazi mai utilizzati prima come ville, cortili, musei, ed alcuni borghi storici italiani molti dei quali già riconosciuti come siti UNESCO e come tra quelli più belli d’Italia. Tutto naturalmente nel pieno rispetto delle norme sanitarie al quale l’Associazione Giochi Antichi – che ne è ideatore e organizzatore – ha lavorato per lunghi mesi al fine di rendere quanto più “normale” questo festival il cui fulcro è da sempre la partecipazione della gente nelle strade e nelle piazze della città. Per questa edizione de “Suoni lungo l’Adige” i concerti si terranno al Lungadige San Giorgio (nello spazio all’interno della struttura asburgica risalente al 1838) con l’esclusione dei due che verranno trasmessi in streaming per ovviare alle rigide norme sanitarie che, come detto, l’organizzazione intende rispettare in modo puntiglioso.

Il tema di questa edizione del festival è l’acqua, elemento che ha favorito in quanto ideale via di comunicazione gli scambi negli ambiti economici favorendo i contatti tra le varie culture popolari, e di conseguenza i gruppi musicali che parteciperanno hanno in comune musiche popolari legate all’acqua: l’Egeo, l’Adriatico e l’Atlantico.

Voglio sottolineare in particolare come quest’anno la particolare attenzione che l’Associazione Giochi Antichi ha avuto nel dare la possibilità di ascoltare la musica in un luogo raccolto, non troppo vicino al vociare delle centinaia di persone che frequentano il festival; le proposte sono di altro livello e di grande valore musicale ed è assolutamente giusto riservare alla musica “d’ascolto” uno spazio adeguato e quindi non necessariamente contestualizzata al ballo popolare. Certo, quest’anno ci sono le limitazioni sanitarie, ma le due “forme” potranno coesistere perfettamente nelle prossime edizioni: il ballo popolare nelle piazze, la musica d’ascolto di derivazione tradizionale nei numerosi spazi raccolti – luoghi di culto, di enti pubblici ma anche di privati – che il centro storico di Verona offre.

  • Si comincia giovedì 16 alle 21:30 con una festa, con una particolare versione de “La Notte Salentina” che grazie agli Amici del Salento di Verona presenta “Tremulaterra 3.0”, apprezzato trio di musica popolare del Salento, come è facile immaginare con il loro straordinario repertorio fatti di temi a danza sì ma anche di stornelli, canti polivocali alla “stisa” (canti polivocalici a cappella eseguiti soprattutto durante il lavoro, quando la voce si diffondeva e si “stendeva” appunto nei campi) e canti narrativi della tradizione: non una festa a ballo dunque, ma un repertorio da assaporare nel migliore dei modi con un attento ascolto.
  • Venerdì 17 si parte alle 21:00 con un quintetto vocale proveniente dalla Dalmazia dove la tradizione delle “Klapa” è ancora molto sentita e praticata; al Tocatì questa straordinaria forma vocale sarà portata dalla “Klapa Valdibora” di Rovinj (Rovigno) con i loro straordinariamente suggestivi canti che raccontano della vita e degli amori dei piccoli villaggi sulle coste adriatiche. Alle 21:30 il Gruppo Ricerca Danze Popolari presenterà al pubblico (che non potrà però partecipare al ballo) alcune danze popolari accompagnati dalle musiche del “Calicanto trio” che 22:00 terrà l’atteso concerto con una piccola formazione che vede il rinnovarsi della collaborazione tra Corrado Corradi, Roberto e Giancarlo Tombesi lungamente compagni dei Calicanto; presenteranno il ricco repertorio di canti della tradizione dell’Adriatico Settentrionale tra i quali quelli dei “battipali” lagunari. 
  • Sabato tre imperdibili appuntamenti con la cultura popolare: alle 21:30 con il gruppo cipriota “Ktima” con il loro repertorio fatto di secolari canzoni tradizionali che scandiscono il calendario con le feste pagane e le celebrazioni religiose che tracciano uno spaccato sulla vita dell’isola cipriota. Le voci sono accompagnate dal violino, strumento principe della musica tradizionale cipriota, dal laud e dalla tabouchia, un setaccio rivestito di pelle usato come tamburo a cornice. Queste canzoni e le “tsiattista”, poesie orali a braccio, sono iscritte nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale Nazionale di Cipro. A chiusura una presenza che davvero può essere considerata uno dei fiori all’occhiello di questa edizione del Tocatì, ovvero il Baia Trio: provenienti dal Piemonte Occitano, hanno repertorio che va oltre quello delle valli alpine coprendo le tradizioni a partire dall’area delle 4 Province al Connemara irlandese, il tutto rivisitato con arrangiamenti di grande bellezza ed innovazione, come sta a dimostrare il loro lavoro “Coucahna” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/10/29/baia-trio-coucanha/)di qualche anno fa. Gabriele Ferrero (voce e violino), Enrico Negro (chitarra) e Francesco Busso (ghironda, uno degli strumenti classici delle valli occitane) sono senz’altro un ensemble in grado di offrire un “suono” che decontestualizzato al ballo si presta alla perfezione per un ascolto attento e approfondito di questa tradizione.

Da sottolineare poi la possibilità di seguire sulla pagine YOUTUBE del Tocatì e sulle pagine dei principali social gestite dal Festival tre esibizioni molto interessanti ed anche inediti per Verona ma purtroppo “da remoto” per le ben conosciute restrizioni sanitarie. Il primo riguarda il canto polifonico di tradizione bizantina legata alla liturgia greco-ortodossa proposto dall’ensemble cipriota “Romanos de Melodist” che prende il nome dal compositore siriano bizantino del V° secolo “Romano il Melode”, santo celebrato anche dalla Chiesa Cattolica il 1 di ottobre: canti monodici a cappella di grandissimo fascino e bellezza anche testuale, cantati in greco a divulgare il Verbo che sono Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Il secondo ci porta sulle coste bretoni con i canti dei marinai proposti dall’ensemble femminile “Les Pirates” (audio qui: https://www.lesbordees.bzh/groupe-les-pirates/)ben conosciute nei festival dedicati a questo importante filone della musica tradizionale: fanno parte dell’associazione “Phare Ouest” che dal 1995 opera nel campo della conservazione, dello studio e nella divulgazione di questa tradizione organizzando un festival che ha particolarità – sogno di molti organizzatori – di non utilizzare impianti di amplificazioni e di proporre i concerti in situazioni ambientali ideali per apprezzare al meglio il suono naturale. A conclusione gli eccezionali trampolieri del Dipartimento delle Landes nella Francia Occidentale, “Echassiers de Landes”: questi “attrezzi” spesso messi in relazione solamente con il circo equestre o con le sfilate carnascialesche venivano originariamente utilizzati dai pastori per sorvegliare le greggi nel territorio pianeggiante che non offre alcun punto di vista dalla sommità di alture. Da questo loro uso si sono sviluppate poi danze tradizionali davvero particolari ed uniche al mondo; nel dipartimento sono presenti ben venti gruppi di questo tipo a testimoniare il grande interesse e passione verso questa secolare tradizione. 

SUCCEDE A VERONA: OGGI GNOCCHI CON LO “SMALZO PEPATO” SULLA TAVOLA DEI PIÙ TRADIZIONALISTI

SUCCEDE A VERONA: OGGI GNOCCHI CON LO “SMALZO PEPATO” SULLA TAVOLA DEI PIÙ TRADIZIONALISTI

Succede che una domenica ti rechi al mercato dell’antiquariato di Soave e finalmente trovi il volumetto che cercavi da tempo, “Il Carnevale veronese nella tradizione e nella cronaca” di Tullio Lenotti edito da Vita Veronese nel 1950. Succede anche che il precedente proprietario, tale Gianni Montini, avesse inserito nello stesso articoli, appunti, un paio di fotografie ed un ritaglio del giornale “L’Arena di Verona” del 7 febbraio del 1986 scritto da Pierpaolo Brugnoli, giornalista e studioso autore di più di centocinquanta saggi e di un migliaio di articoli riguardanti l’arte e la cultura del territorio veronese. Essendo il tema del’articolo inerente alle ricerche in vista del convegno “Giù la Maschera” che si terrà a settembre, mi è sembrato opportuno trascriverlo e pubblicarlo con il beneplacito del quotidiano veronese.

SUCCEDE A VERONA: OGGI GNOCCHI CON LO “SMALZO PEPATO” SULLA TAVOLA DEI PIÙ TRADIZIONALISTI

 di PierPaolo Brugnoli, “L’Arena di Verona 7 febbraio 1986”. Per gentile concessione.

Un condimento tanto antico che anche molti veronesi l’hanno dimenticato:

Oggi gnocchi con lo «smalzo pepato»sulla tavola dei più tradizionalisti.

Un tempo il tradizionale piatto carnevalesco si serviva con burro («Shmalz» per i cimbri) più pepe e cannella – Altre storiche ricette nell’«Ars macheronica»di Teofilo Folengo

Non scandalizziamoci sempre e comunque. Fra le tante stupidaggini dette sul conto del papà del gnoco, sire del Carnevale veronese, da parte di riviste disinformate ad alta tiratura, una non era poi tale: quella cioè relativa agli conditi con lo smalzo pepato, il quale altro non è che un condimento di burro fuso e pepe. Tornando cosi’ sul tema degli gnocchi, già ampiamente trattato in queste stesse pagine negli anni passati – dobbiamo ripetere che l’attuale versione veronese del caratteristico piatto non era un tempo praticata nemmeno da noi; e senza dissertare sui vari tipi di gnocchi oggi esistenti sotto ogni latitudine, ci si limiterà dunque a dire in che cosa, fino a non molto tempo fa, consistesse lo gnocco veronese e come fosse condito.

Anzitutto lo gnocco nostrano non era di patata, ma di farina di frumento forsanche frammista a pane grattugiato. La patata arriverà assai tardi, ben oltre la sua importazione dal Nuovo Mondo, e in dosi non massicce come le attuali, rappresentando adesso circa l’ottanta-novanta per cento delle componenti dello gnocco.

Così in un poemetto del 1787:

«Composto che sia il gnocco natural

d’acqua pura, e farina, e ben menà

ben cotto; ben bogi con lo so sal

con botter e formàgio ben conzà

Digo che chi disesse, ch’el fa mal,

Se ’l fusse como n’aseno pestà.

Nol me faria peccàm perché el diria

INFRA REROM NATURA na resia».

Anche il condimento di pomodoro era del tutto sconosciuto. Formaggio quello sì, unito a burro; ma anticamente si usavano anche altre ricette.

Lo smalzo – che viene dal tedesco Schmalz con il significato di grasso, di strutto, ma anche di burro – era termine usato non solo nella Lessinia, dove abitavano popolazioni di origine cimbra, ma pure in città. Lo usa, nel suo «Fioretto» anche Francesco Corna da Soncino, nella seconda metà del secolo decimoquinto, quando cosi’ scrive:

«E sono si grande e magna le Lisine

ch’è sopra le montagne veronesi

che con Vicenza e Trento ha sue confine;

e tante bestie li stan per tri mesi,

che de lor caso e smalzo le casine

son piene, tanto si monge in quel paese»

Dove il caso è cacio, cioè il formaggio, e lo smalzo e’ inequivocabilmente il burro, ottenuto appunto dalla mungitura delle mucche.

Condimento dunque di smalzo, cioè di burro. E sta bene. Ma il pepe, come altre spezie, c’era, eccome. Ce lo assicura quel Giulio Cesare Croce, il cantastorie che è padre del Bertoldo e che ha celebrato espressamente anche la festa popolare veronese, in una cantata manoscritta dal titolo Canzone sopra gli gnocchi e la gnoccata (Biblioteca Universitaria di Bologna):

«Su, su tutti alla gnoccata

ognuno corra al calderone,

che l’è fatta con ragione

ed è buona e delicata

viva gli gnocchi e la gnoccata.

Nel butiro e nel formaggio

Specie, pever e canella,

parchè èiaccia alle budella

l’abbiam volta e macinata

viva gli gnocchi e la gnoccata

La gnoccata tra’ la fame e discaccia l’appetito

Ed è un cibo saporito

Che rallegra la brigata …..»

Spezie dunque, pepe e cannella, appartengono con lo smalzo alla migliore e più antica tradizione.

E qui tornerò in acconcio ricordare che lo gnocco è cibo gustato fin dall’età del bronzo, giacchè nient’altro che questo potevano essere la decina di “gnocchetti” o “bocconi” scoperti nello strato I e impastati con farina di cereali macinati in modo grossolano con macine di pietra ……. Di cui scrive il Battaglia riferendoci alla loro occasionale scoperta nel deposito antropozoico della palafitta di Ledro (Trento). Gnocchi ovviamente di farina di un qualche cereale, e non di patate, ripetiamo, che quello dell’uso di tale ingrediente è fatto piuttosto recente. Gnocchi come quelli che tuttora si fanno in alcune malghe lessiniche e già conosciuti, con il termine, più appropriato, di macheroni, donde l’ars macheronica di Teofilo Folengo alias Merlin Cocai.

Dice appunto il Folengo: «ars ista poetica noncupatur ars macaronica e macaronibus derivata qui macarones sunt quoddam pulmentum farina, caseo, botiro compaginatum, grossum, rude e rusticum; ideo macaronices nil nisi grassadinem, ruditatem et vucabulazzos debet in se continere». La denominazione corrente sembra anzi – a detta di Corrain e Zampini essere stata usata per prima nella capitale folkloristica del gnocco, in Verona appunto, dove i giovani, che in numero di 36 insieme con Papà del Gnoco, formano la parte più colorita della festa. Non per niente sono chiamati macaroni.

E di gnochi impeperati c’è un eco a Verona ancora alla metà del secolo scorso in una poesia anonima stampata per il Vénardi gnocolardel 1847 dove, tra l’altro è detto:

«Trovandose cossi qualche putela

De quele che non va smorosinando,

E non badasse gnente a so sorela

Ma staga de la mama al so comando,

E staga sempre in drìo de sbardevela;

Tuti ghe dise, dopo ben pensando:

“Guarda quela putela, che bel toco,

L’è tanto bona che la par un Gnoco”;

Ma de sti gnocgi se ghe ‘n trova rari,

No serve che te diga la rason,

E tuti sti putei dise: “Magari

Ch’l me tocasse e mi quel bon bocon”.

Se t’ì vedessi per sti Gnochi cari

A girari note e di come el moscon,

E po’ inveze d’un Gnoco imbotierà,

I trova un Gnoco tuto impevarà»

DALLA PICCIONAIA:  “BALDO IN MUSICA 2021. PRIMA PARTE”

DALLA PICCIONAIA:  “BALDO IN MUSICA 2021. PRIMA PARTE”

DALLA PICCIONAIA  “BALDO IN MUSICA 2021. PRIMA PARTE”

20 giugno – 12 settembre

di alessandro nobis

L’idea di abbinare la musica al paesaggio sia naturale o antropico non è certamente nuova, ma sapere che un manipolo di appassionati con l’aiuto di Enti Pubblici riesca ad allestire un cartellone di tutto rispetto in tempi così difficili riempie il cuore, e la mente; questa sesta edizione di “Baldo in Musica” è certamente stata la più complessa da organizzare ma il programma come dicevo è di tutto rispetto perché ancora una volta fa scoprire, o riscoprire, angoli nascosti dell’area del Monte Baldo veronese scelti in modo accurato perché la valorizzazione del luogo e della musica sia reciproca. Il progetto si avvale del patrocinio dell’Unione Montana del Baldo-Garda ed è organizzata dall’Associazione Culturale “BALDOfestival” con la consulenza artistica di Marco Pasetto.

Otto gli appuntamenti, compresa l’anteprima del 20 giugno, distribuiti su tre mesi evitando le giornate attorno a Ferragosto, ed i generi musicali scelti certamente accontenteranno i palati degli appassionati, esperti e meno esperti. Come detto l’anteprima è programmata per domenica 20 giugno, ore 17 (ingresso € 5,00) alla chiesetta di San Martino al Platano ed avrà come protagonisti due membri dell’Orchestra Mosaika, ovvero l’arpista australiana Diane Peters e la violinista Anna Pasetto: con loro si viaggerà nel tempo e nello spazio, dal medioevo (visto il bellissimo contesto) alla musica di matrice celtica con uno sguardo al vicino e medio oriente, un progetto interessante a mio avviso. La domenica successiva, alla Casara Colonei di Pesina, a 1336 metri in zona Spiazzi – Ferrara di Monte Baldo, alle ore 12 e ingresso libero importante appuntamento con il jazz – e dintorni – della Piccola Orchestra Vertical ovvero Claudia Bidoli (voce), Enrico Terragnoli (basso acustico), Fabio Basile (chitarra) e Roberto Lanciai (sax baritono) con un repertorio tra le composizioni di Terragnoli scritte per l’Orchestra Vertical (15 elementi), il klezmer ed alcune riletture di Serge Gainsbourg.

Due gli appuntamenti di luglio entrambi con ingresso libero, sabato 10 alle ore 21 nella Piazza di Pazzon (Caprino) con la GiBierFEST Band, nonetto composto da sette fiati e sezione ritmica con un repertorio che partendo dalla tradizione alpina propone brani di stili diversi come estratti da colonne sonore e canzoni italiane, riviste naturalmente con il piglio di queste straordinarie orchestrine e domenica 25 sempre alle 21 nella Chiesa di Pazzon con l’Orchestra Machiavelli che proporrà le Quattro Stagioni di Vivaldi. Questi ultimi due appuntamenti sono inseriti in “Sentieri nel Baldo” organizzati sempre da BALDOfestival dove arte, natura e territorio si fondono assieme alla musica. Nella seconda parte, gli appuntamenti a partire dal 1 agosto.

Per tutti gli appuntamenti la prenotazione, visti i tempi, è obbligatoria e si effettua su http://www.baldofestival.org

DALLA PICCIONAIA: LA GHIRONDA DI MICHÈLE “Incontro con Silvio Orlandi”

DALLA PICCIONAIA: LA GHIRONDA DI MICHÈLE  “Incontro con Silvio Orlandi”

DALLA PICCIONAIA: LA GHIRONDA DI MICHÈLE  “Incontro con Silvio Orlandi”

Palazzo Tadea, Spilimbergo, 4 ottobre 2020

di alessandro nobis

L’edizione 2020 di Folkest ed in particolare le ultime giornate che come di consueto si svolgono a Spilimbergo, non è stata come le precedenti come potete immaginare; un’edizione forzatamente procrastinata alla fine dell’estate e più raccolta, una direzione che a mio avviso andrebbe seguita anche in futuro e che può essere complementare a quella degli spazi aperti più adatti alle grandi performance. Il bellissimo e funzionale Teatro Miotto di Spilimbergo, che avrebbe dovuto essere una soluzione di ripiego rispetto alla stupenda piazza a fianco del Duomo, ha nel migliore dei modi accolto le tre serate finali che hanno assegnato l’ambito il Premio Cesa ai lombardi Musica Spiccia.

Tra gli eventi programmati per quest’ultimo lungo week end (da mercoledì 30 settembre a lunedi 5 ottobre) voglio soffermarmi sull’interessante incontro con Silvio Orlandi, liutaio e ghirondista e fondatore intorno alla metà degli anni settanta con Maurizio Rinaldi e Gianni Vaccarino dell’ensemble “Prinsi Raimund” autore di un ottimo disco, “Lo stallaggio del Leon d’Oro” pubblicato nel 1979 e protagonisti di due edizioni di Folkest, quelle del ’79 e dell’80.

L’incontro si è svolto in una sala gremita – rispettando il distanziamento personale grazie ad un discreto ma attento servizio d’ordine – del bellissimo Palazzo Tadea, sala utilizzata per la prima volta da Folkest; brillantemente incalzato da Marco Salvadori (responsabile dell’area cultura del Comune di Spilimbergo) e Andrea Del Favero (direttore artistico di Folkest), Orlandi ha piacevolmente e puntualmente raccontato la storia della ghironda, ed in particolare di quella di “Michèle”, Michèle Fromentau.

La “storia” nasce in un armadio, quello dell’ufficio di Marco Salvatori che poco dopo l’inizio del suo incarico per l’amministrazione di Spilimbergo decide di dare un’occhiata al mobilio ed in particolare al contenuto degli armadi in uno dei quali rinviene una custodia nera dalla forma un poco strana, l’apre e ci trova una ghironda: telefona quindi ad Andrea Del Favero per saperne di più e viene a sapere che la ghironda giaceva lì inutilizzata addirittura dal 2001.

Del Favero racconta molto affabilmente che in quell’anno si era parlato di un gemellaggio tra la città di Spilimbergo e quella Saint Chartier nella regione del Berry, in Francia, considerata la patria della ghironda e sede di un importantissimo festival di liutai e musicisti organizzato da Michèle Fromentau, ricercatrice e naturalmente suonatrice di ghironda. Spilimbergo donò a Saint Chartier un mosaico – e non poteva essere diversamente – e Saint Chartier ricambiò su idea di Michèle con una ghironda – e non poteva essere diversamente. La Fromentau lascia la direzione del festival nel 2019 nelle mani di Philippe Krumm ed il rapporto tra Folkest ed il Festival Francese lentamente si raffreddò e qualcuno a quel punto a Spilimbergo ripose lo strumento nel già citato armadio. L’occasione della chiacchierata con Silvio Orlandi era davvero ghiotta, ovvero quella di riportare “in vita” questo straordinario strumento in particolare, ricordando che la ghironda con tutte le sue evoluzioni morfologiche e tecniche ha accompagnato la musica tradizionale, medioevale, rinascimentale e barocca attraverso il tempo e che ancora oggi gode una notevole popolarità e seguito in Francia grazie ai numerosi liutai ed alle scuole di Saint Chartier ed in Italia grazie a musicisti e costruttori come appunto Silvio Orlandi.

La chiacchierata ha quindi raccontato la storia della “ghironda di Michèle” ma è stata anche l’occasione di ascoltare la storia di questo strumento (un modello arcaico si trova perfino nelle miniature che accompagnano le Cantigas di Santa Maria raccolte da Alfonso X El Sabio nel XIII° secolo) attraverso appropriati esempi musicali e, lo voglio ribadire, grazie alla grande competenza e comunicatività di Orlandi e Del Favero.

Serate riuscite come questa sono il semplice corollario al festival ma sono la sua essenza, almeno all’idea di festival che ho in mente io. Ed è un vero peccato che alunni ed insegnanti delle scuole di Spilimbergo e dintorni, solitamente chiuse nel periodo estivo, non ne possano godere; potrebbe essere un formidabile volano per il Festival.

ROBERTO OTTAVIANO “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

ROBERTO OTTAVIANO  “Extended Love & Eternal Love: Resonance & Rhapsodies”

DODICILUNE RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Roberto Ottaviano rappresenta un importante segmento dello sviluppo del jazz nel nostro continente che dalla metà degli anni Sessanta ha saputo in qualche modo staccarsi e compiere un percorso indipendente pur mantenendo contatti e collaborando con alcune comunità dei musicisti afroamericani. Ho ascoltato con attenzione e quasi con timore revenziale, da semplice ascoltatore, queste nuove composizioni del sassofonista pugliese che con quelle di Giovanni Maier (contrabbassista, lo ricordo con l’ensemble Enter Eller di Massimo Barbiero), Giorgio Pacorig e Zeno De Rossi (pianista e batterista rispettivamente, due musicisti che fecero parte dell’interessante progetto El Gallo Rojo) ed a quella del clarinettista Marco Colonna costituiscono il corpus di questo monumentale doppio CD. I due dischi ci raccontano lo status quo del progetto musicale di Ottaviano ed ascoltando la musica contenuto mi è parso di cogliere gli aspetti che caratterizzano la storia di questo sopranista sopraffino (scusate il gioco di parole), le sue influenze e soprattutto la sua grande capacità – che è da sempre una sua caratteristica – di interiorizzare la musica dei Maestri partendo da questa per comporre nuova musica.

Resonance / Extended Love”, ideato per ottetto e “Rhapsodies / Eternal Love” scritto per quintetto offrono entrambi a mio modesto parere spunti che lasciano intravedere chiaramente alcuni spunti della musica di Ottaviano. L’ottetto di “Resonance” è in realtà un doppio quartetto di colemaniana memoria ma con due pianoforti al posto delle trombe, ed offre spunti che caratterizzano la musica dell’area mediterranea (l’introduzione di “Dedalus” ricorda le improvvisazioni dell’oud, o almeno così ho percepito) ed in “Revelation” si respira aria del miglior jazz di marca inglese (vedi anche l’incipit di “Homo Sum”) con gli interventi tippettiani dei pianoforti sulla precisa ed espressiva doppia sezione ritmica sempre perfettamente calibrata e misurata, viste le personalità dei suoi componenti (Hamid Drake, Zeno De Rossi, Danilo Gallo e Giovanni Maier); incisivo anche “Resonance” con i due contrabbassi che aprono e con l’inconfondibile suono del Rhodes di Giorgio Pacorig (significativo il suo solo alla la conclusione del brano) che preannuncia il tema esposto da Ottaviano e dal clarinetto di Marco Colonna. “Rhapsodies”, per quintetto (Ottaviano, De Rossi, Maier, Pacorig e Colonna) contiene nove composizioni ed anche qui si possono leggere le influenze di Ottaviano, quasi degli omaggi ai suoi – ma non solo suoi – “padri musicali”: il respiro coltraniano di “Adelante” che apre il disco, gli spunti colemaniani di “Ergonomic”, la immaginifica ballad “Monkonious”, l’interesse verso la musica africana con l’arrangiamento del tradizionale Yoruba (etnia presente nel West Africa)  “Ijo Ki Mba Jo” traslato sapientemente dalla cultura orale al jazz e lo swing di “Mad Misha”, omaggio – miu par di capire – ad un altro protagonista del jazz europeo, l’olandese Misha Mengelberg scomparso nel 2017.

Mi fermo qui, assieme alle mie capacità di analisi.

L’album è dedicato ad un gigante del jazz, Keith Tippett che in questo 2020 ci ha prematuramente lasciato; un breve incontro mi fece capire come fosse uomo di grande gentilezza, e come musicista riporto le sagge parole di Roberto Ottaviano: “La musica di questo album è dedicata alla memoria del mio grande amico, mentore e inesauribile fonte di ispirazione come musicista e come uomo”.

Keith Graham Tippett (1947 – 2020). R.I.P.

EDUARDO PANIAGUA “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

EDUARDO PANIAGUA  “Cantigas del Norte de Francia”

Pneuma Records PN 1590. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Per questo nuovo doppio CD Eduardo Paniagua e la Pneuma Records accendono i riflettori sul gruppo di Cantigas raccolte da Alfonso X El Sabio (1221 – 1284) che riguardano i miracoli mariani compiuti nel nord della Francia e affiancandosi alle undici cantigas contenute in un altro CD, “Cantigas de Francia” pubblicato nel 1998 (PN – 520).

Arras nel Passo di Calais e Soissons nell’Aisne sono due delle località dove la Vergine ha compiuto dei miracoli qui raccontati e tra le più interessanti Cantigas qui registrate segnalo la CSM 81 (“La Bella Gondianda, Fuego en el Rostro” che descrive la guarigione dal “Fuoco di Sant’Antonio” (“Fuego de San Martial” un’epidemia simile alla peste molto diffusa nel XIII° secolo che provocò numerosissime vittime) che aveva devastato il volto di Gondianda, la CSM 101 (“Sordomudo en Soissons”) che ci parla della guarigione di un sordomuto a Soissons, la CSM 68 (“Mancebas Rivales del amores en Arras”) che racconta come la Vergine pose fine alle violente liti tra la consorte di un uomo che aveva maledetto la sua amante ed infine la Cantiga 298 (“El demonio de Soissons”), dove una donna posseduta dal demonio si reca al santuario di Soissons e viene “liberata” dalla Vergine Maria.

Per queste registrazione Paniagua si affida come al solito all’ensemble Musica Antigua, costituito da musicisti di primissimo livello assieme a numerosi ospiti che riescono a dare una visione musicale nitida e sempre ispirata a questo monumentale ed unico progetto della Pneuma che prosegue senza interruzione. Tra i primi ricordo le presenze di El Wafir all’oud, del percussionista David Mayoral oltre naturalmente al polistrumentista Eduardo Paniagua, tra i secondi Begona Olavide al salterio e Luis Delgado entrambi collaboratori di lunga data dello stesso Paniagua.

Per quello che mi risulta, un altro doppio CD dedicato alle Cantigas della Francia meridionale è di imminente pubblicazione; attendiamo impazienti notizie ……..

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

EMMERECORDLABEL, CD, 2020

di alessandro nobis

image.pngGiuseppe Cistola, chitarrista e compositore, si è posto come obiettivo per questo lavoro scrivere musica mettendoci la passione, i ricordi e tutte le emozioni che ha vissuto e quindi interiorizzato durante un suo lungo soggiorno in terra argentina; con lui, per questo ottimo “Por la Calle Argentina” ci sono il contrabbassista Lorenzo Scipioni, il batterista Michele Sperandio, il sassofonista Marco Postacchini ed il pianista Simone Maggio, presenze fondamentali per la realizzazione di questo bel progetto. Qui non troverete l’Argentina più conosciuta e forse anche più scontata (e nemmeno la rilettura dei classici del jazz), ma piuttosto la rielaborazione di un’esperienza personale che si è realizzata in queste dieci composizioni, tant’è che l’unico a mio avviso chiaro richiamo diretto alle atmosfere argentine l’ho trovato nella splendida e “notturna” ballad “Paseo Nocturno”, con l’incipit di Scipioni (con l’archetto) e Maggio ed un cantabile solo di Postacchini ad introdurre quelli di pianoforte e di chitarra. Cistola e compagni conoscono benissimo l’ABC del linguaggio della musica afroamericana sul quale costruiscono momenti di interplay e assoli mai scontati e sempre caratterizzati da una ricerca melodica e da un controllato virtuosismo. Così nel brano di apertura “5 – 3”, un’altra ballad aperta dalla chitarra di Cistola con un bel tema, nel conclusivo “Sunday Blues” dove il tema è esposto all’unisono dalla chitarra e dal sassofono o ancora la lunga “Out of Rules” con un bel dialogo pianoforte – chitarra che apre al pizzicato del contrabbasso e caratterizzato da un lungo solo di Cistola.

Il quintetto suona davvero bene, le composizioni del chitarrista passano dallo spartito attraversando le sensibilità dei compagni di viaggio creando della musica di gran qualità.

Ha ragione Cistola quando dice di non avere nulla contro gli standard e spero converrà con me nel ritenerli indispensabili allo studio del jazz e della sua secolare storia: se però hai una fluidità di scrittura di questo livello, come si evince dall’ascolto di questi disco, proseguire in questo percorso è d’obbligo.

http://www.emmerecordlabel.it/

 

 

 

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY “Embrace Storms”

JAMES MURRAY  “Embrace Storms”

Krysalisound & Slowcraft Records, CD. 2019

di alessandro nobis

“Embrace Storms” è la più recente produzione del talentuoso compositore inglese James Murray che concretizza il suo pensiero musicale attraverso un sapiente e consapevole utilizzo dell’elettronica: le sue composizioni nascono, si sviluppano, si concretizzano lasciando l’ascoltatore in balìa delle proprie emozioni che si originano dall’attento ascolto di queste due lunghe tracce, “In Your Head” e “In Your Heart”. I sapienti classificano questa musica come “ambient”, ma mi piace piuttosto definirla semplicemente come musica elettronica visto che segue il solco di certa musica sviluppatasi già negli anni settanta e che ha avuto diverse “denominazioni”; che questa musica sia frutto di un approccio consapevolmente improvvisativo, sia progettata anche nei minimi particolari o entrambe le cose ha poca importanza, ciò che più conta è la ricerca dei suoni e la loro combinazione – sovrapposizione e la ricerca del perfetto, godibile e delizioso equilibrio finale raggiungibile a questi livelli solo se padroneggi in modo sicuro e consapevole la tecnologia a disposizione. Qualcuno ha definito la musica di James Murray “caos controllato” e questa definizione forse è la mediazione tra le due modalità a cui accennavo prima.

Embrace Storms - CD #02

Quel che posso dire, da profano, è che questo “Embrace Storms” è un lavoro di grande fascino che cattura l’attenzione dalle prime battute e che ad ogni ascolto ti fa scoprire i suoni “nascosti” ed immaginare le modalità di esecuzione che stanno alla base di lavori come questo.

“Embrace Storms” è una coproduzione tra le etichette Slowcraft e la KrysaliSound ed è disponibile in CD (copie numerate), in formato digitale ed anche in un prezioso LP di 140 g, sempre in una turatura limitatissima.

http://www.krysalisound.com | info.krysalisound@gmail.com http://www.slowcraft.info | slowcraftrecords@gmail.com

https://slowcraft.bandcamp.com/album/embrace-storms https://krysalisound.bandcamp.com/album/embrace-storms