NEWPOLI “Mediterraneo”

NEWPOLI “Mediterraneo”

NEWPOLI “Mediterraneo”

Beartones Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Newpoli è un eterogeneo ottetto di base sulla East Coast e formato da musicisti di diversa provenienza, ma accomunati dal calore e dalla bellezza della musica dell’Italia Meridionale e del Mediterraneo in generale. I bravissimi musicisti coinvolti in questo interessante progetto sono le due front women Carmen Marsico e Angela Rossi (canto), Fabio Pirozzolo (tamburello e canto), Björn Wennås (Chitarra Battente, Mandola e Chitarra Classica), Jussi Reijonen (Oud, Mandola e Chitarra Classica), Daniel Meyers (Zampogna, Ciaramella e flauti diritti), Karen Burciaga (violino) e Jeff McAuliffe (contrabbasso), e questo è il loro quinto disco dopo il loro esordio del 2008.

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foto di Liz Linder dal sito http://www.newpolimusic.com

Sgombriamo subito il campo dal sospetto che la musica di Newpoli sia una versione da “cartolina” della tradizione mediterranea da spacciare al pubblico d’oltreoceano; sarà la presenza di musicisti non italiani, saranno gli arrangiamenti dei brani – spesso originali – sempre convincenti ed altrettanto efficaci, saranno le tematiche affrontate nei testi legati alla quotidianità spesso tragica che si vive nel “Mare Nostrum” ed all’emigrazione (il brano d’apertura che dà il titolo all’album scritto in un dialetto della Basilicata che descrive il dramma dell’emigrazione e “So’ Emigrante”) ma questo, signori, è un gran bel disco che ha le radici ben piantate nel profondo della tradizione (i suoni, la pizzica salentina dei fratelli Ucci, il canto alla pelenzeca – l’altalena – con una bella aprtura di oud e che racconta un tema caro al canto narrativo italiano ovvero il recarsi alla fontana per incontrare la donna di cui innamorarsi) ed i rami in Nordamerica, terra nella quale nel recente o nel lontano passato i musicisti o le loro famiglie (basta leggere i loro nomi) hanno trovato rifugio ed una nuova vita e dove hanno composto musiche e testi (faccio riferimento a “Lagr’m’” con lo splendido dialogo tra le voci di Carmen Marsico e Angela Rossi ed a “’Na voce sola” cantata in lingua napoletana – “non mi conosco più quando mi guardo attorno / Ma che sta succedendo, il mondo è cambiato”); e la semplice ma significativa copertina è emblematica a mio avviso, potendo essere riferita al Mediterraneo ma più in generale ai “mari” che l’emigrante deve sempre affrontare.

Disco non di facile reperibilità sul mercato italiano, per fortuna c’è il sito web del gruppo e ci sono i siti specializzati nella vendita on-line.

http://www.newpolimusic.com

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ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

S.I.P., cm 14,5 x 21, Pagg. 150 € 12,00. 2018

di Alessandro Nobis

Ci sono i vinili della Folkways, quelli della Wolf, della Herwin e della Yazoo, ci sono le cards e le copertine di Robert Crumb e da qualche settimana ci sono anche questi venti racconti scritti da uno studioso – praticante del blues prebellico, Roberto Menabò. Professione insegnante – e ti pareva che una figura di così alto profilo potesse dedicarsi esclusivamente alla musica nel nostro bizzarro Paese – e nel tempo che resta, al netto di quello dedicato alla famiglia, si è dedicato da tempo immemore alla scoperta di quei musicisti sconosciuti ai più che hanno lasciato poche o pochissime tracce registrate, ed anche biografiche, nelle piantagioni, nelle piccole e grandi città americane grazie alla sua pregevolissima tecnica chitarristica ed altrettanto sapiente penna.

E così dopo i quaranta di racconti di “Rollin’ and Tumblin’”, in questa nuova raccolta, autoprodotta, Menabò affronta venti storie di donne, di cantanti e di chitarriste che in quel periodo pochissimo spazio ebbero nel mondo del blues arcaicamente maschile.

Certo che quando si prova a raccontare di Laura Dukes, di Mae Glover o di Bessie Tucker non ci si può fermare alle spesso assenti note biografiche, ed ecco che allora emergono il mestiere e l’amore per la scrittura e per la musica, “questa” musica che l’autore diffonde con seminari, concerti, lezioni che sempre lasciano il segno in chi ha la fortuna di fruirne. La lettura scorre via veloce, non è appesantita da nozioni riguardanti le seppur parche discografie di queste “Medames a 78 giri” ma al contrario Menabò descrive attraverso significativi ed incisivi acquerelli scene di vita, domestiche e pubbliche, di queste eroine del blues che hanno lasciato ai posteri polverosi, graffiati (e graffianti) race records che qualcuno ha poi cercato, trovato e ri-pubblicato.

Il volume non è in distribuzione, va richiesto direttamente all’autore.

http://www.robertomenabo.it

DAN MORETTI “Invoke”

DAN MORETTI “Invoke”

DAN MORETTI “Invoke”

Dodicilune Records Ed397, Distr. IRD, CD 2018

di Alessandro Nobis

I musicisti coinvolti in questo progetto del fiatista e compositore americano Dan Moretti sono alcuni dei migliori frutti che il Berklee College of Music di Boston ha prodotto nei lunghi anni dalla sua fondazione: il pianista Mark Shilansky, il contrabbassista Jesse Williams, il batterista Steve Langone e soprattutto naturalmente il leader del progetto Dan Moretti, docente presso la Berklee con già alle spalle una nutrita discografia fatta di diciassette titoli ed una lista chilometrica di prestigiose collaborazioni in ambito jazz e non solo. Per questo “Invoke” il fiatista italo americano ha scritto ed arrangiato dodici brani che in comune hanno la cantabilità delle melodie senza per questo cadere nel manierismo accademico che talvolta permea il jazz catalogato come “mainstream”. Questo grazie naturalmente alla tecnica cristallina dei musicisti ed agli arrangiamenti indovinati e quindi efficaci: in particolare quando ad affiancare il quartetto interviene un trio di archi (violino, viola e violoncello) che danno un valore aggiunto alla musica di Moretti. “Angel Silver” ad esempio, pacata ballad aperta dal trio sul quale interviene il flauto traverso di Moretti seguito dal pianoforte e dalla ritmica  ed il brano di apertura “November Sun” con il pianoforte ed il trio in apertura (ed un significatico solo di flauto) che mi danno una sensazione di avere un andamento quasi  “cinematografico” e tra gli altri segnalo “The Whisper Within” aperto e guidato dal sax tenore, altra ballad di ampio respiro eseguito in quartetto con un bel solo di Mark Shilansky.

Un bel progetto, ne aspettiamo il seguito.

http://www.dodicilune.it

 

 

 

 

MASSIMILIANO ROLFF “Home Feeling”

MASSIMILIANO ROLFF “Home Feeling”

MASSIMILIANO ROLFF “Home Feeling”

Blue Art Records. CD 2018

di Alessandro Nobis

Prodotto da Rosario Moreno per la BlueArt è stato pubblicato da qualche settimana “Home Feeling”, la nuova raccolta del contrabbassista ligure Massimiliano Rolff e suo settimo album. Nato come bassista rock, è stato folgorato sulla strada per Damasco dal Miles Davis dell’ultimo periodo – quello di Amandla per intenderci -, e questo incontro ha tolto un bassista al rock per regalarne uno alla musica afroamericana e viste le sue doti di compositore e di strumentista posso dire ancora una volta “benedetto Miles Davis!”.

Certo che è difficile muoversi negli spazi del maistream e dire cose innovative, purtuttavia Rolff ha trovato una via creativa ed originale proponendo con un quartetto una sua via al jazz di matrice latina attraverso composizioni originali che grazie alla scelta della composizione del suo gruppo (contrabbasso, batteria, percussioni e pianoforte) ed ai frequenti spazi più “liberi” regalano a chi ascolta il risultato del suo progetto, convincente grazie (anche) alla bravura dei musicisti ed alle scelte negli arrangiamenti.

Il pianista colombiano Hector Martignon è splendido con il suo tocco tra il jazz ed il mondo latino americano ed il percussionista Mario Principato colora alla perfezione gli spartiti di Rolff mettendo in risalto la cantabilità delle melodie e la piacevolezza di questo “Home feeling”; due le interpretazioni di brani altrui (“Beija Flor”, bossanova a firma di Nelson Cavaquinho e “Melodia del Rio”) del pianista cubano Ruben Gonzalez) eseguite mantenendo lo stesso clima di tutto questo ottimo “Home Feeeling”.

http://www.rolff.it http://www.facebook.com/massimiliano.rolffwww.blueartmanagement.com

SUONI RIEMERSI: MUZSIKAS “Blues For Transylvania / Osz Az Ido”

SUONI RIEMERSI: MUZSIKAS “Blues For Transylvania / Osz Az Ido”

SUONI RIEMERSI: MUZSIKAS “Blues For Transylvania / Osz Az Ido”

Hannibal Records / Hungaroton Records. LP, CD 1990 / 1989

di Alessandro Nobis

Quinto album del gruppo budapestino dei Muzsikas (sesto considerando “Dudoltam en” attribuito alla sola cantante Marta Sebestyen, nel quale però suonano anche gli altri componenti del gruppo) ed ulteriore passo avanti rispetto al precedente “The Prisoner’ Song”. Questo “Blues for Transylvania” è in effetti un ottimo disco, a testimoniare che lo studio ela rielaborazione del materiale etnico dell’Ungheria continua a vivere ed a brillare di luce propria, a dispetto dei tentativi di introdurre anche ad oriente prodotti preconfezionati, spesso di bassa levatura, provenienti dall’area anglo americana.

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La copertina Hungaroton (1989)

Finissimi strumentisti, validi arrangiatori e studiosi preparati, i Muszikas ci offrono con questo “Blues for Transylvania” una galleria di danze tradzionali e di canzoni eseguite secondo lo stile di questa regione, terra in perpetuo fermento divisa – ormai lo sanno tutti – fra Romania ed Ungheria. Il blues, quello inteso come la successione di dodici battute, non c’entra per niente; il termine, intraducibile ma assimilabile alle parole amarezza o sconforto, è appunt riferibile ai sentimenti della gente di Transilvania, alla quale i Muzsikas hanno dedicato questo album.

Questa dedica è comunque solamente ”sulla carta”. Ecco perché: il disco, che nell’edizione ungherese si chiama “Osz az ido” (che in ugherese significa “Tempo Autunnale”) è stato stampato in Occidente dalla Hannibal di Joe Boyd con diversa copertina, diversa successione dei brani e come abbiamo visto diverso titolo, cambiamento quest’ultimo – non sappiamo se in buona fede – fatto per attirare il pubblico inglese ed europeo in generale verso questo prodotto che – lo ripetiamo – è davvero di ottima fattura. Fatto da non tralasciare, il “nostro” (Joe Boyd) ha dimenticato (?) di inserire il foglio interno con i testi che, nell’edizione originale, erano anche tradotti in inglese ed ha inserito un brano di otto minuti (“Osz az ido”) slamente nella stampa su compact disc.

I brani? Su tutti “My Lord, My Lord” con la magnifica voce della Sebestyen che interpreta questa ballata, o ancora la suggestiva “Outlaz song” interpretata da Peter Eri e con in evidenza Sandor Csoori alla ghironda. Trascinanti le danze, con su tutte “Szabora”, combinazione dei due stili “duvo” e “Cszardas”.

In definitiva un bellissimo LP, che rappresenta però solamente la punta dell’iceberg etnico ungherese, patrimonio che aspetta solo di essere finalmente scoperto. (FOLK BULLETIN, DICEMBRE 1990)

 

 

KLĀS’TĬK “Night’s Highest Moon”

KLĀS’TĬK “Night’s Highest Moon”

KLĀS’TĬK “Night’s Highest Moon”

Krysalisound. CD 2018

di Alessandro Nobis

Cercare di descrivere le sensazioni e le emozioni che suscitano le registrazioni dell’etichetta Krysalisound è sempre una sfida con me stesso. Non essendo un musicista e tantomeno un conoscitore dei processi creativi che avvengono nelle sale d’incisione, mi resta poco da dire se non che queste registrazioni che hanno chiesto circa due anni per avere una versione definitiva hanno uno straordinario fascino; Andrea Koch e Masaya Hijikata, il primo con la voce e i suoi campionamenti ed il secondo con le sue ancestrali percussioni acustiche nipponiche sembrano collegare il lontano passato umano con il presente arrivando ad un futuro perfetta combinazione tra i due estremi. Capire come tecnicamente siano riusciti a realizzare questo non è semplice; il brano eponimo ad esempio con la frenetica reiterazione del pattern percussivo ora filtrata ora naturale, l’oscura ambientazione del sito paleolitico (superiore) con le misteriose voci di “Chauvet”, il più antico sito pittorico del vecchio continente che magicamente apre questo splendido lavoro, le sonorità elettroniche apparentemente caotiche di “Same name”, il breve brano conclusivo.

Che ci siano echi minimalisti o inevitabili riferimenti a maestri come Philip Glass all’ascoltatore comune tutto sommato poco importa: è musica dal grande fascino, che lascia a chi la apprezza il più ampio spazio descrittivo mentale ed ai neofiti della musica ambient lascia numerosi e facili spiragli per avvicinarsi a questo mondo.

Krysalisound è label da seguire, non solo per la qualità delle sue produzioni, ma anche per la grande cura nei packaging. Questa si chiama, in italiano, “passione” per quello che si fa.

http://www.kryalisound.com

ANDREA LAPROVITERA & CARLOS BAROCELLI “Betty Zane”

ANDREA LAPROVITERA & CARLOS BAROCELLI “Betty Zane”

ANDREA LAPROVITERA & CARLOS BAROCELLI “Betty Zane”

Edizioni Segni D’Autore. Volume 210 x 297, pp. 120, €19,90. 2018

di Alessandro Nobis

Scritto da Zane Gray e dato alle stampe nel 1903 – tradotto in italiano nel 1932 e pubblicato da Sonzogno -, Betty Zane è l’opera prima di questo scrittore nordamericano nato a Zanesville (fondata dal nonno, il Colonnello Ebezener Zane) e vissuto tra il 1872 ed il 1939 nel quale si narrano appunto le vicende di Betty e di Ebezener, suoi antenati la cui famiglia emigrò nel 1673.

BETTY ZANE 02L’ambientazione storica del romanzo e di conseguenza di questa avvincente graphic novel pubblicata con la solita cura da Segni D’Autore è coeva con “Wheeling” di Hugo Pratt, ovvero la Frontiera negli ultimi anni della guerra di Indipendenza Americana durante la quale gli Inglesi ed i coloni trovarono alleanze con i gruppi di Nativi (gli Shawnee, i Delaware e gli Huron schierati con le truppe del Governatore Hamilton) descritte così bene in molti romanzi ad esempio di James Fenimore Cooper.

Per questo lavoro di “riduzione” Segni D’Autore ha incaricato il disegnatore argentino Carlos Barocelli e lo sceneggiatore Andrea Laprovitera: la sfida era quella di rendere più avvincente e visivo il romanzo originale per la verità non sempre dinamico nella descrizione dei fatti e più centrato sul rapporto tra il soldato Arthur Clarke (Arturo nella versione Sonzogno) e Betty Zane, e lo stile “dark” di Baroncelli utilizzato nelle graphic novel “horror” ci sta alla perfezione, dando una lettura cromatica originale – e a tratti inquietante – a questa splendida riduzione.

Ma con due calibri come gli autori di questo volume era difficile mancare il bersaglio ed infatti questa “riduzione ispirata” dal romanzo, pur mantenendo il “casting” di Zane Grey si rivela “viva” e cinematografica; saranno le tavole con le inquadrature, ora con primi piani ora con campi medi e lunghi, saranno i dialoghi serrati, sarà la cura delle ambientazioni soprattutto “esterne” come nella migliore tradizione di queste opere ma la lettura di Betty Zane scorre veloce e ti trasporta in un men che non si dica a vivere in prima persona – da osservatore, magari nascosto dietro un cespuglio – l’aspra battaglia di Fort Henry; ulteriore valore aggiunto la chiusura del volume con una corposa parte dedicata agli schizzi e acquerelli per una conoscenza del work in progress che chiude questa nuova splendida opera di Segni D’Autore.

Da avere.