OREGON “Our First Record”

OREGON “Our First Record”

OREGON “Our First Record”

Reg. 1970. (LP. Vanguard Records, 1980)

di alessandro nobis

I nastri con questi quarantotto minuti di musica sono rimasti in un cassetto per dieci anni, a causa della chiusura della Increase Records per la quale Ralph Towner, Glen Moore, Colin Zalcott e Paul McCaldless avevano registrato le tredici tracce. Un vero peccato visto la qualità della musica ma alla fine dobbiamo ringraziare la Vanguard che li pubblicò grazie a Tom Round che aveva conservato i nastri con grande cura. Non si tratta di scarti di registrazioni, “second takes” o “alternative takes”, ma di un vero e proprio lavoro pensato ed eseguito con l’intenzione di pubblicarlo a nome “Oregon”, un disco che rappresenta l’origine di un gruppo che attraverso i suoi lavori per la Vanguard, l’ECM e l’Elektra ha indicato un nuovo modo di suonare il jazz contaminandolo con i suoi etnici creando una musica di “fusione” ante·litteram (parliamo di cinquantadue anni fa) rimasta a mio avviso ineguagliata anche se soprattutto dopo la scomparsa di Walcott alcuni suoni prettamente etnici come quello del sitar non saranno più presenti.

In questo loro primo disco, tra brani di composizione e di improvvisazione (“Molecular“), se ne nasconde uno a mio avviso davvero straordinario: si tratta di un arrangiamento curato da Towner di “Recuerdos · de la Alhambra ·” una composizione dello spagnolo Francisco de Asís Tárrega y Eixea vissuto tra il 1852 ed il 1909, un autore molto importante per chi affronta gli studi di chitarra classica (bagaglio fondamentale nella preparazione di Towner) se si considera anche che il brano fu registrato da Andres Segovia e più recentemente da Enrike Solinis.  Qui l’apertura è lasciata a Moore che precede il suono della chitarra che esegue un solo sul quale si innesta l’oboe di McCandless con l’accompagnamento ritmico “discreto” delle percussioni: sontuoso direi, dimostrazione di come gli spartiti considerati “intoccabili” possano prendere una forma diversa, inaspettata quasi.

Full Circle” (scritto da Walcott e Towner) è un’altra dimostrazione del concetto “Oregon”, il sitar di Walcott duetta per tutta la lunghezza del brano con la chitarra classica, “Margueritte” di Walcott  ha un’atmosfera prettamente jazzistica con un assolo di Towner al pianoforte ed infine segnalo l’interpretazione di un brano composto dal grande Scott LaFaro (un altro che ci ha lasciato troppo prematuramente), “Jade Vision” (era nel repertorio del trio di Bill Evans, a proposito di perdite premature …), splendida ballad con soli di McCandless e Towner e naturalmente aperta dal contrabbasso di Glen Moore.

Splendido esordio di un gruppo che personalmente ho, direi senza esagerare, adorato e che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo a Verona nella formazione con Trilok Gurtu.

Cercatelo.

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LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

TARA RECORDS. LP, CS, 1980

di alessandro nobis

Se alla fine del VI secolo San Colombano con dodici monaci lasciò il monastero di Bangor, centro dell’Irlanda nord orientale, per attraversare l’Europa e giungere a Bobbio nell’Italia Settentrionale, San Brendano con sessanta compagni probabilmente fuggiti dalle incursioni vikinghe prese la via opposta e lasciò nel 559 il monastero di Clonfert nell’Irlanda occidentale vicino a Galway per compiere un altrettanto straordinario ma sicuramente più ardimentoso viaggio verso terre inesplorate attraversando l’oceano Atlantico. Lo storico Tim Severin (1940 – 2020) ha raccontato il viaggio di Saint Brendan nel suo volume “The Brendan Voyage” pubblicato nel 1978 dalla casa editrice Arrow, che ha ispirato il compositore Shaun Davey e il piper Liam O’Flynn a scrivere e quindi registrare la musica contenuta in quest’opera il cui riferimento alle scritture di Sean O’Riada viene naturale sin dal primo ascolto. E’ quindi un album orchestrale (l’orchestra di 48 componenti è condotta da Noel Kelehan) con ampi spazi al talento ed alla poesia di O’Flynn che narra appunto il viaggio di Brendan e le cui pipes rappresentano l’imbarcazione sulla quale compie il viaggio; tocca dapprima le scozzesi isole Arran, e qui lo splendido jig “Water under the keel” rende perfettamente l’idea della terra di Scozia e del vento che spinge la barca che poi toccherà del isole Faer Oer, l’Islanda, il Labrador ed il Newfoundland canadesi. Nel VI° secolo!

Nella combinazione orchestra – uilleann pipes sta tutto il fascino di quest’opera e l’ambientazione musicale creata lascia facilmente immaginare le peripezie di questa nave con lo scafo di semplici pelli che attraversa quei mari tempestosi, quei venti incontrastabili, quelle terre sconosciute spesso inabitate. All’arrivo nel Newfoundland il tema iniziale viene ripreso con una variazione che celebra l’arrivo in quelle terre ed anche la fine dell’incredibile viaggio.

Una produzione importante e di enorme valore culturale, importante non solo per il popolo irlandese che ben conosce Saint Brendan e la sua storia ma per tutti i musicisti che al tempo ammirarono il lavoro di Shaun Davey e di Liam O’Flynn e che dopo quarantadue anni si presenta ancora originale, luminosa e difficilmente ripetibile.

Se volete andare “oltre” la musica puramente tradizionale irlandese per quanto ben suonata, rinnovata ed interpretata questo disco è l’ideale per un nuovo viaggio di scoperta.

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963 · 1980 Volume 2”

Smithsonian Folkways Records, 1993

di alessandro nobis

Se il primo volume di “Live Duet” conteneva registrazioni risalenti al periodo compreso tra il ’56 ed il ’69, questo secondo copre un arco di tempo che va dal ’63 al ’66 con l’eccezione di un brano (il tradizionale “Paddy on the Turnpike“) registrato nel 1980 in occasione di un concerto alla White House di Washington D.C. durante la presidenza di Jimmy Carter. Tutti riconoscono l’importanza che William Smith “Bill” Monroe (1911 – 1996) e Arhel Lane “Doc” Watson (1923 – 2012) hanno avuto nella storia del folk americano e mi sembrerebbe pertanto ripetitivo raccontare le loro storie familiari e musicali; qui troviamo 17 tracce molte delle quali registrate ad Ash Grove, a Los Angeles, e tra queste alcuni brani provenienti dal repertorio dei Monroe Brothers come “What Would you Give in Exchange of your Soul” (registrata nel 1936 da Bill e Charlie M.) o il tradizionale “Chicken Reel“. Dal repertorio dei Bluegrass Boys abbiamo una strepitosa esecuzione di “Kentucky Mandolin” (registrata in Ohio nel ’64) dove è impossibile non notare la straordinaria tecnica al mandolino di Monroe e la metronometrica parte di accompagnamento di Watson mentre “Watson’ Blues“, nata durante una session informale a Ash Grove, è presentata qui nella sue esecuzione nel New Jersey del ’66. Che dire ancora di questo eccellente secondo volume se non che vi sono alcune pietre miliari del folk americano come “Soldier’s Joy“, “Foggy Mountain Top” e “Banks of the Ohio” suonata e cantata secondo l’inconfondibile stile del Monroe Brothers che la registrarono nel ’36?

Queste registrazioni sono un preziosissimo patrimonio della tradizione popolare americana e sapere che decine di gruppi si sono costituiti ispirandosi a questi musicisti per poi aggiungere al loro sound un’impronta personale rende la misura dell’importanza che Doc Watson e Bill Monroe assieme ad altri hanno lasciato un’eredità imprescindibile: un esempio per tutti forse poco conosciuto, “Golden Gate Promenade” del mandolinista Butch Waller pubblicato dalla Rebel Records nel 1999 con ben quattro brani scritti da Monroe.

Qui altri miei articoli su Doc Watson

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 2 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 2 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 2 (1958 – 1973)”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD, 1980

di alessandro nobis

Questo è il secondo volume edito dalla Claddagh Records nel 1980 dedicato al piper della Contea di Clare Willie Clancy, attivo dal punto di vista discografico dal ’58 al ’73 anno della sua prematura scomparsa. Anche qui naturalmente troviamo un repertorio di arie tradizionali irlandesi, dai jigs ai reel, dalle hornpipes alle slow air fino agli slip jigs, inoltre la voce di Clancy che prima di eseguire “The Gold Ring” parla di Garret Barry. Clancy interpreta a suo modo tra gli altri “The Steampacket” di Johnny Doran, “The Milliner’s Daughter” dalla raccolta di O’Neill, “Bannish Misfortune” ascoltata dal violinista Patrick Kelly fino alla celeberrima aria tradizionale della zona appalachiana forse imparata nel suo soggiorno americano “Dark is the Colour of My True Love’s Hair” eseguita al tin whistle e dedica “Garret’s Barry” al piper di Inagh, importantissimo “influencer” nel mondo delle uilleann pipes irlandesi. Una preziosa raccolta che in coppia con il primo volume (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/04/13/suoni-riemersi-willie-clancy-the-pipering-of-willie-clancy-volume-1-1958-1973/)offre uno squarcio esaustivo sulla musica e la grandezza di Clancy: peccato davvero non siano indicate date e location delle registrazioni.

Scrive di lui Seamus Ennis nelle note di copertina: ”Nato a Miltown Malbay nel Clare Occidentale, Willie era quasi un predestinato visto che anche il leggendario piper Garret Barry era nato lì. Willie viaggiò in Europa suonando ai festival, visse alcuni anni a Londra dove lavorò come falegname e più tardi si trasferì a New York. Alla fine Willie si ristabilì di nuovo a Miltown Malbay e lì prese moglie. Si costruì un laboratorio ed un tornio con quale sperimentò con qualche successo la costruzione di uilleann pipes per i suoi amici. Io amavo stare con lui e con Doreen ed in particolare ricordo l’atmosfera familiare di una mattina a colazione, attorno alla tavola, prima che lui andasse lavorare come falegname: stavo mescolando il mio tè con un cucchiaino in senso anti-orario quando Willie disse: ma così stai sciupando tutta la dolcezza del tè, Seamus!

Amato dai giovani e dagli anziani per il suo carattere gentile, le sue fini arguzia ed ironia, la sua abilità nello step-dancing, naturalmente la sua classe come musicista e la sua amicizia per me, Willie morì nel 1973 a 53 anni. Troppo giovane davvero.

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD, 1980

di alessandro nobis

Chissà come ci sono arrivate le uilleann pipes a Eidhneach, piccolissimo villaggio al centro della Contea di Clare: forse su qualche caravan di una famiglia di Irish Travellers, forse nella custodia di qualche suonatore ambulante. E soprattutto chissà chi le mise nelle mani di un ragazzo non vedente, e soprattutto ancora chissà chi insegnò i primi rudimenti dello strumento a Gearóid de Barra (27 March 1847 – 6 April 1899 ) che seppe fare della sua condizione ciò che molti altri fecero in quei terribili anni della carestia irlandese a metà del diciannovesimo secolo, imparare a suonare uno strumento e suonare ovunque potesse capitare. Qualcosa di simile capitò sul nel nord a William Kennedy: stesse condizioni, quasi uguali soluzioni di sopravvivenza.

Qualche volta di sicuro capitò a Gearóiddi suonare a qualche festa aSráid na Cathrach, piccolissimo centro rurale ai bordi della Contea di Clare dove ad ascoltarlo c’era un cantante e suonatore di flauto concertina, tale Gilbert Clancy che nel 1918 divenne padre di Willie, Willie Clancy; da bambino, come si conviene nella comunità di pipers, Willie imparò a suonare la musica irlandese al tin whistle e diciotto anni vide le prime pipes nelle mani nientemeno che di Johnny Doran, altro travelling piper. L’anno seguente entrò in possesso di un set di uileeann pipes, ma fu costretto a emigrare in quel di Londra per lavorare come falegname e una volta ritornato in Irlanda a Sráid na Cathrachnel ’58 iniziò a registrare 78 giri per la Gael-linn molti dei quali sono contenuti in questo primo – e nel secondo – CD a lui dedicati dalla Claddagh Records, registrazioni che arrivano fino a ’73, anno della sua scomparsa. Cantante dal forte senso ironico, Clancy è uno dei grandi strumentisti ed interpreti delle uilleann pipes ed in questo CD si possono ascoltare alcune delle sue registrazioni straordinarie, ancora oggi, “libro di testo” per le nuove generazioni di pipers: “Garret Barry’s mazurka” è una dedica a Gearóid de Barra (al secolo “Garret Barry”), “The Bunny Bunch of Roses” è la melodia di una canzone d’amore rintracciabile anche in Scozia, Galles ed Inghilterra (un disco dei Fairport Convention ha lo stesso titolo), “Clancy’s Jig”è dedicato al padre e a suo figlio. Un musicista straordinario dalla grande tecnica e dall’ancor più grande senso interpretativo, a lui è dedicato il Festival della cultura irlandese Willie Clancy Summer School che si tiene annualmente nel paese nativo, Milton Malbey, nella cui piazza centrale è stata posta una statua in suo onore.

PLANXTY “The woman I loved so well”

PLANXTY “The woman I loved so well”

PLANXTY “The woman I loved so well”

TARA Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Nel luglio del 1980 i Planxty entrano negli Studi Windmill Lane a Dublino in compagnia di Tony Linnane, Matt Molloy, Noel Hill e Bill Whelan per registrare il loro quinto album“The Woman I Loved so Well”, a mio modesto parere uno dei loro migliori lavori vuoi per la scelta del repertorio, sempre oculata, per lo sguardo alle “collezioni” ottocentesche e per la combinazione di suoni che questi straordinari musicisti riescono a realizzare: un esempio su tutti il reel “The woman I never forgot” suonato da Hill (concertina) e Linnane (violino).

Due le ballate sulle quali mi voglio soffermare: la prima, “True love knows no reason” è una cowboy ballad proveniente dal repertorio del chitarrista e compositore americano Norman Blake che incise nel ’75 assieme ad un altro chitarrista, Charlie Collins con il titolo di “Billy Gray”. E’ la storia di una ragazza di Gantry che si innamora di un fuorilegge (Billy Gray) che come narra il testo viene ucciso da un cacciatore di taglie (“Il vero amore non conosce stagioni o ragioni / la giustizia è fredda come la sabbia della Contea di Granger” così fa incidere sulla tomba di Billy la sua amante); è Christy Moore che “porta” ai Planxty questa ballata americana, ascoltata per la prima volta in un pub di Cork suonata da Noel Shine, e l’arrangiamento “irlandese” mette in straordinaria evidenza il dialogo tra i plettri e soprattutto le uilleann pipes di Liam O’Flynn. Brano straordinario. La seconda è una “murder ballad”, ovvero “Little Musgrave (and Lady Barnard)”conosciuto negli Stati Uniti (e dai fans dei Faiport Convention) come “Matty Groves” (Child Ballads # 81, ROUD # 52); è uno di quei numerosi casi nei quali la melodia è andata smarrita nel tempo nelle isole britanniche ed è stata recuperata oltreoceano da Francis James Child dove è entrata nel repertorio ad esempio di Doc Watson mentre il testo risale al 17° secolo ed è riportato in “English and Scottish Popular Ballads” ed anche nei fogli a stampa detti “broadside held”. E’ la storia di un adulterio dove il marito della donna viene a scoprire la relazione della moglie (Lady Barnard) con un altro uomo (Little Musgrave) ed uccide entrambi. In questa versione dei Planxty cantata da Christy Moore molto interessante è la seconda voce interpretata dalle pipes di O’Flynn.

Disco da scoprire per i nuovi fans dei Planxty e da riascoltare per i “vecchi” amanti del folk revival irlandese. Per me, come detto, un disco strepitoso.

Sui Planxty, qui un altro articolo: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/12/planxty-one-night-in-bremen/

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

Chrysalis Records. LP, 1980

di cristiano bordin

Era il 1980 quando uscì “Nobody’s heroes”, il secondo album degli Stiff Little Fingers.

In quell’anno c’era stato il primo grande sciopero della fame nel famigerato blocco H del carcere di Long Kesh. I militanti dell’IRA e delle altre organizzazioni armate repubblicane ed indipendentiste irlandesi si ribellarono alla perdita dello status di prigionieri politici e scelsero l’arma estrema dello sciopero della fame. Cominciò allora un’altra drammatica lotta con la Thatcher, che restò inamovibile, e che arrivò al tragico epilogo dell’anno successivo con 10 morti tra cui Bobby Sands che resse più di 60 giorni di sciopero della fame prima di cedere.

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Erano gli anni dei “Troubles” e alla situazione del loro paese 4 ragazzi di Belfast, che avevano scelto come nome Stiff Little Fingers prendendolo da una canzone dei Vibrators,  avevano già dedicato il loro folgorante album di esordio, “Inflammable material”. Le loro canzoni erano insieme politiche – “Alternative Ulster” è un vero e proprio inno – ma anche  capaci  di  parlare a ragazzi come loro usando anche un registro personale. Il segreto? Quello di sempre per chi cammina sulla strada del punk, a quei tempi come oggi: la cosiddetta credibilità di strada.

“Inflammable material” resta una  vera  e propria pietra miliare del punk, che però sapeva anche guardare oltre il punk. E del resto il gruppo si era formato dopo aver visto suonare a Belfast i Clash, ma da ragazzino  Jack Burns, cantante e leader della band, era rimasto affascinato da Rory Gallagher. L’esordio, oltre ad essere un disco che rimarrà per sempre, finisce in classifica e la band trova in John Peel un solido alleato.

E allora arriva il momento di fare il bis, con “Nobody’s heroes”. Il secondo disco non è mai un passo facile. Confermarsi al livello dell’esordio- materiale infiammabile di nome e di fatto-  era davvero bella sfida che però la band vince con una naturalezza, e una forza, impressionanti.

Gotta getaway” ha la stessa potenza granitica e la stessa di capacità di stamparsi nella memoria di “Suspect device“.

Fly the flag” e  “Wait and see” sono episodi più complessi e più strutturati che vanno oltre il punk e lasciano aperti altri percorsi al gruppo senza però  tradire le origini.

In primo piano i marchi di fabbrica degli Stiff Little Fingers: la voce, roca, rabbiosa, inconfondibile di Burns, i riff di chitarra, i cori. “Nobody’s heroes” dà il titolo al disco ed è una delle canzoni simbolo della band nord irlandese: potenza, ritmica devastante, ritornello indimenticabile. Insomma c’è praticamente tutto e sicuramente sarà stata un esempio per tanti altri gruppi anche dei decenni successivi.

Ma una delle caratteristiche di quel periodo era unire la rabbia del punk ai suoni del reggae. I Clash, nel loro esordio, avevano segnato la strada con “Police and thieves“, cover di Junior Marvin e gli Stiff Little Fingers avevano accettato la sfida già nell’esordio con “Johnny was” di Bob Marley. E allora bastava solo proseguire, magari creando l’atmosfera adatta con “Bloody dub” e il terreno per un altro grande pezzo, “Doesn’t make all right” era pronto.

La potenza del punk arrivava e colpiva  e contaminava un pezzo degli Specials, altro grandissimo gruppo di quella stagione.

Ormai “Nobody’s heroes” sta scivolando verso l’epilogo anche se viene già voglia di ricominciare da capo: “I don’t like you” e la successiva “No change” hanno sfumature power pop e  preludono al gran finale di “Tin soldiers” un altro classico del gruppo.

Gli Stiff Little Fingers proseguirono poi con “Go for it”, e uscì, lo stesso anno di “Nobody’s hero”, un grande live, “Hanx” e poi si persero un po’ per strada. Si riformarono, cambiarono spesso formazione in cui ebbe posto per un po’ anche Bruce Foxton, bassista dei Jam,  ci furono ritorni dei membri originali del gruppo, altri dischi e soprattutto tanti tour e tanti concerti.

L’ultimo album in studio è di 6 anni fa, ma i concerti sono proseguiti anche dopo

Certo, la voce di Jack Burns non è più così abrasiva come un tempo  e i chili di troppo sono inevitabili.

Ma il loro pezzo di storia lo hanno fatto e per chi magari, per ragioni anagrafiche,  li scopre ora perchè non ne hai mai sentito parlare prima “Nobody’s heroes” ha ancora l’effetto di una scossa e la capacità di riportarci indietro di 40 anni per rivivere una stagione leggendaria e probabilmente irripetibile.

KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

Music and Songs of Emigration from Ireland to America

Mulligan Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Dolores Keane, cantante di Galway e co-fondatrice dei De Danann,  John Faulkner (autore, cantante e chitarrista) ed il piper Eamonn Curran, in una pausa del progetto Reel Union (ensemble con base a Londra e nel quale tra gli altri militò anche Peadar Mercier) entrano nell’estate del 1980 in sala di registrazione realizzando questo importante lavoro avente come tematica l’emigrazione irlandese verso il Nuovo Continente con rispetto, competenza, delicatezza e consentitemi di straordinaria bellezza: “Farewell to Éirinn” è un disco davvero imperdibile per gli storici e gli appassionati della musica tradizionale, non solo irlandese.

Canti narrativi, murder ballads, arie di danza, narrazione di soprusi da parte dei proprietari terrieri verso i piccoli mezzadri sono le tematiche affrontate con arrangiamenti semplici e molto efficaci come nella migliore tradizione del folk revival e della Mulligan che produsse il disco.

Eamonn Curran, piper della Contea di Monaghan e primo allievo di John Brian Vallely dell’Armagh Pipers Club, esegue in modo magistrale il set di reels “Staten Island / The Greenfields of America” e tra le ballate interpretate da Dolores Keane segnalo “Paddy’s Green Shamrock Shore” risalente alla metà del secolo 19°, che Paul Brady che la imparò dal cantante dublinese Frank Harte (in apertura le pipes di Curran suonano “Farewell to Ireland”, slow air che apre il disco), “The Kilnamartyr Emigrant” (altra canzone di emigrazione cantata a cappella con il bordone in sottofondo di Curran) e “Cragie Hills”, un dialogo che racconta delle tribolazioni della vita nelle campagne irlandesi alla metà del XIX° secolo e dell’oppressione esercitata su di loro dai “landlords” e dei loro scagnozzi mentre John Faulkner interpreta invece “Farmer Michael Hayes”, un canto narrativo che racconta la storia – vera – di un contadino che uccise il proprietario della sua terra nella contea di Tipperary e che fuggì in America per evitare la cattura.

Come detto disco importante per chi voglia avvicinarsi alla storia irlandese e della “Great Famine” che segnò così profondamente la vita in Irlanda e nel Nord America: a mio avviso, assieme a “Traversata” di David Grisman, Beppe Gambetta e Carlo Aonzo questo disco è il più rappresentativo che mi è capitato di ascoltare nell’ambito dei canti e delle musiche popolari legate all’emigrazione.

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

Mint Records. Lp, 1980

di alessandro nobis

Era un po’ che avevo in cantiere la recensione di questo straordinario disco d’esordio di Arty McGlynn datato 1980 e ristampato in CD nel 1994; ora però che giusto ieri (17 dicembre 2019) abbiamo saputo della sua inopinata dipartita – lascia la moglie Nollaig e cinque figli – , diventa assolutamente doveroso parlare di questa autentica perla di musica tradizionale arrangiata ed eseguita esclusivamente con una chitarra acustica; perla preziosissima pari solamente a mio avviso a quel “Coppers and Brass” dello scozzese Dick Gaughan, per restare nell’ambito della tradizione scoto – irlandese.

IMG_3714Dodici brani equamente divisi su due facciate, ognuno dei quali presenta diverse peculiarità che fanno di questo album un caleidoscopio della cultura popolare d’Irlanda ed anche un manuale di chitarra acustica: si inizia con un brano risalente al periodo barocco di Turlogh O’Carolan (“Carolan’s Draught”) e continua con altre meraviglie come i set di reels, tra i quali segnalo “Miss Monaghan / The Flags of Dublin / Hand me down the tackle” presi dal repertorio di Seamus Ennis, le gighe come “Arthur Darley” da quello del violinista John Doherty, le slow air tra le quali assolutamente primeggia “The Blackbird” scritta dall’amico Jacky Daly. David Hammond canta due ballads (“I wish my love was a red rose” e “The Hills above Drumquin”) che danno la misura della grandezza di McGlynn anche come accompagnatore.

Un disco come dicevamo completo senza una sola sbavatura, timing perfetto, abbellimenti di grande gusto e bellezza e grande equilibrio, come lo erano le esibizioni dal vivo in compagnia della moglie, la violinista Nollaig Casey (ebbi la fortuna di incontrarli e di ascoltarli in un concerto stellare nell’aprile del 2001 a Verona alla Fontana di Avesa), di Frankie Gavin, Paddy Keenan o di Liam O’Flyyn o ancora di quel fenomenale supergruppo che furono i Patrick Street:

L’apparizione di un nuovo artista è sempre un evento al quale si deve dare il benvenuto. Quando di un artista non abbiamo mai ascoltato le sue prove e il lento divenire degli arrangiamenti dei brani; quando non abbiamo potuto assistere alla sua crescita; quando infine il musicista è rimasto volutamente nascosto nell’ombra fino al preciso momento nel quale la sua maturità musicale e tecnica e si mostra al pubblico per la prima volta, la sua venuta è più che benvenuta ed ha gli elementi di una epifania. La maturità artistica dell’uomo colpisce profondamente.”  Così lucidamente scriveva Brian Friel nelle note di copertina di questo “McGlynn’Fancy”.

Resta il rammarico di non avere molto altro materiale “solo” di McGlynn, ma bastano e avanzano le sue incisioni in compagnia di altri musicisti: ognuno faccia la sua scelta.

Io scelgo questo suo disco d’esordio. Imperdibile.

 

 

CLANNAD “Turas 1980”

CLANNAD “Turas 1980”

CLANNAD “Turas 1980”

MIG RECORDS – RADIO BREMEN. Cd2, 2018

di Alessandro Nobis

Questo ottimo doppio cd raccoglie la registrazione del concerto che il gruppo irlandese Clannad, originario di Gaoth Dobhair nel Donegal tenne in Germania all’Università di Brema il 29 gennaio 1980 organizzato da Radio Bremen che già ha pubblicato parecchie delle sue registrazione storiche in ambito folk ed anche jazz. Era il tour europeo di presentazione di “Crann Ull”, quinto album (il quarto in studio) di questo eccezionale ensemble irlandese formato dai tre fratelli Brennan e dai due zii Duggan. Un gruppo formato da membri della stessa famiglia dunque, cosa quasi normale in quelle lande irlandesi, tanto è che il nome scelto è la contrazione di “An Clann as Gaoth Dobhair” (qualcosa come “la famiglia di Gaoth Dobhair”). Gruppo eccezionale perché la composizione del quintetto dal punto di vista strumentale era ed è rimasta atipica nel panorama del recupero della tradizione irlandese: niente violino, uillean pipes e bozouky ma un’attenzione massima verso gli arrangiamenti vocali come ad esempio in “An Buinne°nBui” (tutti e cinque ottimi cantanti e la straordinaria voce solista di Moya Brennan, sorella della più famosa Enya che militò nella band registrando “Fuaim”) ed una strumentazione formata da chitarre, flauti tradizionali, arpa celtica e contrabbasso che fusi assieme davano quel suono a tratti cameristico, marchio di fabbrica inimitabile dei Clannad. Il repertorio quindi che il gruppo presentò in quella serie di concerti del dicembre 1980 venne ricavato come detto da “Crann Ull” (segnalo “Gathering Mushroom” e “Ar a Ghabháil ‘n a ‘Chuain Domh”) inserendo in scaletta tra gli altri anche brani di “Duleman” come il brano eponimo, “Siùil a Run” e  “Two Sisters”.

Registrazione ottima, un doppio CD che tutti gli appassionati del folk irlandese dovrebbero avere e che conferma a distanza di quasi quarant’anni come il progetto della famiglia di Gweedore fosse valido ed originale.