SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

SOSTIENE BORDIN: STIFF LITTLE FINGERS “Nobody’s Heroes”

Chrysalis Records. LP, 1980

di cristiano bordin

Era il 1980 quando uscì “Nobody’s heroes”, il secondo album degli Stiff Little Fingers.

In quell’anno c’era stato il primo grande sciopero della fame nel famigerato blocco H del carcere di Long Kesh. I militanti dell’IRA e delle altre organizzazioni armate repubblicane ed indipendentiste irlandesi si ribellarono alla perdita dello status di prigionieri politici e scelsero l’arma estrema dello sciopero della fame. Cominciò allora un’altra drammatica lotta con la Thatcher, che restò inamovibile, e che arrivò al tragico epilogo dell’anno successivo con 10 morti tra cui Bobby Sands che resse più di 60 giorni di sciopero della fame prima di cedere.

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Erano gli anni dei “Troubles” e alla situazione del loro paese 4 ragazzi di Belfast, che avevano scelto come nome Stiff Little Fingers prendendolo da una canzone dei Vibrators,  avevano già dedicato il loro folgorante album di esordio, “Inflammable material”. Le loro canzoni erano insieme politiche – “Alternative Ulster” è un vero e proprio inno – ma anche  capaci  di  parlare a ragazzi come loro usando anche un registro personale. Il segreto? Quello di sempre per chi cammina sulla strada del punk, a quei tempi come oggi: la cosiddetta credibilità di strada.

“Inflammable material” resta una  vera  e propria pietra miliare del punk, che però sapeva anche guardare oltre il punk. E del resto il gruppo si era formato dopo aver visto suonare a Belfast i Clash, ma da ragazzino  Jack Burns, cantante e leader della band, era rimasto affascinato da Rory Gallagher. L’esordio, oltre ad essere un disco che rimarrà per sempre, finisce in classifica e la band trova in John Peel un solido alleato.

E allora arriva il momento di fare il bis, con “Nobody’s heroes”. Il secondo disco non è mai un passo facile. Confermarsi al livello dell’esordio- materiale infiammabile di nome e di fatto-  era davvero bella sfida che però la band vince con una naturalezza, e una forza, impressionanti.

Gotta getaway” ha la stessa potenza granitica e la stessa di capacità di stamparsi nella memoria di “Suspect device“.

Fly the flag” e  “Wait and see” sono episodi più complessi e più strutturati che vanno oltre il punk e lasciano aperti altri percorsi al gruppo senza però  tradire le origini.

In primo piano i marchi di fabbrica degli Stiff Little Fingers: la voce, roca, rabbiosa, inconfondibile di Burns, i riff di chitarra, i cori. “Nobody’s heroes” dà il titolo al disco ed è una delle canzoni simbolo della band nord irlandese: potenza, ritmica devastante, ritornello indimenticabile. Insomma c’è praticamente tutto e sicuramente sarà stata un esempio per tanti altri gruppi anche dei decenni successivi.

Ma una delle caratteristiche di quel periodo era unire la rabbia del punk ai suoni del reggae. I Clash, nel loro esordio, avevano segnato la strada con “Police and thieves“, cover di Junior Marvin e gli Stiff Little Fingers avevano accettato la sfida già nell’esordio con “Johnny was” di Bob Marley. E allora bastava solo proseguire, magari creando l’atmosfera adatta con “Bloody dub” e il terreno per un altro grande pezzo, “Doesn’t make all right” era pronto.

La potenza del punk arrivava e colpiva  e contaminava un pezzo degli Specials, altro grandissimo gruppo di quella stagione.

Ormai “Nobody’s heroes” sta scivolando verso l’epilogo anche se viene già voglia di ricominciare da capo: “I don’t like you” e la successiva “No change” hanno sfumature power pop e  preludono al gran finale di “Tin soldiers” un altro classico del gruppo.

Gli Stiff Little Fingers proseguirono poi con “Go for it”, e uscì, lo stesso anno di “Nobody’s hero”, un grande live, “Hanx” e poi si persero un po’ per strada. Si riformarono, cambiarono spesso formazione in cui ebbe posto per un po’ anche Bruce Foxton, bassista dei Jam,  ci furono ritorni dei membri originali del gruppo, altri dischi e soprattutto tanti tour e tanti concerti.

L’ultimo album in studio è di 6 anni fa, ma i concerti sono proseguiti anche dopo

Certo, la voce di Jack Burns non è più così abrasiva come un tempo  e i chili di troppo sono inevitabili.

Ma il loro pezzo di storia lo hanno fatto e per chi magari, per ragioni anagrafiche,  li scopre ora perchè non ne hai mai sentito parlare prima “Nobody’s heroes” ha ancora l’effetto di una scossa e la capacità di riportarci indietro di 40 anni per rivivere una stagione leggendaria e probabilmente irripetibile.

SUONI RIEMERSI: KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

SUONI RIEMERSI: KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

SUONI RIEMERSI: KEANE · FAULKNER · CURRAN  “Farewell to Éirinn”

Music and Songs of Emigration from Ireland to America

Mulligan Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Dolores Keane, cantante di Galway e co-fondatrice dei De Danann,  John Faulkner (autore, cantante e chitarrista) ed il piper Eamonn Curran, in una pausa del progetto Reel Union (ensemble con base a Londra e nel quale tra gli altri militò anche Peadar Mercier) entrano nell’estate del 1980 in sala di registrazione realizzando questo importante lavoro avente come tematica l’emigrazione irlandese verso il Nuovo Continente con rispetto, competenza, delicatezza e consentitemi di straordinaria bellezza: “Farewell to Éirinn” è un disco davvero imperdibile per gli storici e gli appassionati della musica tradizionale, non solo irlandese.

Canti narrativi, murder ballads, arie di danza, narrazione di soprusi da parte dei proprietari terrieri verso i piccoli mezzadri sono le tematiche affrontate con arrangiamenti semplici e molto efficaci come nella migliore tradizione del folk revival e della Mulligan che produsse il disco.

Eamonn Curran, piper della Contea di Monaghan e primo allievo di John Brian Vallely dell’Armagh Pipers Club, esegue in modo magistrale il set di reels “Staten Island / The Greenfields of America” e tra le ballate interpretate da Dolores Keane segnalo “Paddy’s Green Shamrock Shore” risalente alla metà del secolo 19°, che Paul Brady che la imparò dal cantante dublinese Frank Harte (in apertura le pipes di Curran suonano “Farewell to Ireland”, slow air che apre il disco), “The Kilnamartyr Emigrant” (altra canzone di emigrazione cantata a cappella con il bordone in sottofondo di Curran) e “Cragie Hills”, un dialogo che racconta delle tribolazioni della vita nelle campagne irlandesi alla metà del XIX° secolo e dell’oppressione esercitata su di loro dai “landlords” e dei loro scagnozzi mentre John Faulkner interpreta invece “Farmer Michael Hayes”, un canto narrativo che racconta la storia – vera – di un contadino che uccise il proprietario della sua terra nella contea di Tipperary e che fuggì in America per evitare la cattura.

Come detto disco importante per chi voglia avvicinarsi alla storia irlandese e della “Great Famine” che segnò così profondamente la vita in Irlanda e nel Nord America: a mio avviso, assieme a “Traversata” di David Grisman, Beppe Gambetta e Carlo Aonzo questo disco è il più rappresentativo che mi è capitato di ascoltare nell’ambito dei canti e delle musiche popolari legate all’emigrazione.

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

Mint Records. Lp, 1980

di alessandro nobis

Era un po’ che avevo in cantiere la recensione di questo straordinario disco d’esordio di Arty McGlynn datato 1980 e ristampato in CD nel 1994; ora però che giusto ieri (17 dicembre 2019) abbiamo saputo della sua inopinata dipartita – lascia la moglie Nollaig e cinque figli – , diventa assolutamente doveroso parlare di questa autentica perla di musica tradizionale arrangiata ed eseguita esclusivamente con una chitarra acustica; perla preziosissima pari solamente a mio avviso a quel “Coppers and Brass” dello scozzese Dick Gaughan, per restare nell’ambito della tradizione scoto – irlandese.

IMG_3714Dodici brani equamente divisi su due facciate, ognuno dei quali presenta diverse peculiarità che fanno di questo album un caleidoscopio della cultura popolare d’Irlanda ed anche un manuale di chitarra acustica: si inizia con un brano risalente al periodo barocco di Turlogh O’Carolan (“Carolan’s Draught”) e continua con altre meraviglie come i set di reels, tra i quali segnalo “Miss Monaghan / The Flags of Dublin / Hand me down the tackle” presi dal repertorio di Seamus Ennis, le gighe come “Arthur Darley” da quello del violinista John Doherty, le slow air tra le quali assolutamente primeggia “The Blackbird” scritta dall’amico Jacky Daly. David Hammond canta due ballads (“I wish my love was a red rose” e “The Hills above Drumquin”) che danno la misura della grandezza di McGlynn anche come accompagnatore.

Un disco come dicevamo completo senza una sola sbavatura, timing perfetto, abbellimenti di grande gusto e bellezza e grande equilibrio, come lo erano le esibizioni dal vivo in compagnia della moglie, la violinista Nollaig Casey (ebbi la fortuna di incontrarli e di ascoltarli in un concerto stellare nell’aprile del 2001 a Verona alla Fontana di Avesa), di Frankie Gavin, Paddy Keenan o di Liam O’Flyyn o ancora di quel fenomenale supergruppo che furono i Patrick Street:

L’apparizione di un nuovo artista è sempre un evento al quale si deve dare il benvenuto. Quando di un artista non abbiamo mai ascoltato le sue prove e il lento divenire degli arrangiamenti dei brani; quando non abbiamo potuto assistere alla sua crescita; quando infine il musicista è rimasto volutamente nascosto nell’ombra fino al preciso momento nel quale la sua maturità musicale e tecnica e si mostra al pubblico per la prima volta, la sua venuta è più che benvenuta ed ha gli elementi di una epifania. La maturità artistica dell’uomo colpisce profondamente.”  Così lucidamente scriveva Brian Friel nelle note di copertina di questo “McGlynn’Fancy”.

Resta il rammarico di non avere molto altro materiale “solo” di McGlynn, ma bastano e avanzano le sue incisioni in compagnia di altri musicisti: ognuno faccia la sua scelta.

Io scelgo questo suo disco d’esordio. Imperdibile.

 

 

CLANNAD “Turas 1980”

CLANNAD “Turas 1980”

CLANNAD “Turas 1980”

MIG RECORDS – RADIO BREMEN. Cd2, 2018

di Alessandro Nobis

Questo ottimo doppio cd raccoglie la registrazione del concerto che il gruppo irlandese Clannad, originario di Gaoth Dobhair nel Donegal tenne in Germania all’Università di Brema il 29 gennaio 1980 organizzato da Radio Bremen che già ha pubblicato parecchie delle sue registrazione storiche in ambito folk ed anche jazz. Era il tour europeo di presentazione di “Crann Ull”, quinto album (il quarto in studio) di questo eccezionale ensemble irlandese formato dai tre fratelli Brennan e dai due zii Duggan. Un gruppo formato da membri della stessa famiglia dunque, cosa quasi normale in quelle lande irlandesi, tanto è che il nome scelto è la contrazione di “An Clann as Gaoth Dobhair” (qualcosa come “la famiglia di Gaoth Dobhair”). Gruppo eccezionale perché la composizione del quintetto dal punto di vista strumentale era ed è rimasta atipica nel panorama del recupero della tradizione irlandese: niente violino, uillean pipes e bozouky ma un’attenzione massima verso gli arrangiamenti vocali come ad esempio in “An Buinne°nBui” (tutti e cinque ottimi cantanti e la straordinaria voce solista di Moya Brennan, sorella della più famosa Enya che militò nella band registrando “Fuaim”) ed una strumentazione formata da chitarre, flauti tradizionali, arpa celtica e contrabbasso che fusi assieme davano quel suono a tratti cameristico, marchio di fabbrica inimitabile dei Clannad. Il repertorio quindi che il gruppo presentò in quella serie di concerti del dicembre 1980 venne ricavato come detto da “Crann Ull” (segnalo “Gathering Mushroom” e “Ar a Ghabháil ‘n a ‘Chuain Domh”) inserendo in scaletta tra gli altri anche brani di “Duleman” come il brano eponimo, “Siùil a Run” e  “Two Sisters”.

Registrazione ottima, un doppio CD che tutti gli appassionati del folk irlandese dovrebbero avere e che conferma a distanza di quasi quarant’anni come il progetto della famiglia di Gweedore fosse valido ed originale.

NANA VASCONCELOS “Saudades”

NANA VASCONCELOS “Saudades”

NANA VASCONCELOS “Saudades”

ECM 1147, 1980

di Alessandro Nobis

Il 9 marzo se ne è andato anche lui, il percussionista compositore Nana Vasconcelos, classe 1944. E senza ripercorrerne la straordinaria carriera, vi confesso solamente che con Colin Walcott sono venuti così a mancare due tra i musicisti che più ho apprezzato non solo per avere sempre avuto la capacità di farmi viaggiare (in senso salgariano) ma soprattutto per la loro capacità sciamanica di riuscire a far “parlare”, “urlare”, “sussurrare” gli strumenti che mai come in questa occasione posso definire “ancestrali”.

Naná_VasconcelosPertanto, vi consiglio caldamente di andarvelo ad ascoltare (https://www.youtube.com/watch?v=Xl7ONKSm0mI) questo disco registrato nel 1979 prodotto dall’allora coraggiosissimo Manfred Eicher; certo, perché mettere sul mercato un LP con lunghi brani per solo berimbau o per berimbau ed orchestra voi come lo chiamereste se non coraggio?

Ma c’è molto di più, c’è l’estro compositivo e gli arrangiamenti orchestrali del suo grande amico Egberto Gismonti per l’Orchestra Sinfonica della Radio di Stoccarda, ci sono le improvvisazioni, i suoni, le voci, i richiami del Brasile più autentico, la “presenza” degli spiriti nativi che ci ricordano le loro condizioni attuali.

Un lavoro che ti catapulta lontano nel tempo, decidi tu se verso il futuro o verso il passato, che nasconde il fascino di una musica che tutti abbiamo nascosto da qualche parte nell’anima.

Grandioso.