GRI + MOSCONI “Between ocean and sky”

GRI + MOSCONI “Between ocean and sky”

 

SLOWCRAFT RECORDS. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Francis M. Gri e Federico Mosconi hanno registrato queste sei composizioni un paio di anni fa tra Verona e Milano e la piccola ma attivissima etichetta specializzata inglese di James Murray ha voluto inserire questo bel lavoro nel proprio catalogo sul finire del novembre 2018.

gri + mosconi.jpgIl raffinato quanto semplice packaging nasconde questi quarantacinque minuti di musica ambient creata dalla collaborazione dei due compositori ed il titolo aiuta di certo a “focalizzare” al fruitore la propria ambientazione fisica. Chitarra (Mosconi) e pianoforte (Gri) sono i due strumenti di partenza, il nocciolo dalla musica, i cui suoni sono frantumati, rigirati, reiterati, modificati ed ancora dilatati da un apparato elettronico in pieno controllo dei due compositori che non fa da corollario alla musica ma ne è parte integrante e dunque fondamentale; elettronica che crea stratificazioni sonore parallele ed stesso tempo intersecanti che costringe l’ascoltatore quasi ad inventarsi situazione fisiche dove poterla collocare, come dicevo. Alla fine se sei attento non puoi non apprezzare la complessità di questo lavoro e la capacità dei due musicisti di mantenere alto il livello di attenzione durante il suo fluire e di certo l’uso di un buon paio di cuffie aiuta a scoprire tutti i suoni che si nascondono nelle pieghe delle composizioni; la suggestiva “Lumen” perfetto incontro tra sperimentalismo e classicità, introdotta dal pianoforte acustico che subito incontra i suoni ambient ed il suo alter ego filtrato dai computer oppure “Landscape Rosso” dove invece è il pianoforte che si insinua nelle trame artificiali tessute come al solito con grande perizia e gusto da Federico Mosconi e Francis M. Gri.

Il cd, la cui stampa è stata limitata a 150 copie, si trova naturalmente anche in formato digitale nel sito http://www.slowcraft.bandcamp.com

 

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ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

DODICILUNE RECORDS CD Ed411, 2018

di Alessandro Nobis

Onestamente: a me di questo “Eternal Love” sarebbero bastati i primi 12 minuti e 39 secondi per farmi contento, per aver ricordato il jazz africano – e sudafricano in particolare –  che un ruolo così importante ebbe a partire dagli anni sessanta nello sviluppo di quello europeo. Questo attraverso la rilettura di un tradizionale, il brano di apertura “Uhruru” con protagonista l’efficace ed appropriato pianismo di Alexander Hawkins ed il seguente scritto da Dollar Brand (a.k.a. Abdullah Ibrahim), “Afrikan Marketplace” e soprattutto con il suono del quintetto di Roberto Ottaviano che mi ha fatto personalmente ricordare le pagine migliori (tutte indistintamente) dei Blue Notes di Chris McGregor nelle melodie, nei ritmi, nell’incedere degli strumenti.

Questo “amore eterno”, la più recente produzione di Roberto Ottaviano, è anche un omaggio ad alcuni colossi del jazz, alcuni più conosciuti, altri meno; tra i primi Coltrane, Haden, Cherry, Redman tra gli altri il sassofonista Elton Dean del quale qui il quintetto arrangia lo splendido “Oasis”, ballad proveniente dal periodo post Soft Machine e per la precisione da “Boundaries” targato ECM.

E’ un disco evocativo ma non solo, è musica che vuole ricordare i “morti che non sono morti, che sono diventati una sorta di spirito guida nella vita”; ognuno ha i suoi e questi sono quelli del sassofonista Roberto Ottaviano ed a giudicare dalla sua lunga produzione discografica, dalla sua qualità e varietà, questi spiriti devono esistere davvero. Si ascolti l’omogeneità della musica che esce dai solchi di “Eternal Love” sia quella scritta da altri autori che quella composta da Ottaviano come il lungo “Questionable 2” con un espressivo piano elettrico (azzeccatissimo il suo assolo al minuto 4:13) ed un delicato solo di soprano ed a seguire di clarinetto (Marco Colonna) sostenuti dalla ritmica del contrabbasso di Giovanni Maier e della batteria di Zeno De Rossi, e il breve contemplativo brano eponimo, con l’archetto che assieme al rullante sostiene ed accompagna il sax, quasi in una preghiera agli spiriti guida a quella madre terra che nella cultura africana rappresenta la vita, visione che la cultura occidentale ha perso molti secoli fa. In sintesi qui si respira il rispetto dei padri ed allo stesso tempo l’indipendenza da loro, la sostanza dell’evoluzione della musica.

Una delle migliori produzioni di Ottaviano (della più recente ne avevo parlato qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/23/roberto-ottaviano-sideralis/) ed un altro centro alla encomiabile Dodicilune, forse l’ho già detto ma lo voglio ripetere, fiore all’occhiello del jazz “anche italiano”. La Regione Puglia e Puglia Sounds hanno sostenuto questo progetto: qui al nord certe cose ce le sogniamo.

http://www.dodicilune.it

 

 

 

 

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

Autoproduzione. CD, 2018

di Alessandro Nobis

the-rough-bounds-cover-imageNell’albero genealogico del folk revival scozzese alle cui radici ci sono tra gli altri la Battlefield Band di Alan Reid e Brian McNeill troviamo nelle ramificazioni più recenti questo quintetto originario della costa occidentale scozzese, tra Lochaber e la bellissima isola di Skye, area chimata appunto “The Rough Bounds”: sono i Dàimh, che ho avuto la fortuna di vedere in azione all’ultima edizione del William Kennedy Piping Festival di Armagh, nel’Ulster, al quale sono stati certamente invitati per la presenza nella line-up di Angus MacKenzie eccellente suonatore della Highland Pipes e della più piccola Border Pipes. Ecco quindi come sono arrivato ad avere nelle mani il loro settimo album, questo ottimo “The Rough Bounds” che dallo scorso novembre è spesso stato ospite del mio lettore CD. Niente di nuovo sotto il sole direbbe qualcuno, “solamente” aggiungo io musica scozzese di un livello raro a sentirsi, sia per la equilibrata combinazione di brani tradizionali con quelli di nuova composizione e soprattutto per la sintesi direi perfetta tra repertorio, suoni strumentali a la voce della bravissima cantante Ellen MacDonald considerata come una delle più significative esponenti del canto gaelico scozzese; aggiungo la bravura dei componenti, Gabe McVarish ed Alisdair White al violino, Murdo Cameron alla fisarmonica e Ross Martin alla chitarra, motore ritmico della band.

Assolutamente da visitare il loro sito per scoprire la loro discografia come altrettanto immagino gusterete il set di reels (uno popolare gli altri due di Donald MacLeod), le ballate “Òran Bhàgh a’ Chàise” introdotta dall’accordeon e da un delicato arpeggio di chitarra e “A Nìghneag a Ghràidh”, suonata dal vivo ad Armagh. Si parla di bevute in compagnia, di caccia, di cuori spezzati e di abbandono forzato della propria terra che non verrà mai più rivista: temi universali patrimonio di tutte le tradizioni di questo nostro mondo e che investono anche la contemporaneità.

Gruppo da seguire, i loro lavori sono disponibili sul web, cercateli e ne sarete entusiasti. A meno che prima o dopo arrivino in Italia per qualche concerto…….speriamo.

 

 

 

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio_Salgari_ritratto.jpg
EMILIO SALGARI (1862 – 1911)

Questo che qui riporto è un piccolo frammento della nostra storia veronese raccontata dal “giornalista” Emilio Salgari, uno scritto che forse solo gli appassionati dello scrittore veronese conoscono e che fu pubblicato dal quotidiano “La Nuova Arena” (così si chiamava allora) il 21 ed il 22 luglio del 1887. Salgari viene inviato dalla redazione ad assistere alle manovre militari al Forte Lugagnano nei pressi di Verona, costruito dagli austriaci tra il 1860 ed il 1861 e da loro chiamato “Werk Prinz Rudolf”, in onore di Arciduca d’Asburgo e Lorena e Principe Ereditario d’Austria – Ungheria successivamente trovato morto (nel 1889) con la sua amante diciassettenne a Mayerling. Naturalmente, come da tutte le fortificazioni costruite dal Genio asburgico veronese, anche dal Forte Lugagnano non fu ma sparato un colpo di cannone nè tantomeno di schioppo. Oggi il Forte che si trova nel Comune di Verona, e come altri giace in quasi completo abbandono.

di Emilio Salgari. La foto è di Moritz Lotze.

Ieri sera, verso il tramonto, ci siamo recati al Forte di Lugagnano coll’intenzione di assistere al bombardamento notturno che ci avevano detto essere qualche cosa di bello.

La sera era magnifica. Ad occidente il sole calava rapido in mezzo ad un mare di fuoco, facendo vivamente scintillare i vetri delle case e delle casette che circondano San Massimo.

Un’aria fresca fresca spirava portando distintamente ai nostri orecchi le cannonate che venivano sparate dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e dalle batterie dei dintorni. A S. Massimo cominciamo ad accorgerci della vicinanza del campo. E’ un continuo andare e venire di borghesi chi a piedi e chi in carrozza e di soldati di tutte le armi. Ora un artigliere che passa, col fucile in ispalla o il mantello stretto al petto, ora un bersagliere spolverato, sudato, nero dal sole, ora un drappello di fantaccini, ora una compagnia di soldati del genio colla sappa o il badile su una spalla e il fucile con baionetta inestata sull’altra. Ufficiali di artiglieria e di fanteria galoppano innanzi e indietro; chi si reca al Comando, chi si reca al forte. E’ insomma una processione continua, avariata che solleva una polvere fitta fitta in pochi istanti vi imbianca e di accieca.

A cinquecento passi dal paese cominciano gli accampamenti. A destra e a sinistra della strada, fra i gelsi e la polenta, vediamo lunghe file di tende, bianche le une, giallastre le altre, poi carri e cavalli in quantità poi innumerevoli fasci di fucili, poi soldati d’ogni arma che vanno e che vengono attraverso il sole. Tutti i dialetti d’Italia s’incrociano per l’aria. Qui si ride, là si canta, più lontano si narrano le fiabe o discutono sui tiri della giornata.

A sinistra della strada sono accampatil’8° di artiglieria e il 68° fanteria. Verso S.Lucia è accampato il 67° e quando il cannone tace si odono le grida di quei soldati.

Alle 18 giungiamo nei pressi del forte di Lugagnano. Qui il movimento è ancora più vivo. Le strade sono ingombre di carrozze e di cavalli, di curiosi e di soldati.

Il cannoneggiamento che pochi minuti prima era vivissimo, ora era cessato. Sopra il forte ondeggiava ancora una gran nuvola di fumo biancastro, e un’altra nuvola ma molto più piccola, ondeggiava verso il paese di Lugagnano occupato dal nemico.

Oltrepassiamo la ferrovia da campo a scartamento ridotto che congiunge tutte le batterie col forte. Alla nostra sinistra, dietro una trincea, escono le estremità di due colossali cannoni Krupp ci si dice che sono incaricati di battere S.Maria di Sona.

Sulla trincea passeggiano due sentinelle con fucile armato di baionetta per impedire ai curiosi d’avvicinarsi alla batteria.

– Pronti! Fuoco! …

Dalla enorme gola del cannone più vicino vedemmo uscire una lunga fiamma che mandò in aria una nube di fumo biancastra e un nembo di scintille. Subito una detonazione formidabile secca secca, rimbombava. La spinta dell’aria fu così violenta che ci fece indietreggiare di qualche passo.

Un mezzo minuto dopo l’altro pezzo pure tirava con non meno fracasso.

A quella doppia provocazione un lampo balenò in direzione del paese di Lugagnano. Era un colpo del nemico.

Dopo quelle tre cannonate il silenzio tornò a farsi.

Avvertitici che non si ripigliava il fuoco che a notte inoltrata, ci ripiegammo verso S.Massimo.

Forte-Lugagnano.png
FORTE LUGAGNANO, OGGI.

***

Il colpo d’occhio che offrivano gli accampamenti con quell’oscurità era veramente magnifico. In mezzo ai campi, fra i gelsi e la polenta, fra le tende e i carri, brillano i fuochi a centinaia i quali si riflettono vagamente sui fasci di fucili.

Qui si prepara il rancio della sera e si vedono girare e rigirare pentoloni e gamelle, là scherzano, ridono, urlano, cantano. Quei bravi ragazzi sono tutti allegri eppure han faticato l’intera giornata sotto un sole scottante.

Attorno ad una gran tavola illuminata da un gran numero di lampade, vediamo una sessantina di ufficiali di tutte le armi che si pappano la cena. Anche in quella tavola si ride, si scherza e si canta.

L’allegria più viva regna in tutto l’accampamento. Sulla strada incontriamo ancora carretti e carrozze, borghesi e soldati e ufficiali. Si corre il pericolo di farsi schiacciare.

A S.Massimo c’è una confusione straordinaria. Le osterie e i caffè sono pieni di gente. Vediamo dappertutto soldati e ufifciali e moltissime signore. L’aria di essere una sagra o qualche cosa di simile. Le carrozze continuano a giungere portando nuovi curiosi e ingombrano tutta la piazza e tutte le vie.

Con grande fatica troviamo un posticino per sederci, ma non restiamo lì che pochi minuti poiché ci vengono ad avvertire che si sta per innalzare l’areostato e che i cannoni stanno per ripigliare la loro infernale musica.

***

Il pallone si innalza dietro il forte di Lugagnano, in una spianata quasi priva d’alberi. E’ un bellissimo e grande globo di seta, chiuso fra una solida maglia e può sollevare comodamente due persone. Sotto ha una navicella di paglia, munita all’intorno di numerosi sacchetti di zavorra. Non manca nemmeno l’àncora pel caso che il pallone riuscisse a rompere le funi che lo trattengono alla macchina a vapore.

Quando giungemmo noi, l’areostato era trattenuto a terra da una ventina di soldati. Il gigantesco globo, ben gonfio, ondeggiava lievemente sotto i buffi d’aria e ora s’allungava e ora s’allargava.

Un tenente del genio aveva già preso posto nella navicella portando con sé l’apparecchio telefonico.

“Allentate le corde”, udiamo gridare. “Adagio ragazzi. Adagio!” I soldati si allontanano dalla navicella e l’areostato comincia a salire. La gomena che lo trattiene alla macchina comincia subito a svolgersi. Il pallone sale lentamente, quasi in linea retta, con un marcato dondolamento. Vediamo l’ufficiale aggrappato alle funi che guarda verso Lugagnano. A trecento metri d’altezza il pallone si arresta. E’ diventato piccolo piccolo e pare che nuoti fra le stelle. Lassù udiamo suonare la trombetta. Da terra si risponde al segnale e il telefono comincia a funzionare. L’ufficiale comanda di far abbassare l’areostato di cinquanta metri.

La macchina a vapore tosto si pone in movimento e la gomena s’avvolge senza scosse attorno al tamburo. Il globo, sempre ondeggiando s’avvicina alla superficie della terra e si arresta ad un’altezza di circa 250 metri. Ad un tratto un lampo abbagliante rompe la fitta oscurità in direzione del forte di Lugagnano.

Vi tiene dietro un cupo rimbombo il quale dura alcuni secondi. Il cannone ha fatto sentire la sua voce. Sono le 10 e 14.

***

Un profondo silenzio era succeduto a quel primo colpo di cannone. Nessuna batteria nemica aveva risposto alla provocazione dei nostri.

S’indovinava però che il cannoneggiamento doveva in breve riprendersi, poiché sui bastioni del forte si vedevano numerose ombre andare e venire e una viva agitazione regnava dietro la trincea difesa dai due colossali Krupp.

D’improvviso un fascio di luce azzurrognola solca le tenebre e scorre attraverso la campagna con incalcolabile rapidità illuminando gli alberi, le piantagioni, le case, le batterie del nemico. E’ la luce elettrica piantata dentro il forte.

L’effetto è stupendo ed insieme grandioso. I muri delle case brillano d’una viva luce e i vetri delle finestre, anche i più lontani, scintillano.

Subito un lampo balena sul bastione del forte. Una nube di fumo si slancia attraverso il gran fascio di luve e si tinge d’un azzurro brillante, superbo. Verso Lugagnano due cannonate rimbombano. I due colossali Krupp che stanno alla nsotra sinistra rispondono con due scoppi spaventevoli. Il bombardamento diventa generale. Si tira dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e tirano tirano tutte le batterie situate fra questo e quello. Il nemico risponde prima debolmente, poi vigorosamente.

I lampi si riflettono sulla lucida superficie dell’areostato il quale si mantiene sempre ad una altezza di duecentocinquanta metri. Alle 10:26 udiamo uno squillo di tromba. Subito la luce elettrica si spegne e l’oscurità ridiventa perfetta. D’ambo le parti cessa il fuoco e a quel furioso rimbombo succede un profondo silenzio.

Alle 11:20 la luce elettrica torna ad illuminare la notte. Questa volta non è però diretta sul paese di Lugagnano ma sui colli di Sona. I due Krupp aprono per primi il fuoco, poi tuonano i cannoni del forte di Lugagnano e quelli di Dossobuono. Le batterie nemiche sono pronte a rispondere ma un quarto d’ora dopo la luce tornava a cessare. Alla mezzanotte vedemmo l’areostato discendere. Una ventina di soldati subito lo presero e lo trascinarono tre o quattrocento metri più lontano. Due tenenti entrarono nella navicella e l’areostato risalì ad una altezza di circa trecento metri. Alle 12:12 la luce elettrica per la terza volta si riaccendeva e i cannoni tornavano a rimbombare. Il cannoneggiamento non cessò più. Continuò tutta la notte vivissimo formando una baccano spaventevole.

L’aria era impregnata d’un forte odore di polvere e sopra i bastioni dei forti e sopra le batterie ondeggiavano delle immense nubi di fumo. Verso le tre del mattino tutti i cannoni tuonavano. Da una parte e dall’altre si rispondeva colpo per colpo. Alle 7 lasciammo i dintorni del forte per rientrare in città e per lungo pezzo ancora udimmo il cannone tuonare verso Lugagnano e Dossobuono.

Volete ora un consiglio, lettori? Recatevi al forte di Lugagnano e passatevi una notte. Lo spettacolo che vedrete vi compenserà largamente della veglia, ve l’assicuriamo.

Questa sera il bombardamento verrà ripreso.

E.S. (ARENA, Giovedì 21 – Venerdì 22 Luglio 1887)

 

 

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

COLTRI – MENDUTO – MORELLI “Per ogni dove”

ROX RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

Ecco un lavoro che riconduce ai suoni antichi e moderni della tradizione popolare italiana, francese ed europea. Non ci sono qui balzi azzardati verso una tradizione futura, non ci sono qui scenari di musica popolare immaginari conditi da un’elettronica invasiva; ci sono tre bravissimi musicisti al servizio delle più profonde radici che nei secoli hanno dato origine a musiche contestualizzate al ballo che personalizzano un repertorio atavico grazie ad arrangiamenti oculati e ad idee e suoni di ospiti che con il loro apporto danno quel tocco in più a questo splendido lavoro. Il clarinetto basso di Simone Mauri, ad esempio, nella “Suite di Bourees” aperta dalla cornamusa di Coltri e nella seguente “Suite di Polke” o ancora nella rivisitazione della melodia greca “Thalassaki mou” e nel sorprendete arrangiamento con le voci di “Sparve Lille”, polka svedese, quel pizzico di tecnologia che rinnova la tradizione di “Branles d’Ossau” che ci combina inaspettatamente bene con il piffero e la cornamusa. Ancora voglio citare lo struggente canto urbano dei rifugiati di “Dans Les Abris de Paris” con la voce di Maria Antonazzo e le indovinate percussioni di Morelli che fa sua la protesta dei “San Papier” dedicando loro il brano omonimo e naturalmente le efficaci interpretazioni delle danze delle 4 Provincie come “Sestrina delle Ombre” che apre il disco o la suite di polke, danze sempre in bilico tra la cultura popolare italiana e francese, un territorio culturale che i musicisti del trio frequentano spesso.

Un disco “semplice” che ci riporta alla “normalità” della musica popolare alla quale ogni tanto fa bene – benissimo – ritornare. Plauso finale alla delicata e curatissima veste grafica.

infotrio@fastwebnet.it

www.roxrecords.it

 

 

 

 

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

BARNUM ART RECORDS. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Qualcuno (il chitarrista californiano Henry Kaiser) dice che avanguardia è fare qualcosa di mai sentito, di completamente nuovo. Aggiungo, più modestamente, è anche apprendere le lezioni dei più diversi idiomi ed inventarne uno nuovo costruendo una musica che non necessariamente sia difficile, complicata troppo “di nicchia”. Mi sembra che queste parole calzino a pennello per questo “Sonnambuli”, pubblicato sul finire del 2018 dalla Barnum Art. Innanzitutto la presenza di uno strumento “raro a sentirsi” come l’armonica cromatica, una formazione piuttosto inedita ovvero Max D’Aloe (all’armonica, fisarmonica, elettronica ed autore dei brani), Ermanno Librasi (clarinetto basso ed elettronica) e Nicola Stranieri alla batteria; progetto ardito, piacevolissimo all’ascolto che nei momenti di dialogo tra armonica e clarinetto trova momenti di grande espressività (“Lontano, infinitamente lontano” giocato sul dialogo a due con sul sottofondo la percussione), un uso delicato a misurato dell’elettronica (“Askja”), il sempre preciso e sempre puntuale intervento della batteria di Nicola Stranieri (“A Sort of Dance”, una danza apocrifa con il tappeto elettronico che sostiene il drumming e con in evidenza l’armonica), il bel solo di clarinetto nel brano conclusivo “Bjork on the Moon”, gli accordi di accordeon (scusate il gioco di parole) che apro la ballad “Ul Giuan Marcora”.

E’ jazz? Forse sì, forse no, decidete voi che lo ascolterete. E’ per me un progetto riuscito e convincente, con una inedita combinazione di suoni che sorprende e che penetra ascolto dopo ascolto.

http://www.barnumforart.com

 

 

 

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs” – UR RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

31286719_2078274502445038_2003314479103519635_nQuesta nuova pubblicazione curata dalla UR Records, “Bulbs”, nasce dalla collaborazione del tastierista Giulio Stermieri (in queste registrazioni al Rhodes ed all’Hammond) e del chitarrista Michele Bonifati, autori dei sette brani, con il sassofonista Cristiano Arcelli ed il batterista Ermanno Baron. Musicisti giovani, molto preparati, con una cultura musicale piuttosto ampia e con un’idea ben chiara di cosa realizzare: un combo, un gruppo che interpreti e sviluppi le idee dei due compositori. Bisogna prestare attenzione a non cadere nella simpatica trappola che i quattro hanno “confezionato”, ovvero che l’ascolto ci riporti alla riproposizione dei fasti del jazz elettrico dei primi anni settanta, trappola simpaticamente costruita utilizzando alcune timbriche di quel periodo (che ebbe per la verità luci ma anche parecchie ombre) come le tastiere di Stermieri ed in alcuni momenti la chitarra elettrica. Il resto è scrittura ed improvvisazione, spontaneo interplay che ci regala più che le prestazioni dei singoli un suono d’insieme che non è facile avere, un affiatamento che su disco fa solamente immaginare lo sviluppo dei brani durante le esibizioni live. Insomma Aparticle non esegue un semplice compitino di ricalco, ma sfrutta le conoscenze musicali dei singoli per sviluppare un proprio percorso che a mio avviso è interessante e piacevolissimo all’ascolto. Certo se cercate “la coperta di Linus” della rilettura calligrafica degli standards qui siete fuori strada ma se invece è la vostra personale curiosità culturale che vi fa avvicinare a “Bulbs” ne rimarrete certamente soddisfatti, garantito.

Segnalo doverosamente la ballad che chiude questo disco d’esordio di Aparticle, “Rackled”, e la lunga “Bridal Veil Falls” introdotta dalla batteria con un bel solo iniziale di sassofono con hammond in sottofondo che si sviluppa poi in un solo “in profumo” di Herman Poole Blount.

Gran bel disco. Sun Ra, ecco un altro da studiare ………….

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