LÚNASA “Lúnasa”

LÚNASA “Lúnasa”

LÚNASA “Lúnasa”

AUTOPRODUZIONE. CD, 1998

di alessandro nobis

Passata l’epopea delle leggendarie band del folk revival come Planxty, Clannad, Bothy Band, De Danann (per citarne alcuni) o la fase più significativa dei Chieftains che tanto avevano dato in termini di ispirazione alle giovani generazioni di musicisti irlandesi e non solo, a metà degli anni novanta si formano i Lúnasa grazie alla convergenza di musicisti inglesi e naturalmente irlandesi, alcuni provenienti da giovani e ottimi gruppi come Flook o Grada. Lúnasa ha saputo nel corso degli anni rappresentare il simbolo migliore della tradizione musicale d’Irlanda, acclamato ed apprezzato in tutto il mondo – naturalmente anche in Italia – per l’energia trasmessa, la scelta del repertorio e la compattezza del suono ed il suo groove grazie alla presenza del contrabbasso che anche dei Clannad era un tratto caratteristico. Nel 1998 quindi i Lúnasa pubblicano in modo autonomo questo loro primo omonimo album dopo tre anni di prove e di session; della prima formazione fanno parte il piper John McSherry, il contrabbassista Trevor Hutchinson, il chitarrista Donogh Hennessey, il flautista Mike McGoldrick ed il violinista Sean Smith, una line-up molto diversa da quella attuale nella quale degli originali sono presenti solo Smith e Trevor Hutchinson.

Non tutti brani provengono dalla tradizione irlandese, nella scaletta sono presenti preziose riletture di autori francesi, bretoni, scozzesi oltre ad un brano – scelta inedita per un gruppo irlandese – di tradizione klezmer, mi limito a citare le riletture di Phil Cunningham (qualcuno se lo ricorderà con il fratello Johnny nei Silly Wizard) con lo slow reel “Hogties” abbianto a due jigs tradizionali, dello straordinario chitarrista francese Pierre Bensusan in “The Last Pint” con in grande evidenza i flauti di McSherry e di Mike McGoldricke del bretone Gillet Le Bigot di “Mì Na Samhna” splendidamente eseguita dalle pipes di John McSherry e dalla chitarra di Donogh Hennessey. Del materiale irlandese cito due brani, la splendida “Lord Mayo”, una marcia inserita nella raccolta di O’Neill aperta da McSherry con il supporto della chitarra, ed il reel scritto dal grande Frankie Gavin, “Alice’s Reel” che qui è abbinato al tradizionale fling una forma musicale legata alla Scozia “Terry Cuz Teehan’s“, composta da Terry Teehan, suonatore di concertina e di accordeon emigrato a Chicago alla fine degli anni venti e scomparso nel 1989 ricordato anche per la sua umanità nel accogliere immigrati irlandesi appena arrivati oltreoceano indicando loro i luoghi dove ricevere una primo aiuto da altri irlandesi: un grande suonatore ed un grande uomo quindi.

Disco magnifico che dava già una chiarissima misura del valore dei Lúnasa, un valore rimasto assolutamente inalterato nel tempo nonostante i cambi di line-up.

HOT TUNA “Burgers”

HOT TUNA “Burgers”

HOT TUNA “Burgers”

Grunt Records FTR 1004. LP, CD, 1972

di alessandro nobis

Probabilmente gli Hot Tuna sono l’unica band che ha pubblicato il loro primo album in studio dopo due dischi dal vivo, e già questo dà la misura della cura che Kaukonen e Casady hanno riservato alla registrazione di Burgers, una delle più interessanti dell’intera discografia del gruppo che da costola degli Airplane ha saputo avere un’identità ben definita e sopravvivere di oltre quaranta anni alla band madre. Quest’anno è il cinquantesimo anniversario di Burgers e per festeggiare l’avvenimento alla Carnegie Hall si terrà il 22 aprile uno straordinario concerto dove la band eseguirà l’integrale dell’album pubblicato dalla Grunt Records e si festeggerà l’ottantesimo compleanno di quello che Bill Graham ebbe a definire “The Sex Symbol of Scandinavia”.

“Burgers” è un signor disco che pur mantenendo un forte legame con le radici del blues acustico contiene alcune delle più significative composizioni di Jorma Kaukonen alcune delle quali ancora in repertorio sebbene rinnovate negli arrangiamenti nelle esibizioni live oltreoceano, numerose e sempre sold-out. Blind Boy Fuller (“Keep on Truckin’” con la slide di Richard Talbott, autore di un album per la Grunt nello stesso anno, e le tastiere di Nick Buck), l’immancabile Gary Davis (“Let’s Together Right Down Here“), il padre spirituale della band e Julius Davis con la sua “99 Year Blues” la cui versione si può ascoltare nel monumentale cofanetto “Anthology of American Folk Music” curata da Harry Smith; ma da sottolineare sono, come dicevo, i brani originali tra i quali lo splendido “True Religion” un blues con il sempre puntuale violino di Papa John Creach – esemplare il suo assolo – ed il pianoforte di Nick Buck, una brano che si “elettrifica” man mano che si sviluppa, ed il solo di chitarra sovrainciso certifica la cura certosina degli arrangiamenti o la seguente “Highway Song” la cui parte vocale è impreziosita dall’intervento a supporto della voce di Kaukonen di David Crosby. Da ultimo voglio citare il mio brano preferito, lo strumentale “Water Song” con l’incipit della chitarra fingerpicking che fa contraltare all’elettrica e l’incisivo basso di Casady, sicuramente uno dei massimi bassisti in assoluto, ed anche probabilmente uno dei meno conosciuti.

Il suono del gruppo qui è molto solido ed equilibrato, il drumming di Sammy Piazza e le intricate linee di basso di Jack Casady formano una sezione ritmica di primissimo livello, sulla quale il violino e le chitarre sovraincise regalano uno dei più interessanti dischi prodotti dai musicisti della scena californiana di quegli anni.

Probably Hot Tuna are the only band that has released their first studio album after two live records, and this already gives the measure of the care that Kaukonen and Casady have reserved for the recording of Burgers, one of the most interesting of the whole discography of the band that from the rib of Airplane has been able to have a well-defined identity and survive the mother band for over forty years. This year is Burgers’ 50th anniversary and to celebrate the event at Carnegie Hall there will be an extraordinary concert on April 22nd where the band will perform the complete album released by Grunt Records and will celebrate the 80th birthday of the one who Bill Graham defined it as “The Sex Symbol of Scandinavia”.

“Burgers” is a disc that while maintaining a strong link with the roots of the acoustic blues contains some of the most significant compositions by Jorma Kaukonen some of which are still in the repertoire although renewed in the arrangements in the live performances overseas, numerous and always sold-out. Blind Boy Fuller (“Keep on Truckin’” with the slide by Richard Talbott, author of an album for Grunt in the same year, and the keyboards of Nick Buck), the inevitable Gary Davis (“Let’s Together Right Down Here“), the band’s spiritual father and Julius Davis with his “99 Year Blues” version of which can be heard in the monumental “Anthology of American Folk Music” box set edited by Harry Smith; but to underline are, as I said, the original pieces including the splendid “True Religion” a blues with the ever punctual violin by Papa John Creach – his solo is exemplary – and the piano by Nick Buck, a piece that “electrifies itself” as it develops, and the overdubbed guitar solo certifies the painstaking care of the arrangements or the following” Highway Song” whose vocal part is embellished by the intervention in support of the voice of Kaukonen by David Crosby. Lastly I want to mention my favorite song, the instrumental “Water Song” with the incipit of the fingerpicking guitar that contrasts with the electric and incisive bass of Casady, certainly one of the greatest bassists ever, and also probably one of the less known.

The sound of the group here is very solid and balanced, the drumming of Sammy Piazza and the intricate bass lines of Jack Casady form a rhythm section of the highest level, on which the violin and the overdubbed guitars give one of the most interesting records produced by the musicians of the Californian scene of those years.

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

Folkways Records. LP, 1963

di alessandro nobis

Pubblicato dalla Folkways nel lontano 1963 e ristampato in compact disc dalla Smithsonian / Folkways nel 1990 con tre brani inediti questo disco testimonia il primo incontro favorito dal genio di Ralph Rinzler tra Jean Ritchie e Doc Arhel Watson, due colonne portanti del folklore americano; ambedue provenienti dalla vasta area appalachiana ma residenti a duecento miglia uno dall’altra (la prima in un’area mineraria, il secondo in una rurale) sono i portatori, gli “informatori” della musica tradizionale della zona di provenienza, ed entrambi appartenevano a due famiglie che avevano coltivato la passione per le loro radici parallelamente.

Il CD contiene ben 17 brani che testimoniano un concerto tenuto al “Folk City” del Greenwich Village di New York; un autentico miracolo alchemico qui si ascolta, visto che i due non si erano mai conosciuti nè di persona nè di fama. Ciò che ne esce è l’anima della tradizione orale, il piacere di suonare assieme, forse anche la scoperta di repertori comuni tramandati dalle generazioni precedenti e sviluppatesi a reciproca insaputa.

E’ quindi una testimonianza straordinaria di quanto detto, che contiene alcune tra le pietre angolari del folk d’oltreoceano: basta citare “Swing and Turn Jubilee” (dal repertorio della famiglia Ritchie, quin con la voce del cantante e banjoista Roger Sprung), “Soldier’s Joy” (un’aria per violino di origine scozzese, Doc Watson alla chitarra e armonica) , “Pretty Polly” (una “murder ballad” di origine inglese, catalogata da Roud con il numero #15 e qui interpretata dalla evocativa voce di Jean Ritchie che si accompagna al dulcimer) o ancora “The House Carpenter” (ovvero “The Daemon Lover“, Roud #14 e Child #243 sempre di origine scozzese, qui con Watson al banjo) ed il gran finale di “Amazing Grace” con l’accompagnamento del pubblico e la partecipazione di Roger Sprung.

I brani inediti presenti sul CD sono “East Virginia” (Watson al banjo e canto, composto da A.P. Carter, della Carter Family), “Pretty Saro” (Roud #417, di origine inglese) e “Blue Ridge Mountain Blues” di Cliff Hess.

Album fondamentale, alcune radici della musica “americana” le trovate qui. Tornare alle origini, alla purezza di questa musica è una boccata di aria fresca ……….

– English Version (Google English Version)

Released by Folkways in 1963 and reissued on compact disc by Smithsonian / Folkways in 1990 with three unreleased tracks, this record testifies to the first meeting favored by the genius of Ralph Rinzler between Jean Ritchie and Doc Arhel Watson, two pillars of American folklore; both coming from the vast Appalachian area but residing two hundred miles from each other (the first in a mining area, the second in a rural one) are the bearers, the “informants” of the traditional music of the area of ​​origin, and both belonged to two families who had cultivated a passion for their roots in parallel.

The CD contains 17 tracks that testify to a concert held at the “Folk City” of Greenwich Village in New York; an authentic alchemical miracle can be heard here, since the two had never known each other either personally or by fame. What emerges is the soul of the oral tradition, the pleasure of playing together, perhaps even the discovery of common repertoires handed down from previous generations and developed without mutual knowledge.

It is therefore an extraordinary testimony of what has been said, which contains some of the cornerstones of overseas folk: just mention “Swing and Turn Jubilee” (from the Ritchie family repertoire, quin with the voice of singer and banjoist Roger Sprung), “Soldier’s Joy” (an aria for violin of Scottish origin, Doc Watson on guitar and harmonica), “Pretty Polly” (a “murder ballad” of English origin, cataloged by Roud with the number # 15 and interpreted here by the evocative voice by Jean Ritchie accompanying the dulcimer) or “The House Carpenter” (or “The Daemon Lover”, Roud # 14 and Child # 243 always of Scottish origin, here with Watson at the banjo) and the grand finale of “Amazing Grace “with the accompaniment of the public and the participation of Roger Sprung.

The unreleased tracks on the CD are “East Virginia” (Watson at banjo and singing, composed by AP Carter, of the Carter Family), “Pretty Saro” (Roud # 417, of English origin) and “Blue Ridge Mountain Blues” by Cliff Hess.

Fundamental album, some roots of “American” music can be found here. Going back to the origins, to the purity of this music is a breath of fresh air ……….

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

Rounder Records. LP, 1982

di alessandro nobis

Con questo terzo disco dell’orchestrina di cordofoni della Premiata Ditta Blake & Blake si completa a mio avviso il progetto nato tre anni prima con la registrazione di “The Rising Fawn String Ensemble” e del seguente “Full Moon on the Farm” del 1981 entrambi per la Rounder Records: laddove nel primo, con Blake, Bryan e Blake, il repertorio era composto da brani tradizionali o di autori come lo scozzese delle Shetland Tom Anderson o Uncle Dave Macon ed il secondo una magnifica combinazione di tradizionali e originali in questo terzo, come semplicemente si evince dalla lettura del titolo, è composto da brani di nuova composizione della suddetta Premiata Ditta. Inoltre la struttura dell’ensemble si fa ancora più articolata, passando dal quartetto con Nancy Blake al violoncello, Norman Blake (chitarra, mandolino, mando-cello e banjo tenore a otto corde), Charlie Collins alla chitarra ed il violinista James Bryan a quintetto con l’ingresso di Carol Jones (chitarra, mandolino, mandola, banjo tenore a otto corde), Larry Sledge (mando-cello) e Peter Ostrusko (mandolino, chitarra e violino) e quindi senza l’apporto di Bryan.

Ognuna delle dodici composizioni si diversifica rispetto alle altre per le combinazioni sonore e si rifanno spesso, ma non poteva essere altrimenti, agli standard della tradizione anglo·scoto·irlandese importata oltreatlantico nelle varie fasi migratorie. “Blake’s March” ad esempio che chiude la seconda facciata con uno splendido arrangiamento ed una bellissima parte riservata al violoncello oppure il delicato e splendente valzer “Natasha’s Waltz” aperto dalla chitarra di Carl Jones con tre mandolini (Blake, Ostrusko, Nancy Blake) quasi all’unisono accompagnati dal violoncello che disegnano un’atmosfera dal sapore quasi “mediterraneo” (il valzer era ed è ancora suonatissimo dalle orchestre e dai piccoli combo di mandolini italiani) ed infine la tradizione americana del ragtime di “Third Street Gipsy Rag“.

A mio avviso questo disco di Blake è uno dei migliori dove tutto è perfetto: suoni (grazie anche alla qualità degli strumenti impiegati ed alla loro scelta certosina brano per brano), capacità di riferirsi al passato scrivendo nuovi spartiti, arrangiamenti, perfetta intesa tra i musicisti. E’ vero, sono caratteristiche che poi ritrovi in tutte le produzioni di Norman Blake ma qui assumono un significato più alto, questo disco è uno dei suoi più riusciti, un capolavoro a mio giudizio.

  • (Google) English version

In my opinion, the project born three years earlier with the recording of “The Rising Fawn String Ensemble” and the following “Full Moon on the Farm” of 1981 both completes with this third disc of the orchestra of strings “Blake & Blake” for Rounder Records: where in the first the repertoire was composed of traditional songs or by authors such as Scotsman from Shetland Tom Anderson or Uncle Dave Macon and the second a magnificent combination of traditional and original in this third, as is simply evident from reading the title, is composed of newly composed pieces by the aforementioned Blakes. Furthermore, the structure of the ensemble becomes even more articulated, passing from the quartet with Nancy Blake on the cello, Norman Blake (guitar, mandolin, mando-cello and eight-string tenor banjo), Charlie Collins on guitar and violinist James Bryan as a quintet. with the entry of Carol Jones (guitar, mandolin, mandola, eight-string tenor banjo), Larry Sledge (mando-cello) and Peter Ostrusko (mandolin, guitar and violin) and therefore without the contribution of Bryan.

Each of the twelve compositions differs from the others for sound combinations and often refer, but it could not be otherwise, to the standards of the Anglo · Scot · Irish tradition imported across the Atlantic in the various migratory phases. “Blake’s March” for example which closes the second side with a splendid arrangement and a beautiful part reserved for the cello or the delicate and shining “Natasha’s Waltz” a waltz (of course) opened by Carl Jones’s guitar with three mandolins (Blake, Oustrusko, Nancy Blake) almost in unison accompanied by the cello that draw an atmosphere with an almost “Mediterranean” flavor (the waltz was and still is played by orchestras and small combos of Italian mandolins) and finally the American tradition of ragtime of “Third Street Gipsy Rag”.

In my opinion this Blake album is one of the best where everything is perfect: sounds (thanks also to the quality of the instruments used and their painstaking choice piece by piece), the ability to refer to the past by writing new scores, arrangements, perfect understanding between musicians. It’s true, these are characteristics that you find in all Norman Blake’s productions but here they take on a higher meaning, this record is one of his most successful, a masterpiece in my opinion.

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

SOSTIENE BORDIN: THE GUN CLUB “Miami”

Animal Records. LP, 1982

di Cristiano Bordin

Per lui in tanti hanno tirato in ballo il fantasma di Jim Morrison e, probabilmente Jeffrey Lee Pierce su quel paragone un po’ ci giocava. Ma se possiamo ritrovare qualche eco morrisoniano nel suo modo di cantare e di stare sul palco, il suo gruppo, i Gun Club, nel loro percorso hanno battuto strade diverse da quelle dei Doors. Quella principale è senza dubbio il blues: un blues velocizzato, drammatizzato, irrobustito, sporcato dall’esperienza del punk ma che però riaffiora sempre nel suono della band. Alla fine le radici contano sempre, vale, anche e soprattutto, per la musica.

Jeffrey Lee Pierce nasce a Los Angeles e frequenta l’ambiente punk della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80: quindi gli X, i Cramps, i Blasters. Se guardiamo bene però nessuno di questi gruppi è incasellabile nel punk per come era vissuto in Europa: perché le loro radici erano profondamente americane. E quindi, anche se si suonava più veloce ed i riff erano più secchi, il rock’n’roll, il country, il blues venivano fuori sempre ed era su quelle radici che veniva costruito il proprio suono.

Lo spiega bene il chitarrista del gruppo, Ward Dotson: “Non avevamo molto in comune con la scena punk, eravamo differenti e Jeff aveva le idee molto chiare su come far evolvere i Gun Club ed è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Jeff infatti non seguiva le orme di nessuno e non scimmiottava nessuno”.

Una prova –  il punto più alto della loro carriera- è proprio “Miami”, uscito nel 1982, dopo “Fire of love” e un rimaneggiamento della formazione da cui esce Kid “Congo” Powers per unirsi ai Cramps, poi rientrare e successivamente suonare per una decina di anni con Nick Cave ed i Bad Seeds.

A produrre l’album c’è un altro chitarrista, quello dei Blondie, Chris Stein e se guardiamo la lista dei brani troviamo più di un indizio su quella che è la strada presa dal gruppo: “Run through the jungle” cover dei Creedence Clearwater Revival, “Fire of love” un classico rock ‘n’ roll portato al successo da Jod Reynolds nel ‘58 e “John Hardy” brano con cui si erano già cimentati sia Johnny Cash che Bob Dylan, tanto per tornare al tema delle radici musicali della band.

In “Miami” ci sono i Gun Club al loro massimo splendore: lirici, sporchi dove serve, capaci di reinventare, di rileggere a modo loro sia il  country che  il blues. Qualche reminiscenza punk la troviamo ancora in “Bad indian” o in  “Devil in the woods”. Mentre “John Hardy” e “Fire of love” sono molto di più di un tributo: dentro c’è un po’ tutto lo spirito, l’epica e il vissuto musicale dei Gun Club. Non si può parlare di “cover”, per come sono state ripensate e suonate diventano due canzoni riconoscibili ma allo stesso tempo anche completamente nuove. Un po’ come succede a “Run through the jungle”: quale gruppo con le origini dei Gun Club avrebbe  mai pensato di confrontarsi con i Creedence? Eppure quello che ne esce fuori è un mezzo miracolo, un piccolo capolavoro, un brano capace di dare un segno ad un intero album e  alla fine, ancora,  una questione di radici.

In “Miami”, una parte non secondaria, infatti la gioca anche  la steel guitar, come la giocano i testi ed i richiami che vanno tutti nella direzione dei miti americani prestati al rock’n’roll: c’è posto infatti  per sciamani,  riti voodoo, pellerossa, paludi, frontiere. Un immaginario che scomoda ancora una volta la cultura popolare ed il blues. Ma Jeffrey Lee Pierce era – a dispetto della sua scontrosità, dei mantelli neri, degli anelli e delle collane indiane e purtroppo della sua autodistruttività – un autentica enciclopedia musicale e in “Miami” si sente.

Negli anni successivi uscirono “Las Vegas story”, 1984, un album solo “Wildweed” che non ebbe fortuna, e poi “Death party” e “Mother Juno”: tutti dischi da riscoprire.

La storia dei Gun Club e del suo leader finiscono nel marzo del 1996: il fisico di Jeffrey Lee Pierce, provato da anni di eroina e di alcool non reggerà  più.

A ricordarlo- ma per moltissimi potrebbe essere una scoperta-  è da poco uscito un documentario dall’azzeccatissimo titolo  di “Elvis from hell”: ci sono alcuni personaggi che hanno avuto a che fare con lui come Iggy Pop, Nick Cave, Debby Harry e un paio di illustri suoi fan come Jim Jarmusch e Jack White dei White Stripes. Un  doveroso tributo ad un gruppo capace di  influenzare moltissime altre band e ad un personaggio che  ha fatto davvero un pezzo di storia del rock a stelle e strisce negli anni Ottanta.

BRUCE · HISEMAN · HECKSTALL SMITH · McLAUGHLIN “Things we like”

BRUCE · HISEMAN · HECKSTALL SMITH · McLAUGHLIN “Things we like”

SUONI RIEMERSI: JACK BRUCE · JON HISEMAN · DICK HECKSTALL SMITH · JOHN McLAUGHLIN “Things we like”

Polydor Records. LP, 1970

di alessandro nobis

L’estate del 1968 fu un’estate intensa per Jon Hiseman e Dick-Heckstall Smith: tra la registrazione di Bare Wires con i Bluesbreakers di John Mayall e l’inizio dell’avventura con i Colosseum trovarono fortunatamente per noi il tempo anche per un session agostana assieme al bassista Jack Bruce che aveva appena concluso l’esperienza “Cream” ed al chitarrista John McLaughlin che allora era parte del quartetto del pianista Gordon Beck assieme a Tony Oxley e Jeff Clyne (“Experiments with Pop” venne pubblicato nel ’68 dalla Major Minor).

A parte la rilettura di “Born to be blue” di Mel Tormè e Robert Wells e di “Sam’s sack” di Milt Jackson, quest’ultima nel medley “Sam Enchanted Dick” che comprende anche “Rill’s Thrills” di Heckstall Smith, il disco contiene composizioni originali di Jack Bruce, in una session nella quale si ascolta raffinato e purissimo jazz nel periodo in cui questo iniziava ad essere contaminato dal rock o più semplicemente elettrificato; a giudicare dalla formazione infatti tutto farebbe pensare ad un’operazione di questo tipo, ma invece il contrabbasso di Bruce (che raramente si sente su altre sue incisioni, quasi volesse smaltire la sbornia di blues elettrico dei Cream) guida lo straordinario quartetto nel quale i due futuri Colosseum più legati al blues britannico ed il fraseggio di McLaughlin regalano uno dei più importanti – naturalmente a mio modesto parere – dischi del jazz europeo, inglese in particolare, in assoluto.

La prima facciata si apre con “Over The Cliff” (eseguito in trio senza la chitarra) con il contrabbasso pizzicato di Bruce, e Heckstall-Smith con i due sassofoni suonati contemporaneamente ci fa capire quanto il suo suono sia ispirato da quello di Roland Kirk, mentre il seguente “Statues” ci presenta un inedito Jack Bruce alle prese con l’archetto – splendido il suo solo – ed altrettanto significativo il break di Hiseman (magico il suo drumming che davvero ha avuto pochi eguali). Un brano che dà un’immagine precisa di questo progetto al quale, nei brani dove è presente, dà ulteriore forza John McLaughlin come nel medley citato in apertura con uno splendido solo che mette in risalto tutta la tecnica e la classe dell’allora ventiseienne chitarrista, tutta evidente anche nella splendida ballad “Born to be Blue” che chiude il lato A.

Jack Bruce ha in quegli anni registrato della grande musica in trio (con batteria e sassofono) come quella con lo stesso Hiseman e John Surman (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/10/27/suoni-riemersi-hiseman-%c2%b7-bruce-%c2%b7-surman-le-session-del-1971-%c2%b7-1978/), un progetto che poi ha un po’ lasciato nel cassetto e che avrebbe avuto invece un grande consenso tra gli appassionati jazz. Peccato.

GOOGLE TRANSLATOR

The summer of 1968 was a busy summer for Jon Hiseman and Dick-Heckstall Smith: between the recording of “Bare Wires” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/12/21/suoni-riemersi-john -mayalls-bluesbreakers-bare-wires /) with John Mayall’s Bluesbreakers and the beginning of the adventure with the Colosseum fortunately found time for us also for an August session together with bassist Jack Bruce who had just finished the experience “Cream” and guitarist John McLaughlin who was then part of the quartet of pianist Gordon Beck along with Tony Oxley and Jeff Clyne (“Experiments with Pop” was released in ’68 by Major Minor).

Apart from the reinterpretation of “Born to be blue” by Mel Tormè and Robert Wells and “Sam’s sack” by Milt Jackson, the latter in the medley “Sam Enchanted Dick” which also includes “Rill’s Thrills” by Heckstall Smith, the album contains original compositions by Jack Bruce, in a session in which refined and pure jazz is heard in the period in which it was beginning to be contaminated by rock or more simply electrified; judging from the line-up, in fact, everything would suggest an operation of this type, but instead Bruce’s double bass (which is rarely heard on his other recordings, almost as if he wanted to soothe Cream’s electric blues hangover) leads the extraordinary quartet in which the two future Colosseums more linked to British blues and McLaughlin’s phrasing offer one of the most important – naturally in my humble opinion – European jazz records, English in particular, ever.

The first side opens with “Over The Cliff” (performed in trio without the guitar) with Bruce’s pizzicato double bass and Heckstall-Smith with the two saxophones played at the same time makes us understand how much his sound is inspired by that of Roland Kirk , while the following “Statues” presents us with an unpublished Jack Bruce struggling with the bow – his solo is splendid – and Hiseman’s break is equally significant (his drumming is magical and has really had few equals). A song that gives a precise image of this project to which, in the songs where it is present, John McLaughlin gives further strength as in the medley mentioned at the beginning with a splendid solo that highlights all the technique and class of the then twenty-six year old guitarist .

In those years Jack Bruce recorded great trio music (with drums and saxophone) such as that with Hiseman himself and John Surman (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/10/27/suoni-riemersi-hiseman- % c2% b7-bruce-% c2% b7-surman-le-session-del-1971-% c2% b7-1978 /), a project that he then left a bit in the drawer and that would have had a great consensus instead among jazz fans.

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

LOVESICK DUO “A Country Music Adventure”

Lovesick Duo ·  AZ Blues Press. CD, Libro + CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo lavoro di Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi segue di poco “All Over Again” e conferma se ne ce fosse ancora la necessità il convincente progetto del duo, affrontare “di petto” i repertori della musica americana dandone una interpretazione personale lontana quindi dalla più semplice operazione calligrafica. Per poter però suonare e quindi registrare musica di questo livello però sono necessari alcuni passaggi che il Lovesick Duo, mi sembra di poter dire, ha brillantemente superato a pieni voti: la conoscenza degli autori, dei loro brani, la capacità di suonare più strumenti, l’abilità di scrivere brani originali che ha ad esempio caratterizzato tutto l’album che ha preceduto questo “A Country Music Adventure“, mentre per questo loro nuova produzione in collaborazione con la sempre attenta AZblues Press hanno fatto la rischiosa scelta di pescare nella storia della musica americana e di renderla personale ed omogenea dal punto di vista sonoro vista la varietà stilistica dei brani scelti.

Si va dal Western Swing Style di Bob Wills (ed i suoi Texas Plaboys”) con lo scoppiettante brano d’apertura “Holy Poly” scritto da Fred Rose nel ’46 a “Hey Good Lovin’” di Hank Williams (cfr. la versione della NGDB per capire il valore di quella dei “nostri”) attraverso spartiti di autori come il fondamentale Jimmie Rodgers che negli anni venti e trenta ha ridisegnato la country music (qui c’è la splendida ballad “Miss the Mississippi and you“) o come Johnny Cash e Merle Travis: del primo una toccante versione acustica di “I Still Miss Someone” e del secondo lo swingante “Divorce me C.O.D.”, una hit del ’46 con in evidenza il duo voce – lap steel.

Mi fermo qui, elencando l’arsenale musicale che i due protagonisti di questo lavoro maneggiano con grande abilità e con il giusto spirito: Francesca Alinovi (contrabbasso, voce e percussioni) e Paolo Roberto Pianezza (chitarre, lap steel, dobro e voce) con Alessandro Cosentino al violino e la batteria di Filippo Lambertucci.

Ascoltate il Lovesick duo, capirete dai primi minuti perchè è così apprezzato nell’ambiente del miglior country d’oltreoceano. “A Country Music Adventure“,  è un compendio “sonoro”, una guida ben realizzata a questo genere musicale disponibile anche in coppia con una graphic novel dove i due sono protagonisti di una storia con la quale accompagnano gli ascoltatori in un viaggio che parte dall’Italia per arrivare a Nashville per far scoprire al pubblico volti e storie dei cantanti più rappresentativi che hanno fatto la storia di questo suono.

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

Relix Records. LP, CS. 1985

di alessandro nobis

Nel 1985 l’etichetta neworkese Relix pubblica questo vinile (disponibile nei colori rosso, giallo o verde) dedicato ad uno dei più significativi gruppi della Bay Area, gli Hot Tuna di Jorma Kaukonen, Jack Casady, Papa John Creach e Sammy Piazza. Le registrazioni risalgono al 1971 e provengono da registrazioni di due trasmissioni radiofoniche della stazione KSAN-FM.

La prima facciata riporta la registrazione di una trasmissione del 30 aprile, tre brani per i quali il quartetto adotta un suono semi-acustico, più rilassato e più adatto all’occasione: si tratta di “Been So Long” scritto da Jorma, di “Search My Heart “, lo standard di Rev. Gary Davis autore tra i più apprezzati da Kaukonen ed il tradizionale “True Religion” (che aprirà lo splendido terzo disco “Burgers” del ’72) cavallo di battaglia degli Hot Tuna che ancora oggi interpretano dal vivo. Magnifica performance, registrazione buona superata però dalla qualità della musica, superba.

La seconda facciata è in realtà una selezione di tre brani estratti dal set del 3 luglio 1971 al Fillmore West (suonarono prima dei Quicksilver Messenger Service) in occasione della sua chiusura, concerto in seguito pubblicato dalla benemerita Keyhole Records nel 2014 in un doppio CD del quale a margine di questo articolo pubblico la scaletta. I tre brani trasmessi sempre dalla stazione KSAN-FM provengono dagli archivi della Bay Area Music e sono alcuni classici del “Tonno Caldo” ossia “Rock Me Baby” (brano registrato per la prima volta nel ’64 da B.B.King), “Want You To Know” della premiata ditta Casady – Kaukonen presente sul secondo disco ufficiale “First Pull Up, Then Pull Down” e la rilettura elettrica del brano di Lightnin’ Hopkins “Come Back Baby“, anche questo presente sull’ellepì citato. Il suono è quello classico dei Tuna “elettrici”, con Casady (uno dei migliori bassisti della storia del rock) e Kaukonen in grandissima forma e con il brillante violino di John Creach, tre Jefferson con il supporto del preciso drumming di Sammy Piazza.

Hot Tuna: meglio la versione acustica, quella semi-acustica o quella elettrica che da qui ad un paio di anni si svilupperà (“Yellow Fever” è del ’75, “Hoppkrov” del ’76, “America’s Choice” del ’75 e parte di “Double Dose” del ’78 sono lì a testimoniare la “terza” scelta)?

Personalmente non ho alcun dubbio e non salomonicamente ma convinto faccio la mia scelta: tutte e tre!

O no?

FILLMORE WEST, 3 LUGLIO 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

English Version (Google Translator)

In 1985 the New York label Relix released this vinyl (available in red, yellow or green) dedicated to one of the most significant bands in the Bay Area, Jorma Kaukonen’s Hot Tuna, Jack Casady, Papa John Creach and Sammy Piazza. The recordings date back to 1971 and come from recordings of two radio broadcasts of the KSAN-FM station.

The first side shows the recording of a broadcast of  April 30, three songs for which the quartet adopts a semi-acoustic sound, more relaxed and more suitable for the occasion: it is “Been So Long” written by Jorma, of “Search My Heart “, the standard of Rev. Gary Davis author among the most appreciated by Kaukonen and the traditional “True Religion” (which will open the splendid third album “Burgers” of ’72) workhorse of Hot Tuna who still today interpret live. Magnificent performance, good recording but surpassed by the quality of the music, superb.

The second side is actually a selection of three songs extracted from the set of July 3, 1971 at the Fillmore West (they played before the Quicksilver Messenger Service) on the occasion of its closure, a concert later released by the well-deserving Keyhole Records in 2014 on a double CD of the which on the sidelines of this article I publish the song list. The three songs also broadcast by the KSAN-FM station come from the Bay Area Music archives and are some classics: “Rock Me Baby” (song recorded for the first time in ’64 by BBKing), “Want You To Know” by the award-winning company Casady – Kaukonen present on the second official album “First Pull Up, Then Pull Down” and the electric rereading of Lightnin ‘Hopkins song “Come Back Baby”, also present on the aforementioned LP. The sound is that of the classic “electric” Tuna, with Casady (one of the best bassists in rock history) and Kaukonen in great shape and with John Creach’s brilliant violin, three Jeffersons with the support of Sammy Piazza’s precise drumming.

Hot Tuna: better the acoustic version, the semi-acoustic one or the electric one that will develop within a couple of years (“Yellow Fever” is from ’75, “Hoppkrov” from ’76, “America’s Choice” from ’75 and part of “Double Dose” of ’78 are there to witness the “third” choice)?

Personally I have no doubts and not solomonically but convinced I make my choice: all three!

Or not?

FILLMORE WEST, 3rd July 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

MARIA MORAMARCO “Stella ariènte”

VISAGE MUSIC. CD, 2021

di alessandro nobis

Questo nuovo e primo lavoro di Maria Moramarco è così intenso, ricco e così intriso della tradizione religiosa della Murgia Barese che il suo ascolto richiede rara attenzione e concentrazione per sviscerare e scoprire ogni parola, ogni nota ed ogni suono che così accuratamente sono stati messi assieme da un gruppo di musicisti appartenenti sia all’ambito della musica tradizionale che della musica antica; tutti al “servizio” della voce di Maria Moramarco, ricercatrice, interprete ed essa stessa informatrice della cultura tradizionale della sua terra che riserva ancora gemme nascoste anche agli occhi più attenti di quanti si occupano di translare il canto e la musica antichi nella modernità.

Maria Moramarco è conosciuta come “la voce degli Uaragnaiun”, ensemble che nel tempo si è confermato come una delle realtà più interessanti nell’ambito della ricerca della musica popolare in circolazione; qui il nome del gruppo non è citato ma tutti i suoi componenti hanno prestato la loro opera come musicisti e come arrangiatori (Luigi Bolognese ha fatto qui un lavoro eccellente) andando ad impreziosire ulteriormente il canto della Moramarco forte, incisivo ed evocativo qui come non mai.

Il racconto della Passione, i pellegrinaggi antichi e la vita dei Santi intercessori presso Dio mutuando la religiosità ufficiale a quella popolare sono i repertori proposti, e ritengo inutile aggiungere parole rispetto a quanto riportato nei due brevi ma chiarificatori saggi della stessa Moramarco e di Pasquale Sardone riportati nel ricco libretto che accompagna il disco, meglio citare piuttosto qualche brano presente nel disco iniziando da “San Jacque de Galizia“, canto sacro estratto dal Capitolo di San Jacopo di Galizia accompagnato dalla viola da gamba dell’argentina Luciana Elizondo – radioso il suo assolo -, dalle delicate percussioni di Francesco Savoretti e dalla chitarra di Quito Gato, un brano citato anche nel Canzoniere Italiano di PierPaolo Pasolini e che testimonia come la Puglia facesse parte dei cammini di pellegrinaggio dal Medioevo.

Il brano eponimo si apre con la cetra corsa di Adolfo La Volpe (arrangiatore con Bolognese) che ci immerge nei caldi suoni mediterranei assieme ai suoni della fisarmonica di Alessandro Pipino ed alle percussioni: una accorata preghiera di una pia donna a Maria affinchè faccia tornare a casa il fratello soldato, un brano dal forte impatto spirituale ed emotivo dove la cetra corsa accompagna il canto e la fisa fa quasi da contraltare al canto. In “Li Ventiquattr’re” l’arrangiamento dà grande e giusto spazio alle nickelarpe di Marco ed Angela Ambrosini ed il ritmo dei tamburi a cornice di Katharina Dustmann segna il ritmo a questo canto, una cronologia “popolare” della Passione di Cristo dall’ultima cena alla risurrezione, uno dei momenti più suggestivi di questo secondo lavoro solista della cantante della Murgia; da ultimo tengo a citare il brano che chiude “Stella ariènte” ovvero “Serenata“, un canto che definirei di “corteggiamento” dalla una chiara ambientazione barocca grazie al clavicembalo di Eva-Maria Rusche ed alle due nickelharpa: una graziosa fanciulla ha fatto innamorare un giovanotto che le chiede una ciocca dei suoi capelli ricci in cambio di un pegno d’amore, un paio di orecchini, tema caro a molta della cultura popolare orale italiana, chissà questa volta come è andata a finire………

Disco splendido, lo definirei uno scrigno che contiene alcune gemme della tradizione dell’area altamurana, pronto per attraversare il tempo futuro.

JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

SUONI RIEMERSI: JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

Decca Records. LP, 1968

di alessandro nobis

Questa reincarnazione dei Bluesbreakers ebbe vita breve dopo la registrazione di questo significativo “Bare Wires” avvenuta nell’aprile del ’68 e prodotto da Mike Vernon e John Mayall: dopo qualche mese, in agosto, Tony Reeves, Dick Heckstall Smith presero armi e bagagli ed assieme a John Hiseman lasciarono Mayall per dedicarsi al nuovo progetto del batterista, la band Colosseum andando registrare il loro primo disco.

John Mayall in quegli anni “svezzò” chitarristi come Peter Green ed Eric Clapton e qui, alla chitarra, c’è un altro strumentista molto influenzato dal blues, Mick Taylor: il repertorio di Bare Wires comprende un’interessante eponima suite che occupa a prima facciata suddivisa in sette movimenti e composta dallo stesso Mayall nella quale emerge sì l’ambientazione blues ma anche le influenze del jazz: l’apporto dei tre futuri Colosseum è ad un attento ascolto rilevante contribuendo al suono dell’ensemble ed anche con interessanti, direi anzi notevoli interventi solisti. Il tenore di H.S. sul finire del blues “Open a new door” chiusa dalla sezione fiati di Heckstall Smith, Henty Lowther e Chris Mercer, lo splendido duetto batteria – armonica (di Mayall) di “Fire” (una personale rilettura del tradizionale americano “Dark is the colour of my true love’s hair”) e lo splendido lavoro di Tony Reeves in ”Look in the Mirror” che chiude la suite con la batteria di Hiseman e il sax di Heckstall Smith (non sentite già il profumo di Colosseum?) sono solo tre momenti della suite, forse una delle composizioni più articolate uscite dalla penna di John Mayall che splende anche per gli arrangiamenti e per la composizione dei Bluesbreaker nei quali oltre alla voce e le tastiere del leader brilla per i sempre indovinati interventi della chitarra del grande Mick Taylor.

La seconda facciata si apre con lo slow blues “I’m a Stranger” con la sezione fiati in evidenza che sostengono la voce e marcano il tempo – notevole il lavoro del drumming di Hiseman – ed infine tengo a citare “She’ Too Young”, un altro blues a firma Mayall con i soli del sax tenore e di batteria.

Bare Wires” è a mio avviso l’ultimo grande disco di John Mayall, “British Blues” ed ha avuto anche il “grande merito” di essere stato la causa del divorzio dai tre futuri Colosseum.

Per completezza segnalo in oltre che nell’antologia “Thru The years” pubblicata nel 1971 che contiene registrazioni dal ’65 all’aprile del ’68 sono presenti altri due brani provenienti dalle session di “Bare Wires”, ovvero “Knockers Step Forward” con Heckstall Smith, Hiseman e Reeves e “Hide and Seek” con i soli Hiseman e Reeves; nella ristampa su CD con 6 inediti son presenti ai due già citati inediti “Jenny”, “Knocker’s Step Forward”, “Start Lookin’” e “Intro – Look at the Girl”.

(Google English)

This reincarnation of the Bluesbreakers was short-lived after the recording of this significant “Bare Wires” in April of ’68 and produced by Mike Vernon and John Mayall: after a few months, in August, Tony Reeves, Dick Heckstall Smith took up their instruments and together with John Hiseman they left Mayall to devote themselves to the new project of the drummer, the Colosseum band, going to record their first album.

John Mayall in those years “weaned” guitarists like Peter Green and Eric Clapton and here, on the guitar, there is another instrumentalist very much influenced by the blues, Mick Taylor: the repertoire of Bare Wires includes an interesting eponymous suite that occupies a prima facade divided into seven movements and composed by Mayall himself in which the blues setting emerges but also the influences of jazz: the contribution of the three future Colosseum is to a careful and relevant listening contributing to the sound of the ensemble and also with interesting, I would say indeed notable solo interventions. The tenor of H.S. at the end of the blues “Open a new door” closed by the wind section of Heckstall Smith, Henty Lowther and Chris Mercer, the splendid drum – harmonica duet (by Mayall) of “Fire” (a personal reinterpretation of the traditional American “Dark is the color of my true love’s hair “) and Tony Reeves’ magnificient work in” Look in the Mirror” which closes the suite with Hiseman’s drums and Heckstall Smith’s sax (don’t you already smell Colosseum?) are just three moments of the suite, perhaps one of the most articulated compositions to come out of John Mayall’s pen which also shines for the arrangements and for the composition of the Bluesbreaker in which in addition to the voice and keyboards of the leader shines for the always guessed interventions of the guitar of the great Mick Taylor.

The second side opens with the slow blues "I'm a Stranger" with the horn section in evidence that support the voice and mark the time - notable the work of Hiseman's drumming - and finally I want to quote "She 'Too Young" , another blues signed by Mayall with the solos of the tenor sax and drums.
In my opinion, "Bare Wires" is John Mayall's latest great album, "British Blues" and also had the "great merit" of being the cause of the divorce from the three future Colosseums.
For the sake of completeness, in addition to the anthology "Thru The years" published in 1971, which contains recordings from '65 to April '68, there are two other songs from the sessions of "Bare Wires", or "Knockers Step Forward" with Heckstall Smith, Hiseman and Reeves and "Hide and Seek" with only Hiseman and Reeves; in the reissue on CD with 6 unreleased tracks, the two previously mentioned unreleased songs "Jenny", "Knocker's Step Forward", "Start Lookin '" and "Intro - Look at the Girl" are present.