FABIO ROSSI “Rory Gallagher”

FABIO ROSSI “Rory Gallagher”

FABIO ROSSI “Rory Gallagher”

CHINASKI EDIZIONI, 2017. Pagg.110, € 14,00

di Alessandro Nobis

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L’unica volta che sono stato a Ballyshannon, un paio di anni fa, mi sono chiesto come poteva essere possibile che da un piccolo centro della Contea di Donegal, nel nord ovest d’Irlanda, fosse emerso un talento così prodigioso come quello di Rory Gallagher (1948 – 1995). Facile la risposta: la madre lo diede alla luce al Rock Hospital e fu battezzato alla Rock Church, ed in seguito la famiglia si trasferì a sud, a Cork. Ma a parte le coincidenze, nel DNA di Rory qualcosa rimase della tradizione irlandese, come si può ascoltare nelle registrazioni effettuate tra il ’74 ed il ’94 e contenute nel bellissimo postumo doppio CD “Wheels within Wheels”: “Bratacha Dubha”, “She moves through the fair”, “Amazing Grace” registrate con alcuni dei colossi del folk angloirlandese come Martin Carthy, Bert Jansch, The Dubliners e l’arpista Maire Ni Cathasaigh.IMG_2682

Rory Gallagher fu senz’altro uno dei chitarristi ed autori più importanti in ambito blues (soprattutto elettrico ma anche acustico) e se molti dei suoi colleghi (un certo Hendrix in primis) lo consideravano e lo considerano ancora il migliore di tutti qualcosa vorrà pur dire; il suono lancinante della sua Stratocaster, la sua abilità con il dobro, il suo cantare sofferto, la sua fertile vena compositiva e la sua grande capacità di reinventare alcuni dei classici del blues d’oltreoceano sono i punti sui quali la sua carriera si è sviluppata, e questo volume scritto da Fabio Rossi – il primo pubblicato in italiano, e c’è voluta tutta la passione di questo autore romano – va a coprire un vuoto dando la possibilità ai più giovani ed ai fans della prima ora di apprezzare ancor più il talento di questa straordinaria figura.

Una dettagliata discografia, i ricordi di colleghi e quelli dei suoi estimatori presenti ai suoi concerti italiani, lo studio delle rassegne stampa dell’epoca ed una scrittura semplice ma efficace unita ad una notevole raccolta di immagini fanno di questo volumetto un prezioso “corollario” all’ascolto delle registrazioni. A proposito, quella domenica pomeriggio del 20 febbraio del ’72 al LEM, una balera ad una decina di chilometri da Verona, al concerto pomeridiano di Gallagher c’ero pure io; quindici anni, trascinato da un amico, andata e ritorno su un trenino “locale”. Mi ricordo pochissimo del concerto, ma devo aver preso senz’altro una bella botta in testa visto che da quel giorno iniziai a seguire le gesta di quel “bluesman bianco con la camicia a quadri”.

 

 

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IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

IL DIAPASON INTERVISTA FEDERICO MOSCONI E ROBERTO GALATI

Da poche settimane è disponibile il nuovo lavoro del compositore – chitarrista Federico Mosconi, “Penombra”. Pubblicato come il precedente “Colonne di Fumo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/14/federico-mosconi-colonne-di-fumo/) dall’etichetta Krysalisound, vede la co-titolarità con Roberto Galati, anche lui chitarrista e “manipolatore di elettronica” (live – electronics lo trovo di difficile traduzione”).

Ho già scritto in occasione della recensione di “Colonne di fumo” come sia arduo descrivere l’intensità e la bellezza di questa musica, e le otto tracce di “Penombra” non fanno che confermare questa mia difficoltà, lo confesso. Musica elettronica, ambient, contemporanea, tutte e tre messe assieme, ognuno troverà la sua personale definizione, ma l’impressione che ne ho ricavato dal suo ascolto è soprattutto la grande fluidità che scorre traccia dopo traccia ed il piacere che se ne ricava dalla sua fruizione; solitamente frequento altri territori musicali, i miei riferimenti “ambient” sono molti anni indietro nel tempo e per questo ho chiesto a Federico Mosconi di chiarire alcuni punti riguardanti questo “Penombra”.

Grazie intanto per la tua gentile disponibilità, Federico. Ti chiedo innanzitutto due parole su Roberto Galati e come nasce questa collaborazione.

Ci siamo conosciuti nel 2014. Avendo pubblicato entrambi per l’etichetta Psychonavigation, e vivendo a Padova e Verona, abbiamo pensato di incontrarci. Gli interessi comuni e soprattutto un medesimo approccio alla musica, pur provenendo da percorsi molto diversi, hanno immediatamente dato avvio ad una sincera amicizia che all’inizio abbiamo semplicemente coltivato. Col tempo abbiamo valutato l’ipotesi di avviare un progetto insieme. L’obiettivo che ci eravamo proposti era di fare dei concerti insieme. L’idea del disco è arrivata dopo, come risultato del lavoro che abbiamo fatto in funzione del concerto che abbiamo tenuto lo scorso aprile al circolo Masada di Milano.

La domanda che mi faccio sempre quando ho l’occasione di ascoltare musica come quella che avete registrato è: quali sono le modalità di composizione e di interazione tra i vostri strumenti, e quanta parte – se ce n’è – è lasciata alla spontaneità esecutiva?

Molta parte del lavoro è lasciata alla spontaneità esecutiva. Durante le prove i brani si creavano da soli e le nostre singole parti si compensavano perfettamente. Nel caso specifico di “Penombra” non c’è stata alcuna preparazione, abbiamo acceso gli strumenti e abbiamo registrato quasi immediatamente. Quello che si ascolta è il risultato della registrazione, senza sovraincisioni. I suoni si combinano e si fondono attraverso un’idea comune.

Roberto: per quanto mi riguarda, utilizzo una chitarra effettata attraverso Ableton live. Mi sono creato una sorta di tavolozza con una decina di effetti con i quali creo le mie parti. Un oggetto che poi non manca mai quando suono è l’e-bow.Federico: filtro la chitarra con vari effetti che rielaboro in tempo reale con Max/MSP.

Qual è l’approccio che avete durante le vostre performance dal vivo?

Poiché la nostra idea era di dare un approccio live al progetto, il concerto è il contesto ideale per la nostra musica. I brani sono nati per essere suonati dal vivo. Partendo da una struttura di base, lasciamo semplicemente fluire la musica esattamente come facciamo durante le prove.

E’ difficile distinguere i ruoli che ognuno di voi gioca durante l’ascolto; forse l’omogeneità del suono, o dei suoni, è uno dei maggiori pregi di queste otto composizioni.

Federico: E’ stato sorprendente verificare sin dalle prime prove, la perfetta sintonia che si era creata spontaneamente. Non abbiamo mai inseguito i brani, la spontaneità credo sia la loro forza. In ogni caso, sarebbe un peccato svelare i ruoli e separare le parti, lasciamo che chi ascolta si faccia trasportare da un unico flusso.

Roberto: Trovo la musica di Federico estremamente interessante e molto vicina alle mie esplorazioni musicali. Abituato a suonare da solo e a lavorare meticolosamente sui singoli suoni, questa esperienza è stata quasi liberatoria. Per me è poi un onore suonare con Federico, un musicista di grande talento oltre che ineccepibile da un punto di vista tecnico.

La Krysalisound ha curato il packaging in modo pregevole, ma con – a parte la scaletta dei brani – nessuna nota a “margine”. Per i più curiosi dove trovare altre informazioni? E, soprattutto, dove trovare il CD?

Federico: Per informazioni su di noi il web è la fonte più ricca; il Cd (fisico e digitale) e informazioni sul progetto si possono trovare direttamente sulla pagina bandcamp di Krysalisound: https://krysalisound.bandcamp.com/album/penombra ed è in vendita a Verona da Dischi Volanti.

Roberto: per quanto riguarda Krysalisound, mi sento in dovere di dire che l’esperienza è assolutamente positiva. Con Francis M. Gri, responsabile dell’etichetta, abbiamo instaurato un rapporto di fiducia e di stima reciproca, oltre che una vera amicizia che desidero coltivare. Significative, per capire la filosofia di Krysalisound, sono le parole che Francis ha pubblicato recentemente sul suo sito: https://krysalisound.com/2017/10/13/percezioni-sonore/

Ne approfittiamo per ringraziarlo per ciò che sta facendo. Francis è spinto da una genuina passione verso la musica. Apprezziamo molto la definizione che ha trovato per descrivere Krysalisound: “Mi piace pensare a KyrsaliSound più che a un’etichetta a un satellite in continua evoluzione, un collegamento tra musicista e ascoltatore che grazie a una rete di connessioni vive e comunica. Un hub per chi ha voglia ancora di respirare musica di qualità, offrendo magari concerti ed eventi musicali.”.

Su quali altri progetti state lavorando al momento?

Roberto: a breve uscirà un nuovo lavoro a mio nome che verrà pubblicato da Databloem. Il disco si intitola “Silence (as a din)”; sono nuove esplorazioni musicali che si aggiungono a quelle passate. C’è poi un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nel 2018. Novità sui miei progetti sono sempre segnalate nel mio sito http://www.galatimusic.com

Federico: durante l’estate ho avuto il piacere di condividere suoni e idee per un lavoro in duo con Francis M. Gri, e sto terminando il mastering del mio prossimo disco, che uscirà sempre per Krysalisound.

Per restare in ambito elettroacustico, recentemente il violoncellista Nicola Baroni mi ha coinvolto in un interessante progetto di incontro e dialogo fra la nostra elettronica e la musica tradizionale africana del Black Afrique Fluxus, formato da 4 musicisti africani, in gran parte basato su improvvisazioni.

Ti ringraziamo moltissimo per averci dato la possibilità di parlare del nostro progetto e di spiegarne la sua nascita.

SUONI RIEMERSI: GRAZIELLA DI PROSPERO “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più”

SUONI RIEMERSI: GRAZIELLA DI PROSPERO “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più”

SUONI RIEMERSI: GRAZIELLA DI PROSPERO “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più”

FONIT CETRA FOLK 46, LP,  1978

di Alessandro Nobis

aeiou-alla-scola-n-ci-voglio-i-piu.jpgPiù di 300 ore di registrazioni sul campo sono il patrimonio culturale che Graziella Di Prospero – con il suo compagno Giorgio Pedrazzi – ha lasciato ai cultori della tradizione popolare ed agli etnomusicologi; materiale raccolto tra il ’72 ed il ’75 nell’area del Basso Lazio dove era nata nell’estate del 1943 (visse fino al 2013) che naturalmente costituisce un fondo importantissimo per quanti poi si sono incaricati di rivitalizzarlo e riproporlo coinvolgendo anche sui palcoscenici – come molti facevano e la Di Prospero non si sottrasse a questa regola – portatori originali conosciuti nel corso delle sue ricerche.

Registrò tre LP per la fondamentale collana FOLK della Fonit Cetra, mai stampati su CD ed oggetto di collezione da parte degli appassionati; questo “A E I O U alla scola ‘n ci voglio ‘i più” pubblicato nel 1978 è il secondo lavoro (numero 46 della collana) che segue “Tengo no bove se chiamo Rosello” (Numero 32) e precede “In mezzo al petto mio ce stà ‘m zerpente” (Numero 72). Graziella Di Prospero in realtà era ben più di una raccoglitrice ed interprete di musica popolare, visto che nella sua vita fu giornalista, sceneggiatrice di cinema e tv e cabarettista; fu impegnata politicamente nelle file del P.C.I. ed una figura importante nella cultura italiana di quegli anni che arrivò allo studio della tradizione popolare approfondendo sempre più i temi a lei più cari come la condizione femminile nell’ambito lavorativo e più in generale, sociale.

In questo disco presenta con la sua voce profonda ed estremamente efficace canti narrativi, canti fanciulleschi e stornelli (villotte si chiamano nell’area veneta e non solo); tra i più significativi due belle versione di canti legati all’emigrazione e patrimonio dell’Italia settentrionale fino al basso Lazio come “Un bel giorno andando in Francia” (due belle interpretazioni sono anche quelle del Nuovo Canzoniere Veronese e di Franco Morone in coppia con Raffaella Luna che testimoniano la presenza di questo canto in altre zone d’Italia) e la diffusissima “Mamma mamma mamma dammi cento lire”, un canto dedicato al Primo Maggio (“Canta More Primo de Maggio”), una versione dell’ancestrale canto alla zampogna “Arbere Sicche” e gli “Stornelli Anticlericali” che chiudono l’ellepì. Con le ci sono Giorgio Battistelli alle percussioni, Francesco Giannattasio all’organetto diatonico, Francesco Splendori alla zampogna e Marzio Zoffoli al flauto e chitarra.

 

 

FRANCESCO VENERUCCI “EARLY AFTERNOON”

FRANCESCO VENERUCCI “EARLY AFTERNOON”

FRANCESCO VENERUCCI “EARLY AFTERNOON”

Dodicilune, ED335, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Questo “Early Afternoon” del pianista Francesco Venerucci è un progetto che prende forma sei anni or sono quando gli fu commissionato in quel di Roma un concerto per piano solo nel quale vennero suonate sue composizioni ispirate dalle connessioni tra letteratura e musica; fu solo il primo passo per una successiva revisione degli spartiti, per la composizione di nuovi e per la preparazione delle sessions di registrazione per le quali venne richiesta la collaborazione del sassofonista americano Dave Liebman, conosciuto ai più per la sua partecipazione al gruppo di Miles Davis “elettrico” dal ’72 al ’74 che fruttò album come “On the Corner”, “Dark Magus” e “Get Up with It”.music-1 E’, questo “Early Afternoon”, il secondo lavoro a nome di Venerucci per la Dodicilune ed anche qui emerge a mio modesto parere la caratteristica del suo pianismo, ovvero l’appartenenza a quella corrente chiamata “Third Stream” nella quale sono evidenti le influenze della musica afroamericana ed in ugual misura quelle della musica europea del Novecento. Senza nulla togliere al prezioso contributo di Liebman in quattro composizioni – efficace, colorato, mai invasivo, quasi assecondante e perfettamente inserito nella musica di Venerucci -, i brani eseguiti in solo danno la migliore immagine della capacità compositiva ed interpretativa del pianista: “Aurora”, “Delitto e castigo”, “La piccola Fiammiferaia” sono i brani che più mi sono piaciuti, ai quali aggiungerei senz’altro il brano eponimo “Early Afternoon” in duo con il sassofonista americano e l’intensa versione di “When you wish upon a star”, composta da Ned Washington ed inserita nella colonna sonora del fantastico Pinocchio disneyano (correva l’anno 1940).

http://www.dodiciluneshop.it

Il disco sarà presentato ufficialmente venerdì 10 novembre (ore 21 – ingresso 10 euro) con un concerto in piano solo introdotto dai giornalisti Luigi Onori e Gerlando Gatto, in uno dei luoghi più prestigiosi per il jazz italiano e non solo ovvero la Casa del Jazz, a Roma.

 

 

 

 

TANGOx3 “Barrio de tango”

TANGOx3 “Barrio de tango”

TANGOx3 “Barrio de tango”

Kilo music, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Se c’è una musica che si possa ascoltare con pari dignità in una prestigiosa sala da concerto, in un auditorium ma anche in un locale dei “barrios” più popolari di Buenos Aires o di una qualsiasi città europea, questa è senza alcun dubbio il tango. FullSizeRender.jpgChe sia suonato per il puro ascolto o contestualizzato al ballo, il tango ti colpisce sempre e comunque per la sua struggente anima, per le melodie ed i ritmi che il suo strumento principe, il bandoneon, sa sprigionare: e questo “Barrio de tango” nuovo lavoro di Leonardo Sapere (violoncello), Giannantonio Mutto (pianoforte) e Luca Degani (bandoneon) in una parola il TANGOx3 nasconde e poi ne rivela nell’ascolto tutto il fascino, grazie anche al repertorio accuratamente scelto – ed altrettanto accuratamente interpretato ed arrangiato –, un’antologia degli autori che lo hanno traghettato attraverso tutto il ventesimo secolo. Naturalmente c’è Astor Piazzolla, ci sono Agustin Bardi e Anibal Troilo, il valzer di Hector Stamponi, c’è la poesia di Jorge Luis Borges musicata da Piazzolla (“Jacinto Chiclana” con la voce di Virginia Viola) ma in primis ci sono l’esperiela bravura, la compattezza del suono, la classe ed il sentimento di questo trio capace di dare nuova linfa a questo immortale repertorio. Ed è tutto oro quello che luccica, perché TANGOx3 non è un “esperimento di laboratorio” (leggi “un gruppo nato esclusivamente per registrare”) ma è un combo capace di emozionare il pubblico, come dicevo in apertura, delle sale da concerto e quello più rumoroso ma non meno attento dei piccoli club. Bellissimo.

http://www.tangox3.eu

 

LORENZ ZADRO “BLUES PILLS”

LORENZ ZADRO “BLUES PILLS”

LORENZ ZADRO – ALEXANDRA BALINT “BLUES PILLS”

AZ BLUES MADE IN ITALY, 2017. Pagg.60, € 20,00

di Alessandro Nobis

Apprezzato chitarrista e soprattutto anima dell’Associazione “AZ – Blues Made In Italy”, Lorenz Zadro ha appena dato alle stampe il suo primo volume, guarda caso dedicato al blues; sono sessanta paginette illustrate efficacemente in bianco e nero da Alexandra Balint – esposte anche alla più recente edizione di Cerea Blues made in Italy – dedicate in primis a quanti si vogliano avvicinare al mondo straordinario e centenario della “musica del diavolo” madre indiscussa di quasi tutta la musica che è sviluppata a partire dagli anni Cinquanta, il rock. Brevi capitoli dedicati ai vari aspetti del blues, non da ultimi quelli riguardanti il suo arrivo ed il suo sviluppo in Italia e la suddivisione nei diversi rami che si sono diversificati dalla radice comune, come il fenomeno del cosiddetto British Blues. Un volumetto come dicevo intelligentemente dedicato ai neofiti che possono – anzi devono – approfittare e gustare delle ventuno tracce contenute nel compact disc allegato, che giustifica il prezzo dell’opera.zadro

Ventuno tracce, ventuno pillole le cui modalità di assunzione sono lasciate al lettore che sicuramente ne apprezzerà la posologia lasciata dal buon Zadro del tutto libera: consiglio una alla sera, una ogni otto ore, o una ogni dodici sempre comunque accompagnata dalla lettura di qualche appropriato paragrafo e da un sorso di vero moonshine, indispensabile e perfetto compagno per una profonda immersione nel blues, quello di Dobie Red & The Company Slaves o del primo Chuck Berry, gli artisti che aprono e chiudono la scaletta del CD.

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

ECM NEW SERIES 2550, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Lui, lemme lemme, quasi di nascosto, ti propone musicisti che non hai mai nemmeno sentito nominare e che quasi sempre, ascoltando la loro musica, ti lasciano a bocca aperta per la bellezza di ciò che stai ascoltando; una bella sensazione, un piacere interiore che ho la fortuna di provare spesso ultimamente; lui è naturalmente è Manfred Eicher – patron dell’ECM – ed i musicisti stavolta sono quattro danesi, il “Danish String Quartet”, che fanno seguire al precedente lavoro per l’ECM, dedicato alle scritture di Thomas Ades, Per Norgard e Hans Abrahamsen questo “Last Leaf”. Un quartetto d’archi quindi, uno dei più prestigiosi in circolazione – con l’aggiunta di un pianoforte e di un harmonium in qualche traccia – che rilegge, reinterpreta e arrangia brani provenienti dalle ricche tradizioni di alcune regioni nordiche come le Isole Shetland, la Svezia, la Danimarca, aree dove la musica popolare è da sempre legata agli strumenti ad arco. Quasi un seguito al magnifico “Wood Works” pubblicato nel ’14 dalla Dacapo Records nel quale venivano affrontato il repertorio popolare nordico.image.php.jpeg

Le arie nate per l’accompagnamento alle danze hanno da secoli ispirato generazioni di compositori “classici” ma nel caso di questo “Last Leaf” il passaggio dalla tradizione è splendidamente diretto, senza mediazione di alcun compositore; è l’approccio che io amo di più, quello che sempre mi fa riflettere e convincere che la metodologia del Danish String Quartet può essere una di quelle più indovinate per traghettare questi repertori nel futuro anche perché qui si trovano anche brani originali di ispirazione popolare. Della tradizione delle Shetland, quella legata al violino di Hardanger o allo stile di Aly Bain, gli appassionati si erano già abbeverati abbondantemente, ma il brano qui proposto “Unst Boat Song”, è una canzone splendidamente resa in versione strumentale, come anche la ballata danese risalente al ‘300 “Dromte mig en drom”. Splendidi “Intermezzo” del violoncellista ed il seguente “Shine you no more” scritto dal violinista Sorensen e la composizione del norvegese Gjermund Haugen, scomparso nel ’76 e specialista del violino di Hardanger.

Disco superlativo, mi espongo classificandolo come una delle migliori produzioni ascoltate dal sottoscritto negli ultimi anni.