WYNTON KELLY TRIO & WES MONTGOMERY “Smokin’ in Seattle”

WYNTON KELLY TRIO & WES MONTGOMERY “Smokin’ in Seattle”

WYNTON KELLY TRIO & WES MONTGOMERY

“Smokin’ in Seattle”

Resonance Records, LP 180 gr, 2017

di Alessandro Nobis

Potessi salire sull’auto di Emmett Lathrop Brown sulla sua Delorean argento, mi farei portare senz’altro al Penthouse di Seattle a metà aprile del 1966. Per nove sere, ad essere preciso, le nove sere nella quali si esibiva il trio del pianista Wynton Kelly con “ospite” Wes Montgomery, il chitarrista che forse più di ogni altro ha influenzato con il suo stile tutti coloro abbiano in seguito scelto di suonare il jazz con questo strumento. La “molto” benemerita Resonance Records in occasione del Record Store Day ha pubblicato (applausi) questa autentica chicca, una selezione di quelle serate, in particolare quelle del 14 e 21 aprile nella quali appunto il trio di Kelly, con Ron McClure al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria apriva i concerti che poi avrebbero visto come ospite il sontuoso Wes Montgomery.

Il titolo parafrasa “Smokin’ at The Half Note” uscito per la Verve nel ‘65 e nel quale il contrabbasso era nelle mani di Paul Chambers (era quella la ritmica del Davis di quegli anni); il sodalizio tra Montgomery ed il trio di Wynton Kelly (più Johnny Griffin al sax) era iniziato nel 1962 con “Full House” e per la carriera del chitarrista sarebbe stato certamente molto importante vista la qualità della musica prodotta. Certo, qui il jazz è ai suoi massimi livelli, la sezione ritmica è assolutamente perfetta, il pianismo di Kelly è delicato e profondo, quando si innesta la chitarra di Montgomery la musica vola altissima e pare davvero di una qualità aliena.

Concerto completamente inedito, registrato in modo professionale come detto a Seattle; dieci brani di cui la metà in quartetto (“Oleo” di Rollins, la splendida “O morro nao tem vez” di Jobim, “What’s new?” di Haggart, e tre originali di Montgomery, “Jingles” e due blues d’alta scuola “Blues in f” e di “West Coast Blues”). Grafica d’altri tempi, con inserto ricco di notizie e foto inedite, vinile da 180 g., insomma avrete capito che questo “Smokin’ in Seattle” è una chicca imperdibile sia per appassionati di jazz ma soprattutto per i più giovani che probabilmente si chiederanno da quale altro pianeta venisse Wes Montgomery, che, oltretutto, non sapeva leggere la musica. Non so se mi spiego.

Magici quegli anni, per il jazz …….. Vorrei restare nel 1966, ma mi tocca tornare. Grazie Doc del passaggio.

 

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MILES DAVIS “The Bootleg Series volume 5: Freedom Jazz Dance”

MILES DAVIS  “The Bootleg Series volume 5: Freedom Jazz Dance”

MILES DAVIS  “The Bootleg Series volume 5: Freedom Jazz Dance”

COLUMBIA LEGACY 3 CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Questo quinto volume della serie “Bootleg” pubblicata dalla Columbia Legacy non deve trarvi in inganno: si tratta non di nuove pubblicazioni ma di materiale già pubblicato nel 1998 dalla benemerita Mosaic Records in uno dei monumentali e succulenti cofanetti in vinile (10 LP in questo caso) – fuori catalogo da tempo – dedicati a Davis, ovvero “The Complete Studio recordings of the Miles Davis Quintet 1965 – June 1968” e contemporaneamente in un Box CD dalla stessa Columbia.190324922390

Detto questo, se non avete alcunchè nella vostra discoteca del dreamteam Carter – Davis – Hancock – Shorter e Williams (nemmeno “Miles Smiles”, per fare un esempio), questo triplo Cd dal prezzo accessibile fa per voi. Tre ore circa di registrazioni, di Alternate Takes, di indicazioni della voce Miles Davis verso i compagni che danno l’idea del work in progress di questo straordinario combo che in meno di quaranta mesi diede alle stampe dischi in studio come quello già citato, “E.S.P.”, “Sorcerer” e “Nefertiti”, oltre a fornire materiale per i seguenti “Miles in the Sky”, “Filles De Kilimanjaro”, “Water Babies” e “Circle in the Round” mentre dal vivo suonava brani del vecchio repertorio.

Come tutti gli appassionati di jazz sanno, siamo di fronte ad uno massimi livelli raggiunti dalla musica afroamericana in assoluto, musica che, come afferma il trombettista inglese Ian Carr nella sua biografia davisiana “servì a definire un’area di astrazione sonora a cui molti musicisti di jazz ancora si riferiscono”.

Per gioco segnalo “Footprints” di Eddie Harris, la shorteriana “Dolores” e “Country Son” dello stesso Davis nella quale la ritmica definisce parti e suono d’assieme.

E’ tutto oro che luccica, grasso che cola, cascata di diamanti, eccetera eccetera………fate un po’ voi.