SUONI RIEMERSI: CANZONIERE DELLA RITTA E DELLA MANCA “Malevento”

SUONI RIEMERSI: CANZONIERE DELLA RITTA E DELLA MANCA “Malevento”

SUONI RIEMERSI: CANZONIERE DELLA RITTA E DELLA MANCA “Malevento”

Robi Droli, ITALIA, 1994

di alessandro nobis

A ventidue anni dalla sua pubblicazione per conto della benemerita Felmay, mi sembra opportuno rispolverare questo lavoro dei beneventani componenti de Il Canzoniere della Ritta e della Manca. “Malevento” regge al suo ascolto tutto il tempo passato – cosa non così comune – e rappresenta certamente uno dei più fulgidi esempi del processo di “ricostruzione” della tradizione musicale del Sannio e dell’Italia Meridionale attraverso la composizione di nuova musica ispirata sì dalla tradizione ma aperta anche a suoni e idiomi musicali più vicini ai nostri giorni; operazione questa riuscita anche ad altri gruppi come i Sancto Ianne che al tempo di questa registrazione mettevano le basi al loro progetto musicale. ritta-mancaFossimo negli anni settanta chiameremmo questa musica con la sibillina definizione di “folk-rock”, ma il parallellismo con quanto succedeva in terra albionica con i Fairport Convention e compagnia bella non è concetto campato in aria ma basato su dati di fatto, ovvero come detto la combinazione di vecchio e nuovo. Lo stupendo brano conclusivo “Jesce sole” (Geppino Laudanna al pianoforte, Enzo Cerulo alla chitarra classica ed lo splendido cantare di Paola Tascione ed un pizzico di elettronica) e l’arrangiamento del tradizionale “Serenata del Gargano” sono a mio avviso i brani che perfettamente inquadrano la cifra stilistica e che meglio identificano l’innovativo progetto del Canzoniere della Ritta e della Manca.

Il disco è disponibile su iTunes. Ascoltatelo, non sembra abbia 22 anni, nient’affatto.

RICHARD SHINDELL “Careless”

RICHARD SHINDELL  “Careless”

RICHARD SHINDELL  “Careless”

CONTINENTAL SONG CITY CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Ho conosciuto Richard Shindell parecchio tempo fa, nel gennaio del ’94 (volete sapere anche il giorno? Il 4) ad un house concert vicin a Verona, in compagnia di un altro bravo autore, Pierce Pettis. Di lui mi era piaciuto parecchio il modo gentile di porsi ad un pubblico che poco comprendeva le sue liriche, la sua pazienza nel cercare di raccontare le sue canzoni e poi di suonarle. E la voce, naturalmente, calda, calibrata alla perfezione ed in equilibro con il suo arpeggiare le corde della chitarra. Insomma, una bella persona per una bella serata, e da allora – ve lo confesso – ho seguito passo passo la sua carriera discografica, ricca di una dozzina di dischi onesti e bellissimi, come ad esempio “Reunion Hill”, “Courier”, “Vuelta” e questo suo recentissimo “Careless”.

Shindell è il classico song writer “East Coast” da folk Club, come il Passim di Cambridge ad esempio, dove spesso si ferma: piccolo ma ospitale e con l’aria che trasuda di storia del cantautorato americano ingiustamente definito “minore” e che ha qui uno dei suoi covi. Registrato in parte a New York ed in parte in Argentina, “Careless” è un lavoro meticoloso con arrangiamenti calibratissimi e molto curati e del resto ascoltando il disco si evince quanta meticolosità e passione Shindell ha messo in questa incisione: l’iniziale blues di “Stray Cow Blues” e lo slow-blues di “Deer on the pathway” o ancora il contrasto generazionale di “All Wide Open”.

Musica sincera, ben suonata che si fa ascoltare ed apprezzare e riflettere su quanto sia ricco il panorama dei songwriter / storyteller a stelle e strisce. Richard Shindell è “sulla piazza” dal 1992. Un po’ di attenzione se la merita no? Che ne dite?

 

http://www.richardshindell.com

 

 

 

 

LA PICCIONAIA. WKPF, 17 – 20 novembre 2016. Parte 3

LA PICCIONAIA. WKPF, 17 – 20 novembre 2016. Parte 3

LA PICCIONAIA. WKPF, 17 – 20 novembre 2016. ARMAGH, Co. Armagh

PARTE 3

di Alessandro Nobis

Venerdì all’insegna delle sessions informali nei pubs in attesa dell’appuntamento del tardo pomeriggio al Charlemont Arms Hotel. Impossible fisicamente assistere a tutte le performance e pertanto ho deciso di selezionare, assistendo alla presentazione del bel CD dell’arpista Laoise Kelly con il piper Tiarnan O’Dionnchinn – del quale mi riservo di parlare nei prossimi post – e a due concerti che considero i più interessanti di questa ventitreesima edizione del festival; il primo del trio bretone di Xavier Boderiou con il chitarrista Jacques Pellen – sempre grande classe e gusto i suoi interventi con la chitarra acustica delicatamente effettata – che ha proposto un repertorio bretone e scozzese rivisitato e composto con un attualissimo gioco di suoni raffinati, ed il gruppo Morvan Massif, proveniente dalla Francia Centrale, con uillean pipes e cornamusa francese al quale si sono aggiunti Caomihim e Niall Vallely: un bellissimo ed intrigante set fatto di danze tradizionali francesi e irlandesi, alcune delle quali composte dall’eccezionale suonatore di concertina Niall Vallely. Gran bel gruppo, da risentire. Nel frattempo si esibivano nelle altre due salette le Friel Sisters, i Connla,, i Cùig ed i Rèalta, il meglio del meglio delle nuove generazioni di musicisti tradizionali irlandesi. Il tutto fino a notte inoltrata, peccato di non avere il dono dell’obiquità………

img_1726Anche il sabato, ultimo giorno nel quale sono stato presente al festival, è come di consueto dedicato ai workshop, alle performance dei giovani, a concerti per i giovanissimi e naturalmente alle sessions: all’ora di pranzo con il trio bretone di Xavier Boderiou alle 3 con i Cuig da “Turners” ed a seguire, al “Victoria Bar” session informale, al “The Hole in the Ground” le scozzesi Friel Sisters ed alle 6, al “Red’s Ned” Cillian Vallely e Tiarnan O’ Duinchinn tra gli altri.

Alla cattedrale di San Patrick alle 8, super concerto per il 50° anniversario dell’Armagh Pipers Club, e quindi spazio alle uillean pipes, nelle mani di musicisti appartenenti a diverse generazioni: dal quella dello strepitoso Paddy Keenan a quella di Kevin Rowsome (nipote di Leo Rowsome) e David Power fin al giovanissimo Peter McKenna,ed è stato interessante vedere come piper residenti all’estero (David Power ad esempio negli USA) abbiamo studiato e raggiunto risultati eccellenti tanto da essere apprezzati e valorizzati anche in Irlanda.

Chiusura ufficiale nei pub ed al Charlemont Arms Hotel, con altra musica tradizionale, una vera scorpacciata direi.

Un formula, quella del WKPF, che ha avuto l’ennesima conferma del suo gradimento da parte del pubblico, ma che paradossalmente costringerà gli organizzatori a cercare nuove locations ad Armagh per ospitare e dare la possibilità al pubblico di partecipare ad un maggior numero di eventi. Pubblico che oltre a provenire da tutta l’Irlanda ha avuto anche quest’anno ospiti dalla vicina Scozia e dalle meno vicine Francia, Spagna ed Italia. Vedremo gli sviluppi.

(fine)

LA PICCIONAIA: WKPF, 17 – 20 novembre 2016. Parte 2.

LA PICCIONAIA: WKPF, 17 – 20 novembre 2016. Parte 2.

LA PICCIONAIA: WKPF, 17 – 20 novembre 2016. ARMAGH, Co. Armagh

PARTE 2

Dopo l’inaugurazione ufficiale al “Primate’s Palace”, austero palazzo vittoriano che da una collina domina il centro di Armagh, il Festival ha avuto il battesimo con quello che molti consideravano come l’appuntamento più ghiotto di questa edizione del wkpf, ovvero il doppio concerto nella Cattedrale di San Patrick, nell’occasione completamente gremita di pubblico.

img_1654Primo a salire sul palco sistemato davanti all’altare maggiore è stato il quintetto bulgaro di Theodosii Spassov che ha sciorinato in un’ora praticamente tutto il repertorio di musiche per danza provenienti dalle varie aree della Bulgaria; un set che ha dimostrato ancora una volta come sia altissimo il livello tecnico dei componenti, cresciuti alla scuola di Philip Koutev. Un livello così alto e perfetto nel rispetto dei ritmi e nel sincronismo, nei dialoghi, nei soli e nel suono d’insieme da lasciare in qualche momento più spazio all’ineccepibile tecnica di esecuzione che alla comunicazione, così importante nella musica popolare di ogni parte del mondo. Ma del resto questa è la cifra stilistica del gruppo guidato dal suonatore di kaval Thodosii Spassov che si evidenzia anche dall’ascolto delle loro incisioni. Comunque bravissimi.

Tutti eravamo lì per il “dream team” creato per quest’unica e quindi imperdibile occasione: Liam Og O’Flynn alle uillean pipes, Paddy Glackin al violino, Neil Martin al violoncello e Michael O’Sùillebhàin al pianoforte, ad Armagh con un progetto che si proponeva di arrangiare alcune delle melodie contenute nelle grandi raccolte che dal 17° secolo hanno fornito materiale preziosissimo alla moltitudine di musicisti tradizionali irlandesi, e non solo. Arrangiamenti convincenti che hanno saputo valorizzare e riportare ai giorni nostri questi repertori (come quello pubblicato da O’Neill nel 1909); il suo degli archi abbinato al pianoforte ed alla cornamusa di O’Flynn è stato molto apprezzato, e quando l’ex piper dei Planxty ha eseguito un set di danze in solitudine è stato ben chiaro quale sia stato il suo ruolo nella storia di questo strumento nel ventesimo secolo.

Alla fine tutti al Red’s Ned per infuocate session innaffiate da fiumi di Guinness con il trio di Andy May. E vi assicuro che questo “dopo concerto” è stato solamente l’aperitivo di quanto ci sarebbe stato riservato nella giornata di venerdì.

(continua)

 

LA PICCIONAIA: WKPF, 17 – 20 novembre 2016. Parte 1.

LA PICCIONAIA: WKPF, 17 – 20 novembre 2016. Parte 1.

LA PICCIONAIA: WKPF, 17 – 20 novembre 2016. ARMAGH, Co. Armagh

PARTE 1

Giunto al ventitreesimo anno, il William Kennedy Piping Festival si conferma come la più interessante kermesse dedicata agli aerofoni a sacco, strumenti indissolubilmente legati alle culture pastorali e presenti ovunque nel vecchio continente, nel NordAfrica e nel Medio Oriente dove le attività agropastorali si sono manifestate sin dal Neolitico. Culture che hanno prodotto molte diversificazioni nella morfologia di questi strumenti, da quelli “con sacco” (le classiche cornamuse anche qui con varianti legate alle modalità di immissione di aria nel sacco) a quelle “senza sacco” ovvero azionate con l’aria contenuta nel cavo orale del suonatore (l’alboka o le launeddas).img_1722

Comunque sia il WKPF prende il nome dall’orologiaio, liutaio e piper William Kennedy di Banbridge (1768 – 1834) che introdusse importanti novità nella costruzione e nella morfologia delle uillean pipes, la cornamusa irlandese; il festival si è tenuto quest’anno dal 17 al 20 di novembre come di consueto nella città di Armagh con l’organizzazione dell’attivissimo Armagh Pipers Club (fondato nel ’66) e diretto dalla famiglia Vallely con l’aiuto di numerosissimi volontari. Se il festival è nato ed ha nel tempo aumentato il prestigio e la considerazione non solo dei pipers ma di tutti gli appassionati della cultura popolare lo si deve alla competenza, credibilità, dedizione e passione che Brian (quotatissimo pittore e lui stesso piper) ed Eithne (violinista e didatta) Vallely hanno da mezzo secolo messo in campo per favorire lo studio e l’insegnamento del ricchissimo patrimonio musicale irlandese.

Tra le numerose locations nelle quali si è tenuto il festival ricordo la sede dell’Armagh Piper Club, la Cattedrale di St. Patrick, il “Primate’s Palace”, l’Hotel Charlemont Arms con le sue tre sale e naturalmente “The Hole in the Wall” ed il “Red’s Ned”, due pub nelle quali sono tenute le session diurne e serali.img_1670

Il pubblico, proveniente naturalmente dalla vicina Irlanda (Rep. of) oltre he dalla Scozia e dal continente  ha risposto con entusiasmo e grande partecipazione al Festival con le due serate alla cattedrale esaurite, ed anche i concerti al Charlemont Arms Hotel hanno avuto un notevolissimo afflusso di pubblico con decine di persone costrette a rimanere fuori dalle sale: va da sé che naturalmente anche i pub(s) hanno segnato un afflusso di appassionati – di musica e di birra –  decisamente notevole.

(continua)

 

ZSOFIA BOROS “Local Objects”

ZSOFIA BOROS “Local Objects”

ZSOFIA BOROS  “Local Objects”

ECM 2498 CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Magiara trapiantata a Vienna, Zsofia Boros è una straordinaria chitarrista di formazione classica aperta all’interpretazione della miglior musica di autori contemporanei, e questo “Local Objects” è la sua seconda pubblicazione per l’ECM di Manfred Eicher che prosegue il percorso intrapreso con “En otra parte” pubblicato nel 2013.

005801923_500Se nel suo disco di esordio per l’ECM aveva proposto Leo Brower, Vicente Amigo e Ralph Towner (tra gli altri), in questo “Local Objects” ha registrato otto scritture di altrettanti autori che oramai sono entrati a pieno titolo nel repertorio di chitarristi come Zsofia Boros; dai più conosciuti come il brasiliano Egberto Gismonti (del quale viene eseguita una evocativa “Celebracao de Nupcias” tratta dal magnifico “Danza Dos Cabecas”), la Milonga dell’argentino Jorge Cardosa o l’introspettiva “Vertigo Shadow” di un inaspettato Al Di Meola fino ai quattro movimenti di “Koyunbaba Op 19” composta dal cesenate Carlo Domenichini ed al brano composto dall’ azero Franghiz Ali-Zadeh.

Una parola mi viene spontanea: “eclettismo”, la capacità di adeguare i stili compositivi alla propria sensibilità, dando una nuova forma alle scritture.

Un disco bellissimo, uno dei fiori all’occhiello dell’etichetta di Eicher e della musica europea che nella discoteca di un chitarrista – al di là della sua formazione musicale – e di un amante della “bellezza pura e cristallina” non può certo mancare.

DUCK BAKER  “Outside”

DUCK BAKER  “Outside”

DUCK BAKER  “Outside”

EMANEM CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Se c’è un chitarrista “fingerpicking” che si discosta da tutti gli altri – per quel che ne so io -, questi è l’americano della Virginia – ma trapiantato in Inghilterra – Duck Baker. Questo per almeno due motivi: il primo è legato alla tipologia di chitarra che usa – corde di nylon piuttosto che quelle di metallo – ed il secondo legato alla sua grande capacità di improvvisare, di smontare e rimontare i brani altrui come nessun altro fingerpicker. scansioneQuesto “Outside”, con in copertina una bellissima foto in bianco e nero di Robin Moyer, raccoglie brani tratti dall’archivio dello stesso Baker, che vanno dal 1977 (Calgary) al 1982 (Torino) passando per Londra (1982). A parte due diverse riletture di “Peace” di Ornette Coleman, una di Davis  e Mitchell “You are my sunshine”, il resto sono tutte composizioni e improvvisazioni, da  quelle all’interno dei brani a quelle più radicali: “Klee” o “Torino” e “London Improvisation” lontane anni luce dal Duck Baker alle prese con il blues, il ragtime, il jazz e l’old time, anche se smontati e rimontati alla sua maniera. Segnalo infine anche i due infuocati brani che chiudono questo lavoro, eseguiti in duo con un altro bravissimo innovatore come il chitarrista del Vermont Eugene Chadbourne (andate ad ascoltare le sue rivisitazioni beatlesiane).

Un disco – al quale spero ne seguiranno altri – che contribuisce ad illuminare più a fondo lo spettro sonoro di questo musicista del quale l’eclettismo e l’originalità mi sembrano le qualità migliori. Naturalmente sorvolando sulla padronanza tecnica sulla quale sono stati scritti fiumi di parole.

 

www.emanemdisc.com

info@emanem.info

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

di alessandro nobis

Anche per il terzo appuntamento di “Storie da raccontare” con Diego Alverà organizzato dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile e appunto dalla Cooperadi Arbizzano, Verona – dove si tengono gli incontri – c’era il tutto esaurito.

Stavolta in scena è andato uno dei capolavori assoluti della musica del Novecento, un pugno di registrazioni che nel ’59 diedero una forte sterzata alla musica afroamericana per un lungo periodo utilizzata come accompagnamento al ballo ed alla quale i primi a dare una “spallata” furono gli eroi del bebop tra i quali appunto c’era un imberbe Miles Davis.

Alverà ha introdotto quella giornata del 2 marzo del ’59 illustrando con la “solita” chiarezza e precisione fatti e antefatti, soprattutto per quanti si fossero raccolti alla Coopera per una serata all’insegna dello storytelling senza sapere di Kind of Blue ma anche per rinfrescare la memoria per quanti abbiano consumato diverse copie in vinile di questo capolavoro davisiano.

Bill Evans disse a proposito di quella giornata: “Miles ha concepito la struttura della musica solo poco prima della sua registrazione, arrivando in studio con dei semplici schemi per indicare al gruppo quel che andava eseguito. Qualcosa di assai vicino alla spontaneità. Nessuno dei brani era stato mai eseguito prima” (cit. da “Miles Davis” di Ian Carr), una conferma del salto evolutivo che Davis volle dare al jazz: più libertà di pensiero e di composizione ai solisti e più improvvisazione che già con i boppers aveva iniziato a farsi largo nell’idioma musicale afroamericano.

Insomma in quelle due sessions Miles Davis con  Wynton Kelly, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e John Contrane scrissero un pezzo di storia della musica incidendo un disco che, come dice il trombettista inglese Ian Carr “è diventato qualcosa di speciale: molta gente ha iniziato ad ascoltare musica da lì, e molta gente ha cominciato a suonare jazz prendendo spunto proprio da questo “Kind of Blue”.

Ultimo appuntamento con “Storie da raccontare”, domenica 18 dicembre con “David Bowie – interno berlinese”, organizzate bravamente dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile. Sempre alle 18:30. Conviene prenotare. Lo consiglio vivamente.

SUONI RIEMERSI: KEVIN BURKE & MICHAEL Ô DOMHNAILL “Promenade”

SUONI RIEMERSI: KEVIN BURKE & MICHAEL Ô DOMHNAILL “Promenade”

SUONI RIEMERSI: KEVIN BURKE & MICHAEL Ô DOMHNAILL “Promenade”

MULLIGAN, Irlanda, 1979 LP. COMPASS CD 200

di Alessandro Nobis

Conclusasi la folgorante esperienza della Bothy Band nel ’79, una delle più influenti formazioni del folk irlandese, il chitarrista Michael O’Domhnaill della Contea di Meath si trasferisce a Portland, nell’Oregon dove con il violinista londinese (ma con genitori della Contea di Sligo) Kevin Burke – anche lui membro della Bothy Band – registra due LP davvero significativi; il primo, questo “Promenade” e “Portland” entrambi apprezzatissimi dalla critica e dal circuito musicale irlandese non solo per il repertori affrontati ma anche per l’apporto strumentale dei due musicisti. 55453Il chitarrista – cresciuto a pane e Graham Renbourn e Jansch – sviluppò inedite accordature e forme di accompagnamento fino ad allora mai utilizzate nella musica irlandese ed il secondo con il suo stile violinistico di Sligo e con gli anni passati assieme a Domhnaill nella Bothy Band, era il partner ideale per questo magnifico disco in duo nel quale danno un contributo Triona O’Domhnaill, Donal Lunny e Declan Sinnott. La lezione di “Lord Franklin” – che narra la vicenda del comandante ex governatore della Tasmania scomparso in uno dei suoi viaggi alla ricerca del Passaggio a Nord Ovest -, le due gighe “The Reverend Brother / Sean Ryan” e il canto “Ar A Ghabhail Go Baile Atha Cliath” che narra la storia di una donna rapita dalle fate sono solamente tre brani di questo disco pubblicato nel ‘79 dall’etichetta indipendente Mulligan che contribuì con la qualità delle registrazioni alla rinascita del folk revival irlandese che si fece apprezzare in tutto il mondo.

Purtroppo Michael O’Domhnaill nel 2006 per una banale caduta in casa morì a solo 54 anni: di lui restano le registrazioni della già citata Bothy Band, degli Skara Brae, dei Relativity (il sodalizio con i fratelli scozzesi John e Phil Cunningham dei Silly Wizard) e la raffinatissima musica dei Nightnoise. Ma questo Promenade ha un fascino ed una potenza evocativa unica.

 

 

 

SHIRLEY COLLINS “Lodestar”

SHIRLEY COLLINS  “Lodestar”

SHIRLEY COLLINS  “Lodestar”

Domino Recording CD, LP, 2016.

di Alessandro Nobis

Ma voi ve la ricordate la giovanissima Shirley Collins del Sussex, girare in lungo ed in largo gli Stati Uniti con il suo fidanzato Alan Lomax nel ’59? E ve lo ricordate “Folk Roots, New Routes” seminale registrazione del ’65 con quel funambolo di Davey Graham che rivoluzionò l’approccio alle ballate tradizionali fino ad allora cantate senza accompagnamento? E “Anthems in Eden” del ‘69, primo concept album di folk con l’Early Music Consort diretto da quel geniaccio di David Munrow? Ed un altro disco fondamentale, “No Roses” del 1971 che diede il via alla saga dell’Albion Band di Ahsley Hutchings?

Ebbene l’ottuas-collinsgenaria Signora Collins, dopo 38 anni – sì, avete letto bene – e guarita da un grave guaio alle corde vocali è tornata con nuove registrazioni, raccolte in questo toccante, sincero e bellissimo “Sestante”, “Lodestar”. Registrato in un cottage della campagna inglese in compagnia di un violino, di una ghironda, di un banjo e di pochissimi altri strumenti acustici suonati da preparatissimi musicisti, “Lodestar” è una raccolta di canti narrativi – o di folk ballads detta all’inglese – suonati e cantati con una raffinatezza ed una dolcezza che raramente avevo di recente ascoltato. E’ come se, davanti ad un caminetto in un nebbioso tardo pomeriggio con un buon bicchiere di recioto e qualche castagna arrosto, un tuo caro familiare ti narrasse storie nate nella notte dei tempi, storie che gli sono state trasmesse da altre persone, “microstorie” reali o fantastiche che ti raccontano la vita delle persone, quelle vere, quelle che hanno vissuto realmente. E quindi “The Rich Irish Lady” ci parla di Pretty Sally e del suo Doctor innamorato, “Cruel Lincoln” è una delle ballate raccolte da Sir Francis Child (la numero 93), la tragica “Washed Ashore” ci parla di una donna sulla riva del mare che si innamora di un marinaio.

Insomma, mettetevi comodi, schiacciate PLAY e vi innamorerete subito di questo “Lobestar”.

Bentornata Shirley Collins! E grazie!