AA.VV. “Chatelier Guitars: Let the Friendship Resound”

AA.VV. “Chatelier Guitars: Let the Friendship Resound”

AA.VV. “Chatelier Guitars: Let the Friendship Resound”

Chatelier Guitars. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Il comune denominatore di questo splendido “Let the friendship resound” è la passione di due fratelli nizzardi – i liutai Philippe e Gerard Chatelier – che nel loro laboratorio sapientemente trasformano sottili tavole di prezioso legno in strumenti ambitissimi dai migliori chitarristi fingerpicking in circolazione. Giovanni Ferro, chitarrista e naturalmente possessore di una “Chatelier”, compositore e mente sempre attiva nella promozione di questo stile chitarristico ha pensato di raccogliere diciassette colleghi che assieme a lui celebrassero i dieci anni di attività della bottega di Nizza e dalla creazione di uno strumento unico che per caratteristiche e dimensioni può essere considerato a metà strada tra una OM (Orchestral Model) e la leggendaria Martin D28. Di queste Chateliers il chitarrista veronese dice: “Le Chatelier hanno subito conquistato il mondo del fingerpicking per la loro responsività, l’ottimo bilanciamento dei registri, la possibilità di ottenere un’action molto bassa senza che le corde sferraglino sulla tastiera. Si può dire che ogni picker di un certo livello se ne è procurata una, diventando per molti la principale arma di battaglia.”

Evidentemente Giovanni Ferro deve avere una forte credibilità nell’ambiente se è riuscito a realizzare questo CD al quale partecipano davvero musicisti ahimè sconosciuti ai più ma invece davvero meritevoli di una platea molto più ampia. Diciotto chitarre ed altrettanti fini esecutori dicevo, diciotto brani per ognuno dei quali viene riportata l’essenza lignea utilizzata per la costruzione; diciassette sono brani originali, ed anche qui vorrei sottolineare lo sforzo compositivo, ed uno, quello che conclude il lavoro, suonato dai due fratelli liutai (banjo “Chatelier” e chitarra) ed ispirato alla musica old-time degli Appalachi. Degli altri musicisti voglio citare Walter Lupi (il suo tocco in “Cristalli d’aria” è inimitabile) e naturalmente Giovanni Ferro (“6/4 di Luna”), Alberto Caltanella (“Six Bars Friends”), Dario Fornara (Farfalla a metà”) e Giulio Redaelli (“Aquiloni”); splendida la breve “Outback Storm” dell’australiano Van Larkins tra i francesi segnalo l’introspettiva “le matin blanc” di Philippe Fouquet e “Une trace de toi” di Jean Luc Thievent.

Ricerca rigorosa della perfezione esecutiva ed un’attenzione particolare alla melodia così da far gustare ed apprezzare a chi ascolta ogni singola nota dei brani; qui vige la regola di suonare poche note ma messe al posto giusto, vietato praticare “ginnastica” tecnicistica.

Ancora complimenti a Giovanni Ferro e naturalmente ai fratelli Chatelier: e un secondo capitolo senza aspettare il ventennale? Cosa ne pensate?

www.chatelierfreres.com

 

 

 

 

 

 

 

 

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

UARAGNIAUN CD, 2018

di Alessandro Nobis

Cillacilla cillacilla lallalà / Vuelte lu passe e vuelta qua”. Spesso viene sottovalutata, anche da parte degli addetti ai lavori, l’importanza quantitativa e qualitativa del repertorio tradizionale dedicato al mondo dell’infanzia come i canti legati al mondo ludico, le filastrocche, i canti cumulativi ed enumerativi, gli scioglilingua. Il loro recupero non è facile, in molte zone è andato disperso e chi è fortunato di vivere in un’area dove questo è giunto fino a noi a dispetto della modernità grazie alla trasmissione orale ed al ricordo spesso lontano degli informatori può goderne studiandolo e fissandolo su “carta” e su “nastro”. C’è chi si occupa dell’aspetto più legato al gioco in senso stretto come fa l’Associazione Giochi Antichi” di Verona con il suo annuale festival Tocatì e c’è chi come Maria Moramarco – ricercatrice e straordinaria cantante ed interprete dell’ensemble della Murgia barese Uaragniaun – che con questo “suo” Cillacilla fissa in modo splendido e definitivo su carta e CD un mondo che non esiste praticamente più ma che fino a qualche lustro fa era così importante per la socializzazione non solo dei giovanissimi.

Maria-Moramarco-presenta-Cillacilla-al-Museo-Civico.jpgLo fa non pubblicando registrazioni sul campo come gli etnografi ed etnomusicologi hanno fatto (fortunatamente) nel passato ma facendo uscire dall’oblio questo repertorio portandolo prepotentemente nel terzo millennio con arrangiamenti – ed interpretazioni – e suoni curatissimi e decisamente convincenti. Maria Moramarco ha chiamato a raccolta gli Uaragniaun ed un nugolo di bravissimi strumentisti tra i quali vogli citare Michele Bolognese (ai plettri), Alessandro Pipino (organetto diatonico) e Adolfo La Volpe (oud) che hanno giocato un ruolo essenziale nella “trasformazione” di questo repertorio: del resto la cura che la Moramarco, con Luigi Bolognese e Sivio Teot hanno da sempre messo nei lavori “di gruppo” è ben nota agli appassionati di cultura tradizionale e di quelle musicale nello specifico, e quindi questo è un documento, un disco importante nella sua concezione e nella sua realizzazione che potrà senz’altro essere apprezzato anche dai “non parlanti” il difficile dialetto della Murgia grazie al prezioso ed accurato libretto allegato.

Disco realizzato in collaborazione con la Regione Puglia, Pugliasounds e Megasound. Da veneto provo solo invidia. Moderata, ma invidia.

DALLA PICCIONAIA: LE NEBBIE DI RUMORS

DALLA PICCIONAIA: LE NEBBIE DI RUMORS

 

DALLA PICCIONAIA: LE NEBBIE DI RUMORS

di Alessandro Nobis

Si è parlato poco in queste ultime settimane, e si continua purtroppo a non farlo, del contenuto del Bando di Concorso per la figura di Direttore Artistico dell’Estate Teatrale Veronese, con imminente scadenza il 31 dicembre e bizzarramente in ruolo dopo o durante i botti di Capodanno, il 1 gennaio. Fortunatamente ne ha parlato con un chiaro e particolareggiato articolo Mario Antonio Marchi del Fatto Quotidiano che ha anche inviato una missiva ai Consiglieri del Consiglio Comunale della Città dell’Amore, lettera leggibile sulla pagina FB dell’autore (https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10217116099950008&id=1094413965).

Modestamente osservo da parte mia che, calendario alla mano, ad essere imminente non è solamente la scadenza per la presentazione delle domande per accedere al concorso, ma anche e soprattutto la stagione 2019 della manifestazione oggetto di queste mie righe. Ritengo e spero converrete con me che per l’allestimento di un cartellone degno della città che lo propone e del luogo che lo ospita (il Teatro Romano) siano necessarie competenza (a grandi dosi), una progettualità, un’equidistanza “super partes” da agenzie teatrali e musicali e naturalmente il tempo necessario per produrre progetti, sedimentarli, pensarli e ripensarli per cercare la difficile formula che accontenti il pubblico da un lato e dall’altro promuova “anche” gli artisti che si muovono nei territori oscuri e nuovi delle avanguardie che etimologicamente sono spesso “avanti” nella concezione delle varie forme d’arte.

Mission “quasi” impossible che richiede tempo se si desidera, ripeto se lo si desidera, allestire un degno cartellone per ciò che riguarda il teatro ed il jazz, che da noi si chiama Verona Jazz (e su questo potrei dilungarmi sulle “scelte” artistiche e sui successi degli ultimi lustri, qualcosa se vi interessa lo troverete qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/19/dalla-piccionaia-verona-jazz-2016/ ed anche qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/07/04/dalla-piccionaia-cross-currents-trio-veronajazz-2018/).

Sì avete letto bene. Teatro e Jazz. Manca qualcosa? Manca “Rumors: illazioni vocali”. Ingenuità? Voluta cancellazione? Dimenticanza? Di tutto un po’?

Leggete il Bando, RUMORS non vi è citato, è sparito, non vi è traccia del Festival pensato e bravamente diretto da Elisabetta Fadini; è vero ci sono altri punti sospetti e poco chiari bene evidenziati dall’articolo di Marchi sopracitato, ma la mancata presenza di “RUMORS” ha fatto molto “noise” tra gli addetti ai lavori e nonostante il silenzio della stampa locale, ho letto solo un pezzo di Ernesto Kieffer su “Il Nazionale”, magari anche qualche frequentatore dei social se ne sarà accorto. Cerchiamo di capire, e spero di non fare errori nella mia interpretazione: il festival è stato già finanziato dal Ministero, addirittura fino al 2020, quindi lo stanziamento è tecnicamente “dedicato” alle serate che con grande passione, fatica e competenza la Fadini ha fin qui allestito e sono convinto continuerà a farlo, pertanto l’Amministrazione Comunale guidata dall’Avvocato Federico Sboarina e l’Assessore alla Cultura l’Avvocato Francesca Briani potrebbero (il mio non è un consiglio naturalmente, se ricoprono quegli incarichi saranno perfettamente in grado di superare questa sorte di impasse) percorrere a mio modesto avviso solamente a questo punto tre strade, anzi quattro. No, cinque:

a) ritirare il bando e riproporlo revisionato inserendo RUMORS, magari non con scadenza 1° aprile 2019.

b) rinunciare al finanziamento (si è mai visto che un Comune restituisce del denaro allo Stato Centrale?)

c) proseguire su questa strada rischiando ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale ed andando incontro ad un possibile ed inopinato blocco dell’Estate Teatrale.

c) allestire in fretta e furia, diciamo a casaccio, una improbabile edizione dell’Estate Teatrale.

d) richiamare in servizio, diciamo con pagamento a gettone, il precedente e primo direttore artistico, ovvero Giampaolo Savorelli,  ora possibile salvatore della patria.

Insomma, non si tratta di criticare l’operato di Elisabetta Fadini (il Bel Paese ha sessanta milioni di sedicenti Commissari della Nazionale pallonara e di altrettanti presunti direttori artistici) e sinceramente penso personalmente nel mio piccolo che la cancellazione di RUMORS non sia dovuta a critiche di tipo artistico (per farle bisogna avere cognizione di causa mentre il festival ha nel tempo acquisito fama internazionale, al contrario ad esempio di VeronaJazz citato invece nel Bando) ma forse piuttosto alla squallida politichetta da quartiere in base alla quale se hai collaborato con politici che hanno fatto parte di giunte dalla diversa linea resti tagliato fuori. Sbaglio? Vorrei.

E’ capitato (posso citare per esperienza personale al LAMS di Diego Peres con Verona Jazz nel 2008), e capiterà ancora, ma credo che stavolta la stralunata idea di questo Bando abbia superato il limite.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

AUTOPRODUZIONE. CD 2017

di Alessandro Nobis

Si pone spesso il problema di come utilizzare i preziosissimi materiali d’archivio della cultura popolare, siano essi in relazione o meno con la tradizione musicale per riuscire nella preziosa missione di farli conoscere al pubblico interessato: trascrivere i testi e le musiche per pubblicarli, stamparne copie anastatiche, studiarli, rivederli, arrangiarli e suonarli in modo vengano apprezzati da un ancora maggiore fetta di pubblico? Alla Biblioteca Centrale di Belfast ad esempio si trova tra gli altri il poderoso archivio raccolto dallo storico ed antiquario, oltre che avvocato, Francis J.Bigger (1826 – 1927) riguardante in gran parte le folk songs e la musica tradizionale irlandese; ecco che quindi nasce l’idea di collaborazione tra il pianista e songwriter di Belfast Duke Special ed il prestigioso trio Ulaid formato da Dònal O’Connor (violino), il piper e flautista John McSherry – tra l’altro bellissimo il suo Seven Suns – (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/09/john-mcsherry-seven-suns/) ed il chitarrista Seán Og Graham. Ne nasce un meraviglioso ritratto dedicato alla storia di Belfast narrato attraverso le folk songs alcune provenienti dall’archivio Bigger, altre originali, registrato dal vivo nel gennaio del 2017; tra gli strumentali “Little Italy”, dedicata al quartiere italiano di Belfast dove trovarono rifugio molti emigranti abbinata a “The Fooded Road To Glenties” ed a “The Half Bap”, set eseguito alla perfezione con grande passione dai quattro musicisti. Tra le folk songs segnalo ”Claudius”, adattamento di una poesia accreditata a Ierne ed appartenente alla raccolta “Literary Remains of the United Irishmen of 1798” che ci racconta della crudeltà di John Claudius Beresford distintosi per la cruda repressione degli oppositori politici nella rivolta del 1798 ed il brano di apertura, “The Poet’s Mission” una rielaborazione di una lirica di Ernest C. Jones (1919 – 1869) contenuta nell’archivio Bigger nella quale l’autore invita alle “armi” poeti e scrittori dell’epoca a giocare il proprio ruolo nella gestione politica dell’epoca quando il voto in Inghilterra ed Irlanda era riservato alle classi più abbienti.

Disco magnifico dove coesistono in perfetto equilibrio conservazione, studio, rielaborazione e riproposta del materiale d’archivio: si chiama “rispetto e amore per la propria terra”.

http://www.ulaidmusic.com

JORDI SAVALL “Bailar Cantando. Codex Trujillo, ca. 1780”

JORDI SAVALL “Bailar Cantando. Codex Trujillo, ca. 1780”

JORDI SAVALL “Bailar Cantando. Codex Trujillo, ca. 1780”

ALIAVOX Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

8435408099271Nel 1778 Baltasar Jaime Martinez Compañón y Bujanda, Vescovo dlla città di Trujillo, diede mandato di raccogliere più materiale possibile sulle tradizioni popolari e festive della regione settentrionale del Perù, allora sotto il dominio della Spagna; il risultato di questa enorme mole di lavoro fu la stampa di nove volumi – ora custoditi in Spagna – che raccontano i ritmi, i passi di danza, gli strumenti, i costumi delle varie “caste” (neri, mulatti, meticci, nativi e spagnoli) illustrati da circa 1400 acquerelli che risultano essere preziosissimi per ricostruire le danze sacre e profane che nelle più disparate occasioni venivano ballate nelle piazze dei villaggi peruviani.

codPeru_8.jpgIn questo suo nuovo “Bailar Cantando” Jordi Savall dirige al solito magnificamente l’Hesperion XX, La Capella Real De Catalunya ed il “Tembembe Ensamble Continuo” presentando un repertorio, una sorta di “World Music” ante litteram dove vicino a strumenti tipici del barocco spagnolo (e la città di Trujillo era a quel tempo il centro di diffusione in America Latina del Barocco Ispanico) ci sono gli strumenti e ritmi delle popolazioni indigene; è un lavoro a mio avviso straordinariamente importante che apre un mondo musicale ai più sconosciuto, quello appunto dell’incontro, molto spesso tragico per i locali, di due civiltà che ancora oggi faticano spesso a trovare un equilibrio di convivenza.

Nei canti il quechua, lo yunga, l’aymara coesistono con il castigliano peruviano e con la metrica del Siglo Do Oro, e così le cachuas, i luichos, le tonadas risaltano in tutta la loro bellezza ed il loro fascino grazie alla perfetta combinazione di viole da gamba, flauti e chitarre con strumenti tipici della tradizione andina come la marimba, i flauti andini, l’arpa e le percussioni, solo per citarne tre.

Disco sorprendente che va alle origini di molta della musica popolare oggi in voga sulla costa pacifica dell’America Latina che ci fa scoprire che qui, nella vecchia Europa, ci sembra culturalmente lontanissimo soprattutto per la sua parte, diciamo così, autoctona.

Libretto allegato da leggere e guardare nella sua parte iconografica con la dovuta attenzione; alla fine, se lo vorrete, l’ascolto di un lavoro dei cileni Inti Illimani sarà nuovamente illuminante …..

 

 

 

 

 

 

 

WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018 Nov., 15th– 18th 2018. Armagh, Co. Armagh, Ireland.

WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018 Nov., 15th– 18th 2018. Armagh, Co. Armagh, Ireland.

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018

November, 15th– 18th 2018. Armagh, Co. Armagh, Irlanda.

by Alessandro Nobis. Translation by Ciarán Ó Maoláin

With the inspired decision to move the main location from the Hotel (excellent for sessions but cramped for evening concerts) to the Market Palace Theatre (able to offer, besides a beautiful and capacious main theatre, other corners for performances), Armagh Pipers Club achieved its goal of organising a wonderful 25th edition of the Festival in the best possible way, despite the loss of expected funding and some inconvenience due to delays in air flights that forced some variation in the program; an edition that will really remain in the memory of those present (very many, even coming from the continent); also because it was celebrated 250 years after the birth of the piper and pipe-maker William Kennedy, originally from Tandragee, a village not far from Armagh, to whom the festival is dedicated.

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IVAN GEORGIEV

Another interesting and admirable choice, this time artistic, was to devote the widest possible space to solo performances of bagpipe players through the organisation of four events entitled “A WORLD OF PIPING” which presented in four different historical places of Armagh the bagpipe in some of its variants, from launeddas to the Bulgarian gaida, from Highland pipes to border pipes, and of course to the “host” bagpipe, the uilleann pipes.
The festival is full of worthy and high-profile events, at different times and in different places and as you can easily imagine it becomes problematic if not impossible to follow them all, especially if you base yourself in Armagh and wish during the day to admire some of the numerous natural attractions that Ulster offers.
So you make choices; personally I participated in the first of the evenings of “A WORLD OF PIPING”, the two evenings at the Market Place Theatre and some sessions in front of “a few” pints in the lovely and historic pubs that animate the festival – and Armagh – in the evening especially at the weekend. The spacious headquarters of Armagh Pipers Club is steeped in all that is Irish tradition: the air you breathe in deeply, the posters on the walls, the photos, the coming and going of young musicians, those very young and those already established, tutors, amateur musicians – everything tells us that this place in Scotch Street is the cultural centre of reference of Armagh and among the most important in the whole of Ireland. The Vallely family, headed by John Brian and Eithne, designed and created [the Club] decades ago and cannot but be proud of its work and of the passion for tradition that they have so brilliantly passed on to their own children and to all those interested, starting from kids of school age.

Turning to the first [World of Piping] event, that of the Thursday evening, just after the launch ceremony at the Primate’s Palace: Tiarnán Ó Duinnchinn did the honours with his set of uilleann pipes followed by Ross Ainslie, from Scotland; Brighde Chaimbeul, of the Hebrides; the Bulgarian Ivan Georgiev and the Galician Anxo Lorenzo brought in dance and slow airs from their areas of origin. Difficult to choose, but the improvisation of Georgiev on his gaida, and Ó Duinnchinn’s intervention, left me breathless; overall two and a half hours of pure tradition, of great passion and virtuosity, which are essential to these solo performances whose purpose is precisely to show their skills without the constraint of supporting other musicians; though it has to be said that Anxo Lorenzo matched the speed and rhythm of Xosè Liz and his bouzouki. As for the other three events, at the Robinson Library, the [First] Presbyterian Church and Armagh County Museum, we must mention for the record the Sardinian Luigi Lai with his launeddas, the Asturian José Manuel Tejedor, Cillian Vallely of Lúnasa, the Scotsman Finlay McDonald and the Greek Georgi Makris (who had already made an appearance at the WKPF launch event alongside the Scottish group Dàimh). I would love to see this formula of solo performances used to let the heterogeneous audiences of the Armagh festival familiarise themselves with the sounds of the Italian pive, baghet and zampogna, and I say that from the heart. That’s all.

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PADDY KEENAN & PADDY GLACKIN.

The two evenings at the Market Place Theatre were the highlight of this 25th edition of the Festival, beyond the profound cultural value of solo performances and the formal and informal sessions in the pubs of Armagh. And in this very rich menu, the icing on the cake was undoubtedly the highly anticipated duo of the piper Paddy Keenan and the fiddler Paddy Glackin, a duo that really represents a portion of the history of the rediscovery of Irish folk music. For this writer, who recalls placing on the turntable that “Paddy & Paddy” disc of 1979 from Tara Records, it was really moving to listen live to this pair of extraordinary researchers and musicians; they said that for several years they had not played together, but the magic was immediately triggered and the audience honoured them as it was bound to with great and long applause. What to say about the rest? That Lúnasa with the uilleann pipes of Cillian Vallely and the flute (and charm) of Kevin Crawford have confirmed their status as the most interesting Irish folk group in recent years? That the octogenarian Luigi Lai amazed those present with the sounds and rhythms of Sardinian music as well as with his circular breathing?

That Georgi Makris and Ivan Georgiev duet, improvising with an obvious pleasure and fun in playing together, which really is the essence of traditional music? Here we would have to write a long time to tell you the emotions of this extraordinary festival and then, without exaggerating, I would point out the beautiful Nordic tradition brought to Armagh by the Swedish duo Dråm (nickelharpa and bagpipes of Anna Rynefors and medieval bagpipes of Erik Ask-Upmark); the Scottish group (with seven CDs to date) Dàimh with the bagpipes of Angus MacKenzie and the voice of Ellen MacDonald; the “Ulaid” project of John McSherry with the fiddler Donal O’Connor and the guitarist Seán Óg Graham, with as a very welcome guest the extraordinary singer and flute player Ríoghnach Connolly; and we can’t overlook the female bagpipe quartet of Síle Freil, Sinéad Lennon, Louise Mulcahy and Mary Mitchell Ingoldsby, or the Gaelic song of the vocal quartet accompanying Ross Martin’s guitar (I think they were Maeve McKinnon, Joy Dunlop, Síle Denvir and Ellen MacDonald)? Certainly we cannot forget them, as we will not forget the opening and closing of the festival, the “seven samurai of pipes” that welcomed us to the two evenings at the theatre and the supergroup that closed it, Lúnasa with “guests” the likes of Paddy Keenan, Niall Valley, John McSherry and Donal O’Connor, who played the “Kesh Jig”, one of the workhorses of the historic Bothy Band; I want to think as an affectionate tribute to Liam O’Flynn, Mícheál Ó Súilleabháin and Alec Finn, and also Mícheál Ó Domhnaill (of the Bothy Band, who left us years ago but was never forgotten): four heroes of Irish folk music who left us too soon.

A great edition of the Festival, my suitcase is already packed for the 26th edition. And yours?

 

 

 

EMANUELE SARTORIS  “I Nuovi Studi”

EMANUELE SARTORIS                                       “I Nuovi Studi”

EMANUELE SARTORIS “I Nuovi Studi”

DODICILUNE RECORDS, CD Ed415, 2018. Distribuzione IRD.

di Alessandro Nobis

Il termine “Third Stream” in ambito jazzistico racconta di una musica che contiene elementi “classici europei” vicino ad elementi “afroamericani” e lo strumento che meglio può rappresentare questo linguaggio è senz’altro il pianoforte, per la sua estensione e per il fatto che chi lo suona ha molto probabilmente fatto studi classici. Avevo già parlato di questa “terza corrente” in occasione della pubblicazione del pianista Ran Blake ed ora, al di qua dell’oceano, mi trovo a provare di descrivere questo bel lavoro dell’eccellente pianista Emanuele Sartoris, pubblicato dalla Dodicilune. Ho citato l’oceano non a caso ma pensando che mentre i jazzisti come Ran Blake hanno come riferimento la storia della musica afroamericana, quelli europei percorrono la strada avendo alle spalle una storia e cultura musicale completamente diversa.

music-4.jpegQuindi il risultato non può che essere diverso a parità di obiettivo e di concetto e l’ascolto del disco mette in risalto oltre alla bravura ed al tocco del pianista anche il coraggio di un musicista che con gran perizia, rispetto e sensibilità riesce a rendere omogeneo un repertorio che pone “a tu per tu” le sue composizioni con quelle di “mostri sacri” come Frederic Chopin (Studio Opus 25 Nr. 2), Alexander Skryabin (Studio Opus 8 Nr. 2), Bill Evans e Franz Liszt (I preludio, studi trascendentali), i fari che guidano ed illuminano il pensiero musicale di Sartoris; del resto, mi sembra di poter dire che l’interpretazione dell’evansiana “Comrade Conrad”, una delle ultime scritture registrate in vita dal pianista americano sembra quasi chiudere il cerchio unendo alla perfezione i linguaggi delle classiche europea ed afromericana lasciando al suo interno l’artista che la suona, anzi che la fa sua. Disco intenso, importante, una musica alla continua ricerca della perfezione e di un qualcosa che vada oltre i canoni dei linguaggi che ho citato anche in apertura, e la scelta della parola “Studi” va in questa direzione: musica che non stanca mai, che raccoglie un’eredità secolare e che nella rielaborazione personale si (e ci) proietta in avanti.

http://www.dodicilune.it