ENRIKE SOLINIS  “JUAN SEBASTIAN ELKANO”

ENRIKE SOLINIS  “JUAN SEBASTIAN ELKANO”

ENRIKE SOLINIS & Euskal Barrokensemble “JUAN SEBASTIAN ELKANO”

ALIAVOX / Diversa Records AV9933. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Nel suo precedente “El Amor Brujo” il chitarrista basco Enrike Solinis ed il suo magnifico “Euskal Barrokeesemble” ci aveva fatto viaggiare nel tempo con un inaspettato quanto interessante abbinamento di musiche scritte da Domenico Scarlatti, da Joaquin Rodrigo e Manuel De Falla  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/20/enrike-solinis-euskal-barrokensemble-el-amor-brujo/)mentre in questo accuratissimo lavoro che comprende anche un dettagliato saggio con illustrazioni di circa quaranta pagine in sette lingue ci fa conoscere le imprese marinaresche di Juan Sebastian Elkano (1486 – 1526), navigatore basco che per primo riuscì a completare la circumnavigazione del globo; nostromo della Conception, uno dei vascelli che facevano parte della spedizione di Ferdinando Magellano si trovò a sostituire il capo spedizione dopo la sua morte avvenuta nell’aprile del 1521, portando a termine l’anno seguente il viaggio che l’esploratore portoghese aveva iniziato nel 1519. Come Magellano, Elkano con altri marinai perse la vita per malnutrizione nelle acque delle Molucche durante la spedizione del 1525 alla quale sopravvissero in pochissimo: una delle tante storie di marineria di quei tempi a molti poco conosciuta.

Di Enrike Solinis avevo scritto anche di “Colores del Sur” del 2013 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/03/enrike-solinis/)e questo doppio disco non fa che confermare la classe di questo musicista, non tanto come specialista della chitarra barocca ma anche e qui soprattutto come storico, ricercatore ed arrangiatoreconsiderate la cura e la prassi esecutiva del repertorio di questa straordinario lavoro, un omaggio certamente ad Elkano ma anche alla gente basca, alla sua identità ed alla loro millenaria capacità di solcare i mari per necessità (pesca o emigrazione) o per semplice amore verso le “acque grandi”.

Non a caso il sottotitolo è “Canzoni e danze dell’epoca d’oro della navigazione basca” e questo è quello che ascoltiamo: dal XII secolo al XVII con la diaspora basca è un continuo susseguirsi di musica tradizione di Euskadi, di arie delle Molucche (“Lagu Togal”) e quelle nordafricane (il “Bashraf Jahargah” del XVI secolo) ad altre provenienti da fondamentali raccolte come il Fandango dal Santiago de Murcia o “El Gineo” dai Manoscritti di Cortabarria del secolo XVII.

Importanti ed essenziali i “recitativi” che inquadrano nel miglior modo i brani musicali che vanno ad anticipare.

Forse il miglior lavoro che ho ascoltato dedicato alla millenaria cultura basca, passata e presente.

 

 

 

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC  “God”

Virgin Records. doppio 12 pollici, 1981

di cristiano bordin

In principio era il Pop Group. Due album essenziali per capire i percorsi e le potenzialità del post punk, “Y” e “For how much longer do we tolerate mass murder” per un percorso brevissimo  che terminò nel 1980 riprendendo  poi solo con la reunion di 35 anni dopo.

Nel 1980, con la fine del Pop Group, inizia una specie di diaspora dei musicisti che ne facevano parte.

imagesMark Stewart fonda i Maffia e prosegue lavorando   sul versante dub/industrial collaborando con diverse etichette, la On U Sound tra le altre, e con moltissimi musicisti.

Simon Underwood, bassista del Pop Group, forma invece i Pigbag e si spinge sul lato più funky della band originaria. Gareth Sager, chitarrista ma anche sassofonista, e Bruce Smith, batterista, mettono insieme a questi altri suoni  spaziando un po’ ovunque  e raccolgono altri musicisti: il pianista Mark Springer e una cantante poco più che sedicenne e allora sconosciuta, la  figlioccia di Don Cherry, Neneh Cherry.

Parte così l’avventura dei Rip Rig & Panic.

L’esordio è un anno dopo la fine del Pop Group, il 1981 con un album chi si intitola “God”.

Un album strano per la scelta del formato, un doppio 12 pollici che gira a 33. Quattro facciate  identificate con altrettanti colori: rosso, giallo, verde e blu. Sono passati 38 anni da questo esordio ma “God” è un album che ha ancora parecchie cose  da dire, un album che ad ogni ascolto sarà sempre capace di rivelare  qualche particolare nuovo. Insomma un album che non invecchierà mai. Riascoltandolo, o continuando ad ascoltarlo nel tempo, stupiscono due cose: l’autorevolezza, la sicurezza, la grande tecnica dei musicisti, tra l’altro giovani, e l’originalità del progetto. Avventurarsi su queste strade è rischioso ma chi suona ha metabolizzato l’esperienza del Pop Group e vuole continuare su quel percorso aggiungendo influenze, suggestioni e richiami.

Nel 1981 “God” era un disco davvero molto avanti rispetto a quei tempi: esplorava percorsi apparentemente  quasi contraddittori, metteva insieme suoni molto diversi ma che alla fine risultavano coerenti e assolutamente comprensibili anche se il percorso tanto facile non era. Ma la musica di “God” per quanto eclettica riusciva a stupire e a comunicare sia con chi allora ascoltava post punk sia con chi ascoltava jazz- e dal jazz prendono infatti  il nome rifacendosi ad un brano di Roland Kirk- sia con chi ascoltava black music.

L’esordio dei Rip Rig & Panic è il classico disco a cui dare un’etichetta è un’operazione oltre che sbagliata, sostanzialmente inutile. Chitarra, piano e sax con una padronanza e una fantasia incredibile, esplorano sentieri che partono dal funk per arrivare al jazz arrampicandosi in fraseggi free con un attitudine in certi punti ruvida e tribale, “Knee deep in shit” ad esempio,  in altri, “Howl caged bird”  quasi funanbolica. Ma non mancano momenti di compostezza e di rigore  jazzistico se pensiamo al piano di Springer in “Blue bird third” o in “Change your life“. Come non mancano i richiami alla musica africana ed atmosfere che addirittura anticipano l’hip hop . La voce di Neneh Cherry, quando compare, poi è una sorpresa.

La storia della band proseguirà con altri due album, “I am a cold”, in cui suona anche  Don Cherry,  e il conclusivo “Attitude” che esce nel 1983. “God”, senza togliere nulla agli due di altissimo livello entrambi, è l’album di esordio che quindi ha quel pizzico di incoscienza e di potenza in più. E che quasi 40 anni dopo resta un capolavoro.

MAFFEI – LAPROVITERA – VERGERIO. “San Martino 1859”

MAFFEI – LAPROVITERA – VERGERIO. “San Martino 1859”

MAFFEI – LAPROVITERA – VERGERIO. “San Martino 1859”

Edizioni Segni D’Autore, pagg. 128 a colori, 21×30 cm. 2019, € 19,90

di Alessandro Nobis

Dalle mie parti gli anziani narrano che i terreni morenici a sud del Lago di Garda su entrambe le sponde del fiume Mincio diano vini dalle proprietà organolettiche così particolari perché nel suolo siano rimaste le anime e qualcosa d’altro dei diecimila soldati caduti nelle furibonde battaglie della metà del secolo diciannovesimo, quelle che sono considerate dagli storici come le “Guerre d’Indipendenza”. Sulla destra idrografica del Mincio, nella zona di Custoza, vennero combattute due sanguinose battaglie negli anni 1848 e 1866 mentre sulla sinistra il 24 giugno del 1859 si confrontarono 230.000 soldati nelle zone di Solferino e di San Martino “Della Battaglia”. Emilio Maffei (soggetto), lo sceneggiatore Andrea Laprovitera (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/11/09/andrea-laprovitera-carlos-barocelli-betty-zane/) e Luca Vergerio (illustrazioni) in questo nuovo volume delle Edizioni “Segni D’autore” ci regalano una Microstoria – quella del Capitano Sabaudo Carlo Santamaria e dei suoi uomini – che si sviluppa nella Storia, ovvero nelle terribili ore della Battaglia di San Martino che costò la vita a quasi ottomila militari ed anche a parecchi civili, uccisioni che ora si chiamano “effetti collaterali”; una autentica strage che convinse l’imprenditore svizzero Jean Henry Durant a formare un gruppo di volontari che aiutasse i feriti nelle battaglie, gruppo che successivamente diventò la Croce Rossa Internazionale.

SAN-MARTINO-1859L’impostazione di questo splendido volume, ovvero la lettura della Storia Risorgimentale attraverso le Storie personali, è a mio avviso vincente e rappresenta quello che nel mondo della scuola dovrebbe affiancare i libri di testo  “ufficiali” che nel caso anche del Risorgimento si fermano troppo spesso su nomi, date, vittorie e sconfitte, pur importanti. Qui la sceneggiatura di Laprovitera su soggetto di Emilio Maffei è ancora una volta efficace ed è superbamente resa viva dagli acquerelli di Vergerio (che aveva già realizzato le tavole per “Baracca ed il Barone”) precisi e puntuali come nelle migliori graphic novel anche nella ricostruzione delle divise, e le ambientazioni interne ed esterne riflettono il paesaggio del basso Garda e le contrade e le fattorie che lì si trovano ancora oggi ed ospitano aziende vinicole.

Volume da consigliare agli appassionati della nostra storia e soprattutto a chi la deve insegnare ai bambini e ragazzi più giovani. Tra loro magari si nasconde qualche futuro disegnatore o sceneggiatore.

www.segnidautore.it

 

 

 

 

 

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

Southern Summer Records. CD, 1977, 2019

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1976 dalla Kicking Mule Records, “When you wore a tulip” era il secondo significativo lavoro del chitarrista americano Duck Baker e conteneva tracce registrate durante il ’74 e ’75 (dalle session del primo album “There’s Something For Everyone in America”), oltre ad altre risalenti all’aprile del ’76; ora su iniziativa dello stesso Baker viene ristampato meritoriamente con l’aggiunta di cinque “bonus tracks” provenienti dalla registrazione di un concerto parigino sempre del 1976. “All’epoca dei fatti” Baker era già considerato uno dei più autorevoli ed originali interpreti dello stile fingerpicking, stile allora molto ancorato sulla riproposizione del folk anglo-scoto-irlandese, sia per il sua visione piuttosto legata all’improvvisazione, per lo stile applicato alla chitarra con corde di nylon ed infine per il repertorio che spazia dalle tradizioni musicali americane di origine europea al jazz.Interpretazione, arrangiamento, composizione e improvvisazione sono sempre stati quindi i punti cardinali della carriera del chitarrista della Virginia, e già a metà degli anni settanta era leggibile il suo progetto che tuttora porta avanti, da solo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/) o con piccoli combo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/).

DUCK_BAKER_WHEN+YOU+WORE+A+TULIP-590251.jpgQui troviamo brani che fanno parte del suo repertorio da sempre come “Back Home Again in Indiana” scritto da James F. Hanley & Ballard MacDonald o “Huneysuckle Rose” di Fats Waller vicino a sue composizioni come “Plymouth Rock” e “Rapid Transit Blues” ed a splendidi arrangiamenti di fiddle tunes come “Angeline the Baker” e “The Boys of Blue Hill”.

La chicca qui è la sequenza dei cinque inediti registrati a Parigi dei quali vanno citati almeno “Maple Leaf Rag” (Scott Joplin) e “Chicken Ain’t nothing’ but a bird” (letteralmente “le galline non sono altro che uccelli”) di Emmet Wallace, due straordinari arrangiamenti per chitarra acustica.

Mi domando, quando ascolto Duck Baker, come mai un musicista dei questo livello non faccia parte dei cartelloni dei festival jazz italiani “più autorevoli”.

 

 

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, decima parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, decima parte)

TERREMOTO 1891 (decima parte)

ARENA, 10 – 11 GIUGNO 1891

IL TERREMOTO DEL 7 – PARTICOLARI

Le notizie che ci giungono da Tregnago, da Badia Calavena e dalla vallata colpita sono sempre più sconfortanti.

Ad ogni ora, si può dire, si fa manifesta l’urgenza di abbattere qualche casa, e i meschini proprietari stessi, collo schianto nell’anima, debbono procedere all’atterramento aiutati dai soldati.

I feriti migliorano, ma si rende sempre più indispensabile il provvedere presto al ricovero dei moltissimi che rimangono senza tetto.

*

Il Regio Prefetto conte Sormani Moretti è sui luoghi da ieri e vi si trattiene anche oggi, ospitato dall’ing. Cracco.

Vi sono pure l’ing, Rava del Genio Civile e l’aiutante ingegnere Giacometti i quali attendono a constatare i danni e a stabilire l’abitabilità delle case.

*

Tregnago 9 giugno.

Da Tregnago, un Comitato lodevolmente costituitosi, ci scrive:

Il Comitato di soccorso formatosi a Tregnago in seguito al terremoto del giorno 7 corr., in vista della eccezionale gravità del disastro, fa appello ai giornali più diffusi perché vogliano aprire le loro colonne ad una pubblica sottoscrizione.

Le vittime sono poche ma enormi i danni materiali.

Da relazioni di Commissione Tecniche, che visitarono i luoghi maggiormente colpiti, risulta che nel Distretto di Tregnago i danni superano i due milioni.

Nei Comuni di Tregnago, Badia, Vestena, Velo ecc. tutta la popolazione, in preda al terrore, bivacca all’aperto.

Le scosse frattanto continuano, e sebbene deboli, valgono ad allargare i crepacci.

Per la maggior parte di questi terrazzani la cui proprietà si riduce alla casetta d’abitazione, il triste fatto è una sventura certo irreparabile.

Conforta frattanto la simpatia che dagli uomini di cuore viene dimostrata. Gli onor. Miniscalchi e Poggi. Venuti qui ieri espressamente da Roma, promisero il loro appoggio presso il governo, ed elargirono del proprio L. 1000. Altre offerte cominciarono a giungere.

I danneggiati confidano che il loro grido di soccorso  troverà un’eco generosa in tutti coloro che non sono sordi alla voce della sventura.

Il Comitato

Cavaggioni Sindaco – Doria notaio presidente della Congregazione di Carità – Cracco deputato provinciale – Prof. Ferrari – Avv. Franchini – Avv. Valle – Pieropan – Lavagnoli – Don Cavallini parroco – Battisti

*

Noi da tre giorni abbiamo aperto la sottoscrizione a cui ci si invita nella lettera suesposta, e confidiamo che i nostri lettori, che tutti i buoni, vorranno inviarci l’obolo loro a pro’ degli sventurati colpiti dal terremoto.

*Ieri gl’ingegneri Carameli e De Sisti, della Finanza, si recarono, ufficiamente, a Tregnago e Badia per verificare lo stato delle cose onde studiare e riferire per la sospensione o l’abbonamento della tassa sui fabbricati.

*Tregnago 13 giugno 1891.

Alle ore 8.13, 9.5 e 11 pom. Di ieri scosse ondulatorie marcate da tutti gli istrumenti,

0.11 ant. 1.10 ant. Sino alle 1,47 ant. D’oggi leggere scosse sussultorie quasi senza interruzione.

Calma sino alle ore 8.50 ant. Ora in cui il movimento ripiglia; scaricandosi a terra a brevi intervalli anche il sismografo Brassart.

Per il Prof

Agostino Cav. Goiranl

I’assistente

 

VENIAMO IN SOCCORSO di Tregnago e di Badia.

E’ inutile orma ogni fervorino per incitare il pubblico a venire in soccorso dei colpiti dal terremoto del sette.

I paesi di Badia Calavena e di Tregnago si possono dire per tre quarti distrutti: la popolazione attende l’obolo dei generosi.

 

Lista di ieri L. 214
   
Offerte di oggi:  
Fratelli Massalongo L. 50
Avv. Agostino Renzi – Tessari L. 50
Ditta Gaetano Franchini L. 25
Rosa Zanetti – Camozzini L. 20
Koller Albrizzi nob. Catterina L. 10
Coniugi Barbarich L. 10
Colombari Pietro L. 10
Cav. Prof. Francesco Trevisan L. 5
Antonio Fabrici L. 5
Maestro Lizzi L. 5
Mombello Gio. Batta L. 4
Luigi Capobianco (Caffè Dante) L. 30
Ing. Vincenzo Balconi L. 5
Angelo Dall’Oca Bianca L. 5
Dott. Arturo Carraroli L. 5
Conte Gaetano Brognoligo L. 50
Cav. Giuseppe Ipsevich L. 20
Forti Arrigo L. 100
Prof. Augusto Tebaldi (Padova) L. 10
Notajo Ugo Massaroli L. 5
Avesani Giovanni L. 10
Notajo Italo Donatelli L. 5
Notajo Burzio L. 5
Paolo Bellante L. 5
A. R. L. 10
Comm. Antonio Guglielmi (deputato al Parlamento) L. 25
Totale L 718

 

1^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/30/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-prima-parte/)

2^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/20/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-seconda-parte/)

3^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/29/terremoto-1891-quotidiano-arena-terza-parte/)

4^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/05/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-quarta-parte/)

5^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/25/terremoto-1891-quotidiano-arena-quinta-parte/)

6^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/11/10/terremoto-1891-quotidiano-arena-sesta-parte/)

7^ PARTE:  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/11/24/terremoto-1891-quotidiano-arena-settima-parte/)

8^ PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/02/terremoto-1891-quotidiano-arena-ottava-parte/)

 

9^ PARTE:: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/08/5089/)

 

 

 

TIME LAPSE  “The Taste of a 2nd Life”

TIME LAPSE  “The Taste of a 2nd Life”

TIME LAPSE  “The Taste of a 2nd Life”

Dasè SoundLab Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Dico subito che questo “The Taste of a 2nd life” non poteva che iniziare con “The beginning”, brano dal ritmo serrato che inquadra subito dopo pochissimo la bontà di questo lavoro del sassofonista Gabriele Buonasorte finalmente alle prese con un progetto tutto suo, lontano dal suo essere un sessionman piuttosto apprezzato. Album introspettivo ed anche fortemente autobiografico con un suono davvero interessante che in certi suoi quadri ricorda certo jazz elettro-acustico degli anni settanta ed ottanta, otto spartiti originali arrangiati con suoni molto interessanti ed un classico quartetto, “Time Lapse” formato oltre che da Buonasorte, dal pianista – tastierista Greg Burk, dal bassista Gabriele Lazzarotti e dal batterista John B. Arnold.

Press kit - Gabriele Buonasorte--Time Lapse - The Taste of a 2nd Life - CoverAlbum così autobiografico da poter essere considerato un concept centrato sulle vicende personali del suo autore che dalla composizione dei brani e dalla loro realizzazione sonora ha trovato il modo di esorcizzare il suo dolore personale, fisico e quindi anche mentale.

Il suono della batteria di Arnold è in grande evidenza in tutto il lavoro, ad essa spesso viene affidato il compito di aprire i brani, sempre efficace l’apporto del fraseggio di Burk, il basso è sempre preciso ed i sassofoni di Buonasorte sono a volte lirici a volte più irruenti ma sempre giocao un ruolo nella costruzione dei brani. “Slow awakening” ad esempio, introdotta da pianoforte e batteria e con il soprano che legge il tema è con il brano iniziale quello che più mi ha colpito per la sua liricità ed il suo carattere introspettivo; brillanti anche “The Magician” aperto dalla sezione ritmica e condotto dal piano elettrico con un bel solo di sassofono mi ricorda davvero – come detto – episodi jazzistici lontani nel tempo, bellissima la melodia evocativa dedicata alla seconda figlia, “Welcome Federica”, con un bel solo di basso elettrico e soprattutto con il sax lungamente protagonista del brano che evidenzia la tecnica e l’anima musicale del sassofonista.

Direi in conclusione musica piuttosto interessante, mainstream di gran classe per un quartetto che merita senz’altro un posto nelle programmazioni dei grandi festival jazz italiani, e non solo.

 

 

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

Mint Records. Lp, 1980

di alessandro nobis

Era un po’ che avevo in cantiere la recensione di questo straordinario disco d’esordio di Arty McGlynn datato 1980 e ristampato in CD nel 1994; ora però che giusto ieri (17 dicembre 2019) abbiamo saputo della sua inopinata dipartita – lascia la moglie Nollaig e cinque figli – , diventa assolutamente doveroso parlare di questa autentica perla di musica tradizionale arrangiata ed eseguita esclusivamente con una chitarra acustica; perla preziosissima pari solamente a mio avviso a quel “Coppers and Brass” dello scozzese Dick Gaughan, per restare nell’ambito della tradizione scoto – irlandese.

IMG_3714Dodici brani equamente divisi su due facciate, ognuno dei quali presenta diverse peculiarità che fanno di questo album un caleidoscopio della cultura popolare d’Irlanda ed anche un manuale di chitarra acustica: si inizia con un brano risalente al periodo barocco di Turlogh O’Carolan (“Carolan’s Draught”) e continua con altre meraviglie come i set di reels, tra i quali segnalo “Miss Monaghan / The Flags of Dublin / Hand me down the tackle” presi dal repertorio di Seamus Ennis, le gighe come “Arthur Darley” da quello del violinista John Doherty, le slow air tra le quali assolutamente primeggia “The Blackbird” scritta dall’amico Jacky Daly. David Hammond canta due ballads (“I wish my love was a red rose” e “The Hills above Drumquin”) che danno la misura della grandezza di McGlynn anche come accompagnatore.

Un disco come dicevamo completo senza una sola sbavatura, timing perfetto, abbellimenti di grande gusto e bellezza e grande equilibrio, come lo erano le esibizioni dal vivo in compagnia della moglie, la violinista Nollaig Casey (ebbi la fortuna di incontrarli e di ascoltarli in un concerto stellare nell’aprile del 2001 a Verona alla Fontana di Avesa), di Frankie Gavin, Paddy Keenan o di Liam O’Flyyn o ancora di quel fenomenale supergruppo che furono i Patrick Street:

L’apparizione di un nuovo artista è sempre un evento al quale si deve dare il benvenuto. Quando di un artista non abbiamo mai ascoltato le sue prove e il lento divenire degli arrangiamenti dei brani; quando non abbiamo potuto assistere alla sua crescita; quando infine il musicista è rimasto volutamente nascosto nell’ombra fino al preciso momento nel quale la sua maturità musicale e tecnica e si mostra al pubblico per la prima volta, la sua venuta è più che benvenuta ed ha gli elementi di una epifania. La maturità artistica dell’uomo colpisce profondamente.”  Così lucidamente scriveva Brian Friel nelle note di copertina di questo “McGlynn’Fancy”.

Resta il rammarico di non avere molto altro materiale “solo” di McGlynn, ma bastano e avanzano le sue incisioni in compagnia di altri musicisti: ognuno faccia la sua scelta.

Io scelgo questo suo disco d’esordio. Imperdibile.

 

 

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 2

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 2

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 2

14 – 17 novembre. Armagh, Co. Armagh, Irlanda.

di Alessandro Nobis

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MARTIN HAYES & DAVID POWER. Foto di Erica Nobis

Il venerdì puntata mattiniera a Belfast e ritorno in Armagh, al Market Place Studio, splendida sala nel complesso che ospita cinema, pub e la sala principale del Teatro per il “Piping Perspectives 1” e sala gremita come in tutti gli appuntamenti di questa ventiseiesima edizione del festival. Ad aprire le danze uno splendido set di Grainne Holland, una splendida voce ed una notevole capacità di scrittura. Accompagnata dal sempre brillante flautista Brian Finnegan dei Flook e prima ancora degli “Upstairs in a Tent” e dal fine chitarrista Tony Byrne, la cantante ha presentato tre composizione tratte dal suo lavoro più recente; suono molto equilibrato ed arrangiamenti molto curati, davvero un ottimo set seppur breve. A seguire un altro trio, stavolta formato da Mrs. Maeve Donnelly al violino, Mrs. Maire Ni Ghrada alle pipes e dall’arpista Mrs. Eilìs Lavelle (la presenza dell’arpista, non annunciata, è stata notevole) ed infine lo straordinario duo di Brian McNamara (pipes) e l’arpista Grainne Hambly, a mio avviso uno dei set più riusciti di questa edizione del WKPF: la differenza dei volumi tra i due strumenti è davvero forte, ma vuoi per la bravura del tecnico del suono vuoi per la capacità di controllo del volume soprattutto di McNamara l’equilibrio è stato perfetto ed il repertorio dedicato prevalentemente a quello arpistico ha presentato arrangiamenti di brani risalenti addirittura al 17° secolo e di Turlough O’Carolan con l’immancabile “O’Carolan’s Welcome”.

Poi di corsa alla Chiesa Presbiteriana di Armagh dove si sono esibiti in serie pipers di tre generazioni, dagli allievi – e che allievi! – del Pipers Club a Maestri del calibro di Sean Potts, Maire Ni Ghrada e Kevin Rowsone (brillante la sua “O’Carolan’s Welcome”). Insomma, questa edizione del festival ha evidenziato se ce ne fosse stato bisogno, come il mondo della tradizione popolare in questa parte d’Irlanda è ancora vivissimo e l’interesse anche da parte dei giovanissimi è davvero notevole; la mattina infatti, nella stessa Chiesa gli alunni delle scuole di Armagh hanno assistito con grande attenzione all’esibizione di artisti tra i quali Nico Berardi che ha ancora una volta affascinato i ragazzi con i suoni ed i racconti della sua zampogna pugliese, sconosciuta a queste latitudini.

Sabato mattina dedicato alla visita dello splendido Dunluce Castle, sulla costa nord dell’Ulster e naturalmente della vicina distilleria del Bushmill, tappa assolutamente obbligata per gli appassionati….

Tornando al festival, l’evento più atteso era, almeno per chi vi sta raccontando la cronaca del festival, quello in programma sabato sera al Market Place Theatre Main Auditorium, ovvero la presentazione del progetto di collaborazione tra musicisti bretoni, irlandesi ed iraniani. Procedo in ordine però perché l’apertura della serata era stata affidata ai Tyst, overo un settetto di pipers di grande livello tra i quali Finlay McDonald, Ross Ainsle e Calum MacCrimmon che una “potenza di fuoco” davvero impressionante hanno aperto questa straordinaria serata. Poi finalmente, ecco l’evento, il progetto al quale hanno partecipato Emer Mayock alle uilleann pipes, Niall Vallely alla concertina, Sylvain Barou alla cornamusa bretone ed alla zurna tuuca (un oboe il cui suoni ricorda il biniou o la ciaramella) e Mohsen Sharifian con la cornamusa iraniana e Mohammad Jaberi con i suoi tamburi a cornice. Teatro “sold out”, pubblico al solito curioso ed attentissimo per un interessante e convincente progetto cha con intelligenza ha combinato le tradizioni bretoni ed irlandesi con quelle mediorientali attraverso composizioni originali naturalmente ispirate alla tradizione. A mio avviso questo è un progetto che nonostante i problemi di tipo logistico legate alla difficoltà di ottenere i visti di uscita dalla Repubblica Islamica d’Iran ha potenzialmente un grande futuro; le prove del gruppo non sono state lunghe come i musicisti ed in primis Niall Vallely avrebbero voluto ma l’entusiasmo, la voglia di collaborare e la produzione di un suono equilibrato assieme come detto alla bellezza delle composizioni ha dato come risultato un interessantissimo set. Speriamo di avere notizie di altri concerti di questa formazioned in futuro, chiisà, anche un disco. La conclusione della riuscitissima serata affidata a due musicisti di gran classe, il magico duo di Martin Hayes (violino) e David Power (uilleann pipes), un set di danze che difficilmente il pubblico dimenticherà, degna conclusione davvero. Vi confido che la serata non è esattamente terminata al teatro ma nel confortevole “The Hole in the Wall”, antica prigione di Armagh trasformata sapientemente in pub con una infuocata session alla quale ha partecipato anche Loic Blejean.

Peccato la domenica pomeriggio non aver potuto assistere al concerto pomeridiano dedicato alle famiglie, ovvero le famiglie di pipers: Vallely, Keane, Potts e Rowsome. Spero esista una registrazione ………..

Alla prossima edizione, la ventisettesima.

JENNA REID  “Live in Shetland”

JENNA REID  “Live in Shetland”

JENNA REID  “Live in Shetland”

Lofoten Records. CD, 2014

di alessandro nobis

Jenna Reid, violinista, è originaria di Quarff, piccolo villaggio delle Shetland ad un tiro di schioppo da Lerwick, isole dove si è sviluppato e tramandato nei secoli un particolare repertorio di musica tradizionale con elementi tipicamente scozzesi e con influenze della non lontana penisola scandinava; il suo maestro fu nientemeno che Willie Hunter (1933 – 1994), uno dei musicisti che rivitalizzò il repertorio tradizionale per violino di queste bellissime isole in mezzo al Mare del Nord. A Lerwick, nel modernissimo centro culturale Mareel, il 28 giugno nella breve estate nordica Jenna Reid ha tenuto questo concerto in compagnia della sorella Bethany (che con la madre Joyce formano il gruppo Filska) e di Harris Playfair al pianoforte e di Kevin MacKenzie alla chitarra. R-12036590-1527014126-8125.jpegConcerto suddiviso in tre parti, la prima in compagnia della sorella, pianista sopraffina che non si limita ad accompagnare Jenna ma interloquisce in modo raffinato e mai sopra le righe, come si evince nella rilettura del medley “Da Flugga / Suckey Bids Me / St. Kilda Wedding” (quest’ultima aria anche nel repertorio dei leggendari Ossian del compianto Tony Cuffe), i secondi cinque brani con il chitarrista Kevin MacKenzie e qui vi invito all’ascolto della suite di slow airs che inizia con “The Burn o’ Couster” e le ultime sei con l’altro pianista,Harris Pleyfair. Qui segnalo due splendidi e suggestivi omaggi al maestro Willie Hunter (“Leaving Lerwick Harbour”) ed a James Scott Skinner (1843 – 1927), violinista nato nei dintorni di Aberdeen del quale nel disco Jenna Reid interpreta altre tre spartiti.

Una disco bellissimo che rende un doveroso omaggio al repertorio violinistico di questa parte della Scozia: repertorio arrangiato magnificamente che regala spazio esecutivo a tutti e quattro musicisti, anche se naturalmente il tocco di Jenna Reid, che è la titolare del lavoro, imperiosamentesi eleva su tutto.

Imperdibile.

Jenna Reid è rappresentata in Italia per concerti e festival da GeoMusic di Gigi Bresciani: www.geomusic.it

www.jennareidmusic.com

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 1

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 1

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 1

26^ edizione. 14 – 17 novembre. Armagh, Co. Armagh, Irlanda.

di Alessandro Nobis

Armagh, la città capitale dell’omonima contea nell’Ulster, è solitamente un posto tranquillo, poco trafficato soprattutto quando si fa buio, ma se vi trovate lì a metà novembre vi capiterà di notare piccoli gruppi di persone che camminano a piè sospinto. Alcune di loro portano strane custodie a tracolla o a mano, altre seguono le prime, spostandosi da un pub ad un teatro, da un palazzo ad una delle chiese, da un albergo ad un altro pub, da una scuola elementare ad una di musica. E’ “il popolo del festival”, del “William Kennedy Piping Festival” che anche quest’anno per la ventiseiesima volta ha catalizzato musicisti ed appassionati della musica tradzionale ed in particolare che coinvolge gli aerofoni a sacco, cornamuse, zampogne, uilleann pipes o come vengono chiamate negli angoli più nascosti del mondo. Si perché mai come quest’anno ad Armagh è stata una “Babilonia” di lingue e di suoni: irlandese, pugliese, scozzese, farsi, macedone, italiano, galiziano, tedesco, francese, spagnolo, bretone e naturalmente inglese, lingua “ponte” per la gente del festival.
Molti gli eventi in programma – quasi un 24h di cornamuse – ma, come dicevo in sede di presentazione (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/24/william-kennedy-piping-festival-armagh-irlanda-14-17-nov-2019-seconda-parte/) se non siete degli “hooligans” delle cornamuse, potete scegliere di girare un poco l’Uster e di ritornare ad Armagh per assistere ad alcuni di essi.

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NICO BERARDI. Foto di Erica Nobis

Noi abbiamo iniziato da dove “tutto ebbe inizio” ventisei anni fa, ovvero nella sede del benemerito Armagh Pipers Club, con “The World of Piping” la prima scorpacciata di aerofoni a sacco suonati da musicisti provenienti da Scozia, Iran, Italia, Macedonia e Galizia. Senz’altro da sottolineare per primo, se non altro per motivi campanilistici, i set del pugliese Nico Berardi con la sua zampogna polifonica da lui creata e con il repertorio fatto di scritture originali come “Il Viaggio” e soprattutto con ”Onde” scritta originariamente per vibrafono e contrabbasso e proposta ad Armagh in duo con il pianista Caoimhin Vallely e quello del macedone Stefce Stojkovski, bravissimo sia alla gaida, al kaval ed al tambura, un cordofono suonato in questa occasione ad imitazione della cornamusa, ovvero con due corde nel ruolo di bordone e le altre due a costruire la melodia.

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BRIGHDE CHAINBEUL & SOPHIE STEPHENSON

Qui al WKPF il pubblico è sempre attento, sempre curioso verso le musiche alloctone come quelle del virtuoso piper iraniano Mohsen Sharifian con il suo strumento simbolo della cultura tradizionale dell’Iran meridionale; un set breve purtroppo per l’assenza del percussionista  – i due strumenti vanno suonati assieme – bravamente sostituito dal battito delle mani degli astanti, sempre a tempo naturalmente. Dalla vicina Scozia la piccola cornamusa di Brighde Chainbeul che ha accompagnato la bravissima danzatrice di step dance Sophie Stephenson (splendida esecuzione di un strathspey abbinato ad un reel) e dalla Galizia iberica Edelmiro Hernandez del cui set voglio assolutamente segnalare il set di tre “muneras” tradizionali ed originali. Alle 22, tutti alle session musicali ed alcoliche del Red Ned’s Bar, fino alla fine della individuale resistenza fisica …….. splendido inizio: ottima musica, nuove conoscenze, finalmente qualche pinta di quelle giuste.

continua …………….