ROBERTO OTTAVIANO “Sideralis”

ROBERTO OTTAVIANO “Sideralis”

ROBERTO OTTAVIANO QuarKtet “Sideralis”

DODICILUNE RECORDS Ed364, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Ogni nuovo lavoro del sassofonista Roberto Ottaviano riserva una sorpresa; pur muovendosi da sempre tra innovazione e mainstream – che qualcuno definisce “post free” – le sue produzioni sono articolate in modo da, come dicevo, sorprendere l’ascoltatore che non sa mai, per fortuna, se la musica che sta per ascoltare è più direzionata al jazz più strutturato o invece più legata alla musica contemporanea e all’improvvisazione. Questo suo “Sideralis” pubblicato dalla sempre attivissima etichetta pugliese Dodicilune non sfugge a quanto detto ed in questa occasione Ottaviano ha allestito per interpretare le due dieci scritture un quartetto invidiabile che vede al pianoforte Alexander Hawkins, il batterista Gerry Hemingway ed al contrabbasso Micheal Formanek. E quindi a distanza di due anni da “Astrolabio” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/10/roberto-ottaviano-astrolabio/) ecco un altro viaggio nel cosmo alla ricerca – o alla creazione immaginaria – di stelle, pianeti, materia stellare ancora da creare, un po’ come il jazz, musica che ogni musicista e compositore cerca di plasmare secondo le proprie sensibilità e background musicali, un prezioso lavoro stavolta dedicato al genio di John Coltrane, fonte principale d’ispirazione di Ottaviano; qui ci sono tre riferimenti a Herbie Nichols (“Planet Nichols”) a John Lee Hooker (“Planet JLH) ed a Duke Ellington (“Ellingtoniana”), ma tutte le tracce sono un’alternanza di momenti strutturati ad altri più creativi, come dicevo in apertura, dove emerge sempre il sopraffino talento “compositivo” e tecnico di Ottaviano sempre a suo agio sia nelle sue opere in solo (“Otto” del 1991), in duo (“Black Spirits are here again” del 1998 in duo con Mal Waldron) che in piccoli combo, come questo, e sempre in grado di dare il suo importante contributo in veste di ospite (“Similado” o il recente “The Mingus Suite di Adriano Clemente – https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/11/adriano-clemente-the-mingus-suite/ -) e di soddisfare i palati più esigenti dei jazzofili.

 

 

OREGON “Lantern”

OREGON “Lantern”

OREGON “Lantern”

CAM JAZZ, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Considerando l’album di esordio “Our First Record” registrato nel 1970 pubblicato però dieci anni più tardi, questo “Lantern” è il trentesimo della discografia di questo originale ed innovativo quartetto americano, da sempre alla ricerca del perfetto amalgama tra musica contemporanea, jazz e suoni legati alle più diverse tradizioni musicali. Una band che nasce dal Paul Winter Consort con in formazione lo straordinario percussionista Collin Walcott, la chitarra ed il pianoforte di Ralph Towner, il contrabbasso di Glenn Moore e le ance di Paul McCandless; la via musicale tracciata all’inizio si è mantenuta sempre con la “barra a dritta” nonostante la grave perdita bel 1984, in un incidente stradale in Germania Est, di Walcott sostituito da un altro eccellente percussionista – batterista, Trilok Gurtu, bravissimo a dare un importante contributo al suono degli Oregon il cui suono prende una direzione più vicina al jazz pur mantenendo le caratteristiche progettuali iniziali. ORegon-Lantern-CAMJAZZ-2017Dal ’96 entra a far parte del gruppo Mark Walker e di recente l’abbandono di Glenn Moore dà l’occasione al contrabbassista jazz italiano Paolino Dalla Porta di far parte di questo inimitabile quartetto che a quaranta anni dalla sua costituzione conta un consistente numero di estimatori. In “Lantern” la struttura dei brani, gli arrangiamenti, il suono acustico d’insieme si sono spostati ancor sul versante jazzistico anche se è ancora possibile, riascoltando vecchi capolavori come “Winter Light” tracciare analogie e parallelismi con il suono dei periodi “Vanguard” ed “ECM”, se non altro per la struttura dei brani dei quali sei (su dieci) escono dalla penna di Ralph Towner ed il brano eponimo è un brano improvvisato dal gruppo, un’altra caratteristica degli Oregon.

Notevole l’arrangiamento dello spiritual “The Water is Wide” che chiude l’album così come la bella scrittura di Dalla Porta “Aeolian Tale” aperta dal duetto chitarra – contrabbasso e che poi ci regala verso la metà del brano un “solo” molto lirico del contrabbasso.

Un bel disco, la “Oregon Legacy” funziona benone, ancora oggi. Meno male.

PAOLO BACCHETTA “Egon’s”

PAOLO BACCHETTA “Egon’s”

PAOLO BACCHETTA “Egon’s”

AUAND, CD, 2015

di Alessandro Nobis

Palesemente – e dichiaratamente – ispirato dalle opere del pittore austriaco Schiele (1890 – 1918), prima folgorato dall’esperienza di Klimt ed in seguito protagonista di una via parallela all’espressionismo, la “via Viennese”, il chitarrista e compositore Paolo Bacchetta nel 2015 pubblicava per Auand questo lavoro introspettivo, suggestivo ed affascinante il cui titolo riporta appunto al mondo dell’arte europea a cavallo del 1900 ed il cui titolo, “Egon”, riconduce appunto al nome del sopracitato Schiele. music-3Entrato nello studio di registrazione con il batterista Nelide Bandello, il bassista Giacomo Papetti ed il fiatista Piero Bittolo Bon, Bacchetta (titolare anche del trio STORYTELLERS con Zeno De Rossi e Giulio Stermieri, al Cohen di Verona nel prossimo gennaio) ha proposto ai compagni di viaggio alcune “riflessioni” musicali e la bravura ma soprattutto la capacità di creare musica in collettivo hanno fatto il resto, confezionando un’ora di musica che se da un lato ha mantenuto le linee melodiche dall’altro lascia ampio respiro all’improvvisazione, la vera anima della musica afroamericana. Apprezzo sempre il lavoro di composizione e la ricerca di interazione e non so se questa formazione sia ancora oggi attiva: se lo fosse, auguro di avere il maggior numero di occasioni – leggi numero di concerti – per affinare ancor più il livello di interplay ma questa è una riflessione che riguarda un po’ tutto l’ambiente jazzistico italiano che a mio avviso merita la più alta attenzione di stampa (il catalogo AUAND si sfoglia sull’utilissimo e ricco di sorprese sito http://www.ijm.it), promoter e dei festival più prestigiosi. Di questo “Egon’s” mi sono piaciuti in particolare il brano eponimo dal ritmo incalzante e quasi “rock”, l’introspettiva “Harbor” con una bella intro di basso elettrico accompagnata dalle pennellate di Bandello e “Lovers” con l’ipnotico fraseggio della chitarra in dialogo con il sassofono di Bittolo Bon. Sì sono passati un paio d’anni, ma la buona musica non ha data di scadenza. Per fortuna!

PAINTING JAZZ DUO “Peace”

PAINTING JAZZ DUO “Peace”

PAINTING JAZZ DUO “Peace”

DODICILUNE Ed367, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Quindi: mettete assieme temi di Ornette Coleman, Miles Davis, Horace Silver, George Gershwin, Steve Lacy e Thelonious Monk, affidateli a due musicisti molto preparati, altrettanto affiatati e con un’idea ben chirara del progetto, aggiungete un pugno di brani originali ed un frammento di J.S.Bach ed ecco il nocciolo di questa terza collaborazione per la Dodicilune (dopo “Talk and fly del 2013 e “The Well Tempered Duo: Bach Project dell’anno seguente) del Painting Jazz Duo, ovvero il pianista Galag Massimiliano Bruno Belloni e il sassofonista Emanuele Passarini. Certo questo come dicevo è il “nocciolo” di “Peace” dove non troverete letture calligrafiche degli autori sopracitati – per quelle rivolgersi agli “originali” – ma invece delle interpretazioni condite da momenti di improvvisazione idiomatica (la monkiana “Friday the 13th”) e di un costante interplay.

Ad esempio a me piace molto la soluzione esecutiva del brano scritto da Horace Silver “Peace”, la ballad che chiude il disco nella quale emerge in tutto il suo fascino il pianismo di Belloni, mi sembra di poter dire legato sì al jazz ma anche al repertorio classico del Novecento e nel quale il sax tenore si innesta in maniera davvero notevole sempre oppurtuna. E così per i due lunghi brani del songbook colemaniano, “Peace” e “Lonely Woman” (nel repertorio dell’ellepì del ’59 dal titolo profetico “The Shape of Jazz to Come”) ed anche, e tengo a sottolinearlo, per i tre brani originali tra i quali cito “Verushka”, aperto dal lungo ed espressivo fraseggio in stile maistream del pianoforte. Un “altro” significativo disco di jazz italiano, molto bene.

SIMONE GRAZIANO “Snailspace”

SIMONE GRAZIANO “Snailspace”

SIMONE GRAZIANO “Snailspace”

Auand  Records, 2017

di alessandro nobis

Beh, a me questo “Snailspace” piace. E anche parecchio. Intanto perché è un altro bel segnale che il jazz italiano è vivo e vegeto, perché anche la coraggiosa Auand Records sta sfornando titolo dopo titolo dei lavori di notevole qualità, per la qualità dei musicisti ed infine – come direbbero gli inglesi “last but not the least “-, perché il contenuto di questo “Snailspace” è composto di nove brani scritti dal pianista fiorentino, e questo è forse il dato che ci può dare la cifra stilistica di questo disco. Simone Graziano come detto al pianoforte (soprattutto), tastiere e composizione, Francesco Ponticelli al contrabbasso e Tommy Crane alla batteria sono un trio affiatato a cui piace dialogare all’interno della struttura dei brani che manifestano inequivocabilmente un seducente lirismo che ti colpisce subito. Ascoltate “Neri”, “Tiblisi” o la costruzione di “July 2015” e capirete come la frequentazione di John Taylor, Franco D’Andrea e di Enrico Pieranunzi (tra gli altri, e ci sarebbe anche Mulgrew Miller) abbia seminato bene ed abbia aiutato a sviluppare più intensamente la capacità compositiva del pianista toscano diplomatosi in pianoforte classico ed in seguito assiduo frequentatore della prestigiosa Berkelee College of Music di Boston.

C’è anche lo spazio per l’uso calibrato e mai invasivo dell’elettronica (la lunga e segmentata “Aleph 3” con l’interessante drumming di Crane e l’ipnotica breve “Slowbye” che chiude il disco scritta a quattro mani con Ponticelli), due episodi che si integrano alla perfezione tra le tracce, diciamo così, acustiche. Ho già “dichiarato” in apertura il mio personale gradimento verso questo lavoro, ascoltatelo e vedrete che impiegherete anche voi poco tempo – molto poco – ad apprezzarlo.

www.auand.com

 

 

 

FRANCESCO CALIGIURI “Olimpo”

FRANCESCO CALIGIURI “Olimpo”

FRANCESCO CALIGIURI “Olimpo”

DODICILUNE RECORDS, Ed 369, 2017

di Alessandro Nobis

Il fascino di uno strumento in “solo” in ambito afroamericano mi ha sempre affascinato per la condizione in cui si viene a trovare l’esecutore, in sfida con sé stesso, con la sua tecnica, le sue idee, la sua sensibilità, la sua capacità di improvvisare. Sonny Rollins, Evan Parker, Roberto Ottaviano, Steve Lacy e John Surman per citarne cinque, rappresentano altrettanti  modi di sfidare se stessi e gli strumenti ad ancia. Non ho citato a caso John Surman, perché è così evidente la sua influenza sul preparatissimo fiatista cosentino Francesco Caligiuri che un ascolto superficiale di questo “Olimpo” rischia di minimizzare e di ridurre il suo lavoro ad un puro e semplice esercizio calligrafico. Naturalmente così non è: il lavoro si compone di nove brani ognuno dedicato ad altrettanti Dei della mitologia greca – che il capitello ionico in copertina fa immaginare – realizzati attraverso l’utilizzo di sassofono (soprano e baritono), flauto, clarinetto basso e di una buona ma calibrata dose di elettronica. Sovraincisioni, tappeti sonori, improvvisazione, manipolazione del suono dei fiati, composizione ed arrangiamento per un lavoro degno di nota che pur rientrando nel jazz offre di tanto in tanto melodie di derivazione popolare e musica contemporanea ed il cui ascolto stuzzica la curiosità per una sua esecuzione dal vivo. Mi sono in particolare gustato “Afrodite” con il dialogo clarinetto basso – soprano, “Athena” (bella esecuzione per solo baritono), “Apollo” con il flauto in primo piano rispetto all’elettronica e “Ares”, forse il brano che tra tutti più mi ha ricordato Surman nella sua parte improvvisata che nella sapiente manipolazione delle sonorità del sax baritono.

Una produzione coraggiosa, questa di Caligiuri e della Dodicilune. Molto interessante.

http://www.dodiciluneshop.it

 

 

 

QUERCUS “Nightfall”

QUERCUS “Nightfall”

QUERCUS “Nightfall”

ECM RECORDS 2522 CD, 2017

di Alessandro Nobis

“Quercus” è un progetto giunto al suo secondo episodio prodotto da Manfred Eicher che vede come protagonisti la cantante June Tabor, il sassofonista Iain Ballamy ed il pianista Huw Warren, inglesi. Lo so, tendo ad esagerare, ma questo lavoro riesce nella difficile impresa di coniugare la ballata popolare, il jazz e la musica contemporanea e lo ritengo pertanto uno dei lavori meglio riusciti dell’etichetta di Monaco di Baviera di questi anni.

Tra tutte le interpreti della folk inglese – cito a memoria Sandy Denny, Maddy Prior, Jacquie McShee e ci metto anche Shirley e Dolly Collins – June Tabor è quella che soprattutto negli ultimi anni si è distinta per progetti, mi si perdoni il termine quasi da “Third Stream”, per usare un termine jazzistico: non filologicamente folk, non propriamente classico contemporaneo, una terza via insomma nella quale a mio avviso la musica di Quercus ci rientra appieno. Con due musicisti come Iain Bellamy e Huw Warren, completamente fuori dal giro della tradizione ma aperti a qualsiasi universo musicale, l’alchimia è perfetta, ed ecco che il repertorio popolare splende di una calda ed illuminante luce propria. Accade allora che “Auld Lang Syne”, melodia scozzese con testo di Robert Burns, “Once I Loved You Dear” o il canto narrativo “On Berrow Sands” (le forti maree del Canale di Bristol con i gabbiano che incarnano le anime dei pescatori e marinai annegati) e “The Cuckoo” raccolta dalla stessa Tabor da una gitana nel Dorset diventano canzoni senza tempo magnificamente decontestualizzate dal folk, che la dylaniana “Don’t think twice it’s alright” con il pianismo di Bellamy e la delicata voce di June Tabor si muta in una ballad dal sapore jazz (il fraseggio del pianoforte ed il lirismo del tenore) ed i due strumentali (“Christchurch” di Warren e “Emmeline” di Ballamy”) si innestano alla perfezione in questo “Nightfall”.

Se siete seguaci – ma non troppo ortodossi –  della setta ECM e non conoscevate la Tabor, fate un paio di salti indietro nel tempo e procuratevi “Silly Sisters” (1976) con Maddy Prior e “A Cut Above” (1980) con il chitarrista acustico Martin Simpson: vi si manifesterà un altro mondo. Parallelo.