LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

DODICILUNE / KOINE’ RECORDS CD kne035, 2019

di Alessandro Nobis

Tuffarsi nei repertori di “Intoccabili” come Bob Dylan, Lucio Battisti o della coppia Lennon – McCartney può essere pericoloso ed il rischio di cadere nella banalità della riproposizione calligrafica è grande. Beatles, Battisti, Bob Dylan ma anche Burt Bacharach, maestro nel creare ed arrangiare melodie che sono nel tempo diventate immortali classici prima della musica popolare ed in seguito anche del jazz: ecco quindi che ascoltare con grande attenzione questo lavoro di Laura Avanzolini rivela la grande cura, la capacità di staccarsi dall’originale e di interiorizzare alcune gemme del songbook del pianista di Kansas City; inoltre gli arrangiamenti di Michele Francesconi che valorizzano al meglio la sua duttile voce ed il gruppo che partecipa alla registrazione rappresentano un rilevante valore aggiunto alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

L’ensemble interpreta dieci composizioni di Bacharach che si ascoltano con grande piacere rivelando via via che si procede particolari e suono d’insieme che danno alla fina la cifra stilistica del disco: la calibrata introduzione del contrabbasso di Tiziano Negrello in “The Look of Love” (faceva parte della colonna sonora di “Casino Royale”), il bellissimo arrangiamento in crescendo di “Raindrops Keep Fallin’ on My Head” (da “Butch Cassidy”) con delle interessanti parti riservate ai fiati e con il solo di Giacomo Uncini alla tromba, il clima dixie di “Baby it’s you” ed infine “I Say a little Prayer” dagli ampi spazi strumentali aperta dal drumming di Michele Sperandio, ed originariamente composta per Dionne Warwick.

E poi naturalmente c’è la voce di Laura Anzolini che intelligentemente non decide di semplicemente di “lucidare” il songbook già perfetto di Bacharach, ma gioca con esso appropriandosene con la sua voce sempre fluente ed ispirata, dando una lucida visione fortemente legata al jazz di uno dei compositori più importanti ed influenti del ventesimo secolo.

http://www.dodicilune.it

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DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

COPEPOD RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo recentissimo “Coffee for Three”, registrato in compagnia di Alex Ward, clarinetto, John Edwards, contrabbasso e Steve Noble alla batteria contribuisce a rafforzare un’immagine diversa del chitarrista della Virginia Duck Baker, molto diversa da quella associata al talento di questo musicista, ovvero quella del performer solista che affronta i più diversi repertori della musica del Novecento americano. Agli ascoltatori più attenti tuttavia, nelle registrazioni  in studio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/) e nei concerti, non sarà certamente sfuggita la direzione che questo straordinario personaggio stava intraprendendo da qualche anno, direzione sempre più legata all’improvvisazione soprattutto a quella costruita all’interno di standard del jazz come ad esempio quelli di Monk (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/).

Profondo conoscitore della “materia” nei suoi più reconditi e sconosciuti interpreti ed autori, Baker ci aveva ache regalato un capolavoro come il disco dedicato alle musiche di Herbie Nichols, ed ora con questo quartetto – e con le sue scritture – ci regala quello che a mio avviso è uno dei suoi lavori più riusciti, e che sorprenderà molti dei quali hanno seguito le sue tracce dagli anni Settanta. Qui troviamo due emblematiche improvvisazioni collettive, ovvero “Vorpmi Xetrov” 1 e 2 (i titoli letti al contrario suonano come “Vortex Improv” 1 e 2) e sei composizioni dove l’interplay e l’improvvisazione scaturisce all’interno di strutture scritte da Baker. Insomma se volete addentrarvi nel mondo dell’improvvisazione idiomatica e non-idiomatica e volete scoprire un Duck Baker “diverso”, questo è il disco che fa per voi. Mai ripetitivo, mai noioso ma al contrario sempre in grado di offrire spunti all’ascoltatore.

Mi auguro fortemente che questo progetto sia preso in considerazione da chi organizza festival e rassegne jazz nel nostro Paese che hanno assolutamente bisogno di “aria fresca”.

www.duckbaker.com

www.copepod.co.uk

 

ANTONELLA CHIONNA “Vo©al gate”

ANTONELLA CHIONNA “Vo©al gate”

ANTONELLA CHIONNA “Vo©al gate”

DODICILUNE RECORDS Ed410. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Sul perché e soprattutto sul “come” affrontare e suonare gli standards sono stati scritti, per citare gli Jalisse “Fiumi di parole”. E non è mai terminato il flusso, e mai terminerà. Però questo nuovo lavoro di Antonella Chionna mette un punto importante alla questione, visto che “Vo©al gate” presenta una modalità esecutiva particolarmente interessante vuoi per la straordinaria capacità vocale della musicista che per l’eccellente interplay che corre tra la Chionna e la ritmica che supporta e collabora alla musica, ovvero il pianista Harvey Diamond, il contrabbassista Bronek Suchanek ed il batterista Joe Hunt.

“Birth Variations”, che apre il disco, mette le cose in chiaro: il trio in sottofondo che improvvisa, sovraincisioni vocali che creano una realtà musicale multistrato tra il “parlato” ed il “cantato”, citazioni di Mina e di Arisa, dichiarazioni di intenti, il dialogo nel finale con la tronba di tutto fa capire cosa si andrà ad ascoltare.

Ed in effetti le riletture di “Anthropology”, di “Lover Man” o di “Fair Weather” per citare tre titoli danno la misura del valore del progetto, dove l’estensione e la grande dinamica della voce consentono di trasformare le scritture originali e di portarle alla contemporaneità: l’archetto che introduce il canto di “Lover Man” con l’uso delicato dell’elettronica (attorno al minuto 3’30”), il raddoppio vocale che apre il brano parkeriano con la batteria che detta il tempo con il bei soli di pianoforte e contrabbasso che riconducono ad una rilettura più mainstream ma con sempre la presenza della voce, anzi delle voci, che ci riportano alla modernità, la ballad gershwiniana splendidamente introdotta da Harvey Diamond con il testo cantato, quasi un recitativo che chiude il cerchio nel quale si muove questa straordinaria performer della quale avevo scritto in occasione del suo più recente quanto bellissimo lavoro, “Resonyable” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/08/antonella-chionna-rylesonable/).

www.dodicilune.com

DAVIDE IELMINI “Enten Eller: il suono ruvido dell’innocenza”

DAVIDE IELMINI “Enten Eller: il suono ruvido dell’innocenza”

DAVIDE IELMINI “Enten Eller: il suono ruvido dell’innocenza”

Autoproduzione, 21 x 21 cm, pagg. 169. Volume, 2019

di Alessandro Nobis

Davide Ielmini, giornalista e critico musicale con questo suo volume raccoglie una serie di interviste ai musicisti coinvolti nel progetto “Enten Eller” (avevo parlato della loro più recente produzione qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/01/01/enten-eller-minotaurus/), certamente il più longevo dei collettivi che operano in ambito jazzistico a livello continentale, e probabilmente anche d’oltreoceano. Non è il primo volume dedicato al gruppo del compositore e percussionista Massimo Barbiero (nel 2010 veniva pubblicato “Enten Eller”, un volume con fotografie di Luca D’Agostino  e due racconti di Flaviano Massarutto) ma certamente in questo di Ielmini si può trovare e comprendere la progettualità che dal 1984 ha consentito al gruppo di produrre musica ai più alti livelli e riuscendo sempre all’interno di un perimetro scritto a sviluppare in modo significativo l’improvvisazione e dunque un dialogo tra i protagonisti davvero profondo.

ielmini coverSi leggono qui le interviste ma si legge in parallelo anche la biografia di Enten Eller, e l’occasione di “ascoltare le voci” dei protagonisti della prima line-up, di quelli che ne fanno parte attualmente e dei prestigiosi collaboratori che via via hanno preso parte al progetto aiuta grandemente a comprendere il percorso, da dove parte e dove è diretto.

Il pianista Ugo Boscain ed il fiatista Mario Simeoni sono i primi che danno voce alla storia di Enten Eller mentre Massimo Barbiero, Maurizio Brunod, Alberto Mandarini e Giovanni Maier rappresentano il presente dell’ensemble e ci raccontano delle loro esperienze personali e di come quattro personalità si sono trovate a dialogare ed a comporre ed improvvisare assieme. Poi “Una partecipazione completa alla musica”, tanto per chiarire il concetto che Barbiero & C. hanno di collaboratore esterno, è la corposa parte dedicata a quanti, chiamati, hanno saputo arricchire di idee e di suoni la musica ovvero Tim Berne, Giancarlo Schiaffini, Carlo Actis Dato, Achille Succi, Emanuele Parrini e Xavier Girotto.

Racconti interessanti che aprono, anzi spalancano una finestra sul mondo e sulla musica di questo eccellente ensemble raccontato anche dalle emblematiche fotografie di Luca D’Agostino, biografo visuale.

VINCE ABBRACCIANTE “Terranima”

VINCE ABBRACCIANTE “Terranima”

VINCE ABBRACCIANTE “Terranima”

DODICILUNE Records, Ed421. CD 2019

di Alessandro Nobis

Se il precedente, bellissimo “MPB” era uno studio ed una rielaborazione della musica brasiliana e dei suoi autori (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/), questo nuovo lavoro di Vince Abbracciante è dedicato alla sua terra madre: il compositore  della bianca Ostuni ha fatto per questo “Terranima”, come si dice, “le cose in grande”, portando con sé nello studio di registrazione una nutrita schiera di musicisti e nove composizioni per le quali ha disegnato con grande cura arrangiamenti che valorizzano non solo la sua idea di musica ma anche le personalità dei musicisti ospiti.

Il quartetto d’archi Alkemia, una piccola sezione fiati (Gabriele Mirabassi, Aldo di Caterino, Nicola Puntillo e Giuseppe Smaldino), la chitarra di Nando di Modugno, il contrabbasso di Giorgio Vendola e le percussioni di Pino Basile. E ascoltando il risultato possiamo dire che l’equilibrio rasenta la perfezione, che la reazione chimica tra musicisti ideata dal leader si concretizza in musica di ampio respiro, orchestrale, filtrato attraverso i ritmi ed i colori della tradizione ad esempio del saltarello (il brano di apertura, dedicato alla Dodicilune).

Lo sviluppo di “Impressioni Puglia” narra meglio di qualsiasi parola il progetto di Abbracciante dove la sua fisarmonica e il clarinetto di Mirabassi si elevano sull’accompagnamento degli archi descrivendo ritmi e colori della terra pugliese: ed ancora il “link” con il sudamerica di “La borsini” con un bel assolo di Giorgio Vendola che precede quelli di Mirabassi e del Di Modugno o la pacatezza della “Serenata del canto e dell’incanto”; sintesi tra la “terra” e l’”anima”, Terranima appunto.

 

 

ALBERTO LA NEVE “Night Windows”

ALBERTO LA NEVE “Night Windows”

ALBERTO LA NEVE “Night Windows”

“MANITU RECORDS. CD, 2019”

di Alessandro Nobis

NIGHT-WINDOWSRispetto al panorama jazzistico dei nomi più in voga cha hanno risalto sulla stampa specializzata, c’è una folta schiera di musicisti talentuosi che producono lavori spesso di notevole livello in completa autonomia o per coraggiose etichette discografiche sempre attente a scoprire talenti nuovi o artisti “dimenticati” dalle major.

Alberto La Neve, sassofonista, è a mio modesto parere uno di questi, di lui avevo scritto in occasione del suo ottimo CD “Lidenbrock” registrato in compagnia della cantante Fabiana Dota (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/27/alberto-la-neve-fabiana-dota-lidenbrock/), e con questa recente produzione sempre per la Manitù Records rientra a pieno titolo nel ristretto e prestigioso manipolo dei musicisti che hanno composto / improvvisato musica esclusivamente per sassofoni.

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MANHATTAN BRIDGE LOOP 1928

Se in Lidenbrock ci aveva accompagnato nel “Viaggio al Centro della Terra” di Jules Verne, qui La Neve propone sette tracce in solitudine ed un’ottava in compagnia di Fabiana Dota che propongono un’originale, affascinante ed appropriata “audioguida” per apprezzare ed “entrare” in alcune delle più significative tele di Edward Hopper. Per la precisione sono “Manhattan Bridge Loop”, “New York Movie”, “ Room in Brooklyn”, “Automat”, “Night Windows”, “Nighthawks”, “Chop Suey” e Morning Sun”, tutte tele che descrivono in modo mirabile l’ambiente urbano americano – e newyorkese in particolare – nelle prime sei decadi del secolo scorso.

“Manhattan Bridge Loop” è per solo sax tenore e descrive la solitudine (il tema più caro a Hopper) dell’uomo che cammina lungo il muro, in “Night Windows” dialogano il tenore ed il soprano, in “Chop Suey” i due sassofoni e l’uso dell’elettronica descrivono in modo davvero efficace i raggi di luce invernali che entrano dalla vetrina nel locale dove due persone siedono ad un tavolo ma sembrano non parlarsi.

Disco davvero interessante, complimenti ad Alberto La Neve ed a chi ha creduto nella sua musica.

FABRIZIO D’ALISERA “Trisonic”

FABRIZIO D’ALISERA “Trisonic”

FABRIZIO D’ALISERA “Trisonic”

FILIBUSTA RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Fiatista romano convertito per questa occasione al solo sax baritono, Fabrizio D’Alisera ha pubblicato con l’etichetta Filibusta questo suo terzo bel lavoro registrato in trio come si evince dal titolo, in compagnia del contrabbassista Pietro Ciancaglini, del batterista Andrea Nunzi e, in due composizioni, il vibrafonista Andrea Biondi.

La musica di D’Alisera viaggia nel mainstream di nuova composizione, otto i brani scritti per l’occasione ed una indovinata interpretazione, la monkiana “Ask me now”, eseguita in “solo” a conclusione del disco che mette in evidenza non solamente la tecnica esecutiva ma anche, e soprattutto, la sensibilità musicale, la personalità e la voglia di mettersi in gioco nell’affrontare un brano scritto da uno dei monumenti del jazz. Due dicevo i brani eseguito in quartetto, con lo splendido ed espressivo vibrafono di Andrea Biondi che colora sempre appropriatamente – vedi il lungo solo in “Mysterious Voyage” o l’accompagnamento al solo di sax in “Nuoto Libero” – le composizioni del baritonista e che si inserisce alla perfezione nel progetto di “Trisonic”.

Gli altri cinque brani sono una sfida (vinta brillantemente) all’assenza di uno strumento armonico, ma con una sezione ritmica così ben affiatata e solidale al progetto il risultato non poteva essere diverso: la ballad “A Cloudy Morning Tale” con gli interventi Pietro Ciancaglini prima con l’archetto ed in seguito con il pizzicato e “Down By The Rhythm Side” con un bel solo di contrabbasso che interloquisce con il baritono sono i due brani in trio che voglio segnalare

Un bel disco che mi auguro possa avere la diffusione che merita. Notevole.

www.filibustarecords.com

www.federicafusco.it