MARC JOHNSON “Bass Desires”

MARC JOHNSON “Bass Desires”

MARC JOHNSON“Bass Desires” ECM Records 1299. CD, LP 1986

di alessandro nobis

Registrato a New York nel maggio del 1985, questo è il primo dei due album pubblicati da questo fantastico quartetto composto da una sezione ritmica (Marc Johnson e Peter Erskine) e da due chitarristi del calibro di John Scofield e Bill Frisell. Contrariamente a molti super gruppi che a livello discografico non hanno sempre mantenuto le attese degli appassionati, i Bass Desires hanno invece prodotto musica di grande qualità anche efficacemente “replicata” dal vivo (e chi ha avuto l’opportunità di assistere ad un loro concerto lo potrebbe confermare).

Qui la magia si concretizza con il perfetto equilibrio nella diversità stilista facilmente riscontrabile di Scofield e Frisell e con la creatività e leggerezza che rasenta la perfezione della sezione ritmica, una delle più interessanti nella storia del jazz e naturalmente di conseguenza del catalogo ECM; una ritmica che verrà riproposta anche nel 1989 nel disco con John Abercrombie nel quale possiamo ascoltare un’altra spettacolare versione di un brano di Marc Johnson, “Samurai Hee-Haw“, uno dei timbri indelebili dei Bass Desires presente sul disco in oggetto.

Quelo che più sorprende è la scelta del repertorio in quanto, laddove nel secondo album “Current Events” troviamo brani originali, in questo primo disco ci sono alcune splendide riletture di brani appartenenti al jazz vicino ad altri che possiamo definire alloctoni: “Resolution“, secondo movimento del coltraniano “A Love Supreme”, “The Wishing Doll“, canzone scritta negli anni sessanta da Elmer Bernstein e Marck David, ma soprattutto “Black is the Color of my True Love’s Hair” una ballata tradizionale raccolta negli Appalachi ma di origine scozzese e pubblicata da Roud con il numero # 1013.

Tra gli originali quelli che preferisco ancora dopo tutto questo tempo “Bass Desires” aperto da Erskine (che compone il brano) e con il tema eseguito all’unisono dalle chitarre che si alternano nei soli e la magnifica ballad conclusiva di John Scofield “Thanks Again“.

Disco eccelso, come il secondo “Current Events” e perfetta la produzione di Eicher (Manfred). Credo ancora sia in catalogo.

MASSIMILIANO CIGNITTI “Buio in Sala”

MASSIMILIANO CIGNITTI “Buio in Sala”

Massimiliano Cignitti “Buio in Sala”

DODICILUNE DISCHI 1299. CD, 2022

di alessandro nobis

Un quintetto (Massimiliano Cignitti al basso, Mauro Scardini alle tastiere, Giancarlo Ciminelli alla tromba e flugelhorn, Marco Guidolotti ai fiati e Marco Rovinelli alla batteria) con una nutrita serie di ospiti di gran caratura per una riuscitissima dedica al Cinema ed ai suoi più importanti protagonisti siano essi registi, autori di colonne sonore ed attori; non parliamo dell’ennesima riproposta dei “temi celebri dalle colonne sonore” ma di composizioni originali di Massimiliano Cignitti, fatte naturalmente tre debite eccezioni.

Gli arrangiamenti del bassista romano, Scardini e Nguyên Lê sono davvero indovinati e pur essendo omogenei nel suono globale riescono sempre a valorizzare nel migliore dei modi le composizioni come nella serrata black music di “Shaft is back” con i soli al piano elettrico di Scardini, di chitarra dello straordinario Nguyên Lê e del sax di Guidolotti o nella ballad ” O Venezia venusia venaga” che apre il lavoro, una delle “citazioni” in questo caso di Nino Rota con un arrangiamento cucito appositamente sul suono piuttosto riconoscibile della chitarra del franco – vietnamita. Il brano che magari non ti aspetti, anche se legato al cinema di Kubrick, è ovviamente la coltissima citazione di Bartok Béla, il secondo movimento di uno dei suoi capolavori, “Musica per Archi, percussioni e celesta“: la dimostrazione non solo dell’attenzione e profonda conoscenza che Cignitti & C. hanno del cinema ma anche della capacità di reinventare (ricostruire?) uno dei brani “intoccabili” con una lettura “diversa” fatta con i migliori crismi che trasporta questo brano dal 1936 al miglior jazz contemporaneo; qui ospite la batteria di Mark Colenburg ed i soli di chitarra e della tromba di Ciminelli. “Buio in Sala” con la voce di Valentina Petrossi è un appropriato e convincente spartito di Cignitti dedicato alla Dolce Vita ed al suo cinema, perfetto allora come ora per rifugiarsi nei propri sogni e purtroppo illusioni in un’Italia che viveva il suo “sogno globale” finito magari troppo presto.

Buio in Sala” è un altro di quei lavori piacevolissimi sin dal primo ascolto e la cui complessità ed intensità  invitano chi ne fruisce a reiterare gli ascolti alla scoperta dei suoi “angoli” nascosti.

OM “KIRIKUKI”

OM “KIRIKUKI”

OM “KIRIKUKI”

Japo – ECM Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Tra i gruppi che in Europa, alla metà dei Settanta, avevano cercato di elettrificare il linguaggio del jazz spesso con splendidi risultati (ricordo solamente i Soft Machine, i Nucleus ma anche gli italiani Agorà e Perigeo) vanno annoverati a mio parere gli svizzeri OM, quartetto che in organico aveva il chitarrista Christy Doran (di oriìgine irlandese), il sassofonista e flautista Urs Leimgruber, il contrabbassista Bobby Burri ed il batterista Freddy Studer; questo “Kirikuki” registrato nel ’75 e pubblicato dalla Japo Records, affiliata ECM, è il loro album d’esordio e si pose all’attenzione degli appassionati per il progetto che viveva sì sulla scrittura della musica, composta quasi esclusivamente da Doran, ma anche di un’interessante prassi improvvisativa che arricchiva il tutto, a mio avviso del tutto evidente in “Lips” aperta da un espressivo solo al flauto di Leimgruber. Il suono appare certamente influenzato dal primo disco dei Weather Report (ad esempio le linee di soprano nel brano “Holly” che apre la prima facciata) e la classe di Doran e Leimgruber danno quel tocco di originalità alla musica del quartetto che rimane affascinante e fresca ancora dopo quasi mezzo secolo. L’ipnotica “Holly” che apre la prima facciata è l’episodio perfetto per “mostrare le carte” del suono di OM, e la chitarra di Doran, strumentista eccellente, in tutto il lavoro connette con i suoi accordi i tre compagni di viaggio che mostrano grande empatia ed un livello di interplay che fanno di questo “Kirikuki” uno dei più interessanti progetti prodotti alla metà dei Settanta dalla Japo – Ecm.

Karpfenteich” si apre con il trio che prepara un interessante interplay tra Doran e Leimgruber, anche la lunga “Hommage À Mme. Stirnimaa” si apre con una lunga introduzione del trio per poi aprirsi ai soli del sax tenore, naturalmente con il sempre straordinario apporto della simbiotica sezione ritmica che in tutti lavori di OM rappresenta l’essenziale dinamico e soprattutto creativo supporto al sound del gruppo.

Degli OM in CD non è stato pubblicato nulla delle incisioni effettuate per la Japo con l’eccezione di “A Retrospective” che l’ECM mise in catalogo nel 2006: contiene tutto il quarto album “Cerberus” oltre a “Holly” e “Lips” tratti da Kirikuki, “Rautionaha” dall’omonimo album del ’77 e “Dumini” da “With Dom Um Romao” del ’77.

Datevi da fare e cercate questo magnifico vinile.

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

MALOO “Fuzzland”

DODICILUNE / CONTROVENTO Records. CD, 2022

di alessandro nobis

“Intrigante” è stato il primo aggettivo che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro ad opera di Valeriano Ulissi (chitarra, elettronica), Carlo Bolognini (basso), Giovanni Zannini (batteria, elettronica) e Federico Zannini (percussioni, elettronica), a.k.a. “Maloo”, che segue “Everything needs time” disco d’esordio del 2016; intrigante perchè si presta a diversi livelli di ascolto, quello diciamo così piacevolmente epidermico e quello più approfondito se si vuole andare alla scoperta delle origini e del lavoro di produzione. L’idea è cercare un equilibrio più vicino alla perfezione creando una fusione musicale nella quale siano comunque riconoscibili gli elementi che la compongono, e per poter realizzare un progetto del genere è necessario avere alla base una conoscenza dello spettro musicale odierno più ampio possibile che, mi sembra di poter dire, i quattro componenti abbiano.

Sorprendente la bella rilettura di un brano che non ti aspetti ovvero “In Bloom” dei Nirvana (era su “Nevermind” del ’91) con l’uso di registrazioni vocali originali probabilmente proveniente da una trasmissione televisiva e con un accurato utilizzo – ma questa considerazione vale per tutto “Fuzzland” – dell’elettronica ottimamente combinata con le tessiture ritmiche del brano; una modalità di intrecciare suoni reali e alloctoni che a qualcuno di noi “reduci” di decenni di ascolti non può non ricordare il geniale lavoro di Brian Eno e David Byrne, quel “My life in a Bush of Ghosts” che quaranta anni or sono tracciò a mio avviso un sentiero indelebile nella musica.

Gli altri nove brani sono tutti originali, un altro punto a favore del quartetto, e mostrano uno sforzo costante nel mantenere piuttosto omogeneo tutto il lavoro cercando tuttavia di inserire, mantenendo una linearità timbrica, i vari elementi di questa fusione: il brano eponimo ad esempio, è uno di quelli che mi sono piaciuti maggiormente che si caratterizza da un ritmo martellante e da un intelligente filtraggio elettronico degli strumenti lungo tutta la composizione, “Departures” contiene numerosi “inserti” alloctoni ed ha una bella parte di chitarra (mi sembra di capire, tanto sono ben nascosti dall’elettronica i suoni originali) ed infine “Around My Mind” ha a mio avviso un’impronta di certo rock dei primi anni settanta grazie ai particolari suoni sintetici ed anche a certo jazz elettrico.

Disco interessante davvero, intrigante come dicevo in apertura, una sfida per chi cerca sempre di dare un’etichetta alla musica che si va ad ascoltare. Perdita di tempo, concentratevi sulle sfumature di questo “Fuzzland“.

Il disco è una co-produzione di Valeriano Ulissi e della sempre attenta Dodicilune che lo ha inserto nella collana “Controvento.

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

BARBIERO · MANERA · SARTORIS “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”

MB Records 06. CD, 2022

di alessandro nobis

Avevo già tessuto le lodi di “Woland” il primo splendido lavoro ispirato a “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov realizzato da questo questo terzetto (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero%c2%b7manera%c2%b7sartoris-woland/), lodi che ora mi vedo volentieri “costretto” a ripetere dopo aver ascoltato attentamente (mi sembra l’avverbio esatto nonostante non sia un musicista) questo “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” ispirato dalle liriche di Cesare Pavese pubblicate nel 1951 ma scritte nel ’50 e ritrovate nel suo studio dopo la morte. I musicisti sono sempre loro, naturalmente, il percussionista Massimo Barbiero, il pianista Emanuele Sartoris e la violinista / vocalist Eloisa Manera: un lavoro che nella sua omogeneità concettuale si rivela polimorfico nelle scelte timbriche ed esecutive e che può essere anche interpretato da chi ne fruisce – almeno io l’ho letto così – come una composizione fatta di brani eseguiti in trio intercalati da interludi eseguiti in solo e duetti. A me, modestamente, non pare un disco di jazz “sensu strictu”, a meno che si intenda con questo nome un linguaggio musicale che lasci ampi se non totali spazi alla creatività di chi lo pratica ed all’interno del quale sia possibile inserire tasselli provenienti dalle esperienze musicali degli esecutori. Scrittura, improvvisazione, classicismo pianistico, naturalmente il jazz, tutto mi appare perfettamente equilibrato, ogni nota è messa al posto giusto, non c’è autoreferenzialità ma piuttosto condivisione e ricerca del suono perfetto: poi, come detto, ognuno è libero di cercare i propri riferimenti, ed è questa libertà un’altra peculiarità di queste registrazioni. Personalmente, ad esempio, l'”Interludio 2” per violino solo mi ha riportato a certe scritture bartokiane, “The Cat will Known” composta da Barbiero ed eseguita in trio, al linguaggio jazzistico con ancora lo straordinario violino che “sovrascrive” ma non sovrasta il fraseggio pianistico ed ancora l'”Interludio 3“, scrittura / improvvisazione di Massimo Barbiero, compositore e percussionista la cui capacità di ricercare ed affiancare i suoni ricavati dal suo strumento nelle sue performance mi sorprende ed affascina ogni volta. “Verrà la morte …..” si chiude con “Coda”, brano per solo pianoforte che ci riporta alle influenze classiche che Emanuele Sartoris ha saputo così bene mutuare con i suoi studi jazzistici.

Che dire? Solo che questo, come il precedente “Woland” sarebbero perfetti per il catalogo ECM senza bisogno di alcun lavoro di produzione o post produzione; è probabile che all'”Open Papyrus jazz Festival” Barbiero, Manera e Sartoris saranno in cartellone, la loro splendida musica merita la più ampia diffuzione.

http://www.massimobarbiero.com

OREGON “Oregon”

OREGON “Oregon”

OREGON “Oregon”

ECM Records. CD, 1983

di alessandro nobis

E’ un po’ il disco che indica una deviazione rispetto al suono iniziale degli Oregon che coincide con l’ingresso nella scuderia musicale di Manfred Eicher produttore di questo e dei due lavori successivi del quintetto americano (“Crossing” dell’85 ed “Ecotopia” dell’87), in precedenza sotto contratto con la Vanguard per la quale aveva registrato alcuni capolavori tra i quali segnalo “Winter Light” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/29/oregon-winter-light/) dove la ricerca sonora etnica abbinata al linguaggio del jazz trova uno dei suoi massimi episodi; è anche il disco che ha fatto un po’ storcere il naso a qualche critico ancorato al suono della prima fase del gruppo, ma in verità raccoglie sonorità “vecchie” vicino a quelle che concretizzano le nuove idee di Towner & C.. Un cambiamento importante è ad esempio quello che riguarda la sorprendente scelta strumentale decisa da Ralph Towner, ovvero quella di utilizzare il pianoforte ed il synth Prophet 5  e di riservare lo spazio per la chitarra in solo tre brani; è un passaggio importante perchè sposta il baricentro da un suono prettamente acustico ad uno più elettrificato. Laddove “Taos“, “Arianna” e “There was no moon that night” rimandano al classico suono degli Oregon e del Towner solista, “Beacon” con Moore alla viola si caratterizza dal suono del Prophet e dalla consueta capacità improvvisativa del gruppo e l’iniziale “The Rapids” con il pianoforte ed il soprano di McCandless è interessante per la sua cantabilità. Fondamentale e peculiare del suono “Oregon” è qui come in tutte le produzioni è l’apporto della tavolozza delle percussioni di Colin Walcott, che purtroppo l’anno seguente a queste sessions perse la vita in un incidente stradale determinando l’ingresso nel gruppo di Trilok Gurtu, non un clone di Walcott ma batterista – percussionista di grandissima levatura come testimoniano tutte le sue collaborazioni a cominciare da quella con John Mclaughlin e Kay Eckhart.

“Oregon” non è a mio avviso il miglior lavoro di Towner & C., ma otto stelle su dieci le merita tutte.

CRISPINO · GALLO · PIGHI · ZORZI “Le Quattro Verità”

CRISPINO · GALLO · PIGHI · ZORZI “Le Quattro Verità”

CRISPINO · GALLO · PIGHI · ZORZI “Le Quattro Verità”

DODICILUNE DISCHI. CD, 2022

di alessandro nobis

Al di là delle implicazioni filosofico letterarie insite nei titoli delle 4 tracce di questo lavoro, va detto che il fruttuoso incontro nel’estate del 2020 in uno studio di registrazione nel bresciano (a Pozzolengo) tra il chitarrista Luca Crispino (anche bassista) e Roberto Zorzi, il bassista Danilo Gallo (suona anche un flauto della tradizione albanese in una delle tracce) e il batterista Luca Pighi si è concretizzato in quattro momenti di creazione spontanea fissati per i posteri e per i contemporanei e pubblicati da pochi giorni da Luca Crispino in collaborazione con la sempre attenta Dodicilune. Qui credo di poter dire che siamo lontani dalla musica improvvisata espressa dalla Company londinese quasi mezzo secolo fa, siamo piuttosto nell’ambito di un free rock nel solco tracciato da un manipolo di musicisti inglesi e più tardi ri-creato oltreoceano da altri interessati ad esplorare una forma di rock libero per quanto possibile dagli schemi e creato spontaneamente. I quattro protagonisti hanno background piuttosto diversi: Zorzi è da sempre legato alle pratiche improvvisative anche più radicali, Crispino e Gallo provengono da quello che genericamente viene chiamato circuito jazz, Pighi dei quattro è il più eclettico e con Crispino è parte del quartetto Terreni Kappa che di recente per la Dodicilune ha pubblicato il suo secondo album, “Pequod”

Tra le 4 tracce segnalo “La Prima Verità“, improvvisazione di ventiquattro minuti aperta da accordi di chitarra che anticipa l’improvvisazione collettiva con un fondamentale ruolo della batteria che offre “appoggio” al dialogo tra gli strumenti, un brano segnato da brevi riff (segnatamente ad esempio intorno ai minuti 7 e 21) e da incisivi soli di chitarra e basso, il terzo “movimento” che dopo l’ipnotico inizio vede prendere il sopravvento un riff che non può non far ricordare tale Hugh Hopper e la “Quarta Verità“, decisamente – e sorprendentemente – un bellissimo slow blues con richiami anche alle sue forme più arcaiche (decisamente notevole l’atmosfera creata dall’uso del bottleneck a due terzi del brano, per esempio).

Splendido lavoro il cui ascolto richiede la massima attenzione per cercare di comprendere lo sviluppo di ogni singola traccia, ne vale la pena davvero. Un quartetto che spero possa trovare ingaggi nei festival e nelle più interessanti rassegne; ma, domanda retorica, ce ne sono ancora di direttori artistici in grado di mettersi in gioco cercando le più interessanti proposte musicali che a mio avviso non mancano da inserire in cartellone?

LUCA DONINI 4et “Live in Croatia”

LUCA DONINI 4et “Live in Croatia”

LUCA DONINI 4et “Live in Croatia”

Cat Sound Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Confesso che questo “Live In Croatia” è il primo lavoro del sassofonista e compositore Luca Donini che ho avuto l’opportunità di ascoltare; in realtà, per usare un termine cestistico, qui si ascolta il suo “quartetto base” (con Donini ci sono Mario Marcassa al basso, Andrea Tarozzi al pianoforte e Ricky  Turco alla batteria) che a seconda dell’occasione – e dei budget – può mutare se stesso in settetto o in orchestra. In ogni caso se il quartetto funziona, e qui funziona eccome, il risultato qualitativamente non cambia quale sia la line-up: jazz di ottima fattura suonato da quattro musicisti molto preparati e soprattutto dotati della capacità di “ascoltare” gli altri durante l’esecuzione dei brani, una dote questa che si acquisisce mantenendo saldi i rapporti umani, suonando e ancora suonando. Ovvio che ascoltando questo lavoro, ma il ragionamento potrebbe essere allargato all’infinito, ai critici nasca l’impellente desiderio di “inscatolare” e”categorizzare” la musica; “jazz” è categoria non più sufficiente nonostante includa tutte le influenze individuali di chi lo pratica, bisogna a tutti i costi affiancarle un aggettivo che la identifichi a tutti i costi; si ascolti questo “Live In Croatia” e gli inserti che il Donini 4et inserisce nella sua musica paiono evidenti. Nelle composizioni caratterizzate da un mainstream di nuova composizione trovi inserti di musica latina come in “Palmas” con le percussioni di Turco, di robusto funky in “Maat” introdotto dall’efficace basso elettrico di Mario Marcassa vicino alla classica ballad di “Canto Dell’Angelo” con il lirismo degli assoli di sassofono, pianoforte e basso accompagnati dalla presenza discreta della batteria e dagli istinti improvvisativi che aprono il bellissimo “Raft“.

E, ad ascoltare il cd, pare che la musica del Donini 4et abbia più che convinto gli spettatori del loro tour dello scorso agosto. Sono convinto che sarà così anche per pubblico italiano dei festival che inviteranno il quartetto a suonare il loro interessante progetto.

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

ARMAROLI · SCHIAFFINI 4tet “Monkish (‘round about Thelonious”

Dodicilune Dischi. CD, 2022

di alessandro nobis

A meno di un anno dalla pubblicazione dell’eccellente “Deconstructing Monk in Africa” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/14/schiaffini-%c2%b7-armaroli-deconstructing-monk-in-africa/) Giancarlo Schiaffini (trombone) e Sergio Armaroli (balafon cromatico e vibrafono) assieme a Giovanni Maier (contrabbasso) e Urban Kušar (batteria, percussioni) affrontano nuovamente lo straordinario songbook di Thelonious Monk, pianista, straordinario interprete (vale per tutti il disco dedicato a Duke Ellington con Kenny Clarke e Oscar Pettiford) e  autore di alcune della pagine più importanti della musica afroamericana. Lo fanno scegliendo dodici tra i temi più conosciute ma anche tra quelli poco interpretati dandone una lettura a mio avviso molto originale e per questo altrettanto interessante; gli spartiti di Monk sono tra i più amati dai musicisti ed i più interpretati non solo tra coloro che gravitano nel mondo jazz ma anche da quelli che battono strade parecchio diverse ma che amano fare proprie le melodie monkiane. Mi sembra di poter affermare che Armaroli, Schiaffini, Maier e Kušar costruiscono il loro progetto lasciando piena libertà esecutiva soprattutto al trombonista che ricama, improvvisa e pennella splendidamente sui temi che il vibrafono ed il balafon via via espongono, supportato da una ritmica che perfettamente si adatta e partecipa a questo incrocio di temi e di improvvisazioni. E quando entra in scena il balafon tutto rimanda all’Africa, come in “Bemsha Swing” introdotto da Maier o in “Blues Five Spot“, uno slow blues “primordiale” uno dei brani più significativi di questo ottimo disco con un bel solo di Armaroli; particolare e per me magnifica anche la rilettura di uno dei “super standards” di Monk, “Misterioso“, aperto da un lungo dialogo tra contrabbasso e batteria che anticipa il tema esposto dal balafon che esegue uno splendido assolo ad anticipare l’intervento di Schiaffini in solo dove rilegge il tema e quasi invita all’improvvisazione i compagni.

Di interpretazioni monkiane ne ho ascoltate parecchie, a cominciare da quelle di Steve Lacy (in quartetto ed in solo) della fine degli anni cinquanta e mi sento libero di dire che queste di “Monkish” sono tra le migliori; il titolo recita “‘round about Thelonious” parafrasando un suo celebre brano ma qui, più che “girarci attorno” i quattro musicisti sono penetrati ben bene nell’essenza di Monk come pochi altri hanno saputo fare. Disco che, sempre secondo il mio parere di ascoltatore, resterà e resisterà al tempo.

CARLO CERIANI “Generation”

CARLO CERIANI “Generation”

CARLO CERIANI “Generation”

Splasc(H) Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Ci sono brani “intoccabili”, direi anche iconici, che identificano alla perfezione i musicisti che li hanno composti e registrati e che rappresentano un ben preciso momento nella storia della musica della seconda metà del secolo scorso. Il rischio, interpretandoli, è naturalmente quello di cadere nel pedissequo ricalco che non potrà mai essere a livello dell’originale come era stato concepito. L’alternativa è trasportare la struttura di quei brani utilizzando un diverso linguaggio musicale dandone una nuova lettura; questo è quello che a metà degli anni novanta ha fatto il trio guidato dal chitarrista, compositore ed arrangiatore Carlo Ceriani e composto dal bassista Enrico Terragnoli e dal percussionista Francesco Sguazzabia in arte “Sbibu” con la partecipazione del flautista Stefano Benini. Musicisti che si muovono benissimo nell’ambiente jazz ma che nella loro gioventù si alimentavano anche della miglior musica che si suonava al di qua ed al di là dell’Atlantico ed in questo “Generation“, che contiene anche brani originali, la scelta è caduta su alcuni dei più iconici brani dei King Crimson di Robert Fripp e dei Grateful Dead di Jerry Garcia (oltre ad un brano di Jaco Pastorius), due gruppi musicalmente lontanissimi tra loro ma accomunati dall’interesse verso le improvvisazioni soprattutto nelle esecuzioni dal vivo.

Moonchild” e “The Court of the Crimson King” sono due di questi e la scelta del trio di Ceriani è stata quella di translare le due composizioni nel jazz, musica nella quale l’improvvisazione è un tratto essenziale; del primo si sono conservate le brevi parti iniziali mentre quella centrale, a mio avviso quella più interessante e più legata al concetto di “creazione spontanea” è stata sostituita da una parte nella quale i lunghi assoli di Benini al flauto traverso e di Terragnoli al basso trasformano il brano in una perfetta “slow ballad” racchiusa dai cantabili curati da Ceriani, davvero una resa eccellente e personale del brano tratto da “In the Court …”. Anche il brano eponimo del disco dei KC, a firma Fripp – Sinfield ha subito interessanti trasformazioni che in qualche occasione vanno ad intersecare con inevitabili richiami i “riff” originali della composizione il cui titolo è “The Court of the Crimson King“; eseguito in trio, si caratterizza per il “cantato” iniziale curato dal basso, il lungo solo di chitarra di Ceriani, lungo e ottimamente costruito si trova nella parte centrale con un convincente lavoro della sezione ritmica che precede quello di Terragnoli altrettanto articolato (Terragnoli è anche ottimo chitarrista, e si evince dall’ascolto del solo) che richiama, sul finire, il celeberrimo riff crimsoniano.

Altrettanto interessanti sono le scelte per l’interpretazione di “Dark Star” e “Sugar Magnolia” dei californiani Grateful Dead, due brani che hanno segnato la storia della band di Jerry Garcia & C. soprattutto nelle chilometriche esibizioni live e che erano quasi perennemente presenti nelle loro scalette. Il secondo in particolare, in trio, è un alternare di interventi della chitarra e del basso che lasciano facilmente individuare la melodia originale ma soprattutto fanno apprezzare il ruolo di Sguazzabia sempre puntuale, creativo ed originale considerando che la scelta di allestire il set di percussioni con un numero limitato di elementi fu a mio avviso vincente nel quadro sonoro di questo “Generation“.

Un bel disco, uno dei più interessanti a mio avviso del panorama jazz di quegli anni. Decisamente da riscoprire, alcuni dei suoi brani sono reperibili per l’ascolto su YouTube.