MARTHA J. & CHEBAT QUARTET  “Plays the Beatles”

MARTHA J. & CHEBAT QUARTET  “Plays the Beatles”

MARTHA J. & CHEBAT QUARTET  “Plays the Beatles”

Clessidra Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Per riproporre l’immortale songbook beatlesiano, e mi riferisco all’ambito squisitamente jazzistico, si possono percorrere a mio avviso due strade: quella del chitarrista trevigiano Lanfranco Malaguti che ha letteralmente smontato e rimontato i brani trasformandoli in strumentali (vedi “Something” del 1989 pubblicato dalla Nueva Records) oppure si opera una scelta diversa ma altrettanto intelligente, quella di questo quartetto guidato da Martha J. alla voce e Francesco Chebat al pianoforte con la sezione ritmica composta dal contrabbassista Roberto Piccolo e dal batterista Gionata Giardina. La scelta del quartetto è stata quella di rispettare le melodie scritte da Paul McCartney, John Lennon e George Harrison (“Within Without You” e “Here comes the Sun”) in modo filologico arricchendole di jazz suonato ed improvvisato con gran qualità e gusto; niente copiature calligrafiche quindi – anche la voce non ricalca l’originale, ma piuttosto lo interiorizza facendolo suo – , ma l’ennesima dimostrazione che il repertorio beatlesiano si può se non proprio reinventare ma almeno plasmare ai background dei musicisti che intendono suonarlo, anzi interpretarlo. La prima delle due composizioni di Harrison ad esempio, introdotta dall’archetto del contrabbasso, dalle percussioni e con un ostinato di pianoforte che prelude alla melodia, bellissima, di questo brano proveniente dal sublime “St. Pepper’s” e che procede con il brillante solo di Chebat (la sinistra tiene l’ostinato, la destra fa il solo) con le “spazzole” di Giardina in accompagnamento per ritornare poi all’idea originale dell’autore del brano, oppure l’indovinato medley “Because / Blackbird” con l’espressiva e precisa voce di Martha J. in apertura della ballad che introduce la ritmica ed il solo di pianoforte che lega le due parti.

Un ottimo lavoro, di notevole levatura a mio modesto parere: affrontare il songbook beatlesiano è come correre in un campo minato, il rischio di trasformarsi in una tribute band è altissimo ed altrettanto alto è quello di vedere tra il pubblico dei club persone che fischiettano i ritornelli e scuotono la testa a tempo.

Quello che suona questo quartetto va invece ascoltato e riascoltato con l’attenzione che merita, ed i palchi dei jazz festival con il loro pubblico sempre attento sono la situazione ideale. A mio avviso.

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

MARIA VICENTINI & SALVATORE MAIORE “Mingus World”

VELUT LUNA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Mi ero ripromesso di non parlare più di dischi di musica afroamericana più che altro per la mia incompetenza, ma ci sono occasioni così significative da costituire un’eccezione non fosse altro – e questo è il caso – per avere avuto la fortuna di assistere ad uno dei loro concerti; era il 2019, il palco era quello del Cohen Club a Verona (volete sapere la data esatta? Bene, il 3 marzo) e Maria Vicentini (violino, viola) con Salvatore Maiore (contrabbasso, violoncello) presentavano la loro visione del repertorio di Charles Mingus dove arrangiavano alcune delle sue composizioni per strumenti ad arco.

Un progetto che si è concretizzato con questo “Mingus World”, una “restituzione” che ci regala una visione inedita e sorprendente del songbook mingusiano, uno dei più “alti” della storia della musica “americana” del novecento. E qui dei capolavori del contrabbassista di Nogales c’è ampia testimonianza a cominciare da “Monk, Bunk & Vice Versa” che apre il lavoro, una composizione dedicata da Mingus a Thelonious Monk con citazione di “Well You Needn’t” qui con un deciso incipit del contrabbasso ed il tema esposto dalla viola, per continuare con “Jelly Roll” splendida lettura del brano del 1959 (l’ellepì è “Mingus Ah Um”) eseguito in “pizzicato” ed arricchito con due significativi soli, “Better Get Hit In Your Soul” dove gli archetti duettano, interagiscono, improvvisano mettendo in evidenza tutta la straordinaria bellezza di questo tema, uno dei più celebri di Mingus assieme a quel “Good Bye Pork Pie Hat” qui in una “struggente” versione dove il violoncello espone l’obbligato del tema sul tappeto del violino per poi confluire in una lunga ed efficace improvvisazione di Maria Vicentini. 

Retoricamente mi domando, ogni volta che ascolto musica di questo livello, come mai Maria Vicentini e Salvatore Maiore non siano nei programmi dei più importanti Jazz Festival del Bel Paese a cominciare da quello della città dove vivo …………… Verona.

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SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

CENTIPEDE “Septober Energy”

Neon Records. RCA Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Di sicuro Keith Tippett non è stato un sessionman di passaggio nella storia musicale di Robert Fripp visto che oltre ad invitarlo alle registrazioni di “In The Wake of Poseidon”, Islands” e “Lizard” ebbe il coraggio di produrre alcuni dei suoi capolavori degli anni settanta come “Ovary Lodge”, “Blueprint” oltre a questo monumento che risponde al nome di “Septober Energy”. Cento piedi, ma anche le cento mani dei musicisti che hanno contribuito alla realizzazione a quello che può essere considerato il manifesto del jazz europeo di quegli anni: il suono dei Blue Notes e dei Soft Machine, quello dei Nucleus e dei più illuminati protagonisti del jazz inglese, il gruppo di Tippett del periodo “Vertigo” quasi al completo che funge da catalizzatore di tutta l’orchestra, due crimsoniani come Ian McDonald e Boz Burrell e la produzione di Robert Fripp sono gli ingredienti che danno luminosa vita alle quattro composizioni di “Septober Energy”. In effetti, anche la Dedication Orchestra, la Brotherhood of Breath di Chris McGregor e la Globe Unity di Alexander Von Schlippenbach (anche se questa ha avuto una produzione discografica più ampia) trovarono poche occasioni di esibirsi sui palchi del festival viste le difficoltà logistiche (pensate che Tippett aveva in mente un’orchestra di cento elementi, non so se mi spiego) e questo, vista la qualità della musica definisce ancor più il livello estremo delle produzioni di tutte le orchestre citate. Il difficile equilibrio tra le parti scritte e quelle improvvisate, difficile da raggiungere per le grandi orchestre, qui è davvero mirabile, tutto scorre e a dispetto dei patiti del maistream e di tutti quelli che considerano “Septober Energy” un disco ostico che invece è godibilissimo e piacevole. La quarta facciata – indicata come “Part 4” – è proprio quella che indica la continuità con il Keith Tippett Group considerato che si sviluppa attorno a “Green and Orange Night Park”, tema e pubblicato in  “Dedicated to you but you weren’t Listening” sempre nel ’71 ma qui dal respiro più ampio e marcato dagli assoli di Tippett, che apre il brano, di Elton Dean al soprano, Mark Charig alla tromba e con uno splendido supporto ritmico di tre batteristi del calibro di Tony Fennell, Robert Wyatt e John Marshall.

Lo voglio ribadire, se volete approfondire la grandezza e l’intensità del jazz europeo di quegli anni non dovete prescindere da questo capolavoro. E Robert Fripp? Fripp produce e appare nella foto di gruppo: narra la leggenda che non trovò il tempo di partecipare alle registrazioni perché impegnato a “tenere a bada” cotanta orchestra. Alle leggende io credo, però ……….

Due le copertine, quella bianca della Neon Records e quella con “bottiglie” dell’RCA.

SCHIAFFINI · ARMAROLI “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Questa operazione di “destrutturazione” delle composizioni di Thelonious Monk è a mio avviso a dir poco geniale e che a farlo siano stati due luminari del jazz contemporaneo italiano è l’ennesima conferma della sua qualità raggiunta negli ultimi anni: Giancarlo Schiaffini, trombonista, è da tempo una delle punte del panorama avanguardistico e Sergio Armaroli, percussionista, ha dimostrato sempre nei suoi lavori, in particolare quelli prodotti dall’etichetta salentina di Rampino e Bizzocchetti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/06/03/centazzo-·-schiaffini-·-armaroli-trigonos/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/26/sergio-armaroli-trio-with-giancarlo-schiaffini-micro-and-more-exercises/) per fare due esempi, le sue capacità di compositore, esecutore ed improvvisatore. La condivisione di un certo percorso musicale e la consolidata esperienza dialettica tra i due musicisti ha fatto sì che l’idea di prendere in prestito il songbook monkiano e di separare per poi rileggere e mettere il tutto nel crogiuolo per la loro fusione le sue componenti funzioni alla perfezione.L’attenzione verso la musica del West Africa, il blues monkiano, quella elettronica e quella contemporanea fusi assieme dal linguaggio improvvisativo risultano un tutt’uno estremamente interessante all’ascolto che ogni volta fa scoprire angolature e spunti diversi, la polifonia vocale con sovrapposto il trombone che accenna a Monk, i caldi suoni “etnici” del balafon che scandiscono qua e là i temi del pianista di Rocky Mount enunciati qua e là accanto a quelli elettronici che permeano gli oltre cinquantotto minuti della performance fanno di “Deconstructing Monk in Afrika” un disco a mio avviso importante, fiore all’occhiello italiano del panorama jazz contemporaneo.

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LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA  “Chapitre I”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Si respira una fresca ed originale aria d’oltralpe in questo bell’esordio del quartetto “Les Contense D’Alfonsine”: aria della miglior canzone d’autore, dello swing manouche e del valse musette che si incontrano grazie a quattro musicisti, la cantante Sofia Romano, il clarinettista Hugo Proy, il violinista Frédéric Gairard e il chitarrista Marco Papadia.

Giusto per mettere le cose in chiaro, il disco si apre con “Indiffèrence” una ottima versione di un valse musette scritto nel ’42 da Joseph Colombo e dall’accordeonista italo-francese Tony Murena (un autore e strumentista da riscoprire assolutamente) e tra le tracce segnalo anche “La Bicyclette” di Pierre Barouh portata al successo da Yves Montand con una significativa interpretazione di Sofia Romano, sempre all’altezza di un repertorio non facile da affrontare senza cadere nel “già sentito” ed autrice di alcuni dei testi come in “Le Géant” scritta a quattro mani con Marco Papadia ed unico brano totalmente originale che va nella direzione del rinnovamento del repertorio manouche, e dell’unico brano proveniente dalla musica afroamericana scritto dal sopranista Joshua Redman (era nel disco “Back East”) che chiude il disco, “Zarafah”; un’interessante introduzione – e – chiusura  dichiaratamente “bartokiana” di violino, un’espressiva parte di Proy e il sempre delicato arpeggio di chitarra che con il clarinetto stendono il perfetto “fondale” per la voce di Sofia Romano.

Un lavoro notevole, questo “Les Contes D’Alfonsina”, tra rinnovamento e tradizione, con arrangiamenti che non mostrano alcuna caduta di tono e che indicano molto chiaramente la direzione musicale che questo quartetto italo francese ha intrapreso.

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URBAN FABULA “Movin’”

URBAN FABULA  “Movin’”

URBAN FABULA  “Movin’”

TRP MUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Il pianista Seby Burgio, il contrabbassista Alberto Fidone ed il batterista Peppe Tringali sono il trio “Urban Fabula” e questo loro recente disco, “Movin’” è l’ottimo risultato del loro processo compositivo collettivo e della sua concretizzazione musicale. A parte la bella rilettura di “Englishman in New York”, che chiude il disco, il trio propone sei brani originali che si possono definire “maistream contemporaneo”, il che sta a significare che i tre hanno ben chiara l’evoluzione della musica afroamericana e compongono tenendo ben presenti i suoi comandamenti riuscendo ad essere originali e non facilmente assimilabili ad altri compositori. E questo, a mio modesto avviso è un gran pregio. Il lungo brano eponimo, ad esempio, richiama l’Africa intarsiando la voce narrante di Yoro Ndao nel jazz con lo splendido duo contrabbasso – pianoforte ed i due significativi assoli accompagnati dal preciso e robusto drumming di Tringali ed anche “Manu”, il brano che più richiama la “Mother Africa” (e qui ci ho sentito l’eredità del pianismo sudafricano di Dollar Brand) aperto dal pianoforte che canta la melodia accompagnata dalla percussione e che si conclude con il coro di bambini diretto da Aurora Leonardi sono il chiaro esempio di questo bel progetto tutto iitaliano a testimonianza del valore che ha raggiunto il jazz nel nostro Paese. Ed infine “Circle”, suddiviso in due parti: la prima, una ballad con il contrabbasso suonato con l’archetto e con il pianoforte e la seconda con l’ingresso della batteria dal ritmo più sostenuto e brillante (la terminologia specifica la lascio a quelli che “se ne intendono”) che conduce alla pacata conclusione del brano, una scrittura le cui variazioni vogliono ricordare i cambiamenti che inevitabilmente si verificano nell’esistenza di ciascuno di noi e che descrivono bene il progetto “Movin’” un concept album dedicato alla vita ed alle sue continue trasformazioni.

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

“Nubivago”. AZZURRA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

D’accordo, nel 2009 Peo Alfonsi pubblicava il primo volume dei lavori per liuto di J. S. Bach arrangiati per chitarra, nel 2015 “O Velho Lobo” un disco con i preludi e studi di Heitor Villa Lobos e “Change of Heart” dove interpreta suoi arrangiamenti degli spartiti di Pat Metheny, ma questo “Nubìvago” pubblicato da poche settimana dall’etichetta veronese Azzurra può essere considerato a tutti gli effetti il primo vero lavoro solista del chitarrista cagliaritano non fosse altro perché le scritture che compongono questo lavoro sono tutte, o quasi, originali. L’uscita di “Nubìvago” è pertanto l’occasione ideale per fare con il chitarrista cagliaritano due chiacchiere sulla sua carriere solista.

– Johann Sebastian Bach, Pat Metheny e Heitor Villa Lobos, seguendo il tuo percorso musicale sembrano essere dei punti fermi del tuo essere musicista e compositore, insomma la conferma di un carattere “Nubìvago”. Ad esempio riascoltando il tuo lavoro di trascrizioni per chitarra del 2009 sembra che tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto da Bach quasi trecento anni fa (composte intorno al 1730) nelle sue Suites, nel Preludioe nella Fugaper il liuto, soprattutto se suonate con la chitarra: mi sembrano, detto da ascoltatore, di una modernità sorprendente (ascoltate la Fugadella Suite 997, per fare un esempio, n.d.r.). Ma detto da un musicista, in cosa consiste questa modernità?

– Come ho scritto nelle note di copertina del Cd a lui dedicato cui fai riferimento, la musica di J. S. Bach è probabilmente l’influenza più rilevante di tutta la mia vita musicale. Quali ne siano le ragioni, e quali gli elementi della sua “modernità” come giustamente dici sarebbe troppo difficile dire compiutamente in questa sede. Mi colpisce il fatto che tu ti riferisca in particolare alla Fuga 997 perché è da sempre, insieme con la Ciaccona, la composizione di Bach che amo di più suonare. Posso solo accennare al fatto che, forse, tra gli elementi che rendono la musica di Bach non solo moderna, nel senso di attuale, ma oserei dire eterna vi sia il fatto che per una congiuntura temporale il genio di Bach si sia manifestato proprio quando la tradizione della musica contrappuntistica aveva raggiunto il suo apice. Dopo di lui si poteva solo girare pagina, e così è avvenuto.

Per questo che fortunatamente, pur essendo d’accordo con te sul fatto che in un certo senso “tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto”, ciò non ha impedito alla musica, come è peculiarità di tutte le arti, di trovare nuovi modi, tradizioni e stili per ripetere, rinnovandola, la sua parola al mondo.

– A mio avviso la musica di Pat Metheny si caratterizza per una quasi maniacale ricerca dell’aspetto melodico della sua musica ma anche per la sua vicinanza al mondo del jazz più puro e più all’avanguardia colemaniana e improvvisativa. Anche qui hai saputo dare una tua visione personale acustica del suo songbook: quale è stato l’approccio verso la sua musica?

– Ho un debito di riconoscenza infinita verso Metheny, è dal giorno che ragazzino imberbe innamorato del pop-rock distrattamente incappai in “Yolanda you learn” che la mia vita musicale non è più stata la stessa.. quel brano insieme con il “Koln concert” di K.Jarrett aveva gettato il seme del jazz e della musica improvvisata, e quel seme negli anni è diventato un albero rigoglioso e ingombrante nel giardino delle mie passioni musicali. “Change of heart” è nato da questa voglia di pagar pegno da un lato, e dall’altro dalla curiosità di scoprire come – a distanza di almeno trent’anni da quel primo incontro – la musica di Pat Metheny avrebbe potuto ritornare tra le mie dita che nel frattempo avevano incontrato nuovi amori, accettato nuove sfide e – soprattutto – definitivamente abbandonato la tendenza ad imitare le sue!

– Io non sono un musicista, per fortuna del genere umano, ma se ne avessi avuto la capacità e la costanza avrei voluto essere un chitarrista acustico e quindi sarei dovuto passare dalle “forche caudine” di Heitor Villa Lobos. Perché il compositore brasiliano è ancora un punto di riferimento per chi suona la chitarra? Personalmente tu cosa hai visto nelle pieghe nascoste delle sue composizioni?

– “O velho lobo” è il mio omaggio ad uno dei compositori più geniali della storia della musica. Da chitarrista poi, come dici bene tu, la sua opera rappresenta un passaggio imprescindibile. Essermi confrontato con l’integrale delle sue composizioni per chitarra sola è stata una sfida particolarmente difficile e allo stesso tempo stimolante. Difficile perché, pur essendo io un “chitarrista classico”, come si suol dire, cioè proveniente da studi accademici di conservatorio ecc. (e mi preme qui ringraziare il mio adorato maestro Gino Mazzullo senza il quale non avrei  scoperto i tesori di Villa Lobos, né avrei mai potuto serenamente sviluppare e vedere incoraggiate le mie “pulsioni” verso il jazz e le musiche popolari che spesso, soprattutto in quegli anni, venivano viste come il fumo negli occhi dalla stragrande maggioranza degli ambienti “accademici”) ero e sono ben consapevole che con l’integrale di Villa Lobos si sono negli anni cimentati fior fior di virtuosi della tradizione della chitarra classica tali da far impallidire chiunque volesse approcciarsi a questo repertorio con la presunzione di non sfigurare. Sentivo però d’altro lato che qualcosa dello spirito di questa musica poteva trarre giovamento ed illuminarsi di una luce diversa, se osservato e riletto dal punto di vista di un improvvisatore abituato al confronto quotidiano con la musica popolare, il jazz ecc. Quello che ho provato a fare l’ho riassunto in una frase riportata sul cd: “…restituire queste meravigliose pagine di musica alla foresta..” ma è certamente espresso molto meglio, nonché contestualizzato magistralmente nelle note di copertina che accompagnano il cd, firmate da quel luminare in fatto di musica brasiliana che è il mio caro amico e straordinario musicista Gabriele Mirabassi.

– Pur avendo una preparazione classica hai sempre avuto una grande curiosità, conoscenza e rispetto delle altre forme musicali ………

– Questa è forse proprio la chiave che mi ha permesso, come detto sopra, di avvicinarmi con timore solo relativo anche ad opere così imponenti da suscitare una sana e ragionevole soggezione. C’è da chiedersi, in qualità di musicisti, se qualcosa di ciò che facciamo abbia “senso” dopo tutto quello che l’umano ingegno ha prodotto fin qui… Poter partecipare con una piccola goccia all’oceano della creatività umana è possibile o con l’impulso del giovane che cerca una sua collocazione, o con il distacco di chi ha ormai capito che più che la goccia, è l’oceano a contare. Resta il piacere di ammirare, talvolta estasiati, il potere che l’arte umana nelle sue svariate forme ha sempre avuto e sempre avrà, di parlare con mille linguaggi diversi agli stessi meandri non altrimenti raggiungibili dello spirito umano. Tali linguaggi non meritano di essere incasellati secondo principi “gerarchici”, quanto piuttosto di esser avvicinati con curiosità sempre rinnovata e uno sforzo sincero che permetta di coglierne quanto più possibile le specificità.

– Anche in questo tuo nuovo lavoro, “Nubivago” non sei riuscito – e lo dico in modo ironico – a stare lontano da rivisitazioni di brani altrui: il brano che chiude il disco è un brano beatlesiano, e c’è una citazione “colta” del Coltrane di “Giant Steps” perfettamente “innestato” in una tua composizione, “Passi da Gigante”. La curiosità mi spinge a chiederti qual’é stato il tuo approccio a questi due brani, quando ci si misura con questi autori penso sia facile cadere nella riproposta calligrafica?

– Ebbene si, tra i miei grandi amori ci sono certamente i Beatles… non sempre è facile discernere quanto delle ragioni che ci inducono ad amare alcuni autori in particolare sia dovuto al potere che la musica ha di riportarci a emozioni significative del nostro passato, e quanto invece li ameremmo comunque se anche ci imbattessimo oggi per la prima volta nella loro arte con tutta la nostra storia ed evoluzione personale… Sono domande senza risposta ma posso dire che nel caso specifico dei Beatles sono certo di essere in ottima compagnia nel ritenere che  qualcosa di magico sia effettivamente avvenuto dall’incontro di quei quattro ragazzini di Liverpool, anche al netto di tutti gli aspetti sociologici con cui tutto il “fenomeno Beatles” è inestricabilmente intrecciato.Quanto a Coltrane, i passi da gigante sono, ovviamente, i suoi … quelli di un musicista che non si è mai accontentato dei propri traguardi.

Al di là dell’ineguagliata maestria strumentale, resta ancora più rilevante a mio giudizio la sua testimonianza di vita che lo ha visto porre sopra ogni altro imperativo quello di nutrire la sua ricerca spirituale con sempre nuove sfide e una instancabile esplorazione senza compromessi di nuovi territori.  

– Come racconti nelle note di copertina questa è la concretizzazione, simpaticamente tardiva, di un vecchio sogno, quello di registrare in piena libertà la tua musica. Come nascono le tue composizioni?

– Nascono per lo più casualmente, da un’idea che, chissà bene perché, il mio istinto giudica “degna” di essere seguita e sviluppata. Quell’idea è il seme di tutto il resto, quello che viene dopo è appunto la composizione, ovvero il processo, talvolta anche lungo e travagliato, di sviluppo e “organizzazione” dell’idea originaria.

Di come questa idea originaria – che è il vero inizio e la conditio sine qua non per tutto quel che viene dopo – prenda vita non so proprio dire granché, forse perché in fondo preferisco non sollevare il velo di mistero che l’accompagna e che ancora oggi mi permette di sorprendermi e divertirmi a fare il mestiere che faccio.

– Possiamo dire che questo progetto solistico avrà un seguito e, a proposito di Bach, hai intenzione di registrare un secondo volume dei suoi lavori per liuto?

– Mi auguro che le particolari condizioni in cui siamo precipitati e continuiamo ad essere immersi da ormai un anno abbiano presto fine e che si possa riprendere  a godere di quello che resta comunque il privilegio più bello del fare musica, ovvero il farla insieme. Per questo mi auguro che i miei prossimi lavori possano essere il frutto di collaborazioni con qualcuno dei tantissimi musicisti che stimo e che, come me, in questo momento soffrono la privazione della gioia più grande che la musica sa darci: quella di immergere in un’unica bolla due o più individui diversi, talvolta lontani, e fargli sentire il calore di un unico abbraccio che li unisce.

Quanto a Bach, arriverà un volume 2, prima o poi, ma è sorprendente come davanti a certe sue composizioni che amo e frequento da oltre trent’anni ormai, non mi senta ancora pronto..

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo nuovo significativo lavoro del compositore, batterista e percussionista Massimo Barbiero è il quinto dedicato alle percussioni dopo “Nausicaa” (2009), “Keres” (2011), “Sisifo” (2012), “Simone De Beauvoir” (2014, per solo marimba) e “Mantis” (2015); nella discografia di Barbiero una parte rilevante è quindi dedicata allo studio delle percussioni “in solo” e vorrei rimarcare come la qualità dei lavori in duo e i progetto “Enter Ellen” e “Oldwalla” confermano al di là della ormai “assodata” capacità strumentale una continua ricerca timbrica e compositiva.

In “Foglie d’Erba” l’attenzione è rivolta alle percussioni – e quindi non c’è la batteria – e precisamente al vibrafono, alla marimba, al glockenspiel, ai timpani ed ai gong ed il risultato è ancora una volta affascinante e piacevolissimo all’ascolto.

Barbiero scrive e naturalmente esegue dieci composizioni che riescono evidenziare al meglio le potenzialità sonore degli strumenti che di volta in volta “abbraccia”, senza mai essere autoreferenziale o puramente accademico regalando all’ascoltatore emozioni che raramente invece si ascoltano quando le percussioni partecipano ad uno suono di gruppo dove quasi sempre hanno una funzione – peraltro fondamentale – ritmica. Poi, se mi costringo a segnalare i brani che più mi hanno affascinato, scelgo senz’altro quelli per marimba, ovvero “La Rupe” e “La Chimera” per l’atmosfera quasi primordiale che questo strumento riesce a creare e per il suono che mi ha riportato ad ascoltare “Simone De Beauvoir” e Steve Reich e la sua straordinaria composizione “Six Marimbas”. Inoltre mi sono particolarmente piaciute “La Pioggia”per percussioni “assortite” con il suo avvolgente incedere ipnotico e la breve “Schiuma d’onda”, per timpani; ma tutto il lavoro è piacevolissimo all’ascolto e dà la possibilità – ribadisco – di conoscere in modo profondo sia le potenzialità degli strumenti che di apprezzare la grande passione e dedizione di Barbiero per le percussioni. Disco da avere.

http://www.massimobarbiero.com

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

FULICA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Herbie Nichols e Thelonious Sphere Monk sono, visto il numero di “citazioni” nella sua corposa discografia, i due autori – entrambi pianisti – più amati e suonati da Duck Baker, in studio e dal vivo. Ora la Fulica Records pubblica un concerto di Baker in compagnia del clarinettista Ben Goldberg registrato in quel di Berkeley nel 2003 in occasione di un “house concert”. Concerto che presumo avranno visto in pochi, vista la natura stessa degli “H.C.” e che ora molti avranno la possibilità di ascoltare, e poco importa se la qualità della registrazione non sia DDD, la qualità della musica è quella che fa la differenza e qui di questa ce n’è in abbondanza.

Dieci brani, otto scritti da Monk, e degli altri due voglio citare l’ellingtoniano “It Don’t mean a thing” – altro cavallo di battaglia bakeriano – peraltro qui abbinato a “Off Minor” del pianista del North Carolina. Baker e Goldberg naturalmente hanno pieno rispetto dei temi, ma allo stesso tempo sanno staccarsene regalando a chi ascolta la possibilità di fruire di lunghe improvvisazioni, di un dialogo sempre efficace ed originale all’interno degli stessi temi, come se questi fossero dei punti di incrocio nei quali i due musicisti ritornano all’ovile monkiano; valgano per tutti “Bemsha Swing”, un bellissimo rifacimento di “Misterioso” – dove il tema lo riconosci dopo oltre un minuto – che va a chiudere il disco e la meno conosciuta “In Walked Bud”, quasi la descrizione delle movenze di Bud (Powell ?) dove Baker detta inizialmente il tempo e Goldberg improvvisa con suo sempre illuminante clarinetto (splendido il suo solo).

Se gli archivi bakeriani sono tutti di questo livello, ben ne vengano altri. Di questi inediti.

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALFAMUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Certo che alla fine di questo delirio pandemico che sta lasciando senza lavoro e senza alcun sussidio la maggior parte dei musicisti che provano a vivere di musica, si dovrà prendere atto con ancora più attenzione ed entusiasmo di quanto sia cospicuo qualitativamente e quantitativamente il movimento del jazz italiano: magari dedicando rassegne e festival – a Verona “c’era una volta Jazzitalia” – che mettano in primo piano il valore dei jazzisti nostrani delle passate e delle presenti preparatissime generazioni, non fosse altro per promuovere i loro lavori meglio di quanto sia stato fatto finora e per dare giusto godimento a chi il jazz lo pratica e di conseguenza anche a chi lo ascolta e lo apprezza.

Questo “The Connection” ad esempio, prodotto da Alfamusic, che vede protagonista il quartetto guidato dal batterista e autore Aldo Bagnoni del quale fanno parte Mauro Tre (tastiere), Giampaolo Laurentaci (contrabbasso) ed Emanuele Coluccia (sassofoni e pianoforte in un brano), non solo “esecutori” degli spartiti ma preziosi collaboratori anche nella fase progettuale e creativa di questo bel lavoro. Il jazz che si “respira” qui è quello elettro-acustico nel quale fanno capolino qual e là ed in modo sempre misurato il sintetizzatore ed il Fender Rhodes con il suono così particolare ed indicativo della fase storica nella quale si iniziava ad elettrificare, prima parzialmente e poi completamente, il linguaggio della musica afroamericana: mi riferisco in particolare al groove di “Lipompo’s just arrived”, dedicata a Bruno Tommaso e con richiami alla tradizione lucana ed a “Cappello Eolico” brano dalla grande cantabilità con espressivi assoli di sax tenore e di synth, mentre sul versante acustico notevole l’introspettiva ballad acustica “Heart on the Mountain”.

Musica che viene dal cuore, dalle esperienze personali di Aldo Bagnoni, e che raggiunge anche il cuore chi ha il piacere di ascoltarla, un altro, ennesimo capitolo che ci racconta come il jazz italiano sia più che mai vivo e vegeto in tutte le sue declinazioni.

Sperando in tempi migliori, perché peggiori di questi faccio fatica ad immaginarli.

http://www.alfamusic.com