BRUCE · HISEMAN · HECKSTALL SMITH · McLAUGHLIN “Things we like”

BRUCE · HISEMAN · HECKSTALL SMITH · McLAUGHLIN “Things we like”

SUONI RIEMERSI: JACK BRUCE · JON HISEMAN · DICK HECKSTALL SMITH · JOHN McLAUGHLIN “Things we like”

Polydor Records. LP, 1970

di alessandro nobis

L’estate del 1968 fu un’estate intensa per Jon Hiseman e Dick-Heckstall Smith: tra la registrazione di Bare Wires con i Bluesbreakers di John Mayall e l’inizio dell’avventura con i Colosseum trovarono fortunatamente per noi il tempo anche per un session agostana assieme al bassista Jack Bruce che aveva appena concluso l’esperienza “Cream” ed al chitarrista John McLaughlin che allora era parte del quartetto del pianista Gordon Beck assieme a Tony Oxley e Jeff Clyne (“Experiments with Pop” venne pubblicato nel ’68 dalla Major Minor).

A parte la rilettura di “Born to be blue” di Mel Tormè e Robert Wells e di “Sam’s sack” di Milt Jackson, quest’ultima nel medley “Sam Enchanted Dick” che comprende anche “Rill’s Thrills” di Heckstall Smith, il disco contiene composizioni originali di Jack Bruce, in una session nella quale si ascolta raffinato e purissimo jazz nel periodo in cui questo iniziava ad essere contaminato dal rock o più semplicemente elettrificato; a giudicare dalla formazione infatti tutto farebbe pensare ad un’operazione di questo tipo, ma invece il contrabbasso di Bruce (che raramente si sente su altre sue incisioni, quasi volesse smaltire la sbornia di blues elettrico dei Cream) guida lo straordinario quartetto nel quale i due futuri Colosseum più legati al blues britannico ed il fraseggio di McLaughlin regalano uno dei più importanti – naturalmente a mio modesto parere – dischi del jazz europeo, inglese in particolare, in assoluto.

La prima facciata si apre con “Over The Cliff” (eseguito in trio senza la chitarra) con il contrabbasso pizzicato di Bruce, e Heckstall-Smith con i due sassofoni suonati contemporaneamente ci fa capire quanto il suo suono sia ispirato da quello di Roland Kirk, mentre il seguente “Statues” ci presenta un inedito Jack Bruce alle prese con l’archetto – splendido il suo solo – ed altrettanto significativo il break di Hiseman (magico il suo drumming che davvero ha avuto pochi eguali). Un brano che dà un’immagine precisa di questo progetto al quale, nei brani dove è presente, dà ulteriore forza John McLaughlin come nel medley citato in apertura con uno splendido solo che mette in risalto tutta la tecnica e la classe dell’allora ventiseienne chitarrista, tutta evidente anche nella splendida ballad “Born to be Blue” che chiude il lato A.

Jack Bruce ha in quegli anni registrato della grande musica in trio (con batteria e sassofono) come quella con lo stesso Hiseman e John Surman (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/10/27/suoni-riemersi-hiseman-%c2%b7-bruce-%c2%b7-surman-le-session-del-1971-%c2%b7-1978/), un progetto che poi ha un po’ lasciato nel cassetto e che avrebbe avuto invece un grande consenso tra gli appassionati jazz. Peccato.

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The summer of 1968 was a busy summer for Jon Hiseman and Dick-Heckstall Smith: between the recording of “Bare Wires” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/12/21/suoni-riemersi-john -mayalls-bluesbreakers-bare-wires /) with John Mayall’s Bluesbreakers and the beginning of the adventure with the Colosseum fortunately found time for us also for an August session together with bassist Jack Bruce who had just finished the experience “Cream” and guitarist John McLaughlin who was then part of the quartet of pianist Gordon Beck along with Tony Oxley and Jeff Clyne (“Experiments with Pop” was released in ’68 by Major Minor).

Apart from the reinterpretation of “Born to be blue” by Mel Tormè and Robert Wells and “Sam’s sack” by Milt Jackson, the latter in the medley “Sam Enchanted Dick” which also includes “Rill’s Thrills” by Heckstall Smith, the album contains original compositions by Jack Bruce, in a session in which refined and pure jazz is heard in the period in which it was beginning to be contaminated by rock or more simply electrified; judging from the line-up, in fact, everything would suggest an operation of this type, but instead Bruce’s double bass (which is rarely heard on his other recordings, almost as if he wanted to soothe Cream’s electric blues hangover) leads the extraordinary quartet in which the two future Colosseums more linked to British blues and McLaughlin’s phrasing offer one of the most important – naturally in my humble opinion – European jazz records, English in particular, ever.

The first side opens with “Over The Cliff” (performed in trio without the guitar) with Bruce’s pizzicato double bass and Heckstall-Smith with the two saxophones played at the same time makes us understand how much his sound is inspired by that of Roland Kirk , while the following “Statues” presents us with an unpublished Jack Bruce struggling with the bow – his solo is splendid – and Hiseman’s break is equally significant (his drumming is magical and has really had few equals). A song that gives a precise image of this project to which, in the songs where it is present, John McLaughlin gives further strength as in the medley mentioned at the beginning with a splendid solo that highlights all the technique and class of the then twenty-six year old guitarist .

In those years Jack Bruce recorded great trio music (with drums and saxophone) such as that with Hiseman himself and John Surman (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/10/27/suoni-riemersi-hiseman- % c2% b7-bruce-% c2% b7-surman-le-session-del-1971-% c2% b7-1978 /), a project that he then left a bit in the drawer and that would have had a great consensus instead among jazz fans.

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

MASSIMILIANO ROLFF “Gershwin on Air”

Challenge Records International. CD, 2021

di alessandro nobis

Dopo sette album il contrabbassista Massimiliano Rolff si guarda indietro e decide di affrontare il songbook gershwiniano, riconosciuto da tutti uno dei pilastri del jazz; l’istinto iniziale è quello di chiedersi se, nel 2021, c’era veramente bisogno di un altro omaggio al compositore americano e la risposta arriva dopo il primo ascolto ed è affermativa. Le composizioni di Gershwin riprendono vita ancora una volta, passando “attraverso” il lavoro di Rolff ed uscendone con un originale punto di vista, quello del contrabbasso che qui trova pieno risalto grazie agli arrangiamenti dello stesso musicista (ad esempio in “Foggy Day” e nella seguente “Bess you is my woman”, per citare giusto i due brani iniziali) che, per dare ancor più significato alle sue riletture si è avvalso del finissimo tocco del pianista Tommaso Perazzo e della batteria di Antonio Fusco. L’intelligente ed originale rilettura è per nulla calligrafica e propone una lunga suite tratta da “Porgy and Bess” vicina ad altri brani dello stesso autore. ”It Ain’t Necessarily So” può essere considerato come emblematico rispetto al disco, la celebre melodia è a tratti irriconoscibile, lontanissima ad esempio dagli arrangiamenti di Gil Evans; qui lo spartito è stato pazientemente demolito e ricostruito riuscendo a dare una nuova interessante visione all’opera gershwiniana ed invitando l’ascoltatore ad apprezzare in modo profondo la bellezza di questa musica che scritta nel lontanissimo 1935 con il libretto di DuBose Heyward conserva ancora spazi, se opportunamente cercati, per una sua rielaborazione e rilettura, quasi una nuova nascita, come per “Summertime” dove l’arrangiamento mette in piena luce la capacità descrittiva del contrabbasso che a seguire del pianoforte espone il celeberrimo tema e suona un lirico assolo e la swingante “Embraceable You” (scritta nel 1928 per un’operetta mai realizzata, “East is West”) che mette in risalto l’interplay di gran livello del trio.

Davvero un bel disco, ogni volta che un musicista affronta in modo così profondo la musica di George Gershwin, questa rinasce come una fenice

SUONI RIEMERSI: HISEMAN · BRUCE · SURMAN “Le session del 1971 · 1978”

SUONI RIEMERSI: HISEMAN · BRUCE · SURMAN “Le session del 1971 · 1978”

“Le session del 1971 · 1978”

di alessandro nobis

Dall’officina musicale di Graham Bond, a partire dai primissimi anni sessanta, sono uscite le migliori menti che hanno saputo miscelare sapientemente il blues, il rock ed il jazz senza specificare “britannico” perché il valore di molta di questa musica è, o almeno lo ritengo personalmente, globale. Non tutto è stato pubblicato su dischi specifici, molto è rimasto negli archivi anche della BBC ma molti dei lavori sono rimasti come dicevo nella storia della nostra musica.

Le session negli studi di registrazione della BBC tra John Hiseman, Jack Bruce e John Surman sono state due a quel che mi risulta, senza nessuna post produzione e realizzati specificatamente per essere mandati in onda dall’emittente di stato britannica. Non sappiamo se oltre a questi 45 minuti ci sia dell’altro, ma comunque si tratta di sei brani pubblicati nel 2008 dalla Polydor nel triplo cofanetto “Spirit: Live at BBC” dedicato al bassista e compositore Jack Bruce del quale ne costituiscono la parte decisamente più interessante per i cultori del jazz; questa è una formazione che non può non ricordare quella del trio formato da John Surman, Barre Phillips e da Stu Martin che registrò nel 1970 il capolavoro del free europeo “The Trio”.

La prima session risale come detto del 1971, il 10 agosto per la precisione, e venne trasmessa dalla BBC per la trasmissione “Jazz in Britain” in due parti, il 31 dello stesso mese ed il 23 febbraio dell’anno seguente; tre i brani registrati scritti da Jack Bruce, ovvero “Jack’s Gone”, “Clearway” e “Powerhouse Sod”. Si tratta di due splendide improvvisazione improntate sulle frasi del basso elettrico, molto energetiche dove nella prima emerge la straordinaria musicalità e capacità di John Surman e la seconda aperta dal drumming di John Hiseman come noto caratterizzata da grande energia e tecnica sul quale si innestare le creazioni del baritono, ed anche il solo del batterista è una prova evidente dello stile di Hiseman sempre legato al rock ma in grado di suonare anche dell’ottimo jazz e di “Powerhouse Sod”, introdotta da basso e voce, è un brano più strutturato degli altri almeno nelle parti cantate dove Surman fa da contraltare a Bruce; questo brano entrerà in seguito nel repertorio di West, Bruce & Laing e registrato nel disco “Live ‘n’ Kickin’” del 1974, questo per la storia.

I tre si reincontrano nel 1978, il 26 di giugno, e registrano altri tre brani, tre improvvisazioni intitolate “Fifteen Minutes Part Three”, “Ten To Four” e “Twenty Past Four”, forse gli orari delle registrazioni, e vennero mandate in onda il 4 di settembre. Tre momenti di musica spontanea nelle quali  le sonorità di Surman assumono toni quasi lirici con il sax soprano e con il baritono, quasi ad anticipare le melodie ECM con le quali delizierà il palato dei suoi non pochi estimatori e con il poderoso ed incisivo basso elettrico di Jack Bruce che propone uno splendido solo accompagnato inizialmente dai piatti di Hiseman il cui apporto rimico svela la sua dimensione jazzistica. Sono tre mondi musicali diversi solamente in apparenza ed uniti da comuni origini, la conoscenza ed il rispetto reciproco mi sembrano assoluti e lo dimostra un attento ascolto di questi sei brani nei quali il linguaggio improvvisativo si esprime a livelli di eccellenza.

Musica di grande valore, un vero peccato che nessuno si sia preso la briga di pubblicare come disco questi 45 minuti.

GIACOMO ZANUS “Kora”

GIACOMO ZANUS “Kora”

GIACOMO ZANUS “Kora”

AUT Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Ogni artista qualunque sia il campo in cui opera ha i suoi maestri, i suoi miti, i suoi modelli; non vedo però il motivo per cui un fruitore dell’arte debba comunque indicarli per illustrarne un’opera, quasi a derubricarla spesso in modo inconsapevole a semplice esercizio di costruzione di un mosaico fatto di tessere già viste, già ascoltate. Molto più interessante è invece individuare, o almeno cercare di farlo, il progetto che sta alla base di un lavoro e la capacità di assorbire le varie influenze costruendo qualcosa di originale, di personale ed è questo aspetto che mi sembra corretto descrivere dopo aver ascoltato più volte questo bel disco del chitarrista Giacamo Zanus realizzato in compagnia di Giorgio Pacorig alle tastiere, Mattia Magatelli al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria e glockenspiel.

Personalmente ritengo che l’ascolto del lungo “Every little gifs has a little secret” possa fare luce sul progetto di Zanus & C. perché a mio modesto parere ne fornisce gli elementi: gli arpeggi di chitarra iniziali, la chiusura con il glockenspiel e nel mezzo elementi di jazz “classico” vicino a momenti improvvisati con un bel solo di Zanus che assieme al misurato ma efficace uso dell’elettronica rendono questa ballad descrittiva, affascinante ed allo stesso tempo sempre in equilibrio, lontano dal già sentito. “The Dream not yet Dreamed” con una lunga apertura di contrabbasso con voci ambientali nel sottofondo è un altro brano interessante nella sua costruzione che via via coinvolge tutti musicisti: la chitarra accompagna il basso di Magatelli, il misurato e preciso ritmo dettato da D’Orlando, l’inserimento del Rhodes di Pacorig per una melodia descrittiva quasi cinematografica, una caratteristica questa di tutto il lavoro di Giacomo Zanus.

Spero che “Kora” abbia le occasioni giuste per farsi apprezzare nei festival e nelle più prestigiose rassegne jazz. Per me una bellissima sorpresa.

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

HABITABLE Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Federico Calcagno (clarinetti), Filippo Rinaldo (pianoforte) e Stefano Grasso (batteria e vibrafono) sono il trio Piranha, un altro ensemble che cerca di uscire dall’oceano del mainstream risalendo uno dei fiumi della sperimentazione che in questo caso miscela sapientemente la musica colta afroamericana e la musica colta europea, dagli spunti minimalisti all’improvvisazione. Il loro disco d’esordio è stato pubblicato pochissime settimane or sono e declina le coordinate di quello che è il loro interessante progetto musicale.

Il disco si apre con la creazione di musica spontanea del lungo brano ”One Way” dove il dialogo tra i tre mi sembra maturo ed efficace – la parte centrale in duo clarinetto / pianoforte ad esempio – mentre l’apertura e la porte di pianoforte di “When my brain exploded” è a mio avviso un chiaro riferimento al minimalismo sulla quale si sviluppa un significativo solo di clarinetto e notevole il lungo “Psy War” con gli interventi del vibrafono e del clarinetto basso indicano chiaramente la qualità dell’interplay, della scelta timbrica sempre appropriata e della capacità di improvvisare anche su scarne indicazioni scritte. Uno dei brani più interessanti, per la scelta timbrica e per la qualità dell’improvvisazione è a mio avviso l’eccellente “Bricks” composto da Rinaldo che duetta con il clarinetto in apertura e che poi ospitano il vibrafono ed il clarinetto basso mantenendo alta la tensione – e l’attenzione – per gli oltre otto minuti della sua durata.

Un lavoro molto interessante che ancora una volta illumina un tassello della porzione di jazz italiano che si vuole distaccare dalla “facile” riproposizione di standard ma che si sforza – spesso con notevoli risultati come in questo caso – di guardare avanti: musicisti che dovrebbero avere più considerazione e visibilità nei festival e che riescono grazie ad etichette come Habitable a pubblicare i loro lavori.

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

JAVIER GIROTTO · VINCE ABBRACCIANTE “Santuario”

DODICILUNE DISCHI Ed 510. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ sempre stimolante ascoltare le pubblicazioni di etichette italiane come la Dodicilune ed affini, ti danno l’occasione di esplorare l’universo jazz italiano troppo spesso poco valorizzato dai palcoscenici dei grandi festival (molti mutatisi in vetrina per i soliti noti o trasmutati in qualcosa d’altro spesso lontano dal jazz) e dalla stampa “specializzata”. Spesso si tratta di musicisti di notevole caratura, di compositori ispirati, di progetti davvero indovinati e di collaborazioni sincere e fruttuose come quella tra il fisarmonicista pugliese Vince Abbracciante e il sassofonista argentino Javier Girotto che da poco hanno pubblicato per l’etichetta pugliese questo “Santuario”. I due autori si distribuiscono equamente la scrittura dei brani, tutti originali a parte “L’Ultima Chance” del grande autore – argentino pure lui – Luis Bacalov caratterizzata da un lirismo di stampo cinematografico, non caso proviene dalle musiche scritte per il film omonimo dove la complicità musicale tra i due solisti – qui il soprano espone il tema e la fisa permea tutta l’esecuzione – può essere vista come paradigmatica di tutto questo “Santuario”. E lasciando stare l’ampiamente assodata preparazione dei musicisti, è proprio sull’interazione, l’interplay come dicono quelli che sanno, che si gioca la partita di questo lavoro. Ci sono in “Ninar” ninna nanna delle reminiscenze ancestrali che paiono arrivare dai villaggi sulle creste andine con il suggestivo flauto tradizionale, nella malinconica ed evocativa ”2 de Abril” c’è il tragico ricordo della guerra delle Malvinas con lo splendido e narrativo baritono di Girotto mentre nella scrittura di Abbracciante, “Pango”, emerge tutta la sua passione per il tango con gli accompagnamenti ed abbellimenti del soprano di Girotto, un altro brano che definisce il profondo rapporto professionale e la comune visione della musica della coppia di strumentisti / compositori autori di questo eccellente “Santuario”.

http://www.dodiciluneshop.it

Del fisarmonicista Vince Abbracciante avevo scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/02/vince-abbracciante-terranima/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/)

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

TERRENI KAPPA “Pequod”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

A cinque anni dal suo primo – ottimo – CD “Ripples on the Lagoon” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/20/terreni-kappa-ripples-in-the-lagoon/), Terreni Kappa ha recentemente pubblicato il suo seguito “Pequod” per l’attivissima etichetta pugliese Dodicilune: il suono è profondamente mutato pur rimanendo in ambito jazzistico, il trio che aveva registrato il primo album è diventato un quartetto, Roberto Zantedeschi ha lasciato il gruppo, Luca Crispino suona la chitarra elettrica (laddove nel primo era il contrabbassista) e sono entrati a farne parte Fabio Basile al basso elettrico e Francesco Caliari al sassofono tenore. Per comprendere a fondo la metamorfosi sonora di Terrena Kappa è consigliabile ascoltare attentamente la bellissima composizione di Luca Crispino “Al Azif” presente su entrambi i dischi. In “Ripples ..….” protagonista è la combinazione tra il flicorno e l’elettronica che supportata dalla batteria e dalle frasi reiterate del contrabbasso elettrico crea un’atmosfera eternamente sospesa dal sapore “ambient” grazie anche agli interventi vocali “filtrati”, mentre in “Pequod” il tema viene esposto dal sassofono di Caliari con un arrangiamento che mette in risalto il lavoro della chitarra e del basso di Basile oltre ad un significativo solo di sassofono. Da evidenziare naturalmente tutta la musica che si ascolta, a cominciare da quello che mi sembra un omaggio al tastierista – compositore Nicola Salerno, quel “Ara Kel Serabia” che nella formulazione del titolo e nella costruzione del brano ricorda gli Art-Erios nei quali militava anche Fabio Basile, autore del brano e voglio segnalare il brano eponimo scritto da Crispino, aperto dal basso e con un pregevole solo di chitarra e dove protagonista è il tenore di Caliari.

Esplorazione sonora, melodia, una chiara capacità di rispetto reciproco, una eccellente tecnica dei musicisti ed anche una notevole predisposizione all’improvvisazione fanno di “Pequod” un bellissimo lavoro che a mio avviso grazie alla composizione della line-up, mi riferisco al fatto che Basile e Crispino sono due ottimi chitarristi e bassisti con caratteri musicali profondamente diversi, potrebbe cambiare la simmetria del suono nelle esibizioni dal vivo scambiando i ruoli: resta comunque una mia idea della quale sono però, da semplice ascoltatore, convinto.

Se a Verona si celebrasse ancora il Jazz con un degno festival – quello che ne rimane è stato derubricato ad una minimale presenza nel cartellone estivo dell’Estate Teatrale Veronese – Terreni Kappa potrebbe esserne uno dei protagonisti. Peccato davvero, auguro a questo brillante quartetto i più prestigiosi palcoscenici italiani ……

www.dodicilune.it

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2021

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2021

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2021

“Musica che danza ….. parole che raccontano”

3 ·4 · 5 SETTEMBRE IVREA

di alessandro nobis

Anche questa quarantunesima edizione allestita dall’Associazione musicale “Music Studio” e dal Jazz Club di Ivrea è a mio avviso un appuntamento di notevole interesse e di conseguenza gli appassionati di jazz troveranno nel programma “le più convincenti scuse” per recarsi in quel di Ivrea e trascorrere un intenso weekend non solo legato alla musica, viste le peculiarità artistiche ed eno-gastronomiche che l’areale in questione offre. Gli eventi in programma si terranno all’interno e nel cortile del Museo Pier Alessandro Garda, nella Sala Santa Marta e in caso di maltempo al Teatro Giacosa.

Quest’anno il programma comprende tutto il primo fine settimana settembrino, quindi nel pomeriggio di venerdì 3 (ore 18:00) si inizia in Sala Santa Marta con la presentazione del volume “Un ritratto” dedicato da Flavio Caprera al grande pianista Franco D’Andrea e si prosegue sempre nella stessa sala (ore 19:00) con il davvero imperdibile concerto del duo Daniele Di Bonaventura (bandoneon) – Emanuele Sartoris (pianoforte) che da pochissima ha pubblicato lo stupendo album “Notturni” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/07/15/sartoris-·-di-bonaventura-notturni/); alle 21:15, nel cortile del Museo Garda, doppio appuntamento con “Jelly Roll” un progetto dedicato ovviamente a Jelly Roll Morton (Helga Plankensteiner, Achille Succi, Glauco Benedetti, Michael Lösch e Marco Soldà) ed a seguire (ore 22.15) lo straordinario quanto raro set solistico del prestigioso chitarrista americano Ralph Towner.

La giornata di sabato, sempre alla Sala Santa Marta, si apre alle ore 18:00 ancora con una presentazione di un volume, in questo caso “Dalla Scala a Harlem. I sogni sinfonici di Duke Ellington” scritto da Luca Bagalini alla quale seguiranno il concerto di Norbert Dalsass (basso), Roman Hinteregger (batteria) e Michele Giro (pianoforte) con il progetto “Fantasy”; bellissima la chiusra della serata (alle 21:15) nel Cortile del Museo Garda dove Patrizio Fariselli (pianoforte), Claudia Tellini (voce) Marco Micheli (basso) e Walter Paoli (batteria) presentano quello che, per ciò che mi riguarda, è uno degli appuntamenti più attesi, ovvero “Open Area Project”, basato sulla rivisitazione cantata di alcuni brani del repertorio degli Area di cui come ricorderete Patrizio Fariselli fu uno dei protagonisti.

Il festival si chiuderà domenica 5, al Museo Garda (ore 18:00), con tre coreografie curate da tre scuole di danza (“Baobab”, “Arabesque” e “Accademia Danza e Spettacolo”) preparate sulle musiche del cd “Woland”, lavoro di Massimo Barbiero, Emanuele Sartoris ed Eloisa Manera (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero·manera·sartoris-woland/).

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”. VeraBra Records. LP, 1986

di alessandro nobis

Questo disco “in solo” dello straordinario batterista inglese Jon Hiseman è non solo un’occasione per ammirare la sua tecnica strumentale ma anche e soprattutto la sua creatività nel comporre ed eseguire brani concepiti per questo strumento. Attenzione, qui non siamo davanti ad assoli spesso troppo autoreferenziali ma piuttosto all’uso nella sua totalità di tutte le potenzialità timbrico – ritmiche della batteria.

I brani del disco derivano da concerti eseguiti da Hiseman a Berlino, Mannheim e Hannover, tra la sessantina che nel 1985 tenne con i Paraphernalia, quintetto capitanato da Barbara Thompson e con l’United Jazz & Rock Ensemble, con alcuni dei più prestigiosi esponenti del jazz europeo come Kenny Wheeler, Albert Mengelsdorff, Ian Carr, Eberherd Weber e Wolfgang Dauner.

La prima facciata si apre con “The Metropol”, un brano di sedici minuti registrato a Berlino; qui Hiseman si fa accompagnare dal basso elettrico di Dave Bell (Paraphernalia) in una composizione che vive di luce propria e non ha il bisogno di essere inserita nella registrazione completa del brano che la contiene mentre il secondo brano, “Ganz schön heiss, Man!”, di più breve durata viene dal concerto di Brig, in Svizzera dell’Orchestra mette in evidenza lo straordinario trombone di Mengelsdorff che con i suoi interventi, seppur brevi – qui non ci sono i brani completi –  sposta il baricentro dal jazz più vicino al rock verso la creazione di musica spontanea

La seconda facciata si apre con la ripresa di “Ganz schön heiss, Man!”, estratto da un concerto tenutosi a Mannheim sempre dalla United Jazz & Rock Ensemble che espone in apertura e chiusura il tema e lascia lo spazio al solo di Hiseman e si conclude con l’assolo registrato ad Hannover, “The Pavillion” presumibilmente il nome del teatro dove si tenne il concerto.

Per chi ha saputo apprezzare prima il suono seminale della Graham Bond Organisation, il blues intriso di jazz di Bare Wires di John Mayalls, il robusto blues legato al rock dei Colosseum e quello più hard dei Tempest non faticherà a gustare ogni singolo passaggio di questi soli di John Philipp Hiseman che, in calce alle note di copertina alla domanda ricorda che qualcuno gli avrebbe detto: “Un album di sola batteria? Sei un pazzo! E chi se lo comprerebbe?” Beh, qui ce n’è uno, di questi “pazzi”.

MARTHA J. & CHEBAT QUARTET  “Plays the Beatles”

MARTHA J. & CHEBAT QUARTET  “Plays the Beatles”

MARTHA J. & CHEBAT QUARTET  “Plays the Beatles”

Clessidra Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Per riproporre l’immortale songbook beatlesiano, e mi riferisco all’ambito squisitamente jazzistico, si possono percorrere a mio avviso due strade: quella del chitarrista trevigiano Lanfranco Malaguti che ha letteralmente smontato e rimontato i brani trasformandoli in strumentali (vedi “Something” del 1989 pubblicato dalla Nueva Records) oppure si opera una scelta diversa ma altrettanto intelligente, quella di questo quartetto guidato da Martha J. alla voce e Francesco Chebat al pianoforte con la sezione ritmica composta dal contrabbassista Roberto Piccolo e dal batterista Gionata Giardina. La scelta del quartetto è stata quella di rispettare le melodie scritte da Paul McCartney, John Lennon e George Harrison (“Within Without You” e “Here comes the Sun”) in modo filologico arricchendole di jazz suonato ed improvvisato con gran qualità e gusto; niente copiature calligrafiche quindi – anche la voce non ricalca l’originale, ma piuttosto lo interiorizza facendolo suo – , ma l’ennesima dimostrazione che il repertorio beatlesiano si può se non proprio reinventare ma almeno plasmare ai background dei musicisti che intendono suonarlo, anzi interpretarlo. La prima delle due composizioni di Harrison ad esempio, introdotta dall’archetto del contrabbasso, dalle percussioni e con un ostinato di pianoforte che prelude alla melodia, bellissima, di questo brano proveniente dal sublime “St. Pepper’s” e che procede con il brillante solo di Chebat (la sinistra tiene l’ostinato, la destra fa il solo) con le “spazzole” di Giardina in accompagnamento per ritornare poi all’idea originale dell’autore del brano, oppure l’indovinato medley “Because / Blackbird” con l’espressiva e precisa voce di Martha J. in apertura della ballad che introduce la ritmica ed il solo di pianoforte che lega le due parti.

Un ottimo lavoro, di notevole levatura a mio modesto parere: affrontare il songbook beatlesiano è come correre in un campo minato, il rischio di trasformarsi in una tribute band è altissimo ed altrettanto alto è quello di vedere tra il pubblico dei club persone che fischiettano i ritornelli e scuotono la testa a tempo.

Quello che suona questo quartetto va invece ascoltato e riascoltato con l’attenzione che merita, ed i palchi dei jazz festival con il loro pubblico sempre attento sono la situazione ideale. A mio avviso.