ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

ROBERTO OTTAVIANO “Eternal Love”

DODICILUNE RECORDS CD Ed411, 2018

di Alessandro Nobis

Onestamente: a me di questo “Eternal Love” sarebbero bastati i primi 12 minuti e 39 secondi per farmi contento, per aver ricordato il jazz africano – e sudafricano in particolare –  che un ruolo così importante ebbe a partire dagli anni sessanta nello sviluppo di quello europeo. Questo attraverso la rilettura di un tradizionale, il brano di apertura “Uhruru” con protagonista l’efficace ed appropriato pianismo di Alexander Hawkins ed il seguente scritto da Dollar Brand (a.k.a. Abdullah Ibrahim), “Afrikan Marketplace” e soprattutto con il suono del quintetto di Roberto Ottaviano che mi ha fatto personalmente ricordare le pagine migliori (tutte indistintamente) dei Blue Notes di Chris McGregor nelle melodie, nei ritmi, nell’incedere degli strumenti.

Questo “amore eterno”, la più recente produzione di Roberto Ottaviano, è anche un omaggio ad alcuni colossi del jazz, alcuni più conosciuti, altri meno; tra i primi Coltrane, Haden, Cherry, Redman tra gli altri il sassofonista Elton Dean del quale qui il quintetto arrangia lo splendido “Oasis”, ballad proveniente dal periodo post Soft Machine e per la precisione da “Boundaries” targato ECM.

E’ un disco evocativo ma non solo, è musica che vuole ricordare i “morti che non sono morti, che sono diventati una sorta di spirito guida nella vita”; ognuno ha i suoi e questi sono quelli del sassofonista Roberto Ottaviano ed a giudicare dalla sua lunga produzione discografica, dalla sua qualità e varietà, questi spiriti devono esistere davvero. Si ascolti l’omogeneità della musica che esce dai solchi di “Eternal Love” sia quella scritta da altri autori che quella composta da Ottaviano come il lungo “Questionable 2” con un espressivo piano elettrico (azzeccatissimo il suo assolo al minuto 4:13) ed un delicato solo di soprano ed a seguire di clarinetto (Marco Colonna) sostenuti dalla ritmica del contrabbasso di Giovanni Maier e della batteria di Zeno De Rossi, e il breve contemplativo brano eponimo, con l’archetto che assieme al rullante sostiene ed accompagna il sax, quasi in una preghiera agli spiriti guida a quella madre terra che nella cultura africana rappresenta la vita, visione che la cultura occidentale ha perso molti secoli fa. In sintesi qui si respira il rispetto dei padri ed allo stesso tempo l’indipendenza da loro, la sostanza dell’evoluzione della musica.

Una delle migliori produzioni di Ottaviano (della più recente ne avevo parlato qui: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/23/roberto-ottaviano-sideralis/) ed un altro centro alla encomiabile Dodicilune, forse l’ho già detto ma lo voglio ripetere, fiore all’occhiello del jazz “anche italiano”. La Regione Puglia e Puglia Sounds hanno sostenuto questo progetto: qui al nord certe cose ce le sogniamo.

http://www.dodicilune.it

 

 

 

 

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DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

BARNUM ART RECORDS. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Qualcuno (il chitarrista californiano Henry Kaiser) dice che avanguardia è fare qualcosa di mai sentito, di completamente nuovo. Aggiungo, più modestamente, è anche apprendere le lezioni dei più diversi idiomi ed inventarne uno nuovo costruendo una musica che non necessariamente sia difficile, complicata troppo “di nicchia”. Mi sembra che queste parole calzino a pennello per questo “Sonnambuli”, pubblicato sul finire del 2018 dalla Barnum Art. Innanzitutto la presenza di uno strumento “raro a sentirsi” come l’armonica cromatica, una formazione piuttosto inedita ovvero Max D’Aloe (all’armonica, fisarmonica, elettronica ed autore dei brani), Ermanno Librasi (clarinetto basso ed elettronica) e Nicola Stranieri alla batteria; progetto ardito, piacevolissimo all’ascolto che nei momenti di dialogo tra armonica e clarinetto trova momenti di grande espressività (“Lontano, infinitamente lontano” giocato sul dialogo a due con sul sottofondo la percussione), un uso delicato a misurato dell’elettronica (“Askja”), il sempre preciso e sempre puntuale intervento della batteria di Nicola Stranieri (“A Sort of Dance”, una danza apocrifa con il tappeto elettronico che sostiene il drumming e con in evidenza l’armonica), il bel solo di clarinetto nel brano conclusivo “Bjork on the Moon”, gli accordi di accordeon (scusate il gioco di parole) che apro la ballad “Ul Giuan Marcora”.

E’ jazz? Forse sì, forse no, decidete voi che lo ascolterete. E’ per me un progetto riuscito e convincente, con una inedita combinazione di suoni che sorprende e che penetra ascolto dopo ascolto.

http://www.barnumforart.com

 

 

 

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs” – UR RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

31286719_2078274502445038_2003314479103519635_nQuesta nuova pubblicazione curata dalla UR Records, “Bulbs”, nasce dalla collaborazione del tastierista Giulio Stermieri (in queste registrazioni al Rhodes ed all’Hammond) e del chitarrista Michele Bonifati, autori dei sette brani, con il sassofonista Cristiano Arcelli ed il batterista Ermanno Baron. Musicisti giovani, molto preparati, con una cultura musicale piuttosto ampia e con un’idea ben chiara di cosa realizzare: un combo, un gruppo che interpreti e sviluppi le idee dei due compositori. Bisogna prestare attenzione a non cadere nella simpatica trappola che i quattro hanno “confezionato”, ovvero che l’ascolto ci riporti alla riproposizione dei fasti del jazz elettrico dei primi anni settanta, trappola simpaticamente costruita utilizzando alcune timbriche di quel periodo (che ebbe per la verità luci ma anche parecchie ombre) come le tastiere di Stermieri ed in alcuni momenti la chitarra elettrica. Il resto è scrittura ed improvvisazione, spontaneo interplay che ci regala più che le prestazioni dei singoli un suono d’insieme che non è facile avere, un affiatamento che su disco fa solamente immaginare lo sviluppo dei brani durante le esibizioni live. Insomma Aparticle non esegue un semplice compitino di ricalco, ma sfrutta le conoscenze musicali dei singoli per sviluppare un proprio percorso che a mio avviso è interessante e piacevolissimo all’ascolto. Certo se cercate “la coperta di Linus” della rilettura calligrafica degli standards qui siete fuori strada ma se invece è la vostra personale curiosità culturale che vi fa avvicinare a “Bulbs” ne rimarrete certamente soddisfatti, garantito.

Segnalo doverosamente la ballad che chiude questo disco d’esordio di Aparticle, “Rackled”, e la lunga “Bridal Veil Falls” introdotta dalla batteria con un bel solo iniziale di sassofono con hammond in sottofondo che si sviluppa poi in un solo “in profumo” di Herman Poole Blount.

Gran bel disco. Sun Ra, ecco un altro da studiare ………….

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IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON INCONTRA ROBERTO ZORZI

di Alessandro Nobis

Domenica 27 gennaio, con una rara performance del chitarrista Roberto Zorzi, si chiude il trittico di concerti della miniserie “THE COHEN UNDERGROUND” che si tiene naturalmente al Cohen ed inserita nel JAZZCLUB, a Verona in Via Scarsellini con inizio alle 20.underground 18 19 zorzi

Roberto Zorzi appartiene ai “devoti” alla musica improvvisata, e sebbene abbia preso parte ad ensemble non esattamente facenti parte di questa corrente come i N.A.D., Si.Mi.La.Do. o The Bang con i suoni ed interventi ha sempre “marchiato” la sua presenza arricchendo la musica nel suo complesso. Importante la sua collaborazione con il collega californiano Henry Kaiser (“Through” del 1999) e recentemente le sue produzioni in trio, la prima con Boris Savoldelli e Massimo Barbiero e la seconda con Scott Amendola e Michael Manring, sfociata in “Facanapa Umarellas and the World Wide Crash” considerato meritatamente  il miglior album del 2018 per la sezione Avant Garde & Experimental da Voctor Aaron della prestigiosa rivista “Something Else Review” (http://somethingelsereviews.com/2019/01/14/wendy-eisenberg-brandon-seabrook-david-dominique-s-victor-aarons-best-of-2018-part-3-of-4-avant-garde-experimental/?fbclid=IwAR1UNyD4sZwxOkRg9ru4X2WOA1Z2Ne8N_V970T07CO-PhYNJx7uxTxcJh2Q).

Una grande soddisfazione per il musicista veronese, dal quale mi aspetto presto un album solo ……… intanto l’ho incontrato per conoscere meglio la sua musica in vista del concerto di domenica 27.

– Come e quando ti sei avvicinato prima da ascoltatore ed in seguito come esecutore alla musica improvvisata? Cosa ti aveva colpito di questo linguaggio, il suo radicalismo, la novità, la sua purezza?

Accadde all’incirca nel 1972 o 73: un amico, il mitico per me, Lucio Vicentini si presentò a casa mia con due Lp, Music Improvisation Company e Lot 74, un solo di Derek Bailey. A quel tempo a me sembrava pura avanguardia Chick Corea con le sue “Piano improvisations”, puoi immaginare lo shock che provai. Quello che ho sempre apprezzato nella musica improvvisata è la sua purezza (un po’ come Alien, per chi ricorda la battuta dell’androide nel primo film). Poi la capacità di reinventare la “lingua strumentale. E’ una forma musicale democratica, nessuno è leader, tutti lo sono, quando si improvvisa in gruppo. Nulla di anarchico.

–  Chi prima di altri ti ha influenzato e segnalato un percorso?

A dire il vero forse la primissima influenza non ha a che fare con improvvisatori, ma con Fripp & Eno di Evening Star, poi, ovviamente, tutto il movimento europeo, in particolare quello inglese, con una menzione particolare per Fred Frith ed il suo “Guitar solos”. Bailey è scontato. Poi sono venuti gli americani, tra tutti John Fahey ed Henry Kaiser in particolare, al quale devo moltissimo.

– Vista la tua esperienza, come è cambiata se è cambiato il concetto di improvvisazione? Mi riferisco in particolare a quella che identifico personalmente con la scuola europea?

Credo sia cambiato l’approccio complessivo, con una apertura totale verso il coinvolgimento di musicisti americani (soprattutto dalla zona di Chicago e dalla California)

– A mio avviso c’è un linguaggio di assolutà libertà esecutiva più legata alla musica afroamericana e quello invece come dicevo appartenente alla cultura europea che molti avvicinano alla musica contemporanea. Li ritieni separati o secondo te hanno degli aspetti in comune?

La musica improvvisata è sempre stata considerata un limbo dalla critica, un luogo dove potevano confluire tutti e nessuno, ma direi che i risultati dell’integrazione tra i due mondi hanno sempre dato risultati eccellenti (vedi, ad es., il cd del duo Derek Bailey / Cecil Taylor a Berlino, nel) 1988.

– Esiste senso te una corrente italiana all’improvvisazione radicale?

Sì, qualcuno c’è, qualche “vecchio leone” che ancora si batte per mantenerla in vita, non so per quanto riguarda i giovani, ma non parlerei comunque di “corrente italiana”.

– Nelle tue performance solistiche, che strumentazioni utilizzi? Preferisci il suono elettrico con l’apporto di elettronica o ti affidi anche al suono naturale dell’acustica?

70% elettrico, 30% acustico.

– Tra le tue più recenti collaborazioni che poi sono sfociat e nella pubblicazione di due CD ci sono quella con Boris Savoldelli e Mattia Barbiero (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) e quella con Michael Manring e Scott Amendola. E’ solo un caso che entrambe le esperienze siano frutto di una formazione a tre?

No, non è casuale: è il numero perfetto, la formazione perfetta.

– Quale secondo te dovrebbe essere oggi l’approccio dell’ascoltatore alla musica improvvisata e qual è la sua reazione rispetto a quando hai iniziato?

Con l’avvento di internet dovrebbe essere molto più facile soddisfare la propria curiosità ed approfondire la conoscenza, ma credo che il vero problema, oggi, sia proprio la mancanza di curiosità e l’appiattimento su  standard sicuri e “relativisti”, se mi passi il termine. In linea con la cultura dominante.

– Con il passare dei decenni è cambiato molto il mercato discografico, ma la musica improvvisata ha sempre avuto un pubblico di nicchia difficilmente raggiungibile; piccole etichette (mi vengono in mente la Incus o la tedesca FMP), difficoltà nel trovare i dischi. Oggi, paradossalmente che il mercato “al dettaglio” è pressocchè sparito, grazie ad internet questa musica è più facilmente reperibile, anche quella prodotta da piccole labels come la Treader di John Coxon per fare un esempio. I tuoi lavori dove sono rintracciabili?

In alcuni – rari – negozi specializzati, ma soprattutto su tutte le piattaforme digitali: Amazon, CD Baby, iTunes, etc etc.

– Visto il concetto che sta alla base ti quello che suoni, non ti chiederò anticipazioni rispetto alla tua performance del 27 gennaio al Cohen, ma ti ringrazio davvero per la tua disponibilità.

Grazie a te.

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

DODICILUNE RECORDS CD ED412, 2018

di Alessandro Nobis

Ascolto questo disco e penso alla “sperimentazione vocale”; mi vengono subito in mente Demetrio Stratos e Boris Savoldelli, Maggie Nichols, Julie Driscoll – Tippett o Meredith Monk; ecco che grazie alla Dodicilune scopro anche Camilla Battaglia, ideatrice ed autrice di questo ottimo “Emit: Rotator Tenet” a due anni dall’altrettanto interessante “Tomorrow-2 more Rows of Tomorrow”.

Il combo ha una struttura “a quattro” (con la Battaglia, pianista e cantante ci sono Michele Tino al sassofono, Andrea Lombardini al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria) e tre brani ospitano Ambrose Akinmuse, trombettista californiano che arricchisce ulteriormente il suono soprattutto in “Crossing the Water” ed in “You don’t exist” e grazie ad un accuratissimo lavoro in sala di incisione e ad un fine uso di quella diavoleria elettronica che risponde al nome di kaosspad confeziona un lavoro prezioso in termini di ricerca sonora dove la voce sia nei momenti più sperimentali (mi riferisco alle tracce palindrome che aprono e chiudono il lavoro) ed in quelli più legati al jazz meno sperimentale ed improvvisativo trova sempre il suo equilibrio e conferma come Camilla Battaglia sia una cantante preparatissima tecnicamente e con un progetto ben preciso, raffinato e di alta scuola. Merito del quartetto se tutte le sue componenti mantengono l’attenzione dell’ascoltatore sempre in allerta (piacevolmente in allerta) come la lunga “You don’t exist II” aperta dal duetto voce – pianoforte con a seguire un espressivo solo di tromba in sovrapposizione al soprano che anticipa un lungo e notevole momento improvvisativo per riportarci poi al tema iniziale; al di là delle ispirazione letterarie e filosofiche che hanno portato Camilla Battaglia a comporre queste otto tracce e delle quali prendo semplicemente atto, non resta che ribadire la qualità della musica qui raccolta, una proposta che può essere apprezzata nel migliore dei modi sia dal pubblico che ama il jazz più classico che da quello che dal jazz cerca invece balzi in avanti e connessioni con la sperimentazione e la musica contemporanea, nella sua accezione migliore.

http://www.dodicilune.it

ENTEN ELLER  “Minótaurus”

ENTEN ELLER  “Minótaurus”

ENTEN ELLER  “Minótaurus” – AUTOPRODUZIONE, CD 2018

di Alessandro Nobis

Ho avuto il piacere di conoscere il drumming di Massimo Barbiero ascoltando il concerto bolognese con Boris Salvoldelli e Roberto Zorzi dello scorso gennaio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) che recentemente è stato pubblicato in cd con il titolo di “Nella Terra dei Frippi” ed in seguito anche nei suoi pregevolissimi lavori “in solo” dei quali parlerò a breve. Barbiero assieme a Maurizio Brunod (chitarra ed elettronica), Giovanni Maier (contrabbasso) ed Alberto Mandarini (tromba ed elettronica) è parte di Enten Eller, ensemble attivo da ben trentadue anni che ha pubblicato una serie di CD di tutto rispetto con collaborazioni prestigiose come ad esempio quelle con Carlo Actis Dato, Tim Berne, Achille Succi e Javier Girotto. Questo “Minótaurus”, registrato all’Open Jazz Festival di Ivrea, è la più recente registrazione del quartetto ed è un lavoro che può essere fruito in due diverse modalità, quella dell’ascolto appunto della registrazione che ho sottomano e quella della performance dal vivo. Direte “cadi nell’ovvietà” ed invece si tratta del contrario.

Il lavoro è concepito in nove tracce che comprendono quattro interludi dedicati ognuno agli strumenti che compongono la line-up, in sequenza chitarra, percussioni, tromba e contrabbasso con un delicato e decisivo uso dell’elettronica, quattro brani che catturano l’ascolto sullo strumento solista sin dalle prime note del primo, eseguito da Maurizio Brunod; interludi che collegano formando un unicum le altre composizioni eseguite dal quartetto tra le quali vorrei segnalare “Funkytauros” di Mandarini con l’apertura affidata alla chitarra e con bel solo dell’autore del brano e di Brunod il tutto sostenuto dalla sempre efficace ritmica di Barbiero e Maier. L’ascolto scorre fluido e veloce, la musica è intrigante e mai noiosa, il suono è sempre equilibrato, nei brani d’insieme l’intesa è perfetta e, sottolineo nuovamente, il ruolo centellinato dell’elettronica è spesso determinante perché usato con grande consapevolezza, misura e gusto.

thumb.phpDicevo che il disco può, anzi deve adesso forzatamente essere fruito solamente in funzione “ascolto”, ma chi ha avuto la fortuna di assistere al concerto di Enten Eller al Museo Garda di Ivrea ha potuto godere di una performance che legava questo progetto musicale alla danza; quattro danzatori (Roberta Tirassa / Massimo Barbiero, Giulia Ceolin / Giovanni Maier, Sara Peters / Alberto Mandarino e Tommaso Serratore / Maurizio Brunod), ognuno in una stanza ed ognuna legata al suono di uno dei quattro strumenti, metteva in atto momenti di improvvisazione “separati” ma legati indissolubilmente alla musica. Mi auguro esista un video di questo evento.

Enten Ellen con questo “Minótaurus” dà vita ad un chiarissimo ed ulteriore esempio di come il mondo del jazz italiano, quello coraggiosamente lontano dal mainstream e più concentrato sulla composizione e sulla percorrenza di sentieri diversi e quindi inediti, sia creativo, originale e vivissimo e come a mio avviso meriti senz’altro una presenza sempre più frequente nei cartelloni dei più importanti festival jazz internazionali.

Nel frattempo il disco lo trovate come si conviene in questi casi direttamente “alla fonte” ovvero sul sito di Barbiero www.massimobarbiero.com

 

 

 

EMANUELE SARTORIS  “I Nuovi Studi”

EMANUELE SARTORIS                                       “I Nuovi Studi”

EMANUELE SARTORIS “I Nuovi Studi”

DODICILUNE RECORDS, CD Ed415, 2018. Distribuzione IRD.

di Alessandro Nobis

Il termine “Third Stream” in ambito jazzistico racconta di una musica che contiene elementi “classici europei” vicino ad elementi “afroamericani” e lo strumento che meglio può rappresentare questo linguaggio è senz’altro il pianoforte, per la sua estensione e per il fatto che chi lo suona ha molto probabilmente fatto studi classici. Avevo già parlato di questa “terza corrente” in occasione della pubblicazione del pianista Ran Blake ed ora, al di qua dell’oceano, mi trovo a provare di descrivere questo bel lavoro dell’eccellente pianista Emanuele Sartoris, pubblicato dalla Dodicilune. Ho citato l’oceano non a caso ma pensando che mentre i jazzisti come Ran Blake hanno come riferimento la storia della musica afroamericana, quelli europei percorrono la strada avendo alle spalle una storia e cultura musicale completamente diversa.

music-4.jpegQuindi il risultato non può che essere diverso a parità di obiettivo e di concetto e l’ascolto del disco mette in risalto oltre alla bravura ed al tocco del pianista anche il coraggio di un musicista che con gran perizia, rispetto e sensibilità riesce a rendere omogeneo un repertorio che pone “a tu per tu” le sue composizioni con quelle di “mostri sacri” come Frederic Chopin (Studio Opus 25 Nr. 2), Alexander Skryabin (Studio Opus 8 Nr. 2), Bill Evans e Franz Liszt (I preludio, studi trascendentali), i fari che guidano ed illuminano il pensiero musicale di Sartoris; del resto, mi sembra di poter dire che l’interpretazione dell’evansiana “Comrade Conrad”, una delle ultime scritture registrate in vita dal pianista americano sembra quasi chiudere il cerchio unendo alla perfezione i linguaggi delle classiche europea ed afromericana lasciando al suo interno l’artista che la suona, anzi che la fa sua. Disco intenso, importante, una musica alla continua ricerca della perfezione e di un qualcosa che vada oltre i canoni dei linguaggi che ho citato anche in apertura, e la scelta della parola “Studi” va in questa direzione: musica che non stanca mai, che raccoglie un’eredità secolare e che nella rielaborazione personale si (e ci) proietta in avanti.

http://www.dodicilune.it