DA REMOTO: VAL BONETTI · MARCO RICCI

DA REMOTO: VAL BONETTI · MARCO RICCI

DA REMOTO; VAL BONETTI & MARCO RICCI. “Un paese a sei corde”

22 agosto 2020. Cressa, Novara

di alessandro nobis (foto di Leonardo Baldo)

Organizzata dall’Associazione Culturale “La Finestra sul lago”, la quindicesima edizione della bella rassegna “Un paese a sei corde” dedicata alla chitarra acustica ha preso il via nel Piemonte Orientale il 20 giugno e si concluderà il 6 settembre; a Cressa, nel novarese, il 22 agosto il chitarrista Val Bonetti ed il contrabbassista Marco Ricci hanno tenuto uno splendido concerto, l’occasione di presentare il nuovissimo lavoro pubblicato dall’etichetta leccese Dodicilune ed una ghiotta occasione di ascoltare nel suo complesso il lavoro che questo bravissimo strumentista ed autore sta portando avanti stavolta immergendosi nelle atmosfere del blues e soprattutto del jazz vista la presenza dell’ottimo Marco Ricci al contrabbasso, con la sua delicata cavata sia nel duettare con Bonetti sia nel proporre soli sempre efficaci e misurati.

Quasi ottanta minuti per scoprire il passato, il presente ed il futuro di Val Bonetti: qualche brano tratto dai suoi primi due album, qualcun altro dal nuovo progetto – pubblicato in coincidenza con questo concerto, cenni sostanziosi del prossimo progetto ed anche qualche sorpresa.

Blue Friend”, eseguita in solo (dal suo album d’esordio “Wait” del 2010) ha aperto il concerto seguita da due brani tratti da “Tales” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/): un significativo solo di Marco Ricci in “Barefoot Diva” dedicata a Cesaria Evora ed un altro con l’archetto nella swingante “Yogurth, Garlic & Cucumbers”, intesa davvero invidiabile per l’equilibrio sonoro e per la naturalezza con la quale la musica scorre.

Il presente di Val Bonetti è come dicevo il disco pubblicato il giorno del concerto, “Hidden Star” e da questo bel lavoro Bonetti ha tra gli altri eseguito “Igor” con un significativo gioco di “call and responce” tra i due musicisti e “Duck is Duck is Duck is” che a mio avviso con “Lulu is Back in Town” di Fats Waller sono stati un doveroso quanto sincero omaggio al chitarrista delle Virginia, vuoi per lo stile esecutivo, vuoi perché Fats Waller è uno degli autori da lui più amati ed infine perchè in “Duck  is ….” mi è parso di sentire fraseggi che mi hanno ricordato T. Monk, altro autore che Baker esegue spesso.

Interessante anche il repertorio del nuovo progetto che Bonetti sta curando dedicato alle ninne-nanne; tra quelle eseguite splendida la resa del “La Siminzina” della grande Rosa Balestrieri qui suonata con il dobro – , uno strumento che comunque suoni repertori altri ti riporta con il suo sound nella sua terra d’origine (e questo anche nella ninna nanna coreana”-, con un suggestivo effetto “campanellini” prodotto con armonici.

Tra le “sorprese”, molto convincente l’arrangiamento di “Don’t Think Twice, it’s Alright”, intrisa di jazz ma nel rispetto della melodia dylaniana e nel quale Bonetti ha sfoderato un lungo e bellissimo assolo.

Serata riuscitissima, rassegna invidiabile.

FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

Dodicilune Records, CD. 2020

di alessandro nobis

Il compositore e chitarrista trentino Federico Bosio ha pubblicato negli scorsi mesi per la Dodicilune questo interessante lavoro “Double Time” con un trio del quale fanno parte anche Valerio Vantaggio (batteria)  e Seby Burgio (pianoforte) che costruisce la base delle sue composizioni, di volta in volta arricchite dall’apporto di ospiti del calibro dei bassisti Stefano Senni e Pierpaolo Ranieri, dalla vocalist Clara Simonoviez e dal tenorista Michael Rosen. “Roses Dance” e la seguente “Tower Blues” raccontano in modo chiaro, a mio avviso, quanto detto: la seconda è una lunga e classica ballad acustica nella quale Bosio che in questa occasione imbraccia l’acustica “chiama” il contrabbasso di Senni che esegue un solo significativo che introduce quello si sax tenore, la prima, con l’intervento puntuale ed efficace della voce di Clara Simonoviez, si avvale del basso elettrico di Pierpaolo Ranieri che assieme ad un fraseggio “spagnoleggiante” che fa riferimento al miglior Chick Corea e ad un bel solo di Bosio ricorda quel jazz elettrificato che qualche decina di anni fa seppe dare una nuova linea, un nuovo sentiero alla musica afroamericana.

Ma attenzione, qui non c’è nulla di calligrafico o di autocelebrativo, se il disco si ascolta con grande attenzione si scoprono arrangiamenti curatissimi, suoni sempre efficaci (l’apertura dell’organo in nella ballad, sempre con Senni, “Gentle Waltz” il lungo brano dal sapore metheniano, o così mi è parso) e soprattutto si evince la capacità di mantenere costantemente bilanciato ed alto il livello della musica nonostante la spiccata personalità degli “ospiti” (metto le virgolette perché i loro interventi sono sempre contestualizzati al progetto).

http://www.dodicilune.it

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 40^ Edizione – “3 – 19 settembre 2020” – Ivrea

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 40^ Edizione – “3 – 19 settembre 2020” – Ivrea

 

DALLA PICCIONAIA: OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 40^ Edizione

“3 – 19 settembre 2020” – Ivrea

di Alessandro Nobis

Oltre al fatto di avere una programmazione di grande respiro dedicata alla musica afroamericana senza alcun ammiccamento al pop, mi sembra di poter dire che la caratteristica più significativa al di là del livello dei contenuti musicali che distingue l’”Open Papyrus” dalla maggior parte degli altri Festival legati al jazz italiani è certamente quella di saper coinvolgere in un’unità progettuale le realtà presenti sul territorio di Ivrea. E considerando che le date del festival sono state spostate in settembre e che il programma ha dovuto subire dei cambiamenti forzati a causa della pandemia, ancor più in questa edizione settembrina – che non definirei di emergenza – si evidenzia ancor di più come la programmazione sia il frutto di una grande passione, di molta pazienza, di lucidità e naturalmente di competenza ed esperienza da parte di chi questo festival organizza, ovvero l’Ivrea Jazz Club / Music Studio.

109930178_10159349185978475_8622156295632276875_n.jpgGià avevo avuto l’occasione di descrivere l’organicità dell’edizione “39” ed anche in questa quarantesima edizione, leggendo il progetto, incontriamo naturalmente la musica, la danza, la fotografia, la pittura e la letteratura; non a caso “Linguaggi” è la parola scelta, la migliore possibile per identificare questo festival che si terrà dal 3 al 19 settembre prossimo, con l’anteprima mercoledì 2.

Se darete uno sguardo al programma dettagliato in calce a questo articolo vi renderete conto come ci sia il modo di trascorrere un fine settimana “lungo” nella città di Ivrea seguendo passo passo il festival e perché no, ammirando le bellezze della città di Ivrea e dintorni. Tra gli appuntamenti più interessanti a mio avviso ci sono quelli del venerdì, il primo alle 19 presso la Sala Santa Marta per la presentazione del CD “Techne” del quartetto Night Dreamers (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/01/night-dreamers-techne/), il secondo alle 21 presso il Teatro Giacosa con il concerto dell’ensemble Oldwalla la conclusione di questa edizione, domenica 16 è di quelle da non perdere non solamente per la gratuità dell’evento ma perché è una straordinaria occasione per ascoltare le musiche del CD “Woland” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/04/03/barbiero·manera·sartoris-woland/) pubblicato da qualche mese da Massimo Barbiero (batteria), Emanuele Sartoris (pianoforte) ed Eliosa Manara (violini); originariamente questo concerto era inserito nella programmazione iniziale del Festival ed ora è fortunatamente ospitato dal Festival dell’Architettura che si tiene sempre ad Ivrea al Centro Adriano Olivetti. In conclusione segnalo inoltre l’appuntamento di giovedì 3 al Teatro Giacosa per il concerto di Paolo Fresu con il suo nuovo progetto in trio dedicato a Chet Baker.

IMG_3901Concludo riportando le assolutamente condivisibili parole di Massimo Barbiero, compositore, musicista e in questo periodo anche “libero pensatore di festival” che danno una chiara idea del lavoro fatto dal gruppo di appassionati che con grande fatica ha preparato il progetto: “Sono tempi difficili, dare un senso ed un valore alle cose che immaginiamo, pensiamo, progettiamo, sembra esser diventato inutile e privo di sostanza. Noi continuiamo a credere che invece quella sia la strada, l’unica, in quanto “non sono i mezzi che fanno un Festival, sono gli uomini che comprendono cosa significa la responsabilità di dare un senso ad un’idea….tracciare dei percorsi, avere il coraggio dei propri errori…..perché per dirla con Monk “si devono commettere gli errori giusti”.

Massimo Barbiero, Music Studio – Ivrea Jazz Club

Prevendite presso:

Associazione “Il Contato” – Piazza Ferruccio Nazionale 12 – Ivrea – Tel. 0125 641.161

Orari: dal lunedì al venerdì dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 16.30

Music Studio – Tel. 0125 40450 – informazioni@music-studio.it

 

 

CALANDRA  “Amanita”

CALANDRA  “Amanita”

CALANDRA  “Amanita”

Manitù Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo interessante Amanita firmato dal chitarrista ed autore Raul Gagliardi, dal bassista Carlo Cimino e dal batterista Maurizio Mirabelli è il secondo lavoro del trio che giunge ben nove anni dopo disco d’esordio “Gente di Sud”. Qui “Calandra” si muove all’”ombra” del mainstream di nuova composizione, se proprio vogliamo etichettare la musica che si ascolta, e le composizioni sono tutte scritte da Raul Gagliardi a parte la funambolica rilettura di uno dei più famosi brani dei Police che però visto il felice “trattamento” riservatole – ovvero smontaggio e rimontaggio e quindi difficilmente riconoscibile -, può essere anche questa considerata quasi un’altra scrittura uscita dalla fertile penna del chitarrista.

Chiaro che la fine tecnica dei tre musicisti si rivela essere al servizio dello spartito e dei compagni, ed altrettanto appariscente è l’interplay, fondamentale del jazz di un certo valore, che mi pare produttivo riuscendo a valorizzare pienamente le idee di Gagliardi, brillante chitarrista come si evince ad esempio ascoltando i suoi solo in “Jumper” e nella ballad “Calandra” efficacemente con una lunga apertura tutta del contrabbasso di Cimino e con un ottimo lavoro di “spazzole” di Maurizio Mirabelli. “Windrush” è il brano che ho riascoltato e riascoltato e che più mi ha intrigato: qui, oltre alla significativa successione di accordi della chitarra, il solo di basso elettrico mi ha fatto ritrovare piacevolmente certi suoni del jazz elettrico inglese della scuola di Canterbury (in particolare al bassista Fred Baker).

Un disco brioso, un altro esempio di come il jazz italiano sia evoluto e sempre interessante, un lavoro che merita i più ampi riconoscimenti di critica e di pubblico.

www.amanitajazz.com

 

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

GÈNOT – SARTORIS  “Totentanz – Evocazioni Lisztiane”

Dodicilune Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Un pianista classico ed uno “Third Stream” si siedono davanti alla tastiera dello stesso pianoforte e “giocano” partendo da una delle meno conosciute ed eseguite composizioni di uno dei maggiori esponenti della corrente romantica, ovvero il magiaro Liszt Ferenc, autore, assoluto virtuoso concertista, direttore d’orchestra, divulgatore ed esecutore delle musiche di Schubert, Beethoven e, mi piace sottolinearlo, improvvisatore a cui piaceva durante i concerti che tenne ovunque in Europa “divagare” sulle sue e sulle musiche di autori “altri”.

Massimiliano Gènot ed Emanuele Sartoris sono i due pianisti e con questo magnifico lavoro – che senz’altro sarebbe stato gradito da Listz – dimostrano come la musica “romantica” ma in generale quella classica al di là delle esecuzioni fedeli alle partiture originali possa offrire infiniti spunti ispirativi ed esecutivi. Tutto parte dall’analisi di “Totentanz”, scritto per pianoforte ed orchestra e qui proposto per pianoforte a quattro mani ed inserito nel bel mezzo di questo lavoro e, a parte la composizione originale di Gènot (“Prologo in Cielo”) che apre il disco, le altre tracce sono rielaborazioni, creazioni, giochi (“Toten – Rag“), improvvisazioni dove come da DNA dei due esecutori si incontrano felicemente la musica classica romantica ed il jazz (“Follie dal Nuovo Mondo” o “Il Trionfo della Morte” per fare due citazioni); non è facile incontrare un pianista con la preparazione accademica di Gènot con la predisposizione ad “aprire” la mente ed entrare nel mondo di Sartoris che dal canto suo aveva già registrato Liszt in “I Nuovi Studi” con il Primo Preludio degli studi Trascendentali (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/). Incontri così riusciti sono rari – molto rari – perché spesso l’autoreferenzialità di uno o di entrambi gli esecutori impedisce un approccio sereno ed anche perché in due alla tastiera a mio avviso si sta “un po’ stretti” e diventa d’obbligo cedere qualcosa della propria personalità in favore dell’altro. Non è questo il caso certamente, qui la musica scorre impetuosa e durante l’ascolto è un divertimento raro indovinare i tocchi dei due pianisti.

Un’autentica gemma.

massimilianogento.com

emenuelesartoris.com

www.dodicilune.it

 

 

 

 

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

EMMERECORDLABEL, CD, 2020

di alessandro nobis

image.pngGiuseppe Cistola, chitarrista e compositore, si è posto come obiettivo per questo lavoro scrivere musica mettendoci la passione, i ricordi e tutte le emozioni che ha vissuto e quindi interiorizzato durante un suo lungo soggiorno in terra argentina; con lui, per questo ottimo “Por la Calle Argentina” ci sono il contrabbassista Lorenzo Scipioni, il batterista Michele Sperandio, il sassofonista Marco Postacchini ed il pianista Simone Maggio, presenze fondamentali per la realizzazione di questo bel progetto. Qui non troverete l’Argentina più conosciuta e forse anche più scontata (e nemmeno la rilettura dei classici del jazz), ma piuttosto la rielaborazione di un’esperienza personale che si è realizzata in queste dieci composizioni, tant’è che l’unico a mio avviso chiaro richiamo diretto alle atmosfere argentine l’ho trovato nella splendida e “notturna” ballad “Paseo Nocturno”, con l’incipit di Scipioni (con l’archetto) e Maggio ed un cantabile solo di Postacchini ad introdurre quelli di pianoforte e di chitarra. Cistola e compagni conoscono benissimo l’ABC del linguaggio della musica afroamericana sul quale costruiscono momenti di interplay e assoli mai scontati e sempre caratterizzati da una ricerca melodica e da un controllato virtuosismo. Così nel brano di apertura “5 – 3”, un’altra ballad aperta dalla chitarra di Cistola con un bel tema, nel conclusivo “Sunday Blues” dove il tema è esposto all’unisono dalla chitarra e dal sassofono o ancora la lunga “Out of Rules” con un bel dialogo pianoforte – chitarra che apre al pizzicato del contrabbasso e caratterizzato da un lungo solo di Cistola.

Il quintetto suona davvero bene, le composizioni del chitarrista passano dallo spartito attraversando le sensibilità dei compagni di viaggio creando della musica di gran qualità.

Ha ragione Cistola quando dice di non avere nulla contro gli standard e spero converrà con me nel ritenerli indispensabili allo studio del jazz e della sua secolare storia: se però hai una fluidità di scrittura di questo livello, come si evince dall’ascolto di questi disco, proseguire in questo percorso è d’obbligo.

http://www.emmerecordlabel.it/

 

 

 

QUAI DES BRUMES “Au bord de l’eau”

QUAI DES BRUMES “Au bord de l’eau”

QUAI DES BRUMES & AMF STRING QUARTET “Au bord de l’eau”

Associazione AMF. CD, 2020

di alessandro nobis

Se vi piace la Storia della terra di Francia ma non avete voglia di leggere un saggio che vi guidi attraverso la sua complessità, non ci sono problemi: ascoltate la straordinaria musica che il trio “Quai des Brumes” suona e sicuramente il desiderio di approfondire verrà. “Au bord de l’eau” è il secondo affascinante lavoro che il clarinettista Federico Benedetti, il chitarrista Tolga During ed il contrabbassista Roberto Bartoli hanno QUAI 1pubblicato qualche settimana or sono: il primo lavoro d’esordio “Chansons Boîteuses” era un viaggio esplorativo negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, dal ’36 al ’38, gli anni del governo del “Front Populaire”. La Francia, soprattutto Parigi, si distingueva per la sua multiculturalità, erano i migliori anni della “Chanson Francaise” ed i Quai Des Brumes avevano saputo intelligentemente e molto lucidamente dare un quadro della musica che si suonava nei bistrot e nei teatri parigini: i quindici brani percorrono un itinerario che ci porta nei caffè, nei bistrot, nella sale-concerto di quel periodo e, citando “Nunn o Pani naschella” ci si immerge nel jazz manouche, “Les copains d’abord” di George Brassens in una splendida esecuzione strumentale di uno dei grandi della canzone d’autore mondiale ed il pacato swing di Sidney Bechet dell’immortale “Petite Fleur” potete avere un’idea del repertorio che però, per essere apprezzato nel profondo, va ascoltato perché la perizia dei tre musicisti e gli arrangiamenti curati in modo molto efficace da Federico Benedetti riescono in modo molto equilibrato ad omogeneizzare i vari repertori facendo sì che questo “Chanson Boiteuses” sia un disco splendido, arricchito anche da tre composizioni originali tra le quali voglio citare quella dell’eccellente chitarrista Tolga During, “Waltz for my father”.

QUAI 2Con “Au bord de l’eau” Quai des Brumes va oltre, e si avvale della collaborazione di un quartetto d’archi, l’AMF (acronimo di Associazione Musicisti di Ferrara) String Quartet: Pierclaudio Fei e Massimo Mantovani violini, Julie Shepherd alla viola e Giacomo Grespan al violoncello. Anche qui prima di dire due parole sul programma voglio sottolineare gli arrangiamenti – sempre del clarinettista – che riescono in maniera davvero notevole a creare un comune dialogo tra gli archi ed il trio ed a rendere ancora una volta omogenei i vari stili affrontati ed anche sulla bravura dei tre solisti varrebbe la pena spendere qualche riga; sulla precisione ed efficacia del contrabbasso di Roberto Bartoli, sulla straordinaria chitarra “Manouche” visto che imbraccia una Maccaferri, di Tolga Turing bravissimo a suonare le parti “cantate” e nello swing di “Ecrin” (un piccolo capolavoro con la chitarra ed il clarinetto che duellano con gli archi) e sul clarinetto – e clarinetto basso – di Federico Benedetti sempre espressivo e puntuale nei soli e nel lavoro sulle melodie.

Il repertorio è molto interessante, e mi limito a segnalarvi una splendida rilettura della canzone  “Nuit d’etolies” composta da Claude Debussy nel 1880, due delle canzoni composte di Gabriel Faurè ovvero “Dans les ruines d’una abbaye” e “Au bord de l’eau”, “Les Anges” di Erik Satie (una delle tre melodie del 1887) ed infine “Ma premiere lettre” di Cecile Chaminade che apre il disco. Ascoltate con attenzione, chiudete gli occhi e vi ritroverete nella Francia di fine Ottocento, quella della Comune di Parigi, lungo le sponde della Senna e, magari, incontrerete George Pierre Seurat mentre dipinge una delle sue opere.

Di Roberto Bartoli avevo scritto in occasione del suo “Landscapes”: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/19/roberto-bartoli-landscapes/

Di Tolga During in occasione del suo “Gelibolu”: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/24/tolga-during-ottomani-gelibolu/

www.quaidesbrumes.it

 

 

 

MILK JAZZ TRIO “Drink Jazz, listen to milk”

MILK JAZZ TRIO “Drink Jazz, listen to milk”

MILK JAZZ TRIO  “Drink Jazz, listen to milk”

Cat Sound Records. CD, 2020

di alessandro nobis

A dieci anni dal disco d’esordio per la Philology il contrabbassista / bassista Roberto Pascucci, il pianista Gabriele Petetti ed il batterista Ricky Turco ovvero il “Milk Jazz Trio” tornano in sala d’incisione con undici nuove composizioni, dieci scritte dal contrabbassista Pascucci e una, “Hours by the Window”, composta da Phil Gould-Mark King, batterista della band inglese Level 42 (niente a che fare con il jazz, ma con una sezione ritmica formidabile e autori di un pop “perfetto”).

12637241504_6ec9da8374_bUtilissimo anche per noi neofiti del jazz riascoltare il primo ottimo lavoro per cercare di comprendere l’evoluzione che il trio ha sviluppato in questo lungo periodo, perché un’evoluzione c’è stata: una ricerca ancora più attenta e profonda della melodia (“No Redemption without Attention”), un suono prevalentemente acustico, jazz lontano dall’interpretazione di standards afraomericani, ballads originali di ampio respiro vicino a composizioni dai tempi più marcati (“Heavy Metal Kids have tender Heart” con una bella intro della batteria per un brano che profuma di “jazzrock acustico”) ed infine un uso della strumentazione elettrica pacato e mai sopra le righe. Etichettare la musica del trio in un qualsivoglia modo a mio avviso non è corretto: è jazz marcatamente europeo nel quale un ruolo importante lo gioca il background dei musicisti che hanno studiato anche profondamente la musica classica europea e contemporanea (ad esempio sapere che Pascucci è stato allievo di Stefano Scodanibbio la dice piuttosto lunga …) e che da queste ne sono stati inevitabilmente influenzati.

COVER MILK 1In “Drink Jazz, Listen to Milk” si respira un’aria un po’ diversa con riferimenti o piuttosto citazioni soprattutto sonore del miglior jazz elettrico tipico dei Settanta; l’interplay è sempre di gran livello, le composizioni di Pascucci sono estremamente godibili e apparentemente “facili”, appaiono strumenti come il Moog ed anche i suoni del basso assumono talora i connotati della chitarra. Detto dell’interpretazione strumentale di “Hours by the Window”,  dei Level 42 – che contribuisce a creare nuovi confini alla musica del Milk Jazz 3 -, vi invito all’ascolto di “Bitter sweet”, pacata ballad con due espressivi quanto significativo solo di basso elettrico accompagnato alle spazzole da Turco, “Aerobrain”, un tema che ci riporta molto volentieri al miglior jazz elettrico d’annata ed infine la suggestiva “Cinematic Mood” con un’ostinato di Rhodes che introduce un’altra ballad, segno distintivo del Milk Jazz Trio.

Speriamo di non dover attendere altri 10 anni per il terzo disco, ed altrettanto ci auguriamo di poter fruire al più presto di una loro esibizione dal vivo.

 

 

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

Auterecords. CD, 2020

di alessandro nobis

Di Adalberto Ferrari avevo parlato in occasione del suo “Unstable Waterlors” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/28/adalberto-ferrari-unstable-watercolors/), e di Andrea Ferrari di “Essential Lines (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/11/andrea-ferrari-essential-lines/): ora i due fratelli pubblicano un nuovo disco in duo (è il quarto dopo “Wanderung” del 2007, “On War” del 2008 e “Overlays” del 2018) naturalmente dedicato ai suoni della famiglia dei clarinetti e dei sassofoni.

WOOD(WINDS)_AT_WORK_coverE’ un’operazione coraggiosa ma altrettanto ben riuscita nella quale l’interplay è spinto al limite; non è solo una questione di “familiarità” ma di un progetto dove mi sembra di poter dire che l’improvvisazione gioca un ruolo fondamentale accanto alla scrittura dei temi. Il risultato finale è alquanto effervescente ed intrigante e ho trovato “Wood (WInds) at Work” assolutamente meritevole di tutta l’attenzione possibile anche perché come fortunatamente spesso succede i reiterati ascolti rivelano nelle pieghe della musica i “segreti” del dialogo inter-strumentale che mettono in evidenza i percorsi comuni e non tra i due musicisti.

“Coco the puppet” è uno dei brani più emblematici del lavoro dove il breve tema quasi “circense” esposto dal clarinetto basso viene circondato e si intreccia al dialogo con il sax soprano ad imitare una reale discussione tra due burattini; “One way” che apre il disco è un’efficace “call and response” tra sax baritono e clarinetto basso, protagonisti anche dell’immaginifica e fiabesca “Folletto folle dei boschi”, in “Poli” i due fiati si rincorrono e si incrociano creando parallellismi che si intersecano (è un ossimoro, ma provate ad ascoltare attentamente).

Disco davvero notevole, una delle cose più interessanti che mi è capitato da ascoltare in questi mesi di quarantena, tra avanguardia e classicismo jazz.

http://www.novotono.com

 

 

 

SUONI RIEMERSI: WOOD QUARTET “Strade”

SUONI RIEMERSI: WOOD QUARTET “Strade”

SUONI RIEMERSI: WOOD QUARTET “Strade” Le Parc Music. CD, 1995

di alessandro nobis

wood quartet (1)Ricordo sempre con piacere la serata di presentazione di questo disco nello show-room dell’azienda Morelato nello splendido Palazzo Taidelli a Salizzole, nella Bassa Veronese: sono passati ben venticinque anni, ma il ricordo della bellezza del sito e della musica sono rimasti ben fissi nella mia memoria e va dato atto agli organizzatori di avere scelto un luogo ideale per quell’evento. Era la metà degli anni Novanta, un periodo piuttosto fertile per la musica “jazz e dintorni” veronese, e questo progetto “Wood” è uno di quelli che a distanza di tutto questo tempo esprime ancora il suo valore e si fa ascoltare ancora con piacere ed interesse, l’inizio di un’avventura che continua ancora oggi e che si è contraddistinta anche per il suo polimorfismo se mare equilibrato, come si può vedere dalla discografia sotto riportata.

wood 1
La confezione dell’edizione “lusso” del CD

Enrico Breanza, chitarra, Marco Pasetto, clarinetti, ocarina e sax soprano, Gianni Sabbioni, contrabbasso e Massimiliano Zambelli, percussioni sono i musicisti coinvolti in questo disco d’esordio al quale dà il suo contributo un altro clarinettista, Mauro Negri in tre degli undici brani composti soprattutto da Breanza. Sempre splendido il dialogo tra il clarinetto basso ed il clarinetto in “Pantea”, convincente il lungo solo di ocarina che apre “Equi-Libri” che poi enuncia il tema con la chitarra acustica, evocativa “Protus” (un’altra scrittura di Breanza) con apertura di chitarra ed il sempre misurato e preciso soprano di Pasetto ed infine “On Land” che apre questo “Strade” descrivendo al meglio il progetto di questo ensemble.

Resta il rammarico per non avere mai visto il Wood Quartet, ma questo vale anche per i migliori musicisti dell’area veronese dell’epoca, inserito nel cartellone del prestigioso (in quegli anni) Verona Jazz, probabilmente per la sua “appartenenza etnico – geografica”.

Un disco che potete ascoltare, come gli altri, sulla piattaforma Spotify: (https://open.spotify.com/playlist/3H0zorv9O1EVD8D2Ku6uj3?si=gCa8-_hfSOGbm44_0kTj4Q&fbclid=IwAR3t2h72Sq_bC1vuNBof34JeNrQ8gsZd6SDBI_kiCK-fc6YquzMDJm3KbUk)

DISCOGRAFIA:

WOOD QUARTET:

“Lands”, 1996

“In the wood”, 2002

“Agorà”, 2003

 

WOOD ORCHESTRA (Wood Quartet con Elena Bertuzzi, Michele Pachera, Thomas Sinigaglia, Paola Zannoni e Renato Perina):

“L’attesa”, 2006

 

WOOD DUO (Marco Pasetto, Enrico Breanza), 2010

WOOD TRIO (Marco Pasetto, Enrico Breanza ed Andrea Oboe), 2017