SCHIAFFINI · ARMAROLI “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

SCHIAFFINI · ARMAROLI  “Deconstructing Monk in Africa”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Questa operazione di “destrutturazione” delle composizioni di Thelonious Monk è a mio avviso a dir poco geniale e che a farlo siano stati due luminari del jazz contemporaneo italiano è l’ennesima conferma della sua qualità raggiunta negli ultimi anni: Giancarlo Schiaffini, trombonista, è da tempo una delle punte del panorama avanguardistico e Sergio Armaroli, percussionista, ha dimostrato sempre nei suoi lavori, in particolare quelli prodotti dall’etichetta salentina di Rampino e Bizzocchetti (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/06/03/centazzo-·-schiaffini-·-armaroli-trigonos/) e (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/08/26/sergio-armaroli-trio-with-giancarlo-schiaffini-micro-and-more-exercises/) per fare due esempi, le sue capacità di compositore, esecutore ed improvvisatore. La condivisione di un certo percorso musicale e la consolidata esperienza dialettica tra i due musicisti ha fatto sì che l’idea di prendere in prestito il songbook monkiano e di separare per poi rileggere e mettere il tutto nel crogiuolo per la loro fusione le sue componenti funzioni alla perfezione.L’attenzione verso la musica del West Africa, il blues monkiano, quella elettronica e quella contemporanea fusi assieme dal linguaggio improvvisativo risultano un tutt’uno estremamente interessante all’ascolto che ogni volta fa scoprire angolature e spunti diversi, la polifonia vocale con sovrapposto il trombone che accenna a Monk, i caldi suoni “etnici” del balafon che scandiscono qua e là i temi del pianista di Rocky Mount enunciati qua e là accanto a quelli elettronici che permeano gli oltre cinquantotto minuti della performance fanno di “Deconstructing Monk in Afrika” un disco a mio avviso importante, fiore all’occhiello italiano del panorama jazz contemporaneo.

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LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA “Chapitre I”

LES CONTES D’ALFONSINA  “Chapitre I”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Si respira una fresca ed originale aria d’oltralpe in questo bell’esordio del quartetto “Les Contense D’Alfonsine”: aria della miglior canzone d’autore, dello swing manouche e del valse musette che si incontrano grazie a quattro musicisti, la cantante Sofia Romano, il clarinettista Hugo Proy, il violinista Frédéric Gairard e il chitarrista Marco Papadia.

Giusto per mettere le cose in chiaro, il disco si apre con “Indiffèrence” una ottima versione di un valse musette scritto nel ’42 da Joseph Colombo e dall’accordeonista italo-francese Tony Murena (un autore e strumentista da riscoprire assolutamente) e tra le tracce segnalo anche “La Bicyclette” di Pierre Barouh portata al successo da Yves Montand con una significativa interpretazione di Sofia Romano, sempre all’altezza di un repertorio non facile da affrontare senza cadere nel “già sentito” ed autrice di alcuni dei testi come in “Le Géant” scritta a quattro mani con Marco Papadia ed unico brano totalmente originale che va nella direzione del rinnovamento del repertorio manouche, e dell’unico brano proveniente dalla musica afroamericana scritto dal sopranista Joshua Redman (era nel disco “Back East”) che chiude il disco, “Zarafah”; un’interessante introduzione – e – chiusura  dichiaratamente “bartokiana” di violino, un’espressiva parte di Proy e il sempre delicato arpeggio di chitarra che con il clarinetto stendono il perfetto “fondale” per la voce di Sofia Romano.

Un lavoro notevole, questo “Les Contes D’Alfonsina”, tra rinnovamento e tradizione, con arrangiamenti che non mostrano alcuna caduta di tono e che indicano molto chiaramente la direzione musicale che questo quartetto italo francese ha intrapreso.

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URBAN FABULA “Movin’”

URBAN FABULA  “Movin’”

URBAN FABULA  “Movin’”

TRP MUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Il pianista Seby Burgio, il contrabbassista Alberto Fidone ed il batterista Peppe Tringali sono il trio “Urban Fabula” e questo loro recente disco, “Movin’” è l’ottimo risultato del loro processo compositivo collettivo e della sua concretizzazione musicale. A parte la bella rilettura di “Englishman in New York”, che chiude il disco, il trio propone sei brani originali che si possono definire “maistream contemporaneo”, il che sta a significare che i tre hanno ben chiara l’evoluzione della musica afroamericana e compongono tenendo ben presenti i suoi comandamenti riuscendo ad essere originali e non facilmente assimilabili ad altri compositori. E questo, a mio modesto avviso è un gran pregio. Il lungo brano eponimo, ad esempio, richiama l’Africa intarsiando la voce narrante di Yoro Ndao nel jazz con lo splendido duo contrabbasso – pianoforte ed i due significativi assoli accompagnati dal preciso e robusto drumming di Tringali ed anche “Manu”, il brano che più richiama la “Mother Africa” (e qui ci ho sentito l’eredità del pianismo sudafricano di Dollar Brand) aperto dal pianoforte che canta la melodia accompagnata dalla percussione e che si conclude con il coro di bambini diretto da Aurora Leonardi sono il chiaro esempio di questo bel progetto tutto iitaliano a testimonianza del valore che ha raggiunto il jazz nel nostro Paese. Ed infine “Circle”, suddiviso in due parti: la prima, una ballad con il contrabbasso suonato con l’archetto e con il pianoforte e la seconda con l’ingresso della batteria dal ritmo più sostenuto e brillante (la terminologia specifica la lascio a quelli che “se ne intendono”) che conduce alla pacata conclusione del brano, una scrittura le cui variazioni vogliono ricordare i cambiamenti che inevitabilmente si verificano nell’esistenza di ciascuno di noi e che descrivono bene il progetto “Movin’” un concept album dedicato alla vita ed alle sue continue trasformazioni.

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

“Nubivago”. AZZURRA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

D’accordo, nel 2009 Peo Alfonsi pubblicava il primo volume dei lavori per liuto di J. S. Bach arrangiati per chitarra, nel 2015 “O Velho Lobo” un disco con i preludi e studi di Heitor Villa Lobos e “Change of Heart” dove interpreta suoi arrangiamenti degli spartiti di Pat Metheny, ma questo “Nubìvago” pubblicato da poche settimana dall’etichetta veronese Azzurra può essere considerato a tutti gli effetti il primo vero lavoro solista del chitarrista cagliaritano non fosse altro perché le scritture che compongono questo lavoro sono tutte, o quasi, originali. L’uscita di “Nubìvago” è pertanto l’occasione ideale per fare con il chitarrista cagliaritano due chiacchiere sulla sua carriere solista.

– Johann Sebastian Bach, Pat Metheny e Heitor Villa Lobos, seguendo il tuo percorso musicale sembrano essere dei punti fermi del tuo essere musicista e compositore, insomma la conferma di un carattere “Nubìvago”. Ad esempio riascoltando il tuo lavoro di trascrizioni per chitarra del 2009 sembra che tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto da Bach quasi trecento anni fa (composte intorno al 1730) nelle sue Suites, nel Preludioe nella Fugaper il liuto, soprattutto se suonate con la chitarra: mi sembrano, detto da ascoltatore, di una modernità sorprendente (ascoltate la Fugadella Suite 997, per fare un esempio, n.d.r.). Ma detto da un musicista, in cosa consiste questa modernità?

– Come ho scritto nelle note di copertina del Cd a lui dedicato cui fai riferimento, la musica di J. S. Bach è probabilmente l’influenza più rilevante di tutta la mia vita musicale. Quali ne siano le ragioni, e quali gli elementi della sua “modernità” come giustamente dici sarebbe troppo difficile dire compiutamente in questa sede. Mi colpisce il fatto che tu ti riferisca in particolare alla Fuga 997 perché è da sempre, insieme con la Ciaccona, la composizione di Bach che amo di più suonare. Posso solo accennare al fatto che, forse, tra gli elementi che rendono la musica di Bach non solo moderna, nel senso di attuale, ma oserei dire eterna vi sia il fatto che per una congiuntura temporale il genio di Bach si sia manifestato proprio quando la tradizione della musica contrappuntistica aveva raggiunto il suo apice. Dopo di lui si poteva solo girare pagina, e così è avvenuto.

Per questo che fortunatamente, pur essendo d’accordo con te sul fatto che in un certo senso “tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto”, ciò non ha impedito alla musica, come è peculiarità di tutte le arti, di trovare nuovi modi, tradizioni e stili per ripetere, rinnovandola, la sua parola al mondo.

– A mio avviso la musica di Pat Metheny si caratterizza per una quasi maniacale ricerca dell’aspetto melodico della sua musica ma anche per la sua vicinanza al mondo del jazz più puro e più all’avanguardia colemaniana e improvvisativa. Anche qui hai saputo dare una tua visione personale acustica del suo songbook: quale è stato l’approccio verso la sua musica?

– Ho un debito di riconoscenza infinita verso Metheny, è dal giorno che ragazzino imberbe innamorato del pop-rock distrattamente incappai in “Yolanda you learn” che la mia vita musicale non è più stata la stessa.. quel brano insieme con il “Koln concert” di K.Jarrett aveva gettato il seme del jazz e della musica improvvisata, e quel seme negli anni è diventato un albero rigoglioso e ingombrante nel giardino delle mie passioni musicali. “Change of heart” è nato da questa voglia di pagar pegno da un lato, e dall’altro dalla curiosità di scoprire come – a distanza di almeno trent’anni da quel primo incontro – la musica di Pat Metheny avrebbe potuto ritornare tra le mie dita che nel frattempo avevano incontrato nuovi amori, accettato nuove sfide e – soprattutto – definitivamente abbandonato la tendenza ad imitare le sue!

– Io non sono un musicista, per fortuna del genere umano, ma se ne avessi avuto la capacità e la costanza avrei voluto essere un chitarrista acustico e quindi sarei dovuto passare dalle “forche caudine” di Heitor Villa Lobos. Perché il compositore brasiliano è ancora un punto di riferimento per chi suona la chitarra? Personalmente tu cosa hai visto nelle pieghe nascoste delle sue composizioni?

– “O velho lobo” è il mio omaggio ad uno dei compositori più geniali della storia della musica. Da chitarrista poi, come dici bene tu, la sua opera rappresenta un passaggio imprescindibile. Essermi confrontato con l’integrale delle sue composizioni per chitarra sola è stata una sfida particolarmente difficile e allo stesso tempo stimolante. Difficile perché, pur essendo io un “chitarrista classico”, come si suol dire, cioè proveniente da studi accademici di conservatorio ecc. (e mi preme qui ringraziare il mio adorato maestro Gino Mazzullo senza il quale non avrei  scoperto i tesori di Villa Lobos, né avrei mai potuto serenamente sviluppare e vedere incoraggiate le mie “pulsioni” verso il jazz e le musiche popolari che spesso, soprattutto in quegli anni, venivano viste come il fumo negli occhi dalla stragrande maggioranza degli ambienti “accademici”) ero e sono ben consapevole che con l’integrale di Villa Lobos si sono negli anni cimentati fior fior di virtuosi della tradizione della chitarra classica tali da far impallidire chiunque volesse approcciarsi a questo repertorio con la presunzione di non sfigurare. Sentivo però d’altro lato che qualcosa dello spirito di questa musica poteva trarre giovamento ed illuminarsi di una luce diversa, se osservato e riletto dal punto di vista di un improvvisatore abituato al confronto quotidiano con la musica popolare, il jazz ecc. Quello che ho provato a fare l’ho riassunto in una frase riportata sul cd: “…restituire queste meravigliose pagine di musica alla foresta..” ma è certamente espresso molto meglio, nonché contestualizzato magistralmente nelle note di copertina che accompagnano il cd, firmate da quel luminare in fatto di musica brasiliana che è il mio caro amico e straordinario musicista Gabriele Mirabassi.

– Pur avendo una preparazione classica hai sempre avuto una grande curiosità, conoscenza e rispetto delle altre forme musicali ………

– Questa è forse proprio la chiave che mi ha permesso, come detto sopra, di avvicinarmi con timore solo relativo anche ad opere così imponenti da suscitare una sana e ragionevole soggezione. C’è da chiedersi, in qualità di musicisti, se qualcosa di ciò che facciamo abbia “senso” dopo tutto quello che l’umano ingegno ha prodotto fin qui… Poter partecipare con una piccola goccia all’oceano della creatività umana è possibile o con l’impulso del giovane che cerca una sua collocazione, o con il distacco di chi ha ormai capito che più che la goccia, è l’oceano a contare. Resta il piacere di ammirare, talvolta estasiati, il potere che l’arte umana nelle sue svariate forme ha sempre avuto e sempre avrà, di parlare con mille linguaggi diversi agli stessi meandri non altrimenti raggiungibili dello spirito umano. Tali linguaggi non meritano di essere incasellati secondo principi “gerarchici”, quanto piuttosto di esser avvicinati con curiosità sempre rinnovata e uno sforzo sincero che permetta di coglierne quanto più possibile le specificità.

– Anche in questo tuo nuovo lavoro, “Nubivago” non sei riuscito – e lo dico in modo ironico – a stare lontano da rivisitazioni di brani altrui: il brano che chiude il disco è un brano beatlesiano, e c’è una citazione “colta” del Coltrane di “Giant Steps” perfettamente “innestato” in una tua composizione, “Passi da Gigante”. La curiosità mi spinge a chiederti qual’é stato il tuo approccio a questi due brani, quando ci si misura con questi autori penso sia facile cadere nella riproposta calligrafica?

– Ebbene si, tra i miei grandi amori ci sono certamente i Beatles… non sempre è facile discernere quanto delle ragioni che ci inducono ad amare alcuni autori in particolare sia dovuto al potere che la musica ha di riportarci a emozioni significative del nostro passato, e quanto invece li ameremmo comunque se anche ci imbattessimo oggi per la prima volta nella loro arte con tutta la nostra storia ed evoluzione personale… Sono domande senza risposta ma posso dire che nel caso specifico dei Beatles sono certo di essere in ottima compagnia nel ritenere che  qualcosa di magico sia effettivamente avvenuto dall’incontro di quei quattro ragazzini di Liverpool, anche al netto di tutti gli aspetti sociologici con cui tutto il “fenomeno Beatles” è inestricabilmente intrecciato.Quanto a Coltrane, i passi da gigante sono, ovviamente, i suoi … quelli di un musicista che non si è mai accontentato dei propri traguardi.

Al di là dell’ineguagliata maestria strumentale, resta ancora più rilevante a mio giudizio la sua testimonianza di vita che lo ha visto porre sopra ogni altro imperativo quello di nutrire la sua ricerca spirituale con sempre nuove sfide e una instancabile esplorazione senza compromessi di nuovi territori.  

– Come racconti nelle note di copertina questa è la concretizzazione, simpaticamente tardiva, di un vecchio sogno, quello di registrare in piena libertà la tua musica. Come nascono le tue composizioni?

– Nascono per lo più casualmente, da un’idea che, chissà bene perché, il mio istinto giudica “degna” di essere seguita e sviluppata. Quell’idea è il seme di tutto il resto, quello che viene dopo è appunto la composizione, ovvero il processo, talvolta anche lungo e travagliato, di sviluppo e “organizzazione” dell’idea originaria.

Di come questa idea originaria – che è il vero inizio e la conditio sine qua non per tutto quel che viene dopo – prenda vita non so proprio dire granché, forse perché in fondo preferisco non sollevare il velo di mistero che l’accompagna e che ancora oggi mi permette di sorprendermi e divertirmi a fare il mestiere che faccio.

– Possiamo dire che questo progetto solistico avrà un seguito e, a proposito di Bach, hai intenzione di registrare un secondo volume dei suoi lavori per liuto?

– Mi auguro che le particolari condizioni in cui siamo precipitati e continuiamo ad essere immersi da ormai un anno abbiano presto fine e che si possa riprendere  a godere di quello che resta comunque il privilegio più bello del fare musica, ovvero il farla insieme. Per questo mi auguro che i miei prossimi lavori possano essere il frutto di collaborazioni con qualcuno dei tantissimi musicisti che stimo e che, come me, in questo momento soffrono la privazione della gioia più grande che la musica sa darci: quella di immergere in un’unica bolla due o più individui diversi, talvolta lontani, e fargli sentire il calore di un unico abbraccio che li unisce.

Quanto a Bach, arriverà un volume 2, prima o poi, ma è sorprendente come davanti a certe sue composizioni che amo e frequento da oltre trent’anni ormai, non mi senta ancora pronto..

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

MASSIMO BARBIERO “Foglie d’erba”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo nuovo significativo lavoro del compositore, batterista e percussionista Massimo Barbiero è il quinto dedicato alle percussioni dopo “Nausicaa” (2009), “Keres” (2011), “Sisifo” (2012), “Simone De Beauvoir” (2014, per solo marimba) e “Mantis” (2015); nella discografia di Barbiero una parte rilevante è quindi dedicata allo studio delle percussioni “in solo” e vorrei rimarcare come la qualità dei lavori in duo e i progetto “Enter Ellen” e “Oldwalla” confermano al di là della ormai “assodata” capacità strumentale una continua ricerca timbrica e compositiva.

In “Foglie d’Erba” l’attenzione è rivolta alle percussioni – e quindi non c’è la batteria – e precisamente al vibrafono, alla marimba, al glockenspiel, ai timpani ed ai gong ed il risultato è ancora una volta affascinante e piacevolissimo all’ascolto.

Barbiero scrive e naturalmente esegue dieci composizioni che riescono evidenziare al meglio le potenzialità sonore degli strumenti che di volta in volta “abbraccia”, senza mai essere autoreferenziale o puramente accademico regalando all’ascoltatore emozioni che raramente invece si ascoltano quando le percussioni partecipano ad uno suono di gruppo dove quasi sempre hanno una funzione – peraltro fondamentale – ritmica. Poi, se mi costringo a segnalare i brani che più mi hanno affascinato, scelgo senz’altro quelli per marimba, ovvero “La Rupe” e “La Chimera” per l’atmosfera quasi primordiale che questo strumento riesce a creare e per il suono che mi ha riportato ad ascoltare “Simone De Beauvoir” e Steve Reich e la sua straordinaria composizione “Six Marimbas”. Inoltre mi sono particolarmente piaciute “La Pioggia”per percussioni “assortite” con il suo avvolgente incedere ipnotico e la breve “Schiuma d’onda”, per timpani; ma tutto il lavoro è piacevolissimo all’ascolto e dà la possibilità – ribadisco – di conoscere in modo profondo sia le potenzialità degli strumenti che di apprezzare la grande passione e dedizione di Barbiero per le percussioni. Disco da avere.

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DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

FULICA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Herbie Nichols e Thelonious Sphere Monk sono, visto il numero di “citazioni” nella sua corposa discografia, i due autori – entrambi pianisti – più amati e suonati da Duck Baker, in studio e dal vivo. Ora la Fulica Records pubblica un concerto di Baker in compagnia del clarinettista Ben Goldberg registrato in quel di Berkeley nel 2003 in occasione di un “house concert”. Concerto che presumo avranno visto in pochi, vista la natura stessa degli “H.C.” e che ora molti avranno la possibilità di ascoltare, e poco importa se la qualità della registrazione non sia DDD, la qualità della musica è quella che fa la differenza e qui di questa ce n’è in abbondanza.

Dieci brani, otto scritti da Monk, e degli altri due voglio citare l’ellingtoniano “It Don’t mean a thing” – altro cavallo di battaglia bakeriano – peraltro qui abbinato a “Off Minor” del pianista del North Carolina. Baker e Goldberg naturalmente hanno pieno rispetto dei temi, ma allo stesso tempo sanno staccarsene regalando a chi ascolta la possibilità di fruire di lunghe improvvisazioni, di un dialogo sempre efficace ed originale all’interno degli stessi temi, come se questi fossero dei punti di incrocio nei quali i due musicisti ritornano all’ovile monkiano; valgano per tutti “Bemsha Swing”, un bellissimo rifacimento di “Misterioso” – dove il tema lo riconosci dopo oltre un minuto – che va a chiudere il disco e la meno conosciuta “In Walked Bud”, quasi la descrizione delle movenze di Bud (Powell ?) dove Baker detta inizialmente il tempo e Goldberg improvvisa con suo sempre illuminante clarinetto (splendido il suo solo).

Se gli archivi bakeriani sono tutti di questo livello, ben ne vengano altri. Di questi inediti.

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALFAMUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Certo che alla fine di questo delirio pandemico che sta lasciando senza lavoro e senza alcun sussidio la maggior parte dei musicisti che provano a vivere di musica, si dovrà prendere atto con ancora più attenzione ed entusiasmo di quanto sia cospicuo qualitativamente e quantitativamente il movimento del jazz italiano: magari dedicando rassegne e festival – a Verona “c’era una volta Jazzitalia” – che mettano in primo piano il valore dei jazzisti nostrani delle passate e delle presenti preparatissime generazioni, non fosse altro per promuovere i loro lavori meglio di quanto sia stato fatto finora e per dare giusto godimento a chi il jazz lo pratica e di conseguenza anche a chi lo ascolta e lo apprezza.

Questo “The Connection” ad esempio, prodotto da Alfamusic, che vede protagonista il quartetto guidato dal batterista e autore Aldo Bagnoni del quale fanno parte Mauro Tre (tastiere), Giampaolo Laurentaci (contrabbasso) ed Emanuele Coluccia (sassofoni e pianoforte in un brano), non solo “esecutori” degli spartiti ma preziosi collaboratori anche nella fase progettuale e creativa di questo bel lavoro. Il jazz che si “respira” qui è quello elettro-acustico nel quale fanno capolino qual e là ed in modo sempre misurato il sintetizzatore ed il Fender Rhodes con il suono così particolare ed indicativo della fase storica nella quale si iniziava ad elettrificare, prima parzialmente e poi completamente, il linguaggio della musica afroamericana: mi riferisco in particolare al groove di “Lipompo’s just arrived”, dedicata a Bruno Tommaso e con richiami alla tradizione lucana ed a “Cappello Eolico” brano dalla grande cantabilità con espressivi assoli di sax tenore e di synth, mentre sul versante acustico notevole l’introspettiva ballad acustica “Heart on the Mountain”.

Musica che viene dal cuore, dalle esperienze personali di Aldo Bagnoni, e che raggiunge anche il cuore chi ha il piacere di ascoltarla, un altro, ennesimo capitolo che ci racconta come il jazz italiano sia più che mai vivo e vegeto in tutte le sue declinazioni.

Sperando in tempi migliori, perché peggiori di questi faccio fatica ad immaginarli.

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DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

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PIPPI DIMONTE “Majara”

PIPPI DIMONTE  “Majara”

PIPPI DIMONTE  “Majara”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Chissà da quale tempo e da quale spazio provengono, i legni del pandeiro di Emiliano Alessandrini, dei clarinetti di Mario Brucato, della chitarra e della mandola di Francesco Paolino e del contrabbasso di Pippi Dimonte che danno vita al suono di queste composizioni; fatto sta che nelle mani del quartetto di Pippi Dimonte prendono vita contribuendo con il loro suono alla concretizzazione degli spartiti del contrabbassista che si muovono con grande gusto ed equilibrio tra impulsi jazzistici, contemporaneità ed una ricerca costante della perfetta melodia.

Mi sento di far entrare “Majara” nel novero dei dischi di quella “nuova musica acustica” che rappresenta un efficace e ben riuscito crogiuolo di culture: “Tarassaco” mette in evidenza il calore del contrabbasso che anticipa la pacata melodia con un dialogo tra chitarra e clarinetto, “Fenestrelle” aperta dal duo Dimonte – Paolino è un brano il cui titolo mi ha personalmente evocato il ricordo del carcere piemontese in cui vennero rinchiusi dai Savoia moltissimi militari e “briganti” borbonici e dove emerge il gusto e la tecnica di Alessandrini, il sapore mediorientale di “Grancia” con la mandola in apertura è uno dei brani più significativi di tutto il lavoro che riesce in poco più di cinque minuti ad illustrare in modo organico il progetto di Pippi Dimonte, non lontanissimo da quello altrettanto interessante del “Wood Quartet” di Marco Pasetto ed Enrico Breanza.

In un periodo in cui molti fanno riferimento alla storia della musica rivisitando classici spesso anche in modo indovinato ed originale, fa sempre piacere che c’è un movimento musicale che invece percorre la strada della nuova composizione e della ricerca del suono “perfetto”, e su questa strada c’è la musica di Majara. Fate il possibile per ascoltare questo lavoro, non ve ne pentirete.

Sottolineo infine che “Majara” è un’autoproduzione e sul sito www.majaramusic.comtrovate i vari link per acquistarlo.

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

IL POSTO RECORDS, 1989, 1990. lp

di alessandro nobis

I due dischi realizzati per “Il Posto Records” a cavallo del 1990 dal quartetto guidato dal tenorista Beppe Castellani con Ares Tavolazzi al contrabbasso, Riccardo Biancoli alla batteria e Giorgio “Cigno” Signoretti alla chitarra sono tra i più significativi progetti nati a Verona in quegli anni ed uno dei primi a rendere finalmente omaggio ai brani di due grandi cantautori italiani come Luigi Tenco e Gino Paoli. A distanza di trent’anni il progetto “Italian Standars” mantiene inalterata la bellezza della musica, la scelta oculata della scaletta ed i preziosi arrangiamenti curati dalla coppia Castellani – Signoretti che lasciavano ampio spazio all’interplay tra i quattro strumenti ed anche all’esecuzioni di assoli sempre di ottima fattura e misurati. Ad esempio la splendida riproposizione del brano di Paoli “Gli innamorati sono sempre soli”: tema esposto dal tenore di Castellani con seguente lungo assolo che introduce quelli di Signoretti e di Tavolazzi e il tenore che chiude il cerchio. Oppure nella seguente struggente e pacata ballad “Mi sono innamorato di te” uno degli high-lights di “Italian Standards” a mio avviso per l’intensità che comunica. Jazz mainstream di eccellente fattura, suonato con grande perizia ed intelligenza che ha saputo translare gli spartiti di Paoli e Tenco nel mondo della musica afroamericana ad un livello inedito per quegli anni. Dispiace solamente che la diffusione di questi due lavori, a mio avviso due perle del jazz italiano, non sia stata al livello della qualità della musica ma, come si dice, “del senno di poi son piene le fosse”. Dispiace comunque.

Le evocative foto di copertina sono di Beppe Castellani, che negli ultimi anni si è dedicato alla fotografia artistica con ottimi risultati (https://beppecastellani.jimdofree.com).

Il progetto “Italian Standards” avrà un seguito nel 1992 con “A new page” pubblicato dalla Modern Times ed accreditato allo Stefano  Benini – Beppe Castellani Quintet con Piero Leveratto al contrabbasso ed il co-leader, Stefano Benini, al flauto traverso.

VOLUME 1: registrato nel maggio 1989.

Lato A

Gli innamorati sono sempre soli (G. P.)

Mi sono innamorato di te (L. T.)

Se sapessi come fai (L. T.)

Lato B

Senza fine (G. P.)

Un giorno dopo l’altro (L. T.)

Volume 2: registrato nel marzo 1990.

Lato A

Ragazzo mio (L. T.)

Tu non hai capito niente (L. T.)

Un uomo vivo (G. P.)

Vedrai vedrai (L. T.)

Ho capito che ti amo (L. T.)