GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

GIUSEPPE CISTOLA 5et “Por la Calle Argentina”

EMMERECORDLABEL, CD, 2020

di alessandro nobis

image.pngGiuseppe Cistola, chitarrista e compositore, si è posto come obiettivo per questo lavoro scrivere musica mettendoci la passione, i ricordi e tutte le emozioni che ha vissuto e quindi interiorizzato durante un suo lungo soggiorno in terra argentina; con lui, per questo ottimo “Por la Calle Argentina” ci sono il contrabbassista Lorenzo Scipioni, il batterista Michele Sperandio, il sassofonista Marco Postacchini ed il pianista Simone Maggio, presenze fondamentali per la realizzazione di questo bel progetto. Qui non troverete l’Argentina più conosciuta e forse anche più scontata (e nemmeno la rilettura dei classici del jazz), ma piuttosto la rielaborazione di un’esperienza personale che si è realizzata in queste dieci composizioni, tant’è che l’unico a mio avviso chiaro richiamo diretto alle atmosfere argentine l’ho trovato nella splendida e “notturna” ballad “Paseo Nocturno”, con l’incipit di Scipioni (con l’archetto) e Maggio ed un cantabile solo di Postacchini ad introdurre quelli di pianoforte e di chitarra. Cistola e compagni conoscono benissimo l’ABC del linguaggio della musica afroamericana sul quale costruiscono momenti di interplay e assoli mai scontati e sempre caratterizzati da una ricerca melodica e da un controllato virtuosismo. Così nel brano di apertura “5 – 3”, un’altra ballad aperta dalla chitarra di Cistola con un bel tema, nel conclusivo “Sunday Blues” dove il tema è esposto all’unisono dalla chitarra e dal sassofono o ancora la lunga “Out of Rules” con un bel dialogo pianoforte – chitarra che apre al pizzicato del contrabbasso e caratterizzato da un lungo solo di Cistola.

Il quintetto suona davvero bene, le composizioni del chitarrista passano dallo spartito attraversando le sensibilità dei compagni di viaggio creando della musica di gran qualità.

Ha ragione Cistola quando dice di non avere nulla contro gli standard e spero converrà con me nel ritenerli indispensabili allo studio del jazz e della sua secolare storia: se però hai una fluidità di scrittura di questo livello, come si evince dall’ascolto di questi disco, proseguire in questo percorso è d’obbligo.

http://www.emmerecordlabel.it/

 

 

 

QUAI DES BRUMES “Au bord de l’eau”

QUAI DES BRUMES “Au bord de l’eau”

QUAI DES BRUMES & AMF STRING QUARTET “Au bord de l’eau”

Associazione AMF. CD, 2020

di alessandro nobis

Se vi piace la Storia della terra di Francia ma non avete voglia di leggere un saggio che vi guidi attraverso la sua complessità, non ci sono problemi: ascoltate la straordinaria musica che il trio “Quai des Brumes” suona e sicuramente il desiderio di approfondire verrà. “Au bord de l’eau” è il secondo affascinante lavoro che il clarinettista Federico Benedetti, il chitarrista Tolga During ed il contrabbassista Roberto Bartoli hanno QUAI 1pubblicato qualche settimana or sono: il primo lavoro d’esordio “Chansons Boîteuses” era un viaggio esplorativo negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, dal ’36 al ’38, gli anni del governo del “Front Populaire”. La Francia, soprattutto Parigi, si distingueva per la sua multiculturalità, erano i migliori anni della “Chanson Francaise” ed i Quai Des Brumes avevano saputo intelligentemente e molto lucidamente dare un quadro della musica che si suonava nei bistrot e nei teatri parigini: i quindici brani percorrono un itinerario che ci porta nei caffè, nei bistrot, nella sale-concerto di quel periodo e, citando “Nunn o Pani naschella” ci si immerge nel jazz manouche, “Les copains d’abord” di George Brassens in una splendida esecuzione strumentale di uno dei grandi della canzone d’autore mondiale ed il pacato swing di Sidney Bechet dell’immortale “Petite Fleur” potete avere un’idea del repertorio che però, per essere apprezzato nel profondo, va ascoltato perché la perizia dei tre musicisti e gli arrangiamenti curati in modo molto efficace da Federico Benedetti riescono in modo molto equilibrato ad omogeneizzare i vari repertori facendo sì che questo “Chanson Boiteuses” sia un disco splendido, arricchito anche da tre composizioni originali tra le quali voglio citare quella dell’eccellente chitarrista Tolga During, “Waltz for my father”.

QUAI 2Con “Au bord de l’eau” Quai des Brumes va oltre, e si avvale della collaborazione di un quartetto d’archi, l’AMF (acronimo di Associazione Musicisti di Ferrara) String Quartet: Pierclaudio Fei e Massimo Mantovani violini, Julie Shepherd alla viola e Giacomo Grespan al violoncello. Anche qui prima di dire due parole sul programma voglio sottolineare gli arrangiamenti – sempre del clarinettista – che riescono in maniera davvero notevole a creare un comune dialogo tra gli archi ed il trio ed a rendere ancora una volta omogenei i vari stili affrontati ed anche sulla bravura dei tre solisti varrebbe la pena spendere qualche riga; sulla precisione ed efficacia del contrabbasso di Roberto Bartoli, sulla straordinaria chitarra “Manouche” visto che imbraccia una Maccaferri, di Tolga Turing bravissimo a suonare le parti “cantate” e nello swing di “Ecrin” (un piccolo capolavoro con la chitarra ed il clarinetto che duellano con gli archi) e sul clarinetto – e clarinetto basso – di Federico Benedetti sempre espressivo e puntuale nei soli e nel lavoro sulle melodie.

Il repertorio è molto interessante, e mi limito a segnalarvi una splendida rilettura della canzone  “Nuit d’etolies” composta da Claude Debussy nel 1880, due delle canzoni composte di Gabriel Faurè ovvero “Dans les ruines d’una abbaye” e “Au bord de l’eau”, “Les Anges” di Erik Satie (una delle tre melodie del 1887) ed infine “Ma premiere lettre” di Cecile Chaminade che apre il disco. Ascoltate con attenzione, chiudete gli occhi e vi ritroverete nella Francia di fine Ottocento, quella della Comune di Parigi, lungo le sponde della Senna e, magari, incontrerete George Pierre Seurat mentre dipinge una delle sue opere.

Di Roberto Bartoli avevo scritto in occasione del suo “Landscapes”: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/19/roberto-bartoli-landscapes/

Di Tolga During in occasione del suo “Gelibolu”: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/24/tolga-during-ottomani-gelibolu/

www.quaidesbrumes.it

 

 

 

MILK JAZZ TRIO “Drink Jazz, listen to milk”

MILK JAZZ TRIO “Drink Jazz, listen to milk”

MILK JAZZ TRIO  “Drink Jazz, listen to milk”

Cat Sound Records. CD, 2020

di alessandro nobis

A dieci anni dal disco d’esordio per la Philology il contrabbassista / bassista Roberto Pascucci, il pianista Gabriele Petetti ed il batterista Ricky Turco ovvero il “Milk Jazz Trio” tornano in sala d’incisione con undici nuove composizioni, dieci scritte dal contrabbassista Pascucci e una, “Hours by the Window”, composta da Phil Gould-Mark King, batterista della band inglese Level 42 (niente a che fare con il jazz, ma con una sezione ritmica formidabile e autori di un pop “perfetto”).

12637241504_6ec9da8374_bUtilissimo anche per noi neofiti del jazz riascoltare il primo ottimo lavoro per cercare di comprendere l’evoluzione che il trio ha sviluppato in questo lungo periodo, perché un’evoluzione c’è stata: una ricerca ancora più attenta e profonda della melodia (“No Redemption without Attention”), un suono prevalentemente acustico, jazz lontano dall’interpretazione di standards afraomericani, ballads originali di ampio respiro vicino a composizioni dai tempi più marcati (“Heavy Metal Kids have tender Heart” con una bella intro della batteria per un brano che profuma di “jazzrock acustico”) ed infine un uso della strumentazione elettrica pacato e mai sopra le righe. Etichettare la musica del trio in un qualsivoglia modo a mio avviso non è corretto: è jazz marcatamente europeo nel quale un ruolo importante lo gioca il background dei musicisti che hanno studiato anche profondamente la musica classica europea e contemporanea (ad esempio sapere che Pascucci è stato allievo di Stefano Scodanibbio la dice piuttosto lunga …) e che da queste ne sono stati inevitabilmente influenzati.

COVER MILK 1In “Drink Jazz, Listen to Milk” si respira un’aria un po’ diversa con riferimenti o piuttosto citazioni soprattutto sonore del miglior jazz elettrico tipico dei Settanta; l’interplay è sempre di gran livello, le composizioni di Pascucci sono estremamente godibili e apparentemente “facili”, appaiono strumenti come il Moog ed anche i suoni del basso assumono talora i connotati della chitarra. Detto dell’interpretazione strumentale di “Hours by the Window”,  dei Level 42 – che contribuisce a creare nuovi confini alla musica del Milk Jazz 3 -, vi invito all’ascolto di “Bitter sweet”, pacata ballad con due espressivi quanto significativo solo di basso elettrico accompagnato alle spazzole da Turco, “Aerobrain”, un tema che ci riporta molto volentieri al miglior jazz elettrico d’annata ed infine la suggestiva “Cinematic Mood” con un’ostinato di Rhodes che introduce un’altra ballad, segno distintivo del Milk Jazz Trio.

Speriamo di non dover attendere altri 10 anni per il terzo disco, ed altrettanto ci auguriamo di poter fruire al più presto di una loro esibizione dal vivo.

 

 

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

NOVOTONO  “Wood (Winds) at Work”

Auterecords. CD, 2020

di alessandro nobis

Di Adalberto Ferrari avevo parlato in occasione del suo “Unstable Waterlors” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/28/adalberto-ferrari-unstable-watercolors/), e di Andrea Ferrari di “Essential Lines (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/11/andrea-ferrari-essential-lines/): ora i due fratelli pubblicano un nuovo disco in duo (è il quarto dopo “Wanderung” del 2007, “On War” del 2008 e “Overlays” del 2018) naturalmente dedicato ai suoni della famiglia dei clarinetti e dei sassofoni.

WOOD(WINDS)_AT_WORK_coverE’ un’operazione coraggiosa ma altrettanto ben riuscita nella quale l’interplay è spinto al limite; non è solo una questione di “familiarità” ma di un progetto dove mi sembra di poter dire che l’improvvisazione gioca un ruolo fondamentale accanto alla scrittura dei temi. Il risultato finale è alquanto effervescente ed intrigante e ho trovato “Wood (WInds) at Work” assolutamente meritevole di tutta l’attenzione possibile anche perché come fortunatamente spesso succede i reiterati ascolti rivelano nelle pieghe della musica i “segreti” del dialogo inter-strumentale che mettono in evidenza i percorsi comuni e non tra i due musicisti.

“Coco the puppet” è uno dei brani più emblematici del lavoro dove il breve tema quasi “circense” esposto dal clarinetto basso viene circondato e si intreccia al dialogo con il sax soprano ad imitare una reale discussione tra due burattini; “One way” che apre il disco è un’efficace “call and response” tra sax baritono e clarinetto basso, protagonisti anche dell’immaginifica e fiabesca “Folletto folle dei boschi”, in “Poli” i due fiati si rincorrono e si incrociano creando parallellismi che si intersecano (è un ossimoro, ma provate ad ascoltare attentamente).

Disco davvero notevole, una delle cose più interessanti che mi è capitato da ascoltare in questi mesi di quarantena, tra avanguardia e classicismo jazz.

http://www.novotono.com

 

 

 

SUONI RIEMERSI: WOOD QUARTET “Strade”

SUONI RIEMERSI: WOOD QUARTET “Strade”

SUONI RIEMERSI: WOOD QUARTET “Strade” Le Parc Music. CD, 1995

di alessandro nobis

wood quartet (1)Ricordo sempre con piacere la serata di presentazione di questo disco nello show-room dell’azienda Morelato nello splendido Palazzo Taidelli a Salizzole, nella Bassa Veronese: sono passati ben venticinque anni, ma il ricordo della bellezza del sito e della musica sono rimasti ben fissi nella mia memoria e va dato atto agli organizzatori di avere scelto un luogo ideale per quell’evento. Era la metà degli anni Novanta, un periodo piuttosto fertile per la musica “jazz e dintorni” veronese, e questo progetto “Wood” è uno di quelli che a distanza di tutto questo tempo esprime ancora il suo valore e si fa ascoltare ancora con piacere ed interesse, l’inizio di un’avventura che continua ancora oggi e che si è contraddistinta anche per il suo polimorfismo se mare equilibrato, come si può vedere dalla discografia sotto riportata.

wood 1
La confezione dell’edizione “lusso” del CD

Enrico Breanza, chitarra, Marco Pasetto, clarinetti, ocarina e sax soprano, Gianni Sabbioni, contrabbasso e Massimiliano Zambelli, percussioni sono i musicisti coinvolti in questo disco d’esordio al quale dà il suo contributo un altro clarinettista, Mauro Negri in tre degli undici brani composti soprattutto da Breanza. Sempre splendido il dialogo tra il clarinetto basso ed il clarinetto in “Pantea”, convincente il lungo solo di ocarina che apre “Equi-Libri” che poi enuncia il tema con la chitarra acustica, evocativa “Protus” (un’altra scrittura di Breanza) con apertura di chitarra ed il sempre misurato e preciso soprano di Pasetto ed infine “On Land” che apre questo “Strade” descrivendo al meglio il progetto di questo ensemble.

Resta il rammarico per non avere mai visto il Wood Quartet, ma questo vale anche per i migliori musicisti dell’area veronese dell’epoca, inserito nel cartellone del prestigioso (in quegli anni) Verona Jazz, probabilmente per la sua “appartenenza etnico – geografica”.

Un disco che potete ascoltare, come gli altri, sulla piattaforma Spotify: (https://open.spotify.com/playlist/3H0zorv9O1EVD8D2Ku6uj3?si=gCa8-_hfSOGbm44_0kTj4Q&fbclid=IwAR3t2h72Sq_bC1vuNBof34JeNrQ8gsZd6SDBI_kiCK-fc6YquzMDJm3KbUk)

DISCOGRAFIA:

WOOD QUARTET:

“Lands”, 1996

“In the wood”, 2002

“Agorà”, 2003

 

WOOD ORCHESTRA (Wood Quartet con Elena Bertuzzi, Michele Pachera, Thomas Sinigaglia, Paola Zannoni e Renato Perina):

“L’attesa”, 2006

 

WOOD DUO (Marco Pasetto, Enrico Breanza), 2010

WOOD TRIO (Marco Pasetto, Enrico Breanza ed Andrea Oboe), 2017

CENTAZZO · SCHIAFFINI · ARMAROLI “Trigonos”

CENTAZZO · SCHIAFFINI · ARMAROLI “Trigonos”

CENTAZZO ·SCHIAFFINI ·ARMAROLI  “Trigonos”

Dodicilune Records. CD Ed420, 2018

di alessandro nobis

Questo lavoro pubblicato un paio di anni or sono dalla pugliese Dodicilune Records affianca due fondamentali figure della musica contemporanea e della musica improvvisata europea come Andrea Centazzo e Giancarlo Schiaffini al bravissimo vibrafonista (ma è anche un artista sonoro, poeta e percussionista “concreto”) Sergio Armaroli che racchiusi nello studio di registrazione dialogano, si incontrano e producono composizioni istantanee piacevolissime all’ascolto.

Armaroli e Schiaffini già si erano incontrati producendo sempre ottima musica in occasione di “Luc FerrariExercisesd’improvisation” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/24/schiaffini-prati-gemmo-armaroli-luc-ferrari-exercises-dimprovisation/), di “From the Alvin Curran Fakebook: The Biella Sessions” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/01/curran-schiaffini-c-neto-armaroli-from-the-alvin-curran-fakebook-the-biella-sessions/), e di “Micro and More Exercises” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/12/01/curran-schiaffini-c-neto-armaroli-from-the-alvin-curran-fakebook-the-biella-sessions/)sempre per la Dodicilune Records e qui relazionano i loro strumenti e le loro culture musicali soprattutto in “The Real Vibone” eseguita in duo e nelle quattro parti dell’improvvisazione “Trigonos” alle quali partecipa alla loro creazione anche Andrea Centazzo. Percussioni – vibrafono – trombone è una triade perfetta per lasciare libera la creatività dei musicisti, ed anche timbricamente l’equilibrio ritengo sia perfetto: mai una sovrapposizione, un intervento che sovrasti la musica dei compagni, un dialogo che scorre come non sempre succede con la musica creata istantaneamente. Significa anche una grande preparazione e, a mio avviso, un reciproco rispetto tra i performer.

Quattro tracce invece, ovvero le due parti di “Deuterium” (emblematico lo sviluppo della prima con improvvisazione iniziale che anticipa una reiterazione di due note al vibrafono sulle quali intervengono e interagiscono le percussioni) e le due di “Metapenta” sono eseguite in duo da Armaroli e da Centazzo con grande intensità (segnalo il secondo segmento di “Metapenta”) come del resto tutta la musica che nasce da queste session “informali”; è la magia della musica improvvisata che come la fenice nasce, si evolve, termina per rinascere appena ci sono nuove condizioni: qui per fortuna qualcuno ha provveduto a “fissare il processo creativo” per averne testimonianza e per poterlo riascoltare più e più volte. Naturalmente il desiderio di poter assistere ad una performance è grande ………. ma intanto gustiamoci questo piccolo capolavoro.

http://www.dodiciluneshop.it

 

 

 

 

 

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

Fulica Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Im-Coming-Virginia copia“Rare and previously unissued swing guitar solo” recita il sottotitolo di questa nuova e preziosa raccolta di inediti del chitarrista americano Duck Baker che coprono il periodo tra il 1976 ed il 2011. In comune le venti hanno il jazz e lo swing e tutte sono state registrate tutte dal vivo, a partire da quelle provenienti dalla prima tourneè europea di Baker, appunto quella del 1976. Duck Baker ringrazia i numerosi “bootlegers” che al grido di “roll tour tapes on” hanno registrato i suoi numerosissimi concerti e che gli hanno fornito la materia prima per realizzare questo bellissimo lavoro: dalle registrazioni su cassetta a quelle su DAT fino a quelle in mp3 il lavoro di selezione è stato lungo e paziente vista la non sempre alta qualità delle registrazioni ma ne è valsa davvero la pena. Baker ha spessissimo frequentato i palcoscenici di teatri, festival e locali anche in Italia, e le testimonianze di questo sono tre: “Take the A Train” registrato alla Fontana di Avesa nel 2002, “The Deep Blue C” da un concerto fiorentino del 1983 e due brani da una esibizione a Varese, nel ’79. C’è solamente l’imbarazzo della scelta per segnalarvi i brani più succulenti riportati in questo CD che per sono il già citato brano di Ellington “Take the A Train” (fosse solo per ragioni affettive) ai quali aggiungo la sempre fresca e spumeggiante “Sweet Georgia Brown” – uno dei cavalli di battaglia di Baker, tuttora nel suo repertorio live – della premiata ditta Bernie & Pinkard, e naturalmente la ballad “I’m Coming Virginia” composta nel 1927 da Bix Beiderbecke.

Qui il Gospel, il Blues, il Jazz, il Ragtime e l’Early jazz ancora una volta riemergono dal tempo lontano grazie agli arrangiamenti ed alla tecnica di questo straordinario quanto poliedrico chitarrista della Virginia mostrando qui al meglio la sua lucida visione della musica afroamericana, visione che accanto a quelle del folklore americano ed irlandese ed a quella dell’improvvisazione sia idiomatica che più radicale (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/) ne fanno uno dei rappresentanti più autorevoli della musica per chitarra – ma non solo – che personalmente abbia ascoltato. 

 

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life”

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life”

FRANCESCO MARZIANI  “Changing my life” Creusarte Records. CD, 2020

di alessandro nobis

L’etichetta Creusarte da qualche settimana ha pubblicato questo convincente (molto convincente) lavoro del pianista partenopeo Francesco Marziani al quale collaborano anche Marco de Tilla al contrabbasso, Massimo Del Pezzo alla batteria, Giulio Martino al sassofono e Flavio Dapiran alla tromba. E’ un lavoro piuttosto articolato considerato che sono presenti tracce eseguite in solo, in trio, in quartetto ed in quintetto che evidenziato da un lato la preparazione e la capacità compositiva di Marziani e dall’altro l’accurata ed indovinata scelta degli strumenti più idonei all’esecuzione dei brani.

Tra le composizioni eseguite in trio spicca a mio avviso la splendida ballad “With love from Napoli” introdotta dal fraseggio di Marziani e con un significativo solo del contrabbasso di De Tilla; notevole il neo-hard-bop di “Autumn Drops” con un lungo solo di pianoforte seguito dagli opportuni soli del sassofono e della tromba, e mi è piaciuto molto l’arrangiamento di “In your sweet way” dove il tenore di Martino enuncia il tema e si esprime in un lungo ed espressivo assolo ed alla chiusura lascia lo spazio al drumming “con spazzole” di Del Pezzo.

E’ chiaro, qui non troverete voli pindarici sulle insidiose terre dell’improvvisazione radicale, qui c’è una costante ricerca del perfetto equilibrio tra i linguaggi della musica afroamericana e della tradizione classica europea brillantemente mutuati dalla capacità compositiva di Marziani. La presenza di due composizioni come il bellissimo blues del songbook ellingtoniano “Things ain’t what they used to be” e dell’“intermezzo op. 2 118” di Johann Brahms la dicono lunga sul percorso musicale di Francesco Marziani.

 

 

 

NARDI · DI BONAVENTURA · TAVOLAZZI “Ghimel”

NARDI · DI BONAVENTURA · TAVOLAZZI “Ghimel”

NARDI ·DI BONAVENTURA ·TAVOLAZZI  “Ghimel”

VISAGE MUSIC. CD, 2020

di alessandro nobis

Confesso che la musica di questo lavoro ha colpito il centro della mia “confort area” musicale: perché i tre musicisti sono di caratura di primissimo livello, perché i loro background sono diversi, perché mettono in comune le loro esperienze per comporre ed eseguire i brani di questo bellissimo lavoro. La lunga “Ninna Nanna Greca” (che apriva “Gerontocrazia” degli Area) appare qui del tutto trasformata in “altro”, dilatata dagli assoli di bandoneon e di oud ed arricchita ancor più dei colori mediterranei e che senz’altro sarebbe piaciuta a Demetrio Stratos può essere considerata a tutti gli effetti come un “originale”, come lo sono le altre otto tracce di questo lavoro che disegna nel suo percorso paesaggi sonori e musiche che si concretizzano nelle menti di chi le realizza ed in quelle di chi si prende il giusto tempo di ascoltarle ed apprezzarle; quella che una trentina di anni fa si definiva come “nuova musica acustica” qui prende una nuova forma.

Beh insomma per chi ha apprezzato Rabih Abou Khalil ed il suo straordinario lavoro di “attualizzazione” del “sultano degli strumenti” troverà qui la sua prosecuzione sulla sponda settentrionale del Mediterraneo dove Elias Nardi, Ares Tavolazzi e Daniele di Bonaventura convergono le loro idee in un caleidoscopio di colori e di suoni mutuati da un idioma musicale comune, il jazz: il contrabbasso di Tavolazzi che apre “Bassideas” e che dialoga con Nardi, i passi di danza del medioriente di “Danza N. 3” con il bandoneon e l’oud che giocano alternativamente il ruolo di “maestro di cerimonie” e il contrabbasso che detta “i passi” e che ti teletrasporta in una piazza di una qualche isola dell’Egeo greco-turco, la già citata “Ninna Nanna Greca” sono, assieme al brano di apertura “Fosforo” aperta da Tavolazzi con una breve intro i brani che mi sembrano emblematici per descrivere questo ottimo “Ghimel”.

Aspetto di ascoltare dal vivo questa musica dove, immagino, la dilatazione temporale dei singoli brani troverà certamente il suo apice grazie, oltre alla loro bellezza, alla capacità di dialogo dei tre musicisti ed alla magia dell’improvvisazione musicale.

Della musica di Elias Nardi ne ho scritto anche qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/14/akte-akte/)

http://www.visagemusic.it

 

 

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

APARTICLE  “The Glamour Action”

UR Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Questo è la seconda incisione del quartetto Aparticle. Dopo il convincente “Bulbs” del 2018 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/01/25/aparticle-bulbs/), ecco un nuovo lavoro che conferma quanto di buono si era ascoltato in quello d’esordio: innanzitutto la coesione sonora del quartetto, e questo a mio avviso è riscontrabile ascoltando innanzitutto i due brani che nascono da una improvvisazione collettiva come “First Action” e “Second Action” che partono entrambi da uno spunto del clarinetto basso e della batteria; a mio avviso se dall’esperienza dell’improvvisazione non idiomatica scaturisce un profondo dialogo ed un apporto individuale che contribuisca alla crescita della stessa, ecco che di conseguenza anche nell’esecuzione di brani con “tema” scritti o concordato emergono queste caratteristiche, ed è quello che si nota ascoltando la musica di “Aparticle”.

Giulio Stermieri (piano elettrico), Cristiano Arcelli (ance), Michele Bonifati (chitarra) ed Ermanno Baron (batteria) confezionano quindi un lavoro davvero interessante, creativo, lontano dalla riproposizione di standard che si presenta come un invidiabile equilibro esecutivo che lascia solo immaginare l’aspetto “Live” di Aparticle.

Quoto l’iniziale “Seedsmen” con bei soli di Rhodes e chitarra e con l’incalzante apporto del basso (chitarra), la lunga “Our Warning System” che si sviluppa partendo dall’introduzione dal talentuoso Bonifati che duetta con Baron e con espressivo lungo solo di chitarra nel quale si inserisce il sax tenore che esegue a sua volta un assolo e per concludere “It is Necessarily So” che, a mio avviso quantomeno nel titolo, fa riferimento all’immortale quasi omonimo brano del songbook gershwiniano. Ma forse mi sbaglio.

Un gran bel disco, speriamo che la situazione dei concerti riparta chè di jazz come quello di questo quartetto ce n’è davvero bisogno.