JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

BASF RECORDS. 3LP, 1971

di alessandro nobis

Il leggendario “The Trio” ha lasciato purtroppo poche tracce discografiche ufficiali alcune più conosciute altre meno, come le due riportate nel triplo ellepì “Ossiach Live” registrato al festival · che oggi definiremmo di world music · che si tenne nell’estate del 1971 nella cittadina della Carinzia con un incredibile cartellone con tra gli altri Weather Report, Friedrich Gulda, Tangerine Dream e Pink Floyd.

Due i brani riportati come dicevo, poco più di una trentina di minuti che sono però sufficienti a comprendere bene la portata della proposta musicale di John Surman, Barre Phillips e Stu Martin.

Il primo è un lunga composizione (ventitrè minuti che occupano l’intera quinta facciata del disco) scritta ed arrangiata dal pianista George Gruntz, ovvero “Maghreb Suite” che lascia comunque lo spazio per l’improvvisazione dei singoli all’interno del brano stesso: la genialità sta nel fatto che la line·up affianca musicisti con una cultura musicale di stampo occidentale (i tre citati sopra assieme allo stesso Gruntz qui al Fender Rhodes, a Jean Luc Ponty ed alla vocalist tedesca Limpe Fuchs) a musicisti nordafricani come Jelloul Osman (mezoued, una cornamusa algerina e tunisina), Moktar Slama (zoukra, una cornamusa libica con due chanter ma senza sacca), Salah El Mahdi (nay, flauto mediorentale) e Hattab Jovini (tabla, darabukka). Due mondi straordinari che incontrano e dialogano, quello del jazz europeo e quello della tradizione nordafricana, strumenti etnici vicini a quelli dell’idioma jazzistico, una valanga di suoni sia quando descrivono il mondo etnico (intorno al minuto sette, per esempio), sia quando tutto viene ricondotto al jazz (dal mezoued che cede il passo al Rhodes ed al contrabbasso di Phillips, minuto dieci o del solo di Ponty sul finire della suite). Bellissimo progetto.

Il secondo brano (oltre otto minuti, sulla sesta facciata in compagnia dei Weather Report – https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/10/24/weather-report-live-in-austria-71/ – ) vede protagonista la potenza espressiva di The Trio con Stu Martin che apre le danze di “Off Dear” seguito dal contrabbasso di Barre Phillips e dal baritono di Surman; che dire ancora di questo piccolo combo se non che nella storia del jazz europeo · e non solo, lasciatemelo dire · ha rappresentato una luce tra le più luminose che ha ispirato molti jazzisti ad intraprendere la via del jazz più libero se non dell’improvvisazione più pura? Del resto basta guardare le imprese musicali di Phillips e Surman (purtroppo Martin ci ha lasciato troppo presto) per capire con il senno di poi il loro segno indelebile.

A mio parere comunque “Off Dear” probabilmente non è l’unico brano che The Trio ha suonato ad Ossiach e mi piacerebbe retoricamente sapere dove siano finiti i nastri con le registrazioni di questo importantissimo festival ……

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WEATHER REPORT “Live in Austria ’71”

WEATHER REPORT “Live in Austria ’71”

WEATHER REPORT “Live in Austria ’71”

Equinox Records. 2CD, 2022

di alessandro nobis

Quasi certamente queste registrazioni dal vivo sono cronologicamente le prime disponibili dei Weather Report ed appartengono alla tourneè di promozione dei loro primo epocale disco pubblicato nel febbraio del 1971 (il giorno 16, per dovere di cronaca). La line-up è quella con Miroslav Vitous, Alphonse Mouzon e Dom Un Romao oltre naturalmente alle due travi portanti Wayne Shorter e Joe Zawinul che lo aveva registrato (alle percussioni vi era però Airto Moreira al posto di Romao) e del quale ben cinque brani sono qui riproposti in chiave live ovvero con parecchi quanto notevolissimi momenti improvvisativi, una delle caratteristiche più importanti di questa prima fase dei Report. L’idea iniziale del W.R. era dunque quella di sviluppare una visione che sebbene nascesse dalle innovative idee del Miles Davis elettrico portasse un maggior sviluppo della parte ancor più creativa e quindi libera rispetto alla svolta che Davis seppe dare per primo al jazz ispirando così la nascita di una serie di gruppi i cui componenti erano passati dalla sua scuola.

Il doppio cd riporta il concerto che il quintetto tenne al Internationales Musikforum, Stiftshof di Ossiach, cittadina austriaca della Carinzia, che si tenne tra il 25 giugno e il 5 luglio del 1971, festival organizzato dal pianista Friedrich Gulda e che in cartellone ospitava nientemeno che i Pink Floyd, il trio Surman · Phillips · Martin ed i Tangerine Dream tra gli altri; il festival portò come possiamo immaginare grande scompiglio tra i residenti nella piccola cittadina alpina non abituata alla presenza di un numero enorme di persone soprattutto per i numerosi hippies là convenuti per il concerto dei Pink Floyd, tant’è che il festival nelle edizioni successive si tenne a Viktring.

Nel triplo ellepì edito dalla tedesca BASF Records nello stesso anno i compilatori inserirono uno dei brani che i Weather Report suonarono, ovvero una lunga versione di “Eurydice” di oltre 14 minuti (nella scaletta si riporta “Umbrellas” ma si tratta come detto in effetti di “Eurydice“, errore imperdonabile, e ci sono altre imprecisioni, di chi ha curato la pubblicazione questo CD); qui la qualità della registrazione è onestamente inferiore ma comunque apprezzabile (non si tratta delle registrazioni ufficiali BASF ma piuttosto di audio tratto da video o da trasmissioni radiofoniche), quello che conta è ovviamente la musica che ci regala un importante momento dello sviluppo di Zawinul & Co.. Le significative esecuzioni di “Morning Lake“, “Waterfall” e dell’allora inedito “Firefish” sono il punto di partenza dell’esperienza Weather Report che più avanti grazie soprattutto al genio di Zawinul cercherà in modo del tutto originale di combinare il jazz elettrico ai suoni provenienti dalle più diverse musiche etniche. Ma questa è un’altra storia, per ciò che mi riguarda i primi anni del gruppo resteranno nella storia del jazz per l’originalità del progetto e per la perfetta comunità di intenti dei cinque componenti.

PAOLA ARNESANO · VINCE ABBRACCIANTE “Opera!”

PAOLA ARNESANO · VINCE ABBRACCIANTE “Opera!”

PAOLA ARNESANO · VINCE ABBRACCIANTE “Opera!””

Dodicilune Dischi. CD, 2022

di alessandro nobis

Questa idea – invero brillante – di cantare e suonare le arie d’opera più popolari non soddisferà forse il “fine” palato dei melomani più ortodossi, ma questo lavoro di Paola Arnesano e Vince Abbracciante va ascoltato a mio modesto avviso in modo molto attento per comprendere bene il progetto della cantante barese e del fisarmonicista brindisino Vincenzo “Vince” Abbracciante. Dal canto loro i jazzofili più puri e più curiosi non avranno difficoltà – viste le qualità dei due protagonisti – ad avvicinarvisi scoprendo come la cantante e ed il fisarmonicista hanno pensato di affrontare questo insidioso repertorio che conferma come si possa translare dall’ambito classico a quello jazzistico un patrimonio importante come quello del melodramma.

Innanzitutto il repertorio, scelto con particolare cura tra brani · canzoni · più conosciuti e meno conosciuti dalle opere verdiane come “Il Trovatore“, “La Traviata” e “I Vespri Siciliani” al repertorio pucciniano di “La Bohème” e “Tosca” fino a Gaetano Donizetti (“Lucrezia Borgia“) giusto per citarne qualcuno: poi l’accurato lavoro per arrangiare questi “totem” musicali che come si può ben immaginare rispecchiano le melodie originali fino ad un certo punto per poi lasciare al talento dello straordinario fisarmonicista Abbracciante ed alla splendida voce di Paola Arnesano di imprimere un’impronta jazzistica fatta di abbellimenti, assoli e soprattutto l’intenso interplay tra i due protagonisti di questo importante progetto che si distingue a mio avviso nel panorama del jazz moderno per originalità e l’ardimento nel “toccare” un repertorio così importante per la cultura italiana.

In “Mercé, Dilette Amiche” dai Vespri Siciliani di Verdi (libretto di Charles Duveyrier” Paola Arnesano assume le vesti di Helene, in “Ecco Respiro Appena” quelli di Adriana Lecouvreur (dall’omonima opera di Francesco Cilea con il libretto di Arturo Colautti) ed ancora di Cho Cho San nella “Madame Butterfly” pucciniana (libretto di Giuseppe Giacosa) ed infine ancora Puccini in “O mio babbino caro” con un delicato ed efficace assolo vocale: sempre le melodie sono permeate dal suono della fisarmonica di Abbracciante, sempre preciso, fantasioso, oserei dire perfetto (non a caso gli esperti jazzofili lo considerano uno straordinario interprete del jazz moderno).

Disco tra i più significativi tra quelli pubblicati di recente, quasi quasi mi vien voglia di ascoltare le opere nella loro versione originale …

P. S. Magari nelle grandi città queste arie · e le opere cui appartenevano · si ascoltavano nei teatri o nei salotti delle famiglie borghesi dove erano accompagnate dal pianoforte, ma mi piace (molto) pensare che il popolo le abbia conosciute attraverso il suono dei mandolini magari nelle botteghe dei barbieri, o nelle piazze e mercati dove il canto era accompagnato non già da una fisarmonica ma dal suono più antico dell’organetto diatonico contribuendo magari attraverso “fogli volanti” alla alla diffusione.

Di Arnesano e Abbracciante ne avevo parlato anche in occasione del loro “MPB!” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/28/paola-arnesano-vince-abbracciante-mpb/)

SUCCEDE A VERONA: RASSEGNA (IN)VISIBILI IN JAZZ

SUCCEDE A VERONA: RASSEGNA (IN)VISIBILI IN JAZZ

SUCCEDE A VERONA · RASSEGNA (IN)VISIBILI IN JAZZ ·

Esotericproaudio Theater

Villafranca di Verona, 7 ottobre · 18 novembre

di alessandro nobis

In effetti tutti noi, organizzatori compresi, la notizia che Evan Parker avesse rinunciato al pur breve giro di concerti italiani per motivi strettamente personali non l’avevamo presa bene tanta era l’attesa che si era creata, come si dice, “nell’ambiente”. Poteva essere un super gustoso antipasto del progetto al quale Mirko Marogna dell’Esotericproaudio Theater e Roberto Zorzi (lo voglio ricordare solo come uno dei direttori artistici di Verona Jazz nelle sue migliori edizioni, parlo di quelle di metà anni ottanta, qualcuno si ricorderà senz’altro) stavano lavorando e che avevano cripticamente annunciato al concerto di Elliot Sharp.

Va bene, Evan Parker non è venuto (verrà mai?) ma il progetto dei due si è concretizzato in una bella rassegna dedicata soprattutto a musicisti che come si evince dal titolo vuole dar giusto spazio agli “(In)visibili del jazz” con un doverosa attenzione ai musicisti dell’area veronese; certo, c’è del sottile sarcasmo nel titolo ma è pur vero che moltissimi jazzisti – e bluesmen, come vedremo – hanno storicamente poco spazio nei grandi festival che si tengono nel belpaese. Un vero peccato perchè mai come in questi anni in Italia i musicisti con proposte interessanti sono aumentati notevolmente di numero ma direi in modo inversamente proporzionale alle occasioni per suonare diciamo così a condizioni almeno “dignitose” sia in termini economici che di “location” e quindi personalmente considero questa rassegna come una “manna dal cielo” sia per gli appassionati che per i musicisti.

Quattro appuntamenti (doppi appuntamenti in realtà, il primo dedicato al jazz ed il secondo al blues · e dintorni ·) da venerdì 7 ottobre a venerdì 18 novembre presso l’Esotericproaudio Theater di Villafranca, vicino al Castello Scaligero, con ingresso riservato ai Soci ed anche ai nuovi Soci (quindi a tutti, praticamente) con una quota di partecipazione di € 15,00 fondamentale per poter sostenere il progetto.

Ecco il programma nel dettaglio

Venerdì 7 ottobre:

La1919:

Piero Chianura · tastiere

Luciano Margorani · chitarra

special guests:

Luca Crispino · basso

Luca Pighi · batteria

·

TONY LONGHEU’S BLUES BEYOND

Tony Longheu · chitarra, dobro, voce

Sabato 22 ottobre:

MOOD ELLINGTON:

Nelide Bandello · batteria

Paolo Bacchetta · chitarra

Giacomo Papetti · basso

·

PASETTO/BENINI/MELLA/DIENI

Marco Pasetto · clarinetto basso

Stefano Benini · flauto basso, flauto, digeridoo

Aldo Mella · contrabbasso

Pino Dieni · chitarra, fx

Venerdì 4 novembre:

MAZZA/DEL PIANO/ MAYES/PAGLIACCIA

Cristina Mazza · sax alto

Roberto Del Piano · basso

Martin Mayes · corno francese, corno delle Alpi, conchiglie

Gioele Pagliaccia · batteria, percussioni

·

LODATI/ SANNA

Claudio Lodati · chitarra

Eugenio Sanna · chitarra

Venerdì 18 novembre

FREEPHONIC

Benny Weiss Levi · sax tenore

Bert Den Hoed · tastiere

Han Van Hulzen · batteria, percussioni

·

HENDRIX ROAD

Enrico Merlin · chitarra, fx

Boris Savoldelli · voce, fz

OREGON “Our First Record”

OREGON “Our First Record”

OREGON “Our First Record”

Reg. 1970. (LP. Vanguard Records, 1980)

di alessandro nobis

I nastri con questi quarantotto minuti di musica sono rimasti in un cassetto per dieci anni, a causa della chiusura della Increase Records per la quale Ralph Towner, Glen Moore, Colin Zalcott e Paul McCaldless avevano registrato le tredici tracce. Un vero peccato visto la qualità della musica ma alla fine dobbiamo ringraziare la Vanguard che li pubblicò grazie a Tom Round che aveva conservato i nastri con grande cura. Non si tratta di scarti di registrazioni, “second takes” o “alternative takes”, ma di un vero e proprio lavoro pensato ed eseguito con l’intenzione di pubblicarlo a nome “Oregon”, un disco che rappresenta l’origine di un gruppo che attraverso i suoi lavori per la Vanguard, l’ECM e l’Elektra ha indicato un nuovo modo di suonare il jazz contaminandolo con i suoi etnici creando una musica di “fusione” ante·litteram (parliamo di cinquantadue anni fa) rimasta a mio avviso ineguagliata anche se soprattutto dopo la scomparsa di Walcott alcuni suoni prettamente etnici come quello del sitar non saranno più presenti.

In questo loro primo disco, tra brani di composizione e di improvvisazione (“Molecular“), se ne nasconde uno a mio avviso davvero straordinario: si tratta di un arrangiamento curato da Towner di “Recuerdos · de la Alhambra ·” una composizione dello spagnolo Francisco de Asís Tárrega y Eixea vissuto tra il 1852 ed il 1909, un autore molto importante per chi affronta gli studi di chitarra classica (bagaglio fondamentale nella preparazione di Towner) se si considera anche che il brano fu registrato da Andres Segovia e più recentemente da Enrike Solinis.  Qui l’apertura è lasciata a Moore che precede il suono della chitarra che esegue un solo sul quale si innesta l’oboe di McCandless con l’accompagnamento ritmico “discreto” delle percussioni: sontuoso direi, dimostrazione di come gli spartiti considerati “intoccabili” possano prendere una forma diversa, inaspettata quasi.

Full Circle” (scritto da Walcott e Towner) è un’altra dimostrazione del concetto “Oregon”, il sitar di Walcott duetta per tutta la lunghezza del brano con la chitarra classica, “Margueritte” di Walcott  ha un’atmosfera prettamente jazzistica con un assolo di Towner al pianoforte ed infine segnalo l’interpretazione di un brano composto dal grande Scott LaFaro (un altro che ci ha lasciato troppo prematuramente), “Jade Vision” (era nel repertorio del trio di Bill Evans, a proposito di perdite premature …), splendida ballad con soli di McCandless e Towner e naturalmente aperta dal contrabbasso di Glen Moore.

Splendido esordio di un gruppo che personalmente ho, direi senza esagerare, adorato e che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo a Verona nella formazione con Trilok Gurtu.

Cercatelo.

FRANCESCO CALIGIURI · NICOLA PISANI “Monastere Enchanté · L’Ensemble Créatif”

FRANCESCO CALIGIURI · NICOLA PISANI “Monastere Enchanté · L’Ensemble Créatif”

FRANCESCO CALIGIURI · NICOLA PISANI “Monastere Enchanté · L’Ensemble Créatif”

Dodicilune Dischi Ed529. CD, 2022

di alessandro nobis

Questo è davvero un disco “fuori dall’ordinario”. Intanto per l’idea che sta dietro al progetto, ovvero quello di suonare, ri-scrivere la musica antica introducendo metodologie esecutive che appartengono ad un linguaggio lontano da essa cinque secoli, almeno, ovvero quello del jazz e delle metodologie improvvisative. Poi perchè coinvolge due ensemble, il quartetto “Monastere Enchanté” e il sestetto “Ensemble Creative” guidati rispettivamente dai fiatisti e compositori Francesco Caligiuri e Nicola Pisani che si alternano nell’esecuzione dei brani secondo il progetto di “Locrum Sacrum” festival di Spezzano, sulla Sila calabrese, uno dei pochi festival jazz che non si limita ad assemblare un programma scegliendo dai roster delle agenzie ma che produce eventi come questo. L’idea di due ensemble sullo stesso disco potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma l’ascolto testimonia una grande piacevolezza e curiosità con un equilibrio sonoro davvero invidiabile nonostante i due gruppi si muovano su terreni apparentemente diversi.

L’ambientazione è quella di una sorta di “rinascimento al limite dell’apocrifia”; le otto composizioni di Caligiuri (con lui ci sono Michel Godard, Paolo Damiani e Luca Garlaschelli) si ispirano a quello straordinario periodo storico, ne rispettano ritmi e suoni (“C’est la bonheur“) ma inseriscono assoli come quello di Godard e di Damiani di chiara ambientazione jazzistica con uno straordinario quanto inedito risultato: “Sombra Misterieux I” è un bellissimo brano per solo violoncello (e qui il ricchissimo repertorio per viola da gamba viene “richiamato” all’ascoltatore) con un’improvvisazione incastonata nella struttura del brano mentre la seconda parte è più vicina all’idioma jazzistico visto che il baritono di Caligiuri ne è l’assoluto protagonista (il sassofonista pugliese ha davvero fatto sua bene la lezione di un tal John Surman).

D’altro canto l’Ensemble Créatif di Nicola Pisani sceglie un percorso diverso, ovvero quello di intrepretare brani del repertorio storico (a parte due interpretazioni di Charlie Haden · Our Spanish Living Song” e “Silence” · rese perfettamente “coeve” a questo progetto): lo fa sì rispettando gli spartiti ma lasciando grande libertà espressiva ai musicisti come ad esempio in “O Let Me Weep (The Plaint)”  composta da Henry Purcell e Thomas Betterton facente parte della semi-opera “La regina delle fate” (The Fairy-Queen; Catalogo Purcell numero Z.629) eseguita per la prima volta nel 1692 (lo spartito venne perso e ritrovato quattro secoli più tardi). L’inizio con la voce magnifica di Francesca Donato rispetta l’originale partitura, ma poi si susseguono improvvisazioni (il flauto di Eugenio Colombo e le percussioni, il trombone di Giuseppe Oliveto, il sassofono di Pisani, i cordofoni di Checco Pallone) che separano le strofe cantate in modo efficacissimo: un perfetto mosaico di suoni e di storie musicali che raramente mi è capitato di ascoltare.

Che ascoltiate il disco rispettandone la scaletta o separando i brani dei due ensemble – andando contro quindi l’idea originale, ma ne vale la pena per capirne di più – non ne cambia la sua straordinarietà; credo che quel geniaccio indimenticato di David Munrow (1942 · 1972) che ebbe secondo i puristi l’ardire mezzo secolo fa di mettere a contatto due mondi paralleli come quelli della musica medioevale e quello del folk inglese avrebbe senz’altro apprezzato moltissimo questo progetto. Due generi lontani in apparenza che oggi si incontrano, il jazz e la musica antica: un nuovo sentiero da percorrere, tutto da scoprire e da ascoltare.

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2022

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2022

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2022 “Parole di Jazz”

14 · 15 · 16 · 17 · 18 SETTEMBRE, IVREA

di alessandro nobis

E con questa sono ben quarantadue le edizioni dell'”Open Papyrus Jazz Festival” di Ivrea. Un bel traguardo non c’è che dire soprattutto perchè negli anni la direzione artistica ha saputo conciliare la qualità e la varietà delle proposte ottimizzando un budget che non sarà senz’altro quello dei più quotati festival jazz nostrani (anche se spesso in molto casi si tratta di poco jazz e molto altro): cinque giornate dedicate alla musica, un Festival che rispecchia alla perfezione quello che un Festival dovrebbe essere, musica suonata e danzata, differenziazione dei luoghi degli eventi che coinvolgono Ivrea e le sue strade e infine presentazione di libri. Eventi gratuiti per avvicinare appassionati e non al jazz, e solamente due con un biglietto d’ingresso, ovvero quelli di più “richiamo”: il “Patrizio Fariselli Area Open Project · facile immaginare il contenuto del concerto · e l'”Enrico Rava Edizione Speciale“.

Ma come detto non sono certo due nomi, anche se di spessore, che fanno un festival, ma tutto il resto del gustoso e dell’alto valore di questa edizione 2022 del Festival: personalmente non mi perderei la presentazione dei CD “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e”Woland” con i protagonisti dei due lavori, Eloisa Manera, Emanuele Sartoris, Massimo Barbiero e il cornista Martin Mayes (venerdì 16 in Sala Santa Marta, h 19:00), il concerto del Deval Quartet con le due chitarre di Maurizio Brunod e Loris Deval, la voce di Sabrina Oggero e la tromba di Tiziano Codoro (sabato 18, Sala Santa Marta h 18:00) e ancora le coreografie create sulle musiche del recente lavoro “In Hora Mortis” per sole percussioni di Massimo Barbiero (domenica 18, al Museo Garda, h. 18:00).

Ma una visita accurata alla mostra di fotografie di Roberto Cifarelli ed alla mostra collettiva “Musica senza confini” non me la farei mancare, poi Ivrea è città da vedere ed grazie al festival anche da vivere e certamente vanno fatti i complimenti agli ideatori e organizzatori per riuscire a mantenere alta la qualità degli eventi; se potessi farlo, suggerirei personalmente ai rappresentanti delle istituzioni locali non solo di continuare il sostegno al festival ma di implementare i finanziamenti perchè “Open Papyrus” è un fiore all’occhiello non solo della città di Ivrea, ma della programmazione estiva nazionale dei jazz festival.

Chiudo riportando le parole di Music Studio · Ivrea Jazz Club, una dichiarazione di intenti del tutto condivisibili che ritengo possano riferirsi a tutte le persone, musicisti e non, che si adoperano per la riuscita dei festival cosiddetti “minori” ma che invece hanno la missione di conservare questo linguaggio musicale vivo e vegeto:

Noi crediamo che la cultura sia soprattutto ”integrità morale”, lo sforzo di questi ultimi 10 anni di andare oltre questo termine “jazz” non è semplice operazione di upgrade, ma la convinzione che la contaminazione tra le arti (musica, danza, fotografia, letteratura, pittura…) sia l’unica strada e che il jazz quello sia sin dalle origini.Non si tratta di manifestazioni di nicchia, di proposte autoreferenziali, perché l’Italia, l’Europa e il mondo hanno intrapreso da anni questa via. Noi proviamo solo a essere all’altezza di questa responsabilità, perché costruire è molto più difficile che cercare il consenso, ma la responsabilità di cui sopra è proprio quella che ci spinge a questo impegno.”

IL PROGRAMMA NEL DETTAGLIO:

MERCOLEDÌ 14

· ore 18.30 – Spritz
Inaugurazione mostre

Roberto Cifarelli (fotografo Blue Note)

“High key on jazz”

“The black square”

Guido Michelone presenta il libro:
”Io sono un Jazzista”

Tre coreografie sulle musiche del CD
”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Con
Sara UgoreseGiulia Bedin, Eleonora Buratti

GIOVEDÌ 15

· ore 17.00 – Atelier Eporedia New

Inaugurazione mostra
”Musica senza confini”, Collettiva d’arte organizzata da: 

Daniela Borla e Ettore Della Savina.

Presenta l’evento Ennio Pedrini. 

Opere di: E. Francescotti, R. Coin, A. Betta, A. Guarnieri, D. Covolo, S. Baruzzi,  L. Accattino, G. Samperi, I. Casalino, T. Franzin, L. Cordero, P. Filannino, V. Filannino, E. Della Savina, D. Borla (Le opere saranno visibili fino al 30 settembre).

VENERDÌ 16

· ore 18.00 · Sala Santa Marta

Discussione
”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”

Gian Luca Favetto: scrittore

Davide Ielmini: critico musicale

Renato Cravero: letture

Coordina Davide Gamba.

In collaborazione con Libreria Mondadori

· ore 18.30 · Sala Santa Marta, degustazioneAperitivo

· ore 19.00 · Sala Santa Marta

Presentazione CD:
”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e Woland”

Eloisa Manera: violino

Emanuele Sartoris: pianoforte

Massimo Barbiero: batteria.

Special guest: Martin Mayes: corno

· ore 21.15 · cortile Museo Garda* Con biglietto d’ingresso € 15,00

PATRIZIO FARISELLI  AREA OPEN PROJECT.Il repertorio degli Area nella versione cantata.

Claudia Tellini:  voce

Patrizio Fariselli: pianoforte

Marco Micheli: basso

Walter Paoli: batteria

SABATO 17

· ore 18.00 · Sala Santa Marta

DEVAL QUARTET

Loris Deval: chitarra

Sabrina Oggero Viale: voce

Tiziano Codoro: tromba

Maurizio Brunod: chitarra

· ore 21.15 · Cortile Museo Garda* Con biglietto d’ingresso € 15,00

ENRICO RAVA EDIZIONE SPECIALE

Enrico Rava: flicorno

Francesco Bearzatti: sax tenore

Francesco Diodati: chitarra

Giovanni Guidi: pianoforte

Gabriele Evangelista: contrabbasso

Enrico Morello: batteria

DOMENICA 18

· ore 18.00 · Museo Garda, special project

“IN HORA MORTIS”, Tre coreografie di Giulia CeolinFrancesca GalardiCristina Ruberto sulle musiche dell’omonimo CD di Massimo Barbiero

Danzano:
Luciana Trimarchi, Giulia Bedin, Beatrice Benetazzo, Sara Celeste, Emma Nemes, Cecilia Boldrin, Alice Mistretta, Alina Mistretta,  Arianna Mistretta, Valentina Papaccio e Sara Ugorese.

Con letture dal libro:
“In hora mortis” di Thomas Bernhard.

Inoltre:
Tre officine di artisti per una serie di invenzioni 
da ambientare in Sala Santa Marta:
Susanna ClarinoToni MuroniEugenio Pacchioli

·

INFORMAZIONI:

Ingresso:
ven 16 ore 21.15:  € 15,00 
sab 17 ore 21.15:  € 15,00 
Abbonamento: € 25,00. 
Dove non indicato l’ingresso è gratuito. In caso di pioggia, gli eventi del Museo Garda si terranno al Teatro Giacosa – piazza Teatro 1, Ivrea.

Atelier Eporedia New: 
via Arduino 37, Ivrea

Spritz:
via Arduino 6/8, Ivrea

Sala Santa Marta:
piazza Santa Marta, Ivrea

Museo Garda:
piazza Ottinetti, Ivrea

La manifestazione è organizzata da:
Ivrea Jazz Club e Music Studio

Direzione Artistica di Ivrea Jazz Club / Music Studio

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

ROSWELL RUDD · DUCK BAKER “Live”

DOT TIME RECORDS. CD, 2021

di alessandro nobis

Nell’ampio (molto ampio) repertorio di Duck Baker gli spiriti benevoli di Herbie Nichols e Thelonious Monk aleggiano spesso, quando poi ci si mette di mezzo anche un pezzo da novanta come il trombonista americano Ruswell Rudd la qualità della musica è assicurata; questo “Live” pubblicato qualche mese or sono dalla Dot Time testimonia due incontri tra i due musicisti, quello a New York del 5 gennaio 2002 e quello di Albuquerque del 28 marzo 2004. Magari chi segue il Baker solista che affronta la musica di derivazione tradizionale americana conosce poco la figura di Roswell Rudd, straordinario trombonista ed etnomusicologo – ha lavorato anche con Alan Lomax – purtroppo scomparso nel 2017 e sempre in prima linea nel jazz d’avanguardia godendo della compagnia tra gli altri di Steve Lacy (un altro monkiano DOC), Pharoah Sanders o Archie Shepp.

The Happenings” che apre il disco – e della quale Baker ne ha incisa una versione solistica in “The Spinning Song” – è una eccitante versione di un blues  del pianista di Manhattan e “Well, You Needn’t” e “Bemsha Swing” sono naturalmente due brani monkiani dove l’esposizione degli inconfondibili temi sono solo un “pretesto” per dialogare e improvvisare e i due assoli nel primo brano sono davvero significativi. Mi ha colpito anche la rilettura di “Buddy Bolder’s Blues” (una rielaborazione di “Funky Butt” dello stesso Bolden), composto dal cornettista Charles B. B. (1877 · 1931) che pur non avendo registrato nulla, diede un’impronta decisiva alla nascita del jazz grazie alle sue improvvisazioni all’interno del gruppo di ragtime nel quale militava, e benissimo hanno fatto Rudd e Baker a inserire nel programma questo brano, a conferma della ricerca etnomusicologica che entrambi hanno svolto. Segnalo infine “A Boquet for JJ“, eseguita in solo da Roswell Rudd, che sembra essere – ne sono “quasi certo” – un omaggio al leggendario Jay Jay Johnson, un altro pilastro del jazz dagli anni cinquanta, riferimento assoluto per chi si dedica a questo strumento.

Certo che l’abbinamento chitarra acustica e trombone, del tutto inedito, sembra un po’ forzato ma basta ascoltare i brani citati per comprendere che se ci sono la tecnica, la conoscenza del repertorio e la comune voglia di dialogare nel reciproco rispetto – che sono poi le architravi dell’improvvisazione spontanea – il risultato è magnifico.

http://www.dottimerecords.com

ANTONIO FUSCO QUINTET “Peaceful Soul”

ANTONIO FUSCO QUINTET “Peaceful Soul”

ANTONIO FUSCO QUINTET “Peaceful Soul”

DA VINCI JAZZ RECORDS. CD, 2022

di alessandro nobis

Ho apprezzato il drumming di Antonio Fusco ascoltando “Gershwin on Air” del contrabbassista Massimilano Rolff (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/11/23/massimiliano-rolff-gershwin-on-air/) ed ora ho avuto il piacere di ascoltare questo “Peaceful Soul” in cui svolge il ruolo di band leader e compositore considerato che sei degli otto brani registrati portano la sua firma. E nonostante le sue frequentazioni ed interessi verso le avanguardie sceglie di allestire un quintetto assieme al contrabbassista Satoshi Tokuda, al pianista Yuki Hirate, al trombettista Noah Lynn Hocker ed al sassofonista Yasuhiro Kohama scrivendo spartiti all’interno del fiume mainstream. Giusto per circoscrivere l’ambientazione, vista la formazione ed ascoltata la musica siamo nell’ambito dei quintetti che hanno reso celebri etichette come la Blue Note nell’ormai lontano passato e se devo dare un riferimento meno antico, al quintetto degli anni ottanta di Tony Williams, ovvero jazz ben scritto e dai temi molto cantabili, ottimamente suonato in grado di ricostruire molto bene lo spirito di quella musica rinnovandola con nuovi brani. Anche perchè le due composizioni che il quintetto interpreta brillantemente sono di due “pericolosi” giganti come Duke Ellington (“Take the Coltrane“) e Theloniuos Monk (“Evidence“) riletti, ricomposti ma mai calligrafici. L’interplay è senz’altro all’altezza della situazione, i cinque sono musicisti molto preparati e gli spartiti di Fusco sono suonati con grande verve e passione: “Around Milan” che apre questo “Peaceful Soul” è un waltz che sembra scritta appositamente per mettere in evidenza il tocco di Yuki Hirate che la introduce lungamente prima del tema esposto dai due fiati, “Together” è un’altra bellissima ballad aperta dal batterista che pur essendo il titolare del disco accompagna sempre con grande misura i suoi compagni di viaggio senza mai sovrapporvisi (si concede pochi ma misurati soli come nel brano ellingtoniano ed in “18th Floor“), e bello qui il dialogo tra sassofono e tromba come ancora una volta efficace il pianismo di Hirate.

Insomma mi è piaciuto questo moderno “post – bop” se così lo vogliamo chiamare e fa sempre piacere rilevare la qualità del jazz italiano, anche se qui dovremmo parlare di “internazionale”; il problema comunque rimane quello, ovvero che nei programmi dei grandi festival jazz del nostro strano Paese lo spazio per il jazz italiano è sempre limitato ai soliti nomi.

www.antonio-fusco.com

RALPH TOWNER · GLEN MOORE “Trios · Solos”

RALPH TOWNER · GLEN MOORE “Trios · Solos”

RALPH TOWNER · GLEN MOORE “Trios · Solos”

ECM RECORDS. LP, 1973

di alessandro nobis

Alla fine di novembre del 1972 il chitarrista e pianista Ralph Towner ed il contrabbassista Glen Moore entrano in studio a New York per l’ECM al fine di registrare le tracce contenute in questo bellissimo album al quale partecipano anche il percussionista Collin Walcott ed l’oboista Paul McCandless: sebbene l’ensemble Oregon fosse al completo “Trios · Solos” è accreditato solamente a Towner e Moore: forse per ragioni contrattuali (la band aveva già registrato il primo disco, che venne però pubblicato nell’80 ed erano sotto contratto con la Vanguard Records e “Music Of Another Present Era” era stato pubblicato nel ’72) o forse anche perchè in questo ellepì i quattro non suonano mai tutti assieme come facilmente si evince dal titolo. Per me “Trios Solos” rappresentò la porta d’ingresso all’innovativo suono degli Oregon che poi scoprii in tutta la bellezza di “Winter Light” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/29/oregon-winter-light/).

il disco sia apre con un brano di Towner, “Brujo” tabla, chitarra a 12 corde, e contrabbasso con un solo di accordi di Towner ed uno di Moore; “Belt of Asteroids” che chiude la prima facciata è uno splendido, lungo ed improvvisato solo di contrabbasso, una rarità ai quei tempi. Pianoforte e chitarra con contrabbasso ci regalano una versione del celeberrimo standard di Bill Evans “Re: Person I Knew” e penso che il “Towner pianista” sia stato non abbastanza considerato dai critici, “Raven’s Wood” (che Oregon riproporranno in “Violin” del 1978) scritta da Towner con Paul McCandless e Moore è uno dei brani più significativi di questo disco con la melodia cantata dall’oboe e con un perfetto interplay tra contrabbasso e chitarra, un anticipo di quello che gli Oregon avrebbero regalato in seguito agli appassionati di un jazz che pur avendo riferimenti nel maistream già mezzo secolo fa si rivolgeva al mondo dell’improvvisazione e della composizione.