DALLA PICCIONAIA: SALVATORE MAIORE QUARTETTO A CORDE

DALLA PICCIONAIA: SALVATORE MAIORE QUARTETTO A CORDE

DALLA PICCIONAIA: SALVATORE MAIORE QUARTETTO A CORDE

La Fontana di San Pietro in Cariano, Verona. 1 novembre 2019

di Alessandro Nobis

Il progetto che il compositore e violoncellista Salvatore Maiore ha presentato alla Fontana ai Ciliegi con il suo quartetto (Maria Vicentini alla viola, Peo Alfonsi alla chitarra a sei corde e Giancarlo Bianchetti alla chitarra a sette) nasce da lontano, ovvero dalle registrazioni effettuate tra il 2011 ed il 2013 sfociate con la pubblicazione di “Infinito”, alle quali aveva partecipato il brasiliano Roberto Taufic.

In scaletta i brani di “Infinito” ed un inedito, “Billy” aperto dalle chitarre e con due bei solo di violoncello e di chitarra a sette corde e sul finire un “pizzicato” di Maiore. Ma, al dì la della bellezza delle melodie, ciò che più vorrei sottolineare sono il perfetto controllo dei volumi – questo è un progetto che va ascoltato possibilmente in veste acustica -, l’impianto prettamente cameristico delle scritture e l’equilibrio sonoro che è emerso sin dal brano di apertura, “Peo”: assoli misurati, quasi degli spot che si accendono durante l’esecuzione e perfettamente inseriti nelle melodie da arrangiamenti di raro gusto. C’è una evidente condivisione del progetto di Maiore, e lo si percepisce nettamente osservando gli sguardi incrociati che evidenziano a mio avviso anche il piacere di suonare questa bellissima musica evocativa, spesso maestosa ed anche mi sia consentito dirlo a tratti cinematografica (durante la performance l’ho abbinata a certo cinema neo-realista). Ci sono il Brasile mai però calligrafico che ha ispirato “Guinga”, “Hermeto” (il bis con un significativo solo di violoncello) e “Gabriele”, aperto da Bianchetti, un Brasile quasi amazzonico viste la trama della chitarra che si incrocia con le percussioni (qui ho immaginato l’ombra di Egberto Gismonti), c’è la musica scritta per Ammentos “In su mare” con una splendida intro di Alfonsi e ci ho visto anche il Novecento, quello degli archi di “Infinito” che aprono il brano e che accompagnano il solo di chitarra con il “pizzicato”.

Maiore non ha certo bisogno dei nostri consigli, ma a questo punto direi che si impone una nuova registrazione dei brani di “Infinito” con questa formazione, con la sua pubblicazione ufficiale e soprattutto con la divulgazione che assolutamente merita. O no?

Concerto bellissimo che il pubblico ha gradito e lungamente applaudito.

Di Salvatore Maiore avevo scritto anche qui: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/16/peo-alfonsi-salvatore-maiore-alma/)

 

 

 

 

 

CASATI / POZZA / CERRUTI / CERVETTO “Melodies”

CASATI / POZZA / CERRUTI / CERVETTO “Melodies”

CASATI / POZZA / CERRUTI / CERVETTO “Melodies”

Caligola Records. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Qui “si va” di standards. Ovvero di brani accuratamente scelti di autori che fanno parte della storia della musica afroamericana vicino ad altri di autori meno frequentati dai jazzisti; facile cadere nel tranello della sterile riproposizione calligrafica, ma in questo “Melodies” (titolo invero emblematico) Giampaolo Casati, Andrea Pozza, Dino Cerruti e Rodolfo Cervetto pur rimanendo nel profondo e largo solco del maistream riescono a dare un’interpretazione personale agli spartiti degli undici brani scelti per questa produzione dell’attiva Caligola Records. Ok, ci sono Ellington e Strayhorn, Parker e Cole Porter, ma a mio avviso l’originalità del repertorio stra nei brani scritti da autori contemporanei che molti hanno avuto la fortuna di vedere sul palco di qualche festival jazz; la splendida interpretazione della ballad di Charlie Haden “Our Spanish Love Song” (dal repertorio del duo con Pat Metheny) con l’evocativa intro di contrabbasso al quale si aggiunge il pianoforte di Pozza e con un pacato e impeccabile solo di fugelhorn, “Lawns” di Carla Bley (registrata nell’87 con il suo sestetto) con il dialogo contrabbasso – pianoforte e con il tema esposto dalla tromba di Casati, o ancora “Sail Away” di Tom Harrell che con il suo incedere mi sembra un doveroso omaggio a certo cinema noir francese e del quale segnalo l’appropriato ed efficace fraseggio del pianoforte. Infine la pregevole introduzione della tromba di Casati al memorabile “blues standard” ellingtoniano “Paris Blues” e la rilettura (con sordina) del Charlie Parker di “Quasimodo”.

“Melodies” si ascolta con grande piacere e tutto di un fiato e sempre interessante trovo ascoltare come i classici del jazz, nelle mani di altri che non siano i loro autori, possano sempre svelare angoli e segreti nascosti sì nel pentagramma ma anche nell’anima di chi vuole farli propri.

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI “The Shining of Things”

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI “The Shining of Things”

SERENA SPEDICATO – NICOLA ANDRIOLI

“The Shining of Things”

DODICILUNE RECORDS CD Ed 425, 2019

di Alessandro Nobis

Per quelli che come me scoprirono l’unicità del timbro vocale e l’intensità della musica di David Sylvian ascoltando i Japan di “Gentlemen Take Polaroids” del 1980 e del seguente ”Tin Drum”, sapere che molti anni dopo un gruppo di musicisti legati più al jazz che al rock più raffinato avrebbe frequentato quei territori musicali sarebbe stato difficile solo immaginare. Invece ecco che Serena Spedicato e Nicola Andrioli in compagnia di Michele Rabbia e Kalevi Louhivuori si immergono nell’analisi del songbook di Sylvian, scelgono alcune pagine del periodo post-Japan, entrano in uno studio di registrazione e confezionano un disco a mio avviso alquanto significativo: non solo per avere fatto “entrare” Sylvian nell’ormai ampia cerchia degli autori di “standard” o per aver avuto la delicatezza ed il rispetto verso la sua musica della quale si percepiscono naturalmente in modo netto le melodie, ma anche e forse soprattutto per l’interpretazione della sua musica grazie agli arrangiamenti – e qui va citato il pianista Nicola Andrioli per cura con la quale li ha curati – che mettono in evidenza la voce straordinaria e delicata di Serena Spedicato. La cantante salentina opportunamente  sceglie di vestire della sua sensibilità e background musicale i brani di Sylvian, la tromba ed il flugelhorn di Kalevi Louhivuori sono una presenza determinante quanto lo sono gli effetti elettronici,  cromatici, bellissimi e sempre appropriati curati dal trombettista e dal batterista Michele Rabbia.

“Canzoni” come “Heartbeat” scritta in collaborazione con Airto Lindsay e Ryuky Sakamoto con il tappeto polifonico che scorre come un tappeto sonoro durante l’esecuzione del brano, il flugehorn che apre la lunga “Brilliant Trees” e poi dialoga con il raffinato pianismo jazz di Andrioli e si apre ad un solo di tromba “effettata” spostano il baricentro dell’opera di David Sylvian appunto verso il jazz, quello europeo, quello più raffinato, quello che non si autocelebra ma che invece va alla ricerca di nuova linfa trovandola “altrove”.

Spero di aver reso “l’idea” che si cela dentro questo “The Shining of Things” che mi permetto di consigliare caldamente anche a chi apprezza la musica di Sylvian.

Anzi, lo consiglio soprattutto a questi ultimi.

 

NIGHT DREAMERS “Téchne”

NIGHT DREAMERS “Téchne”

NIGHT DREAMERS “Téchne”

ALFAPROJECT RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Direi che Massimo Bernardini ha perfettamente ragione quando scrive le sue note introduttive a questo “Téchne” riferendosi a quel capolavoro di musica d’autore che è “Automobili” di Dalla e Roversi l’unico disco, mi permetto sommessamente di aggiungere, dedicato agli “assi del volante”. Testi straordinari e musica impeccabile, ed ora a mezzo secolo di distanza ecco che quattro jazzisti (cinque per la verità visto che Giampaolo Casati “presta” l’espressività della sua tromba in due brani) decidono di dedicare un disco agli antichi eroi dell’automobilismo, impresa difficile visto che qui si tratta di pura musica, di puro jazz: sono il pianista Emanuele Sartoris, il batterista Antonio Stizzoli, Simone Garino ai sassofoni e Dario Scopesi al contrabbasso. L’energia del brano iniziale scritto da Sartoris evoca il circuito francese di Le Mans e descrive la magie del giorno, ma soprattutto della notte, che si respira durante la leggendaria 24 ore (chi ci è stato sa a cosa mi riferisco) con un tempo quadrato, quasi funky. E l’Alfa Romeo con il suo quadrifoglio alla quale si dedicano un pugno di composizioni: al “ramarro” Campari con la struttura del brano indovinatissima che riprende dopo il significativo solo di Antonio Stizzoli, il batterista, al sogno di Chet Baker / Giampaolo Casati in “The Red Flying Alfa” che vola sulle strade toscane in un’ipotetica fuga dal carcere, alla follia pura del duello notturno a fari spenti tra i miti Varzi e Nuvolari.

Conclusione di questo a parer mio ottimo lavoro una composizione di Stizzoli che ci riporta agli albori dell’automobilismo, quello dei fratelli Michelin alla Parigi – Brest, (oggi una passeggiata ma allora chissà cos’era) con bel assolo al sax soprano di Simone Garino (autore anche di “Mirafiori” con l’imitazione dei clacson che aprono lo spartito).

Emanuele Sartoris lascia quindi per il momento le atmosfere intime del suo lavoro in “solo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/14/emanuele-sartoris-i-nuovi-studi/) e trova qui una nuova dimensione in un quartetto che evidenzia grande comunicatività e piacere nel suonare assieme (che si percepisce nettamente durante l’ascolto) riportandoci in una “scuderia” lungo i circuiti stradali di un’era fa. Veramente notevole.

 

 

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

LAURA AVANZOLINI “Sings Bacharach”

DODICILUNE / KOINE’ RECORDS CD kne035, 2019

di Alessandro Nobis

Tuffarsi nei repertori di “Intoccabili” come Bob Dylan, Lucio Battisti o della coppia Lennon – McCartney può essere pericoloso ed il rischio di cadere nella banalità della riproposizione calligrafica è grande. Beatles, Battisti, Bob Dylan ma anche Burt Bacharach, maestro nel creare ed arrangiare melodie che sono nel tempo diventate immortali classici prima della musica popolare ed in seguito anche del jazz: ecco quindi che ascoltare con grande attenzione questo lavoro di Laura Avanzolini rivela la grande cura, la capacità di staccarsi dall’originale e di interiorizzare alcune gemme del songbook del pianista di Kansas City; inoltre gli arrangiamenti di Michele Francesconi che valorizzano al meglio la sua duttile voce ed il gruppo che partecipa alla registrazione rappresentano un rilevante valore aggiunto alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

L’ensemble interpreta dieci composizioni di Bacharach che si ascoltano con grande piacere rivelando via via che si procede particolari e suono d’insieme che danno alla fina la cifra stilistica del disco: la calibrata introduzione del contrabbasso di Tiziano Negrello in “The Look of Love” (faceva parte della colonna sonora di “Casino Royale”), il bellissimo arrangiamento in crescendo di “Raindrops Keep Fallin’ on My Head” (da “Butch Cassidy”) con delle interessanti parti riservate ai fiati e con il solo di Giacomo Uncini alla tromba, il clima dixie di “Baby it’s you” ed infine “I Say a little Prayer” dagli ampi spazi strumentali aperta dal drumming di Michele Sperandio, ed originariamente composta per Dionne Warwick.

E poi naturalmente c’è la voce di Laura Anzolini che intelligentemente non decide di semplicemente di “lucidare” il songbook già perfetto di Bacharach, ma gioca con esso appropriandosene con la sua voce sempre fluente ed ispirata, dando una lucida visione fortemente legata al jazz di uno dei compositori più importanti ed influenti del ventesimo secolo.

http://www.dodicilune.it

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

COPEPOD RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo recentissimo “Coffee for Three”, registrato in compagnia di Alex Ward, clarinetto, John Edwards, contrabbasso e Steve Noble alla batteria contribuisce a rafforzare un’immagine diversa del chitarrista della Virginia Duck Baker, molto diversa da quella associata al talento di questo musicista, ovvero quella del performer solista che affronta i più diversi repertori della musica del Novecento americano. Agli ascoltatori più attenti tuttavia, nelle registrazioni  in studio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/) e nei concerti, non sarà certamente sfuggita la direzione che questo straordinario personaggio stava intraprendendo da qualche anno, direzione sempre più legata all’improvvisazione soprattutto a quella costruita all’interno di standard del jazz come ad esempio quelli di Monk (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/).

Profondo conoscitore della “materia” nei suoi più reconditi e sconosciuti interpreti ed autori, Baker ci aveva ache regalato un capolavoro come il disco dedicato alle musiche di Herbie Nichols, ed ora con questo quartetto – e con le sue scritture – ci regala quello che a mio avviso è uno dei suoi lavori più riusciti, e che sorprenderà molti dei quali hanno seguito le sue tracce dagli anni Settanta. Qui troviamo due emblematiche improvvisazioni collettive, ovvero “Vorpmi Xetrov” 1 e 2 (i titoli letti al contrario suonano come “Vortex Improv” 1 e 2) e sei composizioni dove l’interplay e l’improvvisazione scaturisce all’interno di strutture scritte da Baker. Insomma se volete addentrarvi nel mondo dell’improvvisazione idiomatica e non-idiomatica e volete scoprire un Duck Baker “diverso”, questo è il disco che fa per voi. Mai ripetitivo, mai noioso ma al contrario sempre in grado di offrire spunti all’ascoltatore.

Mi auguro fortemente che questo progetto sia preso in considerazione da chi organizza festival e rassegne jazz nel nostro Paese che hanno assolutamente bisogno di “aria fresca”.

www.duckbaker.com

www.copepod.co.uk

 

ANTONELLA CHIONNA “Vo©al gate”

ANTONELLA CHIONNA “Vo©al gate”

ANTONELLA CHIONNA “Vo©al gate”

DODICILUNE RECORDS Ed410. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Sul perché e soprattutto sul “come” affrontare e suonare gli standards sono stati scritti, per citare gli Jalisse “Fiumi di parole”. E non è mai terminato il flusso, e mai terminerà. Però questo nuovo lavoro di Antonella Chionna mette un punto importante alla questione, visto che “Vo©al gate” presenta una modalità esecutiva particolarmente interessante vuoi per la straordinaria capacità vocale della musicista che per l’eccellente interplay che corre tra la Chionna e la ritmica che supporta e collabora alla musica, ovvero il pianista Harvey Diamond, il contrabbassista Bronek Suchanek ed il batterista Joe Hunt.

“Birth Variations”, che apre il disco, mette le cose in chiaro: il trio in sottofondo che improvvisa, sovraincisioni vocali che creano una realtà musicale multistrato tra il “parlato” ed il “cantato”, citazioni di Mina e di Arisa, dichiarazioni di intenti, il dialogo nel finale con la tronba di tutto fa capire cosa si andrà ad ascoltare.

Ed in effetti le riletture di “Anthropology”, di “Lover Man” o di “Fair Weather” per citare tre titoli danno la misura del valore del progetto, dove l’estensione e la grande dinamica della voce consentono di trasformare le scritture originali e di portarle alla contemporaneità: l’archetto che introduce il canto di “Lover Man” con l’uso delicato dell’elettronica (attorno al minuto 3’30”), il raddoppio vocale che apre il brano parkeriano con la batteria che detta il tempo con il bei soli di pianoforte e contrabbasso che riconducono ad una rilettura più mainstream ma con sempre la presenza della voce, anzi delle voci, che ci riportano alla modernità, la ballad gershwiniana splendidamente introdotta da Harvey Diamond con il testo cantato, quasi un recitativo che chiude il cerchio nel quale si muove questa straordinaria performer della quale avevo scritto in occasione del suo più recente quanto bellissimo lavoro, “Resonyable” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/08/antonella-chionna-rylesonable/).

www.dodicilune.com