ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALDO BAGNONI “The Connection”

ALFAMUSIC RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Certo che alla fine di questo delirio pandemico che sta lasciando senza lavoro e senza alcun sussidio la maggior parte dei musicisti che provano a vivere di musica, si dovrà prendere atto con ancora più attenzione ed entusiasmo di quanto sia cospicuo qualitativamente e quantitativamente il movimento del jazz italiano: magari dedicando rassegne e festival – a Verona “c’era una volta Jazzitalia” – che mettano in primo piano il valore dei jazzisti nostrani delle passate e delle presenti preparatissime generazioni, non fosse altro per promuovere i loro lavori meglio di quanto sia stato fatto finora e per dare giusto godimento a chi il jazz lo pratica e di conseguenza anche a chi lo ascolta e lo apprezza.

Questo “The Connection” ad esempio, prodotto da Alfamusic, che vede protagonista il quartetto guidato dal batterista e autore Aldo Bagnoni del quale fanno parte Mauro Tre (tastiere), Giampaolo Laurentaci (contrabbasso) ed Emanuele Coluccia (sassofoni e pianoforte in un brano), non solo “esecutori” degli spartiti ma preziosi collaboratori anche nella fase progettuale e creativa di questo bel lavoro. Il jazz che si “respira” qui è quello elettro-acustico nel quale fanno capolino qual e là ed in modo sempre misurato il sintetizzatore ed il Fender Rhodes con il suono così particolare ed indicativo della fase storica nella quale si iniziava ad elettrificare, prima parzialmente e poi completamente, il linguaggio della musica afroamericana: mi riferisco in particolare al groove di “Lipompo’s just arrived”, dedicata a Bruno Tommaso e con richiami alla tradizione lucana ed a “Cappello Eolico” brano dalla grande cantabilità con espressivi assoli di sax tenore e di synth, mentre sul versante acustico notevole l’introspettiva ballad acustica “Heart on the Mountain”.

Musica che viene dal cuore, dalle esperienze personali di Aldo Bagnoni, e che raggiunge anche il cuore chi ha il piacere di ascoltarla, un altro, ennesimo capitolo che ci racconta come il jazz italiano sia più che mai vivo e vegeto in tutte le sue declinazioni.

Sperando in tempi migliori, perché peggiori di questi faccio fatica ad immaginarli.

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DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE  “A Portrait of Radiohead”

DONATI · COPPARI ENSEMBLE “A Portrait of Radiohead”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Conosco in modo superficiale la musica dalla band di Thom Yorke, lo confesso, ma dopo avere ascoltato più volte questo progetto dei chitarristi Diego Donati e Stefano Coppari mi devo ripromettere di affrontare la loro musica in modo più approfondito anche se i miei interessi musicali sono parecchio diversi. Si possono descrivere riletture di brani ritenuti standards o che lo saranno nel prossimo futuro come queste scritture contemporanee della band inglese senza aver ascoltato gli orginali? A mio parere la risposta è senz’altro affermativa e del resto da che “jazz è jazz”, numerosissime sono state le riletture di canzoni nate in diversi contesti (mi vengono in mente “Alice in Wonderland” e “Time after Time” di Cindy Lauper).

Mi piace parecchio ascoltare questo ritratto dei Radiohead, mi piace la raffinatezza degli arrangiamenti (sviluppatisi a partire dal duo di chitarre, così doveva essere il progetto originario), la convincente interpretazione vocale di Anna Laura Alvear Calderon, la scelta precisa e sempre appropriata degli interventi del quartetto d’archi che regala alla musica una leggerezza ed una intensità che si mantengono vive dalla prima all’ultima nota. Paradigmatico mi sembra l’arrangiamento che Donati ha pensato per “Paranoid Android” con la prima lunga parte strumentale con un bel solo di chitarra e la seconda, una splendida ballad con un tappeto sonoro degli archi e della chitarra e con una assolutamente efficace parte vocale, ma anche l’introduzione degli archi in “Karma Police” è indovinata e transla la musica dei Radiohead e i testi di Thom Yorke in un altro universo sonoro parallelo più cameristico, più acustico ma con una costante attenzione e rispetto verso i brani originali.

“A Portrait of Radiohead” può far incrociare i fans della band inglese con quelli del jazz che scopriranno di avere diversi punti in comune, i primi inizieranno ad ascoltare un po’ di jazz, i secondi il rock migliore di questi ultimi anni.

Mi auguro infine che qualcuno abbia modo di far ascoltare a Yorke & C. questo lavoro, penso ne sarebbe prima incuriosito e poi affascinato.

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PIPPI DIMONTE “Majara”

PIPPI DIMONTE  “Majara”

PIPPI DIMONTE  “Majara”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Chissà da quale tempo e da quale spazio provengono, i legni del pandeiro di Emiliano Alessandrini, dei clarinetti di Mario Brucato, della chitarra e della mandola di Francesco Paolino e del contrabbasso di Pippi Dimonte che danno vita al suono di queste composizioni; fatto sta che nelle mani del quartetto di Pippi Dimonte prendono vita contribuendo con il loro suono alla concretizzazione degli spartiti del contrabbassista che si muovono con grande gusto ed equilibrio tra impulsi jazzistici, contemporaneità ed una ricerca costante della perfetta melodia.

Mi sento di far entrare “Majara” nel novero dei dischi di quella “nuova musica acustica” che rappresenta un efficace e ben riuscito crogiuolo di culture: “Tarassaco” mette in evidenza il calore del contrabbasso che anticipa la pacata melodia con un dialogo tra chitarra e clarinetto, “Fenestrelle” aperta dal duo Dimonte – Paolino è un brano il cui titolo mi ha personalmente evocato il ricordo del carcere piemontese in cui vennero rinchiusi dai Savoia moltissimi militari e “briganti” borbonici e dove emerge il gusto e la tecnica di Alessandrini, il sapore mediorientale di “Grancia” con la mandola in apertura è uno dei brani più significativi di tutto il lavoro che riesce in poco più di cinque minuti ad illustrare in modo organico il progetto di Pippi Dimonte, non lontanissimo da quello altrettanto interessante del “Wood Quartet” di Marco Pasetto ed Enrico Breanza.

In un periodo in cui molti fanno riferimento alla storia della musica rivisitando classici spesso anche in modo indovinato ed originale, fa sempre piacere che c’è un movimento musicale che invece percorre la strada della nuova composizione e della ricerca del suono “perfetto”, e su questa strada c’è la musica di Majara. Fate il possibile per ascoltare questo lavoro, non ve ne pentirete.

Sottolineo infine che “Majara” è un’autoproduzione e sul sito www.majaramusic.comtrovate i vari link per acquistarlo.

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

SUONI RIEMERSI: BEPPE CASTELLANI 4et “Italian Standards vol. 1 & 2”

IL POSTO RECORDS, 1989, 1990. lp

di alessandro nobis

I due dischi realizzati per “Il Posto Records” a cavallo del 1990 dal quartetto guidato dal tenorista Beppe Castellani con Ares Tavolazzi al contrabbasso, Riccardo Biancoli alla batteria e Giorgio “Cigno” Signoretti alla chitarra sono tra i più significativi progetti nati a Verona in quegli anni ed uno dei primi a rendere finalmente omaggio ai brani di due grandi cantautori italiani come Luigi Tenco e Gino Paoli. A distanza di trent’anni il progetto “Italian Standars” mantiene inalterata la bellezza della musica, la scelta oculata della scaletta ed i preziosi arrangiamenti curati dalla coppia Castellani – Signoretti che lasciavano ampio spazio all’interplay tra i quattro strumenti ed anche all’esecuzioni di assoli sempre di ottima fattura e misurati. Ad esempio la splendida riproposizione del brano di Paoli “Gli innamorati sono sempre soli”: tema esposto dal tenore di Castellani con seguente lungo assolo che introduce quelli di Signoretti e di Tavolazzi e il tenore che chiude il cerchio. Oppure nella seguente struggente e pacata ballad “Mi sono innamorato di te” uno degli high-lights di “Italian Standards” a mio avviso per l’intensità che comunica. Jazz mainstream di eccellente fattura, suonato con grande perizia ed intelligenza che ha saputo translare gli spartiti di Paoli e Tenco nel mondo della musica afroamericana ad un livello inedito per quegli anni. Dispiace solamente che la diffusione di questi due lavori, a mio avviso due perle del jazz italiano, non sia stata al livello della qualità della musica ma, come si dice, “del senno di poi son piene le fosse”. Dispiace comunque.

Le evocative foto di copertina sono di Beppe Castellani, che negli ultimi anni si è dedicato alla fotografia artistica con ottimi risultati (https://beppecastellani.jimdofree.com).

Il progetto “Italian Standards” avrà un seguito nel 1992 con “A new page” pubblicato dalla Modern Times ed accreditato allo Stefano  Benini – Beppe Castellani Quintet con Piero Leveratto al contrabbasso ed il co-leader, Stefano Benini, al flauto traverso.

VOLUME 1: registrato nel maggio 1989.

Lato A

Gli innamorati sono sempre soli (G. P.)

Mi sono innamorato di te (L. T.)

Se sapessi come fai (L. T.)

Lato B

Senza fine (G. P.)

Un giorno dopo l’altro (L. T.)

Volume 2: registrato nel marzo 1990.

Lato A

Ragazzo mio (L. T.)

Tu non hai capito niente (L. T.)

Un uomo vivo (G. P.)

Vedrai vedrai (L. T.)

Ho capito che ti amo (L. T.)

CRISTIANO POMANTE GROUP “Libero Pensatore”

CRISTIANO POMANTE GROUP “Libero Pensatore”

CRISTIANO POMANTE GROUP  “Libero Pensatore”

AUTOPRODUZIONE, 2020. CD

di alessandro nobis

La prima impressione che ho avuto ascoltando “Libero Pensatore” del compositore e vibrafonista Cristiano Pomante è la grande cantabilità dei temi ed il respiro “cinematografico” degli arrangiamenti preparati per questo “nonetto” che comprende un quartetto d’archi oltre a vibrafono, basso elettrico, pianoforte, chitarra e batteria.

“Cantabilità” è una parola che può trarre in inganno togliendo sostanza alla musica di Pomante, ma se pensiamo a certi lavori ad esempio quelli metheniani, tutto torna: si può suonare jazz con la ricerca della melodia perfetta, con un “respiro largo”, rilassato senza rinunciare agli assoli ben calibrati, all’interplay, ai riferimenti non propriamente legati all’idioma afroamericano – e qui le partiture preparate per il quartetto d’archi giocano un ruolo rilevante nel suono globale del disco offrendo sia un delicato e prezioso fondale agli altri strumenti come in “To Clara”, sia prendendosi la scena totalmente come negli incipit di “Fantasia” e di “Eyes of the sun” -. Naturalmente gli interventi al vibrafono di Pomante, strumento dalle enormi capacità espressive, emergono quasi ovunque ora prendendo il volo (il solo nel brano eponimo) ora dialogando con il pianoforte (“To Clara”, e “Gioco di Ombre”) o con la chitarra effettata (“The Art of Being Fragile”).

Ma al di là di quanto detto, il nonetto funziona alla perfezione ed l’abito che Cristiano Pomante gli ha cucito addosso calza alla perfezione: progetto piacevolissimo al primo ascolto ma che già al secondo penetra nel profondo ….. 

promo@coachkicks.com 

cristiano-pomante/home

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

PIERLUIGI BALDUCCI “L’equilibrista”

DODICILUNE RECORDS, 2020. CD

di alessandro nobis

Quando un musicista decide di dedicare un lavoro ad un altro che sente particolarmente vicino solitamente lo fa interpretando o rivisitando le sue composizioni, e dedicare un intero disco al pianista inglese John Taylor, scomparso prematuramente nel 2015, può essere davvero rischioso vista la grandezza e l’importanza che Taylor ha avuto nello sviluppo del jazz europeo. Rispettosamente Pierluigi Balducci, che tra l’altro non è un pianista ma un valido bassista e compositore, percorre un’altra strada direi inevitabile per chi ha avuto modo di incontrare Taylor solamente per qualche ora come anche chi scrive ha avuto il piacere di farlo, quella affettiva; a John, uomo affabile, gentile e disponibile, a ricordo dei due anni di frequentazioni e collaborazioni con il pianista – su tutte “Evansiana” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/25/mccandless-taylor-balducci-rabbia-evansiana/)– Balducci dedica “L’equilibrista”, sette sue composizioni suonate e vissute assieme al tenorista Robert Bonisolo, al chitarrista Fabrizio Savino ed al drummer Dario Congedo. Equilibrismo quindi tra le due anime della musica afroamericana, quella del rispetto dei temi scritti sul pentagramma e quella dell’improvvisazione idiomatica, equilibrio non facile da raggiungere ma che qui trova la sua realizzazione con una costante ricerca della melodia perfetta che si concretizza ad esempio in “Fino a prova contraria”, lunga ballad con il tema esposto dal sax tenore del sempre espressivo e misurato Robert Bonisolo e con gli assoli della chitarra di Savino e del basso elettrico, ed in “Kosmos and Chaos” – interessanti gli incroci sax – chitarra che introducono i soli di Balducci e di Savino -. Brani lunghi (mai sotto i sei minuti la loro durata) e di ampio respiro che lasciano il tempo e lo spazio per un dialogo tra gli strumenti senza vincoli di alcun tipo. Disco notevole, a mio avviso, un altro segnale del livello che il jazz italiano ha raggiunto negli ultimi anni: del resto, il catalogo della Dodicilune e di altre label italiche è lì a ricordarcelo.

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SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

SOSTIENE BORDIN: THE LOUNGE LIZARDS

“The Lounge Lizards”

EG RECORDS, LP. 1981

di cristiano bordin

Se c’è un gruppo che può dare l’idea della vitalità e dell’eclettismo della scena newyorkese degli anni ’80, quel gruppo potrebbe essere proprio i Lounge Lizards. 

E del resto basta fare subito i nomi dei 5 protagonisti dell’album di esordio, che porta laconicamente il nome della band, per potersi orientare: Arto Lindsay, John ed Evan Lurie, Steve Piccolo e Anton Fier. 

Arto Lindsay aveva già fatto un pezzo di storia della New York fine anni ’70: i Dna. Tra rumorismo, suoni abrasivi, strumenti percossi e brutalizzati più che suonati, urla lancinanti, quella che venne definita “no wave” fu un passo oltre il punk capace di produrre gruppi, personaggi- Lydia Lunch, ad esempio- e un album-manifesto come “No New York”. 

Quella stagione produsse anche una vera e propria avanguardia artistica che prediligeva luoghi malsani, marginali, pericolosi come erano il Lower East Side e la Bowery  dove c’era il CBGB’s, vero e proprio tempio per il punk della Grande Mela. 

John Lurie, l’altra anima della band, ricorda così quei luoghi e quel periodo: “New York oggi ha certamente perso qualcosa. Per esempio, non è più pericolosa come una volta. Male. Prima  dovevi essere un duro e  avere carattere per abitarci. Ora sembra un grande shopping mall per gente che si fa pagare l’affitto da papà e mamma“. 

E’ in questo contesto che nascono i Lounge Lizards.

Lindsay, dopo i Lizards, virò  verso il Brasile ed i suoi suoni senza però dimenticare le stagioni precedenti e producendo moltissimo. Anche Evan Lurie e Steve Piccolo, che finì per trasferirsi in Italia, proseguirono tra jazz e avanguardia, mentre Anton Fier lo ritroviamo dietro la batteria di un gruppo anticipatore e abbastanza dimenticato, i Feelies. 

L’album di esordio eponimo uscì nel 1981 e fu davvero un disco capace di lasciare il segno: copertina austera, in bianco e nero, con i 5 vestiti tutti in camicia bianca e cravatta nera. 

Il primo brano, “Incident on south street” chiarisce tutto: le tastiere a fare da ritmica, il sax di Lurie protagonista, la chitarra di Lindsay da cui escono suoni secchi, abrasivi. 

Sono le coordinate su cui articolerà il disco.

Ma i Lounge Lizards però non sono semplicemente jazz più no wave: sono qualcosa che ha che fare sia con il jazz, e parecchio, che con la no wave, molto meno ma proprio la chitarra ce la ricorda in più di un episodio, per arrivare a qualcosa di nuovo e di originale. 

Alla base di tutto questo c’è il jazz: quasi distorto in forme nuove, come suonato tenendo ben presente la lezione di Thelonious Monk, omaggiato con  le versioni di “Epistrophy” e “Well you needn’t“. 

E, a proposito di jazz, in questo esordio troviamo il bop ma incrociamo anche il free, magari messo  a confronto con il funk come in “Do the wrong thing“.

The Lounge lizards” però è un album che ama mettere insieme atmosfere opposte,  momenti quasi rumoristici come  “Wangling” o “Remember Coney island” dove il drumming di Fier anticipa e può ricordare quello di Joey Baron  possono convivere  con aperture liriche  come in “Conquest of rar” e con  omaggi alla classicità come la splendida ed impeccabile “Harlem nocturne“. 

Insomma, un gran disco, che ha ancora un grande futuro davanti a sè. 

La band, purtroppo, produsse poco: altri tre album – “No pain for cakes” e “Voice of chunk” entrambi da riscoprire – e alcuni live. 

Tenere insieme due personalità come Lindsay e Lurie non era semplice, erano i classici due galli nel pollaio: Lurie percorse la strada del cinema soprattutto con Jarmusch – “Stranger than paradise” e “Down by law” con Benigni, poi approdò in tv e ora si dedica alla pitturama ma in seguito una malattia lo costrinse ad abbandonare il sax e la musica.

Negli anni sono passati sul palco dei Lounge Lizards moltissimi altri musicisti: Marc Ribot e John Medeski tra gli altri ma il loro approccio sul palco però lo racconta bene  Arto Lindsay in un’intervista: “Il fatto è che il pubblico dell’arte era troppo facile per noi  e sembrava apprezzarci a prescindere Mentre in  un posto come il CBGB dovevi sudare per guadagnarti attenzione e rispetto. Noi alla fine suonavamo rock’n’roll questo voglio che sia chiaro. Si, magari era una musica più storta e aperta della media ma tuttora mi considero un musicista rock’n’roll o “popular” che è meglio. Miles Davis la chiamava “social music” e penso sia un termine bellissimo“.

THE LOUNGE LIZARDS:

Basso – Steve Piccolo

Batteria – Anton Fier

Sassofono – John Lurie

Chitarra – Arto Lindsay

Tastiere – Evan Lurie

Produttore – Teo Macero

Registrato negli studi della CBS a New York il 21,22,28 e 29 luglio 1980. 

GIANNI LENOCI TRIO “Wild geese”

GIANNI LENOCI TRIO “Wild geese”

GIANNI LENOCI TRIO  “Wild geese”

DODICILUNE Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Ascoltando queste registrazioni il pensiero non può non andare anche a Massimo Urbani, a Luca Flores e naturalmente a tutti i talenti che il jazz italiano ha visto crescere e poi tragicamente scomparire come Gianni Lenoci. Fortunatamente ogni tanto vengono pubblicati concerti o registrazioni in studio come questa del pianista pugliese in compagnia del batterista Bob Moses e del contrabbassista Pasquale Gadaleta: era il 23 novembre del 2017 ed il repertorio è quello del jazz che Lenoci amava studiare, sviscerare, ri-adattare per il pianoforte ed infine suonare, quello di Ornette Coleman, di Carla Bley e di Gary Peacock e quindi, considerata la qualità della musica benissimo ha fato la Dodicilune a pubblicare questa session in occasione del primo anniversario della scomparsa del pianista.

Lenoci è stato uno di quei rari musicisti ad entrare in sintonia e ad interiorizzare le teorie armolodiche colemaniane: qui troviamo quattro emblematici esempi di questo, a cominciare dalla lunga ed evocativa “Sleep Talking” (registrata da Coleman per “Sound Grammar nel 2006) con una splendida intro “africana” del grande batterista Bob Moses e caratterizzata da un ispiratissimo interplay con Lenoci e Gadaleta, una bella ricostruzione del brano attorno alle note del riconoscibile “tema” colemaniano e “The Beauty is a rare thing” un brano scritto nel 1960 e pubblicato in “This is our music”: qui il pianoforte ed il contrabbasso ci conducono al tema del brano esposto da Lenoci ed anche in questo caso – ma è una preziosità di tutta la session – il livello di intesa tra i musicisti è di assoluto livello ed è sempre una piacevole sensazione prestare attenzione a come si sviluppa il concetto di jazz di Coleman e quindi di Gianni Lenoci. Ma non ci sono solo le composizioni del sassofonista texano, ci sono anche uba scrittura di Gary Peacock e quattro spartiti di Carla Bley (bellissima l’atmosfera nelle rivisitazione delle ballad “And Now, the Queen” che apre il disco con anche qui una parte free davvero intensa e di “Ida Lupino” che lo chiude) che aiutano a fornire una precisa fotografia sonora della sensibilità e dello straordinario talento di questo musicista ed intellettuale pugliese che il trenta settembre di solo un anno fa, all’età di cinquantasei anni, ha lasciato un vuoto enorme del mondo del jazz.

Disco secondo il mio modestissimo parere imperdibile, una vera gemma. Spero sia solo la prima ….

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FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA “Arcaico Mare”

FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA “Arcaico Mare”

FRANCESCO CALIGIURI ORCHESTRA  “Arcaico Mare”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Il fiatista cosentino Francesco Caligiuri nel 2017 aveva pubblicato l’ottimo “Olimpo” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/07/22/francesco-caligiuri-olimpo/) registrato in completa solitudine e due anni dopo, alla testa di un quintetto l’altrettanto significativo “Reinassance” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/10/francesco-caligiuri-quintet-renaissance/); da poche settimane ha pubblicato sempre per la Dodicilune Records questo “Arcaico Mare” cambiando ancora formazione e decidendo di comporre per un’orchestra di undici elementi che si distingue per la presenza di un quintetto di ottoni e per la presenza di due voci che si affiancano alla sezione ritmica. Le onde stilizzate della copertina, la produzione dello storico Festival Jazz di Roccella Ionica e lo spartito scritto dall’indimenticato Maestro George Russell su commissione dello stesso festival fanno pensare al Mediterraneo, ma ancora di più fanno pensare al mare come vettore di culture diverse in terre diverse e lontane come quella afroamericana e quella del lontano nord. E questo lavoro di Caligiuri raccoglie frammenti di diverse storie di popoli, li interiorizza e li presenta con una veste musicale omogenea, raffinata, coerente e convincente.

Certo, affiancare il medioevo nordico alla contemporaneità ed ai grandi padri della musica afroamericana non é certo facile, tutt’altro, ma provate ad ascoltare la “modernità” di “Völuspà“, l’inizio della narrazione della creazione del mondo fatta da una veggente ad Odino con le voci di Federica Perre e di Alessandro C. Scanderberg e l’apertura della “tromba marina” di Giuseppe Oliveto, che muta “in contemporary  jazz orchestrale” con un lungo solo al baritono di Caligiuri, o “La Follia” di Russell introdotta al piano di Giuseppe Santelli e con le voci evocative che ti riportano sulle sponde del mare ed ancora la “marcetta” che introduce “Rocellanea” di Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi che ti trasporta per alcuni istanti nelle feste paesane ed al suono delle bande – patrimonio culturale italiano e fucina di jazzisti e non solo -, e qui voglio evidenziare lo splendido, lungo ed efficace quanto raro in ambito jazz solo di flauto diritto del leader. Nel suono dell’orchestra gioca un ruolo decisivo la sezione degli ottoni e gli arrangiamenti sempre accurati e calibrati; insomma anche se ascolti dei super classici come “Fly me to the moon” o “Nostalgia in Times Square” trovi sempre qualcosa che li differenzia dalla “semplice” proposta calligrafica, ora per il duetto vocale nella seconda accompagnato dai fiati ad esempio o per i sempre misurati ed efficaci soli (quello di pianoforte, di tromba e di contrabbasso nella prima).

Bellissimo lavoro, il mare ha trasportato a riva frammenti di culture diverse e qualcuno (Francesco Caligiuri) ha saputo ordinarli e ridare loro vita, disco da ascoltare e riascoltare.

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ALESSANDRO BERTOZZI “Trait d’union”

ALESSANDRO BERTOZZI “Trait d’union”

ALESSANDRO BERTOZZI  “Trait d’union”

LEVEL 49 RECORDS, 2020

di alessandro nobis

Questo “Trait d’Union” è il primo lavoro del sassofonista Alessandro Bertozzi che ho l’occasione di ascoltare e la musica che ha composto e registrato in compagnia di Pap Yeri Samb (voce), Andrea Pollione (tastiere), Alex Carreri (basso), Maxx Furian (batteria) ed Ernesto da Silva (percussioni) tiene coerentemente fede al titolo, una linea di unione tra l’Europa, l’Africa Subsahariana e la musica afroamericana; qui del mondo africano ce ne è in abbondanza e non solamente perché Da Silva viene dalla Guinea Bissau (ma è percussionista apprezzatissimo nel nostro Paese oramai da molto tempo) e Pap Yeri Samb dal Senegal ma anche perché Bertozzi ha calato la sua passione e la sua conoscenza per il clima sonoro africano scrivendo questi otto brani che, come detto profumano dell’Africa di oggi. “Samaway” ad esempio, è ricco di tradizione nella voce solista e negli arrangiamenti vocali ma anche di spunti jazzistici con gli interventi del piano elettrico e del sassofono che ad essere franco mi ricordano piacevolmente quelli di Napoli Centrale, “Tuuba” si apre con i suoni etnici di Da Silva e Pap Yeri Samb per diventare un robusto e ricco brano soul con i breaks di Alex Carreri, “Melodies Bewewing” che chiude il disco è un brano dal largo respiro, una ballad con la voce che diventa strumento solista che espone il tema assieme al sax (significativo il lungo solo) e “Reguid Pad”, un’altra ballad che presenta un bel solo di basso elettrico con le percussioni che stendono un morbido tappeto oltre naturalmente al bel tema esposto dal sempre ottimo sax del leader della band.

Pubblicato dalla piacentina Level49, “Trait d’union” è in conclusione un disco convincente, un interessante melting pot musicale che mi ha piacevolmente conquistato ascolto dopo ascolto. Fatevi conquistare anche voi

http://www.alessandrobertozzi.it

http://www.level49.it