FERENC SNETBERGER “Titok”


FERENC SNETBERGER “Titok”


FERENC SNETBERGER “Titok”

ECM RECORDS 2468, CD, 2017

di Alessandro Nobis

“Titok” è il secondo lavoro che il chitarrista ungherese pubblica per l’ECM di Manfred Eicher dopo “In Concert” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/23/ferenc-snetberger-in-concert/), dato alle stampe nello 016; e se “In Concert” vedeva Snetberger ripreso in un concerto in piena solitudine, per registrare questo nuovo Cd Eicher ha chiamato in sala d’incisione due “pezzi grossi” del jazz come il contrabbassista francese Andres Jormin ed il batterista americano Joey Baron. Ed un’altra volta l’alchimia di Eicher funziona benissimo visto che la musica contenuta in questi sessanta minuti e registrata nel 2015 è davvero di grande fascino. Le composizioni, tutte scritte dal chitarrista magiaro, acquistano con l’apporto di Jormin e Baron una connotazione più jazzistica, sia si tratti di brani dove l’improvvisazione gioca un ruolo determinante (“Cou Cou” e “Clown”), sia in scritture come le splendide melodie delle ballads “Kék Kerék” (a mio avviso il brano più bello di tutto il lavoro) con il contrabbasso di Jormin che dialoga con la chitarra, la lunga “Alom” e “Orange Tango” introdotta dai tocchi di Joey Baron, uno dei più importanti batteristi in ambito jazzistico emersi in questi ultimi decenni. Concluso dal brano “Interference” eseguito da Snetberger in completa solitudine, questo “Titok” è per me una delle migliori produzioni ECM degli ultimi tempi per la qualità delle composizioni, degli arrangiamenti, per l’atmosfera sincera e di profondo dialogo che si percepisce dall’incontro di questi tre musicisti che, ne sono convinto, dal vivo saprebbero – o mi auguro sapranno – regalare lunghi momenti di grande jazz. Fossi direttore artistico di qualche Festival, il trio finirebbe di certo nel mio cartellone…….

 

 

 

 

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IL DIAPASON INTERVISTA LORENZ ZADRO

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IL DIAPASON BLOG INTERVISTA LORENZ ZADRO

Raccolta da Alessandro Nobis

E’ stato definito nei dettagli il programma dell’ottava edizione del “raduno nazionale Blues Made In Italy” che si terrà quest’anno sabato 7 ottobre nell’area espositiva di Cerea, nella bassa veronese, facilmente raggiungibile grazie alla statale 434. Si tratta della più importante kermesse dedicata al blues, punto di incontro tra musicisti, appassionati, giornalisti ed autori che se ne occupano. Ho pensato bene quindi di incontrare Lorenz Zadro, prima di tutto chitarrista e profondo conoscitore del blues e anche ideatore ed organizzatore della manifestazione. 

  • Prima di parlare dell’edizione 2017, vuoi fare un bilancio della precedente?

Ciao Alessandro, grazie innanzitutto per la Tua attenzione e per questo spazio dedicato. In termini qualitativi e quantitativi non posso che essere felice per gli sviluppi della manifestazione. Dal 2010 si è dimostrato un percorso in costante crescita, così ogni nuova edizione ci mette a dura prova nell’impegno per un continuo miglioramento, cercando di non disattendere mai le aspettative del nostro affezionato pubblico. Nella precedente edizione si è parlato di un’intera giornata con 15 ore ininterrotte di musica su 3 palchi, con oltre 50 formazioni provenienti da tutta Italia (qualcuno anche dall’estero), un’area coperta con oltre 60 espositori divisi tra associazionismo, collezionismo e artigiani costruttori di strumenti musicali, tutti legati al mondo blues, 3 aree eno-gastronomiche con mescita di prodotti prevalentemente della tradizione locale e un pubblico appassionato proveniente da ogni angolo d’Italia (qualcuno anche da Francia e Svizzera), per un totale di quasi 5.000 visitatori nell’arco dell’intera giornata.

  • Come è nata l’idea di proporre una kermesse di blues a Cerea e, di riflesso, qual è la sua filosofia? La parola “raduno” suona come una chiamata alle armi per gli aficionados della musica afro-americana e quindi si mobilita l’Italia intera.

Il mondo web e social, con moltissimi vantaggi, ha permesso di accorciare le distanze, creando connessioni tra artisti, appassionati e realtà associative fino a qualche tempo prima davvero inimmaginabili, consentendoci l’opportunità di incrementare il potenziale divulgativo di Blues Made In Italy. L’idea conseguente è stata quella di “spegnere i pc” almeno per un giorno e ritrovarsi tutti assieme, sotto un unico tetto, per celebrare quello che è l’appuntamento “dal vivo” più importante organizzato dalla nostra associazione, diventato in poco tempo -inaspettatamente – atteso ed imperdibile per moltissime persone che lo considerano coralmente come un momento magico, da ricordare. Ad oggi è una vera e propria fiera, così come per ogni altro ambito lavorativo, dove è possibile rimanere aggiornati su nuove proposte artistiche e le novità di questo settore musicale.

  • Come mai la scelta di organizzarlo in un solo giorno anziché in un weekend?

L’evento è sorretto dal lavoro del direttivo associativo e circa una quindicina di altri fedeli collaboratori; così cerchiamo di concentrare le nostre energie in un’unica giornata per riuscire a dare del nostro meglio. Altro fattore è il lungo percorso di viaggio che devono affrontare molti visitatori della fiera; ciò permette che la giornata della domenica sia dedicata al viaggio di rientro. Ma attenzione: è vero che il raduno si svolge nella sola giornata di sabato, ma l’intero fine settimana è costellato di interessanti eventi nella bassa veronese. Si tratta di momenti musicali, nati grazie alla collaborazione con realtà locali, pensati per dare il benvenuto ai visitatori già a partire dal venerdì sera (in diversi bar e ristoranti) per finire poi con l’emozionante momento conviviale della domenica mattina, nel parco della villa-museo del pittore Charlie: appuntamento che suona come un “arrivederci al prossimo anno!”.

  • Anche se sei molto giovane, hai la situazione sotto controllo. Come si è evoluta la scena blues in Italia negli ultimi anni?

Il Blues fortunatamente in questi ultimi anni sta vivendo una nuova primavera! Tantissimi locali lo propongono nel cartellone delle programmazioni musicali, nell’ultimo periodo sono nati diversi festival dedicati e molti giovani cominciano ad avvicinarsi a questo genere, se non direttamente, magari per mezzo di contaminazioni della musica folk, roots e rock che ascoltano. Sicuramente un percorso meno studiato e filologico rispetto a quello del “primo periodo” del blues in Italia, ma comunque fortemente avvertibile.

  • Il programma anche quest’anno è quantitativamente e qualitativamente molto ricco. Quali gli appuntamenti di spicco?

Riterrei inopportuno fare un elenco che poi risulterebbe essere estremamente soggettivo e antipatico. Ti direi che i momenti di spicco sono sparsi nell’arco dell’intera giornata e non solo sul palco. Molti visitatori, per esempio, portano nel cuore emozioni legate a tanto desiderati incontri con vecchi amici e conoscenze dopo molti anni, altri ci ringraziano per aver avuto modo di assistere per la prima volta all’esibizione di un asso del blues italiano dopo averne sentito tanto parlare per molti anni ma non avendone mai avuto l’occasione in precedenza, altri – fortunati ragazzi delle scuole medie – che ancora oggi si ricordano di aver avuto modo di stringere la mano ad un “vero bluesman” (riferendosi a Fernando Jones, ospite della sesta edizione), per non parlare poi dei bellissimi momenti di condivisione tra gli artisti e il loro pubblico. Il programma è molto ricco, come si nota dal manifesto, ma ciò che conta è sicuramente quell’insieme di emozioni ed energie che si generano sopra, ma anche sotto e dietro il palco. E’ un raduno non solo da vedere ed ascoltare, ma anche da vivere!

  • Solo musica o anche altro, sempre in tematica blues?

Il palco dedicato alle esibizioni “unplugged” vedrà l’alternarsi di set musicali e momenti dedicati alla presentazione di pubblicazioni editoriali legati al Blues e micro-seminari da parte di liutai e artigiani costruttori di strumenti musicali. Quest’anno sarà presentato il libro fotografico “Tracce di Blues” di Gigi Montali, apprezzatissimo fotografo che da sempre viaggia intorno al mondo con una grande passione per la musica, specie se “Made in USA”; un esploratore poliedrico e ricco di esperienze dirette sul campo, in questo caso – nel Deep South degli Stati Uniti.

E’ una manifestazione autofinanziata o avete ricevuto aiuti da Enti Pubblici? C’è un biglietto d’ingresso cumulativo oppure ogni evento ha un biglietto specifico?

Domanda pungente. Il nostro potremo chiamarlo un raduno anti-crisi! L’accesso all’evento sarà come sempre gratuito. La manifestazione è completamente autofinanziata grazie al rinnovo del tesseramento dei tanti affezionati soci e all’interesse per i diversi gadget ogni anno prodotti dalla nostra associazione, unica via che ci permette di sostenere le ingenti spese per la realizzazione dell’evento. Non godiamo di alcun tipo finanziamento pubblico e, anzi, nonostante il patrocinio del Comune di Cerea, ogni anno paghiamo regolarmente l’affitto dell’area fieristica (aspetto che incide di molto sul bilancio associativo).

  • Come rimanere aggiornati sull’evento?

Per rimanere aggiornati sull’iniziativa c’è il sito www.bluesmadeinitaly.com e ancor di più una pagina Facebook costantemente aggiornata e molto attiva: www.facebook.com/bluesmadeinitalyfan. Su questi portali forniremo dettagliatamente tutte le informazioni per la partecipazione all’evento.

 

KARLIJN LANGENDIJK “LUNA”

KARLIJN LANGENDIJK “LUNA”

KARLIJN LANGENDIJK “LUNA”

Acoustic Music Records EP, 2017

di Alessandro Nobis

Quattro brani sono il contenuto di “Luna”, esordio discografico solista di questa promettente (molto promettente) chitarrista olandese. Ventidue anni, appena diplomata al Conservatorio di Utrecht, un disco in duo con Tim Urbanus pubblicato nello 015 e numerosi concerti fuori dal suo Paese con molti apprezzamenti. Suona la chitarra classica con un brillante e preciso – non c’è una nota in più o in meno di quello che necessita –  stile fingerpickin’ e soprattutto – cosa che mi delizia – ha una buonissima capacità di scrittura; due dei quattro contenuti in questo Ep “Luna” sono infatti di suo pugno, uno è una “inaspettata” quanto travolgente, bella e sincera interpretazione di “Beat It”, composta da ……………….. beh questo lo sapete.Front

Bellissima la ninna nanna (composta da Billy Joel) “Lullabye”, introspettiva “Luna”, ipnotica “Triangulum”; è senz’altro musica dal grande impatto e fascino e di piacevolissimo ascolto che fa intravedere già un futuro luminoso per questa strumentista olandese, così giovanissima e già sulle tracce della – per me – straordinaria chitarrista compositrice magiara Zsofia Boros, una delle recenti scoperte dall’impareggiabile di Manfred Eicher patron dell’ECM.

Ora naturalmente l’attendiamo al più presto “al varco” di un lavoro più sostanzioso, in temini di lunghezza ovviamente, la “sostanza” qui c’è ed emerge ad ogni nota.

 

 

 

GABRIELE DODERO “Stories for a friend”

GABRIELE DODERO “Stories for a friend”

GABRIELE DODERO “Stories for a friend”

AUTOPRODUZIONE CD, 2017

di Alessandro Nobis

C’è il marchio “di garanzia” di “Blues Made in Italy”. E’ il disco d’esordio del padovano Gabriele Dodero, polistrumentista talentuoso che in questo caso ha deciso di cimentarsi con lo strumento che lo ha folgorato da giovane (molto giovane): la chitarra acustica. Va detto che, per avere una preparazione classica e jazz, il “ragazzo” qui affronta il repertorio del più nobile folk e della canzone d’autore d’oltreoceano. Lo fa nella maniera più semplice, con riverenza e rispetto; con profonda conoscenza degli uomini e dei repertori, con un suono pulito preciso e con una voce convincente anche. Qui non trovate le “cover” dei soliti noti, qui trovate una deliziosa versione del celeberrimo brano di Skip James “Hard Time Killing Floor”, due brani di confine di Guy Clark, e poi Merle Travis e J.D. Loudermilk, il Doc Watson – dura affrontare il suo repertorio – di “Deep River Blues” e ci sono poi i brani tradizionali come “Going Down The Road Feelin’ Bad” cavallo di battaglia anche dei Dead ed il gospel di “I Want Jesus”.cd-cover-768x696

Un lavoro, questo “Stories for a friend”, che ci consegna un Gabriele Dodero già maturo, un musicista che con questo esordio conficca nel suolo dei solidi paletti che indicano l’ambito del suo territorio musicale; vedremo gli sviluppi, intanto gustatevi anzi gustiamoci queste “storie per un amico”; ognuno di noi potrebbe esserlo. Ai più giovani consiglio di “usare” questo bel lavoro come un Bignami della canzone d’autore e folk d’oltreoceano: andate alla ricerca delle “fonti” e ve renderete conto che il Dodero ci sa proprio fare…….

www.gabrieledodero.com

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

E’ giusto domani un anno che Pino Carollo se ne è andato.

Mi piace ricordare la sua figura di autore, docente, inventore e performer che così pochi riconoscimenti ha avuto dalla città dove ha lungamente vissuto e operato, Verona. Non desidero ricordare qui la sua bio – bibliografia, queste parole vogliono solo essere un piccolo ricordo di Pino. Grazie a Patrizia, sua compagna, ed agli amici che gli hanno voluto così amorosamente dedicare un momento di riflessione.

Personalmente avevo incontrato Pino, qualche anno fa, ai tempi del Comitato TREDESEDODESE, tentativo di celebrare la cultura popolare nei suoi vari ed intriganti aspetti nei giorni di Santa Lucia nel quartiere di Santo Stefano a Verona, non troppo lontano dalle luci effimere delle feste dicembrine. Ma questa è un’altra storia. Sta di fatto che grazie al puntuale suggerimento di Andrea Materassi – che nel Comitato rappresentava l’Associazione Giochi Antichi – mi ero messo in contatto con Pino, che non conoscevo, e da subito mi aveva colpito il suo entusiasmo, la sua pacatezza, i toni sempre gentili e cordialità; in seguito di lui avevo imparato a conoscere e apprezzare moltissimo la sua capacità di autore, narratore e performer. Ricordo con molto affetto le sue telefonate nelle quale sapeva darmi (sempre) preziosi consigli per portare avanti l’idea del TREDESEDODESE e mi incitava a proseguire nonostante le oggettive difficoltà che incontravo via via. Non ci sono riuscito, scusami Pino.

Penso che i numerosi Assessori alla Cultura che si sono seduti nelle varie giunte sullo scranno in questione poco o nulla abbiano indagato le realtà culturali cittadine, preferendo invece assistere all’andirivieni di “richiedenti” alla ricerca di finanziamenti per le più disparate e spesso validissime iniziative culturali; naturalmente in fila mi ci metto pure io, eh! L’avessero fatto, oltre a trarne giovamento e arricchimento personale, si sarebbero tra gli altri imbattuti in Pino Carollo, autentico tesoro di creatività. Ma è andata così, Verona non ha meritato il suo talento e lui ci ha lasciato qua da soli, a lottare contro i mulini a vento.

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Pino. (Patrizia Cipriani scrive)

Se penso, le rivedo. Belle. Sottili,  agili, affusolate e morbide,  piene di forza.

Le sue mani.

Quelle che hanno dato l’anima a dipinti, oggetti, scene, sculture, macchine teatrali, burattini, marionette. Nel corso dei lunghi anni della nostra unione non ho più rivisto muovere oggetti inanimati in quel modo speciale, rendendo tutto cosa Viva.

Anche il tocco delle mani sugli strumenti musicali era speciale, dalla chitarra al contrabbasso, fino ai tanti strumenti creati per rappresentare le sue storie. Era un tocco unico che non so spiegare, ma che ti rimaneva dentro.

Mani operose, sempre in cerca di qualcosa (e dire che Pino amava scherzosamente definirsi Libero Pensatore!).  L’ho visto  innumerevoli volte usare ogni tipo di colore: Terre, gessi, olio, acrilici, acquerelli, matite, carboncino, grafite.

Pino amava progettare nel dettaglio i suoi lavori, dandone immagini nitide e precise.

Migliaia di immagini hanno descritto anche i sogni, sua prima fonte di ispirazione per le tante storie che ha creato.

E poi ha scritto, ha scritto tanto.

Nel corso del tempo l’operosità delle sue mani è stata a volte frenetica, alla ricerca dei materiali più  diversi e appropriati per rappresentare i suoi lavori teatrali: legno (tanto), colle di ogni genere, spago, stoffa, creta, pasta di legno, pellame, plastica, materiale di risulta, gelatine di ogni genere, radici, zucche, pietra, paglia e altri elementi naturali.

La passione per gli elementi che trovava in natura e che trasfigurava creativamente con la sua arte, gli è certamente derivata da tutto quello che ha vissuto frequentando i boschi dell’Alto Adige – dove era nato – nella sua infanzia.

A fargli da guida nel suo apprendistato fu la nonna materna, che lo conduceva, gerla in spalla e bastone, fino sui ghiaioni più scoscesi a stanare le vipere, intimandogli di rimanere immobile, per mostrargli come ci si doveva comportare nel caso ne avesse incontrata qualcuna lungo il suo cammino. Apprese molto anche da quella zia “mezza santa mezza stría”, custode di antiche sapienze sull’utilizzo di erbe e balsami che sapevano curare.

Le sue ultime creazioni Pino le ha fatte con i suoi studenti dell’Accademia, spingendo la sua ricerca verso il teatro delle ombre, creando effetti tridimensionali, splendidi e sorprendenti, anche qui utilizzando i materiali più diversi.

Il tocco delle sue mani era lieve, delicato ma potente. Fino alla fine.

E’ una delle cose che porterò con me.

Per sempre.

PINO 02 (1).jpg(Maurizio Gioco scrive). Ho conosciuto Pino Carollo verso la fine degli anni novanta. Nacque da subito una serie di collaborazioni che sfociarono in interventi di animazione teatrale per il Comune di Verona, nei sette musei cittadini.  Credo che fosse attratto dalla mia “istintività “  e dalle mie creazioni, che in quel periodo spaziavano dalla pittura alla realizzazione di personaggi- burattino antropomorfi con l’utilizzo di materiali naturali.

Pino era speciale nella realizzazione degli spettacoli. Iniziava a documentarsi attingendo da fonti storiche e su queste costruiva narrazioni e accadimenti, inserendo talvolta fatti quotidiani; annotava a penna, con scrittura minuscola, tutte le sequenze, che arricchiva con tantissime note.

Dava molta importanza agli oggetti da usare in scena, che caricava sempre di valore simbolico. L’attenzione verso il mondo del bambino, il sogno, la favola, erano per lui capisaldi essenziali. Mia figlia, che allora era piccola, era talmente affascinata dal suo modo di raccontare che quando ci trovavamo a passare dei momenti insieme, nella grande casa di Montorio, rimaneva incantata e non voleva nemmeno mangiare per rimanere ad ascoltarlo. Il suo mondo magico interiore si esprimeva nelle atmosfere oniriche che creava ricorrendo, spesso, ad effetti di luce. Amava la notte e il suo buio, e negli spettacoli la realizzava e animava con effetti sorprendenti. Profondo conoscitore del teatro di figura e della tradizione burattinesca ma grande innovatore, soprattutto nel linguaggio con cui cercava di parlare all’animo dei bambini.

Memorabili i suoi dolcissimi personaggi, in particolare il cagnolino Poldo. Pino ha sempre vissuto circondato da amici cani, a cui sicuramente raccontava per primi le sue storie.

Lo spessore di Pino nel mondo del teatro di figura non ha solamente avuto un rilievo locale, è stato in contatto con le personalità italiane del settore. Con Maria Signorelli (fondatrice in Italia dell’Unione Internazionale della Marionetta – Unima) ha collaborato e realizzato la più importante mostra di burattini nella nostra città, presso la Gran Guardia, nel 1997; è stato in rapporti di amicizia con Otello Sarzi, altra figura fondamentale nel teatro dei burattini.

Tra gli spettacoli che abbiamo fatto insieme mi ricordo nell’anno duemila “La storia della più vecchia cantina di Verona” ambientata sotto terra, agli Scavi Scaligeri. Il racconto finiva con un poeta che per la fame “gha fregà e magnà  una galina” e poi addormentatosi ha sognato una città meravigliosa, tutta per sé.

La scena si concludeva con Pino che, avvicinandosi, gli sussurrava nell’orecchio “Guardiamo al futuro poeta, guardiamo su in cielo, guardiamo le stelle!”.

Ciao Pino, grazie per i ricordi che ci hai lasciato…

(Andrea Materassi scrive). Ciao Pino, è stato un privilegio lavorare con te. Venivi in bottega a chiedermi cose che non esistevano ……. Poi le abbiamo fatte per chi sa e vuol vedere. Il tuo era un bisogno impellente di esprimere l’assoluto.

Ehi, Pino (Piero Angelo Ottusi scrive)

Il tuo nome mi torna alla mente nei momenti in cui mi sto divertendo con i miei attrezzi da scultore.

Mi fa sorridere. Non di labbra. Di anima.

Ti trovai su di un vecchio palcoscenico intento alle tue macchinerie da mandare in scena. Io timido nel presentarmi. Mi era stato vivamente consigliato quell’incontro da vissuti teatranti che avevano già condiviso il lavorare con te.

Ma le macchine devono dipingere una storia, un’emozione”. Mi dissero quei tuoi occhi di colore indescrivibile.

Diventammo immediatamente Lucignolo e Pinocchio.

Non ho mai capito bene chi l’uno, chi l’altro.

Nei mesi a venire iniziammo a parlare di storie che ancora storie non erano. Lasciavamo la fine alla fine . Ad un “chissà, vediamo poi”.

La sensazione di scambiarci di ruolo, ogni tanto. Una sfida leggera e garbata dettata da gesti, ascolti di colori mescolati a  profumi di legni.

Si rideva. Di risate serie.  Cose mica da ridere.

Pino Pinocchio Lucignolo,

Io me ne torno tutti i giorni nel mio laboratorio.  Prima di entrare,

chiudo gli occhi ed ascolto per un istante.

Gli odori di colle, di truciolo e cuoio sono racconti. Che sanno di te.

Che non hanno, e non cercano ancora, un finale.

Ciao Pino.

Piero.

 

 

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ALIA VOX CD, 2017

di Alessandro Nobis

Con questo suo lavoro per la prestigiosa Alia Vox (il primo era stato “Euskel Antiqua” dedicato completamente alle musiche della sua terra), il chitarrista basco Enrike Solinis, con l’ensemble da lui diretto, la combina davvero grossa: progetta di mettere fianco a fianco musiche scritte a duecento anni di distanza omogeneizzandone i suoni attraverso arrangiamenti e suoni del periodo barocco. Progetta e centra il bersaglio.

Domenico Scarlatti (1685 – 1757) vicino a Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez, 1939), a Francisco Tarrega (“Capriche Arabe” eseguito mirabilmente in solo da Enrike Solinis) e soprattutto a Manuel De Falla (quadri dal balletto “El amor Brujo”, composto nel 1915 per la danzatrice Pastora Imperia) e la musica tradizionale castigliano (il brano che apre il CD “Taranta de la Siega”).

Il programma – quattordici tracce – è stato concepito come un equilibrato mosaico dove i brani di diversa provenienza, temporale e geografica, si alternano incastrandosi alla perfezione come tessere che viste da vicino – forse – potranno suscitare qualche perplessità ai puristi ed agli ortodossi ma che viste nel loro insieme, con una visione dall’alto, costituiscono un lavoro dal valore assoluto abbattendo muri e preconcetti e regalando a noi ascoltatori una visione “barocca” a tratti orientaleggiante di uno straordinario repertorio, al quale già due personaggi come Miles Davis e Gil Evans avevano cucito un vestito dai sapori diversi ma indimenticabili (“Concierto de Aranjuez” di Rodrigo in “Sketches of Spain”, 1959).

La straordinaria voce di Marìa Josè Pérez ed il suono dell’Euskal Barrokensemble – che si avvia per scelta di repertori e brillantezza dell’esecuzione a diventare uno dei gruppi leader al massimo livello – meritano sicuramente tutta l’attenzione degli appassionati non solo della musica barocca, alzando – come si dice – l’asticella di un bel po’. Per me, anche se siamo a metà giugno, uno delle più belle creature di questo 017.

GERARDO BALESTRIERI “Covers”

GERARDO BALESTRIERI “Covers”

autoproduzione, 2017

di Alessandro Nobis

hqdefault (1).jpgUn bel giorno un musicista, autore o performer fate un po’ voi, decide di prendere un pugno di canzoni scritte da altri e di interpretarle: pausa di riflessione, segno di debolezza, una vecchia idea, finita la benzina, voglia di fare i conti con il passato (musicale) o semplicemente voglia di divertirsi e far divertire? Non lo so veramente, nel caso di Gerardo Balestrieri opto per il “divertimento”: io mi sono gustato queste dodici tracce, in loro c’è la storia della canzone d’autore italiana e non solo, inoltre la chiusura del CD con “White Rabbit” storico brani dei primi Jefferson Airplane, fa aumentare il numero si “stellette” da assegnare a questo ottimo disco.

Come in un fornito bazaar di cose musicali troviamo tutto, il meglio di tutto: ci sono le amatissime scritture di Paolo Conte (“Azzurro”), di Luigi Tenco (“Cara maestra”, “Vedrai vedrai” e “Lontano lontano”) e di De Andrè (“Un giudice”) e poi dei classici monumentali sia del jazz (e sappiamo quanto Balestrieri vi sia affezionato) a firma del “Duca” e di Gerald Markes (“All of Me”) che del rock (il Lou Reed di “Perfect Day” e i già citati Jefferson Airplane).

Attenzione, non è un qualsivoglia “mapazzone”, ma un repertorio ben studiato, interpretato in modo omogeneo da una band di rock elettrico, arcigno, sanguigno e “vero” che mi ha colpito per l’originalità degli arrangiamenti scelti che ci restituiscono in una nuova veste questi dodici standards immortali.

Mi dice il Balestrieri che questo disco esiste per il momento in sola versione “digitale”, ed è un vero peccato e pertanto gli suggerisco – e sono convinto di non essere il primo a farlo – di appoggiarsi al crowfunding per realizzarne una copia “fisica”. Ne vale la pena, vista la sua bellezza. Io parteciperei alla raccolta.