JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

BASF RECORDS. 3LP, 1971

di alessandro nobis

Il leggendario “The Trio” ha lasciato purtroppo poche tracce discografiche ufficiali alcune più conosciute altre meno, come le due riportate nel triplo ellepì “Ossiach Live” registrato al festival · che oggi definiremmo di world music · che si tenne nell’estate del 1971 nella cittadina della Carinzia con un incredibile cartellone con tra gli altri Weather Report, Friedrich Gulda, Tangerine Dream e Pink Floyd.

Due i brani riportati come dicevo, poco più di una trentina di minuti che sono però sufficienti a comprendere bene la portata della proposta musicale di John Surman, Barre Phillips e Stu Martin.

Il primo è un lunga composizione (ventitrè minuti che occupano l’intera quinta facciata del disco) scritta ed arrangiata dal pianista George Gruntz, ovvero “Maghreb Suite” che lascia comunque lo spazio per l’improvvisazione dei singoli all’interno del brano stesso: la genialità sta nel fatto che la line·up affianca musicisti con una cultura musicale di stampo occidentale (i tre citati sopra assieme allo stesso Gruntz qui al Fender Rhodes, a Jean Luc Ponty ed alla vocalist tedesca Limpe Fuchs) a musicisti nordafricani come Jelloul Osman (mezoued, una cornamusa algerina e tunisina), Moktar Slama (zoukra, una cornamusa libica con due chanter ma senza sacca), Salah El Mahdi (nay, flauto mediorentale) e Hattab Jovini (tabla, darabukka). Due mondi straordinari che incontrano e dialogano, quello del jazz europeo e quello della tradizione nordafricana, strumenti etnici vicini a quelli dell’idioma jazzistico, una valanga di suoni sia quando descrivono il mondo etnico (intorno al minuto sette, per esempio), sia quando tutto viene ricondotto al jazz (dal mezoued che cede il passo al Rhodes ed al contrabbasso di Phillips, minuto dieci o del solo di Ponty sul finire della suite). Bellissimo progetto.

Il secondo brano (oltre otto minuti, sulla sesta facciata in compagnia dei Weather Report – https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/10/24/weather-report-live-in-austria-71/ – ) vede protagonista la potenza espressiva di The Trio con Stu Martin che apre le danze di “Off Dear” seguito dal contrabbasso di Barre Phillips e dal baritono di Surman; che dire ancora di questo piccolo combo se non che nella storia del jazz europeo · e non solo, lasciatemelo dire · ha rappresentato una luce tra le più luminose che ha ispirato molti jazzisti ad intraprendere la via del jazz più libero se non dell’improvvisazione più pura? Del resto basta guardare le imprese musicali di Phillips e Surman (purtroppo Martin ci ha lasciato troppo presto) per capire con il senno di poi il loro segno indelebile.

A mio parere comunque “Off Dear” probabilmente non è l’unico brano che The Trio ha suonato ad Ossiach e mi piacerebbe retoricamente sapere dove siano finiti i nastri con le registrazioni di questo importantissimo festival ……

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WEATHER REPORT “Live in Austria ’71”

WEATHER REPORT “Live in Austria ’71”

WEATHER REPORT “Live in Austria ’71”

Equinox Records. 2CD, 2022

di alessandro nobis

Quasi certamente queste registrazioni dal vivo sono cronologicamente le prime disponibili dei Weather Report ed appartengono alla tourneè di promozione dei loro primo epocale disco pubblicato nel febbraio del 1971 (il giorno 16, per dovere di cronaca). La line-up è quella con Miroslav Vitous, Alphonse Mouzon e Dom Un Romao oltre naturalmente alle due travi portanti Wayne Shorter e Joe Zawinul che lo aveva registrato (alle percussioni vi era però Airto Moreira al posto di Romao) e del quale ben cinque brani sono qui riproposti in chiave live ovvero con parecchi quanto notevolissimi momenti improvvisativi, una delle caratteristiche più importanti di questa prima fase dei Report. L’idea iniziale del W.R. era dunque quella di sviluppare una visione che sebbene nascesse dalle innovative idee del Miles Davis elettrico portasse un maggior sviluppo della parte ancor più creativa e quindi libera rispetto alla svolta che Davis seppe dare per primo al jazz ispirando così la nascita di una serie di gruppi i cui componenti erano passati dalla sua scuola.

Il doppio cd riporta il concerto che il quintetto tenne al Internationales Musikforum, Stiftshof di Ossiach, cittadina austriaca della Carinzia, che si tenne tra il 25 giugno e il 5 luglio del 1971, festival organizzato dal pianista Friedrich Gulda e che in cartellone ospitava nientemeno che i Pink Floyd, il trio Surman · Phillips · Martin ed i Tangerine Dream tra gli altri; il festival portò come possiamo immaginare grande scompiglio tra i residenti nella piccola cittadina alpina non abituata alla presenza di un numero enorme di persone soprattutto per i numerosi hippies là convenuti per il concerto dei Pink Floyd, tant’è che il festival nelle edizioni successive si tenne a Viktring.

Nel triplo ellepì edito dalla tedesca BASF Records nello stesso anno i compilatori inserirono uno dei brani che i Weather Report suonarono, ovvero una lunga versione di “Eurydice” di oltre 14 minuti (nella scaletta si riporta “Umbrellas” ma si tratta come detto in effetti di “Eurydice“, errore imperdonabile, e ci sono altre imprecisioni, di chi ha curato la pubblicazione questo CD); qui la qualità della registrazione è onestamente inferiore ma comunque apprezzabile (non si tratta delle registrazioni ufficiali BASF ma piuttosto di audio tratto da video o da trasmissioni radiofoniche), quello che conta è ovviamente la musica che ci regala un importante momento dello sviluppo di Zawinul & Co.. Le significative esecuzioni di “Morning Lake“, “Waterfall” e dell’allora inedito “Firefish” sono il punto di partenza dell’esperienza Weather Report che più avanti grazie soprattutto al genio di Zawinul cercherà in modo del tutto originale di combinare il jazz elettrico ai suoni provenienti dalle più diverse musiche etniche. Ma questa è un’altra storia, per ciò che mi riguarda i primi anni del gruppo resteranno nella storia del jazz per l’originalità del progetto e per la perfetta comunità di intenti dei cinque componenti.

COLOSSEUM “Live!”

COLOSSEUM “Live!”

COLOSSEUM “Live!”

Bronze Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Beh, dovessi scegliere il doppio ellepì registrato dal vivo che più ho ascoltato ed amato (e ascolto e amo tuttora) dagli anni della mia adolescenza ovvero da una cinquantina di anni, questo è il “Live” dei Colosseum, in cima alla montagna. E pensare che i musicisti non erano del tutto convinti di pubblicare quei nastri registrati all’Università di Manchester ed al Big Apple di Brighton nel marzo del ’71, ma le cose andarono per nostra fortuna diversamente e la Bronze Records (e la Warner Bros. negli USA) consegnarono alla storia della musica rock questo luminosissino diamante. Scusate la retorica ma veramente questo è uno straordinario disco, la band è all’apice della creatività, la line-up è quella fantastica con Chris Farlowe alla voce, Dave “Clem” Clempson alla chitarra, con John Hiseman alla batteria, Dick Heckstall-Smith ai fiati, Dave Greenslade all’Hammond e Mark Clarke al basso, il repertorio è la visione musicale live dei Colosseum, un rock ad alto tenore energetico intriso di blues con ampio spazio al jamming che sviluppa grandemente i brani del repertorio. Basta ascoltare la progressione di hammond e il dialogo con la chitarra di “Lost Angeles”, composta dopo una permanenza californiana a “Los Angeles” (di Farlowe, Hiseman e Heckstall · Smith) o la potenza interpretativa della voce di Chris Farlowe ed il lunghissimo solo di Clempson in “Skeglinton” di Clampson e Hiseman, brani che occupano ciascuno una facciata di questo doppio ellepì. Altre due perle che “raccontano” della formazione musicale dei membri dei Colosseum sono il celeberrimo brano di T·Bone Walker “Stormy Monday Blues” in delle più convincenti e vigorose versioni in assoluto, la prima parte più simile all’originale e quella centrale con una jam tra Clempson, Farlowe e Heckstall · Smith e la splendida rilettura di “Walking in the Park” composto dall’organista e scopritore di talenti Graham Bond nella cui Organ·Isation molto di quello che riguardo il cosiddetto British Blues ebbe inizio a cavallo del ’60.

Nella versione in CD pubblicata nel 2004 è riportato anche un brano di James Litherland, “I’Can’t Live Without You” (presente nell’antologia “The Collector’s Colosseum”).

Disco memorabile a mio avviso: miracolo irripetibile? Macchè, i due Live registrati nel ’94 a Colonia e pubblicati l’anno seguente stanno lì a testimoniarne un altro, stessa energia, scaletta molto simile, stessa band ancora al “top”: due Cd che testimoniano la chiusura di un’epoca, ed il seguente “Bread & Circuses” del 1997 è la prova del cambiamento. Ne parleremo.

DOC WATSON · MERLE WATSON “On Stage”

<strong>DOC WATSON · MERLE WATSON</strong> “On Stage”

DOC WATSON · MERLE WATSON “On Stage”

Vanguard Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Il primo disco di Doc Watson non si scorda mai: doppio ellepì, edizione francese, adrenalina pura. Come molti, credo, sono arrivato al chitarrista di Stoney Fork – e a molti altri – ascoltando e ri-ascoltando il libro sacro del folk americano, quel triplo ellepì dall’immenso valore musicologico che risponde a nome di “Will the Circle Be Umbroken” dove Watson interpreta tra le altre una strepitosa “Tennessee Stud” di Jimmy Driftwood e “Wabash Cannonball” con Earl Scruggs tra gli altri.

Tra i numerosi concerti che nel ’70 Watson Tenne con il figlio Merle ci sono quelli newyorkesi, alla Town Hall ed alla Cornell University che in parte vennero pubblicati appunto in un doppio ellepì dalla Vanguard l’anno seguente (nel 1990 vennero pubblicati in CD, dove per mancanza di spazio dovettero rinunciare a “Movin’ On”.

E’ un florilegio della chitarra acustica e senza dover dir nulla sul perfetto stile chitarristico dei due Watson bisogna certamente rilevare la complicità e la perfetta sintonia tra padre e figlio, figlia sì di numerosi concerti ma soprattutto delle ore passate a suonare nella casa del North Carolina assieme alla “Watson Family” che tanto ha dato alla diffusione del patrimonio folklorico di quella parte degli States. “On Stage” è un po’ un viaggio attraverso l’America rurale fatta di piccoli centri e di comunità molto legate, qui ci sono venticinque brani che la descrivono tra brani originali, tradizionali e riletture di spartiti altrui. Ci sono naturalmente “storie” di treni come il classico “Wabash Cannonball” e “The Wreck of 1262” accreditata come tradizionale ma in realtà scritta da Carson Robinson che racconta dell’incidente ferroviario del 29 novembre del 1929 dovuto alla rottura dei freni, c’è “Banks of Ohio” (una murder ballad che racconta di un omicidio compiuto nel 19° secolo) e voglio ricordare anche un brano dei Delmore Brothers (“Brown’ Ferry Blues“, erroneamente segnato come tradizionale), uno di Mississippi John Hurt (“Spikedriver Blues“) ed una composizione di Doc Watson, “Southbound”, anche titolo del suo splendido album del 1966.

Un disco che non dovrebbe mancare nella collezione di ama e suona la chitarra acustica e di chi ama il folk americano. Se poi siete dei completisti allora certo è che non vi mancherà; in questo caso riposizionatelo sul vostro giradischi e riascoltatelo.

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

Columbia Records. LP 1971

di alessandro nobis

Gran chitarrista e ottimo compositore, David Bromberg ha sempre saputo stare in perfetto equilibrio tra la tradizione acustica e l’elettrificazione della musica americana, ed è per questo che ho sempre seguito e grandemente apprezzato la sua cinquantennale carriera nella quale ha registrato alcuni dischi che modestamente considero dei capisaldi di “Americana” (questo disco d’esordio, “Wanted Dead or Alive“, “Demon in Disguise” o il doppio live “How late’ll ya play ‘til” e ancora “Try me one more time” eccetera eccetera ….).

Naturalmente qui spiccano i due brani dove Bromberg suona con l’amico Norman Blake (e la foto nell’inserto la dice lunga sul rapporto tra i due), ovvero quelli registrati a Nashville: “The Boggy Road To Milledgeville (Arkansas Traveler)“, due chitarre (e che chitarre!) con il contrabbasso di Randy Scruggs per uno dei brani pià amati da Blake & C. e soprattutto “Lonesome Dave’s Lovesick Blues #3” con una sorta di Dream Team che prevede John Hartford al banjo, Norman Blake alla chitarra, Randy Scruggs al contrabbasso, Richard Grando al sassofono (e la presenza del sax in questo brano indica in modo chiarissimo l’idea di Bromberg ovvero quella di uscire dall’ortodossia di certo folk americano per cercare un nuovo suono, idea che si capisce anche dai musicisti scelti), Vassar Clements al violino e Tut Taylor al dobro.

Il “resto” è grande musica, dai brani originali registrati con la band elettrica come “Suffer To Sing The Blues” con l’armonica di Will Scarlett (lo ricordo ai tempi dei primi Hot Tuna) o acustici come “Pine Tree Woman” con Steve Burgh al basso o ancora i tradizionali “Mississippi Blues” (registrata anche nel 1940 da Blind Willie McTell) e “Dehlia” di Jimmie Gordon (che la registrò nel ’39).

Un disco d’esordio davvero interessante che ha aperto la carriera solista di Bromberg, carriera che prosegue ancora oggi più dal vivo che in studio; ho avuto la fortuna di apprezzare la sua musica in un paio di occasioni a Vicenza, grande emozione e grande comunicazione di questo musicista di Philadelphia, classe 1938. I due cammei di Norman Blake poi sono un vero e proprio valore aggiunto, mi domando se quelle session a Nashville sono ancora in qualche cassetto della Columbia: perchè non pubblicarle?

PAPA JOHN CREACH

PAPA JOHN CREACH

“Papa John Creach”

Grunt Records FTR 1003. LP, 1971

di alessandro nobis

Grace Slick, Carlos Santana con Greg Rolie e Dave Brown, Jack Casady e Jorma Kaukonen, Jerry Garcia, John Cipollina, Paul Kantner, Joey Covington, Pete Sears sono i musicisti che hanno collaborato alla registrazione di questo primo disco solista del violinista Papa John Creach (1917 – 1994), al tempo membro dei Jefferson Airplane e degli Hot Tuna e con un brillante passato nel mondo del jazz e del blues dove ebbe modo di suonare con Big Joe Turner e T-Bone Walker tra gli altri, fino a quando nel ’70 entrò a far parte dei J.A. con i quali registrò i tre dischi prodotti dalla Grunt Records (“Bark“, “Long John Silver” e “Thirty Seconds over Winterland“) e “Jefferson Airplane” (la reunion dell’88), dei Jefferson Starship (“Dragon Fly“, “Red Octopus“, “Sunfighter” e “Baron Von Toolboth …..”) e degli Hot Tuna (“First Pull Up …” e “Burgers). E’ lapalissiana la considerazione che PJC godeva nell’ambiente westcoastiano a cavallo del 1970, tutti corrono a dare il loro contributo e quello che ne esce è, forzatamente, un disco eterogeneo dal quale però emergono pienamente sia il suo talento come violinista e come cantante che le personalità degli ospiti: “Plunk a Little Funk“, “String Jet Rock” e “Everytime i hear her name” (con sezione fiati) sono in pratica brani degli Hot Tuna (il gruppo è al completo), splendidi anche “Soul Fever” con Garcia alla chitarra e l’hammond di Rolie ma altrettanto interessanti ho trovato il super classico “St. Louis Blues” e “Over the Rainbow” (il passato di Creach che ritorna) e “Down Home Blues” con Carlos Santana alla chitarra e Doug Rauch (della band del chitarrista) al basso.

Su tutto, come detto, la classe cristallina di Papa John Creach che finalmente esprime tutta la sua tecnica e la sua vitalità. Un bel disco, probabilmente il suo più significativo. Non credo, infine che sia stato ristampato in CD.

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

HOT TUNA “Historic Hot Tuna”

Relix Records. LP, CS. 1985

di alessandro nobis

Nel 1985 l’etichetta neworkese Relix pubblica questo vinile (disponibile nei colori rosso, giallo o verde) dedicato ad uno dei più significativi gruppi della Bay Area, gli Hot Tuna di Jorma Kaukonen, Jack Casady, Papa John Creach e Sammy Piazza. Le registrazioni risalgono al 1971 e provengono da registrazioni di due trasmissioni radiofoniche della stazione KSAN-FM.

La prima facciata riporta la registrazione di una trasmissione del 30 aprile, tre brani per i quali il quartetto adotta un suono semi-acustico, più rilassato e più adatto all’occasione: si tratta di “Been So Long” scritto da Jorma, di “Search My Heart “, lo standard di Rev. Gary Davis autore tra i più apprezzati da Kaukonen ed il tradizionale “True Religion” (che aprirà lo splendido terzo disco “Burgers” del ’72) cavallo di battaglia degli Hot Tuna che ancora oggi interpretano dal vivo. Magnifica performance, registrazione buona superata però dalla qualità della musica, superba.

La seconda facciata è in realtà una selezione di tre brani estratti dal set del 3 luglio 1971 al Fillmore West (suonarono prima dei Quicksilver Messenger Service) in occasione della sua chiusura, concerto in seguito pubblicato dalla benemerita Keyhole Records nel 2014 in un doppio CD del quale a margine di questo articolo pubblico la scaletta. I tre brani trasmessi sempre dalla stazione KSAN-FM provengono dagli archivi della Bay Area Music e sono alcuni classici del “Tonno Caldo” ossia “Rock Me Baby” (brano registrato per la prima volta nel ’64 da B.B.King), “Want You To Know” della premiata ditta Casady – Kaukonen presente sul secondo disco ufficiale “First Pull Up, Then Pull Down” e la rilettura elettrica del brano di Lightnin’ Hopkins “Come Back Baby“, anche questo presente sull’ellepì citato. Il suono è quello classico dei Tuna “elettrici”, con Casady (uno dei migliori bassisti della storia del rock) e Kaukonen in grandissima forma e con il brillante violino di John Creach, tre Jefferson con il supporto del preciso drumming di Sammy Piazza.

Hot Tuna: meglio la versione acustica, quella semi-acustica o quella elettrica che da qui ad un paio di anni si svilupperà (“Yellow Fever” è del ’75, “Hoppkrov” del ’76, “America’s Choice” del ’75 e parte di “Double Dose” del ’78 sono lì a testimoniare la “terza” scelta)?

Personalmente non ho alcun dubbio e non salomonicamente ma convinto faccio la mia scelta: tutte e tre!

O no?

FILLMORE WEST, 3 LUGLIO 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

English Version (Google Translator)

In 1985 the New York label Relix released this vinyl (available in red, yellow or green) dedicated to one of the most significant bands in the Bay Area, Jorma Kaukonen’s Hot Tuna, Jack Casady, Papa John Creach and Sammy Piazza. The recordings date back to 1971 and come from recordings of two radio broadcasts of the KSAN-FM station.

The first side shows the recording of a broadcast of  April 30, three songs for which the quartet adopts a semi-acoustic sound, more relaxed and more suitable for the occasion: it is “Been So Long” written by Jorma, of “Search My Heart “, the standard of Rev. Gary Davis author among the most appreciated by Kaukonen and the traditional “True Religion” (which will open the splendid third album “Burgers” of ’72) workhorse of Hot Tuna who still today interpret live. Magnificent performance, good recording but surpassed by the quality of the music, superb.

The second side is actually a selection of three songs extracted from the set of July 3, 1971 at the Fillmore West (they played before the Quicksilver Messenger Service) on the occasion of its closure, a concert later released by the well-deserving Keyhole Records in 2014 on a double CD of the which on the sidelines of this article I publish the song list. The three songs also broadcast by the KSAN-FM station come from the Bay Area Music archives and are some classics: “Rock Me Baby” (song recorded for the first time in ’64 by BBKing), “Want You To Know” by the award-winning company Casady – Kaukonen present on the second official album “First Pull Up, Then Pull Down” and the electric rereading of Lightnin ‘Hopkins song “Come Back Baby”, also present on the aforementioned LP. The sound is that of the classic “electric” Tuna, with Casady (one of the best bassists in rock history) and Kaukonen in great shape and with John Creach’s brilliant violin, three Jeffersons with the support of Sammy Piazza’s precise drumming.

Hot Tuna: better the acoustic version, the semi-acoustic one or the electric one that will develop within a couple of years (“Yellow Fever” is from ’75, “Hoppkrov” from ’76, “America’s Choice” from ’75 and part of “Double Dose” of ’78 are there to witness the “third” choice)?

Personally I have no doubts and not solomonically but convinced I make my choice: all three!

Or not?

FILLMORE WEST, 3rd July 1971

THAT’LL NEVER HAPPEN NO MORE

HOW LONG

CANDY MAN

NEW SONG FOR THE MORNING

KEEP YOUR LAMPS TRIMMED AND BURNING

UNCLE SAM BLUES

JOHN’S OTHER

ROCK ME BABY

BABE I WANY YOU TO KNOW

KNOW YOU RIDER

BEEN SO LONG

COME BAK BABY

FEEL SO GOOD

HISEMAN · BRUCE · SURMAN “Le session del 1971 · 1978”

HISEMAN · BRUCE · SURMAN “Le session del 1971 · 1978”

“Le session del 1971 · 1978”

di alessandro nobis

Dall’officina musicale di Graham Bond, a partire dai primissimi anni sessanta, sono uscite le migliori menti che hanno saputo miscelare sapientemente il blues, il rock ed il jazz senza specificare “britannico” perché il valore di molta di questa musica è, o almeno lo ritengo personalmente, globale. Non tutto è stato pubblicato su dischi specifici, molto è rimasto negli archivi anche della BBC ma molti dei lavori sono rimasti come dicevo nella storia della nostra musica.

Le session negli studi di registrazione della BBC tra John Hiseman, Jack Bruce e John Surman sono state due a quel che mi risulta, senza nessuna post produzione e realizzati specificatamente per essere mandati in onda dall’emittente di stato britannica. Non sappiamo se oltre a questi 45 minuti ci sia dell’altro, ma comunque si tratta di sei brani pubblicati nel 2008 dalla Polydor nel triplo cofanetto “Spirit: Live at BBC” dedicato al bassista e compositore Jack Bruce del quale ne costituiscono la parte decisamente più interessante per i cultori del jazz; questa è una formazione che non può non ricordare quella del trio formato da John Surman, Barre Phillips e da Stu Martin che registrò nel 1970 il capolavoro del free europeo “The Trio”.

La prima session risale come detto del 1971, il 10 agosto per la precisione, e venne trasmessa dalla BBC per la trasmissione “Jazz in Britain” in due parti, il 31 dello stesso mese ed il 23 febbraio dell’anno seguente; tre i brani registrati scritti da Jack Bruce, ovvero “Jack’s Gone”, “Clearway” e “Powerhouse Sod”. Si tratta di due splendide improvvisazione improntate sulle frasi del basso elettrico, molto energetiche dove nella prima emerge la straordinaria musicalità e capacità di John Surman e la seconda aperta dal drumming di John Hiseman come noto caratterizzata da grande energia e tecnica sul quale si innestare le creazioni del baritono, ed anche il solo del batterista è una prova evidente dello stile di Hiseman sempre legato al rock ma in grado di suonare anche dell’ottimo jazz e di “Powerhouse Sod”, introdotta da basso e voce, è un brano più strutturato degli altri almeno nelle parti cantate dove Surman fa da contraltare a Bruce; questo brano entrerà in seguito nel repertorio di West, Bruce & Laing e registrato nel disco “Live ‘n’ Kickin’” del 1974, questo per la storia.

I tre si reincontrano nel 1978, il 26 di giugno, e registrano altri tre brani, tre improvvisazioni intitolate “Fifteen Minutes Part Three”, “Ten To Four” e “Twenty Past Four”, forse gli orari delle registrazioni, e vennero mandate in onda il 4 di settembre. Tre momenti di musica spontanea nelle quali  le sonorità di Surman assumono toni quasi lirici con il sax soprano e con il baritono, quasi ad anticipare le melodie ECM con le quali delizierà il palato dei suoi non pochi estimatori e con il poderoso ed incisivo basso elettrico di Jack Bruce che propone uno splendido solo accompagnato inizialmente dai piatti di Hiseman il cui apporto rimico svela la sua dimensione jazzistica. Sono tre mondi musicali diversi solamente in apparenza ed uniti da comuni origini, la conoscenza ed il rispetto reciproco mi sembrano assoluti e lo dimostra un attento ascolto di questi sei brani nei quali il linguaggio improvvisativo si esprime a livelli di eccellenza.

Musica di grande valore, un vero peccato che nessuno si sia preso la briga di pubblicare come disco questi 45 minuti.

JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

Rounder Records. CD, (1971), 2002

di alessandro nobis

Sono cinquant’anni che le straordinarie session di John Hartford, Vassar Clements, Tut Taylor e Norman Blake furono registrate: in parte vennero pubblicate nel ’71 in “Areo Plain” con la (prima) produzione di David Bromberg, alcune sono state perse ed una terza parte sono contenute in questo CD immesso sul mercato dalla Rounder in occasione del trentennale del “Disco Madre” e che contiene brani incisi tra il ritorno di Hartford a Nashville e la realizzazione di “Morning Bugle”. Qui troviamo brani che avrebbero dovuto essere su Aero-Plane, qualche “cut” di John  Hartford e qualche standard di bluegrass suonata dalla Aeroplane Band ed alle registrazioni parteciparono, oltre naturalmente ad Hartford, Norman Blake, Tut Taylor, Vassar Clements ed un efficacissimo e quadrato Randy Scruggs al contrabbasso.

Tra i brani più interessanti ci sono le rilettura di un brano di Jimmie Skinner (“Doin’ my time”) del quale segnalo una superlativa versione della Seldom Scene di Mike Auldridge, e di uno di Jimmie Davis (“Where the old red driver flows”) registrato nelle sessions prodotte da Bromberg e che qui ha l’onore di aprire il disco; gli altri brani sono tutte composizioni di John Hartford e di Tut Taylor, del primo ricordo “Dig a Hole” con un notevole arrangiamento vocale e lo splendido violino di Hartford (Clements qui non c’è) e soprattutto “Presbyterian Guitar” con Taylor alla mandola, Blake al mandolino, Clements al mandocello e Scruggs al contrabbasso, brano introspettivo del giugno del ’71 che esalta la bravura e l’interplay dei musicisti. In puro stile Hartford c’è infine “The Vamp From Back in the Goodie Days” con il violino che guida sull’appoggio del banjo, della chitarra e del dobro.

Non credo sia particolarmente difficile procurarsi questo CD, se avete già “Aero-Plain” questo è il suo il lavoro complementare, di grande bellezza e del notevole valore storico visto che già mezzo secolo è passato.

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)