FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

Tree of Life Productions. CD, 2019

di alessandro nobis

Nel “radar” del promoter Gigi Bresciani da quando nell’87 pubblicò l’ottimo esordio “Repairs & Alterations” per la Run River Records, la songwriter inglese Felicity Buirski un paio di anni or sono ha pubblicato questo ottimo “Committed to the Fire” a conferma del suo talento nella scrittura, nel modo di porgere la sua musica e nelle scelte timbriche che valorizzano la sua brillante e delicata ma decisa voce.  In realtà le registrazioni risalgono a più di una decina di anni or sono e la loro pubblicazione fu procastinata a causa di un grave incidente automobilistico che ebbe una forte influenza sulla vita e quindi sulla carriera di Felicity Buirski.

Ascoltando il suo songwriting mi pare chiara l’influenza di Leonard Cohen sul suo modo di scrivere musica, e lo stesso Cohen rimase impressionato non tanto da questo, ma piuttosto dalla qualità delle canzoni che in modo ahimè così parco – per noi estimatori – escono dalla sua penna: il valzer di “TheMutual Sigh” racconta la battaglia perenne tra i sessi, risalente al giardino dell’Eden, chiedendone il suo termine e finalmente la parità, “Like a Phoenix” racconta attraverso una metafora della morte, del salvamento e della resurrezione, il brano di apertura “Collision of Desire” con un ruolo importante della chitarra slide di Micheal Klein è una canzone d’amore, il brano eponimo che chiude questo ottimo lavoro è una ballata acustica con una bella melodia il cui testo mistico racconta della resa, dell’abbandono nelle mani di Dio e della Fede in attesa della rinascita spirituale.

Ora che presto sarà possibile ascoltare finalmente musica dal vivo, attendiamo il suo ritorno nei club e nelle rassegne e festival italiani. Il più presto possibile.

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

Voiceprint Records. CD, 2018

di alessandro nobis

Anche se qui non c’è il “Dream Team” al completo del leggendario doppio ellepì live del ‘71 (qui il chitarrista Clem Clempson è la voce solista, Chris Farlowe entrerà nella band pochi mesi dopo questo tour europeo), l’energia di John Hiseman e compagni è ai livelli più alti, le versioni dal vivo dei brani lasciamo ampio margine di libertà all’indiscussa classe del quintetto che nei pochissimi anni di vita ha saputo disegnare un percorso che partendo dalle idee di Graham Bond si è arricchito soprattutto nella dimensione live di un rock poderoso con le radici nel British Blues ed i rami più lunghi verso atmosfere più raffinate e colte con aperture anche al jazz che in quegli anni in Inghilterra viveva momenti di straordinaria creatività.

Questo CD della Voiceprint restituisce il set dei Colosseum alla prima edizione del festival finnico di Ruisrock (vi parteciparono tra gli altri gruppi locali anche i Family) con un repertorio che include alcuni dei loro brani più significativi come “Walking in the Park”scritta da Graham Bond che chiude il disco, i due tratti da “The Grass is Greener” versione americana di Valentyne Suite ovvero “Rope Ladder to the Moon” e “Lost Angeles”. La prima con un brillante solo di Heckstall-Smith con due sax (lo stile di Roland Kirk, suo idolo) la seconda introdotta dal vibrafono di Dave Greenslade e con la chitarra di Clem Clempson in gran spolvero supportato dal basso di Mark Clarke, e il lungo assolo al cambio di tempo la dice lunga su quanto questo chitarrista sia stato sottostimato; intriso di blues e di jazz il solo di Greenslade all’organo hammond e straordinario per la poliritmia e l’energia quello di John Hiseman in “The Machine Demands a Sacrifice”, una delle parti di “Valentyne Suite” tratta dall’omonimo album dei Colosseum, senz’altro quello più conosciuto.

Registrazione più che accettabile, di questo album ne esiste anche una stampa curata dalla Tiger Bay Records.

Disco interessante, fa capire l’evoluzione che avrà la band con l’ingresso di Chris Farlowe che lascerà un maggiore e più adeguato spazio a Clempson ed alla sua chitarra.

DALLA PICCIONAIA: UN PAESE A SEI CORDE edizione 2021

DALLA PICCIONAIA: UN PAESE A SEI CORDE edizione 2021

DALLA PICCIONAIA: UN PAESE A SEI CORDE 

“16aedizione, 21 maggio – 12 settembre 2021”

di alessandro nobis

Ha preso il via il 21 maggio con la conferenza stampa di presentazione l’edizione 2021 della bella rassegna “Un Paese a Sei corde”, ormai un appuntamento imperdibile per gli appassionati della chitarra acustica e quindi anche “classica” che si tiene nelle province di Novara, Vercelli e Verbania. Una rassegna itinerante partita nel 2006 organizzata dall’Associazione La Finestra sul Lago di San Maurizio d’Opaglio (Novara) sulle sponde del bellissimo Lago d’Orta e che sempre più si è inserita in contesto sinergico con le piccole realtà turistiche e questo grazie all’idea di ospitare i concerti in luoghi culturalmente significativi delle numerose piccole comunità che caratterizzano l’ampia area nella quale questa rassegna nomade si tiene. Una formula vincente che molte delle piccole / grandi rassegne cercano di applicare spesso con risultati eccellenti; in più “Un Paese a Sei Corde” ha un occhio di riguardo all’aspetto dell’impatto ambientale – nei termini di risparmio energetico e di minima produzione di rifiuti – ed alla sicurezza del lavoro. Ma al di là di questi importanti aspetti fiore all’occhiello della rassegna, il piccolo ma compatto gruppo di organizzatori ha allestito un programma di tutto rispetto ottimizzando le risorse economiche a disposizione, senza i grandi nomi del chitarrismo internazionale ma con invece ottimi musicisti meno conosciuti con i loro repertori classici, di nuova composizione o legati alle tradizioni della chitarra acustica o classica che sia (non mi garba questa distinzione ma tant’è). Quaranta artisti per una ventina di appuntamenti tra le provincie di Verbania, Novara, Vercelli e Mendrisio (nella limitrofa Confederazione Elvetica, sede dello sponsor Schertler Group), curati per ciò che concerne la chitarra classica dal Maestro Francesco Biraghi che ha seguito anche la preziosa sezione chiamata “Chitarra femminile Singolare” e da Davide Sgorlon per la sezione “Volare in Alto”.

Il programma particolareggiato della rassegna si può consultare sul sito, pertanto vi segnalo solo alcuni degli appuntamenti in cartellone: domenica 13 giugno a Casalino (Parco del Castello) un chitarrista (Francesco Biraghi) e tre chitarriste (Maria Vittoria Jedlowski, Emma Baiguera e Fabiana Miglietti) attraverseranno il repertorio classico, giovedì 11 agosto, a Mendrisio presso il Museo d’Art alle 20:00, doppio appuntamento con il fingerpicking grazie a di Giovanni Ferro, apprezzato strumentista e compositore veronese ed al partenopeo Giovanni Seneca, autore fin qui di sei album, il 31 luglio a Guardabosone sarà la volta della bravissima Eleonora Strino ed Emanuele Cisi.

Una rassegna che nel tempo si è guadagnata un posto nelle più interessanti e prestigiose rassegna per chitarristi anche grazie agli eventi collaterali che ospita come l’esposizione di liuteria ad Ameno che chiude la rassegna o la presentazione del volume di Manuel Consigli “La mappa segreta del chitarrista felice” che venerdì 21 maggio l’ha inaugurata.

Come detto, per i particolari consultate il sito qui sotto riportato perché la rassegna è anche un’ottima occasione per conoscere angoli del nostro Paese a pochi conosciuti.

www.unpaeseaseicorde.it

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

DALLA PICCIONAIA: MICHAEL “BLACKSMITH” COWELL

Mena, Arkansas ( ..… – 1935)

di alessandro nobis

C’è una busta ingiallita dal tempo in cima alla scaffalatura dedicata allo Stato dell’Arkansas a Washington, alla Biblioteca del Congresso; è una busta voluminosa custodita gelosamente in una scatola assieme a fotografie di famiglia e di ambiente, contratti di proprietà agricole ed immobiliari, un registro delle nascite e delle morti, documenti contabili della famiglia MacFarland e del loro emporio. E’ il risultato delle ricerche condotte per una vita intera da tale Frank MacFarland, residente nella contrada di Mena e studioso della storia della Contea di Polk – qualcuno lo definirebbe “localista” – che dedicò il suo poco tempo libero a ricostruire la vita del paese dove la sua famiglia si era trasferita dalla costa est due generazioni prima e dei personaggi che lo popolarono, o almeno di quelli che qualcosa di interessante avevano fatto o detto. Mena ed Hatfield erano – e lo sono ancora – due piccoli centri non lontani dal confine con l’Oklahoma attraversati da una rotabile frequentemente percorsa soprattutto a cavallo del 1900 per via di un ponte coperto sul Mountain Fork che collegava i due Stati. Ma, e vengo al dunque, oltre ai documenti descritti prima donati alla Library of Congress dalla vedova MacFarland, nella busta si trovano due manoscritti che riportano frammenti di altrettanti canti, forse due worksongs e due spirituals probabilmente raccolti e trascritti con discreta precisione – anche se la firma è pressoché illeggibile – dal pastore battista di Hatfield direttamente dalla voce dell’informatore Micheal “Blacksmith” Cowell di professione fabbro, almeno così si legge in altro foglio di piccole dimensioni. Cowell era un afroamericano, la data della sua morte riportata sulla nuda pietra tombale riporta la data del 1935 ma non quella di nascita, che aveva proseguito l’attività del padre – nato schiavo in uno Stato schiavista – in un’officina sulla Main Street ai margini dell’abitato di Hatfield; nella busta c’è anche una foto, forse ritrae lui, forse il padre, non ci sono annotazioni o date, resta – e resterà fitto – il mistero.

Non è difficile immaginare Cowell che canta a piena voce rabbiosamente seguendo il ritmo del maglio della sua officina, e nemmeno immaginare il Pastore che si ferma ad ascoltare ed a cercare di trascrivere i versi di quei canti che, come da prassi nella musica “orale” cambiavano a seconda dell’umore di chi li cantava.

Sul primo foglio l’incipit è “One of these mornings” ed i primi dei pochi versi trascritti sono “Thank God Almighty we are free at last / I am gonna put on my two wings and try to fly”, sembra una lezione diversa di “Free at last” del repertorio del “Freedon Trail”, ovvero del percorso verso la libertà che gli schiavi cercavano di seguire per ottenerla negli stati del nord, percorso che veniva chiamato anche “The Underground Railroad”. Sul retro due versi che recitano “No more auction block for me, non more, no more /No more auction block for us, many (hundreds) gone” probabilmente riferito alla messa all’asta degli schiavi nelle piazze dei mercati. Il secondo foglio, con vistose macchie nerastre che ricoprono quasi completamente il testo su un lato, sono riportate poche parole, sembra “Pay me or go to jail / Pay me, pay me” una work song probabilmente, forse la stessa “Pay me” che Alan Lomax raccolse a metà del ‘900 da un portuale a Savannah, Georgia mentre sul secondo lato, più leggibile, è quasi certamente stato trascritto un canto di lavoro dei lavoratori neri delle campagne perché dice “Bring me little water, Mary / Bring me little water now / Bring me little water, Mary / Bring me little water right now”.

La vicenda di Michael Cowell e della famiglia MacFarland è solamente un piccolissimo frammento della storia degli afroamericani di questa parte d’America; la Biblioteca del Congresso di Washington contiene tesori inestimabili per la storia americana, per la storia della nazione e per quella delle comunità che lì vivono. Di questi faldoni pieni zeppi di documenti se ne contano a centinaia, quasi tutti da esplorare con la pazienza di un archeologo “da biblioteca”, e molti di questi provengono dall’Europa. Chissà, un giorno ….

JASON ROUSE “Fieldish Recordings”

JASON ROUSE “Fieldish Recordings”

JASON ROUSE “Fieldish Recordings”

Autoproduzione. CD, 2021

di alessandro nobis

Gallese d’adozione ma originario dell’Irlanda Settentrionale, Jason Rouse è uno dei più promettenti piper, uilleann piper, ed è già internazionalmente conosciuto per il suo stile così legato alla sua terra di origine. Il titolo di questo suo “Fieldish Recordings”, la sua opera prima, spiega benissimo lo spirito di queste registrazioni monoaurali effettuate in quel di Cardiff pochi mesi or sono con un registratore a cassette portatile AIWA, ovvero quello di riportare in auge il suono piuttosto distorto e disturbato delle registrazioni sul campo che qualche decennio fa si effettuavano negli angoli più e meno nascosti d’Irlanda, e non solo d’Irlanda; era un modo economico di fare della ricerca etnomusicologica sul campo visto che pochi si potevano permettere i costosissimi registratori a nastri svizzeri Nagra, ma questa scelta davvero inusuale di Rouse può a mio avviso prestarsi ad un’altra lettura, ovvero di attirare l’attenzione dei musicisti più giovani a non badare tanto alla qualità del suono ma piuttosto a quella esecutiva ed a riscoprire le preziose audiocassette di pipers conosciuti o meno prodotte negli anni sessanta e settanta. Detto questo, il repertorio rispecchia lo sterminato patrimonio della musica tradizionale irlandese dalla coppia di Jigs “The Lark in the Morning/The Atholl Highlanders” all’omaggio del grande Johnny Doran del set “The Job of Journeywork”, dai brani “raccolti” al Willie Clancy Summer School a Miltown Malbay come il jig “Wallop the spot” al reel “Miss McLeod” di un altro grande piper del passato, Patsy Touhey solo per citare quattro dei tredici brani presenti in questo brillante lavoro di Jason Rouse; immancabile, come si conviene, l’interpretazione di due brani associati alla maggior fonte di ispirazione di Rouse, ovvero Willie Clancy, “The Rocks of Bawn/Kitty Got a Clinking Coming”. Naturalmente Rouse è anche un ottimo tin whistler – come da copione – ed il set di polkas “Tarmo” abbinata a “Sweeney” lo evidenzia molto bene.

Lavoro interessante, un musicista di cui sentiremo parlare nei prossimi anni per il suo stile “perfettamente imperfetto”; mi chiedo se a questo punto Rouse pubblicherà questo suo “Fieldish Recordings” anche su audiocassetta e se proseguirà nel suo percorso ad utilizzare l”Aiwa” anziché più moderni mezzi di registrazione. Per me è indifferente, quel che conta è la bontà della musica e la sua interpretazione sincera e queste due caratteristiche qui abbondano.