JORDI SAVALL – HESPERION XXI “Ibn Battuta 1304 – 1377”

JORDI SAVALL – HESPERION XXI “Ibn Battuta 1304 – 1377”

JORDI SAVALL – HESPERION XXI “Ibn Battuta 1304 – 1377”

ALIAVOX RECORDS, 2CD, 2019

di Alessandro Nobis

UnknownFra il 1325 – quando lasciò la natìa Tanger dove era nato ventuno anni prima – ed il 1355 – l’anno del suo ritorno in Marocco dove trascorse il resto della sua incredibile vita e dove morì nel 1377 – Ibn Battuta descrisse i luoghi che visitò lungo i centoventimila chilometri che lo portarono ad entrare in contatto con civiltà lontanissime sia in termini geografici che culturali dalla sua, quella araba islamizzata. E’ considerato dai geografi e dagli storici come il più importante viaggiatore di quel periodo assieme al più conosciuto e quasi coevo veneziano Marco Polo (1254 – 1324), ed alla sua figura, al suo continuo instancabile peregrinare in cerca della conoscenza di mondi “altri”, il catalano Jordi Savall dedica questo straordinario lavoro, un doppio CD allegati ad una preziosa raccolta di saggi, un viaggio sonoro nel viaggio di Ibn Battura attraverso recitativi – brevi – e musiche polari degli angoli più reconditi del mondo medioevale.

Il primo dei due compact disc segue il percorso di Battuta dal Marocco, da dove si era mosso per il pellegrinaggio alla Mecca, fino all’arrivo in Afghanistan, il secondo CD segue il viaggio che dall’Asia Centrale lo portò dapprima in Cina ed il suo ritorno, da Bagdad a Granada fino a Tanger. Un viaggio durato trenta anni ed effettuato “solo, senza un amico la cui compagnia avrebbe potuto essere gradevole, e senza una carovana di cui facessi davvero parte”, così scrive Ibn Battuta nel suo diario.

L’ascolto è davvero intrigante, tra i testi curati da Manuel Forcano e Sergi Gran e le musiche scelte ed interpretate da uno stuolo di musicisti sempre di altissimo valore come lo sono quelli dell’Hesperion XXI; a parte un doveroso ricordo di Marco Polo con il “Lamento di Tristano” eseguito da Savall con le ribeca, vorrei segnalare due brani provenienti dalla Cina che narrano dell’espulsione dei Mongoli da Pechino, quelli che si rifanno all’Impero del Mali e l’Istampitta “Isabella” che narra della conquista della Sardegna da parte di Pierre III.

Una pubblicazione di grande valore musicologico e storico tra narrazione e musica al pari delle altre analoghe a questa che Jordi Savall ha pubblicato negli ultimi anni. Consigliato a tutti i “curiosi” come noi de ildiapasonblog.

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TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano “Arena”, prima parte)

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano “Arena”, prima parte)

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano “Arena”, prima parte)

La notte del 7 giugno del 1891, erano da poco passate le due, un forte terremoto sconquassò la città di Verona e la zona ad est della città provocando notevolissimi danni materiale e fortunatamente solo una decina di vittime.

I due quotidiani dell’epoca, “Arena e “Adige” riferirono le vicende umane e le conseguenze di quel sisma che, come leggerete se ne avrete la pazienza, fu avvertito a centinaia di chilometri. I corrispondenti si recarono sul posto immediatamente per descrivere ai lettori la situazione, e lo fecero con grande precisione e sensibilità.

Mia intenzione è quella si riportare in modo completo gli articoli pubblicati dalle due testate, partendo da “Arena”, il cui archivio – consultabile dal pubblico attraverso i microfilm –  si trova presso la Biblioteca Civica di Verona nella sezione “Veronensia”. 

7.8.6 .1891 ARENA pag 2ARENA, 7 – 8 GIUGNO 1891 “IL TERREMOTO DI STANOTTE”

IN CITTA’.

Da parecchi anni non andavamo soggetti, nel Veneto, a scosse violente di terremoto. Dopo i terremoti del 29 giugno 73 (1873), così disastrosi per la provincia di Belluna e più specialmente per la vallata del Piave; quelli del 1 agosto 83 (1893), letali per Casamicciola e quelli del 23 febbraio 1887 che rovinarono addirittura alcuni paesi del litorale ligure; fenomeni tellurici che furono poco avvertiti da noi, dei terremoti si parlava qui come di una curiosa specialità del Baldo, il quale di tanto in tanto freme moderatamente.

Ma questa notte pur troppo la spaventevole forza ignea della terra si manifestò per modo da farcene rammentare per lungo tempo.

*

Erano le 2 e 4 minuti primi e la immensa maggioranza dei cittadini dormiva, quando una terribile scossa sussultoria, preceduta da un rombo fortissimo mise a s soqquadro la popolazione.

In un attimo si aprirono finestre e balconi, si spalancarono usci di strada, e mentre da quelli donne terrorizzate, discinte, invocavano aiuto, da questi uscivano, a mezzo vestiti, uomini, bambini, signore, chiamandosi, raggruppandosi, e dirigendosi, pazzamente correndo, verso l’aperto.

La scossa fu infatti tremenda.

Pare che le case dovessero precipitare sgretolate, perché i muri scricchiolavano, i soffitti si screpolavano, e i mobili si mossero con fracasso.

In quei cinque o sei secondi quanti ne durò – e questo fu lo spaventoso – il terremoto, non era possibile rimanere in piedi.

In meno di dieci minuti, tanta fu la forza dello spavento, tutte le vie pullulavano di cittadini avvolti in paludamenti di ogni foggia e colore, pochi completamente vestiti e Via Nuova specialmente e la Bra, erano gremite.

Via abbiamo veduto il generale Pianell, il generale Besozzi, il Procuratore del Re, il giudice istruttore capo Aroldi, il Questore, e vi fu un momento in cui, all’infuori della musica che mancava, pareva di assistere all’affollato passeggio della domenica.

*

In Piazza Sant’Anastasia havvi, come si sa, il grande palazzo Bastogi, che è abitato da numerose famiglie signorili.

Quando vi passammo, verso le quattro, una quarantina fra signore e signori, seduti chi su poltrone chi su sedie, stavano attorno al monumento a Paolo Veronese, non osando rientrare.

*

Sua Eminenza il Cardinale di Canossa, così gravemente malato com’ che lo assistono,.è, non si alterò al sentire la scossa, ma rivoltosi ai famigliari disse loro: non abbiate paura, pregate il Signore.

E poscia si addormentò.

*

Certo Guatelli Cesare. Direttore della tratoria Chiodo, quello stesso che giorni sono, cadendo di carrozza a Padova, si ruppe una gamba, si trovava a letto, con la gamba ingessata, in una casa sita nella Salita San Carlo.

Fu tanto spaventato dalla prima scossa di terremoto, che si fece portare, col prorpio letto, in piazzetta Santo Stefano, dove rimase fio a stamane.

*

In via dietro Mura Santo Stefano, al N. 2, casa Cipriani, abita certo Castagna Antonio di anni 34.

Cistui fu tanto terrorizzato all’udir cadere uno specchio e tutti gli utensili di rame appesi in cucina, che saltò in mezzo alla camera, e si diede ad urlare e smaniare per modo da far temere della sua stagione.

Una di lui cognata corse alla farmacia Caliari dove le fu confezionato un calmante che, somministrato al Castagna, ebbe per effetto di piombarlo in un sonno potente, dal quale alle 9 di stamane non s’era riavuto.

*

In via Santa Felicita, poco dopo le due, da una casa partivano grida disperate.

Due cittadini che transitavano, trovato l’uscio di casa aperto, salirono e riscontrarono deserti il primo ed il terzo piano, i cui inquilini erano fuggiti.

Dal secondo poi si udivano le grida accennate.

Avvicinatisi all’uscio, i due cittadini seppero che là abitavano marito e moglie e varii bimbi loro figli, e che in quel momento – come nel resto usava le altri notti – il marito era uscito portando con se la chiave onde non era loro possibile uscire.

La disperazione e la paura di quella povera donna e dei bambini era tanta, che le due citate persone, a forza di spalle abbatterono la porta, permettendo ai rinchiusi di rifugiarsi in istrada.

*

In mezzo al terrore l’aneddoto gaio.

In piazza Bra, tranquillamente passeggiando, dopo le tre, si poteva vedere l’egregio mandolino Marini, in soprabito e scialle, con una cassetta amorosamente sostenuta sotto il braccio destro.

Il Marini – cambista ai Portoni dei Borsari – aveva bensi sentito il bisogno di scappare di casa per salvare la pelle, ma aveva eziandio pensato a salvare il gruzzoletto che doveva rendere meno triste la eventuale perdita dei mobili o delle masserizie di casa.

*

I pressi di Ponte Garibaldi, e in genere tutte le piazze, presentavano, fino a stamane, l’aspetto di un bivaccamento.

Dappertutto gruppi, capannelli, e un chiedersi ansiosi di notizie, le quali poi venivano esagerate, tragicizzate in modo che se si fosse dovuto por mente alle voci che correvano stanotte, oggi dovremmo registrare un centinaio di morti.

Fortunatamente, per una inesplicabile mitezza del destino, il disastro non fu quale poteva essere.

*

In via S. Alessio dalla casa del Notaio Mistrorigo caddero due camini e una grondaia.

*

Pure in via S. Alessio nella facciata della casa dell’ing. Guglielmi si scorge una fessura che dal terzo piano giunge al primo.

Gli inquilini spaventati sgombrarono dall’abitato.

*

Fuori di Porta Palio corsero oltre trecento persone, parte in camicia, parte vestendosi per via.

Un tale portò il proprio materasso sotto la porta, vi si sdraiò sopra e fini a a stamane non volle muoversi.

*

Molti furono i camini che precipitarono dai tetti. Fino ad ora abbiamo in nota i seguenti:

Uno dall’Istituto Leonardi, in via Puotti. Uno dalla casa all’angolo delle Seghe di San Tommaso. Due ai Filippini: due ai leoni, due in piazza Erbe, casa Lombroso, uno alle scalette San Marco, due a Sant’Egidio, uno a casa Bottagisio, uno in Piazzetta racchetta, uno in vicolo Boccare, uno in vicolo Derelitti, parecchi in via paradiso, due al Giardinetto, in casa Cartolari.

A casa Pastorello precipitò un soffitto.

In palazzo Maffei, a Piazza Erbe, si verificò un grosso crepaccio.

Da casa Castellani, in via Sottoriva, precipitò un pezzo di muro.

I mulini sull’Adige, che erano tutti in attività, si fermarono di botto alla prima scossa, e non si rimisero in moto che quando la scossa ebbe fine.

Nella casa di proprietà della Società Filarmonica si manifestò un largo crepaccio.

Molti commessi viaggiatori alloggiati all’Aquila Nera, impressionati dal cadere di pietre e parte dei soffitti – era in costruzione – scapparono in strada, alcuni in camicia ed altri mezzo vestiti.

*

Il per finire.

Alle tre e mezza una forte scampanellata chiamò alla finestra il prof. Goran. Chiesto di che si trattava, una voce, spaventata, gridò dalla strada: scusi il terremoto si rinnoverà?Non sono a dirsi le benedizioni di cui il Goiran gratificò l’importuno visitatore.

*

Alla Cadrega, dalla casa N.1 cadeva un camino precipitando in cucina: dal N. 4 una ltro camino; un altro dal N. 8, dove è in pericolo imminente il tetto, al quale è necessaria una visita tecnica. Particolare curioso: in via Cadrega la scossa fu sentita molto più fortemente che negli altri punti della città.

*

Le campane delle macchine del Tram a vapore si misero a suonare né cessarono per tutta la durata del fenomeno.

*

Un particolare curioso: tanta fu la folla che si rovesciò in Bra, che il caffè Vittorio, aperto lì per lì, in un ora fece 60 lire di introito.

*

Il Ministero ha messo telegraficamente a disposizione del Prefetto, per i danni del terremoto, una prima somma di 3000 lire.

*

Fu notato che fino alle undici i colombi, le galline, i cani era inquietissimi. I cani, in campagna, urlavano, poco prima della scossa.

LE DISGRAZIE.

Una intanto, gravissima, irreparabile, dobbiamo registrare con sommo dolore.

Ognuno può immaginare quale scompiglio abbia prodotto nel Collegio femminile agli Angeli la scossa di terremoto. Le ragazze, spaventate, si misero ad urlare disperatamente. La signra Lucrezia De Forni vedova Leonardi, donna attempata, Vice – Direttrice del Collegio, fu tanto impressionata dalla scossa prima, dalle grida delle educande poscia, che presa da insulto cardiaco per la commozione perdette i sensi, e poco di poi, prima che i soccorsi dell’arte giungessero, spirò l’anima. Non è a dire quanta tristezza incomba sulle ragazze e sul personale del collegio per questa sventura. La Direttrice, signora Cantoni, attualmente a Milano, fu avvertita per telegrafo del fatto.

*

In Via San Bernardino una donna di 72 anni certa Rosa Recchia vedova Molteni abitante al N. 37 fu presa da tale terrore che sbarrò gli occhi, si alzò di scatto in piedi, battè le braccia nel vuoto, e cadde morta.

*

La moglie del vetturale Ferrari, abitante in Cantarane, ebbe come paralizzata la lingua, si mise a balbettare, ad emettere suoni inarticolati, e il medico, chiamato in fretta, dichiarò che, a ameglio andare, ne avrà per tre o quattro giorni.

(continua)

 

 

 

CASTELLI – JONA – LOVATTO  “Al rombo del cannon”

CASTELLI  –  JONA  –  LOVATTO                  “Al rombo del cannon”

CASTELLI – JONA – LOVATTO “Al rombo del cannon”. Grande guerra e canto popolare.

NERI POZZA, Pagg. 830 2cd. 2018. € 60,00

di Alessandro Nobis

romboPenso che questo sontuoso volume pubblicato da Neri Pozza rimarrà un punto fermo per chi, nel futuro e nel presente, vorrà studiare ed approfondire aspetti poco sconosciuti, e spesso peraltro mistificati, del canto popolare durante la carneficina  che inaugurò nel peggiore dei modi il xx° secolo, il Primo Conflitto Mondiale. Neri Pozza ha fatto le cose in grande: ha incaricato tre autorevoli studiosi come Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto di comporre quest’opera monumentale che ci insegna la storia di quegli anni non attraverso i movimenti di truppe, le dislocazione delle trincee, i bollettini guerra ma attraverso lo spirito di chi la guerra la combatteva e la subiva in prima persona, e con questo mi riferisco anche alle centinaia di migliaia di civili trovatisi loro malgrado a seguire avanzamenti e arretramenti delle prime linee: lo spirito, i pensieri, le preoccupazioni, le paure e lo scontento ma anche l’ironia, il sarcasmo che nella cultura popolare sono sempre stati esplicitati con le voci e quindi con i canti.

Due compact disc dicevo, ben 78 esempi musicali provenienti da molteplici raccolte (alcuni dei quali già riproposti da musicisti del cosiddetto movimento del folk revival, un esempio su tutti “fuoco e mitragliatrici”) e soprattutto dopo una corposa e dettagliata prefazione, i testi e soprattutto i commenti agli stessi suddivisi in otto capitoli e compilati in modo da risultare ognuno un saggio a parte: quello dedicato agli “imboscati” e quello ai “Prigionieri”, il capitolo dedicato alla propaganda in opposizione a quello che descrive il “Cantare contro”. La bibliografia (venti pagine) è probabilmente una delle più complete pubblicate sull’argomento, un fonte di “fonti” per quanti volessero approfondire, per quanto possibile visto la completezza di questo volume, l’argomento.

Un trio di autorevolissimi studio – e lo confermano i precedenti lavori come “Senti le rane che cantano” del 2005,“le ciminiere non fanno più fumo” del 2008 e l’ultima edizione de“I canti popolari piemontesi” diCostantino Nigra per un volume veramente indispensabile.

 

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

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EMILIO SALGARI (1862 – 1911)

Questo che qui riporto è un piccolo frammento della nostra storia veronese raccontata dal “giornalista” Emilio Salgari, uno scritto che forse solo gli appassionati dello scrittore veronese conoscono e che fu pubblicato dal quotidiano “La Nuova Arena” (così si chiamava allora) il 21 ed il 22 luglio del 1887. Salgari viene inviato dalla redazione ad assistere alle manovre militari al Forte Lugagnano nei pressi di Verona, costruito dagli austriaci tra il 1860 ed il 1861 e da loro chiamato “Werk Prinz Rudolf”, in onore di Arciduca d’Asburgo e Lorena e Principe Ereditario d’Austria – Ungheria successivamente trovato morto (nel 1889) con la sua amante diciassettenne a Mayerling. Naturalmente, come da tutte le fortificazioni costruite dal Genio asburgico veronese, anche dal Forte Lugagnano non fu ma sparato un colpo di cannone nè tantomeno di schioppo. Oggi il Forte che si trova nel Comune di Verona, e come altri giace in quasi completo abbandono.

di Emilio Salgari. La foto è di Moritz Lotze.

Ieri sera, verso il tramonto, ci siamo recati al Forte di Lugagnano coll’intenzione di assistere al bombardamento notturno che ci avevano detto essere qualche cosa di bello.

La sera era magnifica. Ad occidente il sole calava rapido in mezzo ad un mare di fuoco, facendo vivamente scintillare i vetri delle case e delle casette che circondano San Massimo.

Un’aria fresca fresca spirava portando distintamente ai nostri orecchi le cannonate che venivano sparate dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e dalle batterie dei dintorni. A S. Massimo cominciamo ad accorgerci della vicinanza del campo. E’ un continuo andare e venire di borghesi chi a piedi e chi in carrozza e di soldati di tutte le armi. Ora un artigliere che passa, col fucile in ispalla o il mantello stretto al petto, ora un bersagliere spolverato, sudato, nero dal sole, ora un drappello di fantaccini, ora una compagnia di soldati del genio colla sappa o il badile su una spalla e il fucile con baionetta inestata sull’altra. Ufficiali di artiglieria e di fanteria galoppano innanzi e indietro; chi si reca al Comando, chi si reca al forte. E’ insomma una processione continua, avariata che solleva una polvere fitta fitta in pochi istanti vi imbianca e di accieca.

A cinquecento passi dal paese cominciano gli accampamenti. A destra e a sinistra della strada, fra i gelsi e la polenta, vediamo lunghe file di tende, bianche le une, giallastre le altre, poi carri e cavalli in quantità poi innumerevoli fasci di fucili, poi soldati d’ogni arma che vanno e che vengono attraverso il sole. Tutti i dialetti d’Italia s’incrociano per l’aria. Qui si ride, là si canta, più lontano si narrano le fiabe o discutono sui tiri della giornata.

A sinistra della strada sono accampatil’8° di artiglieria e il 68° fanteria. Verso S.Lucia è accampato il 67° e quando il cannone tace si odono le grida di quei soldati.

Alle 18 giungiamo nei pressi del forte di Lugagnano. Qui il movimento è ancora più vivo. Le strade sono ingombre di carrozze e di cavalli, di curiosi e di soldati.

Il cannoneggiamento che pochi minuti prima era vivissimo, ora era cessato. Sopra il forte ondeggiava ancora una gran nuvola di fumo biancastro, e un’altra nuvola ma molto più piccola, ondeggiava verso il paese di Lugagnano occupato dal nemico.

Oltrepassiamo la ferrovia da campo a scartamento ridotto che congiunge tutte le batterie col forte. Alla nostra sinistra, dietro una trincea, escono le estremità di due colossali cannoni Krupp ci si dice che sono incaricati di battere S.Maria di Sona.

Sulla trincea passeggiano due sentinelle con fucile armato di baionetta per impedire ai curiosi d’avvicinarsi alla batteria.

– Pronti! Fuoco! …

Dalla enorme gola del cannone più vicino vedemmo uscire una lunga fiamma che mandò in aria una nube di fumo biancastra e un nembo di scintille. Subito una detonazione formidabile secca secca, rimbombava. La spinta dell’aria fu così violenta che ci fece indietreggiare di qualche passo.

Un mezzo minuto dopo l’altro pezzo pure tirava con non meno fracasso.

A quella doppia provocazione un lampo balenò in direzione del paese di Lugagnano. Era un colpo del nemico.

Dopo quelle tre cannonate il silenzio tornò a farsi.

Avvertitici che non si ripigliava il fuoco che a notte inoltrata, ci ripiegammo verso S.Massimo.

Forte-Lugagnano.png
FORTE LUGAGNANO, OGGI.

***

Il colpo d’occhio che offrivano gli accampamenti con quell’oscurità era veramente magnifico. In mezzo ai campi, fra i gelsi e la polenta, fra le tende e i carri, brillano i fuochi a centinaia i quali si riflettono vagamente sui fasci di fucili.

Qui si prepara il rancio della sera e si vedono girare e rigirare pentoloni e gamelle, là scherzano, ridono, urlano, cantano. Quei bravi ragazzi sono tutti allegri eppure han faticato l’intera giornata sotto un sole scottante.

Attorno ad una gran tavola illuminata da un gran numero di lampade, vediamo una sessantina di ufficiali di tutte le armi che si pappano la cena. Anche in quella tavola si ride, si scherza e si canta.

L’allegria più viva regna in tutto l’accampamento. Sulla strada incontriamo ancora carretti e carrozze, borghesi e soldati e ufficiali. Si corre il pericolo di farsi schiacciare.

A S.Massimo c’è una confusione straordinaria. Le osterie e i caffè sono pieni di gente. Vediamo dappertutto soldati e ufifciali e moltissime signore. L’aria di essere una sagra o qualche cosa di simile. Le carrozze continuano a giungere portando nuovi curiosi e ingombrano tutta la piazza e tutte le vie.

Con grande fatica troviamo un posticino per sederci, ma non restiamo lì che pochi minuti poiché ci vengono ad avvertire che si sta per innalzare l’areostato e che i cannoni stanno per ripigliare la loro infernale musica.

***

Il pallone si innalza dietro il forte di Lugagnano, in una spianata quasi priva d’alberi. E’ un bellissimo e grande globo di seta, chiuso fra una solida maglia e può sollevare comodamente due persone. Sotto ha una navicella di paglia, munita all’intorno di numerosi sacchetti di zavorra. Non manca nemmeno l’àncora pel caso che il pallone riuscisse a rompere le funi che lo trattengono alla macchina a vapore.

Quando giungemmo noi, l’areostato era trattenuto a terra da una ventina di soldati. Il gigantesco globo, ben gonfio, ondeggiava lievemente sotto i buffi d’aria e ora s’allungava e ora s’allargava.

Un tenente del genio aveva già preso posto nella navicella portando con sé l’apparecchio telefonico.

“Allentate le corde”, udiamo gridare. “Adagio ragazzi. Adagio!” I soldati si allontanano dalla navicella e l’areostato comincia a salire. La gomena che lo trattiene alla macchina comincia subito a svolgersi. Il pallone sale lentamente, quasi in linea retta, con un marcato dondolamento. Vediamo l’ufficiale aggrappato alle funi che guarda verso Lugagnano. A trecento metri d’altezza il pallone si arresta. E’ diventato piccolo piccolo e pare che nuoti fra le stelle. Lassù udiamo suonare la trombetta. Da terra si risponde al segnale e il telefono comincia a funzionare. L’ufficiale comanda di far abbassare l’areostato di cinquanta metri.

La macchina a vapore tosto si pone in movimento e la gomena s’avvolge senza scosse attorno al tamburo. Il globo, sempre ondeggiando s’avvicina alla superficie della terra e si arresta ad un’altezza di circa 250 metri. Ad un tratto un lampo abbagliante rompe la fitta oscurità in direzione del forte di Lugagnano.

Vi tiene dietro un cupo rimbombo il quale dura alcuni secondi. Il cannone ha fatto sentire la sua voce. Sono le 10 e 14.

***

Un profondo silenzio era succeduto a quel primo colpo di cannone. Nessuna batteria nemica aveva risposto alla provocazione dei nostri.

S’indovinava però che il cannoneggiamento doveva in breve riprendersi, poiché sui bastioni del forte si vedevano numerose ombre andare e venire e una viva agitazione regnava dietro la trincea difesa dai due colossali Krupp.

D’improvviso un fascio di luce azzurrognola solca le tenebre e scorre attraverso la campagna con incalcolabile rapidità illuminando gli alberi, le piantagioni, le case, le batterie del nemico. E’ la luce elettrica piantata dentro il forte.

L’effetto è stupendo ed insieme grandioso. I muri delle case brillano d’una viva luce e i vetri delle finestre, anche i più lontani, scintillano.

Subito un lampo balena sul bastione del forte. Una nube di fumo si slancia attraverso il gran fascio di luve e si tinge d’un azzurro brillante, superbo. Verso Lugagnano due cannonate rimbombano. I due colossali Krupp che stanno alla nsotra sinistra rispondono con due scoppi spaventevoli. Il bombardamento diventa generale. Si tira dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e tirano tirano tutte le batterie situate fra questo e quello. Il nemico risponde prima debolmente, poi vigorosamente.

I lampi si riflettono sulla lucida superficie dell’areostato il quale si mantiene sempre ad una altezza di duecentocinquanta metri. Alle 10:26 udiamo uno squillo di tromba. Subito la luce elettrica si spegne e l’oscurità ridiventa perfetta. D’ambo le parti cessa il fuoco e a quel furioso rimbombo succede un profondo silenzio.

Alle 11:20 la luce elettrica torna ad illuminare la notte. Questa volta non è però diretta sul paese di Lugagnano ma sui colli di Sona. I due Krupp aprono per primi il fuoco, poi tuonano i cannoni del forte di Lugagnano e quelli di Dossobuono. Le batterie nemiche sono pronte a rispondere ma un quarto d’ora dopo la luce tornava a cessare. Alla mezzanotte vedemmo l’areostato discendere. Una ventina di soldati subito lo presero e lo trascinarono tre o quattrocento metri più lontano. Due tenenti entrarono nella navicella e l’areostato risalì ad una altezza di circa trecento metri. Alle 12:12 la luce elettrica per la terza volta si riaccendeva e i cannoni tornavano a rimbombare. Il cannoneggiamento non cessò più. Continuò tutta la notte vivissimo formando una baccano spaventevole.

L’aria era impregnata d’un forte odore di polvere e sopra i bastioni dei forti e sopra le batterie ondeggiavano delle immense nubi di fumo. Verso le tre del mattino tutti i cannoni tuonavano. Da una parte e dall’altre si rispondeva colpo per colpo. Alle 7 lasciammo i dintorni del forte per rientrare in città e per lungo pezzo ancora udimmo il cannone tuonare verso Lugagnano e Dossobuono.

Volete ora un consiglio, lettori? Recatevi al forte di Lugagnano e passatevi una notte. Lo spettacolo che vedrete vi compenserà largamente della veglia, ve l’assicuriamo.

Questa sera il bombardamento verrà ripreso.

E.S. (La Nuova ARENA, Giovedì 21 – Venerdì 22 Luglio 1887)

 

 

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

Edizioni Segni D’Autore, 2017, cm 22 x 30, pp. 104, € 23,00

cavalieri-grigi (1)Questo bel volume chiude il prezioso dittico iniziato nel 2014 con “La Coccarda Rossa 1861” e ambientato tra la fine della guerra civile tra piemontesi e truppe fedeli a Francesco II di Borbone e la Guerra di Secessione Americana. Due volumi che al di là del loro indiscusso valore grafico, aprono una finestra per molti inaspettata su alcuni aspetti sconosciuti della storia dei Paesi che vi sono coinvolti, il Regno dei Savoia, quello delle Due Sicilie e le repubbliche Confederata e Unionista al di là dell’Atlantico.la-coccarda-rossa (1).jpg

Lo sceneggiatore Carlo Bazan, l’illustratore Carlo Rispoli e lo storico / soggettista Mauro Mercuri (autore anche de “L’Anello di Zinco” https://ildiapasonblog.wordpress.com/?s=zinco) mettono in scena la storia (non quella riportata dai libri, spesso raccontata dai vincitori) identificando in Nicola Cardone le migliaia di soldati borbonici – e piemontesi – sbarcati nel nuovo Mondo e ritrovatisi ancora nemici protagonisti di infernali battaglie di quel bagno di sangue fratricida che fu la Guerra di Secessione. Una preziosa quanto piacevole occasione per far conoscere ai voraci lettori di graphic novels ed anche a chi frequenta le nostre scuole – insegnanti e studenti – le avventure personali di Cardone, di Rosaria e di Antonio Izzo sullo sfondo degli avvenimenti in corso intorno a quel fatidico 1960 che sancì la nascita del Regno d’Italia.

La microstoria di Nicola Cardone già sergente delle truppe di Francesco II sbarca a New Orleans grazie ad un accordo che il generale italiano Enrico Cialdini fece tramite Giuseppe Garibaldi con il generale Chatam R. Wheat per favorire l’espatrio “volontario” di parte dei numerosissimi prigionieri borbonici (l’alternativa erano il forte lager di Fenestrelle o la fucilazione”) e che diventa ufficiale delle truppe confederate con il Generale Thomas Jackson e poi generale dell’Esercito USA è qui narrata con le sempre delicate coloriture della tavole di Rispoli (sette a piena pagina) e le stringate ed efficaci “nuvolette” di Bazan che mettono su carta le approfondite ricerche storiche di Mercuri. Utilissime infine la bibliografia ed i brevi saggi inseriti ad inizio e fine volume che aiutano a scoprire, come detto, pagine mai aperte e ferite mai rimarginate della storia italiana.

http://www.segnidautore.it

FABIO GAGGIA “Quel treno per Garda”

FABIO GAGGIA “Quel treno per Garda”

FABIO GAGGIA “QUEL TRENO PER GARDA”

CORPORAZIONE DEGLI ANTICHI ORIGINARI DEL GARDA, 2017. Pagg. 162, € 12,00

di Alessandro Nobis

QUEL-TRENO-PER-GARDA-di-Fabio-Gaggia-2017 copia.jpgIl 28 maggio del 1883, sotto la Presidenza dell’allora Sindaco di Affi, Giuseppe Poggi, viene messo in atto il primo tassello di un’opera ferroviaria che verrà collaudata definitivamente nel 1894, la Verona – Caprino e 10 anni dopo, nel 1904, ne verrà realizzato un ramo che da Affi conduceva a Garda dalla appositamente costituita, “Società Anonima Ferrovia Verona – Caprino – Garda”. Questo volume scritto da Fabio Gaggia e pubblicato dalla “Corporazione degli Antichi Originari di Garda”, va a coprire in modo completo un vuoto nella storiografia locale e, visto il minuzioso elenco delle fonti consultate dall’autore – Archivi e bibliografie – , può costituire anche un punto di partenza per ricerche personali e per quelle con finalità didattica che possono senz’altro aiutare le generazioni più giovani a scoprire una parte così bella ed importante della nostra provincia.

Perchè la strada che da Caprino porta a Costernano ha un tratto così rettilineo? Come mai a Verona, nel Quartiere Trento, si parla ancora della stazione della Verona – Caprino? Quando la ferrovia è stata abbandonata e da cosa fu sostituita? Sono solo tre delle domande alle quali il lettore troverà risposta in questo importante volume, ricco di immagini, di planimetrie, di prospetti delle stazioni, di informazioni tecniche molto dettagliate riguardanti il parco locomotive e vagoni, la strada ferrata, le stazioni di rifornimento dell’acqua, i costi di realizzazione, le tariffe ed anche le trasformazioni urbane che hanno interessato negli anni post – ferrovia le stazioni di testa della ferrovia e quelle lungo il percorso (irriconoscibile il piazzale davanti al lago a Garda, per fare un esempio, davanti all’Hotel Terminus).

Un libro che se divulgato come merita non potrà sfuggire agli appassionati di storia locale, di storia della ferrovia, e perché no anche ai ferromodellisti che troveranno qui anche spunti per realizzare i loro preziosi diorami.

 

BENOZZO, BONVICINI, F. lli MANCUSO “Un Requiem Laico”

BENOZZO, BONVICINI, F. lli MANCUSO “Un Requiem Laico”

BENOZZO, BONVICINI, FRATELLI MANCUSO “Un requiem Laico”

Arci – Fondazione Ex Campo di Fossoli, CD, 2016

di Alessandro Nobis

“Un Requiem Laico” è l’importante, splendido e toccante frutto della collaborazione tra Fabio Bonvicini, Francesco Benozzo ed i Fratelli Mancuso sfociata nello spettacolo tenutosi a Fossoli il 25 aprile 2015 (e qui ne viene riportato l’audio), ed è a mio avviso uno di quei dischi che “servono”.

“Serve” a farci ricordare un luogo, Fossoli nel modenese nei pressi di Carpi, che dal 1942 al 1947 ha visto prima transitare nel campo di concertamento e transito migliaia di prigionieri in attesa di essere trasferiti nei lager nazisti (anche Primo Levi “passò” di qui prima di essere portato ad Auschwitz) e poi detenere prigionieri coinvolti con il regime fascista; “serve” a farci ricordare nel modo più profondo il giorno della Liberazione, “serve” a puntualizzare ancora una volta quanto sia ricco il patrimonio della cultura popolare e quanto importanti siano coloro che – raccogliendo, studiando, rielaborando e suonando – dedicano parte della loro vita a mantenere acceso il fuoco della cultura tradizionale: un lavoro encomiabile e preziosissimo questo,  da sempre conosciuto da pochi ma patrimonio invece di tutti noi. CD requiem digipack - esecutivo (1)Queste considerazioni – forse banali ed ovvie ma che trovo sempre opportuno ripetere – per ribadire la validità del progetto di cui vi parlo: un incontro tra musicisti e ricercatori competenti, apprezzati e ben conosciuti come Francesco Benozzo (arpa e voce), Lorenzo (chitarra e voce) ed Enzo (violino, chitarra, colascione e voce) Mancuso ed infine Fabio Bonvicini (flauti, voce e percussioni) con un repertorio che si muove tra le parole (ad esempio quelle scritte da un prigioniero, Giangio Banfi, alla moglie Julia che aprono “Disiu ti tia” dei Frantelli Mancuso) e la musica, fatta di brani più conosciuti (“Fuoco e mitragliatrici” in una lezione emiliana e “La figlia del soldato”) ad altri originali come “Quando il mondo fu creato” scritto da Benozzo e Bonvicini e “Cinno Zòbei”, canto militante che richiama la figura di Eliseo Zòbei ed infine “Deus Meus”, ancora dei Mancuso. Un gran bel lavoro curato nei suoni e negli arrangiamenti, dedicato alla memoria, ed a tutte le “donne e uomini spezzati” che lasciarono le loro vite non solo a Fossoli ma negli eventi bellici. Tutti.