TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, nona parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, nona parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, nona parte)

ARENA, 9 – 10 GIUGNO 1891

IL TERREMOTO DEL 7 – SUI LUOGHI DEL DISASTRO

I DEPUTATI

Lo avevamo già ieri annunziato.

I deputati Miniscalchi e Poggi appena avuto sentore del disastro, partirono e si recarono sui luoghi. Giunsero ieri alle due a Tregnago, dove accompagnati dal Sindaco, dall’operoso segretario, dall’ing. del Comune, dall’assessore per Marcemigo, dal sig. Pieropau, dal medico Provinciale, visitarono tutte le case, una per una, portando conforto di parola e di buone promesse.

Tale era stato lo spavento provato dalla popolazione, che in tutte le case i letti si trovavano ancora nel medesimo stato in cui furono lasciati quando il terremoto fece scappare di casa gli abitanti. I deputati estesero la loro visita alle frazioni tutte, ed a Badia, riportandone profonda impressione. Essi largirono dal proprio per i più urgenti bisogni lire 600 a Tregnago e 400 a Badia Calavena riservandosi di chiedere ulteriori ed efficaci soccorsi al Governo.

I paesi visitati furono commossi dalle premure, dalla generosità degli egregi loro rappresentanti, ed ora attendono i risultati delle loro pratiche.

Intanto i sindaci provvedono a chiedere l’esonero della presente rata di imposta nell’aspettativa di quei provvedimenti che il Governo centrale non può mancare di prendere in favore delle popolazioni tanto profligate.

I deputati telegrafarono ieri in questo senso all’on. Pullè.

*

Particolari strani: la fontana che è in piazza della parrocchia a Tregnago, appena avvenuto i terremoto si seccò.

A Velo, a Giazza, a Roverè di Velo, poche ore prima del terremoto, e cioè verso sera, l’acqua delle fonti numerosissime era diventata torbida, dopo il terremoto è diventata cinerea, e sa grave odore e sapore di zolfo.

Gli abitanti della Giazza provarono indescrivibile terrore, appena avvenuto il terremoto, a vedere i massi staccarsi dalla Montagna e precipitare con enorme fracasso nelle vallate.

Un pastore di pecore che si trovava in piena montagna ad attendere al suo gregge, ci narrava che credette di impazzire. Vide le montagne intorno a lui muoversi, scuotersi, con rumore tremendo, e vide enormi pezzi di granito (si tratta dipietra calcarea, il granito non è presente nelle rocce lessiniche, n.d.r) staccarsi e venir giù rimbalzando, con rapidità vertiginosa. Credette fosse suonata l’ora della fine del mondo.

*

Riassumendo: noi abbiam creduto, dapprima, che si fosse esagerato nel descrivere i danni di Tregnago e Badia: oggi, dopo la nostra visita, non sappiamo se con questa descrizione affrettata siamo riusciti a dare un’idea esatta dell’entità del disastro.

*

ULTIMA ORA

Da Tregnago, 9, si scrivono:

Facendo seguito alle corrispondenze che vi ho precedentemente mandate, debbo segnalarvi il generoso contegno degli onorevoli Miniscalchi e Poggi, i quali, partiti immediatamente da Roma al primo avviso telegrafico del nostro sindaco, giunsero oggi fra noi alle ore 2 e mezza pomeridiane per portarci aiuto e conforto.

Gli onorevoli deputati elargirono del proprio Lire 600 pel Comune di Tregnago e Lire 400 per quello di Badia. Essi riportarono una impressione profonda del disastro avvenuto. Ci promisero tutto il loro appoggio per ottenere sussidi dal Governo sotto quelle forme che meglio di presteranno all’uopo.

Debbo segnalate pure la condotta esimia di tutti i carabinieri nel salvataggio dei sepolti di Marcemigo.

Gli abitanti di Tregnago sono oltremodo grati a codesto giornale per la generosa sua iniziativa nell’aprire una sottoscrizione pubblica. Essi nutrono viva fiducia che la carità cittadina risponderà generosa all’appello.

Anche da Milano ci giungono offerte, prima fra tutte quella di L. 100 dell’avv. G.B. Alessi.

Pur troppo dobbiamo constatare che i crepacci nelle case vanno allargandosi e che molte credute abitabili ora più non lo sono. Il timor panico è tale che a molti pare di sentire delle nuove scosse, probabilmente sarà effetto dell’agitata fantasia.

Anche questa notte tutta la popolazione dorme sotto le tende sebbene il tempo volga al piovoso.

Giungono al capoluogo del mandamento notizie sempre più gravi. A Vestena dobbiamo lamentare moltissime case inabitabili e 5 feriti, di cui alcuni gravemente.

IL PROF. GOIRAN CI COMUNICA:

Ieri alle 2 pom, leggera scossa, però sensibile, ondulatoria e sussultoria.

Dalle ore 7 pom. Alle ore 10 pom. Leggerissimo movimento senza interruzione: leggerissima scossa alle 10 pom.

Due leggere scosse alle 2,30 e 5 antim. Di oggi. (Goiran)

AIUTIAMO TREGNAGO E BADIA CALAVENA

La narrazione del disastro di Tregnago e da Badia che più sopra si può leggere, semplicità eloquente.

Sono numerose le famiglie che rimasero senza tetto per opera del terremoto, e grandi i sacrifici che altre moltissime famiglie dovranno per fare rendere ancora è nella sua abitabile la propria casa.

La maggior parte delle case distrutte o gravemente danneggiate appartengono a povera gente che non possedeva altro all’infuori di quelle quattro mura, delle poche amsserizie che rimasero distrutte o guaste e di un campetto.

E’ quindi la rovina, quella che presenta per tante famiglie.

Veniamo in loro soccorso, aiutiamole, leniamo la disgrazia con l’obolo nostro!

Noi ci rivolgiamo pertanto ai Veronesi fidenti che vorranno rispondere al nostro appello e che in brevi giorni faranno si che i fratelli di Tregnago e di Badia calavena abbiano a benedire il cuore dei cittadini di Verona.

Aprimo dunque la sottoscrizione a favore dei danneggiati dal terremoto in Tregnago e a Badia Calavena.

Lista di ieri L. 25

Offerte di oggi:

Battistella Luigi, albergatore alla Gabbia L. 20
Ferdinando Locatelli L. 5
Giuseppe Moosbrugger (Milano) L. 5
Chiesa e Comp. (Milano) L. 5
Pelagatti ved. Chiari (Parma) L. 5
Giorgio Giolioli (Livorno) L. 5
R. P. Fortuna (Lucca) L. 5
Stabilimento chimico di Passariano L. 5
Scaini Angelo (Udine) L. 5
E. Facheris e figlio (Grumello) L. 5
Avv. Aurelio Scudellari* L. 60
N. N. L. 4
Avv. Carlo Guglielmi L. 20
Fratelli Bonaldi L. 10
Avv. A. Danieli L. 10
Prof, Cav. Frizzo L. 5
Avv. Fontana L. 5
Galli avv. Carlo L. 5
Umberto Camuzzoni L. 10
TOTALE L. 214

* Queste L. 60 l’avv. Scudellari intende siano devolute metà a Tregnago , metà a Badia.

QUI LA PRIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/30/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-prima-parte/)

QUI LA SECONDA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/20/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-seconda-parte/)

QUI LA TERZA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/29/terremoto-1891-quotidiano-arena-terza-parte/)

QUI LA QUARTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/05/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-quarta-parte/)

QUI LA QUINTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/25/terremoto-1891-quotidiano-arena-quinta-parte/)

QUI LA SESTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/11/10/terremoto-1891-quotidiano-arena-sesta-parte/)

QUI LA SETTIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/11/24/terremoto-1891-quotidiano-arena-settima-parte/)

QUI L’OTTAVA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/02/terremoto-1891-quotidiano-arena-ottava-parte/)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, ottava parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, ottava parte)

TERREMOTO 1891 (ottava parte)

ARENA, 9 – 10 GIUGNO 1891

IL TERREMOTO DEL 7 – SUI LUOGHI DEL DISASTRO

A BADIA CALAVENA

In proporzione della popolazione e dell’abitato, Badia Calavena è forse maggiormente danneggiata di Tregnago.

La strada che vi si adduce è in moltissimi punti spaccata longitudinalmente, e specialmente nelle vicinanze del ponte Zanatti, lo stesso ove or è un mese accadde una disgrazia di cui i nostri cronisti si sono a suo tempo occupati.

Un lungo muro di cinta che costeggia detta via è per la maggior parte battuto in breccia. Anziché aprirlo dall’alto o sfasciarlo, il terremoto ne ha asportato, divelto i massi più compatti, producendovi delle larghe feritoie.

Andiamo subito al gruppo d case crollate.

Non rimangono in piedi che due pezzi di muro, ma talmente pericolanti che il temente Biancolini procede alla loro demolizione come ha già abbattuto due case a Cogòlo ed altre a Badia.

Nella prima di queste case rimasero sepolti 6 individui. Ecco il racconto del fatto come lo abbiamo udito dalla viva voce del vecchio Cunico Vincenzo, capo della famiglia.

Erano appena suonate le due, ed io ero sveglio, quando udii un forte tuono. Oh! Dissi fra me, sparano le cannonate a Verona! E non mi mossi. Ma un momento dopo odo un’altra cannonata, poi una scossa terribile. Faccio per alzarmi, ma nell’istante medesimo tutto si mette in movimento, i muri si aprono, il tetto cade, e noi, uomini, donne, bambini siamo trascinati nella rovina fino al piano terreno. Su l principio non potevo muovermi. Udivo le grida disperate di mia moglie, vecchia, dei miei figli, dei nipoti e della mia nuora, che invocavano aiuto, ma io ero impigliato nelle macerie, ed avevo un braccio che mi faceva molto male. Finalmente un mio figlio riesce a liberarsi dai rottami, giungono altri del paese, e tutti insieme, con molta precauzione, riescono a salvarci tutti. Mia moglie, poveretta, aveva la testa tutta sanguinante; mia nuora la faccia, un braccio ed una gamba tutti spellati, e i bambini poche contusioni. Questi furono salvati da mio figlio, che è il loro padre, camminando carponi sotto le travi rimaste sollevate, in mezzo alla polvere ed ai rottami, fini ad un angolo dove la Provvidenza di Dio li aveva gettati, al riparo dai sassi. Si figuri che mia nuora aveva in letto un bambino che ha messo al mondo da 22 giorni! Oh! Faremo un quadro alla madonna!

E il povero vecchio, nel por termine al racconto, si asciugava una lacrima.

Se mai si può dire infatti che un miracolo vi sia stato è in questa occasione.

Bisogna vedere quel mucchio di macerie per non saper comprendere in qual modo si sieno potuti salvare, con ferite relativamente leggiere, i sette sepolti.

Nella casa a ridosso di questa, pure caduta, dal primo piano, di cui rimase in piedi una decima parte appena, pendono mobili, materassi di paglia, indumenti, che nessuno osa di ritirare perché si esporrebbe, ove un sasso solo venisse mosso, a rimanere seppellito.

Più giù, nella splendida valletta a cui sovrasta la Chiesa di San Pietro, havvi un’altra casa a mezzo sfasciata. Era abitata da Baldo Giuseppe, da sua moglie e da 4 bambini.

Il Baldo era già in piedi, appoggiato al comò, da cui estraeva un oggetto, quando sopraggiunse la scossa. Dapprima narra di essere rimasto senza voce ma poscia, quando vide i muri spaccarsi, e udì il tetto precipitare sul piano superiore, divenne come pazzo, si precipitò alla porta, che non potè aprire perché s’era contorta, ruppe allora i vetri della finestra e si mise ad urlare al soccorso. Intanto, racconta. Sentiva il pavimento del piano superiore scricchiolare sotto il peso del caduto, vedeva la luce attraverso i muri che lentamente si aprivano, ed afferma che, coi bambini attorno a sé, provò le torture dell’agonia. Finalmente una donna udì le sue grida, appoggiò una scala alla finestra, e per di là si salvarono tutti.

Era tempo. Due secondi dopo il piano superiore rovinava!

E di questi aneddoti, l’uno più dell’altro emozionante, ne avremmo diecine da narrare se non ci mancassero ormai lo spazio e ……….la lena.

Fatto sta che tutta Badia è un crepaccio, una distruzione; che il Municipio è in piedi per caso, poiché i muri si sono talmente staccato e sconnessi, da inorridire a mettere i piedi nella camere; che la casa del segretario e assolutamente irriducibile, in una rovina completa; che la frazione di Trettene è addirittura distrutta; la frazione di Riva ha una casa caduta; e che andando più nella valle, a Roverè di Velo, per ogni casa si trova la desolazione, e a Vestena si trovano cinque feriti.

Il bilancio di Badia è semplice ma spaventevole: 16 case crollate una ventina da abbattere, tutte le altre inservibili, e miseria su tutta la linea.

*

Nell’abbandonare quei luoghi così ridenti per splendore di natura, ed oggi tanto colpiti dalla disgrazia, si trova uno stringimento di cuore perché dietro al partente rimane un cumulo di dolori, di patimenti lunghi, di povertà impotente, di lacrime che solo la carità potrà asciugare.

Aiutiamo i nostri fratelli, o Veronese, o Italiani, soccorriamoli, perché urge il bisogno, e la sciagura è immensa!

 

QUI LA PRIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/30/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-prima-parte/)

QUI LA SECONDA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/20/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-seconda-parte/)

QUI LA TERZA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/29/terremoto-1891-quotidiano-arena-terza-parte/)

QUI LA QUARTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/05/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-quarta-parte/)

QUI LA QUINTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/25/terremoto-1891-quotidiano-arena-quinta-parte/)

QUI LA SESTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/11/10/terremoto-1891-quotidiano-arena-sesta-parte/)

QUI LA SETTIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/11/24/terremoto-1891-quotidiano-arena-settima-parte/)

 

 

 

 

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, sesta parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, sesta parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano Arena, sesta parte)

ARENA, 9 – 10 GIUGNO 1891

IL TERREMOTO DEL 7 – SUI LUOGHI DEL DISASTRO

IL TERRORE !

Impressionati dalle notizie che ci telegrafano e scrivevano i nostri egregi corrispondenti da Tregnago e Badia Calavena, ieri ci siamo decisi a recarci sui luoghi onde persuaderci, de visu, della descritta gravità della sciagura.

Risultato della nostra gita, triste assai, sono queste note farraginose, buttate giù colla tiranna dell’ora alla gola, ma esatta fotografia delle nostre impressioni e della verità.

*

Il ridente paese di Tregnago, l’incantevole Badia Calavena dolcemente adagiata in fondo alla valle, quasi sentinella avanzata ai piedi della valle, quasi sentinella avanzata ai piedi delle alte cime che formano i contrafforti ai Lessini, non sono più riconoscibili.

Sui volti di quei robusti montanari non splende più la intelligente svegliatezza; il loro occhi sono atoni, le loro fisionomie senza espressione, i movimenti tardi, e paion diventati automi senza volontà e senza energia.

L’orribile spavento provato la notte del terremoto li ha come inebetiti, e lo scamato pericolo personale, reso ora più manifesto dal misero stato in cui vedon ridotte le case loro, li mantiene in quell’intontimento che finisce per renderli indifferenti a quanto avviene attorno ad essi.

Qualunque domanda loro rivolgiate non ha pronta evasione: sembrano svegliarsi da un sonno continuo quando odono la vostra voce a meravigliarsi che qualcuno parli loro.

Le donne specialmente, i bambini, sussultano se li toccate o li interrogate alle spalle, e cofessano che ad essi sembra di provare incessantemente l’impressione indescrivibile provata l’altra notte quando furono balzati di letto, e udirono le case rovinare, i muri screpolarsi, i vicini, i parenti caduti sotto le macerie invocare soccorso.

Essi si aggirano, con la tenace temerarietà del contadino, attorno alle povere casette sconquassate nelle quali sarebbe follia entrare, e guardano con occhio lacrimoso la rovina dell’unica loro possessione, lo sfacelo delle mura fra le quali sono nati, hanno pianto ed hanno amato.

Oh! Quanto urgente, o lettori pietosi, è il soccorso per quella gente; quanto necessario il provvedere!

I soldati del genio, comandati dall’egregio capitano Messina e dall’infaticabile tenente Biancolini, abbattono case pericolanti, sgombrano delle cadute, estraggono e consegnano ai proprietari che ansiosamente le attendono, le suppellettili, le cose più care, guaste, rovinate, distrutte, di sotto ai rottami; erigono tende, portano paglia, confortano colla bontà, col lavoro, coll’assistenza fraterna i poveri colpiti dal terremoto.

Non è un luogo comune della rettorica lo sciogliere un inno all’esercito, a questa che è la più salda, la più immacolata delle nostre istituzioni, e che troviamo sempre sul nostro cammino, là dove c’è una lacrima da asciugare, un dolore da lenire, una sventura da mitigare.

Evviva il soldato italiano!

*

Da tre notti a Tregnago ed a Badia non si dorme al coperto.

I quattro quinti delle case furono dal Genio Civile dichiarate inabitabili, e nelle altre il terrore impedisce agli inquilini di pernottare.

Vasti e numerosi attendamenti militari e privati albergano le centinaia le centinaia di persone prive di alloggio, e sotto le piccole tende dei soldati, e sotto quelle di ogni foggia, erette li per li dagli abitanti stessi, si vedono intiere famiglie, con materassi, sedie, poltrone, utensili da cucina, il tutto ammonticchiato come Dio vuole.

E l’altra notte e ieri sera piovve lungamente, dirottamente, e le tende non bene ripararono dall’acqua i poveri inquilini di esse, talchè dopo un po’ di tempo la paglia, i materassi, le persone giacevano in pozzanghere.

– Io mi sono svegliata – ci diceva una bella sposa di Badia Calavena, ai pianti dei miei tre bambini, che erano addirittura coricati nell’acqua; e al di fuori della tenda pioveva peggio che dentro, non potevo quindi uscire, perciò ho dovuto tenermeli, così bagnati, tutta notte sulle ginocchia. Dio provvederà a salvarli da qualche terribile malattia!

Ed aveva ragione la poveretta.

Una malattia, terribile, spaventosa per chi ha figli, è scoppiata pur troppo a Tregnago: la difterite!

Ieri i due casi erano in cura, ed uno dei colpiti stava per morire.

Il valente e zelantissimo dott. Castelli si fa in quattro, sorveglia, disinfetta, isola, cura con amore e con scienza, ma purtroppo le sue forze non potranno arrestare il male se avrà ad estendersi.

E il cuore si agghiaccia al penare che serpeggia la difterite in una popolazione costretta a dormire, a vivere agglomerata sotto le tende, senza agi, senza comodità, senza regole né di pulizia né di igiene.

Il Sindaco di Tregnago, avv. Cavaggioni, quello di Badia, signor Grisi, i due Segretari, i due medici, le autorità tutte gareggiano di zelo, di attività, di energia, ma la bisogna è vasta e grande, il disastro ha proporzioni forti, e per ciò che riguarda le case danneggiate non si sa da quale parte incominciare a metterci le mani.

QUI LA PRIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/30/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-prima-parte/)

QUI LA SECONDA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/20/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-seconda-parte/)

QUI LA TERZA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/29/terremoto-1891-quotidiano-arena-terza-parte/)

QUI LA QUARTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/05/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-quarta-parte/)

QUI LA QUINTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/25/terremoto-1891-quotidiano-arena-quinta-parte/)

 

TERREMOTO 1891 (quotidiano ARENA, quinta parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano ARENA, quinta parte)

TERREMOTO 1891 (quotidiano ARENA, quinta parte)

ARENA, 8 – 9 GIUGNO 1891

PARLA IL PROF. GOIRAN

Verona, 8 giugno 1891

Comunico le notizie della giornata di ieri, come continuazione di quelle già segnalate. Dalle ore 8,30 ant, alle 3 pom. gli istrumenti si sono mantenuti calmi: agitati da quell’ora in poi.

Ecco la cronaca delle ore pomeridiane di ieri e delle mattinate di oggi:

Ore 3 pom. Scossa sussultoria leggerissima.

Ore 5,10 pom. Scossa sussultoria ed ondulatoria sensibile. E’ stata generalmente avvertita in città.

Ore 7 pom. Movimento tramometrico assai vivace.

Ore 7,15 pom. Scossa sussultoria leggerissima

Ore 8,03, 9,33, 9,50 pom. Scosse ondulatorie leggerissime.

8 Giugno – ore 3,45, 4,16, 4,32 e 5 ant. Scosse ondulatorie leggerissime. Il tremito del suolo però durante questo periodo si è mantenuto quasi senza interruzione sin dopo le 5 antimeridiane.

Ore 9 ant. Gli strumenti sono in calma. E nella calma dovrebbe pure mantenersi la popolazione non essendovi ragione alcuna per ritenere probabile altra scossa uguale a quella delle ore 2,04 ant, di ieri.

La scossa di ieri è stata avvertita in tutta la Provincia.

La zona maggiormente colpita appare quella di Tregnago.

Non posso pronunciarmi in via assoluta se prima non ho maggior numero di notizie: per ora mi limito a dichiarare che sino ad un certo punto nel terremoto odierno mi pare quasi di vedere, ma con proporzioni di gran lunga maggiore e per la estensione e per la intensità, la ripetizione di altro terremoto veronese avvenuto nel 8 febbraio dell’anno 1880.

Alla Ferrara di Monte Baldo come a Malcesine, la scossa di terremoto è stata pure fortissima: ad ohni modo però, e per rispondere ad alcune inchieste fattemi, nedo assolutamente nel caso presente che il radiante sismico sia da ritenersi nel Monte Baldo.

  1. GOIRAN

*

Dai giornali giuntici stamane spigoliamo le seguenti notizie:

A PADOVA.

Chi scrive veniva questa mattina svegliato da un rumoroso brandimento dei cristalli delle finestre, paragonabile a quello che si avverte nelle invetriate di molte case, quando sopra l’acciottolato della strada contigua passino pesantissimi carri.

Calcolando a cinque secondi l’intervallo compreso fra l’istante in cui fu prima percepito lo scuotimento e l’istante in cui fu potuta notare la indicazione dell’orologio regolato sul tempo medio di Padova, risulta che il principio dello scuotimento fu avvertito a 2 ore 3 minuti e 47 secondi. Esso continuò poi con intensità quasi costante per 20 secondi terminando così a 2 ore, 4 minuti e 3 secondi.

Cosa notevole: oltre ad una vibrazione quasi regolare e niente affatto impressionante degli oggetti rigidi, non fu dallo scrivente avvertita veruna traccia, né di ondulazione, né di sussulto, e anche gli oggetti pendoli rimasero immobili. Invece in una casa non lungi dall’Osservatorio vi fu chi notò in due oggetti pendoli tracce concordi di oscillazioni da ENE WSW.

Il sismoscopio Brassart non diede alcun avviso di terremoto; eppure fu immediatamente dopo verificato che la vibrazione del suo marmoreo supporto, rifidamente collegato alle musraglie dell’Osservatorio prodotta dalla caduta di un peso di cinque grammi dall’altezza di 20 centimetri, faceva cadere ambedue le spranghette. E così pure nessun orologio dell?osservatorio diede segnao immediato di alterazione, mentre una tal cosa di verificò in passato in terremoti anche leggeri.

A PARMA.

Ieri mattina alle 2.10 circa, preceduta da un rombo, somigliante ad una ventata si è sentito una lieve scossa di terremoto che è durata pochi secondi.

L’effetto che produsse a noi che eravamo intenti al lavoro, fu che la scossa prima si sentisse con maggiore intensità; poi le oscillazioni si fecero sempre più tenui, quasi a rendersi insensibili, per ripigliare, ad un tratto, abbastanza vibrate.

Intanto scricchiolavano i mobile e le vetriate, oscillavano le lampade.

Su quest proposito la Rirezione del R. osservatorio ci mansa quanto segue:

“Alle ore 2 e minuti 8 di stamattina, si è avuto una scossa ondulatoria di terremoto tra sensibile e mediocre (tra il 4 e il 5 grado della scala De-Rossiana), indicata da quasi tutti gli strumenti sismici ed in ispecie dall’Avvisatore Checci, da sue sismografi Brassart e da cinque pendoli di varia lunghezza. La direzione della scossa fu dal N.E. al S.O. e della durata di circa 8 secondi. Ha svegliato le persone ed è stata accompagnata da tremolio di mobili e da scricchiolio di vetri. Al momento della scossa il cielo era perfettamente sereno il vento spirava dal S.E., ed il barometro era quasi stazionario ed a mm. 768 a zero e al mare.

A GENOVA.

Alle 2.40 di ieri mattina venne udita nella nostra città una leggera scossa di terremoto cge fece svegliare non pochi cittadini già da varie ore in braccio a Morfeo, i quali sbarrarono tanto d’occhi a quell’ondulamento del letto e degli altri mobili.

La scossa era ondulatoria in direzione da N.E. a S.W. e durò una trentina di secondi.

A SAN GIOVANNI ILLARIONE (P. di Vicenza):

Alle 2.04 si sentì una scossa violentissima che svegliò di colpo tutte le persone. Parecchie case crollarono con immenso fracasso.

Una ragazza di 13 anni rimase uccisa dalle rovine e un bambino fu gravemente ferito.

*

NELLE ALTRE CITTA’.

Il terremoto fu sentito a Domodossola, Belluno, Milano, Parma, Modena, Firenze, Ferrara, Ravenna, Brescia, Pavia, Vicenza, Treviso, Bergamo.

*

AIUTIAMO TREGNAGO.

La narrazione del disastro di Tregnago, che più sopra si può leggere, è nella sua semplicità eloquente.

Sono numerose le famiglie che rimasero senza tetto per opera del terremoto, e i grandi sacrifici che altre moltissime famiglie dovranno fare per rendere ancora abitabile la propria casa.

La maggior parte delle case distrutte o gravemente danneggiate appartengono a povera gente che non possedeva altro all’infuori di quelle quattro mura, delle poche masserizie che rimasero distrutte o guaste e di un campetto.

E’ quindi la rovina, quella che si presenta per tante famiglie.

Veniano loro in soccorso, aiutiamole, leniamo la disgrazia con l’obolo nostro!

Noi ci rivolgiamo pertanto ai Veronesi fidenti che vorranno rispondere al nostro appello e che in brevi giorni faranno si che i fratelli di Tregnago e di Badia Calavena abbiano a benedire il cuore dei cittadini di Verona.

Apriamo dunque la sottoscrizione a favore dei danneggiati dal terremoto in Tregnago e Badia Calavena.

Giornale Arena Lire 25.

QUI LA PRIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/30/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-prima-parte/)

QUI LA SECONDA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/20/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-seconda-parte/)

QUI LA TERZA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/29/terremoto-1891-quotidiano-arena-terza-parte/)

QUI LA QUARTA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/10/05/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-quarta-parte/)

 

 

 

 

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano ARENA, quarta parte)

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano ARENA, quarta parte)

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano ARENA, quarta parte)

“IL TERREMOTO DELL’ALTRA NOTTE” 8 – 9 GIUGNO 1891

A TREGNAGO.

Come entità di danni certo Tregnago e Badia Calavena sono in prima linea.

Tregnago è addirittura sconquassato.

Non una casa è illesa, il 60 per cento inabitabile, e tutta la popolazione bivacca in piazza, sotto un centinaio e mezzo di tende militari fornite da S. E. il generale Pianell.

Settantacinque soldati del Genio, comandati da un capitano, sono occupati a piantare le tende, a sorvegliare le case che minacciano di sfasciarsi.

I feriti dalle case cadute sono cinque. Di morti, oltre la donna ieri già ricordata, fortunatamente non ve ne furono.

Il disastro per Tregnago fu tremendo.

Muri colossali furono divelti, sollevati dal suolo dall’arcana forza sotterranea; case vecchie, che avevano resistito a fenomeni d’ogni sorta furono letteralmente aperte, sventrate, e le cancellate delle ville contorte, le porte più solide spezzate.

Dappertutto rovina e desolazione.

La popolazione è come inebetita e si aggira fra quelle rovine apaticamente, ancora sotto la dolorosa impressione dello spavento.

Non sa darsi pace di tanta e così dubitanea desolazione.

A Cogolo è pericoloso passare nella via che costituisce la frazione perché la maggior parte delle case minacciano di cadere.

A Badia Calavena eguale stato di cose.

Cinque persone, in una delle case sfasciatesi si poterono miracolosamente salvare rifugiandosi sotto un grosso trave che sorresse parte del materiale soprastante che precipitava.

I danni da calcoli sommari fatti da persone tecniche, ammontano a circa 400 mila lire.

Questa mattina sono partiti alla volta di Tregnago i deputati Miniscalchi e Poggi per poter farsi un esatto concetto del disastro e poterne riferire con sollecitudine al Ministero.

*

Dalla provincia poi non riceviamo altre notizie allarmanti. Dappertutto la scossa fu udita, ma non recò danni notevoli.

DA TREGNAGO.

ALL’ULTIMA ORA. Ci scrivono ore 8 ant.

Dopo la scossa tremenda di ieri mattina, ne vennero segnalate alle 6 m. 7 ant., a mezzodì, alle 5 e 12 pom., alle 10 pom. E questa mattina altra verso le 5 ant.

Tutta la popolazione bivacca all’aperto essendo ridotte inabitabili quasi tutte le case. Abbiamo tra noi una compagnia del genio che prestò i soccorsi più urgenti. Per colmo di sventura si sono manifestati due casi d’angina, la quale in tanto agglomeramento di persone potrà facilmente diffondersi.

Il Ministero ha frattanto telegraficamente mandato L. 1000, per i bisogni che non soffrono delazione: si stanno attendendo altri soccorsi per rimediare in qualche modo all’immane disastro. Nel nostro Comune le case crollate sono 15 e in maggior numero in quello di Badia.

Poche sono le case abitabili, tante e così gravi sono le lesioni manifestate in tutti i fabbricati: sarebbe stato forse meglio che fossero andate in rovina anche questi; pochà non si sa veramente da qual parte cominciare per riattuarla. L’on Miniscalchi ci ha telegrafato da Roma la sua venuta; questa varrà a sollevare gli animi molto abbattuti dalla tremenda sventura. L’opera dei funzionari e delle autorità è superiore ad ogni elogio. U.

DA NOGARA

7 (giugno), ore 1,45.

  1. S.) Stanotte alle ore 2,10 fu avvertita qui grande scossa terremoto ondulatorio che durò due (?) secondi; varie famiglie scesero in strada spaventate. Popolazione assai impressionata. Nessuna disgrazia.

DA MONTECCHIA

Questa notte alle ore dieci si sentì una fortissima scossa di terremoto che durò dieci secondi.

Molta della nostra popolazione, in preda a grande panico, scesero in piazza, nei cortili, istrada.

Rovinò l’alta cupola del campanile traendo con sé il parafulmine ed una croce di ferro. In diverse case si verificarono dei crepacci e molti camini precipitarono al  suolo.

Montecchia di Crosara, 7 giugno 1891.

DA BRENTINO

Ci scrivono:

Qui la scossa ondulatoria si sentì alle ore 2 minuti 12 ant., poi si ripetè leggermente 2.41 e 2.52 e altre due volte non so l’ora precisa.

La prima fu oltremodo forte, tant’è che che sembrava dovesse crollar qualche pezzo di mandorlatoche ci sovrasta e ciò che più impauriva era l’eco del rimbombo nelle circostanti montagne somigliante ad un colpo di cannone sparato in un antro.

Cadde un camino in Rivalta.

DAL LAGO DI GARDA.

Ci scrivono da Malcesine, 7 giugno ore 6 mattina:

Questa notte, 6 sopra il 7, a ore 2 e dieci minuti qui a Malcesine si fece sentire una violentissima scossa di terremoto.

La scossa fu in senso ondulatorio e così prolungata che la gente ebbe tempo di balzare dal letto e di affacciarsi terrorizzata alle finestre continuando ancora a sentire il movimento sussultorio.

Che si sappia nessuna disgrazia, ma lo spavento fu generale in questa popolazione sapendo che la conformazione del suolo è vulcanica ed avendo ancor presenti quelle certe memorabili scosse di terremoto del 1866, 1868, 1874, 1872 e 1882 che diedero poi motivo alla R. Prefettura di inviare sopraluogo il professor Gorjan per studiare il fenomeno.

Dopo la violenta scossa delle ore 2.10, a lunghi intervalli si udirono ancora degli altri rombi che facevano l’effetto di lunghi e giganteschi lamenti che vengono da lontano: molta gente passò il resto della notte all’aperto. (continua)

QUI LA PRIMA PARTE: (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/30/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-prima-parte/)

QUI LA SECONDA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/20/terremoto-verona-1891-quotidiano-arena-seconda-parte/)

QUI LA TERZA PARTE (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/29/terremoto-1891-quotidiano-arena-terza-parte/)

JORDI SAVALL – HESPERION XXI “Ibn Battuta 1304 – 1377”

JORDI SAVALL – HESPERION XXI “Ibn Battuta 1304 – 1377”

JORDI SAVALL – HESPERION XXI “Ibn Battuta 1304 – 1377”

ALIAVOX RECORDS, 2CD, 2019

di Alessandro Nobis

UnknownFra il 1325 – quando lasciò la natìa Tanger dove era nato ventuno anni prima – ed il 1355 – l’anno del suo ritorno in Marocco dove trascorse il resto della sua incredibile vita e dove morì nel 1377 – Ibn Battuta descrisse i luoghi che visitò lungo i centoventimila chilometri che lo portarono ad entrare in contatto con civiltà lontanissime sia in termini geografici che culturali dalla sua, quella araba islamizzata. E’ considerato dai geografi e dagli storici come il più importante viaggiatore di quel periodo assieme al più conosciuto e quasi coevo veneziano Marco Polo (1254 – 1324), ed alla sua figura, al suo continuo instancabile peregrinare in cerca della conoscenza di mondi “altri”, il catalano Jordi Savall dedica questo straordinario lavoro, un doppio CD allegati ad una preziosa raccolta di saggi, un viaggio sonoro nel viaggio di Ibn Battura attraverso recitativi – brevi – e musiche polari degli angoli più reconditi del mondo medioevale.

Il primo dei due compact disc segue il percorso di Battuta dal Marocco, da dove si era mosso per il pellegrinaggio alla Mecca, fino all’arrivo in Afghanistan, il secondo CD segue il viaggio che dall’Asia Centrale lo portò dapprima in Cina ed il suo ritorno, da Bagdad a Granada fino a Tanger. Un viaggio durato trenta anni ed effettuato “solo, senza un amico la cui compagnia avrebbe potuto essere gradevole, e senza una carovana di cui facessi davvero parte”, così scrive Ibn Battuta nel suo diario.

L’ascolto è davvero intrigante, tra i testi curati da Manuel Forcano e Sergi Gran e le musiche scelte ed interpretate da uno stuolo di musicisti sempre di altissimo valore come lo sono quelli dell’Hesperion XXI; a parte un doveroso ricordo di Marco Polo con il “Lamento di Tristano” eseguito da Savall con le ribeca, vorrei segnalare due brani provenienti dalla Cina che narrano dell’espulsione dei Mongoli da Pechino, quelli che si rifanno all’Impero del Mali e l’Istampitta “Isabella” che narra della conquista della Sardegna da parte di Pierre III.

Una pubblicazione di grande valore musicologico e storico tra narrazione e musica al pari delle altre analoghe a questa che Jordi Savall ha pubblicato negli ultimi anni. Consigliato a tutti i “curiosi” come noi de ildiapasonblog.

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano “Arena”, prima parte)

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano “Arena”, prima parte)

TERREMOTO VERONA 1891 (quotidiano “Arena”, prima parte)

La notte del 7 giugno del 1891, erano da poco passate le due, un forte terremoto sconquassò la città di Verona e la zona ad est della città provocando notevolissimi danni materiale e fortunatamente solo una decina di vittime.

I due quotidiani dell’epoca, “Arena e “Adige” riferirono le vicende umane e le conseguenze di quel sisma che, come leggerete se ne avrete la pazienza, fu avvertito a centinaia di chilometri. I corrispondenti si recarono sul posto immediatamente per descrivere ai lettori la situazione, e lo fecero con grande precisione e sensibilità.

Mia intenzione è quella si riportare in modo completo gli articoli pubblicati dalle due testate, partendo da “Arena”, il cui archivio – consultabile dal pubblico attraverso i microfilm –  si trova presso la Biblioteca Civica di Verona nella sezione “Veronensia”. 

7.8.6 .1891 ARENA pag 2ARENA, 7 – 8 GIUGNO 1891 “IL TERREMOTO DI STANOTTE”

IN CITTA’.

Da parecchi anni non andavamo soggetti, nel Veneto, a scosse violente di terremoto. Dopo i terremoti del 29 giugno 73 (1873), così disastrosi per la provincia di Belluna e più specialmente per la vallata del Piave; quelli del 1 agosto 83 (1893), letali per Casamicciola e quelli del 23 febbraio 1887 che rovinarono addirittura alcuni paesi del litorale ligure; fenomeni tellurici che furono poco avvertiti da noi, dei terremoti si parlava qui come di una curiosa specialità del Baldo, il quale di tanto in tanto freme moderatamente.

Ma questa notte pur troppo la spaventevole forza ignea della terra si manifestò per modo da farcene rammentare per lungo tempo.

*

Erano le 2 e 4 minuti primi e la immensa maggioranza dei cittadini dormiva, quando una terribile scossa sussultoria, preceduta da un rombo fortissimo mise a s soqquadro la popolazione.

In un attimo si aprirono finestre e balconi, si spalancarono usci di strada, e mentre da quelli donne terrorizzate, discinte, invocavano aiuto, da questi uscivano, a mezzo vestiti, uomini, bambini, signore, chiamandosi, raggruppandosi, e dirigendosi, pazzamente correndo, verso l’aperto.

La scossa fu infatti tremenda.

Pare che le case dovessero precipitare sgretolate, perché i muri scricchiolavano, i soffitti si screpolavano, e i mobili si mossero con fracasso.

In quei cinque o sei secondi quanti ne durò – e questo fu lo spaventoso – il terremoto, non era possibile rimanere in piedi.

In meno di dieci minuti, tanta fu la forza dello spavento, tutte le vie pullulavano di cittadini avvolti in paludamenti di ogni foggia e colore, pochi completamente vestiti e Via Nuova specialmente e la Bra, erano gremite.

Via abbiamo veduto il generale Pianell, il generale Besozzi, il Procuratore del Re, il giudice istruttore capo Aroldi, il Questore, e vi fu un momento in cui, all’infuori della musica che mancava, pareva di assistere all’affollato passeggio della domenica.

*

In Piazza Sant’Anastasia havvi, come si sa, il grande palazzo Bastogi, che è abitato da numerose famiglie signorili.

Quando vi passammo, verso le quattro, una quarantina fra signore e signori, seduti chi su poltrone chi su sedie, stavano attorno al monumento a Paolo Veronese, non osando rientrare.

*

Sua Eminenza il Cardinale di Canossa, così gravemente malato com’ che lo assistono,.è, non si alterò al sentire la scossa, ma rivoltosi ai famigliari disse loro: non abbiate paura, pregate il Signore.

E poscia si addormentò.

*

Certo Guatelli Cesare. Direttore della tratoria Chiodo, quello stesso che giorni sono, cadendo di carrozza a Padova, si ruppe una gamba, si trovava a letto, con la gamba ingessata, in una casa sita nella Salita San Carlo.

Fu tanto spaventato dalla prima scossa di terremoto, che si fece portare, col prorpio letto, in piazzetta Santo Stefano, dove rimase fio a stamane.

*

In via dietro Mura Santo Stefano, al N. 2, casa Cipriani, abita certo Castagna Antonio di anni 34.

Cistui fu tanto terrorizzato all’udir cadere uno specchio e tutti gli utensili di rame appesi in cucina, che saltò in mezzo alla camera, e si diede ad urlare e smaniare per modo da far temere della sua stagione.

Una di lui cognata corse alla farmacia Caliari dove le fu confezionato un calmante che, somministrato al Castagna, ebbe per effetto di piombarlo in un sonno potente, dal quale alle 9 di stamane non s’era riavuto.

*

In via Santa Felicita, poco dopo le due, da una casa partivano grida disperate.

Due cittadini che transitavano, trovato l’uscio di casa aperto, salirono e riscontrarono deserti il primo ed il terzo piano, i cui inquilini erano fuggiti.

Dal secondo poi si udivano le grida accennate.

Avvicinatisi all’uscio, i due cittadini seppero che là abitavano marito e moglie e varii bimbi loro figli, e che in quel momento – come nel resto usava le altri notti – il marito era uscito portando con se la chiave onde non era loro possibile uscire.

La disperazione e la paura di quella povera donna e dei bambini era tanta, che le due citate persone, a forza di spalle abbatterono la porta, permettendo ai rinchiusi di rifugiarsi in istrada.

*

In mezzo al terrore l’aneddoto gaio.

In piazza Bra, tranquillamente passeggiando, dopo le tre, si poteva vedere l’egregio mandolino Marini, in soprabito e scialle, con una cassetta amorosamente sostenuta sotto il braccio destro.

Il Marini – cambista ai Portoni dei Borsari – aveva bensi sentito il bisogno di scappare di casa per salvare la pelle, ma aveva eziandio pensato a salvare il gruzzoletto che doveva rendere meno triste la eventuale perdita dei mobili o delle masserizie di casa.

*

I pressi di Ponte Garibaldi, e in genere tutte le piazze, presentavano, fino a stamane, l’aspetto di un bivaccamento.

Dappertutto gruppi, capannelli, e un chiedersi ansiosi di notizie, le quali poi venivano esagerate, tragicizzate in modo che se si fosse dovuto por mente alle voci che correvano stanotte, oggi dovremmo registrare un centinaio di morti.

Fortunatamente, per una inesplicabile mitezza del destino, il disastro non fu quale poteva essere.

*

In via S. Alessio dalla casa del Notaio Mistrorigo caddero due camini e una grondaia.

*

Pure in via S. Alessio nella facciata della casa dell’ing. Guglielmi si scorge una fessura che dal terzo piano giunge al primo.

Gli inquilini spaventati sgombrarono dall’abitato.

*

Fuori di Porta Palio corsero oltre trecento persone, parte in camicia, parte vestendosi per via.

Un tale portò il proprio materasso sotto la porta, vi si sdraiò sopra e fini a a stamane non volle muoversi.

*

Molti furono i camini che precipitarono dai tetti. Fino ad ora abbiamo in nota i seguenti:

Uno dall’Istituto Leonardi, in via Puotti. Uno dalla casa all’angolo delle Seghe di San Tommaso. Due ai Filippini: due ai leoni, due in piazza Erbe, casa Lombroso, uno alle scalette San Marco, due a Sant’Egidio, uno a casa Bottagisio, uno in Piazzetta racchetta, uno in vicolo Boccare, uno in vicolo Derelitti, parecchi in via paradiso, due al Giardinetto, in casa Cartolari.

A casa Pastorello precipitò un soffitto.

In palazzo Maffei, a Piazza Erbe, si verificò un grosso crepaccio.

Da casa Castellani, in via Sottoriva, precipitò un pezzo di muro.

I mulini sull’Adige, che erano tutti in attività, si fermarono di botto alla prima scossa, e non si rimisero in moto che quando la scossa ebbe fine.

Nella casa di proprietà della Società Filarmonica si manifestò un largo crepaccio.

Molti commessi viaggiatori alloggiati all’Aquila Nera, impressionati dal cadere di pietre e parte dei soffitti – era in costruzione – scapparono in strada, alcuni in camicia ed altri mezzo vestiti.

*

Il per finire.

Alle tre e mezza una forte scampanellata chiamò alla finestra il prof. Goran. Chiesto di che si trattava, una voce, spaventata, gridò dalla strada: scusi il terremoto si rinnoverà?Non sono a dirsi le benedizioni di cui il Goiran gratificò l’importuno visitatore.

*

Alla Cadrega, dalla casa N.1 cadeva un camino precipitando in cucina: dal N. 4 una ltro camino; un altro dal N. 8, dove è in pericolo imminente il tetto, al quale è necessaria una visita tecnica. Particolare curioso: in via Cadrega la scossa fu sentita molto più fortemente che negli altri punti della città.

*

Le campane delle macchine del Tram a vapore si misero a suonare né cessarono per tutta la durata del fenomeno.

*

Un particolare curioso: tanta fu la folla che si rovesciò in Bra, che il caffè Vittorio, aperto lì per lì, in un ora fece 60 lire di introito.

*

Il Ministero ha messo telegraficamente a disposizione del Prefetto, per i danni del terremoto, una prima somma di 3000 lire.

*

Fu notato che fino alle undici i colombi, le galline, i cani era inquietissimi. I cani, in campagna, urlavano, poco prima della scossa.

LE DISGRAZIE.

Una intanto, gravissima, irreparabile, dobbiamo registrare con sommo dolore.

Ognuno può immaginare quale scompiglio abbia prodotto nel Collegio femminile agli Angeli la scossa di terremoto. Le ragazze, spaventate, si misero ad urlare disperatamente. La signra Lucrezia De Forni vedova Leonardi, donna attempata, Vice – Direttrice del Collegio, fu tanto impressionata dalla scossa prima, dalle grida delle educande poscia, che presa da insulto cardiaco per la commozione perdette i sensi, e poco di poi, prima che i soccorsi dell’arte giungessero, spirò l’anima. Non è a dire quanta tristezza incomba sulle ragazze e sul personale del collegio per questa sventura. La Direttrice, signora Cantoni, attualmente a Milano, fu avvertita per telegrafo del fatto.

*

In Via San Bernardino una donna di 72 anni certa Rosa Recchia vedova Molteni abitante al N. 37 fu presa da tale terrore che sbarrò gli occhi, si alzò di scatto in piedi, battè le braccia nel vuoto, e cadde morta.

*

La moglie del vetturale Ferrari, abitante in Cantarane, ebbe come paralizzata la lingua, si mise a balbettare, ad emettere suoni inarticolati, e il medico, chiamato in fretta, dichiarò che, a ameglio andare, ne avrà per tre o quattro giorni.

(continua)

 

 

 

CASTELLI – JONA – LOVATTO  “Al rombo del cannon”

CASTELLI  –  JONA  –  LOVATTO                  “Al rombo del cannon”

CASTELLI – JONA – LOVATTO “Al rombo del cannon”. Grande guerra e canto popolare.

NERI POZZA, Pagg. 830 2cd. 2018. € 60,00

di Alessandro Nobis

romboPenso che questo sontuoso volume pubblicato da Neri Pozza rimarrà un punto fermo per chi, nel futuro e nel presente, vorrà studiare ed approfondire aspetti poco sconosciuti, e spesso peraltro mistificati, del canto popolare durante la carneficina  che inaugurò nel peggiore dei modi il xx° secolo, il Primo Conflitto Mondiale. Neri Pozza ha fatto le cose in grande: ha incaricato tre autorevoli studiosi come Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto di comporre quest’opera monumentale che ci insegna la storia di quegli anni non attraverso i movimenti di truppe, le dislocazione delle trincee, i bollettini guerra ma attraverso lo spirito di chi la guerra la combatteva e la subiva in prima persona, e con questo mi riferisco anche alle centinaia di migliaia di civili trovatisi loro malgrado a seguire avanzamenti e arretramenti delle prime linee: lo spirito, i pensieri, le preoccupazioni, le paure e lo scontento ma anche l’ironia, il sarcasmo che nella cultura popolare sono sempre stati esplicitati con le voci e quindi con i canti.

Due compact disc dicevo, ben 78 esempi musicali provenienti da molteplici raccolte (alcuni dei quali già riproposti da musicisti del cosiddetto movimento del folk revival, un esempio su tutti “fuoco e mitragliatrici”) e soprattutto dopo una corposa e dettagliata prefazione, i testi e soprattutto i commenti agli stessi suddivisi in otto capitoli e compilati in modo da risultare ognuno un saggio a parte: quello dedicato agli “imboscati” e quello ai “Prigionieri”, il capitolo dedicato alla propaganda in opposizione a quello che descrive il “Cantare contro”. La bibliografia (venti pagine) è probabilmente una delle più complete pubblicate sull’argomento, un fonte di “fonti” per quanti volessero approfondire, per quanto possibile visto la completezza di questo volume, l’argomento.

Un trio di autorevolissimi studio – e lo confermano i precedenti lavori come “Senti le rane che cantano” del 2005,“le ciminiere non fanno più fumo” del 2008 e l’ultima edizione de“I canti popolari piemontesi” diCostantino Nigra per un volume veramente indispensabile.

 

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio_Salgari_ritratto.jpg
EMILIO SALGARI (1862 – 1911)

Questo che qui riporto è un piccolo frammento della nostra storia veronese raccontata dal “giornalista” Emilio Salgari, uno scritto che forse solo gli appassionati dello scrittore veronese conoscono e che fu pubblicato dal quotidiano “La Nuova Arena” (così si chiamava allora) il 21 ed il 22 luglio del 1887. Salgari viene inviato dalla redazione ad assistere alle manovre militari al Forte Lugagnano nei pressi di Verona, costruito dagli austriaci tra il 1860 ed il 1861 e da loro chiamato “Werk Prinz Rudolf”, in onore di Arciduca d’Asburgo e Lorena e Principe Ereditario d’Austria – Ungheria successivamente trovato morto (nel 1889) con la sua amante diciassettenne a Mayerling. Naturalmente, come da tutte le fortificazioni costruite dal Genio asburgico veronese, anche dal Forte Lugagnano non fu ma sparato un colpo di cannone nè tantomeno di schioppo. Oggi il Forte che si trova nel Comune di Verona, e come altri giace in quasi completo abbandono.

di Emilio Salgari. La foto è di Moritz Lotze.

Ieri sera, verso il tramonto, ci siamo recati al Forte di Lugagnano coll’intenzione di assistere al bombardamento notturno che ci avevano detto essere qualche cosa di bello.

La sera era magnifica. Ad occidente il sole calava rapido in mezzo ad un mare di fuoco, facendo vivamente scintillare i vetri delle case e delle casette che circondano San Massimo.

Un’aria fresca fresca spirava portando distintamente ai nostri orecchi le cannonate che venivano sparate dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e dalle batterie dei dintorni. A S. Massimo cominciamo ad accorgerci della vicinanza del campo. E’ un continuo andare e venire di borghesi chi a piedi e chi in carrozza e di soldati di tutte le armi. Ora un artigliere che passa, col fucile in ispalla o il mantello stretto al petto, ora un bersagliere spolverato, sudato, nero dal sole, ora un drappello di fantaccini, ora una compagnia di soldati del genio colla sappa o il badile su una spalla e il fucile con baionetta inestata sull’altra. Ufficiali di artiglieria e di fanteria galoppano innanzi e indietro; chi si reca al Comando, chi si reca al forte. E’ insomma una processione continua, avariata che solleva una polvere fitta fitta in pochi istanti vi imbianca e di accieca.

A cinquecento passi dal paese cominciano gli accampamenti. A destra e a sinistra della strada, fra i gelsi e la polenta, vediamo lunghe file di tende, bianche le une, giallastre le altre, poi carri e cavalli in quantità poi innumerevoli fasci di fucili, poi soldati d’ogni arma che vanno e che vengono attraverso il sole. Tutti i dialetti d’Italia s’incrociano per l’aria. Qui si ride, là si canta, più lontano si narrano le fiabe o discutono sui tiri della giornata.

A sinistra della strada sono accampatil’8° di artiglieria e il 68° fanteria. Verso S.Lucia è accampato il 67° e quando il cannone tace si odono le grida di quei soldati.

Alle 18 giungiamo nei pressi del forte di Lugagnano. Qui il movimento è ancora più vivo. Le strade sono ingombre di carrozze e di cavalli, di curiosi e di soldati.

Il cannoneggiamento che pochi minuti prima era vivissimo, ora era cessato. Sopra il forte ondeggiava ancora una gran nuvola di fumo biancastro, e un’altra nuvola ma molto più piccola, ondeggiava verso il paese di Lugagnano occupato dal nemico.

Oltrepassiamo la ferrovia da campo a scartamento ridotto che congiunge tutte le batterie col forte. Alla nostra sinistra, dietro una trincea, escono le estremità di due colossali cannoni Krupp ci si dice che sono incaricati di battere S.Maria di Sona.

Sulla trincea passeggiano due sentinelle con fucile armato di baionetta per impedire ai curiosi d’avvicinarsi alla batteria.

– Pronti! Fuoco! …

Dalla enorme gola del cannone più vicino vedemmo uscire una lunga fiamma che mandò in aria una nube di fumo biancastra e un nembo di scintille. Subito una detonazione formidabile secca secca, rimbombava. La spinta dell’aria fu così violenta che ci fece indietreggiare di qualche passo.

Un mezzo minuto dopo l’altro pezzo pure tirava con non meno fracasso.

A quella doppia provocazione un lampo balenò in direzione del paese di Lugagnano. Era un colpo del nemico.

Dopo quelle tre cannonate il silenzio tornò a farsi.

Avvertitici che non si ripigliava il fuoco che a notte inoltrata, ci ripiegammo verso S.Massimo.

Forte-Lugagnano.png
FORTE LUGAGNANO, OGGI.

***

Il colpo d’occhio che offrivano gli accampamenti con quell’oscurità era veramente magnifico. In mezzo ai campi, fra i gelsi e la polenta, fra le tende e i carri, brillano i fuochi a centinaia i quali si riflettono vagamente sui fasci di fucili.

Qui si prepara il rancio della sera e si vedono girare e rigirare pentoloni e gamelle, là scherzano, ridono, urlano, cantano. Quei bravi ragazzi sono tutti allegri eppure han faticato l’intera giornata sotto un sole scottante.

Attorno ad una gran tavola illuminata da un gran numero di lampade, vediamo una sessantina di ufficiali di tutte le armi che si pappano la cena. Anche in quella tavola si ride, si scherza e si canta.

L’allegria più viva regna in tutto l’accampamento. Sulla strada incontriamo ancora carretti e carrozze, borghesi e soldati e ufficiali. Si corre il pericolo di farsi schiacciare.

A S.Massimo c’è una confusione straordinaria. Le osterie e i caffè sono pieni di gente. Vediamo dappertutto soldati e ufifciali e moltissime signore. L’aria di essere una sagra o qualche cosa di simile. Le carrozze continuano a giungere portando nuovi curiosi e ingombrano tutta la piazza e tutte le vie.

Con grande fatica troviamo un posticino per sederci, ma non restiamo lì che pochi minuti poiché ci vengono ad avvertire che si sta per innalzare l’areostato e che i cannoni stanno per ripigliare la loro infernale musica.

***

Il pallone si innalza dietro il forte di Lugagnano, in una spianata quasi priva d’alberi. E’ un bellissimo e grande globo di seta, chiuso fra una solida maglia e può sollevare comodamente due persone. Sotto ha una navicella di paglia, munita all’intorno di numerosi sacchetti di zavorra. Non manca nemmeno l’àncora pel caso che il pallone riuscisse a rompere le funi che lo trattengono alla macchina a vapore.

Quando giungemmo noi, l’areostato era trattenuto a terra da una ventina di soldati. Il gigantesco globo, ben gonfio, ondeggiava lievemente sotto i buffi d’aria e ora s’allungava e ora s’allargava.

Un tenente del genio aveva già preso posto nella navicella portando con sé l’apparecchio telefonico.

“Allentate le corde”, udiamo gridare. “Adagio ragazzi. Adagio!” I soldati si allontanano dalla navicella e l’areostato comincia a salire. La gomena che lo trattiene alla macchina comincia subito a svolgersi. Il pallone sale lentamente, quasi in linea retta, con un marcato dondolamento. Vediamo l’ufficiale aggrappato alle funi che guarda verso Lugagnano. A trecento metri d’altezza il pallone si arresta. E’ diventato piccolo piccolo e pare che nuoti fra le stelle. Lassù udiamo suonare la trombetta. Da terra si risponde al segnale e il telefono comincia a funzionare. L’ufficiale comanda di far abbassare l’areostato di cinquanta metri.

La macchina a vapore tosto si pone in movimento e la gomena s’avvolge senza scosse attorno al tamburo. Il globo, sempre ondeggiando s’avvicina alla superficie della terra e si arresta ad un’altezza di circa 250 metri. Ad un tratto un lampo abbagliante rompe la fitta oscurità in direzione del forte di Lugagnano.

Vi tiene dietro un cupo rimbombo il quale dura alcuni secondi. Il cannone ha fatto sentire la sua voce. Sono le 10 e 14.

***

Un profondo silenzio era succeduto a quel primo colpo di cannone. Nessuna batteria nemica aveva risposto alla provocazione dei nostri.

S’indovinava però che il cannoneggiamento doveva in breve riprendersi, poiché sui bastioni del forte si vedevano numerose ombre andare e venire e una viva agitazione regnava dietro la trincea difesa dai due colossali Krupp.

D’improvviso un fascio di luce azzurrognola solca le tenebre e scorre attraverso la campagna con incalcolabile rapidità illuminando gli alberi, le piantagioni, le case, le batterie del nemico. E’ la luce elettrica piantata dentro il forte.

L’effetto è stupendo ed insieme grandioso. I muri delle case brillano d’una viva luce e i vetri delle finestre, anche i più lontani, scintillano.

Subito un lampo balena sul bastione del forte. Una nube di fumo si slancia attraverso il gran fascio di luve e si tinge d’un azzurro brillante, superbo. Verso Lugagnano due cannonate rimbombano. I due colossali Krupp che stanno alla nsotra sinistra rispondono con due scoppi spaventevoli. Il bombardamento diventa generale. Si tira dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e tirano tirano tutte le batterie situate fra questo e quello. Il nemico risponde prima debolmente, poi vigorosamente.

I lampi si riflettono sulla lucida superficie dell’areostato il quale si mantiene sempre ad una altezza di duecentocinquanta metri. Alle 10:26 udiamo uno squillo di tromba. Subito la luce elettrica si spegne e l’oscurità ridiventa perfetta. D’ambo le parti cessa il fuoco e a quel furioso rimbombo succede un profondo silenzio.

Alle 11:20 la luce elettrica torna ad illuminare la notte. Questa volta non è però diretta sul paese di Lugagnano ma sui colli di Sona. I due Krupp aprono per primi il fuoco, poi tuonano i cannoni del forte di Lugagnano e quelli di Dossobuono. Le batterie nemiche sono pronte a rispondere ma un quarto d’ora dopo la luce tornava a cessare. Alla mezzanotte vedemmo l’areostato discendere. Una ventina di soldati subito lo presero e lo trascinarono tre o quattrocento metri più lontano. Due tenenti entrarono nella navicella e l’areostato risalì ad una altezza di circa trecento metri. Alle 12:12 la luce elettrica per la terza volta si riaccendeva e i cannoni tornavano a rimbombare. Il cannoneggiamento non cessò più. Continuò tutta la notte vivissimo formando una baccano spaventevole.

L’aria era impregnata d’un forte odore di polvere e sopra i bastioni dei forti e sopra le batterie ondeggiavano delle immense nubi di fumo. Verso le tre del mattino tutti i cannoni tuonavano. Da una parte e dall’altre si rispondeva colpo per colpo. Alle 7 lasciammo i dintorni del forte per rientrare in città e per lungo pezzo ancora udimmo il cannone tuonare verso Lugagnano e Dossobuono.

Volete ora un consiglio, lettori? Recatevi al forte di Lugagnano e passatevi una notte. Lo spettacolo che vedrete vi compenserà largamente della veglia, ve l’assicuriamo.

Questa sera il bombardamento verrà ripreso.

E.S. (La Nuova ARENA, Giovedì 21 – Venerdì 22 Luglio 1887)

 

 

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

MERCURI – BAZAN – RISPOLI  “La disfatta dei cavalieri grigi”

Edizioni Segni D’Autore, 2017, cm 22 x 30, pp. 104, € 23,00

cavalieri-grigi (1)Questo bel volume chiude il prezioso dittico iniziato nel 2014 con “La Coccarda Rossa 1861” e ambientato tra la fine della guerra civile tra piemontesi e truppe fedeli a Francesco II di Borbone e la Guerra di Secessione Americana. Due volumi che al di là del loro indiscusso valore grafico, aprono una finestra per molti inaspettata su alcuni aspetti sconosciuti della storia dei Paesi che vi sono coinvolti, il Regno dei Savoia, quello delle Due Sicilie e le repubbliche Confederata e Unionista al di là dell’Atlantico.la-coccarda-rossa (1).jpg

Lo sceneggiatore Carlo Bazan, l’illustratore Carlo Rispoli e lo storico / soggettista Mauro Mercuri (autore anche de “L’Anello di Zinco” https://ildiapasonblog.wordpress.com/?s=zinco) mettono in scena la storia (non quella riportata dai libri, spesso raccontata dai vincitori) identificando in Nicola Cardone le migliaia di soldati borbonici – e piemontesi – sbarcati nel nuovo Mondo e ritrovatisi ancora nemici protagonisti di infernali battaglie di quel bagno di sangue fratricida che fu la Guerra di Secessione. Una preziosa quanto piacevole occasione per far conoscere ai voraci lettori di graphic novels ed anche a chi frequenta le nostre scuole – insegnanti e studenti – le avventure personali di Cardone, di Rosaria e di Antonio Izzo sullo sfondo degli avvenimenti in corso intorno a quel fatidico 1960 che sancì la nascita del Regno d’Italia.

La microstoria di Nicola Cardone già sergente delle truppe di Francesco II sbarca a New Orleans grazie ad un accordo che il generale italiano Enrico Cialdini fece tramite Giuseppe Garibaldi con il generale Chatam R. Wheat per favorire l’espatrio “volontario” di parte dei numerosissimi prigionieri borbonici (l’alternativa erano il forte lager di Fenestrelle o la fucilazione”) e che diventa ufficiale delle truppe confederate con il Generale Thomas Jackson e poi generale dell’Esercito USA è qui narrata con le sempre delicate coloriture della tavole di Rispoli (sette a piena pagina) e le stringate ed efficaci “nuvolette” di Bazan che mettono su carta le approfondite ricerche storiche di Mercuri. Utilissime infine la bibliografia ed i brevi saggi inseriti ad inizio e fine volume che aiutano a scoprire, come detto, pagine mai aperte e ferite mai rimarginate della storia italiana.

http://www.segnidautore.it