NORMAN BLAKE “Day by Day”

NORMAN BLAKE “Day by Day”

NORMAN BLAKE “Day by Day”

Smithsonian Folkways · Plectrafone Records. CD, 2021

di alessandro nobis

E’ passata qualche stagione dall’ultima pubblicazione di Norman Blake, ed oggi più che mai l’ascoltare le sue pacate ballate di ispirazione folk ed i suoi arrangiamenti di brani tradizionali mi accompagnano sempre molto piacevolmente, dopo cinquant’anni dalla sua scoperta mi viene quasi spontaneo considerare questo straordinario musicista quasi un “amico” del quale ho seguito tutte le sue gesta, un amico che non ha mai deluso. Certo, l’età avanza per tutti, la sua voce non ha tutta la pienezza della gioventù ma che importa, la sua chitarra è sempre brillante ed il repertorio è ancora una volta indovinato. “Day by Day” vede il ritorno con due brani del “Rising Fawn String Ensemble” con due brani composti nella prima metà del ‘900, le ballad “The Dying Cowboy” raccolta nel ’39 da Joseph Hall ma la melodia sembra essere quella di “The Bard Of Armagh“, slow air irlandese e “My Home’s Across the Blued Ridge Mountains” pubblicata nel 1909; mi paiono davvero significativi inoltre “Old’s Joe March“, strumentale scritto da Blake ed eseguito al banjo l’ antica ballata “Montcalm and Wolfe“, una broadside ballad (erano stampate su fogli singoli anche per favorirne la circolazione, in Italia si chiamano “fogli volanti”), che descrive una battaglia combattuta nel 1759 durante le guerre indiane tra i Nativi e le truppe di occupazione francesi.

Questo “Day by Day” non può mancare nelle collezioni dei numerosissimi fans di Blake, è un altro esempio della sua profonda conoscenza del patrimonio musicale americano e della capacità di descrivere piccole storie che alla fine sono quelle che fanno la “storia” dell’umanità; se la Smithsonian / Folkways in collaborazione con la Plectrafone ha ritenuto opportuno pubblicare questo “Day by Day” è un’ulteriore conferma dell’importanza ampiamente riconosciuta che Norman Blake ha nel mondo della musica acustica d’oltreoceano. Dispiace però notare come la scaletta dei brani contenuta nel libretto che accompagna alcune copie del disco stampate nel 2020 sia errata, visto che compaiono undici brani in un ordine non esatto: un errore non da poco per il prestigio dell’etichetta ma che è stato corretto nelle copie che riportano come data di stampa il 2021.

Il retro delle due copertine, quella di destra è quella “buona”.

  • English Version (Google Version …….):
NORMAN BLAKE
"Day by Day"
Smithsonian Folkways · Plectraphone Records. CD, 2021

by alessandro nobis

A few years have passed since Norman Blake's last publication, and today more than ever listening to his quiet folk-inspired ballads and his arrangements of traditional songs always accompany me very pleasantly, fifty years after his discovery I am it is almost spontaneous to consider this extraordinary musician almost a "friend" of whom I have followed all his musical adventures, a friend who has never disappointed. Of course, age advances for everyone, his voice does not have all the fullness of youth but who cares, his guitar is always brilliant and the repertoire is once again guessed. "Day by Day" sees the return with two songs of the "Rising Fawn String Ensemble" with two songs composed in the first half of the 20th century, the ballads "The Dying Cowboy" collected in '39 by Joseph Hall but the melody seems to be that of "The Bard Of Armagh", Irish slow air and "My Home's Across the Blued Ridge Mountains" published in 1909; they also seem really significant to me "Old's Joe March", instrumental written by Blake and performed on the banjo the ancient ballad "Montcalm and Wolfe", a broadside ballad (they were printed on single sheets also to promote circulation, in Italy they are called "sheets flying "), which describes a battle fought in 1759 during the Indian wars between the Native and French occupation troops.
This "Day by Day" cannot be missing in the collections of Blake's many fans, it is another example of his profound knowledge of American musical heritage and the ability to describe small stories that in the end are the ones that make up the "history" of humanity. ; if Smithsonian / Folkways in collaboration with Plectrafone has considered it appropriate to publish this "Day by Day" is further confirmation of the widely recognized importance that Norman Blake has in the world of overseas acoustic music. However, it is regrettable to note that the list of songs contained in the booklet accompanying some copies of the disc printed in 2020 is incorrect, given that eleven songs appear in an incorrect order: an error not just for the prestige of the label but which has been corrected. in copies showing 2021 as the printing date.

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

JEAN RITCHIE AND DOC WATSON “At Folk City”

Folkways Records. LP, 1963

di alessandro nobis

Pubblicato dalla Folkways nel lontano 1963 e ristampato in compact disc dalla Smithsonian / Folkways nel 1990 con tre brani inediti questo disco testimonia il primo incontro favorito dal genio di Ralph Rinzler tra Jean Ritchie e Doc Arhel Watson, due colonne portanti del folklore americano; ambedue provenienti dalla vasta area appalachiana ma residenti a duecento miglia uno dall’altra (la prima in un’area mineraria, il secondo in una rurale) sono i portatori, gli “informatori” della musica tradizionale della zona di provenienza, ed entrambi appartenevano a due famiglie che avevano coltivato la passione per le loro radici parallelamente.

Il CD contiene ben 17 brani che testimoniano un concerto tenuto al “Folk City” del Greenwich Village di New York; un autentico miracolo alchemico qui si ascolta, visto che i due non si erano mai conosciuti nè di persona nè di fama. Ciò che ne esce è l’anima della tradizione orale, il piacere di suonare assieme, forse anche la scoperta di repertori comuni tramandati dalle generazioni precedenti e sviluppatesi a reciproca insaputa.

E’ quindi una testimonianza straordinaria di quanto detto, che contiene alcune tra le pietre angolari del folk d’oltreoceano: basta citare “Swing and Turn Jubilee” (dal repertorio della famiglia Ritchie, quin con la voce del cantante e banjoista Roger Sprung), “Soldier’s Joy” (un’aria per violino di origine scozzese, Doc Watson alla chitarra e armonica) , “Pretty Polly” (una “murder ballad” di origine inglese, catalogata da Roud con il numero #15 e qui interpretata dalla evocativa voce di Jean Ritchie che si accompagna al dulcimer) o ancora “The House Carpenter” (ovvero “The Daemon Lover“, Roud #14 e Child #243 sempre di origine scozzese, qui con Watson al banjo) ed il gran finale di “Amazing Grace” con l’accompagnamento del pubblico e la partecipazione di Roger Sprung.

I brani inediti presenti sul CD sono “East Virginia” (Watson al banjo e canto, composto da A.P. Carter, della Carter Family), “Pretty Saro” (Roud #417, di origine inglese) e “Blue Ridge Mountain Blues” di Cliff Hess.

Album fondamentale, alcune radici della musica “americana” le trovate qui. Tornare alle origini, alla purezza di questa musica è una boccata di aria fresca ……….

– English Version (Google English Version)

Released by Folkways in 1963 and reissued on compact disc by Smithsonian / Folkways in 1990 with three unreleased tracks, this record testifies to the first meeting favored by the genius of Ralph Rinzler between Jean Ritchie and Doc Arhel Watson, two pillars of American folklore; both coming from the vast Appalachian area but residing two hundred miles from each other (the first in a mining area, the second in a rural one) are the bearers, the “informants” of the traditional music of the area of ​​origin, and both belonged to two families who had cultivated a passion for their roots in parallel.

The CD contains 17 tracks that testify to a concert held at the “Folk City” of Greenwich Village in New York; an authentic alchemical miracle can be heard here, since the two had never known each other either personally or by fame. What emerges is the soul of the oral tradition, the pleasure of playing together, perhaps even the discovery of common repertoires handed down from previous generations and developed without mutual knowledge.

It is therefore an extraordinary testimony of what has been said, which contains some of the cornerstones of overseas folk: just mention “Swing and Turn Jubilee” (from the Ritchie family repertoire, quin with the voice of singer and banjoist Roger Sprung), “Soldier’s Joy” (an aria for violin of Scottish origin, Doc Watson on guitar and harmonica), “Pretty Polly” (a “murder ballad” of English origin, cataloged by Roud with the number # 15 and interpreted here by the evocative voice by Jean Ritchie accompanying the dulcimer) or “The House Carpenter” (or “The Daemon Lover”, Roud # 14 and Child # 243 always of Scottish origin, here with Watson at the banjo) and the grand finale of “Amazing Grace “with the accompaniment of the public and the participation of Roger Sprung.

The unreleased tracks on the CD are “East Virginia” (Watson at banjo and singing, composed by AP Carter, of the Carter Family), “Pretty Saro” (Roud # 417, of English origin) and “Blue Ridge Mountain Blues” by Cliff Hess.

Fundamental album, some roots of “American” music can be found here. Going back to the origins, to the purity of this music is a breath of fresh air ……….

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

THE RISING FAWN STRING ENSEMBLE “Original Underground Music from the Mysterious South”

Rounder Records. LP, 1982

di alessandro nobis

Con questo terzo disco dell’orchestrina di cordofoni della Premiata Ditta Blake & Blake si completa a mio avviso il progetto nato tre anni prima con la registrazione di “The Rising Fawn String Ensemble” e del seguente “Full Moon on the Farm” del 1981 entrambi per la Rounder Records: laddove nel primo, con Blake, Bryan e Blake, il repertorio era composto da brani tradizionali o di autori come lo scozzese delle Shetland Tom Anderson o Uncle Dave Macon ed il secondo una magnifica combinazione di tradizionali e originali in questo terzo, come semplicemente si evince dalla lettura del titolo, è composto da brani di nuova composizione della suddetta Premiata Ditta. Inoltre la struttura dell’ensemble si fa ancora più articolata, passando dal quartetto con Nancy Blake al violoncello, Norman Blake (chitarra, mandolino, mando-cello e banjo tenore a otto corde), Charlie Collins alla chitarra ed il violinista James Bryan a quintetto con l’ingresso di Carol Jones (chitarra, mandolino, mandola, banjo tenore a otto corde), Larry Sledge (mando-cello) e Peter Ostrusko (mandolino, chitarra e violino) e quindi senza l’apporto di Bryan.

Ognuna delle dodici composizioni si diversifica rispetto alle altre per le combinazioni sonore e si rifanno spesso, ma non poteva essere altrimenti, agli standard della tradizione anglo·scoto·irlandese importata oltreatlantico nelle varie fasi migratorie. “Blake’s March” ad esempio che chiude la seconda facciata con uno splendido arrangiamento ed una bellissima parte riservata al violoncello oppure il delicato e splendente valzer “Natasha’s Waltz” aperto dalla chitarra di Carl Jones con tre mandolini (Blake, Ostrusko, Nancy Blake) quasi all’unisono accompagnati dal violoncello che disegnano un’atmosfera dal sapore quasi “mediterraneo” (il valzer era ed è ancora suonatissimo dalle orchestre e dai piccoli combo di mandolini italiani) ed infine la tradizione americana del ragtime di “Third Street Gipsy Rag“.

A mio avviso questo disco di Blake è uno dei migliori dove tutto è perfetto: suoni (grazie anche alla qualità degli strumenti impiegati ed alla loro scelta certosina brano per brano), capacità di riferirsi al passato scrivendo nuovi spartiti, arrangiamenti, perfetta intesa tra i musicisti. E’ vero, sono caratteristiche che poi ritrovi in tutte le produzioni di Norman Blake ma qui assumono un significato più alto, questo disco è uno dei suoi più riusciti, un capolavoro a mio giudizio.

  • (Google) English version

In my opinion, the project born three years earlier with the recording of “The Rising Fawn String Ensemble” and the following “Full Moon on the Farm” of 1981 both completes with this third disc of the orchestra of strings “Blake & Blake” for Rounder Records: where in the first the repertoire was composed of traditional songs or by authors such as Scotsman from Shetland Tom Anderson or Uncle Dave Macon and the second a magnificent combination of traditional and original in this third, as is simply evident from reading the title, is composed of newly composed pieces by the aforementioned Blakes. Furthermore, the structure of the ensemble becomes even more articulated, passing from the quartet with Nancy Blake on the cello, Norman Blake (guitar, mandolin, mando-cello and eight-string tenor banjo), Charlie Collins on guitar and violinist James Bryan as a quintet. with the entry of Carol Jones (guitar, mandolin, mandola, eight-string tenor banjo), Larry Sledge (mando-cello) and Peter Ostrusko (mandolin, guitar and violin) and therefore without the contribution of Bryan.

Each of the twelve compositions differs from the others for sound combinations and often refer, but it could not be otherwise, to the standards of the Anglo · Scot · Irish tradition imported across the Atlantic in the various migratory phases. “Blake’s March” for example which closes the second side with a splendid arrangement and a beautiful part reserved for the cello or the delicate and shining “Natasha’s Waltz” a waltz (of course) opened by Carl Jones’s guitar with three mandolins (Blake, Oustrusko, Nancy Blake) almost in unison accompanied by the cello that draw an atmosphere with an almost “Mediterranean” flavor (the waltz was and still is played by orchestras and small combos of Italian mandolins) and finally the American tradition of ragtime of “Third Street Gipsy Rag”.

In my opinion this Blake album is one of the best where everything is perfect: sounds (thanks also to the quality of the instruments used and their painstaking choice piece by piece), the ability to refer to the past by writing new scores, arrangements, perfect understanding between musicians. It’s true, these are characteristics that you find in all Norman Blake’s productions but here they take on a higher meaning, this record is one of his most successful, a masterpiece in my opinion.

SUONI RIEMERSI: BROTHER OSWALD & CHARLIE COLLINS “That’s Country”

SUONI RIEMERSI: BROTHER OSWALD & CHARLIE COLLINS “That’s Country”

SUONI RIEMERSI: BROTHER OSWALD & CHARLIE COLLINS “That’s Country”

ROUNDER Records 0041. LP, 1975

di alessandro nobis

Alle registrazioni di questo bel disco accreditato al chitarrista / mandolinista Charlie Collins ed al dobroista/ cantante Oswald Pete Kirby (entrambi degli Smokey Mountain Boys di Roy Acuff) partecipa anche il loro grande amico Norman Blake: la cosa sembra appartenere alla normalità direte voi seguaci di Blake se non fosse che nei quattro brani ai quali partecipa suona non la chitarra ma bensì il mandolino, molto probabilmente per lasciare il giusto spazio all’amico Charlie, peraltro finissimo strumentista: non c’è solo Blake invitato in studio ma anche Sam Bush e quindi ci ritroviamo di nuovo di fronte alla “compagnia” targata Rounder che suona e si diverte – e ci fa divertire – al suono di questa musica “americana” legata sì al bluegrass ma proiettata anche verso le nuove composizioni. “Remember me”, il reel “Fort Smith”, “Kahola March” (versione della Ford’s Hawaiian Orchestra) e “Saint Ann’s Reel” (un brano molto diffuso in nordamerica e di origine, almeno nella sua prima parte, irlandese) sono i brani dove Blake suona magnificamente il mandolino; si tratta di quattro tradizionali, come lo sono tutti i brani del disco, e ciò che si percepisce dal loro ascolto è la perfetta intesa e la naturalezza della musica, oltre naturalmente alla preparazione ed alla profonda conoscenza del materiale proposto spesso raccolto da “informatori”. Anche Sam Bush, altro straordinario strumentista, dà il suo apporto con il suo mandolino ad esempio nel super classico “Wabash Cannonball” e con il violino affianca Collins al mandolino in “Grey Eagle”, ma naturalmente vanno assolutamente citati i brani eseguiti dal duo Kirby – Collins e tra questi il brano di apertura “Nobody’s Business”, il blues “Columbus Stockade” con Kirby al banjo in stile old-time e solo di Coillins, ed “Old John Henry”.

Splendido e “vero” disco, non credo esista una versione in CD: peccato.

(GOOGLE ENGLISH)

Their great friend Norman Blake also participates in the recordings of this beautiful record credited to guitarist / mandolinist Charlie Collins and dobroist / singer Oswald Pete Kirby (both of Roy Acuff's Smokey Mountain Boys): this seems to belong to normality, you followers of Blake were it not for the fact that in the four songs in which he participates he plays not the guitar but the mandolin, most likely to leave the right space for his friend Charlie, who is also a very fine instrumentalist: there is not only Blake invited to the studio but also Sam Bush and then we find ourselves again in front of the Rounder "company" that plays and has fun - and entertains us - to the sound of this "American" music linked yes to bluegrass but also projected towards new compositions. "Remember me", the reel "Fort Smith", "Kahola March" (version of Ford's Hawaiian Orchestra) and "Saint Ann's Reel" (a very popular piece in North America and of Irish origin, at least in its first part) are the pieces where Blake plays the mandolin beautifully; there are four traditional ones, as are all the tracks on the disc, and what you perceive from listening to them is the perfect understanding and naturalness of the music, as well as of course the preparation and in-depth knowledge of the proposed material often collected by "informants" . Even Sam Bush, another extraordinary instrumentalist, gives his contribution with his mandolin, for example in the super classic "Wabash Cannonball" and in "Gray Eagle", but of course the pieces performed by the duo Kirby - Collins and among these the song of opening "Nobody's Business", the blues "Columbus Stockade" with Kirby on the banjo in old-time style and only by Coillins, and "Old John Henry".

SUONI RIEMERSI: MARK O’CONNOR “Pickin’ in the Wind”

SUONI RIEMERSI: MARK O’CONNOR “Pickin’ in the Wind”

SUONI RIEMERSI: MARK O’CONNOR “Pickin’ In The Wind”

Rounder Records. LP, 1976

di alessandro nobis

1975 Grand Master Fiddle Champion · National Guitar Champion 1975” dicono i due stickers sulla copertina del secondo disco del polistrumentista Mark O’Connor di Seattle: nulla di strano se non che nel ’75 O’Connor aveva 14 anni ed il suo talento era già così maturo da convincere la Rounder Records a fargli incidere l’album in compagnia, udite udite, di straordinari musicisti come Norman Blake, Charlie Collins, Sam Bush, Roy Huskey e John Hartford ovvero il meglio della musica acustica di quegli anni, quasi un dovuto apprezzamento all’enfant prodige del lontano Nord Ovest e della sua musica da parte della “famiglia Rounder”. Un bel disco con un altrettanto bel repertorio dal quale emergono sia il talento indiscusso di O’Connor che il piacere di suonare assieme agli amici più cari: mandolino, violino, chitarra passano tra le mani del giovanissimo Mark e l’impressione che resta fissa nella mente è quella della sua precoce maturità e consapevolezza lontana dagli aspetti “dimostrativo” e “calligrafico” che a quell’età spesso viene quasi “esibita” per lo stupore degli astanti.

Qui troviamo un po’ tutto il repertorio del miglior bluegrass, come il brano scritto da Jim & Jesse, “Dixie Hoedown” dove O’Connor è alla chitarra solista, Sam Bush al violino, Blake al mandolino, Hartford al banjo, Collins alla seconda chitarra e Roy Huskey naturalmente al contrabbasso, un brano originale (“Mark’s Waltz”), un valzer come si può immaginare con O’Connor al violino, Collins alla chitarra e Sam Bush al mandolino o ancora uno spartito di Vassar Clements (il blues “Lonesome Fiddle”) con un inedito ed efficace arrangiamento che non prevede l’uso del violino ma chitarra, banjo, dobro (Norman Blake), chitarra e contrabbasso. E, per concludere, l’omaggio al violinista del Montana Bill Lang con un suo valzer eseguito in compagnia di Sam Bush e Charlie Collins.

Gran bel disco.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “The Fields of November”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE “The Fields of November”

“The Fields of November” Flying Fish Records 004. LP, 1974

di alessandro nobis

“The Fields of November” è la quarta uscita della Flying Fish e la produzione di questo album di Norman Blake fu affidata all’amico dobroista Tut Taylor, compagno anche negli anni a seguire di mille battaglie musicali del chitarrista americano. Con Blake alla chitarra, voce, violino, mandolino e dobro i “soliti” straordinari compagni di viaggio ovvero Nancy Ann Short (futura “Blake”), al violoncello, Robert Arthur Tut Taylor al dobro e Charile Collins alla chitarra e violino l’ensemble confeziona uno dei più riusciti lavori nell’ambito della cosiddetta “americana” di quegli anni dando un particolare risalto al ruolo degli strumenti ad arco, peculiarità che in seguito Nancy e Norman (scusate la confidenza) approfondiranno con il Rising Fawn String Ensemble ed inoltre mette in risalto il talento compositivo di Norman Blake vesto che tutti i brani portano la sua firma. Il brano eponimo, “Uncle” e quello che apre il disco, “Green Leaf Fancy” sono eseguiti dal trio violino – violoncello – chitarra e sono tra quelli che preferisco assieme a “Krazy Kurtis” suonato in solo da Blake al dobro; non mancano i canti narrativi che raccontano storie di emigrazione dovute alla chiusura delle miniere di carbone come lo splendido “Last Train from Poor Valley” ed all’estrema povertà come il malinconico ed allo stesso tempo incisivo “Lord Won’t You Help Me” (“Viaggiando e vagabondando per tutto il tempo / da solo con la mia chitarra / per un dollaro ed un quarto /ed un bicchiere di vino / o Dio, non vuoi aiutarmi prima che impazzisca”).

Un disco che segna assieme a “Old and New” che lo segue (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/05/suoni-riemersi-norman-blake-old-and-new/) il percorso stilistico di Norman Blake che da un lato proseguirà in solo o in duo (memorabile “Whiskey Before Breakfast” in duo con Charlie Collins) e dall’altro rivolta alla costruzione ed alla sua realizzazione di un suono legato agli archi, un aspetto questo mai affrontato prima, e mai lo sarà in seguito, dal mondo della musica di ispirazione tradizionale americano.

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

FOLKEST DISCHI Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Se avete accumulato abbastanza esperienza nell’ascolto della buona musica acustica, il primo riferimento che viene spontaneo al primo ascolto va al David Grisman Quintet con il quale Kujacoustic ha in comune le timbriche degli strumenti, l’attenzione e valorizzazione del patrimonio tradizionale e il gusto per la nuova composizione. Tutto qua. In “Inniò” non c’è nulla di calligrafico, ci sono i talenti di Massimo Gatti (mandolino), Michele Pucci (chitarra) e di Alessandro Turchet (contrabbasso) che costruiscono un repertorio eseguito con grande maestria con brani originali e la rivisitazione di altri tre appartenenti a musiche popolari friulane, greche e finniche riviste naturalmente attraverso “i legni” che i tre abbracciano, accompagnati in tre brani dalle misurate ed efficaci percussioni di Michele Budai.

Tre i “tradizionali”: magnifico mi sembra l’arrangiamento del “Valzer di Napoleon” spesso esuguito dalla fisarmonica e che qui trova una sua inedita dimensione cameristica al pari di “Rautanen”, tradizionale finlandese esercizio di stile di Massimo Gatti che suona un mandolino “americano” con quel timbro particolare che quasi transla il repertorio europeo “altrove”, e dal patrimonio greco del repertorio rebetiko ecco la splendida melodia “Misirlou” che ospita alla perfezione al suo interno “Aman”, tradizionale sefardita.

Ma, a parte gli arrangiamenti dei brani alloctoni sono le composizioni originali che valorizzano il progetto di Kujacoustic; il respiro di “Rèif” composto da Michele Pucci e la pacata melodia di “Nuvole” (scritta da Massimo Gatti), la musica gitana apocrifa del valzer “Tzigani Mood” dove ancora una volta il gusto e la compostezza del mandolinista emerge in tutto il suo splendore ed infine il sapore dawg che si percepisce ascoltando il brano che apre questo bellissimo lavoro, “La Via”.

Un trio eccellente per un disco eccellente, complimenti anche a chi ha creduto in loro pubblicando questo disco. Per me la speranza di vederli suonare dal vivo, credo sarebbe un grande spasso.

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

HDS Records. LP, 1974

di alessandro nobis

In tutti i linguaggi musicali ci sono dischi che indicano chiaramente nuovi percorsi, dischi concepiti e realizzati dalle menti più fervide e creative in grado di vedere “in avanti”, e per la musica tradizionale o che da questa prende origine voglio citare il leggendario triplo ellepì “Will The Circle Be Unbroken”, i lavori di David Grisman con il quintetto e con Jerry Garcia e naturalmente questa session registrata cinquanta anni fa da un combo di musicisti, alcuni fortemente legati al bluegrass, altri aperti a nuove strade per questo genere musicale ed uno straordinario jazzista (Dave Holland, naturalmente).

Vassar Clements e Jethro Burns arrangiano splendidamente una melodia, “Goin’ Home”, tratta dalla Sinfonia N° 9 di Antonin Dvorak che il violinista esegue in duo con Norman Blake (notevolissimo ed inedito il suo accompagnamento ritmico) – e qui abbiamo un primo esempio di vicinanza ad altre forme musicali per quanto influenzate da folklore americano – mentre il jazz fa capolino in “’A’ Train” di Billy Strayhorn (Vviolino e chitarra) e nell’improvvisazione che chiude la seconda facciata, il blues “Vassar & Dave” (e non poteva chiamarsi altrimenti) dove emerge l’impetuosa cavata di Holland e lo stile a-la Grappelli di Clements.

Oserei dire spettacolare l’esecuzione di Blake in solo di “Old Brown Case” e naturalmente i brani eseguiti dall’ensemble come “McKinley’s Blues” ed il successivo “Okonee” di Tut Taylor – la voce è naturalmente quella di Blake – fanno perfettamente immaginare l’atmosfera che si respirava durante questa session registrata a Nashville, un suono equilibrato dove gli strumenti si intersecano meravigliosamente e dove gli assoli tra le strofe sono delle autentiche gemme incastonate nel brano: quello di contrabbasso e di mandolino in “Okonee” e quelli di violino, mandolino di Burns e di dobro di Taylor con il contrabbasso e la chitarra che dettano il ritmo.

Disco assolutamente meraviglioso, tra folk americano, jazz e classica del Novecento. Se non è questo un capolavoro ditemi cosa lo è.

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

DUCK BAKER  “Confabulations 1994 ·2017”

ESP-DISK. CD, 2021

di alessandro nobis

Ecco raccolto in un dischetto l’affascinante universo “improvvisativo” di Duck Baker, chitarrista al quale l’aggettivo “eclettico” non è sufficiente per descrivere il suo spaziare da un genere all’altro, dalla musica “americana” a quella scoto-irlandese a quella “spontanea”. Ad essere precisi, l’improvvisazione è sempre presente nella sua musica, sia essa si generi all’interno di brani strutturati sia venga creata in modo spontaneo e pertanto irripetibile: come ad esempio quella qui raccolta dove Baker è in compagnia della parte più radicale e creativa che dagli anni sessanta ha fatto scuola nell’ambiente musicale genericamente “jazz” ma che personalmente ascriverei al più adatto “musica contemporanea”. Parlo di Derek Bailey, di Roswell Rudd, di Mark Dresser, di Steve Noble o di Steve Beresford per citare alcuni compagni di improvvisazione che collaborano con il chitarrista della Virginia. Musica, inutile negarlo, per palati fini e per ascoltatori “visionari” che non si accontentano del mainstream ma cercano i limiti del suono, dell’utilizzo degli strumenti e della complicità tra i musicisti che danno il loro contributo a rendere reali i loro progetti mai preparati a tavolino.

Tourbillon Air” (2017) con Alex Ward (clarinetto), John Edwards (basso) e Steve Noble (batteria) è a mio parere uno dei brani più intriganti dove si avverte chiaramente il suo sviluppo e l’interazione tra i quattro protagonisti che mai, ma questa è una delle regole da rispettare religiosamente, si sovrastano l’un l’altro; impossibile non citare l’incontro tra Baker e Derek Bailey (“Indie Pen Dance”, registrato a casa di Bailey, quasi un pellegrinaggio da uno dei padri della creazione musicale spontanea) ed i due brani in duo con il trombonista Roswell Rudd (“Signing Off” e l’iconoclastico “East River Delta Blues”, mosaico di gruppi di note “già sentite” saldate da improvvisazioni). Un disco davvero interessante, questo “Confabulations”, chissà cosa uscirà dall’archivio di Duck Baker nei prossimi mesi ……. ma basta saper aspettare.

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE · RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

SUONI RIEMERSI: NORMAN BLAKE · RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

NORMAN BLAKE ·RED RECTOR “Norman Blake & Red Rector”

County Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Attribuito a Norman Blake ed al mandolinista del North Carolina Red Rector (1929 – 1990), questo ellepì si avvale anche della fondamentale opera della ritmica formata da Charlie Collins alla chitarra e da Roy Huskie Junior al contrabbasso, ed è l’unico lavoro di Blake pubblicato dalla County Records di Dave Freeman che nel 2018 ha chiuso i battenti. Le fonti dalle quali Blake e Rector hanno attinto per arrangiare i brani – nessuno è originale – ed inciderli in questo che resta dopo quasi mezzo secolo un meraviglioso lavoro, uno degli highlights della discografia di Norman Blake, sono numerose; alcuni brani sono classificati come “tradizionali” e quindi di autore sconosciuto, mentre altri sono stati registrati e composti in varie epoche da musicisti considerati “colonne” del folk americano. Immagino un lungo e certosino lavoro nella ricerca e trascrizione dei 78giri degli anni Venti e Trenta che fa di questo disco un doveroso e riuscito omaggio alle radici della musica americana. C’è “Denver Belle”, una fiddle tune del grande Kenny Baker, c’è “Darling Nellie Across the Sea” dal repertorio della seminale Carter Family (1929) e, sempre da quell’anno “Mississippi Sawyer” 78giri di esordio della string band – che suonava l’old time music – “The Hill Billies” e “Sweet Lorena” ballad cantata da Blake e scritta dai fratelli Henry e Joseph Webster con un bel solo di mandolino ed il preciso contrabbasso di Roy Huskie, lo splendido strumentale “Girl I Left Behind Me”, una dance tune con il perfetto alternarsi chitarra – mandolino, uno dei brani più significativi di questo album a mio avviso ed infine “Limehouse Blues” di Douglas Furber e Philip Braham suonato per la prima volta nel ’21 da Gertrude Lawrence e Jack Buchanam, con al solito strepitosi soli di Red Rector e Norman Blake.

Disco notevole, come detto uno dei più interessanti del chitarrista di Sulphur Springs che mette in luce anche il mandolinista Red Rector.