DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

DUCK BAKER  “I’m coming Virginia 1976 – 2011”

Fulica Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Im-Coming-Virginia copia“Rare and previously unissued swing guitar solo” recita il sottotitolo di questa nuova e preziosa raccolta di inediti del chitarrista americano Duck Baker che coprono il periodo tra il 1976 ed il 2011. In comune le venti hanno il jazz e lo swing e tutte sono state registrate tutte dal vivo, a partire da quelle provenienti dalla prima tourneè europea di Baker, appunto quella del 1976. Duck Baker ringrazia i numerosi “bootlegers” che al grido di “roll tour tapes on” hanno registrato i suoi numerosissimi concerti e che gli hanno fornito la materia prima per realizzare questo bellissimo lavoro: dalle registrazioni su cassetta a quelle su DAT fino a quelle in mp3 il lavoro di selezione è stato lungo e paziente vista la non sempre alta qualità delle registrazioni ma ne è valsa davvero la pena. Baker ha spessissimo frequentato i palcoscenici di teatri, festival e locali anche in Italia, e le testimonianze di questo sono tre: “Take the A Train” registrato alla Fontana di Avesa nel 2002, “The Deep Blue C” da un concerto fiorentino del 1983 e due brani da una esibizione a Varese, nel ’79. C’è solamente l’imbarazzo della scelta per segnalarvi i brani più succulenti riportati in questo CD che per sono il già citato brano di Ellington “Take the A Train” (fosse solo per ragioni affettive) ai quali aggiungo la sempre fresca e spumeggiante “Sweet Georgia Brown” – uno dei cavalli di battaglia di Baker, tuttora nel suo repertorio live – della premiata ditta Bernie & Pinkard, e naturalmente la ballad “I’m Coming Virginia” composta nel 1927 da Bix Beiderbecke.

Qui il Gospel, il Blues, il Jazz, il Ragtime e l’Early jazz ancora una volta riemergono dal tempo lontano grazie agli arrangiamenti ed alla tecnica di questo straordinario quanto poliedrico chitarrista della Virginia mostrando qui al meglio la sua lucida visione della musica afroamericana, visione che accanto a quelle del folklore americano ed irlandese ed a quella dell’improvvisazione sia idiomatica che più radicale (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/) ne fanno uno dei rappresentanti più autorevoli della musica per chitarra – ma non solo – che personalmente abbia ascoltato. 

 

ANTONIO COLANGELO  “Tabaco y Azucar”

ANTONIO COLANGELO  “Tabaco y Azucar”

ANTONIO COLANGELO  “Tabaco y Azucar”

DODICILUNE Records. CD, Ed431 2020

di alessandro nobis

Chitarrista e compositore materano letteralmente folgorato dalla musica brasiliana durante una sua permanenza in sudamerica tanto da trasferirsivi definitivamente nel 2007, con questo suo esordio discografico per la Dodicilune presenta un progetto con il quale crea un’ibridizzazione di linguaggi musicali diversi, una musica cosmopolita che vuole legare le culture europea e brasiliana. Lo fa in modo brillante, con un quartetto del quale fanno parte anche Vincenzo Maurogiovanni al basso, Mirko Maria Matera alle tastiere e Pierluigi Villani alla batteria al quale si aggiungono diversi ospiti nelle nove tracce che compongono questo “Tabaco y Azùcar”. Certo non ci sono solamente le due culture citate sopra, c’è anche il linguaggio della musica afroamericana, quello del jazz elettrificato ed acustico che qui permea tutto dando un equilibrio sonoro a questo disco molto gradevole, brioso con arrangiamenti che mettono in risalto non solo il valore degli spartiti ed il gusto di Colangelo alla chitarra – mai sopra le righe e sempre misurato – ma anche il rispetto delle “proporzioni” che fa la differenza tra “il solista ed i suoi collaboratori” ed un ensemble.

L’etereo “Canto di Partenope” per chitarra ed elettronica introduce “Cairo Metropolitano” che ricorda i ritmi e le melodie di certa musica mediterranea con un cantabile solo di chitarra che dialoga amabilmente con le tastiere e un bel calibrato solo di basso e la seguente “Tequila for $5” con un bel riff di basso che conduce la danza – anche qui un significativo lungo solo di Colangelo al quale fa seguito un altrettanto assolo di Mirko Maria Matera – sono i brani che più hanno attirato la mia attenzione assieme alla lunga ballad “Napulengre”, quasi un biglietto da visita di questo quartetto. Poi, dopo un attento ascolto, ognuno troverà qui i “segni” della storia del jazz elettrico che negli ultimi cinquanta anni ha seminato ovunque suoni e stili, anche se, devo dire, non sempre questi semi hanno dato frutti degni di nota. Questo non è il caso di “Tabaco y Azucar”, sia chiaro.

http://www.dodicilune.it

 

RENATO PODESTA’  “Foolish Little Dreams”

RENATO PODESTA’  “Foolish Little Dreams”

RENATO PODESTA’  “Foolish Little Dreams”

Irma Records. CD, 2019

di alessandro nobis

COPERTINA - Foolish Little Dreams di Renato PodestàVi dirò per cominciare della ciliegina sulla torta di questo “Foolish Little Dreams”, ovvero il duetto tra il “maestro” Sandro Gibellini e l’”allievo” Renato Podestà che dà nuova linfa ad un classico, quel “Exactly Like You”scritto da Jmmy McHugh nel 1930 (il testo era di Dorothy Fields, per completezza dell’informazione); interpretazione da manuale per chitarra direi, vista la tecnica, la verve, il felice interplay tra i due chitarristi. La torta, succosa, piacevolissima e che si fa riascoltare più e più volte, è il resto del disco, che presenta standards riletti con grande intelligenza vicino a brani originali di Podestà e del tastierista Gialuca di Ienno: qui ce n’è per tutti i gusti, per gli amanti del suono dell’organo, per gli amanti del suono funky stile “The Meters” nell’interpretazione del gershwiniano (“Fascinating Rhythm” con un pregevolissimo solo di Hammond), per quelli che cercano la qualità degli originali (e qui c’è “Bolero” del chitarrista e la lunga “Heartbeat Sweet” scritta da Di Ienno con una significativa intro al piano elettrico raggiunto poi dalla chitarra e dalla batteria di Roberto Lupo) ed infine per quelli che cercano sempre nuove riletture di classici della musica classica americana del ventesimo secolo, il jazz. Costoro troveranno gli spartiti di autori del calibro di Oliver Nelson (“Butch & Butch”) e di Bill Evans (“Five”) e converranno con me che la musica qui trasuda di piacere nel suonare e nel proporre, di professionalià e di grande affiatamento che spesso le formazioni a tre “piano-less” sanno produrre.

Certo che se Renato Podestà ha deciso finalmente dopo anni di concerti e di registrazioni con altri ensemble di esordire nel mondo del jazz con un lavoro di così notevole fattura a suo nome, la domanda sorge spontanea: perché non farlo prima? Attendiamo il secondo capitolo, eh!

 

 

 

 

MICHELE LIDEO “Ora Blù”

MICHELE LIDEO “Ora Blù”

MICHELE LIDEO “Ora Blù FINGERPICKINGNET Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Sii curioso, che la tua curiosità verrà ripagata” mi disse un tale qualche decennio fa, e la musica che esce da questo “Ora Blù” del chitarrista padovano Michele Lideo è senz’altro una delle perle che questa “filosofia” mi ha fatto scoprire e molto apprezzare. Seguace della tecnica del fingerpicking ed autore di tutte le undici composizioni, Lideo dal punto di vista musicale si posiziona sui rami più freschi di questo stile chitarristico che in Italia ha avuto ed ha tra i suoi esponenti più significativi l’abruzzese Franco Morone ed il milanese Walter Lupi.digipack cd lideo definitivo

Un viaggio in chiaroscuro dentro la mia musica” è il sottotitolo di questo lavoro ed ascoltandolo trovi un po’ il riassunto della carriera musicale di Lideo e delle sue influenze a mio avviso soprattutto rappresentate dagli stili di Morone (il Franco di “Blues for Franco” sarà lui?) e Lupi, la ricerca spasmodica della melodia del primo e la forza ritmica del secondo, tutto filtrato dalla personalità di Lideo, dalla sua tecnica cristallina nelle esecuzioni dove non si trovano mai note in sovrabbondanza ma dove tutto è equilibrio e gusto. Un disco bellissimo, e quindi faticosamente vi segnalo qualche brano che motivi quanto vi ho detto qui sopra, annotazioni personali che probabilmente non coincideranno con gli intenti di Lideo, ma tant’è; “Blue Sun” che apre il disco è una ballad, la giusta apertura del lavoro alla quale segue la raffinatezza del blues già citato, il veloce ritmo di “Freeway” e l’immaginario irlandese evocato dalla pacata “Doolin”.

Avvicinatevi alla musica di Michele Lideo, vi catturerà.

https://www.michelelideo.it

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON

“The Guitar Trio in Calgary 1977”

EMANEM Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Queste registrazioni provenienti dal lontanissimo 1977 danno finalmente luce al talento ed al gusto di Duck Baker nella sua “versione” di improvvisatore radicale, lontano quindi dalla musica irlandese, scozzese, americana, jazz, e blues per le quali è probabilmente più conosciuto ed apprezzato; qui in compagnia di due altri talentuosissimi chitarristi e improvvisatori come i canadesi Eugene Chadbourne e Randy Hutton, Baker sfoggia invece tutta la sua capacità di dialogo, di creatività e di controllo istantaneo del processo improvvisativo.

Onestamente debbo dire che non è un disco facilissimo da ascoltare ma una volta compreso il processo creativo in atto non si possono non apprezzare le trame creative che si creano durante le performance. Sette degli otto brani provengono dal concerto di Calgary del 27 febbraio del ’77, mentre l’ottava e lunga traccia (oltre 27 minuti) era stata già pubblicata dalla Parachute nel medesimo anno. L’ascolto delle metamorfosi di “Cards” di Roscoe Mitchell eseguita in solo da Chadbourne e di “Ornette Mashup” scritta a quattro mani da Coleman e Charlie Haden (qui all’opera il trio al completo) sono una sorta di manifesto di come partendo da uno spartito si possa essere originali nell’interpretazione e nell’approccio stilistico; “White from Foam” è una travolgente performance solista di Baker con la sua chitarra con le corde di nylon, “Mary Mahoney” del duo Chadbourne – Baker è un “quasi blues” serrato e comunicativo dialogo che contribuisce a dare la misura del fascino dell’improvvisazione musicale che suonata a questi livelli tecnici ed ispirativi può veramente essere considerata a pieno diritto come una delle componenti più importanti di quella che nel XX° secolo veniva chiamata “musica contemporanea”.

Una preziosa testimonianza, speriamo ne seguano altre di questo livello.

 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/07/duck-baker-plymouth-rock/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/24/duck-baker-when-you-wore-a-tulip/)

MARTINO VERCESI “New Thing”

MARTINO VERCESI “New Thing”

MARTINO VERCESI  “New Thing”

Alessio Brocca Edizioni Musicali. CD, 2019

di alessandro nobis

COPERTINA - New Thing di Martino VercesiA due anni dal precedente “Supercluster” il chitarrista e compositore milanese Martino Vercesi pubblica questo notevole “New Thing” dedicato al neonato figlio Marcello, alla testa di un quartetto formato da Danilo Gallo al contrabbasso, Rudi Manzoli al sassofono e Matteo Rebulla alla batteria. E’ il suo quinto album da solista e la sua musica attraversa l’insidioso fiume del mainstream, in grado di travolgere chiunque lo affronti senza originalità o con pedisseque interpretazioni di pluri – interpretati standards. Questo non è il caso del combo di Vercesi, tutt’altro; le sei composizioni che danno vita all’album, tutte del chitarrista, evidenziano un jazz molto cantabile, eseguito con grande consapevolezza ed altrettanta preparazione tecnica, con arrangiamenti che lasciano spazio alle individualità che mai debordano in sterili virtuosismi ma contribuiscono a creare un suono d’insieme di grande effetto. La chitarra ha un suono molto naturale, privo di effetti, e ciò consente di apprezzare ancora di più il fraseggio nelle parti d’insieme che in quelle solistiche. Non mi piace citare altri musicisti ma questa volta, giusto per dare l’idea della purezza di questa musica nelle parti eseguite in tre, non posso non citare il trio di Abercrombie, quello con Peter Erskine e Marc Johnson, gli appassionati di ECM sanno di cosa parlo; inoltre il sassofono di Rudi Manzoli è sempre puntuale e misurato negli interventi, come ad esempio in “He won’t get far”, dove esegue il tema all’unisono con la chitarra, esegue un significativo e lungo “solo” per poi farsi da parte e ritornare in conclusione dopo uno splendido solo di Vercesi. Oppure in “Old America”, lunga ballad con l’introduzione del contrabbasso di Danilo Gallo che detta il tempo, entra l’arpeggio di chitarra che espone il tema in seguito accompagnata dal sax tenore che precede l‘ingresso della batteria che lascia sul finale lo spazio per il solo di Manzoli; brano che mi ha impressionato per l’ariosità e la sua pacatezza e che conclude questo bellissimo lavoro.

Un musicista, Martino Vercesi, che non conoscevo, un disco che mi ha avvolto e coinvolto dal primo ascolto. Mi capita di rado.

TRACCE

  • 1  First Coffee Break (M. Vercesi)
  • 2  He won’t get far (M. Vercesi)
  • 3  Fanciful Dream (M. Vercesi)
  • 4  Go Further (M. Vercesi)
  • 5  Hold on Please (M. Vercesi)
  • 6  Old America (M. Vercesi)

 

www.martinovercesi.com

martino.vercesi@libero.it

 

 

 

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

Southern Summer Records. CD, 1977, 2019

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1976 dalla Kicking Mule Records, “When you wore a tulip” era il secondo significativo lavoro del chitarrista americano Duck Baker e conteneva tracce registrate durante il ’74 e ’75 (dalle session del primo album “There’s Something For Everyone in America”), oltre ad altre risalenti all’aprile del ’76; ora su iniziativa dello stesso Baker viene ristampato meritoriamente con l’aggiunta di cinque “bonus tracks” provenienti dalla registrazione di un concerto parigino sempre del 1976. “All’epoca dei fatti” Baker era già considerato uno dei più autorevoli ed originali interpreti dello stile fingerpicking, stile allora molto ancorato sulla riproposizione del folk anglo-scoto-irlandese, sia per il sua visione piuttosto legata all’improvvisazione, per lo stile applicato alla chitarra con corde di nylon ed infine per il repertorio che spazia dalle tradizioni musicali americane di origine europea al jazz.Interpretazione, arrangiamento, composizione e improvvisazione sono sempre stati quindi i punti cardinali della carriera del chitarrista della Virginia, e già a metà degli anni settanta era leggibile il suo progetto che tuttora porta avanti, da solo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/) o con piccoli combo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/).

DUCK_BAKER_WHEN+YOU+WORE+A+TULIP-590251.jpgQui troviamo brani che fanno parte del suo repertorio da sempre come “Back Home Again in Indiana” scritto da James F. Hanley & Ballard MacDonald o “Huneysuckle Rose” di Fats Waller vicino a sue composizioni come “Plymouth Rock” e “Rapid Transit Blues” ed a splendidi arrangiamenti di fiddle tunes come “Angeline the Baker” e “The Boys of Blue Hill”.

La chicca qui è la sequenza dei cinque inediti registrati a Parigi dei quali vanno citati almeno “Maple Leaf Rag” (Scott Joplin) e “Chicken Ain’t nothing’ but a bird” (letteralmente “le galline non sono altro che uccelli”) di Emmet Wallace, due straordinari arrangiamenti per chitarra acustica.

Mi domando, quando ascolto Duck Baker, come mai un musicista dei questo livello non faccia parte dei cartelloni dei festival jazz italiani “più autorevoli”.

 

 

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

Mint Records. Lp, 1980

di alessandro nobis

Era un po’ che avevo in cantiere la recensione di questo straordinario disco d’esordio di Arty McGlynn datato 1980 e ristampato in CD nel 1994; ora però che giusto ieri (17 dicembre 2019) abbiamo saputo della sua inopinata dipartita – lascia la moglie Nollaig e cinque figli – , diventa assolutamente doveroso parlare di questa autentica perla di musica tradizionale arrangiata ed eseguita esclusivamente con una chitarra acustica; perla preziosissima pari solamente a mio avviso a quel “Coppers and Brass” dello scozzese Dick Gaughan, per restare nell’ambito della tradizione scoto – irlandese.

IMG_3714Dodici brani equamente divisi su due facciate, ognuno dei quali presenta diverse peculiarità che fanno di questo album un caleidoscopio della cultura popolare d’Irlanda ed anche un manuale di chitarra acustica: si inizia con un brano risalente al periodo barocco di Turlogh O’Carolan (“Carolan’s Draught”) e continua con altre meraviglie come i set di reels, tra i quali segnalo “Miss Monaghan / The Flags of Dublin / Hand me down the tackle” presi dal repertorio di Seamus Ennis, le gighe come “Arthur Darley” da quello del violinista John Doherty, le slow air tra le quali assolutamente primeggia “The Blackbird” scritta dall’amico Jacky Daly. David Hammond canta due ballads (“I wish my love was a red rose” e “The Hills above Drumquin”) che danno la misura della grandezza di McGlynn anche come accompagnatore.

Un disco come dicevamo completo senza una sola sbavatura, timing perfetto, abbellimenti di grande gusto e bellezza e grande equilibrio, come lo erano le esibizioni dal vivo in compagnia della moglie, la violinista Nollaig Casey (ebbi la fortuna di incontrarli e di ascoltarli in un concerto stellare nell’aprile del 2001 a Verona alla Fontana di Avesa), di Frankie Gavin, Paddy Keenan o di Liam O’Flyyn o ancora di quel fenomenale supergruppo che furono i Patrick Street:

L’apparizione di un nuovo artista è sempre un evento al quale si deve dare il benvenuto. Quando di un artista non abbiamo mai ascoltato le sue prove e il lento divenire degli arrangiamenti dei brani; quando non abbiamo potuto assistere alla sua crescita; quando infine il musicista è rimasto volutamente nascosto nell’ombra fino al preciso momento nel quale la sua maturità musicale e tecnica e si mostra al pubblico per la prima volta, la sua venuta è più che benvenuta ed ha gli elementi di una epifania. La maturità artistica dell’uomo colpisce profondamente.”  Così lucidamente scriveva Brian Friel nelle note di copertina di questo “McGlynn’Fancy”.

Resta il rammarico di non avere molto altro materiale “solo” di McGlynn, ma bastano e avanzano le sue incisioni in compagnia di altri musicisti: ognuno faccia la sua scelta.

Io scelgo questo suo disco d’esordio. Imperdibile.

 

 

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

GREENTRAX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La pubblicazione di questa registrazione dal vivo dello scozzese Dick Gaughan, effettuata da Brian O’Donovan alla Old Baptist Church a Cambridge nei pressi della Harvard University è a mio avviso una delle più importanti inziative di recupero di vecchi nastri di questo 2019, per ciò che mi riguarda per due ragioni.

DICK GAUGHAN copia
San Francesco al Corso, Verona 1981. Foto di Alessandro Nobis.

La prima è una ragione affettiva, visto che un anno prima circa avevo assistito ad uno strepitoso concerto di Gaughan a Verona, presso l’Auditorium di San Francesco al Corso durante il quale aveva presentato se non ricordo male una scaletta del tutto simile a quella di questo concerto americano – e del quale conservo gelosamente un paio di fotografie – ovvero basata sul suo lavoro del 1981 “Handful of heart” oltre a qualche strumentale e ad altri brani tradizionali assieme ad alcuni di altri autori. La seconda perché questa registrazione ci restituisce la grandezza interpretativa ed esecutiva di Dick Gaughan l’espressione più alta della musica tradizionale e d’autore che la Caledonia abbia mai prodotto: qui troviamo brani del già citato “Handful of Heart” ovvero il tradizionale “Erin Go Bragh”, “Song For Ireland” di Phil Colclough, “The world Turned Upside Down” di Leon Rosselson e “The Worker Song” di Ed Pickford, uno straordinario set di reels come “The Gooseberry Bush / The Chicago Reel / Jenny’s Welcome to Charlie” (a proposito, procuratevi l’inarrivabile “Coppers and Brass”, uno dei più importanti dischi di chitarra acustica) e tra gli altri una splendida versione di “Glenlogie”; chiude questo imperdibile disco una autentica chicca, una versione di “The Freedom Come All Ye” con Johnny Cunningham, violinista dei Silly Wizard.

Ma non finisce qui perché lo stesso Gaughan ha aggiunto al disco tre brani inediti non meno importanti del live, due registrati dal vivo tra il 2010 ed il 2012 ed un altro, “Connolly Was There” proveniente dall’archivio Greentrax.

Brano da dieci e lode, per me naturalmente, “Now Westlin’ Winds” (anche questo da “Handful of Heart) con il testo del poeta Robert Burns.

Ma Peggy cara, la sera è limpida,

volano in stormi le rondini leggere;

il cielo è azzurro; i campi, fin dove raggiunge lo sguardo,

son tutti d’un verde pallido e gialli;

vieni, percorriamo il nostro lieto sentiero

e contempliamo le bellezze della natura;

il grano che stormisce, i rovi coperti di frutti

ed ogni creatura felice”* (R. B.)

*Robert Burns “Poemetti e canzoni”. Traduzione di Adele Biagi, “Biblioteca Sansoniana Straniera”, SANSONI EDITORE 1953.

 

KRISHNA BISWAS “RADHA”

KRISHNA BISWAS “RADHA”

KRISHNA BISWAS “Radha”

RADICIMUSIC RECORDS. CD, LP, DIGITALE 2019

di Alessandro Nobis

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata a quella classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Radha” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Radicimusic a seguirlo nel suo percorso.

Detto che questo lavoro è reperibile in vinile con dieci titoli mentre in digitale (cd e files) ne conta quindici e che il titolo e la struttura dei brani fanno riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), non mi resta che segnalare le scritture che più mi sono piaciute a cominciare dall’improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, continuando con il complesso “Radura” strutturato in tre parti e concludendo con la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche imporvvisativo.