DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

DAVID  BROMBERG “David Bromberg”

Columbia Records. LP 1971

di alessandro nobis

Gran chitarrista e ottimo compositore, David Bromberg ha sempre saputo stare in perfetto equilibrio tra la tradizione acustica e l’elettrificazione della musica americana, ed è per questo che ho sempre seguito e grandemente apprezzato la sua cinquantennale carriera nella quale ha registrato alcuni dischi che modestamente considero dei capisaldi di “Americana” (questo disco d’esordio, “Wanted Dead or Alive“, “Demon in Disguise” o il doppio live “How late’ll ya play ‘til” e ancora “Try me one more time” eccetera eccetera ….).

Naturalmente qui spiccano i due brani dove Bromberg suona con l’amico Norman Blake (e la foto nell’inserto la dice lunga sul rapporto tra i due), ovvero quelli registrati a Nashville: “The Boggy Road To Milledgeville (Arkansas Traveler)“, due chitarre (e che chitarre!) con il contrabbasso di Randy Scruggs per uno dei brani pià amati da Blake & C. e soprattutto “Lonesome Dave’s Lovesick Blues #3” con una sorta di Dream Team che prevede John Hartford al banjo, Norman Blake alla chitarra, Randy Scruggs al contrabbasso, Richard Grando al sassofono (e la presenza del sax in questo brano indica in modo chiarissimo l’idea di Bromberg ovvero quella di uscire dall’ortodossia di certo folk americano per cercare un nuovo suono, idea che si capisce anche dai musicisti scelti), Vassar Clements al violino e Tut Taylor al dobro.

Il “resto” è grande musica, dai brani originali registrati con la band elettrica come “Suffer To Sing The Blues” con l’armonica di Will Scarlett (lo ricordo ai tempi dei primi Hot Tuna) o acustici come “Pine Tree Woman” con Steve Burgh al basso o ancora i tradizionali “Mississippi Blues” (registrata anche nel 1940 da Blind Willie McTell) e “Dehlia” di Jimmie Gordon (che la registrò nel ’39).

Un disco d’esordio davvero interessante che ha aperto la carriera solista di Bromberg, carriera che prosegue ancora oggi più dal vivo che in studio; ho avuto la fortuna di apprezzare la sua musica in un paio di occasioni a Vicenza, grande emozione e grande comunicazione di questo musicista di Philadelphia, classe 1938. I due cammei di Norman Blake poi sono un vero e proprio valore aggiunto, mi domando se quelle session a Nashville sono ancora in qualche cassetto della Columbia: perchè non pubblicarle?

DOC WATSON “Elementary Doctor Watson!”

DOC WATSON “Elementary Doctor Watson!”

DOC WATSON “Elementary Doctor Watson!”

POPPY · SUGAR HILL · Records. LP, CD 1972

di alessandro nobis

Questo “Elementary Doctor Watson!” è a mio avviso uno dei più significativi lavori incisi da Watson negli anni Settanta; pubblicato inizialmente in ellepì per la Poppy Records di Kevin Eggers, che anni dopo fondò la benemerita Tomato Records, ed in Cd per la Sugar Hill presenta una line up stellare visto che a fianco di Doc e Merle Watson ci sono altri due giganti del folk americano come il violinista Vassar Clements ed il chitarrista (qui al dobro) Norman Blake assieme al contrabbassista Joe Allen, al batterista Ken Lauber ed il batterista Jimmy Isbell. Rappresenta l’incontro con la più pura delle tradizioni (quella dei due Watson) con il folklore americano meno “ortodosso” viste le collaborazioni di Blake e Clements con l’ambiente jazzistico (e Clements collaborerà in seguito anche con Jerry Garcia del Grateful Dead nel progetto “Old and in the Way“) e la delicata rilettura di “More Pretty Girls Then One” un brano dei Delmore Brothers rivela pienamente il progetto, con la voce di Doc , il violino di Clements ed il dobro di Blake (meravigliosi il loro brevi assoli) accompagnati dal swingante contrabbasso; più legati alla tradizione “I Couln’d Beleive it was true” con il banjo di Merle, il rag di “Going Down the Road Feeling Bad” (da ascoltare assolutamente la versione stellare live dei Grateful Dead abbinata a “Not Fade Away“) con l’assolo di Merle Watson chiamato da Doc. Segnalo infine la balld del grande Tom Paxton “The Last Train on my Mind” che conferma l’attenzione di Doc Watson & C. non solo verso il folk americano ma anche verso la grande musica d’autore con la voce di D. W. ed il serrato intreccio delle due chitarre, due generazioni di incontrano ancora una volta (Merle, che perdita enorme la tua dipartita!).

La ristampa in CD della Sugar Hill del 1993 include quattro bonus track, due già edite in “Two Days in November” (“I’m Going Fishing” e “Little Beggar Man / Old Joe Clark” e due in “Then & Now” (“Frankie & Johnny” e “Old Camp Meeetin’ Time“.

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

PETER KAUKONEN “Black Kangaroo”

GRUNT RECORDS. LP, CS, stereo8, 1972

di alessandro nobis

In realtà, parafrasando le parole di Bill Graham, i “sex symbol of Scandinavia” sono due, non solo Jorma ma anche il fratello Peter Kaukonen, chitarrista pure lui che nel 1972 per l’etichetta di famiglia dei Jefferson Airplane pubblicava con il suo gruppo questo primo disco, “Black Kangaroo“. La notevole chitarra di Peter la si può ascoltare anche in due pietre miliari della west coast musicale, ovvero “Blows Against the Empire” (una sorta di Arca di Noè del rock californiano) accreditato a Paul Kantner e “Sunfighter” della coppia Kantner / Grace Slick, oltre che in “Manhole” della stessa cantante e nel disco che riunì nell’89 i J. A. per l’ultima volta in studio.

Detto questo, la musica di “Black Kangaroo” a parte i due brani acustici che aprono e chiudono la seconda facciata ovvero “Barking Dog Blues” per chitarra acustica e mandolino (il mandolinista non compare nei credits, forse è lo stesso kaukonen?) e “That’s a Good Question” con il violoncello di Terry Adams è un rockblues d’autore (tutti i brani sono originali) piuttosto robusto con evidenti riferimenti a quello hendrixiano (vedi il brano iniziale “Up or Down” e “Dynamo Snackbar“), eseguito per lo più in trio al quale hanno contribuito tra gli altri il batterista Joey Covington (scomparso nel 2013 e con i Jefferson dal 1969 al 1972), il tastierista Nick Buck (con gli Hot Tuna) ed l’ottimo bassista elettrico Larry Weisberg. Pregevoli il solo di Kaukonen in “What all we know a Love” e l’introspettiva ballad “Billy’s Tune“.

Un disco ed un autore caduti nell’oblio, un vero peccato perchè la vena compositiva e la chitarra di Peter Kaukonen avrebbero meritato altra gloria; il disco venne pubblicato in Cd dal Wounded Knee Records nel 2007 con quattro inediti e lo spot radio promozionale.

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963· 1980 Volume 2”

BILL MONROE · DOC WATSON “Live duet recordings 1963 · 1980 Volume 2”

Smithsonian Folkways Records, 1993

di alessandro nobis

Se il primo volume di “Live Duet” conteneva registrazioni risalenti al periodo compreso tra il ’56 ed il ’69, questo secondo copre un arco di tempo che va dal ’63 al ’66 con l’eccezione di un brano (il tradizionale “Paddy on the Turnpike“) registrato nel 1980 in occasione di un concerto alla White House di Washington D.C. durante la presidenza di Jimmy Carter. Tutti riconoscono l’importanza che William Smith “Bill” Monroe (1911 – 1996) e Arhel Lane “Doc” Watson (1923 – 2012) hanno avuto nella storia del folk americano e mi sembrerebbe pertanto ripetitivo raccontare le loro storie familiari e musicali; qui troviamo 17 tracce molte delle quali registrate ad Ash Grove, a Los Angeles, e tra queste alcuni brani provenienti dal repertorio dei Monroe Brothers come “What Would you Give in Exchange of your Soul” (registrata nel 1936 da Bill e Charlie M.) o il tradizionale “Chicken Reel“. Dal repertorio dei Bluegrass Boys abbiamo una strepitosa esecuzione di “Kentucky Mandolin” (registrata in Ohio nel ’64) dove è impossibile non notare la straordinaria tecnica al mandolino di Monroe e la metronometrica parte di accompagnamento di Watson mentre “Watson’ Blues“, nata durante una session informale a Ash Grove, è presentata qui nella sue esecuzione nel New Jersey del ’66. Che dire ancora di questo eccellente secondo volume se non che vi sono alcune pietre miliari del folk americano come “Soldier’s Joy“, “Foggy Mountain Top” e “Banks of the Ohio” suonata e cantata secondo l’inconfondibile stile del Monroe Brothers che la registrarono nel ’36?

Queste registrazioni sono un preziosissimo patrimonio della tradizione popolare americana e sapere che decine di gruppi si sono costituiti ispirandosi a questi musicisti per poi aggiungere al loro sound un’impronta personale rende la misura dell’importanza che Doc Watson e Bill Monroe assieme ad altri hanno lasciato un’eredità imprescindibile: un esempio per tutti forse poco conosciuto, “Golden Gate Promenade” del mandolinista Butch Waller pubblicato dalla Rebel Records nel 1999 con ben quattro brani scritti da Monroe.

Qui altri miei articoli su Doc Watson

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”, FULICA Records. CD, 2021

di Alessandro Nobis

Molti di noi hanno conosciuto la musica di Duck Baker negli anni settanta, sia dal vivo grazie ai numerosi concerti italiani sia per le sue apprezzatissime riletture del patrimonio tradizionale anglo – scoto – irlandese e, di conseguenza, di quello americano. Dico riletture perchè al di là delle sue profonde ricerche e dell’approfondimento dei brani il chitarrista americano ha via via e sempre più frequentemente rivolto il suo interesse verso le pratiche improvvisative sia sviluppate all’interno dei brani – ed in questo differenziandosi da tutti i suoi colleghi – sia verso quelle più radicali “alimentate” dalla sua conoscenza dal jazz (da ricordare sempre i suoi complicatissimi quanto bellissimi arrangiamenti del song book di Herbie Nichols prodotto da John Zorn) e concretizzatesi in interessanti collaborazioni come quella ad esempio con Roswell Rudd (cito Rudd visto che recentemente è stato pubblicato un disco in duo con il trombonista americano).

Baker nel corso della sua lunga carriera ha girato il mondo, è venuto a contatto con innumerevoli musicisti famosi e non imparando brani direttamente da loro che poi sono stati interiorizzati, ed alcuni di questi sono contenuti in questo splendido “Wink the Other Eye” che presenta registrazioni fatte in un lungo arco di tempo, dal 1974 al 2011.

Segnalo l’originale inedito fiddle tune “Allegheny County” dell’87 con bellissimo assolo, “The Old Folks Polka“, naturalmente un’altra melodia per violino di origine cajun registrata nel lontano ’74, l’hornpipe “Fishers Hornpipe” (danza di origine trecentesca proveniente dalle Isole Britanniche), il valzer attribuito al violinista texano Luke Thomasson “Midnight on the Water” (registrato anche da David Bromberg tra gli altri) ed anche, per finire, sono presenti una paio di tracce registrate in Italia negli anni settanta delle quali il set “Temperance Reel / Green Fields of America” (concerto a Varese nell’estate del ’79).

Questi lavori hanno richiesto un lungo lavoro di ricerca da parte di Baker che ha ricevuto nel tempo registrazioni di diverse qualità da promoter locali o da persone presenti tra il pubblico, registrazioni che si sono rivelate preziose che il chitarrista americano ha pazientemente riascoltato e selezionato e che oggi sono “tornate alla luce” e pubblicate.

Anche questo “Wink the Other Eye” è un cd da avere per la qualità del repertorio e delle esecuzioni.

Aspettando il prossimo.

http://www.duckbaker.com

OM “KIRIKUKI”

OM “KIRIKUKI”

OM “KIRIKUKI”

Japo – ECM Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Tra i gruppi che in Europa, alla metà dei Settanta, avevano cercato di elettrificare il linguaggio del jazz spesso con splendidi risultati (ricordo solamente i Soft Machine, i Nucleus ma anche gli italiani Agorà e Perigeo) vanno annoverati a mio parere gli svizzeri OM, quartetto che in organico aveva il chitarrista Christy Doran (di oriìgine irlandese), il sassofonista e flautista Urs Leimgruber, il contrabbassista Bobby Burri ed il batterista Freddy Studer; questo “Kirikuki” registrato nel ’75 e pubblicato dalla Japo Records, affiliata ECM, è il loro album d’esordio e si pose all’attenzione degli appassionati per il progetto che viveva sì sulla scrittura della musica, composta quasi esclusivamente da Doran, ma anche di un’interessante prassi improvvisativa che arricchiva il tutto, a mio avviso del tutto evidente in “Lips” aperta da un espressivo solo al flauto di Leimgruber. Il suono appare certamente influenzato dal primo disco dei Weather Report (ad esempio le linee di soprano nel brano “Holly” che apre la prima facciata) e la classe di Doran e Leimgruber danno quel tocco di originalità alla musica del quartetto che rimane affascinante e fresca ancora dopo quasi mezzo secolo. L’ipnotica “Holly” che apre la prima facciata è l’episodio perfetto per “mostrare le carte” del suono di OM, e la chitarra di Doran, strumentista eccellente, in tutto il lavoro connette con i suoi accordi i tre compagni di viaggio che mostrano grande empatia ed un livello di interplay che fanno di questo “Kirikuki” uno dei più interessanti progetti prodotti alla metà dei Settanta dalla Japo – Ecm.

Karpfenteich” si apre con il trio che prepara un interessante interplay tra Doran e Leimgruber, anche la lunga “Hommage À Mme. Stirnimaa” si apre con una lunga introduzione del trio per poi aprirsi ai soli del sax tenore, naturalmente con il sempre straordinario apporto della simbiotica sezione ritmica che in tutti lavori di OM rappresenta l’essenziale dinamico e soprattutto creativo supporto al sound del gruppo.

Degli OM in CD non è stato pubblicato nulla delle incisioni effettuate per la Japo con l’eccezione di “A Retrospective” che l’ECM mise in catalogo nel 2006: contiene tutto il quarto album “Cerberus” oltre a “Holly” e “Lips” tratti da Kirikuki, “Rautionaha” dall’omonimo album del ’77 e “Dumini” da “With Dom Um Romao” del ’77.

Datevi da fare e cercate questo magnifico vinile.

NORMAN BLAKE “Live at McCabe’s”

NORMAN BLAKE “Live at McCabe’s”

NORMAN BLAKE “Live at McCabe’s”

TAKOMA Records. LP, CD, CS, 1976

di alessandro nobis

Alla fine dopo molte ricerche riuscii a scovare questo ellepì in un piccolo negozio di Padova un anno dopo la sua pubblicazione (i dischi della Takoma non erano pubblicati in Italia, si trovavano a fatica solo nel mercato dell’importazione) ma già dal primo ascolto ero stato ripagato della lunga attesa. E visto che Blake ora come allora non è mai arrivato per suonare dal vivo in Italia (ma credo nemmeno in Europa), questo live me lo tengo ben stretto visto anche il valore della musica che contiene; il disco inizia e finisce con Blake in completa solitudine, mentre gli altri brani vedono la presenza di Nancy Blake al violoncello, ed il repertorio comprende brani originali e splendide rivisitazioni di alcuni dei grandi classici del folk americano. Di questi ne segnalo due, una versione strumentale di “Arkansas Traveller” (che Blake ha inciso anche con Charlie Collins in “Whiskey Before Breakfast” dello stesso anno) che deriva da una versione di W. C. Peters pubblicata nel 1847 e l’altrettanto celebre “John Hardy” che racconta la storia di un lavoratore delle ferrovie che sotto l’effetto di un gran quantità di alcolici uccise tale Thomas Drew, e per questo venne impiccato davanti a tremila persone; la legenda narra che il giorno prima venne battezzato nel vicino fiume e per questo ebbe l’assoluzione divina per il suo crimine.

I brani in duo per violino e violoncello, scritti da Blake, rimandano ad uno splendido suono cameristico, originale, pacato e molto efficace come in “Dry Grass on High Fields” o il medley che include “Bully of the Town” e la fiddle tune irlandese “Bonaparte’s Retreat“, suono che verrà sviluppato con il “Rising Fawn String Ensemble”.

Considero questo “Live at McCabe’s” una delle migliori incisioni di Norman Blake dove il contributo della moglie Nancy si fa davvero consistente, come abbiamo avuto modo di constatare negli anni seguenti.

DOC WATSON & CLARENCE ASHLEY “The Original Folkways Recordings 1960 1962”

DOC WATSON & CLARENCE ASHLEY “The Original Folkways Recordings 1960 1962”

DOC WATSON & CLARENCE ASHLEY “The Original Folkways Recordings 1960  1962”

SMITHSONIAN / FOLKWAYS Rec. 2CD, 1994

di alessandro nobis

Quarantotto tracce (delle quali venti inedite rispetto alla versione originale) sono contenute in questo imperdibile doppio cd edito nel ’94 dalla Smithsonian / Folkways; registrate tra il ’60 ed ’62 da Ralph Rinzler ed Eugene Earle, rappresentano come tutte le registrazioni di Watson dei primi anni Sessanta una sorta di spartiacque tra le modalità esecutive del folklore americano di “prima” e quello “dopo” vista l’influenza che Doc Watson ha avuto sulle generazioni di chitarristi (ma non solo) successive. Ancora più interessanti perchè i brani provengono dalle memorie personali di Watson che ai tempi delle registrazioni era impegnato come chitarrista elettrico in gruppi di rock-a-billy e di Clarence Ashley (1895 – 1967), appartenente ad una famigli irlandese immigrata a cavallo del 1850, e che aveva lasciato la carriera di banjoista professionista per il poco interesse che il music business mostrava verso la sua musica.

Come in tutte le registrazioni di questo periodo davvero nulla conta la qualità sonora e ciò che emerge sono lo spirito, la passione, il divertimento che traspira da ogni nota; importante, anzi fondamentale la capacità di chi registra di mettere a proprio agio chi suona diventando “invisibile”. Non basta mettere il microfono in posizione perchè spesso l’esecutore, e qui parliamo di “informatori”, non cantano o raccontano le loro storie come quando le suonano in famiglia, ma cercano piuttosto di suonare delle versioni che pensano possano essere più gradite ai ricercatori.

Detto questo, il doppio CD contiene brani che nel tempo sono diventati degli standards come “Joe Henry” (versione indedita con Gaither Carlton al violino), “Amazing Grace” (versione per quintetto vocale registrata nel ’62 in California con Jean Ritchie) o “Sittin’ on the Top of the World” (versione solista di Watson) vicino ad altri come “Ramblin Hobo” una melodia registrata eseguita in solo, “Shady Grove” (voce di Ashley e banjo di Jack Burchett) ed infine un altro inedito del 1962, “I Saw a Man at the Close of the day” (con Watson c’è il violinista Fred Price), brano “proibizionista” della fine degli anni ’20 che Watson ricordava di aver ascoltato da bambino, probabilmente da un 78 giri di Whitter e Grayson.

Come tutte le registrazioni folk della Folkways e come detto in apertura questo è un disco seminale. Veramente.

NANCY & NORMAN BLAKE “Blind Dog”

NANCY & NORMAN BLAKE “Blind Dog”

NANCY & NORMAN BLAKE “Blind Dog”

Rounder Records. LP, 1988

di alessandro nobis

Questo disco di Norman & Nancy Blake fu l’ultimo ad essere pubblicato in vinile, naturalmente dalla Rounder Records; ancora delle incisioni di una semplicità disarmante ma che allo stesso tempo racchiudono tessere di quel complesso mosaico che è la musica americana, frammenti che arrivano da lontano e frammenti usciti dalle fertili vene dei due protagonisti che la raccontano attraverso i loro preziosi strumenti, due stupende Martin del 1929 e del 1934, quasi che il legno di cui sono costruite racchiuda racconti secolari spesso frutto di emigrazioni e delle culture arrivate dall’Europa all’America.

Storie come quella registrata su commissione da Woody Guthrie nel 1941 sulla diga “Grand Coulee“, un nuovo testo sulla melodia di “Wabash Cannonball“, e qui interpretata dalle chitarre (e le voci!) di Nancy e Norman o quella che racconta dell’incidente ferroviario accaduto nel 1903 del treno postale “Old 97” o ancora quella che narra dei crimini e della morte violenta a 37 anni del bandito “Otto Wood” storie scritte dallo stesso chitarrista come “Billy Gray“, già presente su “Old and New” del 1975 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/05/suoni-riemersi-norman-blake-old-and-new/), brano “emigrato” in Irlanda ed interpretato dai favolosi Planxty nel 1980 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/19/suoni-riemersi-planxty-the-woman-i-loved-so-well/); tra gli strumentali il leggendario “Black Mountain Rag” e la slow air “Shallegra“, le due chitarre si incrociano, dialogano, fanno uscire dal legno tutto il fascino della musica di tradizi one e ispirano nuove composizioni.

Serve ribadire che anche questo lavoro dei Blakes presenta un repertorio così prezioso con una delicatezza e brillantezza tali dar sorvolare all’ascoltatore l’incredibile tecnica strumentale di Norman e Nancy?

 

HOT TUNA “The Phosphorescent Rat”

HOT TUNA “The Phosphorescent Rat”

HOT TUNA “The Phosphorescent Rat”

Grunt Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Questo è uno dei miei favoriti album del Tonno Caldo vuoi per le belle composizioni di Kaukonen, per il suono elettro-acustico che caratterizza gli arrangiamenti ed anche per la sua grafica “a pallini” ripresa anche nella busta che contiene il vinile e sull’etichetta dove spunta la parola Grunt tra i pallini colorati. E’ anche il primo album dopo l’uscita di Casady e Kaukonen dai Jefferson Airplane che da lì a poco sarebbero diventati i Jefferson Starship arruolando il violinista Papa John Creach, con gli Hot Tuna in “Burgers” e “First Pull up Then Pull Down“; il trio presenta alla batteria ancora un volta il fedelissimo Sammy Piazza e rispetto ai precedenti lascia intravedere in alcuni brani (“Easy Now“) la tendenza della band di evolversi verso un suono ancora più elettrico che li distinguerà negli album seguenti come “American Choice” o “Yellow Fever”. Qui comunque il suono è ancora, come detto, un perfetto equilibrio tra l’acustico e l’elettrico, con indovinate e deliziose orchestrazioni curate dagli archi diretti da Tom Salisbury (“Corners Without Exits” e “Soliloquy for 2“) nella quale emergono anche le accurate sovraincisioni delle chitarre di Kaukonen, suono ancora legato cristallino fingerpicking degli strumentali “Seeweed Strut” e della rilettura del brano di Reverend Gary Davis “Sally, Where’d You Get Your Liquor From?” che chiude il disco ed anche questa fase degli Hot Tuna, fase riaperta comunque più avanti. Brani come “I see the light” sono rimasti fortunatamente nel repertorio degli Hot Tuna per decenni, a cominciare dal doppio live “Double Dose”, in “And Furthermore …”e nel secondo volume di “Live at Sweetwater”.

Grande disco, lo ascolto ancora spesso e sempre mi entusiasma.