BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

OBSOLETE RECORDINGS. CD, LP 2020

di alessandro nobis

Questo è il terzo album del chitarrista – compositore Buck Curran, dopo “Immortal Light” del 2016 e “Afternoon Ragas” del 2018. Curran, americano, è uno dei musicisti profondamente influenzati soprattutto dal “Takoma Sound”, in particolare da quello di due monumenti della chitarra acustica, John Fahey e Robbie Basho; ma, a differenza della maggior parte di questi musicisti, Curran ha saputo brillantemente studiare, interiorizzare e quindi filtrare attraverso la sua personalità la “lezione Takoma” realizzando un proprio progetto musicale che ho trovato molto interessante ed originale. “Marie”, “No Love is Sorrow” e “Chromaticle” riconducono a quanto detto in precedenza e nascono da improvvisazioni ben costruite e sviluppate, ma in questo lavoro c’è dell’altro come l’elemento elettronico su cui si fonda “War Behind the Sun”, lungo brano tra l’ambient più intelligente dalla struttura stratificata, l’intimistica ballad dal grande fascino “Ghost Over the Hill” con il fantasma che lo aspetta nella casa vuota in cima alla collina, le due versioni di “Blue Raga” dedicata ed influenzata dalla musica classica indiana e con sullo sfondo le tabla di Dipak Kumar Chakraborty ed infine un brano che non ti aspetti eseguito al pianoforte (verticale?), un’altra piacevolissima ballad, “Django (New Years Day)”.

Come ho detto, questo “No Love is Sorrow” è una gran bel disco, Buck Curran è un musicista che non conoscevo – e per questo devo ringraziare Gigi Bresciani di GeoMusic – e rappresenta una ventata nuova nel panorama del chitarrismo acustico talvolta imbrigliato nell’autoreferenzialità.

Nasce prepotentemente a questo punto la curiosità di ascoltare i suoi due lavori precedenti, giusto per esplorare il percorso solista di Buck Curran.

VAL BONETTI “A world of lullabies”

VAL BONETTI  “A world of lullabies”

VAL BONETTI  “A world of lullabies”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2020

di alessandro nobis

Ci sono due ragioni per avere questo disco, realizzato grazie ai contributi dei numerosi appassionati che hanno partecipato alla raccolta fondi promossa da Val Bonetti tramite “Produzioni dal Basso”: la prima perché la musica registrata è di rara bellezza, la seconda perché acquistandolo si dà un aiuto concreto all’Associazione Famiglie con bambini affetti da LGS (L.G.S è L’acronimo di Sindrome di Lennox – Gastault, una piuttosto rara forma di epilessia).

Detto ciò, penso di poter dire come “A World of Lullabies” sia il disco della maturità di Val Bonetti, vista la qualità degli arrangiamenti, la purezza esecutiva e l’aria di grande respiro che permea tutto il lavoro e, naturalmente, per l’accuratezza con la quale ha scelto il repertorio e gli strumenti con le loro timbriche; un lavoro eterogeneo ma reso splendidamente omogeneo che mette in risalto le peculiarità di ogni singolo brano e di ogni singolo popolo nelle cui tradizioni si sono conservate queste autentiche gemme musicali. Le due ninne nanne del Western Africa (dal Senegal e dal Mali) con la splendida Kora di Cheikh Fall (il solo in “Ayo Nèe Ne” è a dir poco spettacolare), i ritmi dispari bulgari di “Polegnana e Todora” eseguita in solo da Val Bonetti, il medioriente iraniano di “Gonjeshk Lala” in trio con l’oud di Peppe Frana e la batteria di Alberto Pederneschi assieme all’inedita chitarra elettrica e quello armeno di “Kessabi Oror” con la deliziosa voce di Nadine Jeanne e la sempre originale chitarra di Simone Massaron sono i brani che più mi hanno intrigato, ma tutto il disco si mantiene ad un livello davvero alto. Apprezzabile – e raro – l’uso anche delle lingue originali dei diversi titoli e molto bella la copertina. Tutto perfetto quindi? Sì. Procuratevene una copia, il perché, se siete arrivati a leggere fin qui, lo sapete già.

Del CD, che in questa versione non sarà più ristampato, sono ancora disponibili pochissime copie sul sito di Val Bonetti (www.valbonetti.com); il chitarrista sta lavorando ad una nuova edizione di questo lavoro, che non avrà la stessa copertina di Quentin Graban – che ha concesso l’uso dell’immagine solo per questa versione benefica – e che sarà pubblicato ufficialmente e quindi disponibile sul mercato, magari con qualche novità ……

Di Val Bonetti ne avevo scritto anche qui:

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/09/05/da-remoto-val-bonetti-·-marco-ricci/

https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/05/val-bonetti-hidden-star/

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

IL DIAPASON incontra PEO ALFONSI

“Nubivago”. AZZURRA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

D’accordo, nel 2009 Peo Alfonsi pubblicava il primo volume dei lavori per liuto di J. S. Bach arrangiati per chitarra, nel 2015 “O Velho Lobo” un disco con i preludi e studi di Heitor Villa Lobos e “Change of Heart” dove interpreta suoi arrangiamenti degli spartiti di Pat Metheny, ma questo “Nubìvago” pubblicato da poche settimana dall’etichetta veronese Azzurra può essere considerato a tutti gli effetti il primo vero lavoro solista del chitarrista cagliaritano non fosse altro perché le scritture che compongono questo lavoro sono tutte, o quasi, originali. L’uscita di “Nubìvago” è pertanto l’occasione ideale per fare con il chitarrista cagliaritano due chiacchiere sulla sua carriere solista.

– Johann Sebastian Bach, Pat Metheny e Heitor Villa Lobos, seguendo il tuo percorso musicale sembrano essere dei punti fermi del tuo essere musicista e compositore, insomma la conferma di un carattere “Nubìvago”. Ad esempio riascoltando il tuo lavoro di trascrizioni per chitarra del 2009 sembra che tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto da Bach quasi trecento anni fa (composte intorno al 1730) nelle sue Suites, nel Preludioe nella Fugaper il liuto, soprattutto se suonate con la chitarra: mi sembrano, detto da ascoltatore, di una modernità sorprendente (ascoltate la Fugadella Suite 997, per fare un esempio, n.d.r.). Ma detto da un musicista, in cosa consiste questa modernità?

– Come ho scritto nelle note di copertina del Cd a lui dedicato cui fai riferimento, la musica di J. S. Bach è probabilmente l’influenza più rilevante di tutta la mia vita musicale. Quali ne siano le ragioni, e quali gli elementi della sua “modernità” come giustamente dici sarebbe troppo difficile dire compiutamente in questa sede. Mi colpisce il fatto che tu ti riferisca in particolare alla Fuga 997 perché è da sempre, insieme con la Ciaccona, la composizione di Bach che amo di più suonare. Posso solo accennare al fatto che, forse, tra gli elementi che rendono la musica di Bach non solo moderna, nel senso di attuale, ma oserei dire eterna vi sia il fatto che per una congiuntura temporale il genio di Bach si sia manifestato proprio quando la tradizione della musica contrappuntistica aveva raggiunto il suo apice. Dopo di lui si poteva solo girare pagina, e così è avvenuto.

Per questo che fortunatamente, pur essendo d’accordo con te sul fatto che in un certo senso “tutto quello che è venuto dopo sia stato già detto”, ciò non ha impedito alla musica, come è peculiarità di tutte le arti, di trovare nuovi modi, tradizioni e stili per ripetere, rinnovandola, la sua parola al mondo.

– A mio avviso la musica di Pat Metheny si caratterizza per una quasi maniacale ricerca dell’aspetto melodico della sua musica ma anche per la sua vicinanza al mondo del jazz più puro e più all’avanguardia colemaniana e improvvisativa. Anche qui hai saputo dare una tua visione personale acustica del suo songbook: quale è stato l’approccio verso la sua musica?

– Ho un debito di riconoscenza infinita verso Metheny, è dal giorno che ragazzino imberbe innamorato del pop-rock distrattamente incappai in “Yolanda you learn” che la mia vita musicale non è più stata la stessa.. quel brano insieme con il “Koln concert” di K.Jarrett aveva gettato il seme del jazz e della musica improvvisata, e quel seme negli anni è diventato un albero rigoglioso e ingombrante nel giardino delle mie passioni musicali. “Change of heart” è nato da questa voglia di pagar pegno da un lato, e dall’altro dalla curiosità di scoprire come – a distanza di almeno trent’anni da quel primo incontro – la musica di Pat Metheny avrebbe potuto ritornare tra le mie dita che nel frattempo avevano incontrato nuovi amori, accettato nuove sfide e – soprattutto – definitivamente abbandonato la tendenza ad imitare le sue!

– Io non sono un musicista, per fortuna del genere umano, ma se ne avessi avuto la capacità e la costanza avrei voluto essere un chitarrista acustico e quindi sarei dovuto passare dalle “forche caudine” di Heitor Villa Lobos. Perché il compositore brasiliano è ancora un punto di riferimento per chi suona la chitarra? Personalmente tu cosa hai visto nelle pieghe nascoste delle sue composizioni?

– “O velho lobo” è il mio omaggio ad uno dei compositori più geniali della storia della musica. Da chitarrista poi, come dici bene tu, la sua opera rappresenta un passaggio imprescindibile. Essermi confrontato con l’integrale delle sue composizioni per chitarra sola è stata una sfida particolarmente difficile e allo stesso tempo stimolante. Difficile perché, pur essendo io un “chitarrista classico”, come si suol dire, cioè proveniente da studi accademici di conservatorio ecc. (e mi preme qui ringraziare il mio adorato maestro Gino Mazzullo senza il quale non avrei  scoperto i tesori di Villa Lobos, né avrei mai potuto serenamente sviluppare e vedere incoraggiate le mie “pulsioni” verso il jazz e le musiche popolari che spesso, soprattutto in quegli anni, venivano viste come il fumo negli occhi dalla stragrande maggioranza degli ambienti “accademici”) ero e sono ben consapevole che con l’integrale di Villa Lobos si sono negli anni cimentati fior fior di virtuosi della tradizione della chitarra classica tali da far impallidire chiunque volesse approcciarsi a questo repertorio con la presunzione di non sfigurare. Sentivo però d’altro lato che qualcosa dello spirito di questa musica poteva trarre giovamento ed illuminarsi di una luce diversa, se osservato e riletto dal punto di vista di un improvvisatore abituato al confronto quotidiano con la musica popolare, il jazz ecc. Quello che ho provato a fare l’ho riassunto in una frase riportata sul cd: “…restituire queste meravigliose pagine di musica alla foresta..” ma è certamente espresso molto meglio, nonché contestualizzato magistralmente nelle note di copertina che accompagnano il cd, firmate da quel luminare in fatto di musica brasiliana che è il mio caro amico e straordinario musicista Gabriele Mirabassi.

– Pur avendo una preparazione classica hai sempre avuto una grande curiosità, conoscenza e rispetto delle altre forme musicali ………

– Questa è forse proprio la chiave che mi ha permesso, come detto sopra, di avvicinarmi con timore solo relativo anche ad opere così imponenti da suscitare una sana e ragionevole soggezione. C’è da chiedersi, in qualità di musicisti, se qualcosa di ciò che facciamo abbia “senso” dopo tutto quello che l’umano ingegno ha prodotto fin qui… Poter partecipare con una piccola goccia all’oceano della creatività umana è possibile o con l’impulso del giovane che cerca una sua collocazione, o con il distacco di chi ha ormai capito che più che la goccia, è l’oceano a contare. Resta il piacere di ammirare, talvolta estasiati, il potere che l’arte umana nelle sue svariate forme ha sempre avuto e sempre avrà, di parlare con mille linguaggi diversi agli stessi meandri non altrimenti raggiungibili dello spirito umano. Tali linguaggi non meritano di essere incasellati secondo principi “gerarchici”, quanto piuttosto di esser avvicinati con curiosità sempre rinnovata e uno sforzo sincero che permetta di coglierne quanto più possibile le specificità.

– Anche in questo tuo nuovo lavoro, “Nubivago” non sei riuscito – e lo dico in modo ironico – a stare lontano da rivisitazioni di brani altrui: il brano che chiude il disco è un brano beatlesiano, e c’è una citazione “colta” del Coltrane di “Giant Steps” perfettamente “innestato” in una tua composizione, “Passi da Gigante”. La curiosità mi spinge a chiederti qual’é stato il tuo approccio a questi due brani, quando ci si misura con questi autori penso sia facile cadere nella riproposta calligrafica?

– Ebbene si, tra i miei grandi amori ci sono certamente i Beatles… non sempre è facile discernere quanto delle ragioni che ci inducono ad amare alcuni autori in particolare sia dovuto al potere che la musica ha di riportarci a emozioni significative del nostro passato, e quanto invece li ameremmo comunque se anche ci imbattessimo oggi per la prima volta nella loro arte con tutta la nostra storia ed evoluzione personale… Sono domande senza risposta ma posso dire che nel caso specifico dei Beatles sono certo di essere in ottima compagnia nel ritenere che  qualcosa di magico sia effettivamente avvenuto dall’incontro di quei quattro ragazzini di Liverpool, anche al netto di tutti gli aspetti sociologici con cui tutto il “fenomeno Beatles” è inestricabilmente intrecciato.Quanto a Coltrane, i passi da gigante sono, ovviamente, i suoi … quelli di un musicista che non si è mai accontentato dei propri traguardi.

Al di là dell’ineguagliata maestria strumentale, resta ancora più rilevante a mio giudizio la sua testimonianza di vita che lo ha visto porre sopra ogni altro imperativo quello di nutrire la sua ricerca spirituale con sempre nuove sfide e una instancabile esplorazione senza compromessi di nuovi territori.  

– Come racconti nelle note di copertina questa è la concretizzazione, simpaticamente tardiva, di un vecchio sogno, quello di registrare in piena libertà la tua musica. Come nascono le tue composizioni?

– Nascono per lo più casualmente, da un’idea che, chissà bene perché, il mio istinto giudica “degna” di essere seguita e sviluppata. Quell’idea è il seme di tutto il resto, quello che viene dopo è appunto la composizione, ovvero il processo, talvolta anche lungo e travagliato, di sviluppo e “organizzazione” dell’idea originaria.

Di come questa idea originaria – che è il vero inizio e la conditio sine qua non per tutto quel che viene dopo – prenda vita non so proprio dire granché, forse perché in fondo preferisco non sollevare il velo di mistero che l’accompagna e che ancora oggi mi permette di sorprendermi e divertirmi a fare il mestiere che faccio.

– Possiamo dire che questo progetto solistico avrà un seguito e, a proposito di Bach, hai intenzione di registrare un secondo volume dei suoi lavori per liuto?

– Mi auguro che le particolari condizioni in cui siamo precipitati e continuiamo ad essere immersi da ormai un anno abbiano presto fine e che si possa riprendere  a godere di quello che resta comunque il privilegio più bello del fare musica, ovvero il farla insieme. Per questo mi auguro che i miei prossimi lavori possano essere il frutto di collaborazioni con qualcuno dei tantissimi musicisti che stimo e che, come me, in questo momento soffrono la privazione della gioia più grande che la musica sa darci: quella di immergere in un’unica bolla due o più individui diversi, talvolta lontani, e fargli sentire il calore di un unico abbraccio che li unisce.

Quanto a Bach, arriverà un volume 2, prima o poi, ma è sorprendente come davanti a certe sue composizioni che amo e frequento da oltre trent’anni ormai, non mi senta ancora pronto..

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

DUCK BAKER · BEN GOLDBERG “Play Monk in Berkeley”

FULICA RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

Herbie Nichols e Thelonious Sphere Monk sono, visto il numero di “citazioni” nella sua corposa discografia, i due autori – entrambi pianisti – più amati e suonati da Duck Baker, in studio e dal vivo. Ora la Fulica Records pubblica un concerto di Baker in compagnia del clarinettista Ben Goldberg registrato in quel di Berkeley nel 2003 in occasione di un “house concert”. Concerto che presumo avranno visto in pochi, vista la natura stessa degli “H.C.” e che ora molti avranno la possibilità di ascoltare, e poco importa se la qualità della registrazione non sia DDD, la qualità della musica è quella che fa la differenza e qui di questa ce n’è in abbondanza.

Dieci brani, otto scritti da Monk, e degli altri due voglio citare l’ellingtoniano “It Don’t mean a thing” – altro cavallo di battaglia bakeriano – peraltro qui abbinato a “Off Minor” del pianista del North Carolina. Baker e Goldberg naturalmente hanno pieno rispetto dei temi, ma allo stesso tempo sanno staccarsene regalando a chi ascolta la possibilità di fruire di lunghe improvvisazioni, di un dialogo sempre efficace ed originale all’interno degli stessi temi, come se questi fossero dei punti di incrocio nei quali i due musicisti ritornano all’ovile monkiano; valgano per tutti “Bemsha Swing”, un bellissimo rifacimento di “Misterioso” – dove il tema lo riconosci dopo oltre un minuto – che va a chiudere il disco e la meno conosciuta “In Walked Bud”, quasi la descrizione delle movenze di Bud (Powell ?) dove Baker detta inizialmente il tempo e Goldberg improvvisa con suo sempre illuminante clarinetto (splendido il suo solo).

Se gli archivi bakeriani sono tutti di questo livello, ben ne vengano altri. Di questi inediti.

VAL BONETTI “Hidden Star”

VAL BONETTI “Hidden Star”

VAL BONETTI “Hidden Star”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima volta che ho avuto modo di ascoltare il fingerpicking di Val Bonetti fu nell’estate del 2011 in occasione di una edizione di “Chitarre per sognare” organizzata da Giovanni Ferro a Colognola ai Colli, nell’est veronese (rassegna sfrattata da quel Comune e migrata in quello di Caldiero). Al tempo Bonetti aveva già pubblicato il suo disco d’esordio “Wait” e da allora è stato un piacere seguire il suo percorso musicale che da ottimo solista ha via via preso una strada alla ricerca di nuove sonorità, repertori, compagni di viaggio e di composizioni che andasserò al di là della performance in solo. Il suo “Tales” in compagnia del contrabbassista Cristiano Da Ros (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/)e la partecipazione con sei brani (tre in duo e tre in solitudine) nell’omaggio agli spartiti del chitarrista Duck Baker  (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)pubblicato nel 2018. Ora questo notevole lavoro “Hidden Star” pubblicato qualche mese or sono dall’intraprendente etichetta Dodicilune che illumina ancor più il progetto di questo autore e musicista di grande spessore e che rappresenta l’evoluzione del suo concetto di chitarra acustica; alcuni brani erano già nella sua scaletta live presentata l’estate scorsa nella rassegna “Un paese a sei corde” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/09/05/da-remoto-val-bonetti-·-marco-ricci/)con Marco Ricci al contrabbasso che collabora con Val Bonetti alla realizzazione del disco assieme al bravissimo suonatore senegalese di kora Cheik Fall ed all’armonicista Giulio Brouzet.

Il brano eponimo e “The Star is Calling”, duetti chitarra resofonica e Kora, sono due dialoghi conditi da convicenti parti improvvisate che uniscono due mondi musicali, il west Africa ed il delta del Mississippi, “Duck is Duck is Duck ….” è naturalmente dedicato ad uno degli ispiratori della musica di Val Bonetti, Duck Baker, con chiari riferimenti all’universo monkiano ed al ragtime che qui si incontrano,  “To Caress a Snake” è un blues “stralunato” con l’evocativa armonica di Giulio Brouzet e, per citare un altro brano, “A Few Steps” con una splendida parte di contrabbasso che dialoga amabilmente e pacatamente con la, consentitemi, meravigliosa chitarra di Val Bonetti.

Disco da avere, musicista da seguire. Ascoltate la sua discografia e la sua evoluzione musicale, ne vale davvero la pena.

http://www.dodicilune.it

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

KRISHNA BISWAS “Maggese”

DODICILUNE RECORDS. CD, 2020

di Alessandro Nobis

Ad un anno dalla pubblicazione di “Radha” per RadiciMusic la Dodicilune inserisce nel suo prezioso catalogo la ristampa del disco del chitarrista Krishna Biswas con un titolo diverso, “Maggese”, modificandone la sequenza dei brani e cambiando la copertina, stavolta con una splendida fotografia che sembra far voler dire al musicista fiorentino “Fermi lì, fatemi suonare la MIA musica”.

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata alla chitarra classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Maggese” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Dodicilune a seguirlo nel suo percorso.

“Maggese” conta quindici brani la cui struttura fa riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), e le scritture “istantenee” che più mi sono piaciute sono le improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, il complesso “Radura” strutturato in tre parti ed infine la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche improvvisativo.

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CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

CABEKI “Da qui i grattacieli erano meravigliosi”

LADY BLUNT RECORDS. LP, 2020

di Alessandro Nobis

Chitarrista, sperimentatore, inventore e compositore, Cabeki ha pubblicato qualche mese or sono questo suo quarto ellepì nella sua discografia solista iniziata una decina di anni fa; un disco che un ascolto attento può far rilevare le diverse influenze che hanno giocato un importante ruolo nella sua formazione di musicista, impegnato anche come collaboratore in progetti altrui, e soprattutto la sua capacità di costruire un progetto e di creare un universo sonoro significativo, interessante, originale e soprattutto in grado di essere proposto nelle performance live. Anche se la sua musica non può essere definita “ambient” tout-court il processo realizzativo a mio avviso può essere complanare a questa in modo particolare alla costruzione su vari strati musicali che vengono individuati dal sapiente utilizzo sia dell’elettronica che dei suoni acustici prodotti dalle sue chitarre. L’obiettivo è quello di creare una musica descrittiva di paesaggi immaginari e nel caso di questo lavoro futuribili visto che essa porta in un futuro non troppo lontano nel quale le strutture architettoniche d’acciaio si staglieranno nelle sky-lines urbane a testimonianza di un’era – forse – passata.

In “Steli di Cristallo” trovate frammenti dello stile chitarristico di John Fahey, musicista che sempre più appare fondamentale nella formazione di musicisti al di fuori della cerchia del puro fingerpicking -, in “Al futuro” la sperimentazione di nuovi suoni – e qui mi torna in mente il lavoro di Hans Reichel con il suo daxofono e di Paolo Angeli – combinata con il mondo della chitarra classica proposta con una esecuzione dal sapore “decadente”, e nel brano eponimo caratterizzato da un delicato quanto appropriato uso della ritmica elettronica e da una melodia evocativa che evoca paesaggi post “Blade Runner”.

Sensazioni positive e richiami sonori dovuti a cinquanta anni di ascolti nei quali ho attraversato molteplici stili, epoche, storie musicali e vite di musicisti ed il fatto che Cabeki consapevolmente o no abbia riacceso alcuni flash nella mia memoria è un fatto assolutamente positivo visto che questi fanno parte di un lavoro del tutto convincente e ripeto originale in un momento storico dove il conformismo musicale e l’autoreferenzialità pare siano i diktat imperanti.

Complimenti ad Andrea Faccioli, a.k.a. Cabeki, la strada è quella giusta.

Contatti
Francesca Serotti: francesca@ladyblunt.com

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Cabeki: Bandcamp |Instagram | Facebook

DA REMOTO: VAL BONETTI · MARCO RICCI

DA REMOTO: VAL BONETTI · MARCO RICCI

DA REMOTO; VAL BONETTI & MARCO RICCI. “Un paese a sei corde”

22 agosto 2020. Cressa, Novara

di alessandro nobis (foto di Leonardo Baldo)

Organizzata dall’Associazione Culturale “La Finestra sul lago”, la quindicesima edizione della bella rassegna “Un paese a sei corde” dedicata alla chitarra acustica ha preso il via nel Piemonte Orientale il 20 giugno e si concluderà il 6 settembre; a Cressa, nel novarese, il 22 agosto il chitarrista Val Bonetti ed il contrabbassista Marco Ricci hanno tenuto uno splendido concerto, l’occasione di presentare il nuovissimo lavoro pubblicato dall’etichetta leccese Dodicilune ed una ghiotta occasione di ascoltare nel suo complesso il lavoro che questo bravissimo strumentista ed autore sta portando avanti stavolta immergendosi nelle atmosfere del blues e soprattutto del jazz vista la presenza dell’ottimo Marco Ricci al contrabbasso, con la sua delicata cavata sia nel duettare con Bonetti sia nel proporre soli sempre efficaci e misurati.

Quasi ottanta minuti per scoprire il passato, il presente ed il futuro di Val Bonetti: qualche brano tratto dai suoi primi due album, qualcun altro dal nuovo progetto – pubblicato in coincidenza con questo concerto, cenni sostanziosi del prossimo progetto ed anche qualche sorpresa.

Blue Friend”, eseguita in solo (dal suo album d’esordio “Wait” del 2010) ha aperto il concerto seguita da due brani tratti da “Tales” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/simone-valbonetti-cristiano-da-ros/): un significativo solo di Marco Ricci in “Barefoot Diva” dedicata a Cesaria Evora ed un altro con l’archetto nella swingante “Yogurth, Garlic & Cucumbers”, intesa davvero invidiabile per l’equilibrio sonoro e per la naturalezza con la quale la musica scorre.

Il presente di Val Bonetti è come dicevo il disco pubblicato il giorno del concerto, “Hidden Star” e da questo bel lavoro Bonetti ha tra gli altri eseguito “Igor” con un significativo gioco di “call and responce” tra i due musicisti e “Duck is Duck is Duck is” che a mio avviso con “Lulu is Back in Town” di Fats Waller sono stati un doveroso quanto sincero omaggio al chitarrista delle Virginia, vuoi per lo stile esecutivo, vuoi perché Fats Waller è uno degli autori da lui più amati ed infine perchè in “Duck  is ….” mi è parso di sentire fraseggi che mi hanno ricordato T. Monk, altro autore che Baker esegue spesso.

Interessante anche il repertorio del nuovo progetto che Bonetti sta curando dedicato alle ninne-nanne; tra quelle eseguite splendida la resa del “La Siminzina” della grande Rosa Balestrieri qui suonata con il dobro – , uno strumento che comunque suoni repertori altri ti riporta con il suo sound nella sua terra d’origine (e questo anche nella ninna nanna coreana”-, con un suggestivo effetto “campanellini” prodotto con armonici.

Tra le “sorprese”, molto convincente l’arrangiamento di “Don’t Think Twice, it’s Alright”, intrisa di jazz ma nel rispetto della melodia dylaniana e nel quale Bonetti ha sfoderato un lungo e bellissimo assolo.

Serata riuscitissima, rassegna invidiabile.

FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

FEDERICO BOSIO “Double Time”

Dodicilune Records, CD. 2020

di alessandro nobis

Il compositore e chitarrista trentino Federico Bosio ha pubblicato negli scorsi mesi per la Dodicilune questo interessante lavoro “Double Time” con un trio del quale fanno parte anche Valerio Vantaggio (batteria)  e Seby Burgio (pianoforte) che costruisce la base delle sue composizioni, di volta in volta arricchite dall’apporto di ospiti del calibro dei bassisti Stefano Senni e Pierpaolo Ranieri, dalla vocalist Clara Simonoviez e dal tenorista Michael Rosen. “Roses Dance” e la seguente “Tower Blues” raccontano in modo chiaro, a mio avviso, quanto detto: la seconda è una lunga e classica ballad acustica nella quale Bosio che in questa occasione imbraccia l’acustica “chiama” il contrabbasso di Senni che esegue un solo significativo che introduce quello si sax tenore, la prima, con l’intervento puntuale ed efficace della voce di Clara Simonoviez, si avvale del basso elettrico di Pierpaolo Ranieri che assieme ad un fraseggio “spagnoleggiante” che fa riferimento al miglior Chick Corea e ad un bel solo di Bosio ricorda quel jazz elettrificato che qualche decina di anni fa seppe dare una nuova linea, un nuovo sentiero alla musica afroamericana.

Ma attenzione, qui non c’è nulla di calligrafico o di autocelebrativo, se il disco si ascolta con grande attenzione si scoprono arrangiamenti curatissimi, suoni sempre efficaci (l’apertura dell’organo in nella ballad, sempre con Senni, “Gentle Waltz” il lungo brano dal sapore metheniano, o così mi è parso) e soprattutto si evince la capacità di mantenere costantemente bilanciato ed alto il livello della musica nonostante la spiccata personalità degli “ospiti” (metto le virgolette perché i loro interventi sono sempre contestualizzati al progetto).

http://www.dodicilune.it

CIPRIANI · MYRICK “Reflections”

CIPRIANI · MYRICK “Reflections”

CIPRIANI · MYRICK “Reflections” Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Mi dicono che questo “Reflections” sia il terzo lavoro dei due chitarristi dopo l’extended play “Live in Bulb” e “Wanderlust” pubblicato nel 2019; un chitarrista italiano ed uno americano si incontrano, tengono numerosi concerti, compongono, mettono “alla frusta” delle esibizioni dal vivo il loro progetto ed infine registrano i nove brani che formano questo ottimo e maturo lavoro.

51-8zfLot2L._SS500_Le registrazioni che coinvolgono due chitarristi acustici non sono moltissime, ma quelle che esistono sono considerate delle pietre miliari della musica acustica; non le citerò non fosse altro per rispetto ai due “nostri” ovvero Nicola Cipriani e Brad Myrick che non ho difficoltà a definire un eccellente esempio di come due talenti di livello possano unire gli intenti e collaborare senza alcuna autorefenzialità.

Appare chiaro, almeno a chi scrive, che i due chitarristi conoscano bene la letteratura della chitarra acustica non solo quella fingerpicking a partire da quella riferibile a certo folk acustico d’oltreoceano e per finire alle atmosfere Windham Hill che hanno fatto scuola nell’ambiente; nel bel mezzo ci sono le nove scritture a quattro mani di questo “Reflections” dove la fruttuosa ricerca della melodia si combina esaltando le qualità e la purezza del suono dei due strumenti. Il breve ma significativo dialogo in “Interlude”, la lunga ed articolata “Bordogan” con le percussioni delle casse armoniche che introducono il brano e ne definiscono la sua struttura fino alla pacata e bellissima melodia del lungo brano eponimo che chiude “Reflections”.

Un lavoro davvero significativo che mi auguro possa trovare il giusto spazio e gradimento nell’ambiente della musica acustica e della chitarra in particolare. Lo merita.

 

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