RENATO PODESTA’  “Foolish Little Dreams”

RENATO PODESTA’  “Foolish Little Dreams”

RENATO PODESTA’  “Foolish Little Dreams”

Irma Records. CD, 2019

di alessandro nobis

COPERTINA - Foolish Little Dreams di Renato PodestàVi dirò per cominciare della ciliegina sulla torta di questo “Foolish Little Dreams”, ovvero il duetto tra il “maestro” Sandro Gibellini e l’”allievo” Renato Podestà che dà nuova linfa ad un classico, quel “Exactly Like You”scritto da Jmmy McHugh nel 1930 (il testo era di Dorothy Fields, per completezza dell’informazione); interpretazione da manuale per chitarra direi, vista la tecnica, la verve, il felice interplay tra i due chitarristi. La torta, succosa, piacevolissima e che si fa riascoltare più e più volte, è il resto del disco, che presenta standards riletti con grande intelligenza vicino a brani originali di Podestà e del tastierista Gialuca di Ienno: qui ce n’è per tutti i gusti, per gli amanti del suono dell’organo, per gli amanti del suono funky stile “The Meters” nell’interpretazione del gershwiniano (“Fascinating Rhythm” con un pregevolissimo solo di Hammond), per quelli che cercano la qualità degli originali (e qui c’è “Bolero” del chitarrista e la lunga “Heartbeat Sweet” scritta da Di Ienno con una significativa intro al piano elettrico raggiunto poi dalla chitarra e dalla batteria di Roberto Lupo) ed infine per quelli che cercano sempre nuove riletture di classici della musica classica americana del ventesimo secolo, il jazz. Costoro troveranno gli spartiti di autori del calibro di Oliver Nelson (“Butch & Butch”) e di Bill Evans (“Five”) e converranno con me che la musica qui trasuda di piacere nel suonare e nel proporre, di professionalià e di grande affiatamento che spesso le formazioni a tre “piano-less” sanno produrre.

Certo che se Renato Podestà ha deciso finalmente dopo anni di concerti e di registrazioni con altri ensemble di esordire nel mondo del jazz con un lavoro di così notevole fattura a suo nome, la domanda sorge spontanea: perché non farlo prima? Attendiamo il secondo capitolo, eh!

 

 

 

 

MICHELE LIDEO “Ora Blù”

MICHELE LIDEO “Ora Blù”

MICHELE LIDEO “Ora Blù FINGERPICKINGNET Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Sii curioso, che la tua curiosità verrà ripagata” mi disse un tale qualche decennio fa, e la musica che esce da questo “Ora Blù” del chitarrista padovano Michele Lideo è senz’altro una delle perle che questa “filosofia” mi ha fatto scoprire e molto apprezzare. Seguace della tecnica del fingerpicking ed autore di tutte le undici composizioni, Lideo dal punto di vista musicale si posiziona sui rami più freschi di questo stile chitarristico che in Italia ha avuto ed ha tra i suoi esponenti più significativi l’abruzzese Franco Morone ed il milanese Walter Lupi.digipack cd lideo definitivo

Un viaggio in chiaroscuro dentro la mia musica” è il sottotitolo di questo lavoro ed ascoltandolo trovi un po’ il riassunto della carriera musicale di Lideo e delle sue influenze a mio avviso soprattutto rappresentate dagli stili di Morone (il Franco di “Blues for Franco” sarà lui?) e Lupi, la ricerca spasmodica della melodia del primo e la forza ritmica del secondo, tutto filtrato dalla personalità di Lideo, dalla sua tecnica cristallina nelle esecuzioni dove non si trovano mai note in sovrabbondanza ma dove tutto è equilibrio e gusto. Un disco bellissimo, e quindi faticosamente vi segnalo qualche brano che motivi quanto vi ho detto qui sopra, annotazioni personali che probabilmente non coincideranno con gli intenti di Lideo, ma tant’è; “Blue Sun” che apre il disco è una ballad, la giusta apertura del lavoro alla quale segue la raffinatezza del blues già citato, il veloce ritmo di “Freeway” e l’immaginario irlandese evocato dalla pacata “Doolin”.

Avvicinatevi alla musica di Michele Lideo, vi catturerà.

https://www.michelelideo.it

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON “The Guitar Trio in Calgary 1977″

EUGENE CHADBOURNE with DUCK BAKER and RANDY HUTTON

“The Guitar Trio in Calgary 1977”

EMANEM Records. CD, 2019

di alessandro nobis

Queste registrazioni provenienti dal lontanissimo 1977 danno finalmente luce al talento ed al gusto di Duck Baker nella sua “versione” di improvvisatore radicale, lontano quindi dalla musica irlandese, scozzese, americana, jazz, e blues per le quali è probabilmente più conosciuto ed apprezzato; qui in compagnia di due altri talentuosissimi chitarristi e improvvisatori come i canadesi Eugene Chadbourne e Randy Hutton, Baker sfoggia invece tutta la sua capacità di dialogo, di creatività e di controllo istantaneo del processo improvvisativo.

Onestamente debbo dire che non è un disco facilissimo da ascoltare ma una volta compreso il processo creativo in atto non si possono non apprezzare le trame creative che si creano durante le performance. Sette degli otto brani provengono dal concerto di Calgary del 27 febbraio del ’77, mentre l’ottava e lunga traccia (oltre 27 minuti) era stata già pubblicata dalla Parachute nel medesimo anno. L’ascolto delle metamorfosi di “Cards” di Roscoe Mitchell eseguita in solo da Chadbourne e di “Ornette Mashup” scritta a quattro mani da Coleman e Charlie Haden (qui all’opera il trio al completo) sono una sorta di manifesto di come partendo da uno spartito si possa essere originali nell’interpretazione e nell’approccio stilistico; “White from Foam” è una travolgente performance solista di Baker con la sua chitarra con le corde di nylon, “Mary Mahoney” del duo Chadbourne – Baker è un “quasi blues” serrato e comunicativo dialogo che contribuisce a dare la misura del fascino dell’improvvisazione musicale che suonata a questi livelli tecnici ed ispirativi può veramente essere considerata a pieno diritto come una delle componenti più importanti di quella che nel XX° secolo veniva chiamata “musica contemporanea”.

Una preziosa testimonianza, speriamo ne seguano altre di questo livello.

 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/11/16/duck-baker-outside/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/03/duck-baker-shades-of-blue/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/19/duck-baker-the-preachers-son/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/08/25/aa-vv-pareto-sketches-compositions-for-guitar-by-duck-baker/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/05/16/duck-bakerles-blues-du-richmond-demos-and-outtakes/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/05/07/duck-baker-plymouth-rock/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/24/duck-baker-when-you-wore-a-tulip/)

MARTINO VERCESI “New Thing”

MARTINO VERCESI “New Thing”

MARTINO VERCESI  “New Thing”

Alessio Brocca Edizioni Musicali. CD, 2019

di alessandro nobis

COPERTINA - New Thing di Martino VercesiA due anni dal precedente “Supercluster” il chitarrista e compositore milanese Martino Vercesi pubblica questo notevole “New Thing” dedicato al neonato figlio Marcello, alla testa di un quartetto formato da Danilo Gallo al contrabbasso, Rudi Manzoli al sassofono e Matteo Rebulla alla batteria. E’ il suo quinto album da solista e la sua musica attraversa l’insidioso fiume del mainstream, in grado di travolgere chiunque lo affronti senza originalità o con pedisseque interpretazioni di pluri – interpretati standards. Questo non è il caso del combo di Vercesi, tutt’altro; le sei composizioni che danno vita all’album, tutte del chitarrista, evidenziano un jazz molto cantabile, eseguito con grande consapevolezza ed altrettanta preparazione tecnica, con arrangiamenti che lasciano spazio alle individualità che mai debordano in sterili virtuosismi ma contribuiscono a creare un suono d’insieme di grande effetto. La chitarra ha un suono molto naturale, privo di effetti, e ciò consente di apprezzare ancora di più il fraseggio nelle parti d’insieme che in quelle solistiche. Non mi piace citare altri musicisti ma questa volta, giusto per dare l’idea della purezza di questa musica nelle parti eseguite in tre, non posso non citare il trio di Abercrombie, quello con Peter Erskine e Marc Johnson, gli appassionati di ECM sanno di cosa parlo; inoltre il sassofono di Rudi Manzoli è sempre puntuale e misurato negli interventi, come ad esempio in “He won’t get far”, dove esegue il tema all’unisono con la chitarra, esegue un significativo e lungo “solo” per poi farsi da parte e ritornare in conclusione dopo uno splendido solo di Vercesi. Oppure in “Old America”, lunga ballad con l’introduzione del contrabbasso di Danilo Gallo che detta il tempo, entra l’arpeggio di chitarra che espone il tema in seguito accompagnata dal sax tenore che precede l‘ingresso della batteria che lascia sul finale lo spazio per il solo di Manzoli; brano che mi ha impressionato per l’ariosità e la sua pacatezza e che conclude questo bellissimo lavoro.

Un musicista, Martino Vercesi, che non conoscevo, un disco che mi ha avvolto e coinvolto dal primo ascolto. Mi capita di rado.

TRACCE

  • 1  First Coffee Break (M. Vercesi)
  • 2  He won’t get far (M. Vercesi)
  • 3  Fanciful Dream (M. Vercesi)
  • 4  Go Further (M. Vercesi)
  • 5  Hold on Please (M. Vercesi)
  • 6  Old America (M. Vercesi)

 

www.martinovercesi.com

martino.vercesi@libero.it

 

 

 

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

Southern Summer Records. CD, 1977, 2019

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1976 dalla Kicking Mule Records, “When you wore a tulip” era il secondo significativo lavoro del chitarrista americano Duck Baker e conteneva tracce registrate durante il ’74 e ’75 (dalle session del primo album “There’s Something For Everyone in America”), oltre ad altre risalenti all’aprile del ’76; ora su iniziativa dello stesso Baker viene ristampato meritoriamente con l’aggiunta di cinque “bonus tracks” provenienti dalla registrazione di un concerto parigino sempre del 1976. “All’epoca dei fatti” Baker era già considerato uno dei più autorevoli ed originali interpreti dello stile fingerpicking, stile allora molto ancorato sulla riproposizione del folk anglo-scoto-irlandese, sia per il sua visione piuttosto legata all’improvvisazione, per lo stile applicato alla chitarra con corde di nylon ed infine per il repertorio che spazia dalle tradizioni musicali americane di origine europea al jazz.Interpretazione, arrangiamento, composizione e improvvisazione sono sempre stati quindi i punti cardinali della carriera del chitarrista della Virginia, e già a metà degli anni settanta era leggibile il suo progetto che tuttora porta avanti, da solo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/) o con piccoli combo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/).

DUCK_BAKER_WHEN+YOU+WORE+A+TULIP-590251.jpgQui troviamo brani che fanno parte del suo repertorio da sempre come “Back Home Again in Indiana” scritto da James F. Hanley & Ballard MacDonald o “Huneysuckle Rose” di Fats Waller vicino a sue composizioni come “Plymouth Rock” e “Rapid Transit Blues” ed a splendidi arrangiamenti di fiddle tunes come “Angeline the Baker” e “The Boys of Blue Hill”.

La chicca qui è la sequenza dei cinque inediti registrati a Parigi dei quali vanno citati almeno “Maple Leaf Rag” (Scott Joplin) e “Chicken Ain’t nothing’ but a bird” (letteralmente “le galline non sono altro che uccelli”) di Emmet Wallace, due straordinari arrangiamenti per chitarra acustica.

Mi domando, quando ascolto Duck Baker, come mai un musicista dei questo livello non faccia parte dei cartelloni dei festival jazz italiani “più autorevoli”.

 

 

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

Mint Records. Lp, 1980

di alessandro nobis

Era un po’ che avevo in cantiere la recensione di questo straordinario disco d’esordio di Arty McGlynn datato 1980 e ristampato in CD nel 1994; ora però che giusto ieri (17 dicembre 2019) abbiamo saputo della sua inopinata dipartita – lascia la moglie Nollaig e cinque figli – , diventa assolutamente doveroso parlare di questa autentica perla di musica tradizionale arrangiata ed eseguita esclusivamente con una chitarra acustica; perla preziosissima pari solamente a mio avviso a quel “Coppers and Brass” dello scozzese Dick Gaughan, per restare nell’ambito della tradizione scoto – irlandese.

IMG_3714Dodici brani equamente divisi su due facciate, ognuno dei quali presenta diverse peculiarità che fanno di questo album un caleidoscopio della cultura popolare d’Irlanda ed anche un manuale di chitarra acustica: si inizia con un brano risalente al periodo barocco di Turlogh O’Carolan (“Carolan’s Draught”) e continua con altre meraviglie come i set di reels, tra i quali segnalo “Miss Monaghan / The Flags of Dublin / Hand me down the tackle” presi dal repertorio di Seamus Ennis, le gighe come “Arthur Darley” da quello del violinista John Doherty, le slow air tra le quali assolutamente primeggia “The Blackbird” scritta dall’amico Jacky Daly. David Hammond canta due ballads (“I wish my love was a red rose” e “The Hills above Drumquin”) che danno la misura della grandezza di McGlynn anche come accompagnatore.

Un disco come dicevamo completo senza una sola sbavatura, timing perfetto, abbellimenti di grande gusto e bellezza e grande equilibrio, come lo erano le esibizioni dal vivo in compagnia della moglie, la violinista Nollaig Casey (ebbi la fortuna di incontrarli e di ascoltarli in un concerto stellare nell’aprile del 2001 a Verona alla Fontana di Avesa), di Frankie Gavin, Paddy Keenan o di Liam O’Flyyn o ancora di quel fenomenale supergruppo che furono i Patrick Street:

L’apparizione di un nuovo artista è sempre un evento al quale si deve dare il benvenuto. Quando di un artista non abbiamo mai ascoltato le sue prove e il lento divenire degli arrangiamenti dei brani; quando non abbiamo potuto assistere alla sua crescita; quando infine il musicista è rimasto volutamente nascosto nell’ombra fino al preciso momento nel quale la sua maturità musicale e tecnica e si mostra al pubblico per la prima volta, la sua venuta è più che benvenuta ed ha gli elementi di una epifania. La maturità artistica dell’uomo colpisce profondamente.”  Così lucidamente scriveva Brian Friel nelle note di copertina di questo “McGlynn’Fancy”.

Resta il rammarico di non avere molto altro materiale “solo” di McGlynn, ma bastano e avanzano le sue incisioni in compagnia di altri musicisti: ognuno faccia la sua scelta.

Io scelgo questo suo disco d’esordio. Imperdibile.

 

 

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

GREENTRAX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La pubblicazione di questa registrazione dal vivo dello scozzese Dick Gaughan, effettuata da Brian O’Donovan alla Old Baptist Church a Cambridge nei pressi della Harvard University è a mio avviso una delle più importanti inziative di recupero di vecchi nastri di questo 2019, per ciò che mi riguarda per due ragioni.

DICK GAUGHAN copia
San Francesco al Corso, Verona 1981. Foto di Alessandro Nobis.

La prima è una ragione affettiva, visto che un anno prima circa avevo assistito ad uno strepitoso concerto di Gaughan a Verona, presso l’Auditorium di San Francesco al Corso durante il quale aveva presentato se non ricordo male una scaletta del tutto simile a quella di questo concerto americano – e del quale conservo gelosamente un paio di fotografie – ovvero basata sul suo lavoro del 1981 “Handful of heart” oltre a qualche strumentale e ad altri brani tradizionali assieme ad alcuni di altri autori. La seconda perché questa registrazione ci restituisce la grandezza interpretativa ed esecutiva di Dick Gaughan l’espressione più alta della musica tradizionale e d’autore che la Caledonia abbia mai prodotto: qui troviamo brani del già citato “Handful of Heart” ovvero il tradizionale “Erin Go Bragh”, “Song For Ireland” di Phil Colclough, “The world Turned Upside Down” di Leon Rosselson e “The Worker Song” di Ed Pickford, uno straordinario set di reels come “The Gooseberry Bush / The Chicago Reel / Jenny’s Welcome to Charlie” (a proposito, procuratevi l’inarrivabile “Coppers and Brass”, uno dei più importanti dischi di chitarra acustica) e tra gli altri una splendida versione di “Glenlogie”; chiude questo imperdibile disco una autentica chicca, una versione di “The Freedom Come All Ye” con Johnny Cunningham, violinista dei Silly Wizard.

Ma non finisce qui perché lo stesso Gaughan ha aggiunto al disco tre brani inediti non meno importanti del live, due registrati dal vivo tra il 2010 ed il 2012 ed un altro, “Connolly Was There” proveniente dall’archivio Greentrax.

Brano da dieci e lode, per me naturalmente, “Now Westlin’ Winds” (anche questo da “Handful of Heart) con il testo del poeta Robert Burns.

Ma Peggy cara, la sera è limpida,

volano in stormi le rondini leggere;

il cielo è azzurro; i campi, fin dove raggiunge lo sguardo,

son tutti d’un verde pallido e gialli;

vieni, percorriamo il nostro lieto sentiero

e contempliamo le bellezze della natura;

il grano che stormisce, i rovi coperti di frutti

ed ogni creatura felice”* (R. B.)

*Robert Burns “Poemetti e canzoni”. Traduzione di Adele Biagi, “Biblioteca Sansoniana Straniera”, SANSONI EDITORE 1953.