IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON INCONTRA ROBERTO ZORZI

di Alessandro Nobis

Domenica 27 gennaio, con una rara performance del chitarrista Roberto Zorzi, si chiude il trittico di concerti della miniserie “THE COHEN UNDERGROUND” che si tiene naturalmente al Cohen ed inserita nel JAZZCLUB, a Verona in Via Scarsellini con inizio alle 20.underground 18 19 zorzi

Roberto Zorzi appartiene ai “devoti” alla musica improvvisata, e sebbene abbia preso parte ad ensemble non esattamente facenti parte di questa corrente come i N.A.D., Si.Mi.La.Do. o The Bang con i suoni ed interventi ha sempre “marchiato” la sua presenza arricchendo la musica nel suo complesso. Importante la sua collaborazione con il collega californiano Henry Kaiser (“Through” del 1999) e recentemente le sue produzioni in trio, la prima con Boris Savoldelli e Massimo Barbiero e la seconda con Scott Amendola e Michael Manring, sfociata in “Facanapa Umarellas and the World Wide Crash” considerato meritatamente  il miglior album del 2018 per la sezione Avant Garde & Experimental da Voctor Aaron della prestigiosa rivista “Something Else Review” (http://somethingelsereviews.com/2019/01/14/wendy-eisenberg-brandon-seabrook-david-dominique-s-victor-aarons-best-of-2018-part-3-of-4-avant-garde-experimental/?fbclid=IwAR1UNyD4sZwxOkRg9ru4X2WOA1Z2Ne8N_V970T07CO-PhYNJx7uxTxcJh2Q).

Una grande soddisfazione per il musicista veronese, dal quale mi aspetto presto un album solo ……… intanto l’ho incontrato per conoscere meglio la sua musica in vista del concerto di domenica 27.

– Come e quando ti sei avvicinato prima da ascoltatore ed in seguito come esecutore alla musica improvvisata? Cosa ti aveva colpito di questo linguaggio, il suo radicalismo, la novità, la sua purezza?

Accadde all’incirca nel 1972 o 73: un amico, il mitico per me, Lucio Vicentini si presentò a casa mia con due Lp, Music Improvisation Company e Lot 74, un solo di Derek Bailey. A quel tempo a me sembrava pura avanguardia Chick Corea con le sue “Piano improvisations”, puoi immaginare lo shock che provai. Quello che ho sempre apprezzato nella musica improvvisata è la sua purezza (un po’ come Alien, per chi ricorda la battuta dell’androide nel primo film). Poi la capacità di reinventare la “lingua strumentale. E’ una forma musicale democratica, nessuno è leader, tutti lo sono, quando si improvvisa in gruppo. Nulla di anarchico.

–  Chi prima di altri ti ha influenzato e segnalato un percorso?

A dire il vero forse la primissima influenza non ha a che fare con improvvisatori, ma con Fripp & Eno di Evening Star, poi, ovviamente, tutto il movimento europeo, in particolare quello inglese, con una menzione particolare per Fred Frith ed il suo “Guitar solos”. Bailey è scontato. Poi sono venuti gli americani, tra tutti John Fahey ed Henry Kaiser in particolare, al quale devo moltissimo.

– Vista la tua esperienza, come è cambiata se è cambiato il concetto di improvvisazione? Mi riferisco in particolare a quella che identifico personalmente con la scuola europea?

Credo sia cambiato l’approccio complessivo, con una apertura totale verso il coinvolgimento di musicisti americani (soprattutto dalla zona di Chicago e dalla California)

– A mio avviso c’è un linguaggio di assolutà libertà esecutiva più legata alla musica afroamericana e quello invece come dicevo appartenente alla cultura europea che molti avvicinano alla musica contemporanea. Li ritieni separati o secondo te hanno degli aspetti in comune?

La musica improvvisata è sempre stata considerata un limbo dalla critica, un luogo dove potevano confluire tutti e nessuno, ma direi che i risultati dell’integrazione tra i due mondi hanno sempre dato risultati eccellenti (vedi, ad es., il cd del duo Derek Bailey / Cecil Taylor a Berlino, nel) 1988.

– Esiste senso te una corrente italiana all’improvvisazione radicale?

Sì, qualcuno c’è, qualche “vecchio leone” che ancora si batte per mantenerla in vita, non so per quanto riguarda i giovani, ma non parlerei comunque di “corrente italiana”.

– Nelle tue performance solistiche, che strumentazioni utilizzi? Preferisci il suono elettrico con l’apporto di elettronica o ti affidi anche al suono naturale dell’acustica?

70% elettrico, 30% acustico.

– Tra le tue più recenti collaborazioni che poi sono sfociat e nella pubblicazione di due CD ci sono quella con Boris Savoldelli e Mattia Barbiero (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) e quella con Michael Manring e Scott Amendola. E’ solo un caso che entrambe le esperienze siano frutto di una formazione a tre?

No, non è casuale: è il numero perfetto, la formazione perfetta.

– Quale secondo te dovrebbe essere oggi l’approccio dell’ascoltatore alla musica improvvisata e qual è la sua reazione rispetto a quando hai iniziato?

Con l’avvento di internet dovrebbe essere molto più facile soddisfare la propria curiosità ed approfondire la conoscenza, ma credo che il vero problema, oggi, sia proprio la mancanza di curiosità e l’appiattimento su  standard sicuri e “relativisti”, se mi passi il termine. In linea con la cultura dominante.

– Con il passare dei decenni è cambiato molto il mercato discografico, ma la musica improvvisata ha sempre avuto un pubblico di nicchia difficilmente raggiungibile; piccole etichette (mi vengono in mente la Incus o la tedesca FMP), difficoltà nel trovare i dischi. Oggi, paradossalmente che il mercato “al dettaglio” è pressocchè sparito, grazie ad internet questa musica è più facilmente reperibile, anche quella prodotta da piccole labels come la Treader di John Coxon per fare un esempio. I tuoi lavori dove sono rintracciabili?

In alcuni – rari – negozi specializzati, ma soprattutto su tutte le piattaforme digitali: Amazon, CD Baby, iTunes, etc etc.

– Visto il concetto che sta alla base ti quello che suoni, non ti chiederò anticipazioni rispetto alla tua performance del 27 gennaio al Cohen, ma ti ringrazio davvero per la tua disponibilità.

Grazie a te.

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Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

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Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metrica. Ha curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm). Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

AA.VV. “Chatelier Guitars: Let the Friendship Resound”

AA.VV. “Chatelier Guitars: Let the Friendship Resound”

AA.VV. “Chatelier Guitars: Let the Friendship Resound”

Chatelier Guitars. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Il comune denominatore di questo splendido “Let the friendship resound” è la passione di due fratelli nizzardi – i liutai Philippe e Gerard Chatelier – che nel loro laboratorio sapientemente trasformano sottili tavole di prezioso legno in strumenti ambitissimi dai migliori chitarristi fingerpicking in circolazione. Giovanni Ferro, chitarrista e naturalmente possessore di una “Chatelier”, compositore e mente sempre attiva nella promozione di questo stile chitarristico ha pensato di raccogliere diciassette colleghi che assieme a lui celebrassero i dieci anni di attività della bottega di Nizza e dalla creazione di uno strumento unico che per caratteristiche e dimensioni può essere considerato a metà strada tra una OM (Orchestral Model) e la leggendaria Martin D28. Di queste Chateliers il chitarrista veronese dice: “Le Chatelier hanno subito conquistato il mondo del fingerpicking per la loro responsività, l’ottimo bilanciamento dei registri, la possibilità di ottenere un’action molto bassa senza che le corde sferraglino sulla tastiera. Si può dire che ogni picker di un certo livello se ne è procurata una, diventando per molti la principale arma di battaglia.”

Evidentemente Giovanni Ferro deve avere una forte credibilità nell’ambiente se è riuscito a realizzare questo CD al quale partecipano davvero musicisti ahimè sconosciuti ai più ma invece davvero meritevoli di una platea molto più ampia. Diciotto chitarre ed altrettanti fini esecutori dicevo, diciotto brani per ognuno dei quali viene riportata l’essenza lignea utilizzata per la costruzione; diciassette sono brani originali, ed anche qui vorrei sottolineare lo sforzo compositivo, ed uno, quello che conclude il lavoro, suonato dai due fratelli liutai (banjo “Chatelier” e chitarra) ed ispirato alla musica old-time degli Appalachi. Degli altri musicisti voglio citare Walter Lupi (il suo tocco in “Cristalli d’aria” è inimitabile) e naturalmente Giovanni Ferro (“6/4 di Luna”), Alberto Caltanella (“Six Bars Friends”), Dario Fornara (Farfalla a metà”) e Giulio Redaelli (“Aquiloni”); splendida la breve “Outback Storm” dell’australiano Van Larkins tra i francesi segnalo l’introspettiva “le matin blanc” di Philippe Fouquet e “Une trace de toi” di Jean Luc Thievent.

Ricerca rigorosa della perfezione esecutiva ed un’attenzione particolare alla melodia così da far gustare ed apprezzare a chi ascolta ogni singola nota dei brani; qui vige la regola di suonare poche note ma messe al posto giusto, vietato praticare “ginnastica” tecnicistica.

Ancora complimenti a Giovanni Ferro e naturalmente ai fratelli Chatelier: e un secondo capitolo senza aspettare il ventennale? Cosa ne pensate?

www.chatelierfreres.com

 

 

 

 

 

 

 

 

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

ROBERTO MENABO’ “Mesdames a 78 giri: storie di donne che hanno cantato il blues”

S.I.P., cm 14,5 x 21, Pagg. 150 € 12,00. 2018

di Alessandro Nobis

Ci sono i vinili della Folkways, quelli della Wolf, della Herwin e della Yazoo, ci sono le cards e le copertine di Robert Crumb e da qualche settimana ci sono anche questi venti racconti scritti da uno studioso – praticante del blues prebellico, Roberto Menabò. Professione insegnante – e ti pareva che una figura di così alto profilo potesse dedicarsi esclusivamente alla musica nel nostro bizzarro Paese – e nel tempo che resta, al netto di quello dedicato alla famiglia, si è dedicato da tempo immemore alla scoperta di quei musicisti sconosciuti ai più che hanno lasciato poche o pochissime tracce registrate, ed anche biografiche, nelle piantagioni, nelle piccole e grandi città americane grazie alla sua pregevolissima tecnica chitarristica ed altrettanto sapiente penna.

E così dopo i quaranta di racconti di “Rollin’ and Tumblin’”, in questa nuova raccolta, autoprodotta, Menabò affronta venti storie di donne, di cantanti e di chitarriste che in quel periodo pochissimo spazio ebbero nel mondo del blues arcaicamente maschile.

Certo che quando si prova a raccontare di Laura Dukes, di Mae Glover o di Bessie Tucker non ci si può fermare alle spesso assenti note biografiche, ed ecco che allora emergono il mestiere e l’amore per la scrittura e per la musica, “questa” musica che l’autore diffonde con seminari, concerti, lezioni che sempre lasciano il segno in chi ha la fortuna di fruirne. La lettura scorre via veloce, non è appesantita da nozioni riguardanti le seppur parche discografie di queste “Medames a 78 giri” ma al contrario Menabò descrive attraverso significativi ed incisivi acquerelli scene di vita, domestiche e pubbliche, di queste eroine del blues che hanno lasciato ai posteri polverosi, graffiati (e graffianti) race records che qualcuno ha poi cercato, trovato e ri-pubblicato.

Il volume non è in distribuzione, va richiesto direttamente all’autore.

http://www.robertomenabo.it

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo

DALLA PICCIONAIA: “Luca Boscagin” guitar solo, Cohen Verona 30 settembre 2018

di Alessandro Nobis

Con il bassista Silvio Galasso (londinese ormai d’adozione) e Riccardo Massari, giovanissimo tastierista con Rudy Rotta che ha da qualche anno trovato nell’ambiente culturale di Barcellona gli stimoli giusti per esprimere il suo talento di performer e di compositore, tra i “cervelli in fuga” veronesi c’è anche il chitarrista Luca Boscagin, talentuoso strumentista – e compositore -, che da Londra è arrivato al Cohen di Via Scarsellini sfoderando tutta la sua pregevolissima tecnica attraverso un repertorio fatto di brani originali e di intelligenti riletture; serata da incorniciare, come si diceva un tempo, serata dove la sua chitarra ha stregato il numeroso pubblico silenzioso ed attento come si conviene.42851590_2260599237336411_8298888465353801728_n.jpg

Naturalmente le chiavi di volta dello stile di Boscagin sono la bellezza e l’articolazione dei brani di sua composizione, tra i quali segnalo “Gil O Maestro” dedicata al compositore sudamericano e la capacità improvvisativa, non sempre di facile lettura ma comunque sempre capace di attirare l’attenzione del fruitore, improvvisazione che nasce delle brevi citazioni di temi non necessariamente legati alla musica afroamericana ma che ti raccontano il vasto retroterra musicale di questo chitarrista. E così l’ascolto del concerto si trasforma per chi ascolta nel gioco a riconoscere i temi così brevemente esposti e per Boscagin in quello di nasconderli nelle pieghe della performance. Ecco il riff di Jimmy Page di “Kashmir”, la penna di Pino Daniele e la sua “Quando” eseguita in apertura, quella di Lucio Battisti di “E penso a te” o ancora il Brasile stavolta di Milton Nascimento di “Anima”; poi la ciliegina sulla torta con i due brani eseguiti in compagnia del trombettista Fulvio Sigurtà, ancora Brasile ed il jazz di Enrico Rava di “Le solite cose”.

Bella serata, dicevo, il prossimo appuntamento con la chitarra acustica è con Krishna Biswas, 21 ottobre.

CIOSI “The Big Sound”

CIOSI “The Big Sound”

CIOSI “The Big Sound”. A-Z Blues, CD. 2018

di Alessandro Nobis

In Italia, a partire almeno dagli anni Sessanta, molti sono stati i chitarristi che si sono avvicinati allo strumento ascoltando maestri come John Fahey, Bert Jansch, Davey Graham o John Renbourn – per citarne solamente alcuni – che facevano del fingerpicking “ragione di vita”, sviluppando in seguito una notevolissima capacità compositiva ed esecutiva; non altrettanti sono stati quelli che hanno aderito invece alla corrente del flatpicking, seguita per lo più oltreoceano che prodotto maestri come Don Reno, Doc Watson, Tony Rice o Norman Blake. Dei “nostri” citerei Beppe Gambetta e Roberto Dalla Vecchia che hanno poco a poco abbandonato il folk americano per dedicarsi alla composizione o al repertorio italiano. Ecco, Federico Franciosi a.k.a. “Ciosi” fa parte di questa corrente e questo suo recentissimo lavoro conferma la sua “devozione” al flatpicking; lo dicono le citazioni di Lester Flatt (“Rolling in my sweet’s baby arms”) e dei fratelli Delmore (“Nashville Blues”) e di Alvin Pleasanr Carter (il canto narrativo “The Cyclone of Rye Cove”) ma anche la sua indubbia bravura sullo strumento, una voce credibile e la capacità di comporre materiale nuovo. A ciò si aggiunge la scelta indovinata dei collaboratori, Gianni Sabbioni al contrabbasso, Lorenz Zadro e cristiano Gallian alla chitarra, Pietro Marcotti all’armonica ed infine Massimo Tuzza alle percussioni; un suono naturalmente acustico, naturale, genuino come si conviene nella migliore delle tradizione della chitarra acustica. Notevoli il raffinato solo di “Mediterranean Shell”, “Who looks for Something” con un incisivo Sabbioni al contrabbasso, il blues di J.B. Lenoir “Alabama Blues” con un bel cammeo di Zadro ed infine il reel “Cooley’s Reel” con un solo di contrabbasso.

Cercate questo disco, ne vale la pena.

www.a-zbues.com

www.ciosi.it

I MAESTRI INVISIBILI “Cuori Felici”

I MAESTRI INVISIBILI “Cuori Felici”

I MAESTRI INVISIBILI “Cuori Felici”

SPLASC(H), CD 2018

di Alessandro Nobis

Franco Cortellessa e Nicola Cattaneo sono a mio avviso tra i più significativi musicisti della scena chitarristica in circolazione, e se alla loro pregevolissima tecnica, alla loro cultura musicale ed alla notevole capacità compositiva – tutte le dodici tracce sono scritte a quattro mani, tranne una di Cortellessa – si capisce facilmente come questo loro nuovo lavoro sia un’autentica perla, uno dei più interessanti lavori di musica acustica ascoltato di recente; un plauso quindi alla storica etichetta milaneseSplasc(H) che lo ha pubblicato.

“Cuori Felici” è un disco piuttosto eterogeneo negli stili musicali che via via scorrono durante l’ascolto; personalmente vi ho riscontrato rimandi alla tradizione classica dei compositori del Novecento, a quelli più vicini al jazz (la bellezza della melodia dello stile di Towner, con il quale hanno collaborato in passato), vi ho trovato rimandi al chitarrismo di Fahey fino all’improvvisazione più radicale. “Bassa marea” e “Così cantan tutte”, due chitarre classiche alla ricerca della melodia perfetta, il disegno di una nuovi terreni musicale di “Minimal Xango” con il charango ed i puntuali ed efficaci vocalizzi di Alessandra Lorusso (che aveva collaborato anche nel precedente “Narra Fantasmi”), il serrato dialogo tra le due chitarre ed i soli in “Dislivelli”, l’improvvisazione e lo sviluppo del brano conclusivo, “Sin Luna”.

Musica non facilissima ma che ascolto dopo ascolto rivela nei suoi angoli più nascosti la bellezza delle composizioni e l’efficacia delle esecuzioni.