DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

GREENTRAX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La pubblicazione di questa registrazione dal vivo dello scozzese Dick Gaughan, effettuata da Brian O’Donovan alla Old Baptist Church a Cambridge nei pressi della Harvard University è a mio avviso una delle più importanti inziative di recupero di vecchi nastri di questo 2019, per ciò che mi riguarda per due ragioni.

DICK GAUGHAN copia
San Francesco al Corso, Verona 1981. Foto di Alessandro Nobis.

La prima è una ragione affettiva, visto che un anno prima circa avevo assistito ad uno strepitoso concerto di Gaughan a Verona, presso l’Auditorium di San Francesco al Corso durante il quale aveva presentato se non ricordo male una scaletta del tutto simile a quella di questo concerto americano – e del quale conservo gelosamente un paio di fotografie – ovvero basata sul suo lavoro del 1981 “Handful of heart” oltre a qualche strumentale e ad altri brani tradizionali assieme ad alcuni di altri autori. La seconda perché questa registrazione ci restituisce la grandezza interpretativa ed esecutiva di Dick Gaughan l’espressione più alta della musica tradizionale e d’autore che la Caledonia abbia mai prodotto: qui troviamo brani del già citato “Handful of Heart” ovvero il tradizionale “Erin Go Bragh”, “Song For Ireland” di Phil Colclough, “The world Turned Upside Down” di Leon Rosselson e “The Worker Song” di Ed Pickford, uno straordinario set di reels come “The Gooseberry Bush / The Chicago Reel / Jenny’s Welcome to Charlie” (a proposito, procuratevi l’inarrivabile “Coppers and Brass”, uno dei più importanti dischi di chitarra acustica) e tra gli altri una splendida versione di “Glenlogie”; chiude questo imperdibile disco una autentica chicca, una versione di “The Freedom Come All Ye” con Johnny Cunningham, violinista dei Silly Wizard.

Ma non finisce qui perché lo stesso Gaughan ha aggiunto al disco tre brani inediti non meno importanti del live, due registrati dal vivo tra il 2010 ed il 2012 ed un altro, “Connolly Was There” proveniente dall’archivio Greentrax.

Brano da dieci e lode, per me naturalmente, “Now Westlin’ Winds” (anche questo da “Handful of Heart) con il testo del poeta Robert Burns.

Ma Peggy cara, la sera è limpida,

volano in stormi le rondini leggere;

il cielo è azzurro; i campi, fin dove raggiunge lo sguardo,

son tutti d’un verde pallido e gialli;

vieni, percorriamo il nostro lieto sentiero

e contempliamo le bellezze della natura;

il grano che stormisce, i rovi coperti di frutti

ed ogni creatura felice”* (R. B.)

*Robert Burns “Poemetti e canzoni”. Traduzione di Adele Biagi, “Biblioteca Sansoniana Straniera”, SANSONI EDITORE 1953.

 

KRISHNA BISWAS “RADHA”

KRISHNA BISWAS “RADHA”

KRISHNA BISWAS “Radha”

RADICIMUSIC RECORDS. CD, LP, DIGITALE 2019

di Alessandro Nobis

Se desiderate fuggire anche per qualche ora dai cliché rassicuranti della chitarra acustica, uscite dalla vostra “confort area” e lasciatevi andare: molto probabilmente la musica di Krishna Biswas vi sorprenderà offrendovi una visione della chitarra che si distacca parecchio dal fingerpicking e del flatpicking che siamo abituati ad ascoltare e ad apprezzare.

Sarà per inconsuete accordature, per il suo background musicale, per la sua sopraffina tecnica legata a quella classica, per la sua voglia di sperimentazione, per la curiosità verso l’improvvisazione, ma questo “Radha” conferma quanto detto per il precedente “Panir” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/17/krishna-biswas-panir/),ovvero che ci troviamo di fronte ad un grande talento che merita l’attenzione del mondo musicale acustico nel senso più ampio del termine, e bene fa la Radicimusic a seguirlo nel suo percorso.

Detto che questo lavoro è reperibile in vinile con dieci titoli mentre in digitale (cd e files) ne conta quindici e che il titolo e la struttura dei brani fanno riferimento a Krishna ed a Radha (rispettivamente anima universale rappresentata dai brani più dinamici ed individuale rappresentata invece da quelli più intimistici), non mi resta che segnalare le scritture che più mi sono piaciute a cominciare dall’improvvisazione di “Maggese” e di “Dicembre”, continuando con il complesso “Radura” strutturato in tre parti e concludendo con la tecnica tapping di Baliset.

Biswas padroneggia con grande capacità diverse tecniche sullo strumento, alcune ortodosse altre meno, ma la sua dote che più emerge da un ascolto attento è la capacità di combinare i diversi stili adattandoli alla perfezione al suo talento compositivo e, come detto, anche imporvvisativo.

JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

540 – JOHNNY SHINES “The Blues Came Falling Down: live 1973”

Omnivore Records, CD 2019

di Alessandro Nobis

Questi ottanta minuti rappresentano una sorte di Santo Graal per gli estimatori di Johnny Shines, uno di quelli che come padrini musicali ebbe due tizi come Howlin’ Wolf e Robert Johnson. Non so se mi spiego. La registrazione, di ottima qualità, ci riporta al 1973 quando assieme a Leroy Jodie Pierson (che lo accompagna in tre brani) tenne un concerto a St. Louis presso la Washington University.

81imKmX6NBL._SY355_Classe 1915, nato dalle parti di Memphis lungo il corso del Mississippi, Shines fa parte di quella schiera di straordinari talenti che ad un certo punto della carriera, con varie motivazioni, sparirono letteralmente dal mondo della musica per poi essere riscoperti da compagnie discografiche, da musicisti europei ed americani e da impresari bianchi. Nel caso specifico Shines effettuò delle sedute di registrazione nella seconda parte degli anni Quaranta per la Columbia e la Chess che non portarono però ad alcuna pubblicazione e nel ’52 registrò un ottimo disco che non ebbe alcun risultato commerciale tanto da far decidere a Shines di abbandonare la strada del musicista per dedicarsi ad altro, l’intenzione di andare in Africa e poi il duro lavoro in un’impresa di costruzioni.

Alla metà degli Sessanta – nel 1966 – la lungimirante Vanguard records lo trovò che fotografava (si avete capito bene, che “fotografava”) altri bluesman in un club del Southside e non perse l’occasione di registrare nei suoi studi alcuni brani che divennero parte del terzo volume della prima serie “Chicago: the Blues Today” (a divedersi le due facciate c’erano con Shines anche Johnny Young e Big Walter Horton) che finalmente contribuì a far conoscere questo straordinario bluesman al pubblico dei bianchi americani ed europei assieme agli altri che ebbero spazio in questi tre fondamentali LPs. Erano i tempi in cui negli Stati Uniti ma soprattutto in Inghilterra c’era un forte interesse verso il blues americano ed infatti lì emersero straordinari talenti della cosiddetta corrente del British Blues, cito solamente i Bluesbreakers, gli Stones, i Fleetwwod Mac, la Graham Bond Organisation e gli Yardbirds.

In questa registrazione c’è la sua potente voce (ascoltatela e ascoltate la slide nella sua “Have you ever loved a woman”), la sua straordinaria chitarra, c’è la sua storia personale e la storia del blues americano con i suoi protagonisti, da Robert Johnson (“Kind Hearted Woman”, “I’m a steady Rollling Man”, “They are red hot” e Sweet Home Chicago), c’è Sleepy John Estes (“Someday Baby Blues”), c’è anche Wllie Johnson (“It’s nobody fault but mine”) ma soprattutto ci sono i suoi blues, le sue sofferenze accumulate in dura vita che improvvisamente gli regala una chance di riscatto sociale.

Per me disco imperdibile. “Chicago Blues Legend”, recita lo sticker nel cellophane che avvolge il cd: niente di più vero.

 

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

COPEPOD RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo recentissimo “Coffee for Three”, registrato in compagnia di Alex Ward, clarinetto, John Edwards, contrabbasso e Steve Noble alla batteria contribuisce a rafforzare un’immagine diversa del chitarrista della Virginia Duck Baker, molto diversa da quella associata al talento di questo musicista, ovvero quella del performer solista che affronta i più diversi repertori della musica del Novecento americano. Agli ascoltatori più attenti tuttavia, nelle registrazioni  in studio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/) e nei concerti, non sarà certamente sfuggita la direzione che questo straordinario personaggio stava intraprendendo da qualche anno, direzione sempre più legata all’improvvisazione soprattutto a quella costruita all’interno di standard del jazz come ad esempio quelli di Monk (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/).

Profondo conoscitore della “materia” nei suoi più reconditi e sconosciuti interpreti ed autori, Baker ci aveva ache regalato un capolavoro come il disco dedicato alle musiche di Herbie Nichols, ed ora con questo quartetto – e con le sue scritture – ci regala quello che a mio avviso è uno dei suoi lavori più riusciti, e che sorprenderà molti dei quali hanno seguito le sue tracce dagli anni Settanta. Qui troviamo due emblematiche improvvisazioni collettive, ovvero “Vorpmi Xetrov” 1 e 2 (i titoli letti al contrario suonano come “Vortex Improv” 1 e 2) e sei composizioni dove l’interplay e l’improvvisazione scaturisce all’interno di strutture scritte da Baker. Insomma se volete addentrarvi nel mondo dell’improvvisazione idiomatica e non-idiomatica e volete scoprire un Duck Baker “diverso”, questo è il disco che fa per voi. Mai ripetitivo, mai noioso ma al contrario sempre in grado di offrire spunti all’ascoltatore.

Mi auguro fortemente che questo progetto sia preso in considerazione da chi organizza festival e rassegne jazz nel nostro Paese che hanno assolutamente bisogno di “aria fresca”.

www.duckbaker.com

www.copepod.co.uk

 

JEAN-FELIX LALANNE & SOIG SIBERIL “Back to Celtic Guitar”

JEAN-FELIX LALANNE & SOIG SIBERIL “Back to Celtic Guitar”

532 – JEAN-FELIX LALANNE & SOIG SIBERIL “Back to Celtic Guitar”

AUTOPRODUZIONE JFL CD, 2019

di Alessandro Nobis

Il recupero della tradizione celtica di area bretone ha sin dai primi anni settanta trovato nei chitarristi dei veri e propri pionieri che in solitudine o in prestigiosi gruppi hanno dato un essenziale contributo allo studio ed all’innovazione, anche con repertori originali, allo sviluppo di quello che venne e viene chiamato anche oggi il folk revival bretone. Dan Ar Bras, Jacques Pellen, Gilles Le Bigot – per citarne tre – e naturalmente Soig Siberil che con questo ottimo disco in duo con un altro valentissimo strumentista, raffinatissimo autore e produttore, Jean-Felix Lalanne (“francese”) prosegue sul cammino iniziato parecchi anni fa.

SIBERIL DUOIl titolo dell’album la dice lunga sulla proposta musicale, ma non ci si aspetti “solamente” un puro distillato di musica bretone vista la preparazione accademica ed il curriculum di Lalanne (oltre venticinque lavori pubblicati) i cui territori frequentati passano da Marcel Dadì a Chopin e la composizione di musica per film.

E quindi cosa dovete aspettarvi da questo ottimo “Back to Celtic Guitar”? Aspettatevi sì un viaggio nelle melodie di area celtica non solo bretone rivisitate con arrangiamenti che mettono in risalto i suoni acustici ed elettrici dei due chitarristi ma aspettatevi anche di gustare le composizioni originali di Lalanne che mostrano tutto il suo rispetto verso la musica bretone ma anche il suo background.

Il medley “Derriere l’Horizon / The Hill of Glenorchie” svela i segreti del disco: la prima parte composta da Lalanne, la seconda un’interpretazione di una giga irlandese dall’andamento quasi blues, il tutto con la chitarra acustica di Siberil e la chitarra-Synth di Lalanne, il dialogo tra le due chitarre acustiche di “Farewell to Nigg” che incontrano il folklore scozzese di Duncan Johnsone ed una scrittura di Siberil, la delicatissima e suadente suite in tre parti di “Selena’s Dream” composta da Jean-Felix Lalanne.

Per i chitarristi acustici disco imperdibile, per gli amanti della MUSICA anche.

Segnalo inoltre concludendo che nel CD sono state inserite molto intelligentemente anche le tablature.

*Di Soig Siberil vi avevo già parlato in occasione della pubblicazione del bellissimo “Habask”, di una paio di anni fa.(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/10/soig-siberil-habask/)

http://www.coop-breizh.fr

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

ZYX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Lo dico subito: vi confesso di non avere totale contezza della discografia di Rudy Rotta, valente chitarrista e compositore inopinatamente scomparso due anni or sono; tuttavia ho avuto più di un’occasione di seguire durante parecchi concerti la sua evoluzione musicale attraverso le varie line-up (da quella iniziale a quella più recente passando per quella acustica con il violoncello di Bruno Briscik), e quindi di ammirare la sua tecnica, la grinta sul palco e la cura con cui preparava gli arrangiamenti dei brani eseguiti dal gruppo: mi limito alla conoscenza dei suoi due primi lavori con la Rudy’s Blues Band (così allora si chiamava il suo gruppo) quando si dedicava in toto alla personale rilettura del miglior blues d’oltreoceano, e di questo suo ultimo “Now and Then …and Forever” pubblicato dall’etichetta tedesca ZYX e prodotto dall’Associazione Culturale Rudy Rotta in collaborazione con A-Z Blues, che evidenzia la grande lucidità e capacità con la quale Rotta stava proseguendo il suo cammino di allontanamento dallo schematismo del blues “classico”. Come leggere altrimenti il funk della lunga e trascinante “Bad Bad Feeling”, la delicata ballad pacifista acustica scritta a quattro mani con Deborah Kooperman “Winds of War” o il grido di “ricca solitudine” di “Money Money” (la bonus track che chiude il disco, con una rilettura del brano originale in chiave acustica suonata con lo slide).

Questo “Now and Then …and Forever!” è un disco “vero”, non un omaggio raffazzonato alla memoria di Rudy Rotta: registrato nel 2015, arrangiato dal chitarrista e magistralmente missato da Davide Rossi presenta nove brani dal suono compatto, potente, aggressivo con una band che, più che assecondarlo, contribuisce in modo convincente al progetto che comprende per lo più brani originali ma che mantiene vivo il cordone ombelicale con la musica del diavolo, non in modo calligrafico ma interiorizzando e quindi riproponendo in modo personale il repertorio scelto.

Ma non abbiate timore, il legame con le “dodici battute” c’è eccome, non è solamente nascosto nel pentagramma dei brani originali. Certo che il blues c’è, come è certo che non si tratta di letture pedisseque; del resto, quante versioni abbiamo ascoltato di “Crossroads” di Robert Johnson? Decine e decine, acustiche ed elettriche, europee ed americane eppure questa di Rotta brilla per originalità nel suono e nell’arrangiamento, e quanto è diversa dall’originale “Harlem Shuffle” di Bobby Byrd ed Earl Nelson resuscitata dagli Stones di “Dirty Work”?

Idee, il talento, il blues, il soul, il rhythm’n’blues ed il rock più sanguigno è quello che si trova in questo ottimo lavoro ed era ben chiara la strada che il chitarrista aveva iniziato a percorrere. Peccato se ne sia andato così presto. Davvero peccato.

www.facebook.com/rudyrottaofficial

 

 

 

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

VOLO SUL MONDO: Festival Memorial Rudy Rotta, Verona 13 luglio 2019

DALLA PICCIONAIA: VOLO SUL MONDO. Festival Memorial Rudy Rotta

“Verona, Teatro Romano, 13 luglio 2019”

di Alessandro Nobis

Correva l’anno del Signore millenovecentonovanta (21 e 22 giugno per essere precisi) e sul palco del Teatro Romano in occasione della prima memorabile quanto unica edizione di “Donne in Blues” salirono niente di meno che le Stars of Faith, Margie Evans, Dee Dee Bridgewater, Valerie Wellington, Karen Carroll e Katie Webster. Dopo quell’episodio il blues di questo livello a Verona si è visto raramente, Corey Harris se ricordo bene ed uno strepitoso concerto in Cortile Mercato Vecchio di Guy Davis all’interno dei “Concerti Scaligeri”, altra rassegna cassata dall’Amministrazione.

Volo sul Mondo Festival_Manifesto.jpg

Sabato 13 luglio a partire dalle ore 21 la musica del diavolo ritorna al Teatro Romano con la presenza di una delle figure più importanti del blues di questi ultimi anni, il californiano classe 1951 Kevin Roosevelt Moore (a.k.a. Keb’ Mo’). Cosa c’entra “Donne in Blues” con questa serata, direte voi. C’è un filo conduttore che lega le due manifestazioni, e si chiama Rudy Rotta. Il chitarrista e compositore veronese fu infatti uno dei promotori con il critico musicale Giampaolo Rizzetto di quelle due serate e ne fu anche uno dei protagonisti (accompagnò infatti Valerie Wellington in un infuocato set con Cesare Valbusa, Roberto Morbioli, Willy Mazzer e Riccardo Massari) e la serata di sabato 13 vuole ricordare la sua figura a due anni dalla sua prematura scomparsa.

“Volo sul mondo: Festival Memorial Rudy Rotta” è il nome che l’Associazione Culturale Rudy Rotta e la società A-Z Blues hanno voluto dare a questo importante evento, ma non solo, c’è anche l’opportunità di dare un contributo acquistando il biglietto di ingresso a due associazioni che operano nell’ambito della ricerca medica, ovvero l’Unione Italia Lotta alla Distrofia Muscolare (U.I.L.D.M.) e la Fondazione pe la ricerca sul cancro (A.I.R.C), quindi non provate ad entrare gratis, mi raccomando.

La serata ha un menu’ ricco di ospiti, alcuni dei quali saranno accompagnati dalla RR Band (Pippo Guarnera all’organo Hammond e piano, Renato Marcianò al basso ed Enrico Cecconi alla batteria) che come dicevo suoneranno nei set di Matteo Sansonetto (chitarrista dallo stile tipicamente influenzato dalle sonorità del Chicago Blues, e dotato di una notevole voce soul e di uno stile chitarristico grintoso ed essenziale), di Mike Sponza (“Il talento di uno dei più grandi chitarristi blues italiani, ormai una sorta di guru del blues nazionale: il risultato è un’esplosione di classe, ritmo ed energia.” Lo dice il Corriere, e tanto basta) e di Gennaro Porcelli considerato dal pubblico e dalla critica specializzata uno dei migliori talenti del “Blues Made in Italy” con un repertorio che spazia dal Chicago style a quello di New Orleans, da quello di Austin a quello di Memphis. Sarà infine anche l’occasione di ascoltare in apertura il duo Superdownhome (suonano una sorta di rural blues “contaminato” e sono Henry Sauda alla voce, cigar box, diddley bow e Beppe Facchetti alle percussioni) e l’atteso Sonohra Project Trio, con un set preparato accuratamente per far conoscere e capire al pubblico quale sia il loro retroterra culturale musicale.

C’è poi come detto la “portata principale”, il grande Keb’ Mo’ che grazie all’Associazione Culturale Rudy Rotta ha fatto di Verona una delle tappe del suo attesissimo tour europeo nel quale presenta la sua più recente produzione, “Oklahoma”; il suo primo lavoro risale al 1980 (“Rainmaker”) ed il suo stile che qualcuno ha definito “post modern blues” contiene riferimenti anche ad idiomi musicali diversi come il folk, il jazz ed anche il country, non aspettiamoci quindi un clone dei grandi padri della musica del diavolo ma uno dei più fiorenti rami che da essa sono nati nel corso del Novecento. Comunque una delle stelle del blues odierno.

Direi che “Volo sul Mondo Festival: memorial Rudy Rotta” presenta motivazioni per gli amanti della musica, per quanti hanno conosciuto e vogliano ricordare Rudy Rotta assieme ad alcuni musicisti, per quelli che amano la musica blues e non hanno mai conosciuto personalmente Rudy ed anche per aiutare le due associazione sopra menzionate.

Non vi bastano queste motivazioni? Allora dico anche che durante la serata verrà presentato “Now and Then…and Forever”, il disco postumo (questa parola è orribile ma rende l’idea) di Rudy Rotta.