DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

DE ALOE – LIBRASI – STRANIERI “Sonnambuli”

BARNUM ART RECORDS. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Qualcuno (il chitarrista californiano Henry Kaiser) dice che avanguardia è fare qualcosa di mai sentito, di completamente nuovo. Aggiungo, più modestamente, è anche apprendere le lezioni dei più diversi idiomi ed inventarne uno nuovo costruendo una musica che non necessariamente sia difficile, complicata troppo “di nicchia”. Mi sembra che queste parole calzino a pennello per questo “Sonnambuli”, pubblicato sul finire del 2018 dalla Barnum Art. Innanzitutto la presenza di uno strumento “raro a sentirsi” come l’armonica cromatica, una formazione piuttosto inedita ovvero Max D’Aloe (all’armonica, fisarmonica, elettronica ed autore dei brani), Ermanno Librasi (clarinetto basso ed elettronica) e Nicola Stranieri alla batteria; progetto ardito, piacevolissimo all’ascolto che nei momenti di dialogo tra armonica e clarinetto trova momenti di grande espressività (“Lontano, infinitamente lontano” giocato sul dialogo a due con sul sottofondo la percussione), un uso delicato a misurato dell’elettronica (“Askja”), il sempre preciso e sempre puntuale intervento della batteria di Nicola Stranieri (“A Sort of Dance”, una danza apocrifa con il tappeto elettronico che sostiene il drumming e con in evidenza l’armonica), il bel solo di clarinetto nel brano conclusivo “Bjork on the Moon”, gli accordi di accordeon (scusate il gioco di parole) che apro la ballad “Ul Giuan Marcora”.

E’ jazz? Forse sì, forse no, decidete voi che lo ascolterete. E’ per me un progetto riuscito e convincente, con una inedita combinazione di suoni che sorprende e che penetra ascolto dopo ascolto.

http://www.barnumforart.com

 

 

 

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APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs”

APARTICLE “Bulbs” – UR RECORDS, CD. 2018

di Alessandro Nobis

31286719_2078274502445038_2003314479103519635_nQuesta nuova pubblicazione curata dalla UR Records, “Bulbs”, nasce dalla collaborazione del tastierista Giulio Stermieri (in queste registrazioni al Rhodes ed all’Hammond) e del chitarrista Michele Bonifati, autori dei sette brani, con il sassofonista Cristiano Arcelli ed il batterista Ermanno Baron. Musicisti giovani, molto preparati, con una cultura musicale piuttosto ampia e con un’idea ben chiara di cosa realizzare: un combo, un gruppo che interpreti e sviluppi le idee dei due compositori. Bisogna prestare attenzione a non cadere nella simpatica trappola che i quattro hanno “confezionato”, ovvero che l’ascolto ci riporti alla riproposizione dei fasti del jazz elettrico dei primi anni settanta, trappola simpaticamente costruita utilizzando alcune timbriche di quel periodo (che ebbe per la verità luci ma anche parecchie ombre) come le tastiere di Stermieri ed in alcuni momenti la chitarra elettrica. Il resto è scrittura ed improvvisazione, spontaneo interplay che ci regala più che le prestazioni dei singoli un suono d’insieme che non è facile avere, un affiatamento che su disco fa solamente immaginare lo sviluppo dei brani durante le esibizioni live. Insomma Aparticle non esegue un semplice compitino di ricalco, ma sfrutta le conoscenze musicali dei singoli per sviluppare un proprio percorso che a mio avviso è interessante e piacevolissimo all’ascolto. Certo se cercate “la coperta di Linus” della rilettura calligrafica degli standards qui siete fuori strada ma se invece è la vostra personale curiosità culturale che vi fa avvicinare a “Bulbs” ne rimarrete certamente soddisfatti, garantito.

Segnalo doverosamente la ballad che chiude questo disco d’esordio di Aparticle, “Rackled”, e la lunga “Bridal Veil Falls” introdotta dalla batteria con un bel solo iniziale di sassofono con hammond in sottofondo che si sviluppa poi in un solo “in profumo” di Herman Poole Blount.

Gran bel disco. Sun Ra, ecco un altro da studiare ………….

https://www.facebook.com/aparticlemusic/?epa=SEARCH_BOX

 

 

 

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON incontra ROBERTO ZORZI

IL DIAPASON INCONTRA ROBERTO ZORZI

di Alessandro Nobis

Domenica 27 gennaio, con una rara performance del chitarrista Roberto Zorzi, si chiude il trittico di concerti della miniserie “THE COHEN UNDERGROUND” che si tiene naturalmente al Cohen ed inserita nel JAZZCLUB, a Verona in Via Scarsellini con inizio alle 20.underground 18 19 zorzi

Roberto Zorzi appartiene ai “devoti” alla musica improvvisata, e sebbene abbia preso parte ad ensemble non esattamente facenti parte di questa corrente come i N.A.D., Si.Mi.La.Do. o The Bang con i suoni ed interventi ha sempre “marchiato” la sua presenza arricchendo la musica nel suo complesso. Importante la sua collaborazione con il collega californiano Henry Kaiser (“Through” del 1999) e recentemente le sue produzioni in trio, la prima con Boris Savoldelli e Massimo Barbiero e la seconda con Scott Amendola e Michael Manring, sfociata in “Facanapa Umarellas and the World Wide Crash” considerato meritatamente  il miglior album del 2018 per la sezione Avant Garde & Experimental da Voctor Aaron della prestigiosa rivista “Something Else Review” (http://somethingelsereviews.com/2019/01/14/wendy-eisenberg-brandon-seabrook-david-dominique-s-victor-aarons-best-of-2018-part-3-of-4-avant-garde-experimental/?fbclid=IwAR1UNyD4sZwxOkRg9ru4X2WOA1Z2Ne8N_V970T07CO-PhYNJx7uxTxcJh2Q).

Una grande soddisfazione per il musicista veronese, dal quale mi aspetto presto un album solo ……… intanto l’ho incontrato per conoscere meglio la sua musica in vista del concerto di domenica 27.

– Come e quando ti sei avvicinato prima da ascoltatore ed in seguito come esecutore alla musica improvvisata? Cosa ti aveva colpito di questo linguaggio, il suo radicalismo, la novità, la sua purezza?

Accadde all’incirca nel 1972 o 73: un amico, il mitico per me, Lucio Vicentini si presentò a casa mia con due Lp, Music Improvisation Company e Lot 74, un solo di Derek Bailey. A quel tempo a me sembrava pura avanguardia Chick Corea con le sue “Piano improvisations”, puoi immaginare lo shock che provai. Quello che ho sempre apprezzato nella musica improvvisata è la sua purezza (un po’ come Alien, per chi ricorda la battuta dell’androide nel primo film). Poi la capacità di reinventare la “lingua strumentale. E’ una forma musicale democratica, nessuno è leader, tutti lo sono, quando si improvvisa in gruppo. Nulla di anarchico.

–  Chi prima di altri ti ha influenzato e segnalato un percorso?

A dire il vero forse la primissima influenza non ha a che fare con improvvisatori, ma con Fripp & Eno di Evening Star, poi, ovviamente, tutto il movimento europeo, in particolare quello inglese, con una menzione particolare per Fred Frith ed il suo “Guitar solos”. Bailey è scontato. Poi sono venuti gli americani, tra tutti John Fahey ed Henry Kaiser in particolare, al quale devo moltissimo.

– Vista la tua esperienza, come è cambiata se è cambiato il concetto di improvvisazione? Mi riferisco in particolare a quella che identifico personalmente con la scuola europea?

Credo sia cambiato l’approccio complessivo, con una apertura totale verso il coinvolgimento di musicisti americani (soprattutto dalla zona di Chicago e dalla California)

– A mio avviso c’è un linguaggio di assolutà libertà esecutiva più legata alla musica afroamericana e quello invece come dicevo appartenente alla cultura europea che molti avvicinano alla musica contemporanea. Li ritieni separati o secondo te hanno degli aspetti in comune?

La musica improvvisata è sempre stata considerata un limbo dalla critica, un luogo dove potevano confluire tutti e nessuno, ma direi che i risultati dell’integrazione tra i due mondi hanno sempre dato risultati eccellenti (vedi, ad es., il cd del duo Derek Bailey / Cecil Taylor a Berlino, nel) 1988.

– Esiste senso te una corrente italiana all’improvvisazione radicale?

Sì, qualcuno c’è, qualche “vecchio leone” che ancora si batte per mantenerla in vita, non so per quanto riguarda i giovani, ma non parlerei comunque di “corrente italiana”.

– Nelle tue performance solistiche, che strumentazioni utilizzi? Preferisci il suono elettrico con l’apporto di elettronica o ti affidi anche al suono naturale dell’acustica?

70% elettrico, 30% acustico.

– Tra le tue più recenti collaborazioni che poi sono sfociat e nella pubblicazione di due CD ci sono quella con Boris Savoldelli e Mattia Barbiero (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) e quella con Michael Manring e Scott Amendola. E’ solo un caso che entrambe le esperienze siano frutto di una formazione a tre?

No, non è casuale: è il numero perfetto, la formazione perfetta.

– Quale secondo te dovrebbe essere oggi l’approccio dell’ascoltatore alla musica improvvisata e qual è la sua reazione rispetto a quando hai iniziato?

Con l’avvento di internet dovrebbe essere molto più facile soddisfare la propria curiosità ed approfondire la conoscenza, ma credo che il vero problema, oggi, sia proprio la mancanza di curiosità e l’appiattimento su  standard sicuri e “relativisti”, se mi passi il termine. In linea con la cultura dominante.

– Con il passare dei decenni è cambiato molto il mercato discografico, ma la musica improvvisata ha sempre avuto un pubblico di nicchia difficilmente raggiungibile; piccole etichette (mi vengono in mente la Incus o la tedesca FMP), difficoltà nel trovare i dischi. Oggi, paradossalmente che il mercato “al dettaglio” è pressocchè sparito, grazie ad internet questa musica è più facilmente reperibile, anche quella prodotta da piccole labels come la Treader di John Coxon per fare un esempio. I tuoi lavori dove sono rintracciabili?

In alcuni – rari – negozi specializzati, ma soprattutto su tutte le piattaforme digitali: Amazon, CD Baby, iTunes, etc etc.

– Visto il concetto che sta alla base ti quello che suoni, non ti chiederò anticipazioni rispetto alla tua performance del 27 gennaio al Cohen, ma ti ringrazio davvero per la tua disponibilità.

Grazie a te.

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the WKPF” Volume 2.

WKPF RECORDS, 2CD. 2018

di Alessandro Nobis

Per celebrare la 25^ Edizione del William Kennedy Piping Festival che si tiene ad Armagh, nell’Ulster, intorno alla metà del mese di novembre, viene pubblicata dagli organizzatori questa preziosa antologia – è il secondo volume di una serie che raccoglie registrazioni che coprono un lungo periodo, dal 2003 al 2017. Chi avrò l’opportunità di ascoltare questo doppio CD – e mi riferisco in particolare a coloro i quali sono mai stati tra il pubblico del Festival, scoprirà l’incredibile polimorfismo che la cornamusa ha sviluppato nel secoli praticamente ovunque in Europa.

Qui potrete assaporare – tra le altre – le launeddas di Luigi Lai accanto alle uillean pipes “di casa” di Paddy Keenan, ospite con Paddy Glackin anche nell’edizione 2018, di Cillian Vallely e di Robbie Hannan, la gaita galiziana di Anxo Lorenzo, la Gaida bulgara di Ivan Georgiev e la Sackpipa svedese di Olle Gallmo e la Duda magiara di Balasz Istvanfi, le Northumberland Smallpipes di Andy May accanto alla cornamusa scozzese delle Highlands di Finlay McDonald.

Un vero tripudio della tradizione musicale legata a questo ancestrale strumento legato indissolubilmente alla cultura pastorale che ha trovato il modo, come dicevo, di sviluppare forme e suoni come nessun altro nella cultura europea e mediorientale. Una proposta questa, come lo era il primo volume, che testimonia l’appassionato lavoro e le straordinarie competenza e cura – oltre ad una massiccia dose di curiosità – nella scelta degli interpreti che da un quarto di secolo l’Armagh Pipers Club ha fatto diventare il WKPF un punto di incontro degli appassionati della cultura popolare.

La pubblicazione è supportata dall?arts Council e dall’Irish Traditional Music Archive, ed è acquistabile contattando il Club sul sito www.armaghpipers.com

Per il report dell’edizione 2018 vedi: in Lingua inglese: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/15/william-kennedy-piping-festival-2018-nov-15th-18th-2018-armagh-co-armagh-ireland/ed in lingua italiana https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/11/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-2018-15-18-novembre-armagh-co-armagh-irlanda-seconda-parte/e https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/04/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-15-18-nov-2018-armagh-co-armagh-irlanda-prima-parte/

PACOLONI ENSEMBLE “Adriaan Smout: Thysius Lute Book”

PACOLONI ENSEMBLE “Adriaan Smout: Thysius Lute Book”

PACOLONI ENSEMBLE “Adriaan Smout: Thysius Lute Book”

BRILLIANT CLASSICS CD, 2018

di Alessandro Nobis

A Leiden, nell’Olanda meridionale, si trova un edificio settecentesco che custodisce la Biblioteca fondata da Joan Thysius nel 1655, un collezionista di libri che alla fine del sedicesimo secolo acquistò un’imponente collezione di manoscritti raccolti da Adriaan Joriszoon Smout di Rotterdam; si tratta di 522 fogli che rappresentano una delle più importanti fonti di studio per suonatori di liuto e per i musicologi. Smout non era un musicista di professione – era insegnante e filosofo – ma comunque aveva una grande familiarità e passione per la musica tanto che trascrisse con il sistema dell’intavolatura per liuto numerosi esempi di musica sacra e profane oltre a melodie derivate dalla cultura popolare olandese e non. Da questa messe di fonti scritte, ovvero da quello che viene chiamato il “Het Luitboek van Thysius”, il Pacoloni Ensemble (Roberto Cascio, Franco Fois, Roberto Gallina e Fabio Mori ai liuti e Giovanni Tufano alle percussioni) ha scelto le ventitrè composizioni che compongono questo straordinario esempio di musica strumentale per liuto del periodo a cavallo dell’anno 1600 (Smout era nato nel 1578 e scomparve nel 1646) pubblicato dalla Brilliant Classics.

Thysius401v.pngAl di là del fascino delle otto gagliarde (una danza molto popolare in quasi tutta Europa nel XVI secolo), personalmente ho trovato molto interessanti i temi di origine popolare come “Jan Dirrixz”, Ick clam den boon al op” e “Gaet hen toe”, trascrizioni di canti popolari, e “Can shee excuse me” attribuito a John Dowland (che lo indica come “La Gagliarda del Conte di Essex”.

Un repertorio raro quindi, eseguito con grande maestria dai cinque musicisti che ci svela un altro scorcio sulla musica del tardo Rinascimento – Primo Barocco. Un raggio di luce su un tesoro musicale fino ad ora mai registrato, e citazione d’obbligo per la Brilliant che anche in questo caso “brilla” per la ricerca di repertori ed autori per lo più sconosciuti al pubblico più vasto.

www.brilliantclassics.com

 

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

DODICILUNE RECORDS CD ED412, 2018

di Alessandro Nobis

Ascolto questo disco e penso alla “sperimentazione vocale”; mi vengono subito in mente Demetrio Stratos e Boris Savoldelli, Maggie Nichols, Julie Driscoll – Tippett o Meredith Monk; ecco che grazie alla Dodicilune scopro anche Camilla Battaglia, ideatrice ed autrice di questo ottimo “Emit: Rotator Tenet” a due anni dall’altrettanto interessante “Tomorrow-2 more Rows of Tomorrow”.

Il combo ha una struttura “a quattro” (con la Battaglia, pianista e cantante ci sono Michele Tino al sassofono, Andrea Lombardini al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria) e tre brani ospitano Ambrose Akinmuse, trombettista californiano che arricchisce ulteriormente il suono soprattutto in “Crossing the Water” ed in “You don’t exist” e grazie ad un accuratissimo lavoro in sala di incisione e ad un fine uso di quella diavoleria elettronica che risponde al nome di kaosspad confeziona un lavoro prezioso in termini di ricerca sonora dove la voce sia nei momenti più sperimentali (mi riferisco alle tracce palindrome che aprono e chiudono il lavoro) ed in quelli più legati al jazz meno sperimentale ed improvvisativo trova sempre il suo equilibrio e conferma come Camilla Battaglia sia una cantante preparatissima tecnicamente e con un progetto ben preciso, raffinato e di alta scuola. Merito del quartetto se tutte le sue componenti mantengono l’attenzione dell’ascoltatore sempre in allerta (piacevolmente in allerta) come la lunga “You don’t exist II” aperta dal duetto voce – pianoforte con a seguire un espressivo solo di tromba in sovrapposizione al soprano che anticipa un lungo e notevole momento improvvisativo per riportarci poi al tema iniziale; al di là delle ispirazione letterarie e filosofiche che hanno portato Camilla Battaglia a comporre queste otto tracce e delle quali prendo semplicemente atto, non resta che ribadire la qualità della musica qui raccolta, una proposta che può essere apprezzata nel migliore dei modi sia dal pubblico che ama il jazz più classico che da quello che dal jazz cerca invece balzi in avanti e connessioni con la sperimentazione e la musica contemporanea, nella sua accezione migliore.

http://www.dodicilune.it

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

PIERGABRIELE MANCUSO (a cura di)

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

SQU[ILIBRI], 2018 Collana “aEM”. 143 pagg. con 2CD allegato. € 22,00.

di Alessandro Nobis

18bdd04e288fc232234be2fb5ea8bf38_XLTra il 1954 ed il 1959 il ricercatore italo – israeliano Leo Levi (1912 – 1982) condusse una lunga e preziosissima campagna di raccolta etnografica ed etnomusicologica a Venezia, cercando di ricostruire attraverso tutto il materiale allora disponibile (audio ed orale) il ricchissimo repertorio della comunità ebraica della città di Venezia, dove – lo ricordo – nel 1516 fu istituito il primo ghetto ebraicoche, nato come luogo separazione e di emarginazione degli italkim divenne nel corso del 16° secolo, con l’arrivo delle comunità ashkenazita dall’Europa del Nord, sefardita dalla Spagna e Levantina dal Vicino Oriente, una sorta di crogiuolo unico di lingue, tradizioni anche musicali e culture diverse.

Questo è il secondo titolo pubblicato da Squi[libri] dedicato alle tradizioni ebraicheSQUILIBRI PIEMONTE italiane studiate da Leo Levi (il primo fu “Musiche della tradizione ebraica in Piemonte”) al quale è presumibile ed anche augurabile ne seguano altri; come è caratteristica della Collana si apre con saggi storici e musicologici stavolta di Annalisa Bini, Paolo Gnignati, Piergabriele Mancuso (che presenta una dettagliata bibliografia e descrive uno per uno i brani presenti nei due CD), Francesco Spagnolo e Walter Brunetto che descrive l’importantissimo lavoro che Leo Levi svolse in quel di Venezia nella sue varie fasi. Il tutto utilizzando un linguaggio scientifico ma allo stesso tempo divulgativo e quindi comprensibile dal pubblico più ampio, e questo è un grande pregio costante delle pubblicazioni curate da Squi[libri]; i due compact disc sono rispettivamente dedicati al Rito Sefardita (54 tracce) ed al Rito Ashkenazita (15 tracce), la qualità del suono è più che accettabile tanto che il lavoro di editing è stato minimale, ogni brano viene descritto utilizzando le note di Levi e, dove queste non erano presenti, sono state aggiunte.

Da ultimo segnalo un interessante apparato iconografico (su tutte le foto l’ultima, quella di Levi in compagnia di Carpitella) e naturalmente una dettagliata bibliografia.

http://www.squilibri.it