PACOLONI ENSEMBLE “Adriaan Smout: Thysius Lute Book”

PACOLONI ENSEMBLE “Adriaan Smout: Thysius Lute Book”

PACOLONI ENSEMBLE “Adriaan Smout: Thysius Lute Book”

BRILLIANT CLASSICS CD, 2018

di Alessandro Nobis

A Leiden, nell’Olanda meridionale, si trova un edificio settecentesco che custodisce la Biblioteca fondata da Joan Thysius nel 1655, un collezionista di libri che alla fine del sedicesimo secolo acquistò un’imponente collezione di manoscritti raccolti da Adriaan Joriszoon Smout di Rotterdam; si tratta di 522 fogli che rappresentano una delle più importanti fonti di studio per suonatori di liuto e per i musicologi. Smout non era un musicista di professione – era insegnante e filosofo – ma comunque aveva una grande familiarità e passione per la musica tanto che trascrisse con il sistema dell’intavolatura per liuto numerosi esempi di musica sacra e profane oltre a melodie derivate dalla cultura popolare olandese e non. Da questa messe di fonti scritte, ovvero da quello che viene chiamato il “Het Luitboek van Thysius”, il Pacoloni Ensemble (Roberto Cascio, Franco Fois, Roberto Gallina e Fabio Mori ai liuti e Giovanni Tufano alle percussioni) ha scelto le ventitrè composizioni che compongono questo straordinario esempio di musica strumentale per liuto del periodo a cavallo dell’anno 1600 (Smout era nato nel 1578 e scomparve nel 1646) pubblicato dalla Brilliant Classics.

Thysius401v.pngAl di là del fascino delle otto gagliarde (una danza molto popolare in quasi tutta Europa nel XVI secolo), personalmente ho trovato molto interessanti i temi di origine popolare come “Jan Dirrixz”, Ick clam den boon al op” e “Gaet hen toe”, trascrizioni di canti popolari, e “Can shee excuse me” attribuito a John Dowland (che lo indica come “La Gagliarda del Conte di Essex”.

Un repertorio raro quindi, eseguito con grande maestria dai cinque musicisti che ci svela un altro scorcio sulla musica del tardo Rinascimento – Primo Barocco. Un raggio di luce su un tesoro musicale fino ad ora mai registrato, e citazione d’obbligo per la Brilliant che anche in questo caso “brilla” per la ricerca di repertori ed autori per lo più sconosciuti al pubblico più vasto.

www.brilliantclassics.com

 

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CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

CAMILLA BATTAGLIA “Emit: Rotator Tenet”

DODICILUNE RECORDS CD ED412, 2018

di Alessandro Nobis

Ascolto questo disco e penso alla “sperimentazione vocale”; mi vengono subito in mente Demetrio Stratos e Boris Savoldelli, Maggie Nichols, Julie Driscoll – Tippett o Meredith Monk; ecco che grazie alla Dodicilune scopro anche Camilla Battaglia, ideatrice ed autrice di questo ottimo “Emit: Rotator Tenet” a due anni dall’altrettanto interessante “Tomorrow-2 more Rows of Tomorrow”.

Il combo ha una struttura “a quattro” (con la Battaglia, pianista e cantante ci sono Michele Tino al sassofono, Andrea Lombardini al basso elettrico e Bernardo Guerra alla batteria) e tre brani ospitano Ambrose Akinmuse, trombettista californiano che arricchisce ulteriormente il suono soprattutto in “Crossing the Water” ed in “You don’t exist” e grazie ad un accuratissimo lavoro in sala di incisione e ad un fine uso di quella diavoleria elettronica che risponde al nome di kaosspad confeziona un lavoro prezioso in termini di ricerca sonora dove la voce sia nei momenti più sperimentali (mi riferisco alle tracce palindrome che aprono e chiudono il lavoro) ed in quelli più legati al jazz meno sperimentale ed improvvisativo trova sempre il suo equilibrio e conferma come Camilla Battaglia sia una cantante preparatissima tecnicamente e con un progetto ben preciso, raffinato e di alta scuola. Merito del quartetto se tutte le sue componenti mantengono l’attenzione dell’ascoltatore sempre in allerta (piacevolmente in allerta) come la lunga “You don’t exist II” aperta dal duetto voce – pianoforte con a seguire un espressivo solo di tromba in sovrapposizione al soprano che anticipa un lungo e notevole momento improvvisativo per riportarci poi al tema iniziale; al di là delle ispirazione letterarie e filosofiche che hanno portato Camilla Battaglia a comporre queste otto tracce e delle quali prendo semplicemente atto, non resta che ribadire la qualità della musica qui raccolta, una proposta che può essere apprezzata nel migliore dei modi sia dal pubblico che ama il jazz più classico che da quello che dal jazz cerca invece balzi in avanti e connessioni con la sperimentazione e la musica contemporanea, nella sua accezione migliore.

http://www.dodicilune.it

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

PIERGABRIELE MANCUSO (a cura di)

“Musiche della tradizione ebraica a Venezia: le registrazioni di Leo Levi (1954 – 59)”

SQU[ILIBRI], 2018 Collana “aEM”. 143 pagg. con 2CD allegato. € 22,00.

di Alessandro Nobis

18bdd04e288fc232234be2fb5ea8bf38_XLTra il 1954 ed il 1959 il ricercatore italo – israeliano Leo Levi (1912 – 1982) condusse una lunga e preziosissima campagna di raccolta etnografica ed etnomusicologica a Venezia, cercando di ricostruire attraverso tutto il materiale allora disponibile (audio ed orale) il ricchissimo repertorio della comunità ebraica della città di Venezia, dove – lo ricordo – nel 1516 fu istituito il primo ghetto ebraicoche, nato come luogo separazione e di emarginazione degli italkim divenne nel corso del 16° secolo, con l’arrivo delle comunità ashkenazita dall’Europa del Nord, sefardita dalla Spagna e Levantina dal Vicino Oriente, una sorta di crogiuolo unico di lingue, tradizioni anche musicali e culture diverse.

Questo è il secondo titolo pubblicato da Squi[libri] dedicato alle tradizioni ebraicheSQUILIBRI PIEMONTE italiane studiate da Leo Levi (il primo fu “Musiche della tradizione ebraica in Piemonte”) al quale è presumibile ed anche augurabile ne seguano altri; come è caratteristica della Collana si apre con saggi storici e musicologici stavolta di Annalisa Bini, Paolo Gnignati, Piergabriele Mancuso (che presenta una dettagliata bibliografia e descrive uno per uno i brani presenti nei due CD), Francesco Spagnolo e Walter Brunetto che descrive l’importantissimo lavoro che Leo Levi svolse in quel di Venezia nella sue varie fasi. Il tutto utilizzando un linguaggio scientifico ma allo stesso tempo divulgativo e quindi comprensibile dal pubblico più ampio, e questo è un grande pregio costante delle pubblicazioni curate da Squi[libri]; i due compact disc sono rispettivamente dedicati al Rito Sefardita (54 tracce) ed al Rito Ashkenazita (15 tracce), la qualità del suono è più che accettabile tanto che il lavoro di editing è stato minimale, ogni brano viene descritto utilizzando le note di Levi e, dove queste non erano presenti, sono state aggiunte.

Da ultimo segnalo un interessante apparato iconografico (su tutte le foto l’ultima, quella di Levi in compagnia di Carpitella) e naturalmente una dettagliata bibliografia.

http://www.squilibri.it

 

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

balen
Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metricaHa curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm)Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

ENTEN ELLER  “Minótaurus”

ENTEN ELLER  “Minótaurus”

ENTEN ELLER  “Minótaurus” – AUTOPRODUZIONE, CD 2018

di Alessandro Nobis

Ho avuto il piacere di conoscere il drumming di Massimo Barbiero ascoltando il concerto bolognese con Boris Salvoldelli e Roberto Zorzi dello scorso gennaio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/) che recentemente è stato pubblicato in cd con il titolo di “Nella Terra dei Frippi” ed in seguito anche nei suoi pregevolissimi lavori “in solo” dei quali parlerò a breve. Barbiero assieme a Maurizio Brunod (chitarra ed elettronica), Giovanni Maier (contrabbasso) ed Alberto Mandarini (tromba ed elettronica) è parte di Enten Eller, ensemble attivo da ben trentadue anni che ha pubblicato una serie di CD di tutto rispetto con collaborazioni prestigiose come ad esempio quelle con Carlo Actis Dato, Tim Berne, Achille Succi e Javier Girotto. Questo “Minótaurus”, registrato all’Open Jazz Festival di Ivrea, è la più recente registrazione del quartetto ed è un lavoro che può essere fruito in due diverse modalità, quella dell’ascolto appunto della registrazione che ho sottomano e quella della performance dal vivo. Direte “cadi nell’ovvietà” ed invece si tratta del contrario.

Il lavoro è concepito in nove tracce che comprendono quattro interludi dedicati ognuno agli strumenti che compongono la line-up, in sequenza chitarra, percussioni, tromba e contrabbasso con un delicato e decisivo uso dell’elettronica, quattro brani che catturano l’ascolto sullo strumento solista sin dalle prime note del primo, eseguito da Maurizio Brunod; interludi che collegano formando un unicum le altre composizioni eseguite dal quartetto tra le quali vorrei segnalare “Funkytauros” di Mandarini con l’apertura affidata alla chitarra e con bel solo dell’autore del brano e di Brunod il tutto sostenuto dalla sempre efficace ritmica di Barbiero e Maier. L’ascolto scorre fluido e veloce, la musica è intrigante e mai noiosa, il suono è sempre equilibrato, nei brani d’insieme l’intesa è perfetta e, sottolineo nuovamente, il ruolo centellinato dell’elettronica è spesso determinante perché usato con grande consapevolezza, misura e gusto.

thumb.phpDicevo che il disco può, anzi deve adesso forzatamente essere fruito solamente in funzione “ascolto”, ma chi ha avuto la fortuna di assistere al concerto di Enten Eller al Museo Garda di Ivrea ha potuto godere di una performance che legava questo progetto musicale alla danza; quattro danzatori (Roberta Tirassa / Massimo Barbiero, Giulia Ceolin / Giovanni Maier, Sara Peters / Alberto Mandarino e Tommaso Serratore / Maurizio Brunod), ognuno in una stanza ed ognuna legata al suono di uno dei quattro strumenti, metteva in atto momenti di improvvisazione “separati” ma legati indissolubilmente alla musica. Mi auguro esista un video di questo evento.

Enten Ellen con questo “Minótaurus” dà vita ad un chiarissimo ed ulteriore esempio di come il mondo del jazz italiano, quello coraggiosamente lontano dal mainstream e più concentrato sulla composizione e sulla percorrenza di sentieri diversi e quindi inediti, sia creativo, originale e vivissimo e come a mio avviso meriti senz’altro una presenza sempre più frequente nei cartelloni dei più importanti festival jazz internazionali.

Nel frattempo il disco lo trovate come si conviene in questi casi direttamente “alla fonte” ovvero sul sito di Barbiero www.massimobarbiero.com