500 – DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY, pipe-maker & piper (1768 – 1834)

500 – DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY, pipe-maker & piper (1768 – 1834)

Desidero dedicare questo articolo, il 500°, agli amici dell’Armagh Pipers Club che da 25 anni organizzano un bellissimo festival dedicato a William Kennedy, il “W.Kennedy Piping Festival” che si tiene annualmente attorno alla metà del mese di novembre (quest’anno sarà la 26esima edizione) ad Armagh, nell’Ulster.

Voglio anche ringraziare naturalmente tutti coloro che con grande pazienza dedicano qualche minuto alla lettura di ciò che modestamente scrivo.

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY, pipe maker & piper (1768 – 1834)

di Alessandro Nobis

Oggi per recarsi da Armagh a Banbridge basta percorrere una nastro d’asfalto stretto e sinuoso come lo sono tutte le strade di campagna irlandesi che seguono il paesaggio ondulato di questa parte dell’isola; ci si arriva in una mezzoretta attraversando Hamiltonsbawn e poi Tandragee. Case quasi tutte uguali nella miglior tradizione anglosassone, villette più moderne, qualche capannone nei dintorni e qualche bandiera inglese che sventola dalle cime dei pali dell’illuminazione stradale e nei giardini di qualche casa.

Alla fine del diciottesimo secolo il paesaggio non doveva essere molto diverso: una strada carreggiabile e spesso fangosa, qualche viandante, qualche calesse che lascia la strada alla diligenza settimanale del British Post Office, un pastore con i suoi armenti, i rari caravan dei tinkers. E Droichead na Banna (“il ponte sul fiume Bann”), Banbridge, il villaggio, raccolto lungo poche e diritte strade polverose e diviso dal fiume, le grandi ruote dei mulini, le case con il tetto di paglia tradizionale, il profumo della torba che fuoriesce dai comignoli, i bambini più piccoli che giocano per le strade e le donne che aspettano gli uomini al ritorno dalle campagne.

A cavallo dell’anno 1800 Banbridge ed più minuscoli villaggi lungo la parte Nord del fiume Bann godevano di un certo benessere economico, anche se i benefici di questa ricchezza era nelle mani di pochi, i proprietari dei diciotto mulini sistemati lungo il corso d’acqua e che facevano parte della linea produttiva dei filati di lino. Molta parte della popolazione era impegnata nella tessitura e nella confezione di abiti, e nel 1837 il numero di confezioni prodotte si aggirava attorno al quarto di milione di pezzi, anche se va detto che nei decenni successivi questa produzione calò fortemente.

La carrabile correva allora da Árd Macha passando da Bábhún Hamaltún eTóin re Gaoithlo stesso itinerario che di sicuro William, un ragazzino di Banbridge, avrà percorso chissà quante volte in buona compagnia per ritornare nel piccolo cottage dove era nato nel 1768.

La sua forzata disabilità – era cieco dall’età di quattro anni pare a causa di un virus che mieteva spesso vittime nei bambini giovanissimi, forse lo stesso vaiolo che un secolo prima aveva colpito l’arpista di Nobber Toirdhealbhach Ó Cearbhalláin, a.k.a. Turlogh O’Carolan  – segnerà profondamente non solo la sua vita ma anche quella di molti musicisti che nei secoli successivi si sarebbero avvicinati a quello straordinario strumento che sono le uilleann pipes, il più autentico simbolo della tradizione musicale irlandese.

Inevitabile per la famiglia escogitare per il figlio un “modus vivendi” che gli potesse garantire una vita la più normale possibile, tranquilla ed autonoma anche economicamente; c’era nella vicina Armagh un violinista, un insegnante al quale venne affidato per un certo periodo il giovane Kennedy, il Signor Moorehead – che era anche un piper – e qui William scoprì la sua passione per la musica diventando uno dei migliori allievi del maestro di Armagh. Aveva trovato una stanza in affitto  presso la casa di un ebanista, non era molto lontana da dove frequentava le lezioni di violino, e qui ebbe l’opportunità – grazie anche alla sensibilità del padrone di casa – di familiarizzare con gli strumenti di lavoro della falegnameria, cosa che fece in poco tempo tanto erano forti la sua curiosità e la sua abilità manuale.

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Il logo dell’Armagh Pipers Club

 

Qualcosa finalmente cominciava a girare per il verso giusto nella vita di questo ragazzo tanto che quando ritornò a Banbridge iniziò a costruire qualche piccolo mobile e soprattutto acquistò il suo primo set di cornamuse: forse era rimasto impressionato dal loro suono a casa di Mr. Moorehead oppure era rimasto colpito dal suono di quelle di un certo Downey, incontrato nella dimora di un cliente della falegnameria. William aveva subito realizzato che le complicate “manovre” per il montaggio dello strumento erano complesse e difficili per lui e quindi iniziò a pensare lungamente a come migliorare lo strumento in modo che fosse più agevole montarlo non solo per lui non vedente ma anche per tutti coloro che avessero voluto avvicinarsi alle uilleann pipes in modo più diretto: non solo, progettò e costruì nuovi utensili e ne adattò altri alle sue esigenze.

Il primo dei trenta set di cornamuse marchiate “William Kennedy” e realizzate nel giro di otto anni era pronto nel giro di nove mesi: non molte si direbbe, ma bisogna considerare che la sua principale attività dopo il matrimonio che contrasse a venticinque anni era quella di riparatore di strumenti musicali ed inoltre era diventato abilissimo e molto richiesto come costruttore e riparatore di orologi, un’abilità che aveva inizialmente conseguito grazie ad un orologiaio con il quale aveva in comune la passione per la musica irlandese e naturalmente per le pipes.

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Set di Uilleann Pipes firmato “Kennedy”

Kennedy, che venne a mancare il 29 luglio del 1834, non si fermò solamente a rendere più agevole il montaggio dello strumento che amava, ma apportò delle modifiche tecniche che aveva pensato e sviluppato mentre suonava il proprio set. Tra queste modifiche voglio citare l’estensione del “chanter” fino al Mi “alto”,  l’aggiunta di chiavi al “chanter” in modo che i Diesis ed i Bemolle potessero essere suonati e di altre due grosse chiavi che avrebbero consentito la loro apertura e chiusura con i movimenti del polso, in sostanza William Kennedy pose le basi della cornamusa irlandese come la conosciamo oggi e la cosa è del tutto straordinaria se consideriamo, lo ribadisco, che era un non vedente. Esistono testimonianze risalenti al 1815 che descrivono anche il suo talento ed abilità nel suonare lo strumento con le sue sottili dita ed il suo importante ruolo nello sviluppo della musica tradizionale irlandese come piper e come pipe-maker viene ogni anno a metà novembre – quest’anno sarà la ventiseiesima edizione e si terrà da giovedì 14 a domenica 17 – celebrato nella città di Armagh, nell’Ulster, con il Festival che porta il suo nome, il William Kennedy Piping Festival organizzato dall’attivissimo Armagh Pipers Club fondato nel 1966. Un appuntamento davvero imperdibile per gli appassionati della cornamusa e della musica tradizionale, solo irlandese o di matrice celtica; ogni anno musicisti di ogni angolo d’Europa (Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Bulgaria, Svezia, Scozia, Northumberland, Ungheria) giungono nella capitale della Contea di Armagh per presentare strumenti e repertori delle loro culture popolari. Si possono ascoltare maestri delle uilleann pipes delle generazioni passate come Paddy Keenan, Brian Vallely o Liam O’Flynn (ahimè scomparso di recente) e delle nuove generazioni come Cillian Vallely e Tiarnan O’Duinnchinn e soprattutto è possibile avvicinarsi allo straordinario lavoro di formazione che il Pipers Club, durante tutto l’anno, svolge con giovani e giovanissimi per mantenere vivi l’interesse e la pratica della musica tradizionale.

http://www.armaghpipers.com

http://www.wkpf.org

https://www.facebook.com/wkpfarmagh/

FONTI:

AA.VV.: “Lettere di famiglia: giornale di educazione civile, morale e religiosa”. G. Pomba, Torino 1846

VALLELY, Eithne: “William Kennedy (1768 – 1834)”. Inedito, 2019

WILSON, James: “Biography of the Blind”. J.W. Showell, Birmingham 1838

 

 

 

 

 

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GIOVANNI MASARA’ “Una comunità in scena”

GIOVANNI MASARA’ “Una comunità in scena”

GIOVANNI MASARA’ “Una comunità in scena”

Cierre Edizioni, 14,5 x 21 cm. Pagg. 130. 2018 € 14,00

di Alessandro Nobis

51iSTKdlx4L._SX350_BO1,204,203,200_Nella Collana “Etnografia Veneta” Cierre ha recentemente pubblicato questo importante volume del giovane antropologo culturale veronese Giovanni Masarà: si tratta di un ampliamento e di un completamento della sua Tesi di Laurea riguardante come recita il sottotitolo “Il Carnevale di Dosoledo tra struttura sociale e forma della festa”. Un volume quindi dal carattere doverosamente scientifico che riesce a fornire nel suo insieme una visione precisa, storica, ed anche geoantropologica (passatemi il termine)  appunto di questa festa popolare che si tiene nella Val Comelico superiore la domenica più vicina al 9 febbraio ricordando una delle possibili patrone del paese, Santa Apollonia; carnevale che ha saputo conservare, forse a causa del suo essere lontano dalla pianura, aspetti, rituali ed azioni che in altre situazioni (vedi ad esempio il Carnevale veronese, il più antico d’Italia ed uno dei compromessi dal punto di vista storico culturale che oramai da qualche decennio ha oltrepassato a mio avviso il punto di non-ritorno) sono state ampiamente dimenticate facendo perdere il vero significato di questa festa.

Ogni capitolo, ogni pagina si fa leggere con curiosità e richiede attenzione nella lettura per avere riga dopo riga l’idea chiara di come una piccola comunità come quella di Dosoledo sia riuscita a portare nel XXI° secolo questo momento al quale partecipa sostanzialmente tutta la popolazione. Masarà non è un antropologo da biblioteca o almeno non è solo questo; ha soggiornato nel Comelico raccogliendo testimonianze dai numerosi informatori che ha saputo coinvolgere nella sua ricerca ed ha partecipato di persona al Carnevale ed alla sua preparazione.

La ricchezza e la fortuna (il Lachè ed il Matathìn), le Matazere, i Mùti ed i Paiàthi sono tra le figure principali della sfilata e l’autore descrive con cura scientifica i costumi, la loro storia e le fasi della “vestizione”. Insomma sembra di essere lì a Dosoledo e leggendo nasce la voglia di andare personalmente a Dosoledo.

Una dettagliata bibliografia ed una serie di fotografie documentative arricchiscono il volume. Bravo Masarà e brava la Cierre di Verona, ora mi aspetto una ricerca “seria” sulla storia e su ciò che rimane del carnevale Veronese.

 

 

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

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Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metrica. Ha curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm). Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

MARIA MORAMARCO “Cillacilla”

UARAGNIAUN CD, 2018

di Alessandro Nobis

Cillacilla cillacilla lallalà / Vuelte lu passe e vuelta qua”. Spesso viene sottovalutata, anche da parte degli addetti ai lavori, l’importanza quantitativa e qualitativa del repertorio tradizionale dedicato al mondo dell’infanzia come i canti legati al mondo ludico, le filastrocche, i canti cumulativi ed enumerativi, gli scioglilingua. Il loro recupero non è facile, in molte zone è andato disperso e chi è fortunato di vivere in un’area dove questo è giunto fino a noi a dispetto della modernità grazie alla trasmissione orale ed al ricordo spesso lontano degli informatori può goderne studiandolo e fissandolo su “carta” e su “nastro”. C’è chi si occupa dell’aspetto più legato al gioco in senso stretto come fa l’Associazione Giochi Antichi” di Verona con il suo annuale festival Tocatì e c’è chi come Maria Moramarco – ricercatrice e straordinaria cantante ed interprete dell’ensemble della Murgia barese Uaragniaun – che con questo “suo” Cillacilla fissa in modo splendido e definitivo su carta e CD un mondo che non esiste praticamente più ma che fino a qualche lustro fa era così importante per la socializzazione non solo dei giovanissimi.

Maria-Moramarco-presenta-Cillacilla-al-Museo-Civico.jpgLo fa non pubblicando registrazioni sul campo come gli etnografi ed etnomusicologi hanno fatto (fortunatamente) nel passato ma facendo uscire dall’oblio questo repertorio portandolo prepotentemente nel terzo millennio con arrangiamenti – ed interpretazioni – e suoni curatissimi e decisamente convincenti. Maria Moramarco ha chiamato a raccolta gli Uaragniaun ed un nugolo di bravissimi strumentisti tra i quali vogli citare Michele Bolognese (ai plettri), Alessandro Pipino (organetto diatonico) e Adolfo La Volpe (oud) che hanno giocato un ruolo essenziale nella “trasformazione” di questo repertorio: del resto la cura che la Moramarco, con Luigi Bolognese e Sivio Teot hanno da sempre messo nei lavori “di gruppo” è ben nota agli appassionati di cultura tradizionale e di quelle musicale nello specifico, e quindi questo è un documento, un disco importante nella sua concezione e nella sua realizzazione che potrà senz’altro essere apprezzato anche dai “non parlanti” il difficile dialetto della Murgia grazie al prezioso ed accurato libretto allegato.

Disco realizzato in collaborazione con la Regione Puglia, Pugliasounds e Megasound. Da veneto provo solo invidia. Moderata, ma invidia.

DALLA PICCIONAIA: W. KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018. Armagh, Co. Armagh, Irl. (Prima Parte).

DALLA PICCIONAIA: W. KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018. Armagh, Co. Armagh, Irl. (Prima Parte).

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018

15 – 18 novembre. Armagh, Co. Armagh, Irlanda. Prima Parte.

di Alessandro Nobis

Con l’indovinata scelta di portare la location principale dall’Hotel Charlemont (ottimo per le sessions ma angusto per i concerti serali) al Market Palace Theatre (capace invece di offrire oltre ad un bello e capiente teatro principale altri angoli per le esibizioni), l’Armagh Pipers Club ha centrato l’obiettivo di organizzare una splendida 25° edizione del Festival nel migliore dei modi nonostante promessi ma mancati finanziamenti e qualche disguido dovuto a ritardi nei voli aerei che hanno costretto a qualche variazione del programma; un’edizione che davvero resterà nella memoria dei presenti (davvero molti, anche provenienti dal continente) anche perché si celebrava il 250 anno dalla nascita del piper e pipe-maker William Kennedy originario di Tandragee, borgo non lontano da Armagh al quale il festival è dedicato.

Altra indovinata ed apprezzabilissima scelta, questa volta artistica, è stata quella di dedicare lo spazio più ampio possibile alle esibizioni soliste dei suonatori di cornamuse attraverso l’organizzazione di 4 eventi chiamati “A WORLD OF PIPING” che hanno presentato in quattro diversi luoghi storici di Armagh la cornamusa in alcune delle sue varianti, dalle launeddas alle gaite bulgare, dalle highland pipes alle border pipes fino naturalmente alla cornamusa “padrona di casa”, la uilleann pipes.

Gli eventi come nei festival che si rispettano sono numerosi e di alto profilo, con diversi orari ed in diversi luoghi e come è facilmente immaginabile diventa problematico se non impossibile seguirli tutti, specialmente se fate base ad Armagh e desiderate durante la giornata ammirare alcune delle numerose bellezze naturali che l’Ulster offre.

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IVAN GEORGIEV

Quindi si fanno delle scelte; personalmente ho partecipato alla prima delle serate di “A WORLD OF PIPING”, alle due serate al Market Place Theatre ed a qualche session davanti a “qualche” pinta nei suggestivi e storici pub che animano il festival – ed Armagh – nelle serate specie dei fine settimana. La spaziosa sede dell’Armagh Pipers Club è impregnata di tutto ciò che è tradizione irlandese: l’aria che vi si respira a pieni polmoni, i poster sulle pareti, le fotografie, il viavai di musicisti giovani, di quelli giovanissimi e di quelli già affermati, dei docenti, dei cultori, tutto ci dice che questo luogo in Scotch Street è il centro culturale di riferimento di Armagh e tra i più importanti dell’intera Irlanda. La famiglia Vallely, da John Brian ed Eithne, lo ha ideato e creato decenni or sono e non può che essere fiera del proprio lavoro e della passione per la tradizione che ha saputo così brillantemente passare ai figli ed a quanti ne fossero interessati, ad iniziare dai bambini in età scolare.

Dicevo del primo appuntamento, quello del tardo pomeriggio di giovedì, appena conclusa la cerimonia dell’inaugurazione al Primate’s Palace: Tiarnan O’Duinnchinn ha fatto gli onori di casa con il suo set di uilleann pipes e di seguito Ross Ainslie, scozzese, Brighde Chaimbaul, delle Isole Ebridi,  il bulgaro Ivan Georgiev ed il galiziano Anxo Lorenzo hanno sfoderato arie di danza e slow air dalle loro aree di origine. Difficile scegliere, ma l’improvvisazione di Georgiev con la sua gaida e l’intervento di O’Duinnchinn mi hanno lasciato senza fiato; nel complesso due ore e trenta di tradizione purissima, di grande passione e di virtuosismo, che non può mancare in queste esibizione solistiche il cui scopo è appunto di mostrare le proprie abilità senza il vincolo di affiancare altri musicisti, anche se per dirla tutta Anxo Lorenzo ha gareggiato in velocità e ritmo con Xosè Liz ed il suo bozouky. Defli altri tre appuntamenti, presso la Biblioteca Robinson, la Chiesa Presbiteriana ed al museo della Contea di Armagh ricordiamo per dovere di cronaca solamente il sardo Luigi Lai con le sue launeddas, l’asturiano Josè Manuel Tejedor, Cillian Vallely dei Lunasa e lo scozzese Finlay McDonald ed il greco Georgi Makris (che aveva già fatto un intervento all’inagurazione del WKPF con gli scozzesi Daimh). Ripeto, formula indovinata questa della piccola rassegna nella quale vedrei benissimo far conoscere al pubblico eterogeneo di Armagh anche i suonatori delle pive, baghet e zampogne italiane, una considerazione questa dettata dal cuore. Tutto qua.

Il report delle due serate al Teatro nella seconda parte, che seguirà a breve.

(fine parte 1)

SUONI RIEMERSI: VENETO. CANTI E MUSICA POPOLARE. “Ricerca nella Provincia di Verona”

SUONI RIEMERSI: VENETO. CANTI E MUSICA POPOLARE. “Ricerca nella Provincia di Verona”

SUONI RIEMERSI: VENETO. CANTI E MUSICA POPOLARE. “Ricerca nella Provincia di Verona”. ALBATROS DISCHI VPA 8420, LP, MC.  1979

di Alessandro Nobis

Questo 33 giri pubblicato dalla Albatros nel 1979 è, che io sappia, l’unico nel prestigioso catalogo dell’etichetta milanese a presentare registrazioni sul campo effettuate in area veneta; in particolare presenta i risultati di varie campagne di studio e di registrazione dell’autorevole studioso Marcello Conati nella parte occidentale della provincia di Verona, dalla Valpolicella fino al paese di Breonio, in Lessinia dal 1970 al 1975. Ventiquattro i brani presenti che coprono, tranne i temi a danza strumentali, tutte le aree tipologiche della musica tradizionale: filastrocche, canti lirici e narrativi, canti rituali, funzionali, villotte e ballate. Un repertorio utilizzato dai gruppi di folk revival come il Canzoniere Veronese, formato da musicisti e da ricercatori che ha lasciato un importante segno nel movimento del folk revival e che ha proseguito nei decenni il suo lavoro di arrangiamento di questo ricco repertorio. Musica “fissata” per sempre su nastro nel suo secolare processo evolutivo di passaggio da un portatore all’altro per poi essere utilizzata da musicisti in ambito folk che si sono nutriti ed abbeverati dei dischi dell’Albatros registrati quasi ovunque nel nostro Paese portando nel presente e nel futuro questi preziosissimi e rarissimi repertori.IMG_3031

Numerosi i “portatori originali” che Conati ha incontrato e che hanno consentito a lasciare una testimonianza su nastro di alcuni frammenti del proprio repertorio imparato per via orale, provenienti da contrade e piccoli centro dell’area oggetto dello studio di Conati come Molina, Ceredo, Fumane, manune, Breonio, Baldassara, Pezza di Marano e Cona. Tra i portatori vi sono Arturo Zardini, Ottavio Conati, Rosa Ceradini, Antonio Chesini, Aldo Grigoli, Vittorio Leonardi, la Famiglia Marogna, Eurosia Allegrini, Marisa Benedetti, Eugenio Pretto, Nori Grigoli e Brigida Tommasi naturalmente tutti musicisti / cantanti non professionisti. Un repertorio straordinario come del resto tutto quello appartenente al catalogo Albatros anche grazie ai preziosissimi libretti che accompagnano il vinile curati in questo caso da Marcello Conati ed in molti altri casi da Roberto Leydi.

Nel 2005 Marcello Conati pubblica per “Il Segno dei Gabrielli” il poderoso volume “Canti Veronesi di Tradizione Orale: da una ricerca in Valpolicella e in Lessina” con allegati 2 compact disc che riportano 196 esempio musicali del materiale registrato dallo stesso curatore in un arco temporale che va dal 1969 al 1982. Si tratta di materiale di grandissimo interesse, in minima parte già pubblicato nell’ellepì di cui vi sto parlando, disco di non facile reperibilità (se lo trovate assicuratevi che all’interno vi sia il fondamentale libretto) quasi tanto quanto il volume.

UARAGNIAUN “Perché sono marxista. Di Fabio Perinei. Poesie Canzoni Ballate”

UARAGNIAUN “Perché sono marxista. Di Fabio Perinei. Poesie Canzoni Ballate”

UARAGNIAUN “Perché sono marxista. Di Fabio Perinei. Poesie Canzoni Ballate”

SUONI DELLA MURGIA. Libro +  Cd, 2018

di Alessandro Nobis

UnknownCon questo ambizioso progetto ideato da Stefano Losurdo e concretizzato grazie ad una sottoscrizione “popolare” dai pugliesi Uaragniaun si è voluto rendere omaggio a Fabio Perinei (1945 – 2009), figura di spicco della cultura altamurana, Sindaco e Deputato della Repubblica al quale già nel 2010 Silvio Teot aveva dedicato la biografia “A furor di popolo”. Di Teot il saggio iniziale del volume a cui fanno seguito uno scritto di Perinei, la sua biografia ed una dettagliatissima parte dedicata alla musica, ai musicisti ed alle parole riportate nel CD, con fondamentali traduzioni in lingua italiana che consentono ai “nonparlanti pugliese” di capire nel migliore dei modi la vita e l’attività di Fabio Perinei, probabilmente sconosciuto al di fuori dei confini “locali”.

Il disco è una preziosa testimonianza, una ricostruzione storica quasi in forma di teatro – canzone di quanto avvenne in Italia a partire dal primo dopoguerra fino agli anni Settanta attraverso stringati ed efficaci richiami e soprattutto con i testi di Fabio Perinei, Rocco Scotellaro, Domenico Modugno, Stefano Losurdo, Ivan Della Mea e Matteo Salvatore musicati e suonati dal gruppo di Altamura, sempre con la raffinatezza e brillantezza che da sempre gli conosciamo anche se qui siamo un po’ lontani dal repertorio tradizionale dei precedenti lavori. Dichiaratamente ispirato al seminale gruppo “Cantacronache”, “Perché sono marxista” racconta la storia dalla vicenda dei Comitati Civici per le elezioni del 1947 alla condizione dei braccianti agricoli (“Lu soprastante”, “U’ stump” a “P’ nu muert nest a Peppino Buongallino” che narra della misteriosa morte del bracciante – consigliere comunale Peppino Buongallino”) all’emigrazione ed al conseguente abbandono della terra (“Amara Terra Mia”, “Emigrazione”a “Paese mio Svegliati” – “E tutti mandano a dire / che sì stanno bene / ma che si sentono tristi senza i parenti e senza gli amici”– ed ancora “Compagni, fermiamo quei treni”,) al Sud che nonostante il presunto miracolo economico resta indietro nello sviluppo. E poi la svolta di Fabio Perinei, il suo tesseramento con il P.C.I. dopo l’ignobile golpe cileno, quello di Enrico Berlinguer lontanissimo ormai dal P.C.U.S..

Un progetto davvero brillante, che volutamente ricorda nella fattura la collana de “I Dischi del Sole” così importanti per aver saputo dare una coscienza “popolare” negli anni Settanta, lavoro che si ascolta tutto d’un fiato e che potrà avere, sia nella parte testuale che musicale un utilizzo anche a livello scolastico, considerato che molte delle tematiche trattate sono ahimè ancora attualissime.