JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

Alpha Records. CD, 2011

di alessandro nobis

Scottish Tunes for Viola da Gamba & Baroque Guitar”, così recita il sottotitolo di questo brillante lavoro pubblicato all’etichetta Alpha nel 2011, è un viaggio nella Scozia del 17° secolo ai tempi di King James Istd’Inghilterra e VIthdi Scozia quando la Corte scozzese era un attivissimo centro culturale che attirava musicisti e scrittori dall’Europa Continentale, ed una delle occupazioni dei primi era la trascrizione delle ballate e arie delle danze popolari in voga al momento; alla metà del secolo venne tra l’altro pubblicato “The Good and Godlie Ballads”, che ottenne il beneplacito del Clero, della Nobiltà e dei Parlamentari. Jonathan Dunford (viola da gamba) e Rob MacKillop (chitarra barocca) hanno scelto come repertorio brani provenienti da volumi stampati soprattutto nel 17° secolo con un’esecuzione dal notevole impatto emotivo ed anche evocativo in grado di farci fare un lungo salto all’indietro nel tempo, e soprattutto chi si interessa alla musica tradizionale scozzese troverà qui le lontane origini temporali dei canti narrativi e dei temi a danza suonati ancora oggi.

I cinque brani – eseguiti in duo – che compongono la suite iniziale provengono dall’”Orpheus Caledonius” un corpus di canti raccolto da William Thomson(1695–1753), una fondamentale raccolta che riporta ben cinquanta testi abbinati alle melodie pubblicata nel 1725 alla quale ne seguì una seconda, con altri cinquanta. Altrettanto splendidi quelli per viola da gamba tratti dalla raccolta di John Leyden (il primo proprietario della raccolta stessa, trascritti nel 17° secolo ma la cui origine è antecedente di almeno un secolo) tra i quali segnalo “Sweet Willie”, “The Duke of Lorains March” e “Maggie I Must Love Thee” mentre suggestivi quelli per chitarra barocca a 5 cori tratti dalla raccolta “Princess Anne’s Guitar Book” che risale alla fine del 17° secolo, una delle poche raccolte riferibili sicuramente alla musica delle isole britanniche: fra questi splendide le tre “Scots Tunes”.

Non è frequente imbattersi in lavori dedicati alla musica barocca scozzese ed inoltre qui i livelli esecutivo e storiografico sono davvero importanti. Il tutto arricchito da esplicative note riportate nel libretto, in lingua inglese e francese.

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

SUONI RIEMERSI: BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Strumenti popolari europei. LA ZAMPOGNA 

“Volume 1: Irlanda – Scozia – Bretagna – Galizia”

ALBATROS DISCHI. LP, 1972

di alessandro nobis

Tra il 1969 e il 1971 Roberto Leydi (1928 – 2003) e Bruno Pianta (1943 – 2016), due autorevolissimi etnomusicologi italiani compiono un viaggio nelle terre celtiche dell’Europa Occidentale alla scoperta delle varianti della cornamusa per un progetto che si chiamava “Strumenti Popolari in Europa” di cui questo disco rappresenta il primo volume raccogliendo preziose testimonianze sonore.

La ricerca inizia prima dell’esplosione del fenomeno del folk revival anglo-scoto-irlandese (e questo è un valore aggiunto dell’opera), nella primavera del ’69 in Galizia con una registrazione effettuata nell’isola di Arosa dove Os Arinos das rias Baixas esegue una melodia tradizionale, una “Muineira” (che significa “macina da mulino” o “moglie del mugnaio”) proseguendo nella primavera – estate del ‘71 in Bretagna dove i protagonisti delle registrazioni sono il suonatore di bombarda bretone Daniel Philippe in duo con Yann Le Bars al binjou con un repertorio formato da una “Wedding March”, due melodie “a ballo” ed una legata alle feste natalizie, il tutto catturato dal registratore a nastri nelle località di Bourbriac nel Cote du Nord e Scrignac nel Finisterre dove registrano un duo vocale misto che presenta canto un “Tamm Diweza”. Nel giuno del 1971 visitano la Scozia e di quel viaggio sono qui presenti quattro brani: un bellissimo frammento “pitbroch” vocale di Mary Morrison (“Canntaireachd”) e la cornamusa di Calum Johnston (un altro brano dal repertorio pitbroch, “Makintosh Lament”) entrambi residenti nell’isola di Barra nelle Outer Hebrides mentre sulla mainland, precisamente a Blairgowrie nel Pertshire catturano la voce della cornamusa di Alex Stewart, forse il Pipe Major Alex Stewart del Reggimento Argyll & Sutherland Highlanders che suona un set formato da una marcia e da un reel.

Le tre tracce registrate in Irlanda, purtroppo, non riportano in modo completo né il nome degli esecutori né i titoli dei brani con una eccezione; sono state registrate in un pub dublinese il 3 aprile del ’71 e le parche note di copertina ci dicono che gli esecutori sono un uilleann piper, un banjoista ed un chitarrista che eseguino un jig,  una composizione probabilmente scritta da Turlogh O’ Carolan e “The lark’s Song”.

Il libretto inserito nella copertina dell’ellepì racconta la storia della uilleann pipes, delle highland bagpipes e della gaita con grande dovizia di particolari e ovviamente competenza visti gli autori sia in lingua inglese che italiana con esempi musicali e qualche incisione.

Disco importante – come del resto tutti quelli che raccolgono registrazioni dei due etnomusicologi – che fa parte delle opere originali dell’Albatros Records al tempo anche coraggiosamente impegnata nelle versioni italiane dell’importantissima etichetta americana Folkways Records e che meriterebbe una ristampa in compact-disc.

Mi piacerebbe sapere in quale archivio sono conservate le registrazioni di questi viaggi “celtici” di Leydi e Pianta, magari c’è dell’altro materiale proveniente da questi loro viaggi. Qualcuno ne sa qualcosa?

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

IONA Records IR 011. LP, 1988

di alessandro nobis

Alcuni dei migliori ensemble del folk revival di matrice scozzese lo hanno visto come fondamentale protagonista, e mi riferisco ai “Jock Tamson’s Bairns”, “Alba” ed “Ossian”. E’ l’autore e raffinato chitarrista – ma anche pluristrumentista come vedremo – Tony Cuffe, scomparso purtroppo nel 2001 a soli 37 anni nel pieno della sua creatività musicale rallentata nei suoi ultimi anni dal cancro. La sua impronta nei gruppi succitati e soprattutto nei quattro album degli Ossian a cui ha partecipato (“Seal Song”, “Dove Across the Water”, “Borders and light” e “Light on a Distant Shore”) è determinante grazie al suo raffinato chitarrismo ed alla sua riconoscibile voce.

Nel 1988, poco prima di trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti registrò questo bellissimo lavoro negli studi di Edimburgo cimentandosi oltre che con la chitarra e canto con flauti, harmonium ed un pizzico di suoni elettronici ma soprattutto componendo molti dei brani contenuti in questo “When First I Went to Caledonia”.

Qui trovate tutte coordinate del suo grande spessore artistico, trovate il raffinato chitarrismo nell’esecuzione di arie da danza come “Miss Wharton Duff / The mare” e le due hornpipes “Dr.McInnes Fancy / Jom Tweedie’s Sea Leg”, trovate frammenti della storia di Scozia (“Otterburn” dove nel 1388 i baroni scozzesi ed il loro esercito si scontrarono con quello inglese nel tentativo di invadere l’Inghilterra) e storie di emigrazione e di amore come il brano eponimo del disco, originario della Nuova Scozia nel quale “Caledonia” si riferisce alle miniera di carbone di Glace Bay.

Un disco importante questo perchè mette in primo piano tutto il talento di Tony Cuffe, talento di primissimo grado che manca alla comunità di musicisti scozzesi e, se mi permettete, anche ai suoi numerosissimi appassionati.

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

LOUGH RECORDS 001. LP, 1985 / 86

di alessandro nobis

Pubblicato in America nel 1985 dalla Shanachie Records con un titolo simile (“To Welcome Paddy Home”) e naturalmente con copertina diversa e ripubblicato in Scozia dalla neonata etichetta Lough nell’anno seguente, questo ottimo LP vede l’esordio nella band di due irlandesi, l’uilleann piper  e cantante Christy O’Leary dalla Contea di Kerry ed il chitarrista e pianista John Coakley dalla Contea Cork che vanno ad affiancare il violinista Aly Bain (Isole Shetland), Dave Richardson (northumberland) ed un altro irlandese, il flautista Cathal McConnell. Il gruppo, che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del folk revival di matrice scoto irlandese, nelle sue diverse formazioni si è sempre distinto per la perfetta armonia, per la sobrietà dei suoni – il pianoforte acustico, per fare un esempio – l’equilibrio tra gli strumenti e per la scelta del repertorio che dall’Irlanda va alla Scozia “pescando” anche oltreoceano nell’area di Cape Breton: per la prima volta come detto qui appare il suono delle uilleann pipes che con il loro apporto identificano i brani portati in eredità dalla parte irlandese della band: il reel che apre la seconda facciata del disco “The Antrim Rose” dell’accordeonista Paddy O’Brien (1922 – 1991) eseguito magistralmente da O’Leary ed abbinato ad altri due reels, “Miss McGuinness” e “Brereton’s”, oppure la ballata “The Song of Ardee” di Gaby McArdle che si caratterizza per il sontuoso accompagnamento del pianoforte di Coakley alla voce e le pipes di O’Leary che suonano la melodia ed infine le due hornpipes (“Alexander’s” e “The Green Cockade”) con il violino di Aly Bain in grande evidenza.

I Boys of the Lough nella loro storia hanno saputo sempre mantenere una forte indentià restando fedeli al patrimonio tradizionale senza mai cedere a “collaborazioni” con suoni e musicisti alloctoni: non sono mai venuti a suonare in Italia, e questo resterà sempre un cruccio per noi di Folkitalia che abbiamo per anni, forse decenni, di poter ammirare questo ensemble dal vivo. Personalmente confesso di avere avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto sull’Isola di Skye, circa quattro decenni fa: grande performance naturalmente, chi c’era non la dimenticherà.

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND “Farewell to Nova Scotia”

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

Arfolk / Escalibur Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Questo è il primo seminale lavoro del gruppo scozzese The Battlefield Band, allora composto da Alan Reid (tastiere), Brian McNeill (voce, violino) e Ricky Stars (voce e plettri) considerato in compagnia di Ossian, Silly Wizard e Boys of the Lough come il più rappresentativo ensemble della corrente musicale che ha saputo rinnovare lo straordinario patrimonio della tradizione musicale scozzese. Ricordo bene i loro concerti nel veronese (a Cadidavid il 30 ottobre del 1981, a Lugagnano l’8 giugno dell’84 ed in città il 9 dicembre dell’anno successivo): grande energia, impatto sonoro straordinario, repertorio scelto in modo preciso e non da ultimo, splendide e molto affabili persone.

Per questo loro primo disco risalente alla metà degli anni Settanta la “band” era in realtà un trio (McNeill e Reid, veri motori del gruppo, poi restarono lungamente nel gruppo), ma la qualità del suono, gli arrangiamenti e la delicatezza nell’esecuzione delle ballad e la purezza nell’esecuzione dei set di danze – scritte originariamente per highland bagpipes – erano qui già ben evidenti, eccome, e la perfetta sintonia tra McNeill e Reid, autentico marchio di fabbrica della band riconoscibile in tutti i lavori seguenti, ha saputo nei decenni accogliere il fior fiore della musica scozzese come Jamie McMenemy e Duncan McGillvray rivitalizzando un repertorio secolare intriso di Storia e di miscrostorie. Si viaggia dalla Scozia all’Irlanda fino alla Nuova Scozia canadese, come lascia presagire il titolo di questo loro album d’esordio.

Da oltre oceano proviene la ballata “Farewell to Nova Scozia”, un adattamento di “The Soldier’s Adieu” pubblicata a Glasgow nel 1903, la storia di un soldato che viene arruolato e lascia la sua terra forse per l’ultima volta per andare a combattere, mentre dallo scrigno musicale irlandese la Battlefield Band propone una ballata molto conosciuta, “Paddy’s Green Shamrock Shore” che racconta dell’emigrazione irlandese oltreoceano dovuta alla carestia che colpì l’isola nel diciannovesimo secolo: molti sognavano di ritornare prima o poi in Irlanda, pochissimi vi riuscirono. Del repertorio scozzese mi sembra importante segnalare il medley strumentale “The Highland Brigade Waterloo / The 74 Highlanders / The 93rds Farewell to Gibraltair”; la prima, un jig scozzese, fu composta da John Gow (1764 – 1826) che ricorda la Brigata scozzese che prese parte alla battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) mentre la terza fu composta nel 1848 da John MacDonald per il 93° reggimento dei Sutherland Highlanders. Notevole anche “The Forfar Sodger” (raccolta Roud 2857) scritta da quello che è considerato “il poeta dei tessitori”, David Shaw (1786 – 1856) che ha “cucito” due testi di provenienza diversa, uno irlandese ed uno inglese.

Disco importante perché fondamentale nello sviluppo del “folk revival” della terra di Scozia.

Stranamente, nella discografia pubblicata nel sito del gruppo scozzese, di questo disco e del successivo “Wae’me for prince Charlie” non c’è traccia. Questo per la cronaca.

BODERIOU · BAROU · LAHAY “Liamm”

BODERIOU · BAROU · LAHAY “Liamm”

BODERIOU ·  BAROU ·LAHAY  “Liamm”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Nell’ambito della musica tradizionale bretone, dagli settanta a partire dal lavoro di Alan Stivell sono stati numerosi i musicisti che hanno cercato nuove vie, nuovi strumenti, nuove idee, nuove scritture per uscire dal cerchio dell’ortodossia che ovunque la musica popolare evidenzia ma che d’altro canto si rivela indispensabile per la trasmissione alle nuove generazioni: cito solamente Dan Ar Bras, Soig Siberil, le esperienze dei Gwerz e di Pennou Skoulm, Jacques Pellen (purtroppo scomparso da poco, davvero una grave perdita), i Tryptique e naturalmente il piper (e costruttore di cornamuse)  Xavier Boderiou che seguendo il filo del discorso intrapreso con “Morenn” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/08/morenn-morenn/) inciso nel 2016 con Pellen alla chitarra e Sylvain Barou al flauto pubblica questo altrettanto interessante “Morenn” sempre in ottima compagnia di Barou, del raffinato chitarrista Antoine Lahay e di Jacques Pellen in tre delle dodici tracce.

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XAVIER BODERIOU PRESENTA “MORENN” AL WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL, 2016.    CON JACQUES PELLEN ALLA CHITARRA

Ho sempre considerato la musica tradizionale bretone quella più evocativa tra le varie declinazioni del celtismo musicale vuoi per il repertorio vuoi per i suoni ed i repertori che ha sviluppato nel tempo: l’arpa, il biniou, il canto “Kan ha Diskan”, la cornamusa ed in questo lavoro Boderiou come dicevo va oltre la sua esecuzione ortodossa mescolando in modo brillante le composizioni originali con la folk music bretone, scozzese ed anche naturalmente irlandese.

Innanzitutto è doveroso menzionare i brani dove Jacques Pellen collabora negli arrangiamenti: il medley (una slow air bretone e due “marce” associate al piper Henri Leon), il medley “Wedding Reels” e la conclusiva “Kernivinen Pinn” aperta da un sapiente arpeggio di Lahay e composta da un originale di Boderiou e da un tradizionale.

Notevole, forse il brano che più di altri rende la misura del progetto musicale di Xavier Boderiou è la lunga (oltre 10 minuti) “Lament for A10”, dove ascolti sì la tradizione della cornamusa che pervade tutto il brano, quasi musica pitbroch, ma trovi anche l’elegante e puntuale uso dell’elettronica (Antoine Lahay) ed il flauto che danza all’unisono con la cornamusa verso il termine del brano: come dicevo, evocativo, ancestrale ed allo stesso tempo attualissimo. Eppoi “Prizon Pontaniou” composto dal piper con il testo di Paul Salaoun: un inizio dal sapore mediorientale (Sylvain Barou al duduk, flauto di origine armena) e che poi con l’ingresso delle pipes e dalla narrazione della vicenda di Lydia Oswald, spia imprigionata a Brest durante l’ultimo conflitto mondiale.

Ancora aria fresca dalla terra bretone, disco da sei stelle su cinque. A questo punto imprescindibile, direi.

http://www.boderiou.com

 

 

 

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

Resilient Records CD, 2019

di alessandro nobis

Era qualche lustro che non ascoltavo le registrazioni delle piper e violinista del Northumberland Kathryn Tickell, e quindi la curiosità era parecchia: rispetto ai suoi primi lavori degli anni ottanta molto legati alla tradizione ed al suono acustico, in questo “Hollowbone” la Tickell mescola in modo intelligente il repertorio popolare con i suoni della modernità trovando un equilibrio raro di questi tempi. I musicisti che l’accompagnano (Corman Byrne alle percussioni, Amy Thatcher alla fisarmonica, Kate Young al canto, violino e charango, Kieran Szifris al mandolino e Joe Truswell alla batteria) contribuiscono in modo decisivo e puntuale al suono che esce da questo bel lavoro. Il resto lo fa il repertorio, combinazione tra le radici e le composizioni della Tickell: magnifica la sonorità folk-rock della ballata sui minatori “Colliers”, antica ballata pubblicata per la prima volta nel 1793 dedicata dalla piper al nonno minatore, splendido l’arrangiamento della suite che abbina all’antica (1882) “Cookle Geordie” alla nuova scrittura di “Bridge Reel”, misteriosa “Holywell Pool” che racconta di un laghetto dalle acque scure e profonde dalle parti di Stonehaugh ed infine tutta la magia delle Northumberland Pipes della slow air tradizinale “Morpeth” e della suite “Hushabye Birdie / Hexam Lassie”, un’aria scritta dalla Tickell abbinata ad un’altra risalente al 1770.

Probabilmente questo “Hollowbone” è stato uno migliori lavoro del recente 2019 per l’idea che sta alla base del progetto e che ho cercato di descrivere, e qualcuno lo definirebbe la “tempesta perfetta” del movimento musicale legato al folklore scozzese, in particolare del Northumberland.

Kathryn Tickell è rappresentata in Italia da Geomusic

Email:info@geomusic.it

Web: www.geomusic.it

 

 

From tradition come instrumentals such as Morpeth and Cockle Bridge alongside Old Stones, Tickell’s homage to Lindisfarne, one part reflective and eerie, one part wild jig. Oldest of all is Nemesis, a piece handed down from Emperor Hadrian’s favourite musician, with its tribute to the “dark-eyed daughter of justice” reshaped for modern times. There’s an old mining song in geordie dialect, Colliers, an antique rhyme, Aboot the Bush, suffused in synth and fractured rhythm and a poem from Tickell’s father, Holywell Pool, delivered like an incantation by female harmonies. A hollowbone is apparently a shamanic instrument for channelling ancient voices; a perfect title.

 

JENNA REID  “Live in Shetland”

JENNA REID  “Live in Shetland”

JENNA REID  “Live in Shetland”

Lofoten Records. CD, 2014

di alessandro nobis

Jenna Reid, violinista, è originaria di Quarff, piccolo villaggio delle Shetland ad un tiro di schioppo da Lerwick, isole dove si è sviluppato e tramandato nei secoli un particolare repertorio di musica tradizionale con elementi tipicamente scozzesi e con influenze della non lontana penisola scandinava; il suo maestro fu nientemeno che Willie Hunter (1933 – 1994), uno dei musicisti che rivitalizzò il repertorio tradizionale per violino di queste bellissime isole in mezzo al Mare del Nord. A Lerwick, nel modernissimo centro culturale Mareel, il 28 giugno nella breve estate nordica Jenna Reid ha tenuto questo concerto in compagnia della sorella Bethany (che con la madre Joyce formano il gruppo Filska) e di Harris Playfair al pianoforte e di Kevin MacKenzie alla chitarra. R-12036590-1527014126-8125.jpegConcerto suddiviso in tre parti, la prima in compagnia della sorella, pianista sopraffina che non si limita ad accompagnare Jenna ma interloquisce in modo raffinato e mai sopra le righe, come si evince nella rilettura del medley “Da Flugga / Suckey Bids Me / St. Kilda Wedding” (quest’ultima aria anche nel repertorio dei leggendari Ossian del compianto Tony Cuffe), i secondi cinque brani con il chitarrista Kevin MacKenzie e qui vi invito all’ascolto della suite di slow airs che inizia con “The Burn o’ Couster” e le ultime sei con l’altro pianista,Harris Pleyfair. Qui segnalo due splendidi e suggestivi omaggi al maestro Willie Hunter (“Leaving Lerwick Harbour”) ed a James Scott Skinner (1843 – 1927), violinista nato nei dintorni di Aberdeen del quale nel disco Jenna Reid interpreta altre tre spartiti.

Una disco bellissimo che rende un doveroso omaggio al repertorio violinistico di questa parte della Scozia: repertorio arrangiato magnificamente che regala spazio esecutivo a tutti e quattro musicisti, anche se naturalmente il tocco di Jenna Reid, che è la titolare del lavoro, imperiosamentesi eleva su tutto.

Imperdibile.

Jenna Reid è rappresentata in Italia per concerti e festival da GeoMusic di Gigi Bresciani: www.geomusic.it

www.jennareidmusic.com

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

GREENTRAX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La pubblicazione di questa registrazione dal vivo dello scozzese Dick Gaughan, effettuata da Brian O’Donovan alla Old Baptist Church a Cambridge nei pressi della Harvard University è a mio avviso una delle più importanti inziative di recupero di vecchi nastri di questo 2019, per ciò che mi riguarda per due ragioni.

DICK GAUGHAN copia
San Francesco al Corso, Verona 1981. Foto di Alessandro Nobis.

La prima è una ragione affettiva, visto che un anno prima circa avevo assistito ad uno strepitoso concerto di Gaughan a Verona, presso l’Auditorium di San Francesco al Corso durante il quale aveva presentato se non ricordo male una scaletta del tutto simile a quella di questo concerto americano – e del quale conservo gelosamente un paio di fotografie – ovvero basata sul suo lavoro del 1981 “Handful of heart” oltre a qualche strumentale e ad altri brani tradizionali assieme ad alcuni di altri autori. La seconda perché questa registrazione ci restituisce la grandezza interpretativa ed esecutiva di Dick Gaughan l’espressione più alta della musica tradizionale e d’autore che la Caledonia abbia mai prodotto: qui troviamo brani del già citato “Handful of Heart” ovvero il tradizionale “Erin Go Bragh”, “Song For Ireland” di Phil Colclough, “The world Turned Upside Down” di Leon Rosselson e “The Worker Song” di Ed Pickford, uno straordinario set di reels come “The Gooseberry Bush / The Chicago Reel / Jenny’s Welcome to Charlie” (a proposito, procuratevi l’inarrivabile “Coppers and Brass”, uno dei più importanti dischi di chitarra acustica) e tra gli altri una splendida versione di “Glenlogie”; chiude questo imperdibile disco una autentica chicca, una versione di “The Freedom Come All Ye” con Johnny Cunningham, violinista dei Silly Wizard.

Ma non finisce qui perché lo stesso Gaughan ha aggiunto al disco tre brani inediti non meno importanti del live, due registrati dal vivo tra il 2010 ed il 2012 ed un altro, “Connolly Was There” proveniente dall’archivio Greentrax.

Brano da dieci e lode, per me naturalmente, “Now Westlin’ Winds” (anche questo da “Handful of Heart) con il testo del poeta Robert Burns.

Ma Peggy cara, la sera è limpida,

volano in stormi le rondini leggere;

il cielo è azzurro; i campi, fin dove raggiunge lo sguardo,

son tutti d’un verde pallido e gialli;

vieni, percorriamo il nostro lieto sentiero

e contempliamo le bellezze della natura;

il grano che stormisce, i rovi coperti di frutti

ed ogni creatura felice”* (R. B.)

*Robert Burns “Poemetti e canzoni”. Traduzione di Adele Biagi, “Biblioteca Sansoniana Straniera”, SANSONI EDITORE 1953.

 

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Questo lavoro del gaitero e flautista di Moaña Anxo Lorenzo, pubblicato autonomamente nel 2018, ci dà la possibilità di ribadire ancora una volta come la musica tradizionale nel suo complesso acquisisca un significato ulteriore, al di là dello studio e della sua riproposizione, con lo sforzo compositivo che molti musicisti di area celtica e non da anni portano avanti con risultati spesso davvero notevoli. E’ questo il caso di “Vortex” dove quasi tutto il repertorio eseguito è di nuova composizione e coinvolge autori come Eoghan Neff (violinista irlandese di Ennis) o Gabe McVarish (violinista americano trapiantato in Scozia) ed esecutori che con Lorenzo collaborano alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

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Anno Lorenzo, Armagh #wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

Non spetta certo a me qui di rimarcare il livello tecnico del gaitero gallego (perfette sono la sua intonazione, la tecnica ed il suo senso del tempo e assolutamente travolgente la sua “presenza” nelle esibizioni in solo come ho avuto modi di vedere in una delle passate edizioi del William Kennedy Piping Festival) ma piuttosto di evidenziare come lo spirito del lavoro vada nella direzione musicale di cui parlavo in apertura: “A Barroca” è la combinazione di una slow air proveniente dalla raccolta del folclorista di Galizia Casto Sampedro introdotta dalle pipes di Jarlath Henderson con la successiva fantastica polifonia di “pipes” (gustata al WKPF del 2018) creata della gaita di Lorenzo, dalle small pipes scozzesi di Ross Ainsle e di quelle del Northumberland di Andy May che fanno di questo brano a mio modesto parere il manifesto del progetto

ANXO ANSLIE MAY HENDERSON LIZ
#wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

assieme alla breve “Vortice” scritta da Lorenzo che la esegue ai flauti e dove la presenza del violino – tradizionale e di Eoighan Neff autore anche delle sapienti ed equilibrate magie elettroniche applicate al violino ed alla gaita manifesta una direzione tra quelle possibili che la musica popolare può prendere.

Un disco che potrà piacere ai “tradizionalisti” ma anche a quanti cercano nuovi sentieri da visitare nel mondo della musica celtica, non solo di quella galiziana.