BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

Blix Street Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Dedicato alle tradizioni legate alla stagione invernale nelle terre del Nord” potrebbe essere il sottotitolo di questo gran bel lavoro dei Boys of the Lough che qui si presentano in quartetto (Christy O’Leary, Aly Bain, Cathal McConnell e Dave Richardson) e che presentano un repertorio che comprende brani provenienti dalle Isole Shetland, dalla penisola scandinava, dal nord est scozzese e dalla Contea irlandese di Wexford; il suono dei “Boys” è inconfondibile, possono cambiare i musicisti ma il carattere quasi cameristico, come ho detto in altra occasione, rimane inalterato. Come nella magnifica “That Night in Bethlehem” antica “Christmas Carol” probabilmente antecedente al 1691 quando vennero promulgate le Penal Laws che proibivano la composizione e l’esecuzione di canti natalizi, come scrive Donal O’Sullivan; questa è cantata in gaelico irlandese da Christy O’Leary e si caratterizza per lo splendido arrangiamento che mette in gran risalto il pianoforte di Henning Sommerro di Trodheim. Interessante la suite di danze “The Greenland man’s tune / Da Forfit O’ Da Ship Reel / Green Grow da Rashes Reel” non solo perchè provengono dal repertorio dei balenieri della Shetland ma anche perchè la prima è di origine Eskimo e la cui versione orifginale era cantata in Yaki; il violino  di Aly Bain e la chitarra dello straordinario chitarrista inglese Chris Newman, ospite graditissimo, fanno il resto evidenziando al meglio il fascino e la bellezza di queste melodie nordiche. Dalla Svezia il suggestivo ed evocativo set “Sankt Staffan Han Rider / Christmas day in the Morning / Trettondagsmarschen“, introdotto dal pianoforte e cantato da Christy O’Leary, che dalla sua Irlanda porta in dote “The Wexford Carol“, canto sulla natività la ciui prassi esecutiva si basa su quella del cantante dublinese Frank Harte: anche cui il fine cesello della chitarra di Chris Newman è il valore aggiunto al brano.

Spesso i dischi dedicati al Natale paiono raffazzonati per soddisfare le esigenze del consumismo legato a questa Festa; ci sono delle eccezioni e questo“Midwinter Night’s Dream” ne è la prova, sia per la qualità e raffinatezza del repertorio che per il marchio di garanzia dei “Boys of the Lough” sempre rigorosi ed allo stesso tempo piacevolissimi. Non ricordo infatti dischi “mediocri” nella loro poderosa discografia.

THE BOYS OF THE LOUGH “The Fair Hills of Ireland”

THE BOYS OF THE LOUGH “The Fair Hills of Ireland”

THE BOYS OF THE LOUGH “The Fair Hills of Ireland”

Lough Records, CD 1992

di alessandro nobis

Questa incisione dei Boys Of The Lough, risalente al 1992 che celebra il 25° anniversario della costituzione del gruppo, è una di quelle preferisco del gruppo scoto-irlandese soprattutto per l’eleganza degli arrangiamenti che si distingue da tutti i gruppi di folk revival di area celtica; il suono del pianoforte di John Coakley regala infatti una visione chiara ed unica del repertorio tradizionale, direi in alcuni momenti quasi cameristica che valorizza i ritmi della musica popolare e la bellezza delle melodie della ballate. Mi riferisco in particolare ai tre canti di emigrazione; la bellissima “Ban Chnoic Erin O” con l’evocativo pianoforte di Caokley e la voce di McConnell, a “Erin Gra Mo Chroi / Ireland, love of my heart” (un canto di emigrazione, i ricordi del dolore della madre per la sua partenza e del profumo della torba che brucia nel camino) ed a “The Bonnie Labouring Boy“, canto di emigrazione scozzese risalente alla metà del XIX secolo presente nella raccolta Roud al numero 1162 (racconta nello specifico della storia d’amore ostacolata dai genitori di lei che costringe las coppia a scappare a Belfast e di qui imbarcarsi per il Nordamerica). Ci sono poi naturalmente i set di danze nei quali la coesione tra Aly Bain, Cathal McConnell, Dave Richardson, Christy O’Leary e Coakley è ancora una volta ben evidente facendo dei Boys of The Lough uno dei più interessanti ensemble di area celtica che hanno calcato le scene (ma che purtroppo, in Italia non si sono mai visti per quel che mi ricordo) negli ultimi decenni nei festival e nelle sala da concerto. Il set di jigs “The Wandering Minstrel / Fasten the Leg in Her / Coleman’s Cross” con le uilleann pipes di O’Leary in gran spolvero e la ritmica del pianoforte e la slow air “Father Brian Mac Dermott Roe” composta da Turlogh O’Carolan eseguita da O’Leary in solo sono quelli che più ho apprezzato, sebbene il livello di tutto questo “The Fairy Hills of Ireland” sia davvero altissimo. Tra i dischi del BOFL, questo è uno di quelli da avere assieme al primo (con Dick Gaughan) ed a “Welcoming Padfdy Home” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/02/01/suoni-riemersi-the-boys-of-the-lough-welcoming-paddy-home/).

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

Lough / Shanachie Records. LP, 1987

di alessandro nobis

Questo ellepì del gruppo scoto irlandese è il secondo, dopo “Welcoming Paddy Home” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/02/01/suoni-riemersi-the-boys-of-the-lough-welcoming-paddy-home/) che si avvale delle uilleann pipes di Christy O’Leary e del pianoforte di John Coakley, entrambi irlandesi, che raggiungono il violinista delle Shetland Aly Bain, il suonatore di concertina e di plettri Dave Richardson dalla regione scozzese del Northumberland e l’altro irlandese, il flautista Cathal McConnell; “Farewell and Remember Me” è un altro lavoro straordinario che conferma la qualità della proposta musicale in termini di scelta del repertorio e del modo di proporlo con arrangiamenti eccellenti e godibilissimi anche dal pubblico poco avvezzo all’ascolto della musica popolare scozzese (e irlandese) e che confermò all’epoca la statura di una band che aveva già registrato con grande regolarità la bellezza di tredici album a cominciare dal disco eponimo del 1973 (e Dick Gaughan faceva parte del gruppo).

Il suono dei Boys of the Lough è sempre stato tutto sommato diverso dalle altre formazioni scozzesi, soprattutto per l’assenza dell’arpa e delle highland bagpipes ed il repertorio di questo bel disco presenta una selezione di musiche e di canzoni tradizionali inserite sia in raccolte storiche che provenienti delle regioni di appartenenza dei componenti del gruppo. Non potevano mancare vista la loro straordinaria importanza brani tratti dalla raccolta stampata nella prima decade del 19° secolo di O’Farrell “Pocket Companion for the Irish Union Pipes”, ossia il walzer (“The Waterford Waltz”) abbinato a “The Stronsay Waltz” raccolto da Richardson a Stromness nelle isole Orcadi, e da quella di Francis O’Neill (“Music of Ireland”) dalla quale il piper O’Leary interpreta “Den Bui”, jig di apertura del disco abbinato ad altre due jigs, il primo dal repertorio del grande violinista del Donegal Tommy Peoples e “Lark in the Morning” imparato dal piper dalla madre di un altro grande suonatore di cornamusa irlandese, Willie Clancy.

Infine voglio citare la ballad irlandese risalente al 1790 “An Spalpin Fanach”, in una versione del Connemara che racconta di un lavoratore disoccupato che vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di un lavoro.

Uno dei dischi dei Boys Of The Lough da avere assolutamente, a mio parere.

SUONI RIEMERSI: THE WHISTLEBINKIES

SUONI RIEMERSI: THE WHISTLEBINKIES

SUONI RIEMERSI: THE WHISTLEBINKIES “The Whistlebinkies”

Claddagh Records. LP, 1977

di alessandro nobis

Ricordo che ai tempi della pubblicazione dei dischi degli scozzesi Whistlebinkies questi venivano definiti dalle nostre parti con troppa faciloneria “i Chieftains di Scozia”; allora bastava un’arpa ed una cornamusa ed il gioco era fatto. Sicuramente il quintetto scozzese non era molto seguito dai fans della musica celtica nostrani sebbene facessero parte della scuderia della dublinese Claddagh Records e questo è stato davvero un peccato come lo è stato non vederli mai dal vivo.

Questo album è datato 1977 e nonostante siano passati oltre quattro decenni lo si ascolta molto volentieri perché il suono dalla band era diverso dalle altre compagini conterranee come Ossain, Battlefield Band, Silly Wizard o Boys Of The Lough per citarne quattro; il clarsach di Charles Guard (qui indicato come ospite ma presente nella foto di copertina), le cornamuse di Rab Wallace, i flauti di Eddie McGuire, la voce e le percussioni di Mick Broderick ed il violino di Rae Siddall sono gli strumenti ed i componenti del gruppo con un suono fortemente caratterizzato dalle bagpipes e dalla voce e con un repertorio che affronta la tradizione scozzese ma non solo, come testimonia il brano che apre la seconda facciata, “Ireland”, interpretazione caledoniana della tradizione irlandese (la marcia “Brian Boru”, “Morrison’s Jig” e l’aria “Eileen Aaron”) e “Brittany” dedicato naturalmente alla Bretagna.

Del repertorio scozzese molto interessante “Donald MacGillivray” (interpretato anche dalla Battlefield Band) che ci riporta ai tempi della ribellione Giacobita del 1745 che narra storia di duecento uomini guidati da una donna, Lady of Moy, “The Battle of Sheriffmoore” che ricorda l’omonimo scontro del 13 novembre 1715 tra Highlanders e le truppe inglesi e per finire davvero particolare “Mrs MacLeod and Friends”, un reel tradizionale che introduce brevi interventi solistici dei Whistlebinkies.

Gruppo come dicevo in apertura di grande valore per il lavoro di recupero della musica e della orgogliosa storia del popolo di Caledonia, i suoi dischi per la Claddagh sono da avere, non credo sia una ricerca così difficile …….

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

JONATHAN DUNFORD & ROB MacKILLOP  “Love is the cause”

Alpha Records. CD, 2011

di alessandro nobis

Scottish Tunes for Viola da Gamba & Baroque Guitar”, così recita il sottotitolo di questo brillante lavoro pubblicato all’etichetta Alpha nel 2011, è un viaggio nella Scozia del 17° secolo ai tempi di King James Istd’Inghilterra e VIthdi Scozia quando la Corte scozzese era un attivissimo centro culturale che attirava musicisti e scrittori dall’Europa Continentale, ed una delle occupazioni dei primi era la trascrizione delle ballate e arie delle danze popolari in voga al momento; alla metà del secolo venne tra l’altro pubblicato “The Good and Godlie Ballads”, che ottenne il beneplacito del Clero, della Nobiltà e dei Parlamentari. Jonathan Dunford (viola da gamba) e Rob MacKillop (chitarra barocca) hanno scelto come repertorio brani provenienti da volumi stampati soprattutto nel 17° secolo con un’esecuzione dal notevole impatto emotivo ed anche evocativo in grado di farci fare un lungo salto all’indietro nel tempo, e soprattutto chi si interessa alla musica tradizionale scozzese troverà qui le lontane origini temporali dei canti narrativi e dei temi a danza suonati ancora oggi.

I cinque brani – eseguiti in duo – che compongono la suite iniziale provengono dall’”Orpheus Caledonius” un corpus di canti raccolto da William Thomson(1695–1753), una fondamentale raccolta che riporta ben cinquanta testi abbinati alle melodie pubblicata nel 1725 alla quale ne seguì una seconda, con altri cinquanta. Altrettanto splendidi quelli per viola da gamba tratti dalla raccolta di John Leyden (il primo proprietario della raccolta stessa, trascritti nel 17° secolo ma la cui origine è antecedente di almeno un secolo) tra i quali segnalo “Sweet Willie”, “The Duke of Lorains March” e “Maggie I Must Love Thee” mentre suggestivi quelli per chitarra barocca a 5 cori tratti dalla raccolta “Princess Anne’s Guitar Book” che risale alla fine del 17° secolo, una delle poche raccolte riferibili sicuramente alla musica delle isole britanniche: fra questi splendide le tre “Scots Tunes”.

Non è frequente imbattersi in lavori dedicati alla musica barocca scozzese ed inoltre qui i livelli esecutivo e storiografico sono davvero importanti. Il tutto arricchito da esplicative note riportate nel libretto, in lingua inglese e francese.

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Bagpipes in Europe. Ireland, Scotland, Brittany & Galicia

SUONI RIEMERSI: BRUNO PIANTA & ROBERTO LEYDI (a cura di):  Strumenti popolari europei. LA ZAMPOGNA 

“Volume 1: Irlanda – Scozia – Bretagna – Galizia”

ALBATROS DISCHI. LP, 1972

di alessandro nobis

Tra il 1969 e il 1971 Roberto Leydi (1928 – 2003) e Bruno Pianta (1943 – 2016), due autorevolissimi etnomusicologi italiani compiono un viaggio nelle terre celtiche dell’Europa Occidentale alla scoperta delle varianti della cornamusa per un progetto che si chiamava “Strumenti Popolari in Europa” di cui questo disco rappresenta il primo volume raccogliendo preziose testimonianze sonore.

La ricerca inizia prima dell’esplosione del fenomeno del folk revival anglo-scoto-irlandese (e questo è un valore aggiunto dell’opera), nella primavera del ’69 in Galizia con una registrazione effettuata nell’isola di Arosa dove Os Arinos das rias Baixas esegue una melodia tradizionale, una “Muineira” (che significa “macina da mulino” o “moglie del mugnaio”) proseguendo nella primavera – estate del ‘71 in Bretagna dove i protagonisti delle registrazioni sono il suonatore di bombarda bretone Daniel Philippe in duo con Yann Le Bars al binjou con un repertorio formato da una “Wedding March”, due melodie “a ballo” ed una legata alle feste natalizie, il tutto catturato dal registratore a nastri nelle località di Bourbriac nel Cote du Nord e Scrignac nel Finisterre dove registrano un duo vocale misto che presenta canto un “Tamm Diweza”. Nel giuno del 1971 visitano la Scozia e di quel viaggio sono qui presenti quattro brani: un bellissimo frammento “pitbroch” vocale di Mary Morrison (“Canntaireachd”) e la cornamusa di Calum Johnston (un altro brano dal repertorio pitbroch, “Makintosh Lament”) entrambi residenti nell’isola di Barra nelle Outer Hebrides mentre sulla mainland, precisamente a Blairgowrie nel Pertshire catturano la voce della cornamusa di Alex Stewart, forse il Pipe Major Alex Stewart del Reggimento Argyll & Sutherland Highlanders che suona un set formato da una marcia e da un reel.

Le tre tracce registrate in Irlanda, purtroppo, non riportano in modo completo né il nome degli esecutori né i titoli dei brani con una eccezione; sono state registrate in un pub dublinese il 3 aprile del ’71 e le parche note di copertina ci dicono che gli esecutori sono un uilleann piper, un banjoista ed un chitarrista che eseguino un jig,  una composizione probabilmente scritta da Turlogh O’ Carolan e “The lark’s Song”.

Il libretto inserito nella copertina dell’ellepì racconta la storia della uilleann pipes, delle highland bagpipes e della gaita con grande dovizia di particolari e ovviamente competenza visti gli autori sia in lingua inglese che italiana con esempi musicali e qualche incisione.

Disco importante – come del resto tutti quelli che raccolgono registrazioni dei due etnomusicologi – che fa parte delle opere originali dell’Albatros Records al tempo anche coraggiosamente impegnata nelle versioni italiane dell’importantissima etichetta americana Folkways Records e che meriterebbe una ristampa in compact-disc.

Mi piacerebbe sapere in quale archivio sono conservate le registrazioni di questi viaggi “celtici” di Leydi e Pianta, magari c’è dell’altro materiale proveniente da questi loro viaggi. Qualcuno ne sa qualcosa?

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

SUONI RIEMERSI: TONY CUFFE  “When First I Went to Caledonia”

IONA Records IR 011. LP, 1988

di alessandro nobis

Alcuni dei migliori ensemble del folk revival di matrice scozzese lo hanno visto come fondamentale protagonista, e mi riferisco ai “Jock Tamson’s Bairns”, “Alba” ed “Ossian”. E’ l’autore e raffinato chitarrista – ma anche pluristrumentista come vedremo – Tony Cuffe, scomparso purtroppo nel 2001 a soli 37 anni nel pieno della sua creatività musicale rallentata nei suoi ultimi anni dal cancro. La sua impronta nei gruppi succitati e soprattutto nei quattro album degli Ossian a cui ha partecipato (“Seal Song”, “Dove Across the Water”, “Borders and light” e “Light on a Distant Shore”) è determinante grazie al suo raffinato chitarrismo ed alla sua riconoscibile voce.

Nel 1988, poco prima di trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti registrò questo bellissimo lavoro negli studi di Edimburgo cimentandosi oltre che con la chitarra e canto con flauti, harmonium ed un pizzico di suoni elettronici ma soprattutto componendo molti dei brani contenuti in questo “When First I Went to Caledonia”.

Qui trovate tutte coordinate del suo grande spessore artistico, trovate il raffinato chitarrismo nell’esecuzione di arie da danza come “Miss Wharton Duff / The mare” e le due hornpipes “Dr.McInnes Fancy / Jom Tweedie’s Sea Leg”, trovate frammenti della storia di Scozia (“Otterburn” dove nel 1388 i baroni scozzesi ed il loro esercito si scontrarono con quello inglese nel tentativo di invadere l’Inghilterra) e storie di emigrazione e di amore come il brano eponimo del disco, originario della Nuova Scozia nel quale “Caledonia” si riferisce alle miniera di carbone di Glace Bay.

Un disco importante questo perchè mette in primo piano tutto il talento di Tony Cuffe, talento di primissimo grado che manca alla comunità di musicisti scozzesi e, se mi permettete, anche ai suoi numerosissimi appassionati.

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

LOUGH RECORDS 001. LP, 1985 / 86

di alessandro nobis

Pubblicato in America nel 1985 dalla Shanachie Records con un titolo simile (“To Welcome Paddy Home”) e naturalmente con copertina diversa e ripubblicato in Scozia dalla neonata etichetta Lough nell’anno seguente, questo ottimo LP vede l’esordio nella band di due irlandesi, l’uilleann piper  e cantante Christy O’Leary dalla Contea di Kerry ed il chitarrista e pianista John Coakley dalla Contea Cork che vanno ad affiancare il violinista Aly Bain (Isole Shetland), Dave Richardson (northumberland) ed un altro irlandese, il flautista Cathal McConnell. Il gruppo, che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del folk revival di matrice scoto irlandese, nelle sue diverse formazioni si è sempre distinto per la perfetta armonia, per la sobrietà dei suoni – il pianoforte acustico, per fare un esempio – l’equilibrio tra gli strumenti e per la scelta del repertorio che dall’Irlanda va alla Scozia “pescando” anche oltreoceano nell’area di Cape Breton: per la prima volta come detto qui appare il suono delle uilleann pipes che con il loro apporto identificano i brani portati in eredità dalla parte irlandese della band: il reel che apre la seconda facciata del disco “The Antrim Rose” dell’accordeonista Paddy O’Brien (1922 – 1991) eseguito magistralmente da O’Leary ed abbinato ad altri due reels, “Miss McGuinness” e “Brereton’s”, oppure la ballata “The Song of Ardee” di Gaby McArdle che si caratterizza per il sontuoso accompagnamento del pianoforte di Coakley alla voce e le pipes di O’Leary che suonano la melodia ed infine le due hornpipes (“Alexander’s” e “The Green Cockade”) con il violino di Aly Bain in grande evidenza.

I Boys of the Lough nella loro storia hanno saputo sempre mantenere una forte indentià restando fedeli al patrimonio tradizionale senza mai cedere a “collaborazioni” con suoni e musicisti alloctoni: non sono mai venuti a suonare in Italia, e questo resterà sempre un cruccio per noi di Folkitalia che abbiamo per anni, forse decenni, di poter ammirare questo ensemble dal vivo. Personalmente confesso di avere avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto sull’Isola di Skye, circa quattro decenni fa: grande performance naturalmente, chi c’era non la dimenticherà.

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND “Farewell to Nova Scotia”

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

Arfolk / Escalibur Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Questo è il primo seminale lavoro del gruppo scozzese The Battlefield Band, allora composto da Alan Reid (tastiere), Brian McNeill (voce, violino) e Ricky Stars (voce e plettri) considerato in compagnia di Ossian, Silly Wizard e Boys of the Lough come il più rappresentativo ensemble della corrente musicale che ha saputo rinnovare lo straordinario patrimonio della tradizione musicale scozzese. Ricordo bene i loro concerti nel veronese (a Cadidavid il 30 ottobre del 1981, a Lugagnano l’8 giugno dell’84 ed in città il 9 dicembre dell’anno successivo): grande energia, impatto sonoro straordinario, repertorio scelto in modo preciso e non da ultimo, splendide e molto affabili persone.

Per questo loro primo disco risalente alla metà degli anni Settanta la “band” era in realtà un trio (McNeill e Reid, veri motori del gruppo, poi restarono lungamente nel gruppo), ma la qualità del suono, gli arrangiamenti e la delicatezza nell’esecuzione delle ballad e la purezza nell’esecuzione dei set di danze – scritte originariamente per highland bagpipes – erano qui già ben evidenti, eccome, e la perfetta sintonia tra McNeill e Reid, autentico marchio di fabbrica della band riconoscibile in tutti i lavori seguenti, ha saputo nei decenni accogliere il fior fiore della musica scozzese come Jamie McMenemy e Duncan McGillvray rivitalizzando un repertorio secolare intriso di Storia e di miscrostorie. Si viaggia dalla Scozia all’Irlanda fino alla Nuova Scozia canadese, come lascia presagire il titolo di questo loro album d’esordio.

Da oltre oceano proviene la ballata “Farewell to Nova Scozia”, un adattamento di “The Soldier’s Adieu” pubblicata a Glasgow nel 1903, la storia di un soldato che viene arruolato e lascia la sua terra forse per l’ultima volta per andare a combattere, mentre dallo scrigno musicale irlandese la Battlefield Band propone una ballata molto conosciuta, “Paddy’s Green Shamrock Shore” che racconta dell’emigrazione irlandese oltreoceano dovuta alla carestia che colpì l’isola nel diciannovesimo secolo: molti sognavano di ritornare prima o poi in Irlanda, pochissimi vi riuscirono. Del repertorio scozzese mi sembra importante segnalare il medley strumentale “The Highland Brigade Waterloo / The 74 Highlanders / The 93rds Farewell to Gibraltair”; la prima, un jig scozzese, fu composta da John Gow (1764 – 1826) che ricorda la Brigata scozzese che prese parte alla battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) mentre la terza fu composta nel 1848 da John MacDonald per il 93° reggimento dei Sutherland Highlanders. Notevole anche “The Forfar Sodger” (raccolta Roud 2857) scritta da quello che è considerato “il poeta dei tessitori”, David Shaw (1786 – 1856) che ha “cucito” due testi di provenienza diversa, uno irlandese ed uno inglese.

Disco importante perché fondamentale nello sviluppo del “folk revival” della terra di Scozia.

Stranamente, nella discografia pubblicata nel sito del gruppo scozzese, di questo disco e del successivo “Wae’me for prince Charlie” non c’è traccia. Questo per la cronaca.

BODERIOU · BAROU · LAHAY “Liamm”

BODERIOU · BAROU · LAHAY “Liamm”

BODERIOU ·  BAROU ·LAHAY  “Liamm”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Nell’ambito della musica tradizionale bretone, dagli settanta a partire dal lavoro di Alan Stivell sono stati numerosi i musicisti che hanno cercato nuove vie, nuovi strumenti, nuove idee, nuove scritture per uscire dal cerchio dell’ortodossia che ovunque la musica popolare evidenzia ma che d’altro canto si rivela indispensabile per la trasmissione alle nuove generazioni: cito solamente Dan Ar Bras, Soig Siberil, le esperienze dei Gwerz e di Pennou Skoulm, Jacques Pellen (purtroppo scomparso da poco, davvero una grave perdita), i Tryptique e naturalmente il piper (e costruttore di cornamuse)  Xavier Boderiou che seguendo il filo del discorso intrapreso con “Morenn” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/08/morenn-morenn/) inciso nel 2016 con Pellen alla chitarra e Sylvain Barou al flauto pubblica questo altrettanto interessante “Morenn” sempre in ottima compagnia di Barou, del raffinato chitarrista Antoine Lahay e di Jacques Pellen in tre delle dodici tracce.

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XAVIER BODERIOU PRESENTA “MORENN” AL WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL, 2016.    CON JACQUES PELLEN ALLA CHITARRA

Ho sempre considerato la musica tradizionale bretone quella più evocativa tra le varie declinazioni del celtismo musicale vuoi per il repertorio vuoi per i suoni ed i repertori che ha sviluppato nel tempo: l’arpa, il biniou, il canto “Kan ha Diskan”, la cornamusa ed in questo lavoro Boderiou come dicevo va oltre la sua esecuzione ortodossa mescolando in modo brillante le composizioni originali con la folk music bretone, scozzese ed anche naturalmente irlandese.

Innanzitutto è doveroso menzionare i brani dove Jacques Pellen collabora negli arrangiamenti: il medley (una slow air bretone e due “marce” associate al piper Henri Leon), il medley “Wedding Reels” e la conclusiva “Kernivinen Pinn” aperta da un sapiente arpeggio di Lahay e composta da un originale di Boderiou e da un tradizionale.

Notevole, forse il brano che più di altri rende la misura del progetto musicale di Xavier Boderiou è la lunga (oltre 10 minuti) “Lament for A10”, dove ascolti sì la tradizione della cornamusa che pervade tutto il brano, quasi musica pitbroch, ma trovi anche l’elegante e puntuale uso dell’elettronica (Antoine Lahay) ed il flauto che danza all’unisono con la cornamusa verso il termine del brano: come dicevo, evocativo, ancestrale ed allo stesso tempo attualissimo. Eppoi “Prizon Pontaniou” composto dal piper con il testo di Paul Salaoun: un inizio dal sapore mediorientale (Sylvain Barou al duduk, flauto di origine armena) e che poi con l’ingresso delle pipes e dalla narrazione della vicenda di Lydia Oswald, spia imprigionata a Brest durante l’ultimo conflitto mondiale.

Ancora aria fresca dalla terra bretone, disco da sei stelle su cinque. A questo punto imprescindibile, direi.

http://www.boderiou.com