BODERIOU · BAROU · LAHAY “Liamm”

BODERIOU · BAROU · LAHAY “Liamm”

BODERIOU ·  BAROU ·LAHAY  “Liamm”

Autoproduzione. CD, 2020

di alessandro nobis

Nell’ambito della musica tradizionale bretone, dagli settanta a partire dal lavoro di Alan Stivell sono stati numerosi i musicisti che hanno cercato nuove vie, nuovi strumenti, nuove idee, nuove scritture per uscire dal cerchio dell’ortodossia che ovunque la musica popolare evidenzia ma che d’altro canto si rivela indispensabile per la trasmissione alle nuove generazioni: cito solamente Dan Ar Bras, Soig Siberil, le esperienze dei Gwerz e di Pennou Skoulm, Jacques Pellen (purtroppo scomparso da poco, davvero una grave perdita), i Tryptique e naturalmente il piper (e costruttore di cornamuse)  Xavier Boderiou che seguendo il filo del discorso intrapreso con “Morenn” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/12/08/morenn-morenn/) inciso nel 2016 con Pellen alla chitarra e Sylvain Barou al flauto pubblica questo altrettanto interessante “Morenn” sempre in ottima compagnia di Barou, del raffinato chitarrista Antoine Lahay e di Jacques Pellen in tre delle dodici tracce.

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XAVIER BODERIOU PRESENTA “MORENN” AL WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL, 2016.    CON JACQUES PELLEN ALLA CHITARRA

Ho sempre considerato la musica tradizionale bretone quella più evocativa tra le varie declinazioni del celtismo musicale vuoi per il repertorio vuoi per i suoni ed i repertori che ha sviluppato nel tempo: l’arpa, il biniou, il canto “Kan ha Diskan”, la cornamusa ed in questo lavoro Boderiou come dicevo va oltre la sua esecuzione ortodossa mescolando in modo brillante le composizioni originali con la folk music bretone, scozzese ed anche naturalmente irlandese.

Innanzitutto è doveroso menzionare i brani dove Jacques Pellen collabora negli arrangiamenti: il medley (una slow air bretone e due “marce” associate al piper Henri Leon), il medley “Wedding Reels” e la conclusiva “Kernivinen Pinn” aperta da un sapiente arpeggio di Lahay e composta da un originale di Boderiou e da un tradizionale.

Notevole, forse il brano che più di altri rende la misura del progetto musicale di Xavier Boderiou è la lunga (oltre 10 minuti) “Lament for A10”, dove ascolti sì la tradizione della cornamusa che pervade tutto il brano, quasi musica pitbroch, ma trovi anche l’elegante e puntuale uso dell’elettronica (Antoine Lahay) ed il flauto che danza all’unisono con la cornamusa verso il termine del brano: come dicevo, evocativo, ancestrale ed allo stesso tempo attualissimo. Eppoi “Prizon Pontaniou” composto dal piper con il testo di Paul Salaoun: un inizio dal sapore mediorientale (Sylvain Barou al duduk, flauto di origine armena) e che poi con l’ingresso delle pipes e dalla narrazione della vicenda di Lydia Oswald, spia imprigionata a Brest durante l’ultimo conflitto mondiale.

Ancora aria fresca dalla terra bretone, disco da sei stelle su cinque. A questo punto imprescindibile, direi.

http://www.boderiou.com

 

 

 

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

KATHRYN TICKELL & THE DARKENING “Hollowbone”

Resilient Records CD, 2019

di alessandro nobis

Era qualche lustro che non ascoltavo le registrazioni delle piper e violinista del Northumberland Kathryn Tickell, e quindi la curiosità era parecchia: rispetto ai suoi primi lavori degli anni ottanta molto legati alla tradizione ed al suono acustico, in questo “Hollowbone” la Tickell mescola in modo intelligente il repertorio popolare con i suoni della modernità trovando un equilibrio raro di questi tempi. I musicisti che l’accompagnano (Corman Byrne alle percussioni, Amy Thatcher alla fisarmonica, Kate Young al canto, violino e charango, Kieran Szifris al mandolino e Joe Truswell alla batteria) contribuiscono in modo decisivo e puntuale al suono che esce da questo bel lavoro. Il resto lo fa il repertorio, combinazione tra le radici e le composizioni della Tickell: magnifica la sonorità folk-rock della ballata sui minatori “Colliers”, antica ballata pubblicata per la prima volta nel 1793 dedicata dalla piper al nonno minatore, splendido l’arrangiamento della suite che abbina all’antica (1882) “Cookle Geordie” alla nuova scrittura di “Bridge Reel”, misteriosa “Holywell Pool” che racconta di un laghetto dalle acque scure e profonde dalle parti di Stonehaugh ed infine tutta la magia delle Northumberland Pipes della slow air tradizinale “Morpeth” e della suite “Hushabye Birdie / Hexam Lassie”, un’aria scritta dalla Tickell abbinata ad un’altra risalente al 1770.

Probabilmente questo “Hollowbone” è stato uno migliori lavoro del recente 2019 per l’idea che sta alla base del progetto e che ho cercato di descrivere, e qualcuno lo definirebbe la “tempesta perfetta” del movimento musicale legato al folklore scozzese, in particolare del Northumberland.

Kathryn Tickell è rappresentata in Italia da Geomusic

Email:info@geomusic.it

Web: www.geomusic.it

 

 

From tradition come instrumentals such as Morpeth and Cockle Bridge alongside Old Stones, Tickell’s homage to Lindisfarne, one part reflective and eerie, one part wild jig. Oldest of all is Nemesis, a piece handed down from Emperor Hadrian’s favourite musician, with its tribute to the “dark-eyed daughter of justice” reshaped for modern times. There’s an old mining song in geordie dialect, Colliers, an antique rhyme, Aboot the Bush, suffused in synth and fractured rhythm and a poem from Tickell’s father, Holywell Pool, delivered like an incantation by female harmonies. A hollowbone is apparently a shamanic instrument for channelling ancient voices; a perfect title.

 

JENNA REID  “Live in Shetland”

JENNA REID  “Live in Shetland”

JENNA REID  “Live in Shetland”

Lofoten Records. CD, 2014

di alessandro nobis

Jenna Reid, violinista, è originaria di Quarff, piccolo villaggio delle Shetland ad un tiro di schioppo da Lerwick, isole dove si è sviluppato e tramandato nei secoli un particolare repertorio di musica tradizionale con elementi tipicamente scozzesi e con influenze della non lontana penisola scandinava; il suo maestro fu nientemeno che Willie Hunter (1933 – 1994), uno dei musicisti che rivitalizzò il repertorio tradizionale per violino di queste bellissime isole in mezzo al Mare del Nord. A Lerwick, nel modernissimo centro culturale Mareel, il 28 giugno nella breve estate nordica Jenna Reid ha tenuto questo concerto in compagnia della sorella Bethany (che con la madre Joyce formano il gruppo Filska) e di Harris Playfair al pianoforte e di Kevin MacKenzie alla chitarra. R-12036590-1527014126-8125.jpegConcerto suddiviso in tre parti, la prima in compagnia della sorella, pianista sopraffina che non si limita ad accompagnare Jenna ma interloquisce in modo raffinato e mai sopra le righe, come si evince nella rilettura del medley “Da Flugga / Suckey Bids Me / St. Kilda Wedding” (quest’ultima aria anche nel repertorio dei leggendari Ossian del compianto Tony Cuffe), i secondi cinque brani con il chitarrista Kevin MacKenzie e qui vi invito all’ascolto della suite di slow airs che inizia con “The Burn o’ Couster” e le ultime sei con l’altro pianista,Harris Pleyfair. Qui segnalo due splendidi e suggestivi omaggi al maestro Willie Hunter (“Leaving Lerwick Harbour”) ed a James Scott Skinner (1843 – 1927), violinista nato nei dintorni di Aberdeen del quale nel disco Jenna Reid interpreta altre tre spartiti.

Una disco bellissimo che rende un doveroso omaggio al repertorio violinistico di questa parte della Scozia: repertorio arrangiato magnificamente che regala spazio esecutivo a tutti e quattro musicisti, anche se naturalmente il tocco di Jenna Reid, che è la titolare del lavoro, imperiosamentesi eleva su tutto.

Imperdibile.

Jenna Reid è rappresentata in Italia per concerti e festival da GeoMusic di Gigi Bresciani: www.geomusic.it

www.jennareidmusic.com

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

DICK GAUGHAN “The Harvard Tapes”

GREENTRAX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

La pubblicazione di questa registrazione dal vivo dello scozzese Dick Gaughan, effettuata da Brian O’Donovan alla Old Baptist Church a Cambridge nei pressi della Harvard University è a mio avviso una delle più importanti inziative di recupero di vecchi nastri di questo 2019, per ciò che mi riguarda per due ragioni.

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San Francesco al Corso, Verona 1981. Foto di Alessandro Nobis.

La prima è una ragione affettiva, visto che un anno prima circa avevo assistito ad uno strepitoso concerto di Gaughan a Verona, presso l’Auditorium di San Francesco al Corso durante il quale aveva presentato se non ricordo male una scaletta del tutto simile a quella di questo concerto americano – e del quale conservo gelosamente un paio di fotografie – ovvero basata sul suo lavoro del 1981 “Handful of heart” oltre a qualche strumentale e ad altri brani tradizionali assieme ad alcuni di altri autori. La seconda perché questa registrazione ci restituisce la grandezza interpretativa ed esecutiva di Dick Gaughan l’espressione più alta della musica tradizionale e d’autore che la Caledonia abbia mai prodotto: qui troviamo brani del già citato “Handful of Heart” ovvero il tradizionale “Erin Go Bragh”, “Song For Ireland” di Phil Colclough, “The world Turned Upside Down” di Leon Rosselson e “The Worker Song” di Ed Pickford, uno straordinario set di reels come “The Gooseberry Bush / The Chicago Reel / Jenny’s Welcome to Charlie” (a proposito, procuratevi l’inarrivabile “Coppers and Brass”, uno dei più importanti dischi di chitarra acustica) e tra gli altri una splendida versione di “Glenlogie”; chiude questo imperdibile disco una autentica chicca, una versione di “The Freedom Come All Ye” con Johnny Cunningham, violinista dei Silly Wizard.

Ma non finisce qui perché lo stesso Gaughan ha aggiunto al disco tre brani inediti non meno importanti del live, due registrati dal vivo tra il 2010 ed il 2012 ed un altro, “Connolly Was There” proveniente dall’archivio Greentrax.

Brano da dieci e lode, per me naturalmente, “Now Westlin’ Winds” (anche questo da “Handful of Heart) con il testo del poeta Robert Burns.

Ma Peggy cara, la sera è limpida,

volano in stormi le rondini leggere;

il cielo è azzurro; i campi, fin dove raggiunge lo sguardo,

son tutti d’un verde pallido e gialli;

vieni, percorriamo il nostro lieto sentiero

e contempliamo le bellezze della natura;

il grano che stormisce, i rovi coperti di frutti

ed ogni creatura felice”* (R. B.)

*Robert Burns “Poemetti e canzoni”. Traduzione di Adele Biagi, “Biblioteca Sansoniana Straniera”, SANSONI EDITORE 1953.

 

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

ANXO LORENZO “Vortex”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Questo lavoro del gaitero e flautista di Moaña Anxo Lorenzo, pubblicato autonomamente nel 2018, ci dà la possibilità di ribadire ancora una volta come la musica tradizionale nel suo complesso acquisisca un significato ulteriore, al di là dello studio e della sua riproposizione, con lo sforzo compositivo che molti musicisti di area celtica e non da anni portano avanti con risultati spesso davvero notevoli. E’ questo il caso di “Vortex” dove quasi tutto il repertorio eseguito è di nuova composizione e coinvolge autori come Eoghan Neff (violinista irlandese di Ennis) o Gabe McVarish (violinista americano trapiantato in Scozia) ed esecutori che con Lorenzo collaborano alla realizzazione di questo ottimo lavoro.

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Anno Lorenzo, Armagh #wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

Non spetta certo a me qui di rimarcare il livello tecnico del gaitero gallego (perfette sono la sua intonazione, la tecnica ed il suo senso del tempo e assolutamente travolgente la sua “presenza” nelle esibizioni in solo come ho avuto modi di vedere in una delle passate edizioi del William Kennedy Piping Festival) ma piuttosto di evidenziare come lo spirito del lavoro vada nella direzione musicale di cui parlavo in apertura: “A Barroca” è la combinazione di una slow air proveniente dalla raccolta del folclorista di Galizia Casto Sampedro introdotta dalle pipes di Jarlath Henderson con la successiva fantastica polifonia di “pipes” (gustata al WKPF del 2018) creata della gaita di Lorenzo, dalle small pipes scozzesi di Ross Ainsle e di quelle del Northumberland di Andy May che fanno di questo brano a mio modesto parere il manifesto del progetto

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#wkpf 2018. Foto di Erica Nobis.

assieme alla breve “Vortice” scritta da Lorenzo che la esegue ai flauti e dove la presenza del violino – tradizionale e di Eoighan Neff autore anche delle sapienti ed equilibrate magie elettroniche applicate al violino ed alla gaita manifesta una direzione tra quelle possibili che la musica popolare può prendere.

Un disco che potrà piacere ai “tradizionalisti” ma anche a quanti cercano nuovi sentieri da visitare nel mondo della musica celtica, non solo di quella galiziana.

 

 

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

DAIMH “The Rough Bounds”

Autoproduzione. CD, 2018

di Alessandro Nobis

the-rough-bounds-cover-imageNell’albero genealogico del folk revival scozzese alle cui radici ci sono tra gli altri la Battlefield Band di Alan Reid e Brian McNeill troviamo nelle ramificazioni più recenti questo quintetto originario della costa occidentale scozzese, tra Lochaber e la bellissima isola di Skye, area chimata appunto “The Rough Bounds”: sono i Dàimh, che ho avuto la fortuna di vedere in azione all’ultima edizione del William Kennedy Piping Festival di Armagh, nel’Ulster, al quale sono stati certamente invitati per la presenza nella line-up di Angus MacKenzie eccellente suonatore della Highland Pipes e della più piccola Border Pipes. Ecco quindi come sono arrivato ad avere nelle mani il loro settimo album, questo ottimo “The Rough Bounds” che dallo scorso novembre è spesso stato ospite del mio lettore CD. Niente di nuovo sotto il sole direbbe qualcuno, “solamente” aggiungo io musica scozzese di un livello raro a sentirsi, sia per la equilibrata combinazione di brani tradizionali con quelli di nuova composizione e soprattutto per la sintesi direi perfetta tra repertorio, suoni strumentali a la voce della bravissima cantante Ellen MacDonald considerata come una delle più significative esponenti del canto gaelico scozzese; aggiungo la bravura dei componenti, Gabe McVarish ed Alisdair White al violino, Murdo Cameron alla fisarmonica e Ross Martin alla chitarra, motore ritmico della band.

Assolutamente da visitare il loro sito per scoprire la loro discografia come altrettanto immagino gusterete il set di reels (uno popolare gli altri due di Donald MacLeod), le ballate “Òran Bhàgh a’ Chàise” introdotta dall’accordeon e da un delicato arpeggio di chitarra e “A Nìghneag a Ghràidh”, suonata dal vivo ad Armagh. Si parla di bevute in compagnia, di caccia, di cuori spezzati e di abbandono forzato della propria terra che non verrà mai più rivista: temi universali patrimonio di tutte le tradizioni di questo nostro mondo e che investono anche la contemporaneità.

Gruppo da seguire, i loro lavori sono disponibili sul web, cercateli e ne sarete entusiasti. A meno che prima o dopo arrivino in Italia per qualche concerto…….speriamo.

 

 

 

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the William Kennedy Piping Festival” Vol. 2

AA.VV. “Live Recordings from the WKPF” Volume 2.

WKPF RECORDS, 2CD. 2018

di Alessandro Nobis

Per celebrare la 25^ Edizione del William Kennedy Piping Festival che si tiene ad Armagh, nell’Ulster, intorno alla metà del mese di novembre, viene pubblicata dagli organizzatori questa preziosa antologia – è il secondo volume di una serie che raccoglie registrazioni che coprono un lungo periodo, dal 2003 al 2017. Chi avrò l’opportunità di ascoltare questo doppio CD – e mi riferisco in particolare a coloro i quali sono mai stati tra il pubblico del Festival, scoprirà l’incredibile polimorfismo che la cornamusa ha sviluppato nel secoli praticamente ovunque in Europa.

Qui potrete assaporare – tra le altre – le launeddas di Luigi Lai accanto alle uillean pipes “di casa” di Paddy Keenan, ospite con Paddy Glackin anche nell’edizione 2018, di Cillian Vallely e di Robbie Hannan, la gaita galiziana di Anxo Lorenzo, la Gaida bulgara di Ivan Georgiev e la Sackpipa svedese di Olle Gallmo e la Duda magiara di Balasz Istvanfi, le Northumberland Smallpipes di Andy May accanto alla cornamusa scozzese delle Highlands di Finlay McDonald.

Un vero tripudio della tradizione musicale legata a questo ancestrale strumento legato indissolubilmente alla cultura pastorale che ha trovato il modo, come dicevo, di sviluppare forme e suoni come nessun altro nella cultura europea e mediorientale. Una proposta questa, come lo era il primo volume, che testimonia l’appassionato lavoro e le straordinarie competenza e cura – oltre ad una massiccia dose di curiosità – nella scelta degli interpreti che da un quarto di secolo l’Armagh Pipers Club ha fatto diventare il WKPF un punto di incontro degli appassionati della cultura popolare.

La pubblicazione è supportata dall?arts Council e dall’Irish Traditional Music Archive, ed è acquistabile contattando il Club sul sito www.armaghpipers.com

Per il report dell’edizione 2018 vedi: in Lingua inglese: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/15/william-kennedy-piping-festival-2018-nov-15th-18th-2018-armagh-co-armagh-ireland/ed in lingua italiana https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/11/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-2018-15-18-novembre-armagh-co-armagh-irlanda-seconda-parte/e https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/12/04/dalla-piccionaia-william-kennedy-piping-festival-15-18-nov-2018-armagh-co-armagh-irlanda-prima-parte/

WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018 Nov., 15th– 18th 2018. Armagh, Co. Armagh, Ireland.

WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018 Nov., 15th– 18th 2018. Armagh, Co. Armagh, Ireland.

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2018

November, 15th– 18th 2018. Armagh, Co. Armagh, Irlanda.

by Alessandro Nobis. Translation by Ciarán Ó Maoláin

With the inspired decision to move the main location from the Hotel (excellent for sessions but cramped for evening concerts) to the Market Palace Theatre (able to offer, besides a beautiful and capacious main theatre, other corners for performances), Armagh Pipers Club achieved its goal of organising a wonderful 25th edition of the Festival in the best possible way, despite the loss of expected funding and some inconvenience due to delays in air flights that forced some variation in the program; an edition that will really remain in the memory of those present (very many, even coming from the continent); also because it was celebrated 250 years after the birth of the piper and pipe-maker William Kennedy, originally from Tandragee, a village not far from Armagh, to whom the festival is dedicated.

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IVAN GEORGIEV

Another interesting and admirable choice, this time artistic, was to devote the widest possible space to solo performances of bagpipe players through the organisation of four events entitled “A WORLD OF PIPING” which presented in four different historical places of Armagh the bagpipe in some of its variants, from launeddas to the Bulgarian gaida, from Highland pipes to border pipes, and of course to the “host” bagpipe, the uilleann pipes.
The festival is full of worthy and high-profile events, at different times and in different places and as you can easily imagine it becomes problematic if not impossible to follow them all, especially if you base yourself in Armagh and wish during the day to admire some of the numerous natural attractions that Ulster offers.
So you make choices; personally I participated in the first of the evenings of “A WORLD OF PIPING”, the two evenings at the Market Place Theatre and some sessions in front of “a few” pints in the lovely and historic pubs that animate the festival – and Armagh – in the evening especially at the weekend. The spacious headquarters of Armagh Pipers Club is steeped in all that is Irish tradition: the air you breathe in deeply, the posters on the walls, the photos, the coming and going of young musicians, those very young and those already established, tutors, amateur musicians – everything tells us that this place in Scotch Street is the cultural centre of reference of Armagh and among the most important in the whole of Ireland. The Vallely family, headed by John Brian and Eithne, designed and created [the Club] decades ago and cannot but be proud of its work and of the passion for tradition that they have so brilliantly passed on to their own children and to all those interested, starting from kids of school age.

Turning to the first [World of Piping] event, that of the Thursday evening, just after the launch ceremony at the Primate’s Palace: Tiarnán Ó Duinnchinn did the honours with his set of uilleann pipes followed by Ross Ainslie, from Scotland; Brighde Chaimbeul, of the Hebrides; the Bulgarian Ivan Georgiev and the Galician Anxo Lorenzo brought in dance and slow airs from their areas of origin. Difficult to choose, but the improvisation of Georgiev on his gaida, and Ó Duinnchinn’s intervention, left me breathless; overall two and a half hours of pure tradition, of great passion and virtuosity, which are essential to these solo performances whose purpose is precisely to show their skills without the constraint of supporting other musicians; though it has to be said that Anxo Lorenzo matched the speed and rhythm of Xosè Liz and his bouzouki. As for the other three events, at the Robinson Library, the [First] Presbyterian Church and Armagh County Museum, we must mention for the record the Sardinian Luigi Lai with his launeddas, the Asturian José Manuel Tejedor, Cillian Vallely of Lúnasa, the Scotsman Finlay McDonald and the Greek Georgi Makris (who had already made an appearance at the WKPF launch event alongside the Scottish group Dàimh). I would love to see this formula of solo performances used to let the heterogeneous audiences of the Armagh festival familiarise themselves with the sounds of the Italian pive, baghet and zampogna, and I say that from the heart. That’s all.

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PADDY KEENAN & PADDY GLACKIN.

The two evenings at the Market Place Theatre were the highlight of this 25th edition of the Festival, beyond the profound cultural value of solo performances and the formal and informal sessions in the pubs of Armagh. And in this very rich menu, the icing on the cake was undoubtedly the highly anticipated duo of the piper Paddy Keenan and the fiddler Paddy Glackin, a duo that really represents a portion of the history of the rediscovery of Irish folk music. For this writer, who recalls placing on the turntable that “Paddy & Paddy” disc of 1979 from Tara Records, it was really moving to listen live to this pair of extraordinary researchers and musicians; they said that for several years they had not played together, but the magic was immediately triggered and the audience honoured them as it was bound to with great and long applause. What to say about the rest? That Lúnasa with the uilleann pipes of Cillian Vallely and the flute (and charm) of Kevin Crawford have confirmed their status as the most interesting Irish folk group in recent years? That the octogenarian Luigi Lai amazed those present with the sounds and rhythms of Sardinian music as well as with his circular breathing?

That Georgi Makris and Ivan Georgiev duet, improvising with an obvious pleasure and fun in playing together, which really is the essence of traditional music? Here we would have to write a long time to tell you the emotions of this extraordinary festival and then, without exaggerating, I would point out the beautiful Nordic tradition brought to Armagh by the Swedish duo Dråm (nickelharpa and bagpipes of Anna Rynefors and medieval bagpipes of Erik Ask-Upmark); the Scottish group (with seven CDs to date) Dàimh with the bagpipes of Angus MacKenzie and the voice of Ellen MacDonald; the “Ulaid” project of John McSherry with the fiddler Donal O’Connor and the guitarist Seán Óg Graham, with as a very welcome guest the extraordinary singer and flute player Ríoghnach Connolly; and we can’t overlook the female bagpipe quartet of Síle Freil, Sinéad Lennon, Louise Mulcahy and Mary Mitchell Ingoldsby, or the Gaelic song of the vocal quartet accompanying Ross Martin’s guitar (I think they were Maeve McKinnon, Joy Dunlop, Síle Denvir and Ellen MacDonald)? Certainly we cannot forget them, as we will not forget the opening and closing of the festival, the “seven samurai of pipes” that welcomed us to the two evenings at the theatre and the supergroup that closed it, Lúnasa with “guests” the likes of Paddy Keenan, Niall Valley, John McSherry and Donal O’Connor, who played the “Kesh Jig”, one of the workhorses of the historic Bothy Band; I want to think as an affectionate tribute to Liam O’Flynn, Mícheál Ó Súilleabháin and Alec Finn, and also Mícheál Ó Domhnaill (of the Bothy Band, who left us years ago but was never forgotten): four heroes of Irish folk music who left us too soon.

A great edition of the Festival, my suitcase is already packed for the 26th edition. And yours?

 

 

 

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel”

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel”

SUONI RIEMERSI: KORNOG “Ar Seizh Avel / On Seven Winds”

GREEN LINNET, CD,  1985

di Alessandro Nobis

Questo “On Seven Winds” è il terzo album dei meravigliosi Kornog, a mio avviso il più significativo gruppo tra quelli emersi dal fenomeno del folk revival di matrice celtica ed in particolare bretone, con i loro cinque album incisi tra il 1983 ed il 2000 (“Kornog”, 1983 –  “Premiere: Live in Minneapolis”, 1984 –  “Ar Seizh Avel”, 1985 – “Kornog IV”, 1987 ed infine “Korong”, 2000); il loro repertorio fatto di una combinazione di temi a danza e ballate, i perfetti arrangiamenti che rinnovano una tradizione secolare, in una parola il suono d’insieme li rendeva unici, senza contare il livello artistico dei loro componenti ovvero il violinista Christian Lemaitre, il chitarrista Soig Siberil, il flautista Jean-Michel Veillon ed il cantante e suonatore di bozouky, lo scozzese Jamie McMenemy (uno dei co-fondatori anche della davvero leggendaria Battlefiel Band) che in seguito hanno partecipato ad altri progetti musicali di altissimo livello, un nome su tutti Pennoù Skoulm.MI0001957227

La raffinatezza e dolcezza di “Trip to Flagstaff” (scritta a quattro mani da Siberil e McMenemy), i due set di “Gavotte”, (il secondo eseguito dal solo Lemaitre), il Kan ha diskan di “Toniou Bale”,  la danza in 7/16 della danza bulgara “Varbishka Ratchenitza” e la rivisitazione della Child Ballad 59 (Sir Aldingar) cantata da McMenemy che sembra uscita dal repertorio della Battlefield delle origini sono solo alcuni dei tratti più significativi di questo splendido disco di un gruppo che, ne sono certo, ha stimolato molti giovani musicisti bretoni allo studio ed alla pratica della tradizione musicale della Bretagna.

Un disco il cui ascolto dopo trentatre anni mantiene integra la sua bellezza ed il suo fascino.

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

ECM NEW SERIES 2550, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Lui, lemme lemme, quasi di nascosto, ti propone musicisti che non hai mai nemmeno sentito nominare e che quasi sempre, ascoltando la loro musica, ti lasciano a bocca aperta per la bellezza di ciò che stai ascoltando; una bella sensazione, un piacere interiore che ho la fortuna di provare spesso ultimamente; lui è naturalmente è Manfred Eicher – patron dell’ECM – ed i musicisti stavolta sono quattro danesi, il “Danish String Quartet”, che fanno seguire al precedente lavoro per l’ECM, dedicato alle scritture di Thomas Ades, Per Norgard e Hans Abrahamsen questo “Last Leaf”. Un quartetto d’archi quindi, uno dei più prestigiosi in circolazione – con l’aggiunta di un pianoforte e di un harmonium in qualche traccia – che rilegge, reinterpreta e arrangia brani provenienti dalle ricche tradizioni di alcune regioni nordiche come le Isole Shetland, la Svezia, la Danimarca, aree dove la musica popolare è da sempre legata agli strumenti ad arco. Quasi un seguito al magnifico “Wood Works” pubblicato nel ’14 dalla Dacapo Records nel quale venivano affrontato il repertorio popolare nordico.image.php.jpeg

Le arie nate per l’accompagnamento alle danze hanno da secoli ispirato generazioni di compositori “classici” ma nel caso di questo “Last Leaf” il passaggio dalla tradizione è splendidamente diretto, senza mediazione di alcun compositore; è l’approccio che io amo di più, quello che sempre mi fa riflettere e convincere che la metodologia del Danish String Quartet può essere una di quelle più indovinate per traghettare questi repertori nel futuro anche perché qui si trovano anche brani originali di ispirazione popolare. Della tradizione delle Shetland, quella legata al violino di Hardanger o allo stile di Aly Bain, gli appassionati si erano già abbeverati abbondantemente, ma il brano qui proposto “Unst Boat Song”, è una canzone splendidamente resa in versione strumentale, come anche la ballata danese risalente al ‘300 “Dromte mig en drom”. Splendidi “Intermezzo” del violoncellista ed il seguente “Shine you no more” scritto dal violinista Sorensen e la composizione del norvegese Gjermund Haugen, scomparso nel ’76 e specialista del violino di Hardanger.

Disco superlativo, mi espongo classificandolo come una delle migliori produzioni ascoltate dal sottoscritto negli ultimi anni.