SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC  “God”

Virgin Records. doppio 12 pollici, 1981

di cristiano bordin

In principio era il Pop Group. Due album essenziali per capire i percorsi e le potenzialità del post punk, “Y” e “For how much longer do we tolerate mass murder” per un percorso brevissimo  che terminò nel 1980 riprendendo  poi solo con la reunion di 35 anni dopo.

Nel 1980, con la fine del Pop Group, inizia una specie di diaspora dei musicisti che ne facevano parte.

imagesMark Stewart fonda i Maffia e prosegue lavorando   sul versante dub/industrial collaborando con diverse etichette, la On U Sound tra le altre, e con moltissimi musicisti.

Simon Underwood, bassista del Pop Group, forma invece i Pigbag e si spinge sul lato più funky della band originaria. Gareth Sager, chitarrista ma anche sassofonista, e Bruce Smith, batterista, mettono insieme a questi altri suoni  spaziando un po’ ovunque  e raccolgono altri musicisti: il pianista Mark Springer e una cantante poco più che sedicenne e allora sconosciuta, la  figlioccia di Don Cherry, Neneh Cherry.

Parte così l’avventura dei Rip Rig & Panic.

L’esordio è un anno dopo la fine del Pop Group, il 1981 con un album chi si intitola “God”.

Un album strano per la scelta del formato, un doppio 12 pollici che gira a 33. Quattro facciate  identificate con altrettanti colori: rosso, giallo, verde e blu. Sono passati 38 anni da questo esordio ma “God” è un album che ha ancora parecchie cose  da dire, un album che ad ogni ascolto sarà sempre capace di rivelare  qualche particolare nuovo. Insomma un album che non invecchierà mai. Riascoltandolo, o continuando ad ascoltarlo nel tempo, stupiscono due cose: l’autorevolezza, la sicurezza, la grande tecnica dei musicisti, tra l’altro giovani, e l’originalità del progetto. Avventurarsi su queste strade è rischioso ma chi suona ha metabolizzato l’esperienza del Pop Group e vuole continuare su quel percorso aggiungendo influenze, suggestioni e richiami.

Nel 1981 “God” era un disco davvero molto avanti rispetto a quei tempi: esplorava percorsi apparentemente  quasi contraddittori, metteva insieme suoni molto diversi ma che alla fine risultavano coerenti e assolutamente comprensibili anche se il percorso tanto facile non era. Ma la musica di “God” per quanto eclettica riusciva a stupire e a comunicare sia con chi allora ascoltava post punk sia con chi ascoltava jazz- e dal jazz prendono infatti  il nome rifacendosi ad un brano di Roland Kirk- sia con chi ascoltava black music.

L’esordio dei Rip Rig & Panic è il classico disco a cui dare un’etichetta è un’operazione oltre che sbagliata, sostanzialmente inutile. Chitarra, piano e sax con una padronanza e una fantasia incredibile, esplorano sentieri che partono dal funk per arrivare al jazz arrampicandosi in fraseggi free con un attitudine in certi punti ruvida e tribale, “Knee deep in shit” ad esempio,  in altri, “Howl caged bird”  quasi funanbolica. Ma non mancano momenti di compostezza e di rigore  jazzistico se pensiamo al piano di Springer in “Blue bird third” o in “Change your life“. Come non mancano i richiami alla musica africana ed atmosfere che addirittura anticipano l’hip hop . La voce di Neneh Cherry, quando compare, poi è una sorpresa.

La storia della band proseguirà con altri due album, “I am a cold”, in cui suona anche  Don Cherry,  e il conclusivo “Attitude” che esce nel 1983. “God”, senza togliere nulla agli due di altissimo livello entrambi, è l’album di esordio che quindi ha quel pizzico di incoscienza e di potenza in più. E che quasi 40 anni dopo resta un capolavoro.

SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

SUONI RIEMERSI: JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

JUNIOR WELLS & BUDDY GUY “Alone and Acoustic”

ALLIGATOR Records, CD. 1992

di Alessandro Nobis

Originariamente pubblicato sul numero del maggio 1992 della rivista Folk Bulletin

71tzkdN7UuL._SX355_Registrato il 15 maggio 1981 durante una tourneè europea e finora pubblicato solamente in Francia per l’etichetta Isabel con il titolo “Going back”, questo “Alone and Acoustic” ci presenta la coppia più importante del blues elettrico chicagoano ovvero il chitarrista Buddy Guy (per referenze chiedere a Slowhand Eric Clapton) e l’armonicista Junior Wells. Qui i due si presentano straordinariamente in versione acustica, alla ricerca delle radici della musica che da decenni li vede protagonisti in modo diretto nell’ambito strettamente blues e indiretto in quello rock, visti gli innumerevoli guitar – heroes bianchi che hanno seguito le orme soprattutto di Buddy Guy, bluesman poco conosciuto dalla maggioranza del pubblico ma ritenuto figura essenziale da tutti gli addetti ai lavori ed appassionati della musica del diavolo.

Quindici tracce sono contenute in questo CD ripubblicato dalla chicagoana Alligator con ben cinque inediti in più rispetto all’originale, quindici brani che ci regalano un’ora di blues al vetriolo, quasi a dimostrare come sia importante l’essenzialita’ rispetto ad arrangiamenti troppo ricchi che non da oggi ammaliano intere generazioni di musicisti e di giovani. Strumenti acustici sì, certo, ma suonati con un cuore ed una grinta che non ha eguali e che non fanno certo rimpiangere le Stratocaster e le Telecaster che per una volta, dieci anni fa, Buddy Guy ha lasciato in qualche angolo del Southside. Classici come “Boogie Chillen” e “Rollin’ and Tumblin’”, “You don’t love me”, “Catfish Blues” e “That’s all right” sono brani che restano nella memoria di chi ascolta ed attraverso i quali si ripercorre la lunga e sofferta strada dell’inurbamento di questa straordinaria musica.

Un disco da cinque stelle che sento di consigliare a chiunque. In attesa di incontrare Buddy Guy e Junior Wells su qualche palcoscenico italiano.

SUONI RIEMERSI: STEVE ELIOVSON “Dawn Dance”

SUONI RIEMERSI: STEVE ELIOVSON “Dawn Dance”

SUONI RIEMERSI: STEVE ELIOVSON “Dawn Dance”

ECM 1198, 1981. CD.

di Alessandro Nobis

Steve Eliovson è un mistero. Decine, forse centinaia di chitarristi affranti dalla sua subitanea scomparsa dal mondo musicale lo stanno cercando dal 1981, anno nel quale il lungimirante Manfred Eicher lo porta nei familiari Tonstudio Bauer di Ludwisburg affiancandogli uno dei migliori percussionisti allora in circolazione, l’alchimista Colin Walcott, e gli fa registrare queste dieci indimenticabili tracce diamantine che fanno di questo “Dawn Dance” una delle perle del catalogo ECM. Chitarrista acustico finissimo, compositore davvero interessante capace di dialogare con una personalità spiccata ma allo stesso tempo non invasiva come quella di Walcott – già allora “santificato” dagli estimatori degli Oregon e del jazz – Steve Eliovson rimane un caso di “missing in action” della musica degli ultimi decenni, visto che il suo talento avrebbe potuto regalarci altri momenti intensi come questo suo unico lavoro discografico. E ogni volta che infilo il CD nel lettore e sento suonare la sua chitarra che danza con le tabla in “Venice”, con le percussioni africane naturalmente in “Africa” o con i set di piatti in “Song for the Masters”, mi chiedo vanamente le cause di questo inopinato ritiro. Malattia? Disinteresse verso il music business? Amore? Attacchi di panico? Mal d’Africa, sua terra natìa? Grazie ad alcuni avvistamenti, qualcuno ha seguito le sue tracce fino in Sudafrica, distribuendo foto segnaletiche nelle scuole di musica e nei Caffè. Invano.

Ci penso e ci ripenso e mi sovviene anche che questo CD non è stato mai ripubblicato dal 1981. Scaramanzia Eicheriana? Mistero si aggiunge al mistero.

Non mi resta che riascoltarlo e me lo ri-godo. Fatelo anche voi.