BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

Blix Street Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Dedicato alle tradizioni legate alla stagione invernale nelle terre del Nord” potrebbe essere il sottotitolo di questo gran bel lavoro dei Boys of the Lough che qui si presentano in quartetto (Christy O’Leary, Aly Bain, Cathal McConnell e Dave Richardson) e che presentano un repertorio che comprende brani provenienti dalle Isole Shetland, dalla penisola scandinava, dal nord est scozzese e dalla Contea irlandese di Wexford; il suono dei “Boys” è inconfondibile, possono cambiare i musicisti ma il carattere quasi cameristico, come ho detto in altra occasione, rimane inalterato. Come nella magnifica “That Night in Bethlehem” antica “Christmas Carol” probabilmente antecedente al 1691 quando vennero promulgate le Penal Laws che proibivano la composizione e l’esecuzione di canti natalizi, come scrive Donal O’Sullivan; questa è cantata in gaelico irlandese da Christy O’Leary e si caratterizza per lo splendido arrangiamento che mette in gran risalto il pianoforte di Henning Sommerro di Trodheim. Interessante la suite di danze “The Greenland man’s tune / Da Forfit O’ Da Ship Reel / Green Grow da Rashes Reel” non solo perchè provengono dal repertorio dei balenieri della Shetland ma anche perchè la prima è di origine Eskimo e la cui versione orifginale era cantata in Yaki; il violino  di Aly Bain e la chitarra dello straordinario chitarrista inglese Chris Newman, ospite graditissimo, fanno il resto evidenziando al meglio il fascino e la bellezza di queste melodie nordiche. Dalla Svezia il suggestivo ed evocativo set “Sankt Staffan Han Rider / Christmas day in the Morning / Trettondagsmarschen“, introdotto dal pianoforte e cantato da Christy O’Leary, che dalla sua Irlanda porta in dote “The Wexford Carol“, canto sulla natività la ciui prassi esecutiva si basa su quella del cantante dublinese Frank Harte: anche cui il fine cesello della chitarra di Chris Newman è il valore aggiunto al brano.

Spesso i dischi dedicati al Natale paiono raffazzonati per soddisfare le esigenze del consumismo legato a questa Festa; ci sono delle eccezioni e questo“Midwinter Night’s Dream” ne è la prova, sia per la qualità e raffinatezza del repertorio che per il marchio di garanzia dei “Boys of the Lough” sempre rigorosi ed allo stesso tempo piacevolissimi. Non ricordo infatti dischi “mediocri” nella loro poderosa discografia.

CARLO CERIANI “Generation”

CARLO CERIANI “Generation”

CARLO CERIANI “Generation”

Splasc(H) Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Ci sono brani “intoccabili”, direi anche iconici, che identificano alla perfezione i musicisti che li hanno composti e registrati e che rappresentano un ben preciso momento nella storia della musica della seconda metà del secolo scorso. Il rischio, interpretandoli, è naturalmente quello di cadere nel pedissequo ricalco che non potrà mai essere a livello dell’originale come era stato concepito. L’alternativa è trasportare la struttura di quei brani utilizzando un diverso linguaggio musicale dandone una nuova lettura; questo è quello che a metà degli anni novanta ha fatto il trio guidato dal chitarrista, compositore ed arrangiatore Carlo Ceriani e composto dal bassista Enrico Terragnoli e dal percussionista Francesco Sguazzabia in arte “Sbibu” con la partecipazione del flautista Stefano Benini. Musicisti che si muovono benissimo nell’ambiente jazz ma che nella loro gioventù si alimentavano anche della miglior musica che si suonava al di qua ed al di là dell’Atlantico ed in questo “Generation“, che contiene anche brani originali, la scelta è caduta su alcuni dei più iconici brani dei King Crimson di Robert Fripp e dei Grateful Dead di Jerry Garcia (oltre ad un brano di Jaco Pastorius), due gruppi musicalmente lontanissimi tra loro ma accomunati dall’interesse verso le improvvisazioni soprattutto nelle esecuzioni dal vivo.

Moonchild” e “The Court of the Crimson King” sono due di questi e la scelta del trio di Ceriani è stata quella di translare le due composizioni nel jazz, musica nella quale l’improvvisazione è un tratto essenziale; del primo si sono conservate le brevi parti iniziali mentre quella centrale, a mio avviso quella più interessante e più legata al concetto di “creazione spontanea” è stata sostituita da una parte nella quale i lunghi assoli di Benini al flauto traverso e di Terragnoli al basso trasformano il brano in una perfetta “slow ballad” racchiusa dai cantabili curati da Ceriani, davvero una resa eccellente e personale del brano tratto da “In the Court …”. Anche il brano eponimo del disco dei KC, a firma Fripp – Sinfield ha subito interessanti trasformazioni che in qualche occasione vanno ad intersecare con inevitabili richiami i “riff” originali della composizione il cui titolo è “The Court of the Crimson King“; eseguito in trio, si caratterizza per il “cantato” iniziale curato dal basso, il lungo solo di chitarra di Ceriani, lungo e ottimamente costruito si trova nella parte centrale con un convincente lavoro della sezione ritmica che precede quello di Terragnoli altrettanto articolato (Terragnoli è anche ottimo chitarrista, e si evince dall’ascolto del solo) che richiama, sul finire, il celeberrimo riff crimsoniano.

Altrettanto interessanti sono le scelte per l’interpretazione di “Dark Star” e “Sugar Magnolia” dei californiani Grateful Dead, due brani che hanno segnato la storia della band di Jerry Garcia & C. soprattutto nelle chilometriche esibizioni live e che erano quasi perennemente presenti nelle loro scalette. Il secondo in particolare, in trio, è un alternare di interventi della chitarra e del basso che lasciano facilmente individuare la melodia originale ma soprattutto fanno apprezzare il ruolo di Sguazzabia sempre puntuale, creativo ed originale considerando che la scelta di allestire il set di percussioni con un numero limitato di elementi fu a mio avviso vincente nel quadro sonoro di questo “Generation“.

Un bel disco, uno dei più interessanti a mio avviso del panorama jazz di quegli anni. Decisamente da riscoprire, alcuni dei suoi brani sono reperibili per l’ascolto su YouTube.

SUONI RIEMERSI: EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Toledo”

SUONI RIEMERSI: EDUARDO PANIAGUA “Cantigas de Toledo”

SUONI RIEMERSI: GRUPO DE MUSICA ANTIGUA · EDUARDO PANIAGUA

“Cantigas de Toledo”

PNEUMA Records 010. CD, 1994

di alessandro nobis

Cantigas de Toledo” è sia il primo album pubblicato dall’etichetta fondata da Eduardo Paniagua sia il primo lavoro che lo studioso e strumentista spagnolo ha voluto dedicare allo straordinario repertorio delle Cantigas De Santa Maria, un impegnativo progetto che a tutt’oggi non è stato ancora completato. Il “Grupo de musica antigua” è un ensemble formato da due polistrumentisti (lo stesso Paniagua e Luis Delgado), dal suonatore di oud Wafir Sheik e da tre cantanti ovvero Paula Vega, Luis Vincent e Cesar Carazo (che suona anche la viola da braccio) ed il repertorio comprende otto Cantigas (le CSM-2, CSM-116, CSM-76, CSM-212, CSM-12, CSM-72, CSM-122 e CSM-69); importante sottolineare che il titolo di questo lavoro celebra la città di nascita di Alfonso X “El Sabio” conquistata da una suo antenato ai musulmani, Alfonso VI, nel 1085. Il progetto vuole onorare la Vergine Maria attraverso i canti a Lei dedicati nelle Feste religiose sia quelli che narrano dei suoi innumerevoli miracoli manifestatisi in quasi tutto il continente europeo, come confermano i titoli dei CD che seguono questo primo volume. La Cantiga 116 (Es justo que se alumbre a la que es Madre del Dios de la luz”) ad esempio, è di estrazione popolare e narra di un mercante che durante i suoi viaggi si reca nelle chiese dedicate alla Vergine accendendo come atto di referenza delle candele; in particolare a Salamanca le candele una volta terminate si spengono ma vengono riaccese da Maria. Un altro racconto popolare caratteristico di Toledo è quello della Cantiga 69 (“Santa Maria curas los enfermos”); è il 21 aprile del 1150, al tempo di Alfonso VII, e si narra della miracolosa guarigione di un sordomuto, fratello di un monaco che implorò a suo modo la Vergine di farlo guarire, ed infatti una mattina passando davanti alla cattedrale una luce non terrena lo investì restituendoli la voce e l’udito.

E’ questo un lavoro importante per quanto detto in apertura nel quale la scelta timbrica, la ricerca della tipologia degli strumenti nei codici medioevali (l’oud, la vihuela o la viola da braccio) e nelle musiche di tradizione (il santur, il darabukka ed i tamburi a cornice) fanno capire quali siano i basamenti del lavoro che Paniagua da una trentina d’anni sta portando avanti e che è stato preso ad esempio da numerosi ricercatori e musicisti che lavorano nell’ambito sia della musica antica che tradizionale.

Come si dice, un disco seminale.

SUONI RIEMERSI: “The Drones and the Chanters. IRISH PIPERING Volume 2”

SUONI RIEMERSI: “The Drones and the Chanters. IRISH PIPERING Volume 2”

SUONI RIEMERSI: “The Drones and the Chanters. Irish Pipering Volume 2”

Claddagh Records. LP, CD. 1994

di alessandro nobis

A più di vent’anni di distanza dal primo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/05/26/suoni-riemersi-the-drones-and-the-chanters-irish-pipering-vol-1/) nel 1994 la benemerita Claddagh Records pubblicò il secondo volume di “The Drones and the Chanters: Irish Pipering”, stavolta con i contributi di Robbie Hannan, Gay McKeon, Joseph McLaughlin, Sean Potts, Liam O’Flynn, Michael O’Brian e Ronan Browne ovvero il meglio del panorama dei pipers dell’epoca, anche se manca a mio avviso il grande Paddy Keenan.

Molti conoscono alcuni dei pipers sopra citati per i loro set acustici o per essere stati membri di gruppi, altri sono meno conosciuti dagli appassionati soprattutto non irlandesi, come chi scrive: mi riferisco in particolare a Joseph McLaughlin, Michael O’Brian e Sean Potts.

Il primo è originario della città di Derry ed ai tempi di questa registrazione lavorava come dentista. Il suo stile è influenzato dalla musica per violino e con Robbie Hannan ha avuto il grande merito di far conoscere la musica per violino del Donegal – uno stile molto caratteristico e facilmente distinguibile dagli altri – ai suonatori di uilleann pipes. Tre i brani qui presenti tra i quali il famoso “The Lark In the morning” (interpretato anche da Hamish Moore e dai Boys of the Lough), pubblicato nel 1804 in una collezione in Scozia da O’Farrell mentre il mitico O’Neill ne pubblicò ben sei versioni a testimoniare la diffusione di questo bellissimo jig.

Michael O’Brian è un insegnante dublinese che a nove anni iniziò a suonare le pipes. Si fece la sua esperienze venendo in contatto con i pipers che suonavano in Thomas Street, al “Piper’s Club” e per quel che ne so le tre tracce presenti qui sono le uniche testimonianze del suo stile raffinato e caratterizzato da un senso del ritmo fuori del comune. Tra loro importante è il set di tre jig (“An Rògaire Dubh” / Na Ceannabhàin Bhàna / Pàidin O’ Raofeartheigh”) perché sono trascrizioni leggermente modificate per esaltare il suono delle pipes dal repertorio del cantante del Connemara Pàdraig O’Ceannabhàin.

Ed un altro musicista influenzato dagli stili di Seamus Ennis e Willie Clancy è Ronan Browne oltre che dai genitori. La struggente slow air “Port na bPucai” è originaria delle isola Blasket nel Kerry; la leggenda narra che descriva il triste lamento per la morte di una fata, ma un’altra interpretazione più reale sostiene che la melodia si riferisca ad una comunicazione sonora tra due balene sentito dai pescatori ed amplificato dallo scafo delle imbarcazioni.

Disco molto importante per il suo valore antologico e per il repertorio.

 

 

 

PENNOU SKOULM “Fest-Noz”

PENNOU SKOULM “Fest-Noz”

PENNOU SKOULM

“Fest-Noz”. Coop. Breizh, CD 1994

di Alessandro Nobis

Registrato tra il novembre del ’89 e l’aprile del ’94, questo disco a mio avviso rappresenta la quintessenza del movimento del folk revival della musica bretone. E questo non solo perché l’unione dei due gruppi più rappresentativi del folk revival bretone, i Gwerz (Soig Siberil, Patrick Molard e Jacky Molard) ed i Kornog (Christian Lemaitre e Jean Michel Veillon) ha prodotto grazie anche agli autorevoli ospiti (ne cito due: l’Ronan Le Bars alle uilleann pipes e Frederic Lambierge all’organetto diatonico) quello che a mio parere è un disco-capolavoro, non solo per la scelta del repertorio ma anche – e forse soprattutto – per la bellezza degli arrangiamenti che presentano la musica bretone dedicata all’accompagnamento alla danza non avvalendosi dell’apporto vocale e producendo un suono d’insieme straordinario che riesce a levigare alla perfezione gli “spigoli” che l’ortodossia della musica di questa nazione celtica talvolta presenta. Un suono che regge in tutta la sua bellezza anche decontestualizzandolo dal ballo popolare ed è proprio il solo “ascolto” che ci rivela tutto il suo fascino.

“Breizh” è una dolcissima aria suonata da Ronan Le Bars e dal chitarrista Yvon Riou, “Son Kloareg”, toccante e suggestiva l’interpretazione del flautista Herve Guillo del tradizionale “Son Kloared”, da manuale lo “Schottische” con gli arpeggi di Soig Siberil ed il flauto di Jean-MichelVeillon che introducono le uilleann pipes ed il violino dei Molard, emblematica la suite di “Marches” della Bretagna Centrale che apre il disco con il “Kan ha diskan” strumentale (questa è una forma di accompagnamento alla danza solitamente vocale, una sorte di call and response) tra il flauto e le uilleann-pipes che danno subito all’ascoltatore la cifra stilistica di questo “Fest.Noz”

 

CHRISTY MOORE “AT THE POINT LIVE”

CHRISTY  MOORE “AT THE POINT LIVE”

CHRISTY  MOORE “AT THE POINT LIVE”

COLUMBIA RECORDS  CD 1994, LP 2017

di Alessandro Nobis

Ci sono voluti la bellezza di ventitrè anni ed un Record Store Day per vedere pubblicato in vinile questo album del folksinger irlandese Christy Moore, venerato in patria e non solo per il fondamentale ruolo che ha ricoperto e che ricopre di ricercatore, divulgatore, autore ed interprete della tradizione musicale d’Irlanda. Del suo esordio discografico vi ho narrato (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/17/christy-moore-paddy-on-the-road/) così come della sua ultima fatica (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/10/06/christy-moore-lily/): questo “At the Point Live”, annata ’94, è stato registrato nella prestigiosa Venue dublinese che purtroppo chiuse i battenti nel 2007. Cinquantasei minuti – credo quindi che il cd non contenga tutta la performance di Moore – che dipingono un quadro preciso della storia di musicista: dalle bella interpretazione d’ “Fairytale of new York” di Shane McGowan a “Nancy Spain” di Barney Rushe dedicata alla giornalista inglese fino al tradizionale “Black is the colour”. Non mancano neppure il richiamo ai Planxty con “The Cliffs of Doneen” e “The Well Below the Valley” ed alcune tra le ballate più importanti che il Moore della Contea di Kildare ha intepretato nei decenni: “Ride On” di Johnny McCarthy, e “Go, Move, Swift” di Kirsty McColl tra le altre.

Chi ha avuto la fortuna di assistere ad una performance di Christy Moore, ed io l’avuta capitando casualmente a Galway una trentina di anni fa dove tenne un concerto in una sala di un hotel, sa a cosa mi riferisco quando parlo di forte personalità, grandissimo carisma, profondissima conoscenza e rispetto verso le radici oltre ad un pathos interpretativo davvero raro.

Disco importante, come del resto tutta la sua discografia. Lunga vita, Mr. Moore di Newbridge, Co. Kildare. E pensare che nella sua precedente vita faceva il bancario…………

 

 

 

 

 

SUONI RIEMERSI: CANZONIERE DELLA RITTA E DELLA MANCA “Malevento”

SUONI RIEMERSI: CANZONIERE DELLA RITTA E DELLA MANCA “Malevento”

SUONI RIEMERSI: CANZONIERE DELLA RITTA E DELLA MANCA “Malevento”

Robi Droli, ITALIA, 1994

di alessandro nobis

A ventidue anni dalla sua pubblicazione per conto della benemerita Felmay, mi sembra opportuno rispolverare questo lavoro dei beneventani componenti de Il Canzoniere della Ritta e della Manca. “Malevento” regge al suo ascolto tutto il tempo passato – cosa non così comune – e rappresenta certamente uno dei più fulgidi esempi del processo di “ricostruzione” della tradizione musicale del Sannio e dell’Italia Meridionale attraverso la composizione di nuova musica ispirata sì dalla tradizione ma aperta anche a suoni e idiomi musicali più vicini ai nostri giorni; operazione questa riuscita anche ad altri gruppi come i Sancto Ianne che al tempo di questa registrazione mettevano le basi al loro progetto musicale. ritta-mancaFossimo negli anni settanta chiameremmo questa musica con la sibillina definizione di “folk-rock”, ma il parallellismo con quanto succedeva in terra albionica con i Fairport Convention e compagnia bella non è concetto campato in aria ma basato su dati di fatto, ovvero come detto la combinazione di vecchio e nuovo. Lo stupendo brano conclusivo “Jesce sole” (Geppino Laudanna al pianoforte, Enzo Cerulo alla chitarra classica ed lo splendido cantare di Paola Tascione ed un pizzico di elettronica) e l’arrangiamento del tradizionale “Serenata del Gargano” sono a mio avviso i brani che perfettamente inquadrano la cifra stilistica e che meglio identificano l’innovativo progetto del Canzoniere della Ritta e della Manca.

Il disco è disponibile su iTunes. Ascoltatelo, non sembra abbia 22 anni, nient’affatto.