WOODENLEGS “What are you looking for?”

WOODENLEGS “What are you looking for?”

WOODENLEGS

“What are you looking for?”
 – Autoproduzione CD, 2015

di Alessandro Nobis

Cinque musicisti triestini con il fuoco della passione per la musica irlandese: Alice Porro (flauti), Giovanni Gregoretti (contrabbasso e mandolino), Anselmo Luisi (percussioni, voce), Andrea Monterosso (violino, voce) ed infine Giovanni Settimo (chitarra e voce solista). Fin qua sembrerebbe uno dei tanti gruppi non irlandesi che propongono musica tradizionale dell’isola di Dublino, ma osservando invece la lista degli undici brani in scaletta si scopre che a parte tre, ovvero i tradizionali “Kid on the mountain”, “Follow me up to Carlow” e “Step it out Mary” di Sean McCarthy, gli altri sono tutte composizioni originali. woodenlegsComposizioni naturalmente scritte nel solco di quella tradizione celtica, cantate in lingua inglese, arrangiate secondo i dettami del miglior folk irlandese (in alcuni momenti si sente “profumo” di Waterboys) e suonate bene, decisamente bene. Gli strumentali (“What are you looking for, my friend”, “A light in the night” e “Festival day” ed il conclusivo “Gronte”) e le immancabili ballads, delle quali mi sono particolarmente gustato “The Village fair” e “Dancing in the mud”. Un gruppo da seguire e che fa sul serio, con le giuste credenziali per poter emergere come una più interessanti realtà del panorama celtico continentale.

Un disco pubblicato nel 2015, ma del quale ne parlo solo oggi: “ildiapasonblog” è uno “slow blog”, quindi……………..

http://www.woodenlegs.com

BRUSKERS “Four hands Party”

BRUSKERS “Four hands Party”

BRUSKERS

“Four Hands Party”
 Fingerpickingnet CD, 2016

di Alessandro Nobis

Il loro secondo disco, “Addiction”, mi era particolarmente piaciuto per come era stato affrontato il repertorio, ed anche dal vivo Eugenio Polacchini e Matteo Minozzi mi avevano piacevolmente convinto per l’intelligente approccio verso la musica per chitarra: serio, impeccabile ma anche ironico e pertanto molto originale, “alla Bob Brozman” per capirsi. E questo nuovo lavoro, “Four Hands Party” prodotto sempre dalla Fingerpicking Records conferma tutta la positività fin qui espressa dai due chitarristi. bruskersguitarduo_largeAnche in questo disco c’è una grande varietà nella scelta degli autori dei brani: da Sting (presente anche loro precedente lavoro) a Renato Carosone, da Jerome Kern a George Gershwin, riletture non pedisseque ma personalizzate grazie anche alla padronanza dello strumento ed a quella voglia di giocare con gli spartiti che non guasta mai (vedi l’interplay in “Tu vuo’ fa l’Americano” o i temi da “Pinocchio” di F. Carpi). E poi ci sono i brani originali, come “Tu hai torto, io ho ragione” scritto a quattro mani e quelli di derivazione popolare come i due temi della tradizione coreana come “Airang”.

Un duo che piano piano si è costruito una meritatissima credibilità anche fuori dal nostro Paese, come dimostrano i concerti tenuti in Nordamerica, Corea del Sud ed in Germania. Guardate i video disponibili su You Tube e sul loro sito, vi divertirete e vi verrà voglia di approfondire…….

http://www.bruskers.com

 

 

DALLA PICCIONAIA: Luciana Elizondo e Balen Lopez De Munain

DALLA PICCIONAIA: Luciana Elizondo e Balen Lopez De Munain

LA FONTANA AI CILIEGI, venerdì 20 MAGGIO 2016.

LUCIANA ELIZONDO & BALEN LOPEZ DE MUNAIN

di Alessandro Nobis

Ci sono più di quattrocento anni tra l’epoca d’oro della viola da gamba e le origini della chitarra classica come la vediamo oggi; pensare di combinare le due sonorità – così diverse nel timbro e nei reciproci repertori – sembra un azzardo bello e buono, ed è quello che decidono di fare due musicisti di origine basca, Luciana Elizondo – argentina ma di “passaporto basco” – ed il compositore e chitarrista di Bilbao Balen Lopez De Munain.

BALEN LUCIANA 03E’ un duo di recente formazione, ma alla Fontana ai Ciliegi – davanti ad un nugolo di appassionati – hanno chiaramente declinato il loro progetto musicale, al quale auguro lunga vita: partire dalle melodie tradizionali per poi inoltrarsi sul percorso delle nuove composizioni con qualche puntata anche sul repertorio appartenente alla terra di provenienza della violista, il Sud America Ispanico.

Così durante il bel concerto conosciamo la figura di Aita Donostia – frate capuccino esiliato in Francia durante il franchismo che trascrisse per pianoforte quindici melodie popolari basche – del quale abbiamo ascoltato “Ama othoi errazu”, “Oinazez” (“L’usignolo” cantato dalla bella voce di Lopez de Munain) e “Txori erresinula”, una canzone di Ariel Ramirez con la bella voce di Luciana Elizondo, “Alfonsina y el mar”, omaggio alla poetessa Alfonsina Storni che si tolse la vita gettandosi nel Mar Del Plata. E poi il repertorio tradizionale, “Bonifacio” e “Arku dantza” e le composizioni del chitarrista come “Vals” e “Laberintoa”.

BALEN LUCIANA 04Musica suggestiva, raffinata ed eterea, quasi suonata “in punta di piedi” che mi immagino ancora più intensa in un’ambientazione diversa, magari in una sala di un antico palazzo o in una antica chiesa. Un repertorio che in parte avevo già apprezzato nei concerti di Lopez De Munain e Joxan Goikoetxea, ma che qui assume sembianze e fascino diversi; merito della duttilità del chitarrista di Bilbao e della preparatissima violista argentina.

Spero di risentirli al più presto suonare assieme.

ROBERTO MENABO’ “A bordo del Conte Biancamano”

ROBERTO MENABO’ “A bordo del Conte Biancamano”

ROBERTO MENABO’

“A bordo del Conte Biancamano”
 – Autoproduzione CD, 1985 ristampa 2016

di Alessandro Nobis

“Chitarra primitiva: genere musicale nato alla fine degli anni Cinquanta da un ex benzinaio americano di Washington che utilizzò lo stile chitarristico dei primi decenni del Novecento – usato allora per accompagnare il canto – per nuove composizioni strumentali legate, ma anche molto distanti da esse, alle tradizioni della musica americana. L’ex benzinaio di nome faceva di John Fahey”. Giusto per chiarire il concetto per i pochi che – pur essendo fans del chitarrista americano – non sapevano della definizione della sua musica. Questo era altrettanto doveroso per dire due parole su questo bel disco che il chitarrista Roberto Menabò registrò e pubblicò nel 1985, un lavoro pensato, eseguito con maestria rifacendosi al “suono” della magica chitarra di Fahey. 878_001Si, “rifacendosi” perché di Fahey Menabò ripropone un solo brano – per la verità suo era solo l’arrangiamento – ovvero “Poor Boy” pare composto da Bukka White – , per il resto sono solo composizioni originali intriganti e suonate alla perfezione, visto che questo stile chitarristico “non perdona”. Ma dopo il conclusivo “Coiffeur Rag” il disco non termina, ma continua con altre 2 tracce registrate nel 1998 che facevano parte di un progetto chiamato “memorie”, vecchie canzoni popolari arrangiate per chitarra, voce e contrabbasso, 3 registrate nel 2006 ed infine l’ultima, “Alba” registrate nel 2015, una narrazione che si svolge tra le trincee sull’Altopiano di Asiago.

Un disco da riscoprire, senz’altro. Nello spirito del grande John Fahey.

http://www.robertomenabo.it

PEO ALFONSI “O Velho Lobo”

PEO ALFONSI “O Velho Lobo”

PEO ALFONSI plays Heitor Villa-Lobos

“O Velho Lobo”
 Abeat CD, 2016

di Alessandro Nobis

HeitorVillaLobos5Se suoni la chitarra classica – ad un qualsiasi livello – non puoi evitare di misurarti con il songbook di Heitor Villa-Lobos. Puoi evitarlo, puoi fare finta di ignorarlo ma alla fine prima o poi la sua musica ti raggiunge, ti prende e non ti lascia più. Villa-Lobos, uno dei più importanti innovatori della musica brasiliana del ‘900, aveva presentato la sua “innovazione” alla “Settimana della musica moderna” al Teatro Municipal di Rio de Janeiro nel 1922 lasciando alla sua scomparsa, nel 1959, una notevole messe di composizioni, tra le quali il chitarrista sardo Peo Alfonsi ha scelto per questa bella incisione i “Cinque Preludi”, datati 1940, i “Dodici Studi” del 1929 e la “Suite Popolare Brasiliana”, composta tra il 1908 ed il 1912. E, al di là della bellezza ed intensità dell’esecuzione di Alfonsi, mi voglio soffermare sulla Suite Brasiliana, quella che a mio parere dà in modo mirabile il senso del lavoro di Villa – Lobos; si tratta di quattro movimenti (Mazurka, Scottisch, Valzer e Gavotta, più un Choro solitario) ognuno dei quali in coda ha appunto un “Choro”, ovvero un “lamento, pianto”, la sintesi a mio modesto avviso della musica popolare brasiliana: nella seconda metà dell’Ottocento i musicisti popolari di Rio iniziarono a suonare un repertorio di danze di origine europea utilizzando ritmi di origine africana e creando quindi la vera essenza, la mescolanza di culture, uno dei tratti caratteristici della cultura musicale brasiliana.

Alfonsi, già nel suo “Passi difficili”, introvabile album d’esordio con Massimo Ferra aveva suonato due brani dedicati a Villa Lobos ed ora, trentacinque anni dopo, ha trovato il tempo – tra Al Di Meola, il duo con Salvatore Maiore, il trio Ammentos e l’omaggio a Pat Metheny – di incidere questa gemma che, ne sono sicuro, farà avvicinare alla musica di Heitor Villa-Lobos molti ascoltatori un po’ distratti……..

Di questo lo voglio ringraziare.

DALLA PICCIONAIA: Franco Morone

DALLA PICCIONAIA: Franco Morone

LA FONTANA AI CILIEGI, sabato 14 MAGGIO 2016.

FRANCO MORONE

di Alessandro Nobis

E’ sempre con grande piacere che assisto ai concerti di Franco Morone; a Verona mancava da tre anni e la sua ultima apparizione nel veronese, se non sbaglio, fu alla vecchia sede de La Fontana, quella di Avesa.

Il chitarrista abruzzese è salito sul palco senza una scaletta ben definita, e così il concerto ha toccato tutti i territori musicali che Morone ha affrontato nella sua carriera. Al di là della sua tecnica diamantina – ricordiamo come sia uno più apprezzati chitarristi in circolazione – ciò che ancora una volta mi ha affascinato è stata la sua capacità di personalizzare e rinfrescare il repertorio, sia quello “proprio” che quello altrui. Ecco quindi quallo “celtico” con “John Barleycorn / The star of the County Down”, “Carolan’s Concerto” e “Inisheer” di Thomas Walsh”, il jazz di “Summertime” e “Mercy Mercy Mercy” di Joe Zawinul (composto nel 1966 quando militava nel gruppo di Cannonball Adderley), il blues di Joseph Spence e di sua composizione (“Miles of Blues” e “Blues when i lost you”) ed i suoi bellissimi brani orginali, tra i quali, oltre ai due già citati, ricordo “The followers of Dulcamara”, “Porta sul mare” dal vago sapore di Fado, o “Sunset Song” fino al brano finale con una direi scoppiettante, anzi travolgente travolgente “Tarantella Abruzzese”.

FullSizeRender 2Musica strumentale di grande spessore, eseguita con l’eleganza e la raffinatezza che dai tempi di “Stranalandia” (correva l’anno 1990) sono la cifra stilistica di questo musicista che, paradossalmente, gode di grande fama e stima quasi più all’estero che in Italia, dove i Festival dedicati alla chitarra sono sempre troppo sparuti al cospetto invece di una serie di strumentisti – anche giovani – che si dedicano con dedizione e passione allo studio di questo strumento.

Ma così vanno cose in questo strano Paese.

IL DIAPASON INTERVISTA BALEN LOPEZ DE MUNAIN

IL DIAPASON INTERVISTA BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il Diapason ha incontrato il chitarrista – compositore di Bilbao Balen Lopez De Munain e gli ha rivolto alcune domande sul suo nuovo progetto con la violista da gamba argentina Luciana Elizondo. Le foto sono di Mario Rota (Luciana Elizondo) e di Giacomo Filipozzi (Balen Lopez).

Venerdi 20 maggio, lei presenterà il suo nuovo progetto che la vede a fianco della violista da gamba Luciana Elizondo. Ce ne anticipa i contenuti?

Suoneremo musica della tradizione basca, brani del mio repertorio e brani scritti da musicisti baschi che appartengono sia alla tradizione che al mondo classico, ed un paio di brani di tradizione ispanica dell’America Latina. E’ un progetto appena nato che ha bisogno sicuramente di tempo per ampliare il repertorio: è un primo passo che spero che col tempo potrà arrichirsi ancor di più.

Luciana Elizondo ha un cognome che tradisce le sue origini basche, anche se è nata in Argentina. Penso faccia parte di una delle numerosissime famiglie che dai Paesi Baschi emigrarono nelle Americhe, ma quale fu il periodo di queste grandi emigrazioni?

10371916_1226482470698450_3801691040756288407_nIn Argentina ci sono moltissimi baschi da tre o più generazioni, con centri culturali dove si insegnano la lingua basca, la cultura, la musica, le danze, la cultura basca in una parola. Luciana Elizondo stessa mi raccontava che aveva insegnato musica nel centro basco di Rosario, la sua città natale. Un suo bisnonno partì dalla Nabarra – credo proprio da Elizondo, un paese molto bello e che si chiama proprio come il suo cognome – per l’Argentina. Parliamo della fine dell’Ottocento, dei primi del Novecento. Partivano sia dai Paesi Baschi francesi che spagnoli, erano generalmente pastori. Allora era un fenomeno molto “normale”, non c’è famiglia nei Paesi Baschi che non abbia parenti in Argentina, tanti tornavano e tanti altri no. Questo anche perché dalle mie parti (Bilbao, n.d.r.) l’eredità paterna andava a un solo figlio, gli altri dovevano crearsi la vita da soli. Ad esempio, è interessante sapere che il fondatore di Buenos Aires fu Juan de Garay, vasco della provincia biscaglina ma questo riguarda piuttosto l’emigrazione coloniale storica, antecedente a quella alla quale accennavo prima. In quella fase i baschi ebbero un ruolo molto importante.

Come l’ha incontrata?

Grazie agli amici del gruppo altamurano Uaragniaun, e in particolare Luigi Bolognese. Due anni fa Luciana e Quito Gato- grandissimo chitarrista argentino – sono stati invitati al Festival “Suoni della Murgia”. Ho avuto l’occasione di vedere qualche video di quella edizione e subito mi ha colpito la sonorità e la sensibilità di entrambi gli artisti.L’ho chiamata e le ho chiesto se poteva essere interessata a fare qualcosa di basco, viste le sue radici. Ci siamo incontrati a Cremona e abbiamo deciso di iniziare a preparare qualcosa.

In comune avete anche una preparazione accademica…………

Si, ma proveniamo da mondi diversi, Luciana lavora nel ambito della musica antica ma con Quito Gato hanno un repertorio basato sulla musica tradizionale dell’America Latina: musica arrangiata molto bene, con un piede nella tradizione e un altro altrove, come piace a me.

A proposito di questo, seguendo i suoi progetti è evidente che lei è molto legato alle proprie radici culturali, ma è altrettanto evidente la sua ricerca di un suono acustico, direi quasi “da camera”. Credo questo sia il tratto nettamente distintivo della sua musica.

Mi piace suonare con gente molto diversa da me, credo sia il modo migliore per imparare e per mettersi sempre alla prova e cercare nuovi stimoli. Per esempio, ho suonato con jazzisti e io non sono un jazzista, con musicisti che appartengono al mondo tradizionale e io non mi ritengo un musicista tradizionale.

Con Luciana Elizondo avete debuttato qualche settimana fa nella bergamasca, e domani sarete a Verona. Possiamo pensare che questo progetto possa continuare nel prossimo futuro?

Mi auguro di si, ma tante volte non dipende solo da noi, viviamo tempi molto strani.

Qual’è il ruolo della viola da gamba sia in fase di ideazione che di esecuzione della musica in questo progetto?

La viola ha un ruolo molto importante. Per me è interessante conoscere le possibilità timbriche e sonore di un strumento così bello come la viola da gamba.

E’ da parecchio che non pubblica un lavoro nuovo. Pensa che questo progetto possa portarvi in sala di registrazione?

Presto per dirlo. Potrebbe essere. Mi piace fare le cose con calma e convinzione. Prima voglio divertirmi e vedere cosa riesco a fare. I dischi servono quando hai un’attività concertistica notevole, non è il mio caso adesso. I dischi poi si vendono ai concerti, altrimenti rimangono in cantina a prendere muffa.

BILL EVANS “Some Other Time”

BILL EVANS “Some Other Time”

BILL EVANS

“Some other Time: The Lost Sesson from the Black Forest”
 – Resonance 2CD, 2LP 2016

di Alessandro Nobis

“Record Day Store” o no, sia benedetto questo doppio LP che ci regala due ore di paradisiaco jazz – per di più inedite – del trio di Bill Evans targato 1968, ovvero quello con l’allora ventiseienne Jack DeJohnette (che da lì a qualche mese entrò a far parte del gruppo di Miles Davis) e il contrabbassista ventiquattrenne Eddie Gomez.

Sul pianismo di Bill Evans e sulla sua influenza su pianisti e chitarristi sono stati scritti fiumi d’inchiostro dai più autorevoli critici specializzati, certo è che la sua figura è senz’ombra di dubbio fondamentale anche per i suoi lavori solo, in duo (con Jim Hall) ed in trio (uno su tutti, quello con Paul Motion e Scott LaFaro).6a00e008dca1f088340163066ca3cd970d-500wi

Questa session – registrata il 20 giugno del 1968 – è rimasta inedita misteriosamente fino ad oggi, è l’unica in studio e risale a cinque giorni dopo la registrazione pubblicata dalla Verve dell’esibizione al Festival di Montreal, in Svizzera: naturalmente parliamo di jazz sublime, che scorre con una fluidità, un senso dell’estetica e del lirismo che la musica afroamericana – ma allargherei il discorso alla musica del Novecento in toto – ha raramente raggiunto. Queste sessions avrebbero dovuto in realtà produrre un LP – era d’accordo anche Helen Keane, manager del pianista americano – ma poi non se ne fece nulla ed i nastri finirono ahinoi in qualche magazzino fino a quando vennero rispolverati e pubblicati, dopo quasi cinquanta anni: il disco 1 include anche brani in duo (ad esempio “These Foolish Things” e “I Remember April”), l’altro il disco come avrebbe dovuto essere pubblicato.

Due ore di Paradiso. Non artificiale.

CARA “Yet we sing”

CARA “Yet we sing”

CARA

“Yet we sing”
 – ROUGH TRADE CD, 2016

di Alessandro Nobis

Una volta trascorsi gli anni gloriosi dei grandi musicisti di folk revival di matrice scoto irlandese molti dei quali ancora fortunatamente in attività, la sfida per i nuovi ensemble è quella di far tesoro dei loro insegnamenti e di scrivere nuove canzoni su tematiche attuali e nuove aria di danza. Questo quinto album dell’ensemble “Cara” prodotto dalla prestigiosa etichetta Rough Trade prosegue su questo sentiero, tra brani tradizionali e brani di nuova composizione.
E, a proposito dei primi ed a conferma di quanto detto in apertura, ecco due imagebelle e raffinate versioni dei super standard “Little Musgrave” (in America conosciuta come “Matty Groves”) e di “The Elfin Knight” con il pianoforte che accompagna i testi narrativi, e tra gli originali – sempre nel solco della tradizione – segnalo il brano di apertura “A leaf for a sail” di Kim Edgar ed “Anchor in the Sky” scritta dalla band.

Musica celtica ben suonata, un bel suono d’insieme quasi cameristico per questo quintetto: Kim Edgar alla voce e pianoforte, Hendrik Morgenbrod alla cornamusa irlandese, fiati e voce, Gudrun Walther al violino, voce, organetto diatonico e viola, Jurgen Treyz ai plettri e Rolf Wagels al bodhran.

Viene proprio voglia di assistere ad un loro concerto, magari quest’estate. Chissà.

JORDI SAVALL, MONTSERRAT FIGUERAS “Battaglie e lamenti”

JORDI SAVALL, MONTSERRAT FIGUERAS “Battaglie e lamenti”

MONTSERRAT FIGUERAS – HESPERION XX – JORDI SAVALL

“Battaglie e lamenti”
 ARCHIV PRODUKTION CD, 1982 – 2016

di Alessandro Nobis

Registrato nel 1981 in quel di Berlino, è stato pubblicato solo di recente quella che credo sia l’unica registrazione effettuata da Jordi Savall per la storica etichetta Archiv Produktion. Per la precisione però, Savall pubblicò per la sua Alia Vox nel 2000 un altro CD dallo stesso titolo, nel quale erano inclusi solamente due brani contenuti nel disco Archiv (gli autori erano Barbara Strozzi e Iacopo Peri).

Oltre a Savall naturalmente parteciparono a questa sessione di 35 anni fa l’Ensemble Hesperion XX (con tra gli altri il clavicembalista Ton Koopman) e la soprano Montserrat Figueras.

Il repertorio, tutto composto da vari autori tra il 16° ed il 17° secolo, è così particolare, così diverso dalla più conosciuta musica barocca da avermi lasciato letteralmente a bocca aperta per la sua originalità e bellezza. “Battaglie”, “Lamenti” e “Canzoni in echo” sono le tre tipologie presenti eseguite con la solita, si fa per dire, maestria, perizia ed intensità interpretativa da questo gruppo di musicisti che a tutt’oggi sono quanto di meglio sia possibile ascoltare nell’ambito del repertorio barocco e pre barocco.SAVALL

Le più sorprendenti, almeno per noi neofiti, sono le “Canzoni in Echo”: di origine è veneziana erano la geniale alternanza di parti musicali e cantate che prese il nome di “Cori Spezzati”. La loro naturale evoluzione furono appunto le “Canzoni in Echo”, nella quali – in poche parole – una parte dei musicisti esegue un frammento del brano ed immediatamente dopo altri musicisti ripetono le ultime battute in una sorta di effetto eco. I “Lamenti” – qui sono presenti quello composto da Jacopo Peri (“Lamento di Jole”) e da Barbara Strozzi (“Sul Rodano severo”) – rappresentano invece le più intime emozioni dell’animo umano, e l’esecuzione di Monserrat Figueras, Ton Koopman, basso continuo e tiorba ci restituisce perfettamente l’atmosfera e le idee che erano alla base di questo tipo di composizione.

Infine le “Battaglie”, composizioni direi descrittive nelle quali la partitura riproduce suoni di fanfare militari, urla guerresche, incrociare di spade attraverso l’uso di ritmi martellanti, ripetizione frequente delle stesse note e delle parti cantate; tra queste sottolineo “Aria della battaglia a 8” di Annibale Padovano che apre questo esemplare disco.