Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il DIAPASON incontra BALEN LOPEZ DE MUNAIN

BALEN LOPEZ DE MUNAIN “25 pieza gitarrarako”

EDIZIONI AZTARNA. Volume 21 x 29,7 cm. Pagg. 167, 2018

di Alessandro Nobis

Chitarrista e compositore basco nativo di Bilbao, residente in Italia da molti anni ma con il cuore sempre là, ai piedi dei Pirenei ed in riva al Golfo di Biscaglia, con questa raccolta di composizioni per chitarra pubblicata da pochissimi giorni, Balen Lopez de Munain esordisce nel mondo dell’editoria musicale a ben tredici anni dalla pubblicazione del suo ultimo lavoro discografico “Lotuneak” ristampato qualche anno seguente sempre dall’etichetta basca Aztarna.

Sappiamo che la cultura basca è stata “ostacolata”, per usare un eufemismo, per decenni dal regime fascista del Generale Franco e quindi abbia dovuto in qualche modo essere ricomposta, ricostruita, quasi resuscitata negli anni successivi al franchismo anche se nella memoria e nel cuore delle generazioni più vecchie l’amore per la propria lingua e cultura non si è mai realmente sopito. Questo volume nella sua impostazione rispecchia il progetto che il suo autore ha con pazienza, caparbietà e soprattutto capacità ha portato avanti nel tempo, ovvero la riscoperta della tradizione musicale basca sia attraverso un’interpretazione moderna ed al tempo stesso rispettosa dei repertori tradizionali ma che attraverso la scrittura di nuovi brani.

Il volume, come si evince dal titolo è dedicato ai chitarristi, contiene 25 melodie ed è arricchito da brevi annotazioni di ogni singolo brano e da una serie di splendide fotografie.

Considerata l’importanza di questa pubblicazione, ho incontrato Balen Lopez de Munain per approfondire e conoscere altri aspetti di questo suo prezioso lavoro.

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Il volume è acquistabile qui: http://www.aztarna.com

– Signor Lopez de Munain, grazie per la sua disponibilità innanzitutto. Vorrei, diciamo così, partire da lontano e chiederle quale diffusione della musica e più in generale della cultura basca c’è stata dopo l’oscurantismo franchista?

Voglio ricordare innanzitutto che, alla fine dell’Ottocento e quindi molto prima della guerra civile spagnola, nacque attorno alla cittadina basca francese di Donibane Lohitzun/Saint Jean de Luz un gruppo di intellettuali – nell’occasione delle “grandes fetes internationales du Pays Basque” organizzate dal sindaco e di Antoine D’Abbadie – che crearono lo stemma Zazpiak Bat (sette in uno), per rappresentare i territori storici baschi, quattro sotto l’amministrazione spagnola e tre in quella francese. Si voleva così promuovere la cultura basca in tutte le sue forme e stabilire ponti tra i due versanti dei Pirenei tra baschi “spagnoli e francesi”: lo stemma simbolizza le sette province, la Navarra è considerata come una provincia unica –  anche se dai tempi dell’invasione castigliana (1512) una parte rimase sotto la Francia e per questo motivo ci sono soltanto sei stemmi.

Dopo la morte di Franco il regime da lui istaurato ha cercato disperatamente di rimanere attaccato al potere e non possiamo dimenticare che gli anni che vanno dal 1975 al 1978 sono stati, per noi baschi non allineati alle posizioni governative, molto bui e drammatici dal punto di vista politico.

Il movimento culturale basco non si è mai addormentato nemmeno negli anni della dittatura, naturalmente c’era la censura e tante proibizioni, e gli artisti dovevano far di tutto se non volevano finire sotto le grinfie del regime. Parlo di quelli che scelsero di rimanere perché tanti artisti e letterati furono in sostanza obbligati ad andare all’estero per la mancanza di libertà.

Dopo il 1979 la società basca si riscattò e vennero create alcune istituzioni autonome: “lo statuto di Gernika” concesse l’autonomia a tre provincie da una parte, quella conosciuta come Euskadi o Comunità basca ed alla Navarra come soggetto separato dalle altre tre. Ovviamente le provincie che si trovano in Francia rimasero fuori da questi organi di potere amministrativo facendo parte del dipartimento dei Pirenei atlantici della regione ancora più estesa della nuova Aquitania.

“Dividi e vincerai”, la scelta di lasciar fuori la Navarra dai Paesi Baschi fu stata chiaramente politica, voluta da una parte forte della destra spagnolista navarra e dal governo centrale di allora.

Ma, lasciando la politica da una parte, voglio dire che sono stati molto significativi gli anni ‘70 e ‘80 per la nascita di un movimento soprattutto letterario che ha dato prestigio alla lingua: grandi scrittori come Bernardo Atxaga o Joseba Sarrionandia di statura internazionale furono per prima volta tradotti dal euskara/basco al castigliano o altre lingue come l’italiano, l’inglese ed il francese.

Ma ancora prima, nell’anno 1968 Euskaltzaindia – L’Accademia della lingua basca – approvò la creazione di un dialetto letterario” batua” (unito, unificato) per unificare la lingua scritta e per poter aiutare l’unione culturale tra i basco parlanti, visto che fino allora ognuno scriveva nel proprio dialetto.

Ti racconterò un episodio che sicuramente tanti lettori non conosceranno: il compositore Maurice Ravel, uno dei più significativi del secolo scorso, nacque proprio nelle vicinanze di questo paese in un piccolo porto di pescatori di nome Ziburu / Ciboure (in francese) vicinissimo a Donibane Lohitzun/ Saint Jean de Luz, e quando aveva pochi mesi i suoi genitori si trasferiscono con lui a Parigi. Bene, questo non impedì che a casa sua si parlassero due lingue, il basco da parte della mamma e il francese da parte del padre. Le estati le passava spesso in questo paesino basco dove era nato – sono numerose le pagine musicali scritte in questo luogo – e proprio lì ebbe l’opportunità  di conoscere da vicino questo clima e fervore culturale di “Zazpiak bat“ e di avvicinare tanti artisti baschi provenienti della parte spagnola. Dicono che Ravel parlasse un basco con un fortissimo accento parigino ma che non dimenticò mai la lingua materna vantandosi inoltre delle sue origini; conosceva la musica e le danze tradizionali basche e le vecchie melodie che dicono gli cantasse la mamma – lo racconta lui nelle sue lettere – sin dall’infanzia.  Di quegli anni è, prima della “Grande Guerra”, la sua rapsodia per pianoforte “Zazpiak Bat” purtroppo mai completata, anche se tanti spunti di quella partitura furono in seguito utilizzate da Ravel nel suo meraviglioso concerto per pianoforte in Sol Maggiore. Sono molti gli esempi della influenza basca nella sua musica, ad esempio il nel Trio in La per pianoforte, violino e violoncello dove è chiara la sua conoscenza ritmica e melodica della musica basca.

Se questo fosse accaduto in Spagna una quarantina di anni fa dobbiamo pensare che Maurice Ravel sarebbe stato considerato da una parte della società, a noi ben nota, come un sovversivo indipendentista  basco!?.

– Quanto materiale storico, audio, archivistico, video si trova negli archivi pubblici e privati e nelle biblioteche dei Paesi Baschi e al di fuori di essi, visto che il popolo basco per decenni è stato un popolo di migranti?

Nell’anno 1974 nasce Eresbil – Archivio Basco della Musica -: ecco, il valore del lavoro fatto da queste persone è immenso, proprio perché come hai detto tu il materiale che si trova all’estero è molto importante ed abbondante ed in gran parte ancora da conoscere e recuperare. Argentina, Messico, Venezuela, Stati Uniti per citarne qualcuno sono stati e sono sedi di comunità basche da secoli. Eresbil ha fatto un lavoro di raccolta, di classificazione del materiale e della sua digitalizzazione, recuperando i manoscritti originali sia nel campo della musica scritta che registrata e video ma la cosa più importante è che oggi tutto questo materiale è a disposizione dell’utente (https://es.wikipedia.org/wiki/ERESBIL-Archivo_Vasco_de_la_Música).

– Per ciò che riguarda nello specifico la musica scritta, sono molte le pubblicazioni che in qualche modo possono essere assimilate a questa sua?

Il problema è la molta dispersione e la mancanza di conoscenza di quello che si è fatto in passato. Ai miei tempi era ancora peggio, la musica basca per chitarra era una perfetta sconosciuta. In seguito abbiamo saputo che c’erano stati dei compositori come Francisco Madina (1907-1972), esiliato prima in Argentina e dopo negli Stati Uniti, che aveva dedicato una parte importante della sua produzione musicale alla chitarra, scrivendo concerti, quartetti, soli per questo strumento e dedicati in gran parte alla conosciutissima famiglia Romero.

– Il volume presenta 25 brani molti dei quali interpretati nei suoi concerti sia solistici che con altri musicisti: fissarli sul pentagramma, come ha scritto nell’introduzione, è stato un momento importante, un modo di fissare su carta una melodia che poi ogni musicista potrà eseguire rispettandola oppure arrangiandola a piacere, una prassi esecutiva che lei ha seguito al contrario. Mi spiego, il suo percorso è stato quello di riportare all’essenzialità musica di più ampio respiro. E’ esatto questo mio pensiero?

Forse merita una piccola spiegazione quella mia frase che riguarda il giocare con le musiche e strutture, sto parlando delle musiche più articolate e di composizione originale; a me è venuto così ma a un altro musicista può piacere un’altra forma, ma non cambia l’essenza del discorso musicale ma cambia il modo di esecuzione che deve o può essere una cosa molto personale. Nell jazz questo è molto più chiaro, nessuno vuole riprodurre con esattezza un determinato standard. Si studia sì, ma per interpretarlo in modo personale.

– Il repertorio è piuttosto eterogeneo nelle sue tipologie: a chi si rivolge questo volume, solamente ai chitarristi molto esperti? Quali sono le difficoltà nell’esecuzione degli spartiti?

Sicuramente non è un repertorio per principianti ma piuttosto è rivolto a tutti i curiosi che vogliano e abbiano appunto la curiosità verso soluzioni diverse, armonizzazioni differenti di temi anche molto noti per noi baschi. La parte più personale può interessare anche a un pubblico che ama le musiche di confine con un occhio che guarda anche verso il jazz più moderno ed influenzato dalle culture tradizionali. Ti confesso che ho avuto grandi soddisfazione con la mia musica soprattutto da musicisti provenienti dal mondo del jazz.

– A pagina 4 c’è la riproduzione di un manoscritto, credo medioevale: cosa ci racconta?

L’inserimento di quella immagine – medioevale – è stata un’idea dell’editore che subito ho abbracciato. Si trova associata all’aforisma (prima citazione del libro) attribuito a Bernardo de Chartres che si trova nel libro Metalogicon di Giovanni di Salisbury (1120-1180), suo discepolo. Orione, il gigante cieco che aiutato dal piccolo Celadon si dirige verso est, per essere graziato da Eos, dea dell’aurora che gli ridiede la vista. Mi interessava mettere in evidenza l’importanza e il merito dei lavori sia artistici o di qualsiasi tipo realizzati dai nostri predecessori perché appunto grazie a loro noi non partiamo da zero ma abbiamo la possibilitàdi conoscere e usufruire della loro conoscenza. La metafora ha un forte messaggio ed è ancora attuale.

– L’editore ha inserito delle bellissime foto in bianco e nero. Chi è il fotografo?

Il fotografo si chiama Juantxo Egana, noto e apprezzato professionista basco che ha lavorato e pubblicato numerosi libri particolarmente nel campo della  fotografia tecnica, cataloghi per musei, mostre personali, libri di gastronomia ed ha una delle raccolte più importanti sul bertsolarismo,una forma di canzone improvvisata, in rima e in metrica. Ha curato anche le foto di copertina nell’ultimo disco dell’ensemble Alboka e come dicevo è molto apprezzato come ritrattista.

– L’interessante tesi di laurea con la quale ha concluso il biennio al Conservatorio Dall’Abaco di Verona aveva come tema “Le origini del repertorio chitarristico basco”. Pensa in futuro di ampliare questo suo lavoro e di pubblicare un saggio che senz’altro potrebbe interessare un pubblico più ampio?

Chissà, sicuramente è un’idea interessante, il mio era stato un lavoro di divulgazione concepito per illustrare anche un concerto finale per un pubblico che non conosceva la musica  basca, mi interessava inserirla in un contesto socio-politico-culturale per arrivare appunto a una maggiore comprensione e che fosse di aiuto a capire le sue criticità. Dei baschi si è parlato tanto verso la fine del secolo scorso ma sempre in modo settarista, siamo un popolo orgoglioso, abbiamo una cultura, una lingua antica e una grande curiosità.

– Quale distribuzione avrà il volume, considerato che le annotazioni sono riportate nelle lingue basca, inglese, castigliano ed italiano? Dove di potrà acquistare?

La distribuzione sarà a carico di Elkar (elkar.eus) che sicuramente è la distributrice piu importante nei Paesi Baschi, e ovviamente si potrà acquistare on line. Nel sito aztarna.com si potrà vedere tramite un link il modo di acquistarlo:( http://www.aztarna.com/balen25.htm). Tra l’altro, proprio nelle scorse settimane si è tenuta a Durango, vicino a Bilbao, Durangoko azoka – la fiera del libro e del disco basco, la 53° edizione. Il mio libro era presente e spero questo possa aiutare la sua diffusione e farlo conoscere al più grande numero di persone.  Tutto quello che potrà venire dopo sarà il benvenuto. I testi sono stati pubblicati in quattro lingue per una precisa scelta editoriale, per aumentare la diffusione della cultura musicale basca. Forse fa sorridere, ma purtroppo questa lingua non viene parlato da tutte le persone basche e quindi è sempre necessario aggiungere lo spagnolo o il francese.

– Quindi il basco Lei non lo imparato dai suoi genitori.

Ti ricordo che ho 60 anni, quasi, e quindi io ho frequentato le scuole sotto il regime franchista e ho iniziato a studiare il basco molto intensamente a partire dai venti anni. In quel periodo nelle città – adesso fortunatamente la situazione è cambiata – la gente smetteva di parlare la lingua per vergogna, paura e anche perché c’era il rischio di essere considerato un potenziale oppositore; questo è un problema più vecchio del franchismo dovuto anche all’egemonia del potere centrale castigliano, e per questo i miei genitori non parlavano in basco mentre i nonni sì, quello che ci tengo a dire è che la lingua basca e quindi l’identità del popolo sono state sempre messe al bando dalle istituzioni. Nei paesi più piccoli e nelle campagne la gente manteneva invece la lingua in modo più naturale, forse si sentiva più sicura nonostante le proibizioni. Ecco perchè una grandissima parte della società basca non conosce la lingua. Ma qualcosa sta cambiando, posso dirti che il 75 % delle giovani generazioni la conosce e la parla, e questo è un fatto molto positivo per tutta la cultura basca.

 

 

 

ALBOKA “Lurria Ur Haize”

ALBOKA “Lurria Ur Haize”

ALBOKA “Lurria Ur Haize”

AZTARNA RECORDS, 2017

di Alessandro Nobis

Di tutto possiamo dire dei baschi Alboka tranne che siano un gruppo prolifico dal punto di vista discografico: fondati nel 1994, hanno sfornato, con questo “Lurra Ur Haize”, cinque lavori (“Alboka” nel 1994, “Bi Beso Lur” nel 1998, “Lorius” nel 2001 e “Lau Anaiak” nel 2004). D’altro canto possiamo altrettanto dire che quando Alan Griffin e Joxan Goikoetxea decidono che sia venuto il momento di registrare come gruppo lasciando da parte – o vivendo in modo parallelo – i loro impegni, essi siano insegnamento, progetti solistici, collaborazioni con altri musicisti, lo fanno nel migliore dei modi producendo musica di grande qualità nel solco della tradizione “Alboka” ovvero andando a pescare nella ricca tradizione basca e scrivendo nuova musica. Alboka_LurraUrHaize_BajaAnche questo nuovo lavoro segue questa linea, forse ancor più dei precedenti visto che sulla base di un quartetto base (con i due ci sono anche due amici di vecchia data, i bravissimi Juanjo Otxandorena al bozouki e Xabi San Sebastian al canto) un congruo numero di ospiti contribuisce ad arricchire il suono delle varie tracce. “Beira finezko danborra” ha l’incedere di un canto rinascimentale, “Ezkutari” composta da Goikoetxea sembra l’incontro tra l’Andalusia ed Euskadi grazie alla chitarra di David Escudero ed alle percussioni di Oscar de la O, “Txipititxonian” è un tema da danza condotta dalle sempre efficace fisarmonica di Goikoetxea con i cammei di Silvio e Nanni Teot degli Uaragniuan, “Agustina Antonia” un canto narrativo con l’intro della fisarmonica e la splendida interpretazione vocale di Xabi San Sebastian. Insomma, una altro gran bel lavoro che conferma il grande valore del progetto Alboka, uno dei gruppi simbolo della rivalorizzazione del patrimonio basco assieme a Xarnege e Aintzina.

Peccato che tutte le note a corollario del Cd siano in Lingua Basca ……………….. magari almeno in castigliano se non in inglese si potevano inserire. Vabbè, peccato veniale. Fu solo pigrizia?

http://www.aztarna.com

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ALIA VOX CD, 2017

di Alessandro Nobis

Con questo suo lavoro per la prestigiosa Alia Vox (il primo era stato “Euskel Antiqua” dedicato completamente alle musiche della sua terra), il chitarrista basco Enrike Solinis, con l’ensemble da lui diretto, la combina davvero grossa: progetta di mettere fianco a fianco musiche scritte a duecento anni di distanza omogeneizzandone i suoni attraverso arrangiamenti e suoni del periodo barocco. Progetta e centra il bersaglio.

Domenico Scarlatti (1685 – 1757) vicino a Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez, 1939), a Francisco Tarrega (“Capriche Arabe” eseguito mirabilmente in solo da Enrike Solinis) e soprattutto a Manuel De Falla (quadri dal balletto “El amor Brujo”, composto nel 1915 per la danzatrice Pastora Imperia) e la musica tradizionale castigliano (il brano che apre il CD “Taranta de la Siega”).

Il programma – quattordici tracce – è stato concepito come un equilibrato mosaico dove i brani di diversa provenienza, temporale e geografica, si alternano incastrandosi alla perfezione come tessere che viste da vicino – forse – potranno suscitare qualche perplessità ai puristi ed agli ortodossi ma che viste nel loro insieme, con una visione dall’alto, costituiscono un lavoro dal valore assoluto abbattendo muri e preconcetti e regalando a noi ascoltatori una visione “barocca” a tratti orientaleggiante di uno straordinario repertorio, al quale già due personaggi come Miles Davis e Gil Evans avevano cucito un vestito dai sapori diversi ma indimenticabili (“Concierto de Aranjuez” di Rodrigo in “Sketches of Spain”, 1959).

La straordinaria voce di Marìa Josè Pérez ed il suono dell’Euskal Barrokensemble – che si avvia per scelta di repertori e brillantezza dell’esecuzione a diventare uno dei gruppi leader al massimo livello – meritano sicuramente tutta l’attenzione degli appassionati non solo della musica barocca, alzando – come si dice – l’asticella di un bel po’. Per me, anche se siamo a metà giugno, uno delle più belle creature di questo 017.

MASSIMO MORGANTI “ArrangiaMenti”

MASSIMO MORGANTI  “ArrangiaMenti”

MASSIMO MORGANTI  “ArrangiaMenti”

NOTAMI JAZZ RECORDS, CD 2017

di Alessandro NobisMASSIMO MORGANTI

Allora. Ho ascoltato “Mi(s)tango”, il primo brano di questo “ArrangiaMenti” e poi l’ho riascoltato e riascoltato e ho pensato, tra me e me (domanda che suona vagamente retorica): “Ma come è possibile che una cantante dalla tecnica diamantina e dalla straordinarie duttilità e comunicatività come Diana Torto non sia se non venerata ma almeno invitata dai maggiori festival jazz e dalle più prestigiose quanto sedicenti etichette “specializzate” internazionali?”. Insomma questo brano, scritto dalla Torto, è un brano che come qualcuno dice “spacca”, e la scelta di porlo all’inizio di questo ottimo lavoro del trombonista ed arrangiatore marchigiano Massimo Morganti è stata senza dubbio azzeccata, ti fa venir l’irrefrenabile desiderio di ascoltarlo da cima a fondo, senza perdersi una nota, dico una.

L’orchestra diretta da Morganti è composta da venticinque elementi, ai quali vanno aggiunti illustri ospiti: Diana Torto, il pianista William Cunliffe, il bassista Martin Wind, il batterista Jo La Barbera ed infine il sassofonista Scott Robinson, tutti autori di pregevolissimi “soli” nei dieci brani che costituiscono questo ribadisco ottimo “ArrangiaMenti”. Il repertorio, nonostante la presenza di brani alloctoni all’idioma musicale afroamericano, è reso omogeneo ed affascinante grazie agli arrangiamenti ed all’equilibrio del suono, una grande orchestra di archi, ance ed ottoni che interpreta oltre a scritture classiche del jazz come quelle di George Shearing, di Ira & George Gershwin e di Carl Fisher, brani che non ti aspetti da un’orchestra jazz come “I wish you love” di Charles Trenet e soprattutto “Lorea” (testo di Jean B. Larralde cantato in basco, scommessa vinta vista la difficoltà della lingua e con una bella parte di pianoforte) ed “Epitafio” (testo di Fernando Pessoa, con l’apertura del contrabbasso, un solo di Scott Robinson e la voce di Diana Torto – recitativo in italiano e canto in portoghese, e qui mi rifaccio a quanto detto rispetto alla sua duttilità), scritti dal compositore e chitarrista basco Balen Lopez De Munain, brani appartenenti al repertorio che presenta solitamente con la violista Luciana Elizondo.

Grande plauso al lavoro di Morganti, un lavoro che fa onore al jazz ed un altro segnale di come, nonostante tutto quello che “non succede”, il nostro panorama sia ben vivo e ricco di talenti. Si tratta “solo” di valorizzarlo come merita.

 

http://www.massimomorganti.com

http://www.edizioninotami.it

 

 

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: Luciana Elizondo e Balen Lopez De Munain

DALLA PICCIONAIA: Luciana Elizondo e Balen Lopez De Munain

LA FONTANA AI CILIEGI, venerdì 20 MAGGIO 2016.

LUCIANA ELIZONDO & BALEN LOPEZ DE MUNAIN

di Alessandro Nobis

Ci sono più di quattrocento anni tra l’epoca d’oro della viola da gamba e le origini della chitarra classica come la vediamo oggi; pensare di combinare le due sonorità – così diverse nel timbro e nei reciproci repertori – sembra un azzardo bello e buono, ed è quello che decidono di fare due musicisti di origine basca, Luciana Elizondo – argentina ma di “passaporto basco” – ed il compositore e chitarrista di Bilbao Balen Lopez De Munain.

BALEN LUCIANA 03E’ un duo di recente formazione, ma alla Fontana ai Ciliegi – davanti ad un nugolo di appassionati – hanno chiaramente declinato il loro progetto musicale, al quale auguro lunga vita: partire dalle melodie tradizionali per poi inoltrarsi sul percorso delle nuove composizioni con qualche puntata anche sul repertorio appartenente alla terra di provenienza della violista, il Sud America Ispanico.

Così durante il bel concerto conosciamo la figura di Aita Donostia – frate capuccino esiliato in Francia durante il franchismo che trascrisse per pianoforte quindici melodie popolari basche – del quale abbiamo ascoltato “Ama othoi errazu”, “Oinazez” (“L’usignolo” cantato dalla bella voce di Lopez de Munain) e “Txori erresinula”, una canzone di Ariel Ramirez con la bella voce di Luciana Elizondo, “Alfonsina y el mar”, omaggio alla poetessa Alfonsina Storni che si tolse la vita gettandosi nel Mar Del Plata. E poi il repertorio tradizionale, “Bonifacio” e “Arku dantza” e le composizioni del chitarrista come “Vals” e “Laberintoa”.

BALEN LUCIANA 04Musica suggestiva, raffinata ed eterea, quasi suonata “in punta di piedi” che mi immagino ancora più intensa in un’ambientazione diversa, magari in una sala di un antico palazzo o in una antica chiesa. Un repertorio che in parte avevo già apprezzato nei concerti di Lopez De Munain e Joxan Goikoetxea, ma che qui assume sembianze e fascino diversi; merito della duttilità del chitarrista di Bilbao e della preparatissima violista argentina.

Spero di risentirli al più presto suonare assieme.

IL DIAPASON INTERVISTA BALEN LOPEZ DE MUNAIN

IL DIAPASON INTERVISTA BALEN LOPEZ DE MUNAIN

Il Diapason ha incontrato il chitarrista – compositore di Bilbao Balen Lopez De Munain e gli ha rivolto alcune domande sul suo nuovo progetto con la violista da gamba argentina Luciana Elizondo. Le foto sono di Mario Rota (Luciana Elizondo) e di Giacomo Filipozzi (Balen Lopez).

Venerdi 20 maggio, lei presenterà il suo nuovo progetto che la vede a fianco della violista da gamba Luciana Elizondo. Ce ne anticipa i contenuti?

Suoneremo musica della tradizione basca, brani del mio repertorio e brani scritti da musicisti baschi che appartengono sia alla tradizione che al mondo classico, ed un paio di brani di tradizione ispanica dell’America Latina. E’ un progetto appena nato che ha bisogno sicuramente di tempo per ampliare il repertorio: è un primo passo che spero che col tempo potrà arrichirsi ancor di più.

Luciana Elizondo ha un cognome che tradisce le sue origini basche, anche se è nata in Argentina. Penso faccia parte di una delle numerosissime famiglie che dai Paesi Baschi emigrarono nelle Americhe, ma quale fu il periodo di queste grandi emigrazioni?

10371916_1226482470698450_3801691040756288407_nIn Argentina ci sono moltissimi baschi da tre o più generazioni, con centri culturali dove si insegnano la lingua basca, la cultura, la musica, le danze, la cultura basca in una parola. Luciana Elizondo stessa mi raccontava che aveva insegnato musica nel centro basco di Rosario, la sua città natale. Un suo bisnonno partì dalla Nabarra – credo proprio da Elizondo, un paese molto bello e che si chiama proprio come il suo cognome – per l’Argentina. Parliamo della fine dell’Ottocento, dei primi del Novecento. Partivano sia dai Paesi Baschi francesi che spagnoli, erano generalmente pastori. Allora era un fenomeno molto “normale”, non c’è famiglia nei Paesi Baschi che non abbia parenti in Argentina, tanti tornavano e tanti altri no. Questo anche perché dalle mie parti (Bilbao, n.d.r.) l’eredità paterna andava a un solo figlio, gli altri dovevano crearsi la vita da soli. Ad esempio, è interessante sapere che il fondatore di Buenos Aires fu Juan de Garay, vasco della provincia biscaglina ma questo riguarda piuttosto l’emigrazione coloniale storica, antecedente a quella alla quale accennavo prima. In quella fase i baschi ebbero un ruolo molto importante.

Come l’ha incontrata?

Grazie agli amici del gruppo altamurano Uaragniaun, e in particolare Luigi Bolognese. Due anni fa Luciana e Quito Gato- grandissimo chitarrista argentino – sono stati invitati al Festival “Suoni della Murgia”. Ho avuto l’occasione di vedere qualche video di quella edizione e subito mi ha colpito la sonorità e la sensibilità di entrambi gli artisti.L’ho chiamata e le ho chiesto se poteva essere interessata a fare qualcosa di basco, viste le sue radici. Ci siamo incontrati a Cremona e abbiamo deciso di iniziare a preparare qualcosa.

In comune avete anche una preparazione accademica…………

Si, ma proveniamo da mondi diversi, Luciana lavora nel ambito della musica antica ma con Quito Gato hanno un repertorio basato sulla musica tradizionale dell’America Latina: musica arrangiata molto bene, con un piede nella tradizione e un altro altrove, come piace a me.

A proposito di questo, seguendo i suoi progetti è evidente che lei è molto legato alle proprie radici culturali, ma è altrettanto evidente la sua ricerca di un suono acustico, direi quasi “da camera”. Credo questo sia il tratto nettamente distintivo della sua musica.

Mi piace suonare con gente molto diversa da me, credo sia il modo migliore per imparare e per mettersi sempre alla prova e cercare nuovi stimoli. Per esempio, ho suonato con jazzisti e io non sono un jazzista, con musicisti che appartengono al mondo tradizionale e io non mi ritengo un musicista tradizionale.

Con Luciana Elizondo avete debuttato qualche settimana fa nella bergamasca, e domani sarete a Verona. Possiamo pensare che questo progetto possa continuare nel prossimo futuro?

Mi auguro di si, ma tante volte non dipende solo da noi, viviamo tempi molto strani.

Qual’è il ruolo della viola da gamba sia in fase di ideazione che di esecuzione della musica in questo progetto?

La viola ha un ruolo molto importante. Per me è interessante conoscere le possibilità timbriche e sonore di un strumento così bello come la viola da gamba.

E’ da parecchio che non pubblica un lavoro nuovo. Pensa che questo progetto possa portarvi in sala di registrazione?

Presto per dirlo. Potrebbe essere. Mi piace fare le cose con calma e convinzione. Prima voglio divertirmi e vedere cosa riesco a fare. I dischi servono quando hai un’attività concertistica notevole, non è il mio caso adesso. I dischi poi si vendono ai concerti, altrimenti rimangono in cantina a prendere muffa.

DALLA PICCIONAIA: Balen & Xabier Lopez De Munain

DALLA PICCIONAIA: Balen & Xabier Lopez De Munain

RADIO POPOLARE VERONA, Sabato 21 febbraio 2016

di Alessandro Nobis

La prima serata di IL DIAPASON LIVE!, che sì è tenuta sabato 21 febbraio, ha visto come protagonista la viola da braccio, nelle mani prima di Xabier Lopez De Munain e poi di Roberta Stanco. Due storie musicali diverse, due generi diversi, due accompagnatori diversi. Del secondo vi parlerò in un’altra occasione (era l’algerino Hamza Laoubadia Sellami), mentre il primo era l’esperto chitarrista compositore di Bilbao Balen Lopez De Munain. Per l’occasione suonava con il figlio Xabier – penso fosse l’esordio del duo -, presentando nel breve set brani della tradizione dei Paesi Baschi rivisitata con la consueta intelligenza e bravura; anche se Xabier è musicista molto giovane ma già “formato” mi è parso assecondare nel migliore dei modi il sofisticato ed articolato chitarrismo di Balen Lopez De Munain, che secondo il mio modesto parere mostra tutta la sua raffinatezza stilistica soprattutto quando si esibisce assieme ad uno strumento ad arco (viola, violoncello o contrabbasso che sia). Tra i brani quoto “L’usignolo”, melodia composta da Padre Donostia ai primi del ‘900 con la voce cantata sostituita dal suono della viola da braccio.

Breve set che ha lasciato l’acquolina in bocca ai presenti. Quindi personalmente auguro un luminoso futuro al duo nella speranza di risentirlo in un intero concerto.