SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY “First Songs”

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY “First Songs”

SUONI RIEMERSI: MIKE HURLEY

“First songs” LP Folkways / Smithsonian, 1964 / 2010

Nell’era di Internet capita ancora di avere per le mani con un paio di anni di ritardo dischi ri-pubblicati – come questo di Mick Hurley – e misteriosamente materializzatisi in uno dei pochissimi negozi indipendenti d’Italia.

I primi anni sessanta furono anni epocali per la riscoperta della tradizione folk americana e per le nuove generazioni di folksingers. Alcuni diventarono celeberrimi, altri meno, qualcun altro venne spazzato via da tragiche vicende umane: molti invece proseguirono le loro oneste carriere musicali partecipando ai festival, suonando nei piccoli club, componendo canzoni e ballate incise su LP – e CD – fuori dai circuiti della distribuzione discografica. Come Micheal “Mike” Hurley, della Pennsylvania, classe 1941 il cui esordio “First Songs” del ’64 per la prestigiosissima Folkways Records è stato ristampato dalla benemerita Smithsonian Institution con una copertina fedelissima all’originale. Autore, chitarrista e grafico (le copertine dei suoi successivi lavori le disegnò lui stesso) Hurley racconta qui i primi anni della sua carriera, ostacolata da gravi problemi fisici che senz’altro gli impedirono di imporsi nel panorama del Greenwich Village, – in quel tempo fucina ricchissima di talenti, musicali e non solo – ma anche di cattive compagnie (“youngster” con pessime abitudini, dice lui stesso) che certamente non lo favorirono.

Pochi semplici accordi, una voce molto espressiva seppur giovane, la convinzione di possedere la capacità di raccontarsi e la tenacia di riuscirci nonostante le avversità della vita.

Questo “First Songs” sembra un’istantanea dell’aria che si respirava in quegli anni, prima che l’inferno vietnamita portasse via una generazione di giovani americani (e vietnamiti).

Ebbene, lo è.

Alessandro Nobis

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DAVE VAN RONK “Live at Sir George Williams University 1967”

DAVE VAN RONK “Live at Sir George Williams University 1967”

DAVE VAN RONK “Live at Sir George Williams University 1967”

Justin Time Records. LP, 2018

di Alessandro Nobis

Il più recente Record Store Day, quello per intenderci del 21 aprile, ha visto per lo più la pubblicazione o meglio la ri-pubblicazione di singoli, EP e album oramai fuori catalogo da decenni tradendo un po’ quello spirito secondo il quale in queste occasioni andrebbero pubblicate registrazioni inedite in studio o dal vivo che mai hanno lasciato gli archivi delle case discografiche; incomprensibilmente spesso le ristampe vengono realizzate cambiando misteriosamente anche le copertine originali con altre che danno l’impressione di avere a che fare con dei bootleg, soprattutto quando il materiale è stampato su supporto vinilico per la prima volta.

Un “caso” – di un altro ve ne parlerò in altra occasione – è questo di “Live at Sir George Williams University 1967” del folksinger “urbano” Dave Van Ronk, figura cardine del movimento folk americano al quale venne dedicato dai fratelli Coen il bellissimo film “Inside Llewyn Davis”; questo concerto venne pubblicato nel 1987 – con copertina diversa – ed in questa versione in ellepì è stata aggiunta una versione rimissata di “Statesboro Blues” di Blind Willie McTell che chiude la seconda facciata.

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La copertina del CD del 1987 nella serie “Collector’s Classics”

Di sicuro chi quella sera era presente, parlo della sera del 27 gennaio nell’auditorio della Sir George Williams University di Toronto, difficilmente   scorderà i due set visto che nel primo si esibiva Reverend Gary Davis e nel secondo il Sindaco di McDougall Street, Dave Van Ronk appunto, con il suo repertorio fatto di blues, di ballads, di classe e di personalità grazie alla sua voce graffiante, alla sua gran tecnica alla chitarra ed alla buona dose di sarcasmo condito da ironia sferzante.

Un disco che fa il paio con “Hear me howl” registrato tre anni prima (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2015/12/27/dave-van-ronk-hear-me-howl/) e che non può mancare nella discoteca di un appassionato del cantautorato newyorkese di quegli anni, vicino a quelli di Eric Von Schmidt, di Ramblin’ Jack Elliott o di Richard & Mimi Farina. “Gambler’s Blues”, “Cocaine”, “Frankie and Albert” o “Song of the Wandering Angus” sono alcuni dei pilastri sui quali si fonda – e reggono ancora bene – il movimento del folk cantautorale americano.

Da avere, anche se, da collezionista, quella inspiegabile copertina grida vendetta ……..

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ISTAMPITTA “Danses Florentines du Trecento”

ALPHA CLASSICS CD, 2003, ristampa 2017

di Alessandro Nobis

Queste nove “Istampitte” appartenevano alla fine del XIV° secolo ad una sconosciuta famiglia nobile fiorentina e, chissà per quali vie e vicende, arrivarono al British Museum di Londra, dove tuttora sono conservate; erano danze tramandate oralmente dal XII° secolo, e di esse ne esistono parecchie interpretazioni riportate su disco, sia ad opera di musicisti legati al mondo classico che  tradizionale, soprattutto inglese. Henri Agnel, suonatore di liuto arabo e di cittern, è di nascita francese ma è vissuto molto in Marocco, dove ha assimilato suoni e musica del mondo arabo andaluso; questa sua frequentazione e questo suo vivere due mondi culturali e musicali così diversi lo ha portato a sviluppare una modalità di esecuzione di queste danze medioevali del tutto originale, interpretandole in modo “libero” – in realtà sui manoscritti medioevali le indicazioni non sono proprio restrittive – affiancando ai suoi strumenti altri come l’indiano ghatam ed il brasiliano udu – percussioni vasiforme -, lo zarb iraniano, il quinton – violino a cinque corde ed il bansura – flauto di canna indiano. Come si vede una lettura ad ampio respiro, quella di Agnel, che lascia aprire le nove danze a brevi interventi solistici degli strumenti usati nella registrazione e suonati da Michael Nick, Herni Tournier, Djamchid Chemirani e Idriss Agnel.

L’ascolto si rivela incredibilmente affascinante e rivelatore di un mondo musicale che – sebbene siano passati settecento anni – si conferma fresco, vivo, attuale e tutt’altro che assimilabile ad un intoccabile e sepolto mondo da tenere nelle teche. Un repertorio che lascia – se lo si vuole – ampia libertà esecutiva, della quale Henri Agnel e i suoi compagni ne godono – e fanno andare in sollucchero chi l’ascolta – pienamente.

 

CHRISTY MOORE “AT THE POINT LIVE”

CHRISTY  MOORE “AT THE POINT LIVE”

CHRISTY  MOORE “AT THE POINT LIVE”

COLUMBIA RECORDS  CD 1994, LP 2017

di Alessandro Nobis

Ci sono voluti la bellezza di ventitrè anni ed un Record Store Day per vedere pubblicato in vinile questo album del folksinger irlandese Christy Moore, venerato in patria e non solo per il fondamentale ruolo che ha ricoperto e che ricopre di ricercatore, divulgatore, autore ed interprete della tradizione musicale d’Irlanda. Del suo esordio discografico vi ho narrato (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/17/christy-moore-paddy-on-the-road/) così come della sua ultima fatica (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/10/06/christy-moore-lily/): questo “At the Point Live”, annata ’94, è stato registrato nella prestigiosa Venue dublinese che purtroppo chiuse i battenti nel 2007. Cinquantasei minuti – credo quindi che il cd non contenga tutta la performance di Moore – che dipingono un quadro preciso della storia di musicista: dalle bella interpretazione d’ “Fairytale of new York” di Shane McGowan a “Nancy Spain” di Barney Rushe dedicata alla giornalista inglese fino al tradizionale “Black is the colour”. Non mancano neppure il richiamo ai Planxty con “The Cliffs of Doneen” e “The Well Below the Valley” ed alcune tra le ballate più importanti che il Moore della Contea di Kildare ha intepretato nei decenni: “Ride On” di Johnny McCarthy, e “Go, Move, Swift” di Kirsty McColl tra le altre.

Chi ha avuto la fortuna di assistere ad una performance di Christy Moore, ed io l’avuta capitando casualmente a Galway una trentina di anni fa dove tenne un concerto in una sala di un hotel, sa a cosa mi riferisco quando parlo di forte personalità, grandissimo carisma, profondissima conoscenza e rispetto verso le radici oltre ad un pathos interpretativo davvero raro.

Disco importante, come del resto tutta la sua discografia. Lunga vita, Mr. Moore di Newbridge, Co. Kildare. E pensare che nella sua precedente vita faceva il bancario…………

 

 

 

 

 

GRATEFUL DEAD “The Grateful Dead edizione 50° anniversario”

GRATEFUL DEAD “The Grateful Dead edizione 50° anniversario”

GRATEFUL DEAD

“Grateful Dead. 50° anniversario”

Rhino 2CD, 2016

di Alessandro Nobis

Nei primi mesi del 1966 avvenne la metamorfosi: la crisalide THE WORLOCKS si trasformò nella magnifica farfalla GRATEFUL DEAD. Merito di Jerry Garcia, Bill Kreutzmann, Phil Lesh, Ron McKernan e Bon Weir, che si rinchiusero in sala prove per realizzare il loro album d’esordio che sarebbe stato pubblicato dalla Warner il 17 marzo 1967. Nel frattempo molti concerti in clubs o collages ma anche in prestigiose location come il Ballroom Auditorium o il Festival della Controcultura al Golden Gate Park di Frisco il 14 gennaio del ’67.

51tvoqoqhlIl disco che tenne impegnato il quintetto per solo 4 giorni compreso il missaggio, fu registrato “dal vivo in studio” con l’aggiunta di qualche parte vocale e contiene riletture personalizzate – anche se nulla in confronto con quelle eseguite solo una paio di anni dopo dal vivo –  di alcuni padri del blues come Jesse Fuller, Sonny Boy Williamson, Walter Jacobs, Noah Lewis e Reverend Gary Davis oltra ad un paio di brani originali. Nel 2001 venne ne venne pubblicata una versione con 6 interessanti bonus tracks nel cofanetto “The Golden Road 1965 – 1973” ed ora per il 50° anniversario dell’album la Rhino pubblica un doppio CD con la scaletta del disco originale ed il concerto del 29 luglio 1966 al Garden Auditorium di Vancouver, in Canada.

Non sono un Deadhead “d.o.c.” ma credo che questo sia lo show più vecchio della band di Garcia mai pubblicato in modo ufficiale, e già questo farebbe di questa pubblicazione un autentica chicca per i fans dei Dead; per onor di cronaca nel 2013 la Rhino pubblicò un doppio LP in tiratura di 1300 copie, “Rare Tracks and Oddities” risalenti ai primo mesi del ’66 (audio un po’ scarso, insomma per veri Deadhead) ma importanti per capire il punto di partenza di questa leggendaria band californiana.

Ma la domanda sorge spontanea: ma perché diavolo hanno cambiato la copertina, quelli della Rhino? Io, dal canto mio, vi mostro quella originale………

 

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

LED ZEPPELIN “THE COMPLETE BBC SESSIONS”

Atlantic Records 3CD – 5 LP, 2016

di Alessandro Nobis

Nel novembre di venti anni fa, correva l’anno 1997, con mia somma felicità veniva pubblicato un doppio Cd che conteneva quella che allora si pensava fosse l’integrale delle 6 session che i Led Zeppelin registrarono per la BBC tra il 19 marzo 1969 ed il 1 aprile del 1971 in varie locations andando a coprire storicamente il periodo tra il primo album (marzo 1969 ma registrato alla fine del ’68) ed il terzo, a parte una versione di “Black Dog” che apparirà sul quarto album. Senza mancare di rispetto al periodo successivo – che inizia alla fine del ’71 con la pubblicazione appunto di Led Zeppelin IV –  questi sono gli Zep che preferisco per l’ancora fortissimo legame con la fase Yardbirds di Page, il blues elettrico – molte le “citazioni” dei maestri e le interpretazioni dei classici del blues – e la composizione di “riffs” e di brani indimenticabili che fanno oramai da molti anni parte integrante della storia del rock e che sono stati e sono tuttora il banco di prova per una moltitudine di chitarristi in erba.led-zep-bbc-sessions-packshot

Come detto, i primi due compact contengono materiale già pubblicato nel 1997 in un doppio CD mentre il terzo contiene in realtà brani già apparsi su bootleg: si tratta per lo più di esecuzioni di brani ultraconosciuti degli Zeppelin, ovvero “Communication Breakdown”, “What Is and What Should Never Be”, “Dazed and Confused”, “White Summer“, “What Is and What Should Never Be”,”Communication Breakdown”, “I Can’t Quit You Baby” di Willie Dixon, “You Shook Me” di Dixon e J.B. Lenoir e “Sunshine Woman”, brano mai pubblicato dal quartetto ma noto ai fans più sfegatati della band inglese. Gli ultimi tre in particolare provengono da una registrazione captata da una radio AM, quindi la qualità non è la stessa, invece ottima, di tutto il resto. Nel libretto allegato – che riporta le note già apparse nel ’97 – la minuziosa cronologia degli “eventi”.

Per chi se lo può permettere, è stato anche pubblicato un megacofanetto con 5 ellepì……………

Procuratevelo, gli Zeppelin dal vivo di quegli anni erano straordinari, ruvidi, arcigni e innovativi.

 

 

THE BAND “The Last Waltz”

THE BAND  “The Last Waltz”

THE BAND  “The Last Waltz”

RHINO RECORDS, 4LP –  4CD + Blue Ray Disc – 2CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Che “THE BAND” (Rick Danko, Levon Helm, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson) sia stato il gruppo che più di ogni altro ha incarnato la cultura rock americana per la sua capacità di fondere le più diverse musiche nate oltreoceano come il blues, il cajun, il country, la canzone d’autore, il rock’n’roll ed il gospel con un linguaggio sempre raffinato, colto, inimitabile (e inimitato) è un’idea che mi frulla in testa da anni, e so anche di non essere da solo a pensare questo. Che la notte del Thanksgiving del 1976 sia passata alla storia come “L’ultimo valzer” di questo quintetto è ormai scritto su tutti i libri di storia della musica rock, che quella sera chiuse il cerchio iniziato nel ’67 come “The Hawks”, gruppo che accompagnava Ronnie Hawkins.last-waltz-2003-cd

Quel concerto – vorrei evitare l’elenco degli ospiti e pertanto cito solamente Bob Dylan e Muddy Waters – vide la luce nel 1978 come triplo ellepì, poi come doppio CD e nel 2002 come quadruplo CD (per il 25° anniversario) contenente tutta la musica suonata quella notte e, come se non bastasse, venne pubblicato anche l’omonimo film girato niente meno che da Martin Scorsese: una pacchia per appassionati, garantisco io.

Ora, mi domando (retoricamente) che bisogno c’era di pubblicare lo stesso concerto in cofanetto di quattro ellepi, in due CD antologici, in un cofanetto di 4CD più il disco Blue Ray del film, “naturalmente” con una copertina diversa e con un prezzo che per le due edizioni più ricche si aggira sui 90 euro quando il cofanetto del 2002 si trova ancora e ad un terzo di quel prezzo? Un’operazione meramente commerciale ed a mio avviso una pubblicazione quasi inutile: dei tre formati disponibili salverei solamente il box con i 4 ellepi che contiene gli inediti mai pubblicati su vinile. Gli amanti della Band che ancora non avessero queste registrazioni ed i nuovi fans cerchino la versione CD del 2002; “The Last Waltz” è davvero un documento sonoro importante.