Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

Emilio Salgari: UNA NOTTE AL FORTE DI LUGAGNANO

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EMILIO SALGARI (1862 – 1911)

Questo che qui riporto è un piccolo frammento della nostra storia veronese raccontata dal “giornalista” Emilio Salgari, uno scritto che forse solo gli appassionati dello scrittore veronese conoscono e che fu pubblicato dal quotidiano “La Nuova Arena” (così si chiamava allora) il 21 ed il 22 luglio del 1887. Salgari viene inviato dalla redazione ad assistere alle manovre militari al Forte Lugagnano nei pressi di Verona, costruito dagli austriaci tra il 1860 ed il 1861 e da loro chiamato “Werk Prinz Rudolf”, in onore di Arciduca d’Asburgo e Lorena e Principe Ereditario d’Austria – Ungheria successivamente trovato morto (nel 1889) con la sua amante diciassettenne a Mayerling. Naturalmente, come da tutte le fortificazioni costruite dal Genio asburgico veronese, anche dal Forte Lugagnano non fu ma sparato un colpo di cannone nè tantomeno di schioppo. Oggi il Forte che si trova nel Comune di Verona, e come altri giace in quasi completo abbandono.

di Emilio Salgari. La foto è di Moritz Lotze.

Ieri sera, verso il tramonto, ci siamo recati al Forte di Lugagnano coll’intenzione di assistere al bombardamento notturno che ci avevano detto essere qualche cosa di bello.

La sera era magnifica. Ad occidente il sole calava rapido in mezzo ad un mare di fuoco, facendo vivamente scintillare i vetri delle case e delle casette che circondano San Massimo.

Un’aria fresca fresca spirava portando distintamente ai nostri orecchi le cannonate che venivano sparate dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e dalle batterie dei dintorni. A S. Massimo cominciamo ad accorgerci della vicinanza del campo. E’ un continuo andare e venire di borghesi chi a piedi e chi in carrozza e di soldati di tutte le armi. Ora un artigliere che passa, col fucile in ispalla o il mantello stretto al petto, ora un bersagliere spolverato, sudato, nero dal sole, ora un drappello di fantaccini, ora una compagnia di soldati del genio colla sappa o il badile su una spalla e il fucile con baionetta inestata sull’altra. Ufficiali di artiglieria e di fanteria galoppano innanzi e indietro; chi si reca al Comando, chi si reca al forte. E’ insomma una processione continua, avariata che solleva una polvere fitta fitta in pochi istanti vi imbianca e di accieca.

A cinquecento passi dal paese cominciano gli accampamenti. A destra e a sinistra della strada, fra i gelsi e la polenta, vediamo lunghe file di tende, bianche le une, giallastre le altre, poi carri e cavalli in quantità poi innumerevoli fasci di fucili, poi soldati d’ogni arma che vanno e che vengono attraverso il sole. Tutti i dialetti d’Italia s’incrociano per l’aria. Qui si ride, là si canta, più lontano si narrano le fiabe o discutono sui tiri della giornata.

A sinistra della strada sono accampatil’8° di artiglieria e il 68° fanteria. Verso S.Lucia è accampato il 67° e quando il cannone tace si odono le grida di quei soldati.

Alle 18 giungiamo nei pressi del forte di Lugagnano. Qui il movimento è ancora più vivo. Le strade sono ingombre di carrozze e di cavalli, di curiosi e di soldati.

Il cannoneggiamento che pochi minuti prima era vivissimo, ora era cessato. Sopra il forte ondeggiava ancora una gran nuvola di fumo biancastro, e un’altra nuvola ma molto più piccola, ondeggiava verso il paese di Lugagnano occupato dal nemico.

Oltrepassiamo la ferrovia da campo a scartamento ridotto che congiunge tutte le batterie col forte. Alla nostra sinistra, dietro una trincea, escono le estremità di due colossali cannoni Krupp ci si dice che sono incaricati di battere S.Maria di Sona.

Sulla trincea passeggiano due sentinelle con fucile armato di baionetta per impedire ai curiosi d’avvicinarsi alla batteria.

– Pronti! Fuoco! …

Dalla enorme gola del cannone più vicino vedemmo uscire una lunga fiamma che mandò in aria una nube di fumo biancastra e un nembo di scintille. Subito una detonazione formidabile secca secca, rimbombava. La spinta dell’aria fu così violenta che ci fece indietreggiare di qualche passo.

Un mezzo minuto dopo l’altro pezzo pure tirava con non meno fracasso.

A quella doppia provocazione un lampo balenò in direzione del paese di Lugagnano. Era un colpo del nemico.

Dopo quelle tre cannonate il silenzio tornò a farsi.

Avvertitici che non si ripigliava il fuoco che a notte inoltrata, ci ripiegammo verso S.Massimo.

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FORTE LUGAGNANO, OGGI.

***

Il colpo d’occhio che offrivano gli accampamenti con quell’oscurità era veramente magnifico. In mezzo ai campi, fra i gelsi e la polenta, fra le tende e i carri, brillano i fuochi a centinaia i quali si riflettono vagamente sui fasci di fucili.

Qui si prepara il rancio della sera e si vedono girare e rigirare pentoloni e gamelle, là scherzano, ridono, urlano, cantano. Quei bravi ragazzi sono tutti allegri eppure han faticato l’intera giornata sotto un sole scottante.

Attorno ad una gran tavola illuminata da un gran numero di lampade, vediamo una sessantina di ufficiali di tutte le armi che si pappano la cena. Anche in quella tavola si ride, si scherza e si canta.

L’allegria più viva regna in tutto l’accampamento. Sulla strada incontriamo ancora carretti e carrozze, borghesi e soldati e ufficiali. Si corre il pericolo di farsi schiacciare.

A S.Massimo c’è una confusione straordinaria. Le osterie e i caffè sono pieni di gente. Vediamo dappertutto soldati e ufifciali e moltissime signore. L’aria di essere una sagra o qualche cosa di simile. Le carrozze continuano a giungere portando nuovi curiosi e ingombrano tutta la piazza e tutte le vie.

Con grande fatica troviamo un posticino per sederci, ma non restiamo lì che pochi minuti poiché ci vengono ad avvertire che si sta per innalzare l’areostato e che i cannoni stanno per ripigliare la loro infernale musica.

***

Il pallone si innalza dietro il forte di Lugagnano, in una spianata quasi priva d’alberi. E’ un bellissimo e grande globo di seta, chiuso fra una solida maglia e può sollevare comodamente due persone. Sotto ha una navicella di paglia, munita all’intorno di numerosi sacchetti di zavorra. Non manca nemmeno l’àncora pel caso che il pallone riuscisse a rompere le funi che lo trattengono alla macchina a vapore.

Quando giungemmo noi, l’areostato era trattenuto a terra da una ventina di soldati. Il gigantesco globo, ben gonfio, ondeggiava lievemente sotto i buffi d’aria e ora s’allungava e ora s’allargava.

Un tenente del genio aveva già preso posto nella navicella portando con sé l’apparecchio telefonico.

“Allentate le corde”, udiamo gridare. “Adagio ragazzi. Adagio!” I soldati si allontanano dalla navicella e l’areostato comincia a salire. La gomena che lo trattiene alla macchina comincia subito a svolgersi. Il pallone sale lentamente, quasi in linea retta, con un marcato dondolamento. Vediamo l’ufficiale aggrappato alle funi che guarda verso Lugagnano. A trecento metri d’altezza il pallone si arresta. E’ diventato piccolo piccolo e pare che nuoti fra le stelle. Lassù udiamo suonare la trombetta. Da terra si risponde al segnale e il telefono comincia a funzionare. L’ufficiale comanda di far abbassare l’areostato di cinquanta metri.

La macchina a vapore tosto si pone in movimento e la gomena s’avvolge senza scosse attorno al tamburo. Il globo, sempre ondeggiando s’avvicina alla superficie della terra e si arresta ad un’altezza di circa 250 metri. Ad un tratto un lampo abbagliante rompe la fitta oscurità in direzione del forte di Lugagnano.

Vi tiene dietro un cupo rimbombo il quale dura alcuni secondi. Il cannone ha fatto sentire la sua voce. Sono le 10 e 14.

***

Un profondo silenzio era succeduto a quel primo colpo di cannone. Nessuna batteria nemica aveva risposto alla provocazione dei nostri.

S’indovinava però che il cannoneggiamento doveva in breve riprendersi, poiché sui bastioni del forte si vedevano numerose ombre andare e venire e una viva agitazione regnava dietro la trincea difesa dai due colossali Krupp.

D’improvviso un fascio di luce azzurrognola solca le tenebre e scorre attraverso la campagna con incalcolabile rapidità illuminando gli alberi, le piantagioni, le case, le batterie del nemico. E’ la luce elettrica piantata dentro il forte.

L’effetto è stupendo ed insieme grandioso. I muri delle case brillano d’una viva luce e i vetri delle finestre, anche i più lontani, scintillano.

Subito un lampo balena sul bastione del forte. Una nube di fumo si slancia attraverso il gran fascio di luve e si tinge d’un azzurro brillante, superbo. Verso Lugagnano due cannonate rimbombano. I due colossali Krupp che stanno alla nsotra sinistra rispondono con due scoppi spaventevoli. Il bombardamento diventa generale. Si tira dai forti di Lugagnano e di Dossobuono e tirano tirano tutte le batterie situate fra questo e quello. Il nemico risponde prima debolmente, poi vigorosamente.

I lampi si riflettono sulla lucida superficie dell’areostato il quale si mantiene sempre ad una altezza di duecentocinquanta metri. Alle 10:26 udiamo uno squillo di tromba. Subito la luce elettrica si spegne e l’oscurità ridiventa perfetta. D’ambo le parti cessa il fuoco e a quel furioso rimbombo succede un profondo silenzio.

Alle 11:20 la luce elettrica torna ad illuminare la notte. Questa volta non è però diretta sul paese di Lugagnano ma sui colli di Sona. I due Krupp aprono per primi il fuoco, poi tuonano i cannoni del forte di Lugagnano e quelli di Dossobuono. Le batterie nemiche sono pronte a rispondere ma un quarto d’ora dopo la luce tornava a cessare. Alla mezzanotte vedemmo l’areostato discendere. Una ventina di soldati subito lo presero e lo trascinarono tre o quattrocento metri più lontano. Due tenenti entrarono nella navicella e l’areostato risalì ad una altezza di circa trecento metri. Alle 12:12 la luce elettrica per la terza volta si riaccendeva e i cannoni tornavano a rimbombare. Il cannoneggiamento non cessò più. Continuò tutta la notte vivissimo formando una baccano spaventevole.

L’aria era impregnata d’un forte odore di polvere e sopra i bastioni dei forti e sopra le batterie ondeggiavano delle immense nubi di fumo. Verso le tre del mattino tutti i cannoni tuonavano. Da una parte e dall’altre si rispondeva colpo per colpo. Alle 7 lasciammo i dintorni del forte per rientrare in città e per lungo pezzo ancora udimmo il cannone tuonare verso Lugagnano e Dossobuono.

Volete ora un consiglio, lettori? Recatevi al forte di Lugagnano e passatevi una notte. Lo spettacolo che vedrete vi compenserà largamente della veglia, ve l’assicuriamo.

Questa sera il bombardamento verrà ripreso.

E.S. (ARENA, Giovedì 21 – Venerdì 22 Luglio 1887)

 

 

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SUONI RIEMERSI: VENETO. CANTI E MUSICA POPOLARE. “Ricerca nella Provincia di Verona”

SUONI RIEMERSI: VENETO. CANTI E MUSICA POPOLARE. “Ricerca nella Provincia di Verona”

SUONI RIEMERSI: VENETO. CANTI E MUSICA POPOLARE. “Ricerca nella Provincia di Verona”. ALBATROS DISCHI VPA 8420, LP, MC.  1979

di Alessandro Nobis

Questo 33 giri pubblicato dalla Albatros nel 1979 è, che io sappia, l’unico nel prestigioso catalogo dell’etichetta milanese a presentare registrazioni sul campo effettuate in area veneta; in particolare presenta i risultati di varie campagne di studio e di registrazione dell’autorevole studioso Marcello Conati nella parte occidentale della provincia di Verona, dalla Valpolicella fino al paese di Breonio, in Lessinia dal 1970 al 1975. Ventiquattro i brani presenti che coprono, tranne i temi a danza strumentali, tutte le aree tipologiche della musica tradizionale: filastrocche, canti lirici e narrativi, canti rituali, funzionali, villotte e ballate. Un repertorio utilizzato dai gruppi di folk revival come il Canzoniere Veronese, formato da musicisti e da ricercatori che ha lasciato un importante segno nel movimento del folk revival e che ha proseguito nei decenni il suo lavoro di arrangiamento di questo ricco repertorio. Musica “fissata” per sempre su nastro nel suo secolare processo evolutivo di passaggio da un portatore all’altro per poi essere utilizzata da musicisti in ambito folk che si sono nutriti ed abbeverati dei dischi dell’Albatros registrati quasi ovunque nel nostro Paese portando nel presente e nel futuro questi preziosissimi e rarissimi repertori.IMG_3031

Numerosi i “portatori originali” che Conati ha incontrato e che hanno consentito a lasciare una testimonianza su nastro di alcuni frammenti del proprio repertorio imparato per via orale, provenienti da contrade e piccoli centro dell’area oggetto dello studio di Conati come Molina, Ceredo, Fumane, manune, Breonio, Baldassara, Pezza di Marano e Cona. Tra i portatori vi sono Arturo Zardini, Ottavio Conati, Rosa Ceradini, Antonio Chesini, Aldo Grigoli, Vittorio Leonardi, la Famiglia Marogna, Eurosia Allegrini, Marisa Benedetti, Eugenio Pretto, Nori Grigoli e Brigida Tommasi naturalmente tutti musicisti / cantanti non professionisti. Un repertorio straordinario come del resto tutto quello appartenente al catalogo Albatros anche grazie ai preziosissimi libretti che accompagnano il vinile curati in questo caso da Marcello Conati ed in molti altri casi da Roberto Leydi.

Nel 2005 Marcello Conati pubblica per “Il Segno dei Gabrielli” il poderoso volume “Canti Veronesi di Tradizione Orale: da una ricerca in Valpolicella e in Lessina” con allegati 2 compact disc che riportano 196 esempio musicali del materiale registrato dallo stesso curatore in un arco temporale che va dal 1969 al 1982. Si tratta di materiale di grandissimo interesse, in minima parte già pubblicato nell’ellepì di cui vi sto parlando, disco di non facile reperibilità (se lo trovate assicuratevi che all’interno vi sia il fondamentale libretto) quasi tanto quanto il volume.

DALLA PICCIONAIA: RACHELE COLOMBO, 27 luglio, Caprino Veronese

DALLA PICCIONAIA: RACHELE COLOMBO, 27 luglio, Caprino Veronese

DALLA PICCIONAIA: RACHELE COLOMBO, 27 luglio, Caprino Veronese

di Alessandro Nobis

Si è chiusa venerdì 27 luglio nello splendido giardino antistante a Villa Carlotti, sede del municipio di Caprino Veronese, la rassegna “Musica tra valli ed altipiani” intelligentemente promossa dalla Cassa Rurale della Vallagarina per celebrare i 120 anni dalla sua fondazione: cinque concerti (Tiziana “Tosca” Donati ad Ala, Antonio Forcione e Adriana Adewale ad Isera, Nite Noire a Folgaria, Elida Almeida a Bosco Chiesanuova e Rachele Colombo a Caprino Veronese) tra l’altopiano della Lessinia e la val D’Adige (e dintorni) pensati dal direttore artistico di Velo Veronese Alessandro Anderloni. Desktop23Per il concerto di chiusura è stata chiamata come accennato Rachele Colombo, ricercatrice ed interprete già con i Calicanto ed Archedora, per presentare il suo lavoro “Cantar Venezia: canzoni da battello” con Domenico Santaniello al violoncello e tamburo e Marco Rosa Salva ai flauti; Cantar Venezia è il risultato di un lungo lavoro di ricerca, di trascrizione dei manoscritti, di arrangiamento – la formazione a tre è risultata perfetta per l’equilibrio sonoro – che ha impegnato Rachele Colombo per cinque anni e che si è concretizzato nel doppio significativo CD (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/04/27/rachele-colombo-cantar-venezia-canzoni-da-battello/) pubblicato nel 2016 dalla Nota, che presenta una quarantina di queste straordinarie canzoni da battello di autore anonimo tra le circa cinquecento raccolte negli archivi.

Più che un concerto quello visto a Caprino Veronese è stato un racconto brillantemente narrato di scene di vita nella Venezia che si fa ancora vedere – per chi la vuole vedere – nelle calli più nascoste dove il sole non batte quasi mai, sotto i “porteghi” lontani nello spazio e nel tempo da quella parte di Venezia battuta dai turisti; la voce di Rachele Colombo – perfetta anche per questo repertorio –  racconta dei mestieri della Venezia del Settecento – il mercante armeno, il maestro di ballo (“Madam carissima” con una melodia e due lezioni di testo che ha aperto l’incontro), il pasticcere (“scaleter”) o il “fiorer”, l’arrotino o l’astrologo con nella parte testuale spesso il segno della Venezia libertina, evidente in “Semo alla riva”. Si racconta in “Che bela festa” anche di come affrontare i passi di una danza popolare di corte come la Gagliarda (di origine rinascimentale) o di fare una serenata in “Cara Nina el to bel sesto”, il tutto presentato in una chiave colta (il violoncello) ed allo stesso tempo popolare e, valore aggiunto, presentando i testi in lingua italiana vista la difficoltà di comprensione del veneziano settecentesco. Insomma, il valore del recupero di questo ricchissimo repertorio è altissimo e potrebbe rappresentare solamente l’inizio per lo studio e la riproposizione completa di un repertorio che in quantità e qualità ha pochi eguali, non solo in Italia.

Il concerto si è chiuso con il passaggio storico a cavallo del 1800 dalle canzoni da battello (anonime come detto) alle barcarole (a stampa e d’autore) dando via ad una loro maggiore diffusione ed allinizio del commercio di questi fogli volantinelle strade e nelle piazze, che nei Paesi anglofoni si sarebbero poi chiamati Broadside Sheetso Broadside Ballads: a fare da ponte tra i due secoli una versione de “La biondina in gondoleta”, canzone tra le più conosciute – la più conosciuta – del repertorio veneziano. Si chiude un’epoca per la Serenissima; quella del Settecento descritta anche dai Vedutisti non c’è più, inizia quella che poco a poco diventerà quella turistica, con gli eccessi di questi ultimi anni.

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI Quaderno culturale n. 41

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI Quaderno culturale n. 41

LA LESSINIA – IERI OGGI DOMANI Quaderno culturale n. 41

La Grafica Editrice Verona, 2018. PAGG. 262, € 15,00

di Alessandro Nobis

Con una precisione elvetica all’inizio di ogni estate, dal 1978, arriva nelle libreria il nuovo volume de “La Lessinia Ieri Oggi Domani”, miscellanea di articoli riguardante la porzione montana della provincia di Verona, la Lessinia, separata ad ovest dall’altra montagna veronese, il Monte Baldo, dalla Valle del fiume Adige.

xxCome è prassi per il gruppo di autori, appassionati e studiosi coordinati dal geologo Ugo Sauro, il volume è suddiviso in sezioni riguardanti i più diversi aspetti  del territorio lessinico: “Territorio e ambiente”, “Preistoria e archeologia”, “Storia”, “Tradizioni e memoria popolare”, “Itinerari”, “Vita in Lessinia” e da ultimo, ma importante, “Il Quaderno a scuola”, temi trattati sempre in modo accuratamente scientifico e contemporaneamente divulgativo, una linea che da sempre ha contraddistinto tutti i volumi sin qui dati alle stampe.

Ciò che ogni anno stupisce chi va a sfogliare e quindi a leggere gli articoli pubblicati è la quantità e la qualità dei brevi saggi pubblicati che dimostrano quanto sia variegata nei suoi più diversi aspetti questa area prealpina e quanto siano preparati dal punto di vista scientifico gli autori che via via trovano e descrivono angoli culturali decisamente reconditi e sconosciuti al pubblico che la domenica frequenta la Lessinia fruendo dell’aria pulita e della bellezza del territorio troppo spesso in modo distratto.

In questo 41° volumetto desidero segnalare – il criterio è naturalmente quello dell’interesse mio personale – lo scritto di Vincenzo Pavan “Strutture ad arco nella Lessinia”, quello di Luciano Salzani, ispettore della soprintendenza Archeologica del Veneto, che riassume la storia delle ricerche archeologiche sui Monti Lessini e (“La vecchia scuola di Azzarino”) di Anna Maria Tezza che racconta in modo molto documentato le vicende dell’edificio che per oltre quaranta anni ha ospitato i bambini della zona

Ricordo infine che allegato al Quaderno pubblicato nel 2017 è allegato un Cd con tutti gli articoli sino ad allora editi in formato pdf (8680 pagine!) e pertanto facilmente fruibile da chiunque conosca l’abc dell’informatica.

La pubblicazione del quaderno è sostenuta dall’”Associazione Culturale Accademia della Lessinia ONLUS”; si può abbastanza facilmente reperire in alcune librerie veronesi e nei musei sparsi sul territorio della montagna veronese oppure chiedendolo direttamente all’editore.

 

DALLA PICCIONAIA: CHITARRE PER SOGNARE.2 SOGNO FINITO.

DALLA PICCIONAIA: CHITARRE PER SOGNARE.2 SOGNO FINITO.

DALLA PICCIONAIA: CHITARRE PER SOGNARE.2, SOGNO FINITO.

Do spazio volentieri a questo comunicato stampa dell’Associazione Culturale ZONACUSTICA che fa il punto dell’imbarazzante situazione in cui si trova la Rassegna “CHITARRE PER SOGNARE” da lei ideata e realizzata con il contributo della precedente Amministrazione Comunale di Colognola ai Colli (Verona) riguardo alla quale avevo scritto tempo fa (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/04/04/dalla-piccionaia-chitarre-per-sognare-sogno-gia-finito/). Non si contesta la legittimità di un Ente Promotore e finanziatore a “tagliare” un’iniziativa o di cambiarne il nome, ma si vuole stigmatizzare le modalità adottate soprattutto dal punto di vista dell’assenza di comunicazione di decisioni pensate e poi prese nei confronti di chi per dieci anni ha lavorato con passione e spirito d’iniziativa costruendo una serata che sempre ha avuto un livello culturale qualitativo eccellente.

Tutto ciò naturalmente nel grande rispetto di chi salirà sul palco in occasione della neonata rassegna che, per essere neonata, pare sia già alla dodicesima edizione come risulta dalla delibera comunale. Mah…….

Conoscendo la tenacia di Giovanni Ferro credo ci saranno delle sorprese …………

COMUNICATO STAMPA

La nuova amministrazione comunale di Colognola ai Colli (Vr), dopo undici anni e altrettante fortunate edizioni ha chiuso le porte a Chitarre per Sognare, evento musicale internazionale che ha portato sotto le fronde secolari di Villa Fano tanti importanti artisti della sei corde come Franco Morone, Deborah Koopermann, Duck Baker, Roberto Taufic, Peo Alfonsi, Giorgio Cordini, Goran Kuzminac, Giovanni Baglioni e tanti altri: uno straordinario evento che attrae puntualmente centinaia di appassionati, non solo abitanti di Colognola ai Colli.

Senza degnarci di una spiegazione scopriamo recentemente che la stessa amministrazione promuove una nuova iniziativa dal nome “Chitarre sotto le stelle” (!) che si svolgerà nello stesso usuale periodo, nello stesso teatro all’aperto, nell’evidente e goffo tentativo di far credere alla gente meno attenta che si tratti di una continuazione Chitarre per Sognare.

Infatti è sconvolgente che tale serata, che si terrà in prima assoluta il prossimo giugno, viene  presentata come “nata ormai dodici anni fa”,  pronunciando così una plateale menzogna nella speranza di raccogliere i frutti seminati da altri.

Si veda la delibera comunale a pagina 3: http://www.comune.colognola.vr.it/c023028/de/attachment.php?serialDocumento=008VWL020184K

L’associazione Zonacustica non è in grado di capire i motivi di questa decisione che certamente non possono essere di ordine economico (Chitarre per Sognare costa molto meno di una mediocre serata di liscio); per altro nessuna spiegazione ci è stata data, e nessuna risposta abbiamo ricevuto a fronte della richiesta formale inoltrata nello scorso dicembre e ripetuta a voce due mesi dopo di fronte a un sindaco che fingeva di dover ancora decidere con la sua giunta cosa volessero fare con Chitarre per Sognare (complimenti per la recitazione!)

Per ora non ci resta che augurare al signor sindaco e assessore alla Cultura, Claudio Carcereri de Prato di sapere offrire alla popolazione nuove e altrettanto importanti occasioni di arricchimento culturale e di prestigio per tutto il paese, grazie a una concezione illuminata del servizio che sta rendendo, nella certezza che l’amato festival Chitarre per Sognare un giorno tornerà al suo posto.

Giovanni Ferro Presidente dell’Associazione Culturale ZONACUSTICA

DALLA PICCIONAIA: CHITARRE PER SOGNARE, BRUSCO RISVEGLIO

DALLA PICCIONAIA: CHITARRE PER SOGNARE, BRUSCO RISVEGLIO

DALLA PICCIONAIA: CHITARRE PER SOGNARE, BRUSCO RISVEGLIO

di Alessandro Nobis

Il 2017 si era chiuso con l’inopinata chiusura della Rassegna “InLessinia” che raccoglieva l’eredità di “Luci e Suoni in Lessinia” ideata e diretta da Alessandro Anderloni e portata avanti con notevole successo; un successo che evidentemente non era bastato visto che i mancati finanziamenti da enti pubblici e privati non eran stati rinnovati, o almeno questo è quando mi è dato sapere. Chiusura annunciata con un laconico comunicato stampa e da un articolo su L’Arena di Verona, assolutamente insufficiente nell’indagare cause e motivazioni della fine di una rassegna che portava migliaia di persone alla scoperta della nostra montagna veronese. Ce ne siamo fatti una ragione.

Premessa dolorosa ma doverosa per dire che anche questo 2018 rischia fortemente – per usare un eufemismo – di vedere la sparizione di un’altra rassegna sul territorio della nostra provincia, organizzata nello spazio di una giornata, con un budget a disposizione risibile ma che in undici anni aveva portato con grandi sforzi nel più suggestivo angolo di Colognola ai Colli i più significativi nomi del chitarrismo acustico italiano, e non solo.

Sto parlando di “Chitarre per Sognare” e sto parlando di Giovanni Ferro, valente chitarrista, ideatore e direttore artistico della rassegna nonchè Presidente dell’Associazione Culturale ZONACUSTICA, che d’improvviso con il cambio dell’Amministrazione del centro dell’est veronese si è trovato con il cerino (acceso) in mano non avendo ricevuto a tutt’oggi alcuna risposta in merito rispetto ad un finanziamento davvero minimale; una risposta circostanziata che ritengo gli debba essere dovuta viste le energie ed il tempo che Ferro ha messo gratuitamente al servizio della comunità di Colognola e non a questo o quell’altro colore politico dei suoi amministratori. E’ ahimè una risposta che probabilmente a questo punto non gli verrà mai data, ed è un peccato che l’Amministrazione non abbia dato un segnale di continuità ad una serata che comunque portava nel piccolo anfiteatro di Villa Fano a Colognola ai Colli una ventata culturale dando la possibilità ai residenti di apprezzare dell’ottima musica ed anche richiamando dalla città appassionati della sei corde.

Duck Baker, Alex Gillan,  Peo Alfonsi, Dado Barbieri, Roberto Taufic, Rolando Biscuola, Karlijn Langendijk, Val Bonetti Goran Kuzminac e lo stesso Giovanni Ferro sono stati alcuni tra le decine dei protagonisti che hanno ci deliziato con le loro musiche negli undici anni di vita di “Chitarre per Sognare”, e Ferro a mio avviso ha a questo punto ha solo due opzioni, chiedere “asilo culturale” in altro comune – e le belle locations non mancano in quella zona dell’est veronese – o posizionare una bella e grossa pietra su questa rassegna. Naturalmente votiamo tutti per la prima ipotesi.

Altrimenti, ce ne faremo una ragione. Un’altra volta.

 

 

IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

ASSOCIAZIONE CULTURALE IL CANZONIERE DEL PROGNO “La Moscarola”

GIANNI BUSSINELLI EDITORE, LIBRO + CD, 2017. 21 cm X 21 cm, 270 PAGG. € 20,00

di Alessandro Nobis

Il Canzoniere del Progno di Illasi, nell’omonima valle dell’est della provincia di Verona, è una delle più longeve comunità di ricercatori, interpreti ed appassionati della cultura popolare dell’area veronese essendo nata agli albori degli anni Novanta. Sul finire dello 017 ha pubblicato questo prezioso volume con un CD allegato, che testimonia il valore qualitativo e quantitativo della ricerca sviluppata nel tempo e la cura con la quale questo materiale è stato assemblato per questo volume; qui troviamo tutto l’”arsenale” della cultura popolare ovvero canti, filastrocche, preghiere, credenze popolari, racconti di vita vissuta, giochi e tutto quello che nei decenni si è riusciti a tramandare oralmente di generazione in generazione. Da questo nasce il titolo, azzeccatissimo, “La Moscarola”, ovvero quel contenitore con telaio in legno ed i lati di retina metallica che nelle campagne sostituiva prima la ghiacciaia e poi il frigorifero nel quale venivano conservati i cibi “a rischio insetti”.

LA MOSCAROLAIl volume consta di otto capitoli che trattano tutti gli aspetti della vita nelle campagne e nei piccoli centri urbani del veronese:”Lunario e Calendario agricolo”, “La casa”, La piazza e la vita in paese”, “Il lavoro”, “Il corteggiamento, l’amore, il matrimonio”, “L’infanzia e le malattie”, e i capitoli più toccanti a mio modesto avviso sono senz’altro “La guerra” e “L’emigrazione”; soprattutto quest’ultimo assume un particolare valore vista la sua attualità, e le trascrizioni delle registrazioni riguardanti questo argomento potrebbero uscire dalla bocca dei profughi che da qualche anno arrivano in Europa. Racconta ad esempio l’informatore Pietro Paggi (classe 1937, di Roverè Veronese): “……..mio padre aveva voluto andare in Argentina perché era stufo della guerra e non ne voleva più sapere, aveva paura che ne potesse venirne un’altra e allora è partito subito e ha voluto che noi andassimo con lui.”

Una raccolta di testimonianze importante costituendo il valore aggiunto fa distinguere questo volume da molti altri in circolazione; forse sarebbe stato utile riportare anche la traduzione delle testimonianze in lingua italiana, perdendo sicuramente la spontaneità del dialetto ma magari allargando la nicchia degli appassionati e studiosi della cultura popolare di altre aree.

Il CD contiene ventidue tracce, registrate dal vivo dal Canzoniere con alcuni frammenti delle voci degli informatori: semplici arrangiamenti senza tanti fronzoli e vicino alle prassi esecutive di un passato che non tornerà mai più, conditi da tanta passione per le proprie radici, nel più puro stile del Canzoniere del Progno.

www.canzonieredelprogno.it