NORMAN BLAKE “Whiskey Before Breakfast”

<strong>NORMAN BLAKE</strong> “Whiskey Before Breakfast”

NORMAN BLAKE “Whiskey Before Breakfast”

Rounder Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Questo è senza dubbio il disco di Norman Blake “solista” che preferisco, uno dei capolavori della sua discografia e della chitarra acustica americana. Il suono, la musica che scorre in modo così fluido (la pulizia del suono nel brano di Hank Snow “Under the Double Eagle“, per esempio), la tecnica così perfetta (“Old Grey Mare“), il repertorio, il feeling con Charlie Collins ne fanno come dicevo una pietra miliare, un autentico faro per chi si è avvicinato in passato o voglia avvicinarsi oggi alla chitarra flat·picking.

Tre brani sono suonati assieme all’amico Charlie Collins, ovvero “Hand Me Down my Walking Cane” di James Blan (raccolta Roud 11.733), “Salt River” e “The Girl I Left in Sunny Tennessee” registrata la prima volta da Byron G. Harlan; gli altri vedono Norman Blake in totale solitudine, un piacere per gli amanti della grande musica, una cavalcata tra strumentali, brani tradizionali (“Arkansas Traveller“, “The Minstrel Boy To The War Has Gone / The Ash Grove” e naturalmente la suite strumentale ” Fiddler’s Dram / Whiskey Before Breakfast“) e di composizione come ad esempio “Down at Milow’s House” o il blues “Old Church” ed ancora il suggestivo “Slow Train Through Georgia“.

Penso che questo “Whiskey Before Breakfast” sia il perfetto punto di partenza per avvicinarsi alla musica · ed al talento · di Norman Blake perchè ascoltandolo si scopre il mondo della tradizione musicale d’oltreoceano, quella tramandata per decenni oralmente e quella di nuova composizione, l’unico modo questo per perpetuare quello che le generazioni del passato hanno conservato e trasmesso alla nostra.

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TEMPEST “Living in Fear”

TEMPEST “Living in Fear”

TEMPEST “Living in Fear”

Island · Bronze Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Chiusa l’esperienza in quintetto con le due chitarre di Alan Holdsworth e Ollie Halsall ed il cantante Paul Williams (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/05/20/jon-hiseman-tempest-bbc-session-1973/), nell’ottobre del 1973 Hiseman ritorna in studio con il fedelissimo Mark Clarke e con il solo Halsall, una formazione in trio quindi per registrare il secondo album, “Living in Fear” che verrà pubblicato nell’aprile del 1974 sempre dalla Bronze Records. All’epoca dei fatti le cronache della stampa specializzata della terra di Albione riportavano commenti piuttosto freddi rispetto di quelli di solo qualche mese prima: “tre ottimi musicisti non fanno una ottima band“, dicevano, una frase “di circostanza” usata spesso.

Degli otto brani equamente suddivisi nelle due facciate, al solito ne segnalo quelli che a mio avviso sono i più significativi: “Waiting for a Miracle” è l’unica oasi di relativa tranquillità in un mare fatto di rock molto arcigno, di riff squadrati, di assoli misurati dove la ritmica dei Colosseum lascia quelle atmosfere facilmente riconoscibili e grazie alla rugginosa chitarra di Ollie Halsall entra nel mondo dei “power trio” nella migliore accezione del termine, e la rilettura “hard” della beatlesiana “Paperback Writer” mi piace ancora, non troppo calligrafica e con un bel solo di chitarra.

Walking down a dusty road” è l’incipit di “Stargazer” scritta da Clarke assieme a Susie Bottomley è il brano che a mio avviso può essere considerato il brano manifesto di “Living in the Fear“, per i breaks di Halsall, per la ricerca sonora delle percussioni di Hiseman mentre “Dance of my Tune” sempre di Clarke · Bottomley è un lungo brano di grande impatto dove il basso duetta con la batteria (fondamentale è ascoltare con attenzione il fantastico drumming di Hiseman) con una parte centrale più lenta che contiene un lungo e prezioso solo di chitarra che conduce via via al gran finale.

Un gran bel disco che si fa apprezzare almeno da sottoscritto ancora oggi, un peccato che la storia dei Tempest finisca qui: i power trio non ebbero grande fortuna, quello di Tim Bogert, Carmine Appice e Jeff Beck potrebbe raccontarci una storia simile ………..

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”

DUCK BAKER “Wink the Other Eye: Fiddle Tunes for Solo Guitar”, FULICA Records. CD, 2021

di Alessandro Nobis

Molti di noi hanno conosciuto la musica di Duck Baker negli anni settanta, sia dal vivo grazie ai numerosi concerti italiani sia per le sue apprezzatissime riletture del patrimonio tradizionale anglo – scoto – irlandese e, di conseguenza, di quello americano. Dico riletture perchè al di là delle sue profonde ricerche e dell’approfondimento dei brani il chitarrista americano ha via via e sempre più frequentemente rivolto il suo interesse verso le pratiche improvvisative sia sviluppate all’interno dei brani – ed in questo differenziandosi da tutti i suoi colleghi – sia verso quelle più radicali “alimentate” dalla sua conoscenza dal jazz (da ricordare sempre i suoi complicatissimi quanto bellissimi arrangiamenti del song book di Herbie Nichols prodotto da John Zorn) e concretizzatesi in interessanti collaborazioni come quella ad esempio con Roswell Rudd (cito Rudd visto che recentemente è stato pubblicato un disco in duo con il trombonista americano).

Baker nel corso della sua lunga carriera ha girato il mondo, è venuto a contatto con innumerevoli musicisti famosi e non imparando brani direttamente da loro che poi sono stati interiorizzati, ed alcuni di questi sono contenuti in questo splendido “Wink the Other Eye” che presenta registrazioni fatte in un lungo arco di tempo, dal 1974 al 2011.

Segnalo l’originale inedito fiddle tune “Allegheny County” dell’87 con bellissimo assolo, “The Old Folks Polka“, naturalmente un’altra melodia per violino di origine cajun registrata nel lontano ’74, l’hornpipe “Fishers Hornpipe” (danza di origine trecentesca proveniente dalle Isole Britanniche), il valzer attribuito al violinista texano Luke Thomasson “Midnight on the Water” (registrato anche da David Bromberg tra gli altri) ed anche, per finire, sono presenti una paio di tracce registrate in Italia negli anni settanta delle quali il set “Temperance Reel / Green Fields of America” (concerto a Varese nell’estate del ’79).

Questi lavori hanno richiesto un lungo lavoro di ricerca da parte di Baker che ha ricevuto nel tempo registrazioni di diverse qualità da promoter locali o da persone presenti tra il pubblico, registrazioni che si sono rivelate preziose che il chitarrista americano ha pazientemente riascoltato e selezionato e che oggi sono “tornate alla luce” e pubblicate.

Anche questo “Wink the Other Eye” è un cd da avere per la qualità del repertorio e delle esecuzioni.

Aspettando il prossimo.

http://www.duckbaker.com

BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

HDS Records. LP, 1974

di alessandro nobis

In tutti i linguaggi musicali ci sono dischi che indicano chiaramente nuovi percorsi, dischi concepiti e realizzati dalle menti più fervide e creative in grado di vedere “in avanti”, e per la musica tradizionale o che da questa prende origine voglio citare il leggendario triplo ellepì “Will The Circle Be Unbroken”, i lavori di David Grisman con il quintetto e con Jerry Garcia e naturalmente questa session registrata cinquanta anni fa da un combo di musicisti, alcuni fortemente legati al bluegrass, altri aperti a nuove strade per questo genere musicale ed uno straordinario jazzista (Dave Holland, naturalmente).

Vassar Clements e Jethro Burns arrangiano splendidamente una melodia, “Goin’ Home”, tratta dalla Sinfonia N° 9 di Antonin Dvorak che il violinista esegue in duo con Norman Blake (notevolissimo ed inedito il suo accompagnamento ritmico) – e qui abbiamo un primo esempio di vicinanza ad altre forme musicali per quanto influenzate da folklore americano – mentre il jazz fa capolino in “’A’ Train” di Billy Strayhorn (Vviolino e chitarra) e nell’improvvisazione che chiude la seconda facciata, il blues “Vassar & Dave” (e non poteva chiamarsi altrimenti) dove emerge l’impetuosa cavata di Holland e lo stile a-la Grappelli di Clements.

Oserei dire spettacolare l’esecuzione di Blake in solo di “Old Brown Case” e naturalmente i brani eseguiti dall’ensemble come “McKinley’s Blues” ed il successivo “Okonee” di Tut Taylor – la voce è naturalmente quella di Blake – fanno perfettamente immaginare l’atmosfera che si respirava durante questa session registrata a Nashville, un suono equilibrato dove gli strumenti si intersecano meravigliosamente e dove gli assoli tra le strofe sono delle autentiche gemme incastonate nel brano: quello di contrabbasso e di mandolino in “Okonee” e quelli di violino, mandolino di Burns e di dobro di Taylor con il contrabbasso e la chitarra che dettano il ritmo.

Disco assolutamente meraviglioso, tra folk americano, jazz e classica del Novecento. Se non è questo un capolavoro ditemi cosa lo è.

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis. Thanks Tom Smith.

(From Google Translation) “One morning he calls my manager and says I was asked for sessions with American musicians who weren’t jazzmen. I confirmed my presence with great curiosity and I must confess that I rarely enjoyed myself so much in the recording room ”: these are the words of the double bass player Dave Holland who told me at the end of a solo concert in Verona at the Teatro Camploy. And in fact this joy of playing is clearly perceptible both when listening to this LP credited to John Hartford and the one recorded in the company of Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor and Jethro Burns recorded in ’75 for HDS Records.

John Hartford, banjoist singer, violinist and guitarist who passed away in 2001 was undoubtedly one of the most fertile minds of the so-called alternative bluegrass, often out of the box, ironic and always surprising that was able to break the mold of an almost always self-referential and repetitive music. (“Aero plane” of 1971 and “Mark Twang” of ’76 are some of the most striking proofs of this) and if Hartford and Blake required the presence of a double bass player like Holland rather than that of one like Roy Huskey Jr. (a true and perfect metronome, playing companion of a certain Doc Watson but far from the world of Prog Bluegrass, ed) means that their minds were rather “open”. At that time the English bassist was working with Sam Rivers, Barry Altshul and Antony Braxton but in these “American” sessions all his technique and lyricism that I have always distinguished emerges: his interventions in “All Fall Down”, his regal accompaniment in “Street Car” his involvement in all the Hartford compositions and his “balance” the personalities of the banjoist / singer and Norman Blake are not an added value to the album but represent his total sharing with the ideas of Hartford that he had in my opinion a stroke of genius in involving David Holland in this extraordinary project. A wonderful work this “Morning Bugle” a dip in “American” music whose history and styles are filtered by the personality of Hartford, one of the greatest and unique talents of this alternative bluegrass whose disappearance has left in musician friends and his fans a great void.

There are no outtakes on this record, the musicians played in a circle looking straight in the eye, and this is the wonderful result of those sessions.

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Una mattina chiama il mio manager e dice che ero stato richiesto per delle session con musicisti americani che non erano dei jazzisti. Confermai con grande curiosità la mia presenza e ti devo confessare che raramente mi sono divertito coì tanto in sala di registrazione”: queste le parole del contrabbassista Dave Holland che mi disse alla fine di un concerto “in solo” a Verona al Teatro Camploy. Ed in effetti questa gioia di suonare è nettamente percepibile sia all’ascolto di questo LP accreditato a John Hartford che di quello registrato in compagnia di Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor e Jethro Burns registrato nel ’75 per la HDS Records.

John Hartford, cantante banjoista, violinista e chitarrista scomparso nel 2001 è stata senz’altro una delle menti più fertili del cosiddetto bluegrass alternativo, spesso fuori degli schemi, ironico e sempre sorprendente che ha saputo rompere gli schemi di una musica quasi sempre autoreferenziale e ripetiviva (“Aero plane” del 1971 e “Mark Twang” del ’76 sono alcune una delle prove più lampanti di ciò) e se Hartford e Blake richiesero la presenza di un contrabbassista come Holland piuttosto che quella di uno come Roy Huskey Jr. (un vero e perfetto metronomo, compagno di suonate di un certo Doc Watson ma lontano dal mondo del Prog Bluegrass, n.d.r.) significa che le loro menti erano piuttosto “aperte”. In quel periodo il bassista inglese stava lavorando con Sam Rivers, Barry Altshul e Antony Braxton ma in queste session “americane” emerge tutta la sua tecnica ed il lirismo che ho sempre contraddistinto: i suoi interventi in “All Fall Down”, il suo regale accompagnamento in “Street Car” il suo coinvolgimento in tutte le composizioni di Hartford ed il suo “bilanciare” le personalità del banjoista / cantante e di Norman Blake non sono un valore aggiunto al disco ma rappresentano la sua totale condivisione alle idee di Hartford che ebbe a mio avviso un colpo di genio nel coinvolgere David Holland in questo straordinario progetto. Un lavoro meraviglioso questo “Morning Bugle” un tuffo nella musica “americana” la cui storia ed i cui stili sono filtrati dalla personalità di Hartford, uno dei più grandi ed unici talenti di questo bluegrass alternativo la cui scomparsa ha lasciato negli amici musicisti e nei suoi fans un grande vuoto.

Non ci sono outtakes di questo disco, i musicisti hanno suonato in cerchio guardandosi dritti negli occhi, e questo è il meraviglioso risultato di quelle sessions.

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

DUCK BAKER “When you wore a tulip”

Southern Summer Records. CD, 1977, 2019

di Alessandro Nobis

Pubblicato nel 1976 dalla Kicking Mule Records, “When you wore a tulip” era il secondo significativo lavoro del chitarrista americano Duck Baker e conteneva tracce registrate durante il ’74 e ’75 (dalle session del primo album “There’s Something For Everyone in America”), oltre ad altre risalenti all’aprile del ’76; ora su iniziativa dello stesso Baker viene ristampato meritoriamente con l’aggiunta di cinque “bonus tracks” provenienti dalla registrazione di un concerto parigino sempre del 1976. “All’epoca dei fatti” Baker era già considerato uno dei più autorevoli ed originali interpreti dello stile fingerpicking, stile allora molto ancorato sulla riproposizione del folk anglo-scoto-irlandese, sia per il sua visione piuttosto legata all’improvvisazione, per lo stile applicato alla chitarra con corde di nylon ed infine per il repertorio che spazia dalle tradizioni musicali americane di origine europea al jazz.Interpretazione, arrangiamento, composizione e improvvisazione sono sempre stati quindi i punti cardinali della carriera del chitarrista della Virginia, e già a metà degli anni settanta era leggibile il suo progetto che tuttora porta avanti, da solo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/) o con piccoli combo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/20/duck-baker-quartet-coffee-for-three/).

DUCK_BAKER_WHEN+YOU+WORE+A+TULIP-590251.jpgQui troviamo brani che fanno parte del suo repertorio da sempre come “Back Home Again in Indiana” scritto da James F. Hanley & Ballard MacDonald o “Huneysuckle Rose” di Fats Waller vicino a sue composizioni come “Plymouth Rock” e “Rapid Transit Blues” ed a splendidi arrangiamenti di fiddle tunes come “Angeline the Baker” e “The Boys of Blue Hill”.

La chicca qui è la sequenza dei cinque inediti registrati a Parigi dei quali vanno citati almeno “Maple Leaf Rag” (Scott Joplin) e “Chicken Ain’t nothing’ but a bird” (letteralmente “le galline non sono altro che uccelli”) di Emmet Wallace, due straordinari arrangiamenti per chitarra acustica.

Mi domando, quando ascolto Duck Baker, come mai un musicista dei questo livello non faccia parte dei cartelloni dei festival jazz italiani “più autorevoli”.

 

 

SUONI RIEMERSI: SÉAMAS MAC AONGHUSA (SEAMUS ENNIS) “Strains On Wind Once Blown – Vol. 1: The Pure Drop”

SUONI RIEMERSI: SÉAMAS MAC AONGHUSA (SEAMUS ENNIS) “Strains On Wind Once Blown – Vol. 1: The Pure Drop”

SUONI RIEMERSI: SÉAMAS MAC AONGHUSA (SEAMUS ENNIS)

“Strains on Wind Once Blown. Volume 1; the Pure Drop”

TARA RECORDS 1077. LP, 1974

di Alessandro Nobis

Non c’è mai stata nella musica tradizionale irlandese una personalità così forte ed importante come quella di Séamas Mac Aonghusa, Seamus Ennis.” Così lo definisce il piper John McSherry nel suo importante volume “The Wheels of the World” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/09/colin-harper-john-mcsherry-the-wheels-of-the-world/) la cui copertina ritrae appunto Ennis mentre viene registrato da Jean Ritchie: narratore, etnomusicologo, ricercatore, conduttore radiofonico e soprattutto straordinario piper, Seamus Ennis è stato uno dei “fari” che hanno illuminato la storia della musica popolare irlandese nel XX° secolo, e continua a farlo visto che al suo lavoro come quello di William Clancy o Sean O’Riada – per citare due figure fondamentali – fanno riferimento anche le nuove generazioni di pipers e musicisti tradizionali in generale.

Molto del repertorio che suono qui l’ho appreso da mio padre” scrive nell’interno della copertina del disco che contiene le sue registrazioni del 1973 e pubblicata dalla benemerita Tara l’anno seguente e che riporta sul retro uno scritto di Liam O’Flynn. Questo lavoro, uno dei più alti esempi di musica per uilleann pipes mai registrati, contiene quindici tracce tra le quali ve ne voglio segnalare alcune per me particolarmente significative del lavoro di ricerca e di interpretazione. Inizierei con le due gighe in 6/8 “Chase me Charlie & The Dingle Regatta (Two Single Jigs)”, una delle 212 arie che Ennis trascrisse ascoltando tale Colm Keane di Glynsk nei pressi di Carna nel Connemara (costa occidentale), e quindi il set di reels “The Pure Drop & The Flax in Bloom”, una sorta di passaggio per i pipers che si trova nella raccolta O’Neill (1903). Del repertorio tramandatogli dal padre ecco la slow air “The Fairy Boy” (una melodia il cui testo era cantato in irlandese) ed il set di hornpipes “The Groves Hornpipe & Dwyer’s Hornpipe”.

Ennis non ha una corposa discografia alle spalle ma la sua importanza travalica l’aspetto prettamente strumentale visti i suoi interessi che abbiamo citato in apertura. Il suo set di cornamuse, che il padre James liutaio e piper aveva costruito nel 1908 (il padre era considerato l’ultimo rappresentante della vecchia scuola di pipers, la madre era invece una violinista della Contea di Mo

Wheels
SEAMUS ENNIS & JEAN RITCHIE

naghan), andò in eredità al suo grande amico Liam O’Flynn che per tre anni condivise con lui un appartamento, fino a quando si trasferì in un caravan a Naul in un appezzamento che aveva acquistato. Come racconta Peter Browne, “il set venne lasciato alla morte di O’Flynn a Páraic MacMathúna, figlio del collezionista ricercatore e speaker radiofonico della RTE Ciarán; al 100° anniversario della nascita di Seamus Ennis, vennero suonate da valenti pipers al Seamus Ennis Centre di Naul, nella Contea di Dublino, area di origine della famiglia Ennis”.

Pensate che Seamus Ennis si esibì al di fuori dell’Irlanda, solamente nel Regno Unito ed a Rotterdam, nel 1976, durante un festival di musica “celtica” (il virgolettato è di John McSherry) e fu invitato anche ad una edizione del Newport Folk Festival. Di lui Paddy Glackin dice a John McSherry che “quando Seamus Ennis saliva sul palcoscenico pur esibendosi da solo con la sua personalità e carisma riempiva l’intero spazio, catturando la totale attenzione del pubblico presente”. O’Flynn racconta come Ennis fosse uno strumentista insuperato nella tecnica e nell’espressività: “il suo stile era impeccabile, aveva il totale controllo dello strumento ma non gli piaceva stupire il pubblico solamente con la tecnica alla quale preferiva l’eleganza”.

Una settimana prima della sua dipartita O’Flynn e Glackin, lo accompagnarono per una visita medica: infinito rispetto ed amicizia verso un uomo che seppe trasmettere la sua eredità musicale ed il suo contagioso entusiasmo alla generazione successiva.

TRACK LIST:

  1. The Pure Drop & The Flax in Bloom (Two Reels)
  2. The Fairy Boy (Slow Air)
  3. The Groves Hornpipe & Dwyer’s Hornpipe (Hornpipes)
  4. O’Sullivan the Great (March)
  5. When Sick, Is it Tea You Want? & The Humours of Drinagh (Double Jigs)
  6. By the River of Gems & The Rocky Road to Dublin (Slow Air and Slip-Jig)
  7. Ask My Father & Pat Ward’s Jig (Two Single Jigs)
  8. Valencia Harbour (Slow Air)
  9. The Standing Abbey & The Stack of Barley (Hornpipes)
  10. The Leitrim Thrush & Miss Johnson (Two Reels)
  11. The Return From Fingal (March)
  12. Chase me Charlie & The Dingle Regatta (Two Single Jigs)
  13. White Connor’s Daughter, Nora (Slow Air)
  14. Slieve Russell & Sixpenny Money (Two Double Jigs)
  15. Stay for Another While : I Have No Money & The Cushogue (Three Reels)
  16. The Brown Thorn (Slow Air)

 

 

 

VASSAR CLEMENTS & C. “Hillbilly Jazz”

VASSAR CLEMENTS & C. “Hillbilly Jazz”

VASSAR CLEMENTS & C. “Hillbilly Jazz”

Flying Fish Records 101, 1974

di Alessandro Nobis

Trasmessa via radio per la prima volta nel 1923 da una radio texana la musica hillbilly è, come scrive Rick Ulman nel libretto allegato al doppio vinile in questione,  “il risultato dell’interazione tra culture musicali bianca e nera e tra la musica funzionale e non funzionale (al ballo). La sua storia non può essere compresa esaminando indipendentemente ogni suo elemento visto che il suo tratto fondamentale è il suo eclettismo, la fusione, la contaminazione di fenomeni apparentemente così distanti – urbani, industriali e rurali, europei, tex mex e afroamericani, jazz e country.

Detto questo, quello che caratterizza come “fondamentale” questo doppio album pubblicato dalla prestigiosissima etichetta Flying Fish di Micheal Melford, è l’apertura mentale che Vassar Clements dimostra verso altri generi e musicisti che poco o nulla hanno a che fare con la musica hillbilly più pura ed ortodossa: qui si mescola sapientemente l’hillbilly con il Texas Swing di Bob Wills e si convocano in studio, tra gli altri, lo straordinario pedal steel guitarist Doug Jernigan, un chitarrista del tutto poco ortodosso come David Bromberg, il chitarrista Sam Pruett – già con la band di Hank Williams – e J.J. Fontana, batterista alla corte di Elvis Presley negli anni ’50 e ’60. Il risultato è musica che a 43 anni di distanza si ascolta in modo del tutto piacevole e che nel lontano 1974 diede un chiaro segno di come l’ortodossia musicale americana poteva essere demolita (ed i vari David Grisman, Peter Rowan, Jerry Garcia, John Hartford e dischi come “Will The Circle be Umbroken” stano lì a ribadirlo e ricordarcelo). “Take me back to Tulsa”, “Brown’s Ferry Blues”, “Vassar’s Boogie” e “C Jam Blues” sono solo quattro brani che vi voglio segnalare, Unknown.jpegoltre a raccontarvi che come spesso accadeva in quegli anni, la stampa europea del disco (Sonet) ed italiana (Ricordi) grazie alla sciagurata scelta di cambiare la copertina e di mettere in vendita “Hillbilly Jazz” smembrandolo in due volumi riuscirono a rovinare – a devastare sarebbe il verbo esatto – la complessità e l’unicità di questo splendido lavoro di Vassar Clements e della benemerita Flying Fish. Tanto per dire.

THE LONG HELLO “The Long hello”

THE LONG HELLO “The Long hello”

THE LONG HELLO “The Long hello”

UNITED ARTISTS, ITALIA, 1974 – AUTOPRODUZIONE UK, 1976. LP.

di alessandro nobis

Nel 1974 esce in Italia questo album, “The Long Hello” che contiene le session registrate l’anno precedente da un formidabile gruppo con David Jackson ai fiati, il pluristrumentista Hugh Banton, Nic Potter al basso, Guy Evans alla batteria e l’italianissimo – veronese per la precisione – Piero Messina alle chitarre. Tutti i Van Der Graaf Generator meno uno (Peter Hammill ovviamente) che, presa una pausa – lunga – dal gruppo madre, decisero di registrare questo bel disco strumentale troppo dimenticato e sparito dalla circolazione appena dopo la sua pubblicazione nel 1976 nel Regno Unito, con copertina diversa, quella bianca.r-1345345-1331367669-jpeg

Un gruppo che con questa line-up (vi appare anche la chitarra di Ced Curtis) produrrà solo questo album che da allora in poi verrà accreditato quasi ovunque a Jackson – Banton – Evans considerando il compositore e chitarrista italiano come “amico”. In realtà l’apporto di Messina non è per nulla trascurabile, anzi: due brani originali (“The O Flat Session” e “Fairhazel Gardens” scritta a quattro mani con Jackson) e la costante e deliziosa presenza della sua chitarra classica oltre al suo raffinato gusto danno una chiara impronta alla musica, ancora fresca e molto piacevole nonostante i quarant’anni passati, di “The Long Hello” che in alcuni momenti ricorda sì quella dei VDGG ma anche quella di un altro gran bel gruppo dell’epoca, gli Audience di Howard Werth per il ruolo e la bellezza dei fraseggi chitarristici e degli arrangiamenti.

E per cortesia, diamo finalmente a Piero Messina ciò che è di Piero Messina: nella nostra città musicisti di questa qualità ne abbiamo visti davvero pochi.

Un ottimo disco, da riascoltare – anche su YouTube – nonostante l’audio diciamo così non eccelso, anche se resta il rammarico di non aver avuto l’occasione di ascoltare questo gruppo dal vivo perché credo non sia mai salito su di un palco. Chissà che magìa sonora.