SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD “Steam Powered Aereo-Takes”

Rounder Records. CD, (1971), 2002

di alessandro nobis

Sono cinquant’anni che le straordinarie session di John Hartford, Vassar Clements, Tut Taylor e Norman Blake furono registrate: in parte vennero pubblicate nel ’71 in “Areo Plain” con la (prima) produzione di David Bromberg, alcune sono state perse ed una terza parte sono contenute in questo CD immesso sul mercato dalla Rounder in occasione del trentennale del “Disco Madre” e che contiene brani incisi tra il ritorno di Hartford a Nashville e la realizzazione di “Morning Bugle”. Qui troviamo brani che avrebbero dovuto essere su Aero-Plane, qualche “cut” di John  Hartford e qualche standard di bluegrass suonata dalla Aeroplane Band ed alle registrazioni parteciparono, oltre naturalmente ad Hartford, Norman Blake, Tut Taylor, Vassar Clements ed un efficacissimo e quadrato Randy Scruggs al contrabbasso.

Tra i brani più interessanti ci sono le rilettura di un brano di Jimmie Skinner (“Doin’ my time”) del quale segnalo una superlativa versione della Seldom Scene di Mike Auldridge, e di uno di Jimmie Davis (“Where the old red driver flows”) registrato nelle sessions prodotte da Bromberg e che qui ha l’onore di aprire il disco; gli altri brani sono tutte composizioni di John Hartford e di Tut Taylor, del primo ricordo “Dig a Hole” con un notevole arrangiamento vocale e lo splendido violino di Hartford (Clements qui non c’è) e soprattutto “Presbyterian Guitar” con Taylor alla mandola, Blake al mandolino, Clements al mandocello e Scruggs al contrabbasso, brano introspettivo del giugno del ’71 che esalta la bravura e l’interplay dei musicisti. In puro stile Hartford c’è infine “The Vamp From Back in the Goodie Days” con il violino che guida sull’appoggio del banjo, della chitarra e del dobro.

Non credo sia particolarmente difficile procurarsi questo CD, se avete già “Aero-Plain” questo è il suo il lavoro complementare, di grande bellezza e del notevole valore storico visto che già mezzo secolo è passato.

DALLA PICCIONAIA: Pádraig Ó Maoldomhnaigh (1938 – 2021)

DALLA PICCIONAIA: Pádraig Ó Maoldomhnaigh (1938 – 2021)

DALLA PICCIONAIA: – Pádraig Ó Maoldomhnaigh / Paddy Moiloney (1938 – 2021)

di alessandro nobis

Purtroppo Paddy Moloney se ne è andato l’11 ottobre, lasciando un enorme senso di tristezza in tutto l’ambiente della musica tradizionale non solo irlandese visti il grande rispetto e l’enorme popolarità che i Chieftains dalla metà degli anni settanta godettero in tutto il mondo. Affermare che il merito principale del piper dublinese è stato quello di esportare per primo, con il gruppo, il patrimonio tradizionale d’Irlanda è a mio avviso quantomeno riduttivo: Moloney è stato un piper ed un suonatore di tin whistle di grande livello ed ha saputo cercare e trovare nell’immenso repertorio del folk di tradizione orale e nei repertori a stampa gemme e tesori di grande valore.

Molti appassionati tra il quale chi scrive hanno conosciuto il suono delle uilleann pipes alla metà degli anni settanta quando il britannico Mike Oldfield lo invitò come unico ospite alle registrazioni del suo terzo album “Ommadawn”, molti altri conobbero invece la musica dei Chieftains attraverso uno dei capolavori cinematografici di Stanley Kubrick, “Barry Lyndon” dove la slow air “Women of Ireland”, presente già sul loro quarto album del ’73 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/23/suoni-riemersi-the-chieftains-4/)come la B-Side “Morning Dew”,  fu pubblicata su 45 giri anche in Italia. Fatto sta che il suono del gruppo, prima del lungo periodo di collaborazioni con musicisti di tutto il mondo, era davvero particolare per l’assenza di strumenti a plettro che invece erano la peculiarità e la novità della stragrande maggioranza delle band irlandesi di quegli anni.

La passione per la musica gli fu probabilmente trasmessa dalla nonna materna che viveva nella Contea di Laois, e come spessissimo accade in Irlanda il primo strumento che prese in mano fu il tin whistle anche la svolta nella sua vita musicale furono le lezioni che il grande Leo Rowsome gli impartì alla scuola di musica del Leinster; più migliorava il suo stile, più ascoltava anche gli altri maestri delle generazioni precedenti tra i quali ricordo solamente Seamus Ennis e Tommy Reck. Vivendo a Dublino entrò in contatto da giovanissimo, a ventidue anni, con un altro Maestro della tradizione irlandese, il compositore e clavicembalista Sean O’ Riada che lo volle nel suo gruppo che da lì a poco si trasformò nel Ceoltóirí Chualann, considerato da tutti l’ensemble che diede il via per primo allo studio ed alla riproposizione della musica irlandese in tutto il Paese.

Del Ceoltóirí Chualann facevano parte oltre naturalmente a Paddy Moloney, Martin Fay, Sean Potts e Michael Turbridy ovvero il nucleo dei futuri Chieftains, gruppo nato nel 1962 per un solo disco realizzato su richiesta della label dublinese – recentemente acquistata da una major – Claddagh Records (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/05/suoni-riemersi-the-chieftains/), etichetta nella quale Moloney ebbe per qualche tempo anche un ruolo gestionale.

Resta il mio rammarico, ma credo di essere in ottima compagnia, che Paddy Moloney non abbia mai inciso un album di solo uilleann pipes, registrandone invece uno peraltro magnifico in compagnia di Sean Potts come duo di tin whistles (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/09/24/suoni-riemersi-paddy-moloney-%c2%b7-sean-potts-tin-whistles/).

A dispetto delle intenzioni iniziali, i Chieftains sono rimasti attivi per sei decenni e le loro produzioni non sempre vennero giudicate positivamente dai puristi.

Ma questa è tutt’altra storia.

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

DALLA PICCIONAIA: INTERVISTA A GIANNANTONIO MUTTO

di Alessandro Nobis

A quattro anni dalla pubblicazione del disco di esordio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/18/tangox3-barrio-de-tango/), il trio formato dal pianista Giannantonio Mutto, dal violoncellista Leonardo Sapere e dal bandoneonista Luca Degani ha prodotto questo secondo significativo lavoro che conferma come il progetto del gruppo sia quello di affrontare il repertorio del tango argentino decontestualizzandolo dal ballo scrivendo arrangiamenti che offrono una rilettura decisamente rivolta all’”ascolto”, un apprezzatissimo marchio di fabbrica. La novità di questo lavoro è l’inserimento nel trio del contrabbasso di Rino Braia e, nell’attesa che ne venga pubblicata una versione “fisica”, è possibile ascoltare la registrazione nella sua interezza, di qualità ottima, sulla piattaforma Spotify. Abbiamo incontrato dopo qualche tempo nuovamente Giannantonio Mutto e con lui abbiamo scambiato alcune battute per cercare di scoprire i segreti di questa nuova registrazione e le più recenti novità di quello che a questo punto possiamo definire “quartetto”.

  • In quale occasione avete tenuto questo concerto? A Verona al Teatro Ristori il 18 luglio 2020 in una serie di concerti organizzati da Alberto Martini direttore artistico del teatro, dopo il periodo del primo lockdown.
  • Vi si sente affermare che questo è stata un’importante occasione per voi, per quale motivo? “È stato un concerto particolarmente importante, il ritorno all’esibizione pubblica dopo parecchi mesi di stop, in più la proposta di un programma con dei nuovi brani in repertorio e mie due composizioni scritte per il gruppo.”
  • Qual è il repertorio che avete scelto per il concerto che è stato registrato? “Oltre a dei brani fondamentali del tango moderno scritti da Astor Piazzolla che solitamente suoniamo come “Michelangelo 70”, “Adios nonino”, “Tocata Rea” e altri tanghi famosi abbiamo introdotto alcuni tanghi di autori come Anibal Troilo, Osvaldo Pugliese, Anselmo Aieta, Richard Galliano e Jerzi Petersburski. Inoltre due mie nuove composizioni, “Milonga sin palabras” e “Tango de los años”.
  • Perché la decisione di inserire un quarto elemento e come è cambiato il suono passando da “trio” a “quartetto”? “La collaborazione con il contrabbassista Rino Braia è nata parecchi anni fa iniziando i concerti di tango con I Virtuosi Italiani, da lì è nata l’idea oltre all’amicizia di proporre il repertorio in quartetto, è stato un passaggio naturale. Il contrabbasso nel tango è fondamentale, dà un colore particolare a tutto il gruppo.”
  • Con il contrabbasso in organico, come è cambiato, se è cambiato, il ruolo del violoncello? “Il contrabbasso nel tango fa da supporto alla mano sinistra del pianista, rinforza la parte ritmica con i suoni realizzati sia con l’arco sia con il pizzicato. Il violoncello rimane nel suo ruolo di strumento melodico.”
  • Questa formazione con il contrabbasso è la vostra nuova formazione definitiva? “Con il contrabbassista Rino Braia rimarrà una collaborazione in alternanza al trio
  • Il tango è solitamente contestualizzato al ballo. Durante la vostra performance c’è stata anche l’esibizione di una coppia di ballerini (Margarita Klurfan e Walter Cardozo). Per voi musicisti quali sono le differenze di esecuzione dello stesso repertorio di tango in una dimensione concertistica rispetto a quella contestualizzata al ballo? Forse una maggior “libertà” esecutiva? “Quando nei concerti ci viene richiesta l’esibizione di una coppia di ballerini solitamente collaboriamo con Margarita Klurfan e Walter Cardozo, ma abbiamo lavorato anche con Angel Zotto in più concerti. Con la danza il tango un po’ cambia, c’è una sorta di adattamento alle esigenze del ballo, qualche modifica nei tempi di esecuzione, qualche modifica nei finali dei brani da eseguire, da lì un nostro adattamento alla nuova situazione che di volta in volta si presenta.”
  • Personalmente spero, sentita la qualità del materiale, che pubblicherete una versione fisica del concerto. E’ nei vostri progetti? “Sì è nei nostri progetti poter realizzare un CD di questo concerto live”.

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “Planxty”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “Planxty”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “Planxty”

Polydor Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Il primo disco dei Planxty ha avuto nella storia del folk revival irlandese ma a mio avviso in quello dell’Europa Continentale un impatto decisivo, e questo per almeno un paio di ragioni: la prima per la cura e l’innovazione negli arrangiamenti che prevedevano l’utilizzo di strumenti e quindi di sonorità nuove per i cultori del folk irlandese più ortodosso come il bozouky e gli strumenti a plettro in generale e la seconda per la produzione di materiale nuovo scritto seguendo la tradizione portato da tutti i componenti ovvero Liam O’Flynn, Andy Irvine, Christy Moore e Donal Lunny ed a ciò aggiungo che il loro sguardo era rivolto anche altrove dalla cui tradizione pescheranno in seguito “gemme” riarrangiate con grande maestria provenienti dai repertori d’oltreoceano e balcanici.

All’autore dell’ottimo volume “The Humours of Planxty”, Leagues O’Toole (Hodder Headline Ireland, 2006), Liam O’Flynn racconta: “Il materiale del primo album fu il risultato dell’apporto che ognuno di noi mise sul tavolo. E molto materiale fu portato, che fu ben valutato e selezionato. Io portai quattro strumentali, Christy ed Andy portarono quattro canzoni ciascuno e Donal assunse le vesti di direttore artistico”. “Sì, lui ebbe quel ruolo” annuisce Andy; “lui e solo lui aveva la capacità di ascoltare il suono dell’intera band mentre suonava. Personalmente trovavo questo per me impossibile da fare, quando suonavo mi isolavo totalmente.”

Questo disco che si può definire iconico e seminale contiene brani che hanno sempre identificato i  Planxty come l’arrangiamento di “Raggle Taggle Gipsy”, brano dell’Irish Traveller John Reilly, o i due composti da Turlough O’Carolan ovvero “Planxty Irwin” e “Seabeg and Seemore” (una versione diversa rispetto a quella apparsa su 45giri) con uno splendido arrangiamento dove le pipes di O’Flynn suonano sopra gli intrecci dei plettri). Tra le ballate naturalmente voglio citare “The Blacksmith” a chiusura dell’album, l’antimilitarista “Arthur McBride” proveniente dalla Contea di Donegal con la voce solista di Irvine (ballata raccolta da P.W. Joyce ai primi del Novecento e che fa riferimento ai reclutamenti forzati per la Prima Guerra Mondiale) e “Sweet Thames” omaggio al grande Ewan McColl che la compose per una riduzione radiofonica di una versione londinese di “Giulietta e Romeo”.

Forse non il migliore lavoro in studio dei Planxty, personalmente sono molto affezionato a “The Woman I Loved so Well (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/19/suoni-riemersi-planxty-the-woman-i-loved-so-well/) ma comunque di sicuro una pietra miliare del nuovo folk irlandese.

SUONI RIEMERSI: SANCTO IANNE “Scapulà”

SUONI RIEMERSI: SANCTO IANNE “Scapulà”

SUONI RIEMERSI: SANCTO IANNE “Scapulà”

Folk Club Ethnosuoni Dischi. CD, 2002

di alessandro nobis

Ho avuto la fortuna di assistere ad un paio di concerti di Sancto Ianne e quello che ricordo bene è la coesione dei suoni sospesi tra la modernità ed il patrimonio popolare e grande energia che trasmettevano al pubblico; a mio avviso uno dei migliori esempi di rilettura e di riproposizione della tradizione con una grande attenzione alle problematiche sociali della loro – e della nostra – terra. Scapulà fu il loro secondo disco e a vent’anni di distanza mantiene ancora la freschezza e l’attualità della loro musica, un peccato che dopo il terzo disco pubblicato quattro anni più tardi, “Mo siente” ed il seguente “Trase” (2013) il gruppo abbia fatto perdere le sue tracce, almeno dal punto di vista discografico.

Questo “Scapulà” è un disco che ti conquista in pochi secondi, la composizione originale che apre il disco la dice lunga sul progetto del gruppo beneventano, “’A Muntagna” parla per conto del Monte Tiburno che come tutte le montagne se potesse parlare, sulle vicende umane ne avrebbe di cose da raccontare osservate per millenni sempre in silenzio e la seguente “Paese Iastemmato”, altro originale, è una struggente ballata sul secolare fenomeno dell’emigrazione con la potente voce solista di Gianni Principe che affonda la lama nella ferita che ogni persona costretta a partire porta con sé per sempre: notevole l’arrangiamento dove il mandoloncello e la fisarmonica si incrociano a sostenere il racconto assieme all’incisivo basso elettrico. Tra la musica di derivazione popolare voglio segnalare “A Muntevergine”, straordinario ed antico canto che nella sua versione originale accompagna il cammino dei pellegrini verso il Santuario della Madonna di Montevergine e che, con la voce filtrata di Gianni Principe e le percussioni di Alfonso Coviello ci ricorda come ancor oggi in alcune aree sia ancora viva la tradizione legata al profano e in questo caso ai rituali religiosi e “Nun te ricuordi”, canto narrativo legato al rito della mietitura ma che, come in moltissimi canti tradizionali italiani ed europei, narra la vicenda umana di una ragazza che non trova marito.

Gianni Principe (voce e castagnette), Alfonso Coviello (percussioni), Ciro Maria Schettino (plettri), Gianni Cusani (basso), Sergio Napolitano (fisarmonica) e Raffaello Tiseo (violino) son i musicisti e compositori che diedero vita nel ’92 a questo progetto di caratura a mio avviso internazionale meritandosi con questo disco la segnalazione dell’autorevole rivista specializzata francese “Trad”.

Come è che si dice e che ci si augura, a volte ritornano ……….

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

ABC DUNHILL Records. LP, 1970

di alessandro nobis

The grass is greener” ovvero “una copertina per due dischi” verrebbe da dire per il terzo album pubblicato per il mercato americano nel 1970 diventato già nel ’70 oggetto di collezionismo in Europa, dove pochissimi ebbero l’occasione di acquistarlo sul mercato d’importazione come si chiamava mezzo secolo fa (personalmente, questa versione non l’ho mai vista!). Altri gruppi dell’epoca come i Van Der Graaf Generator o i Gentle Giant pubblicarono dischi con copertine diverse (“H to He Who am The Only One” e “Octopus” rispettivamente)  ma i Colosseum seppero fare di meglio utilizzando la copertina del precedente “Valentyne Suite” virandola leggermente al blue e cambiandone anche il font delle scritte; giusto quel poco per farne un rompicapo capace di far dannare i non pochi fans dell’epoca (ora si chiamerebbero followers) della straordinaria band di John Hiseman & C; band che seppe mescolare con equilibrio ed eleganza il blues elettrico, il rock ed il jazz ma che fu erroneamente spesso collegata alla corrente che molti chiamano “progressive”, un termine a mio avviso senza alcun significato tanto meno se accostato al suono dei Colosseum.

Ma andiamo con ordine: l’unico brano che hanno in comune i due album è “Elegy”, mentre altri tre (“Betty’s Blues”, “The Machine Demands a Sacrifice” aperta dal flauto di H.S. e dal basso di Tony Reeves e lo splendido brano eponimo introdotto dai sassofoni, con un bel solo di basso ed una davvero notevole parte di chitarra) presentano una versione differente rispetto a “Valentyne Suite” con il chitarrista Clem Clempson anche come voce solista in sostituzione di Litherland che nel frattempo aveva lasciato il gruppo diventando quindi una chicca preziosa per gli appassionati dei Colosseum visto il suono più legato al blues elettrico di Clempson che caratterizzerà l’ultima fase di vita della band. Il nuovo missaggio risale al ’69 durante il quale vennero registrati anche i quattro brani inediti: due diventarono cavalli di battaglia dei concerti, e mi riferisco in particolare al blues scritto da Jack Bruce e Pete Brown “Rope Ladder to the Moon” con un bell’arrangiamento per la marimba ed a “Lost Angeles” scritta a quattro mani da Greenslade ed Heckstall – Smith, una versione che in questo lavoro ha la durata di cinque minuti e mezzo ma che nelle esibizioni dal vivo supera il quarto d’ora grazie all’immaginifica introduzione dell’Hammond di Dave Greenslade. Gli altri due brani inediti sono un arrangiamento del “Bolero” di Maurice Ravel (personalmente lo ritengo il brano più debole, non mi sono mai piaciuti gli arrangiamenti rock di brani classici, lo devo dire) ed una bella composizione di Mike Taylor e Dave Tolin, “Jumpin’ Off the Sun” introdotta dalle campane tubolari di Hiseman e con significativo assolo di chitarra.

A fare un po’ d’ordine ci ha pensato nel 2002 la Sanctuary Records pubblicato un doppio CD che contiene sia “Valentyne Suite” che “The Grass is Greener” con due inediti (“Arthur’s Moustache” e “Lost Angeles” provenienti dalla trasmissione Top Gear re mandati in onda il 22 novembre del 1969.

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

KUJACOUSTIC “Inniò – In nessun dove”

FOLKEST DISCHI Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Se avete accumulato abbastanza esperienza nell’ascolto della buona musica acustica, il primo riferimento che viene spontaneo al primo ascolto va al David Grisman Quintet con il quale Kujacoustic ha in comune le timbriche degli strumenti, l’attenzione e valorizzazione del patrimonio tradizionale e il gusto per la nuova composizione. Tutto qua. In “Inniò” non c’è nulla di calligrafico, ci sono i talenti di Massimo Gatti (mandolino), Michele Pucci (chitarra) e di Alessandro Turchet (contrabbasso) che costruiscono un repertorio eseguito con grande maestria con brani originali e la rivisitazione di altri tre appartenenti a musiche popolari friulane, greche e finniche riviste naturalmente attraverso “i legni” che i tre abbracciano, accompagnati in tre brani dalle misurate ed efficaci percussioni di Michele Budai.

Tre i “tradizionali”: magnifico mi sembra l’arrangiamento del “Valzer di Napoleon” spesso esuguito dalla fisarmonica e che qui trova una sua inedita dimensione cameristica al pari di “Rautanen”, tradizionale finlandese esercizio di stile di Massimo Gatti che suona un mandolino “americano” con quel timbro particolare che quasi transla il repertorio europeo “altrove”, e dal patrimonio greco del repertorio rebetiko ecco la splendida melodia “Misirlou” che ospita alla perfezione al suo interno “Aman”, tradizionale sefardita.

Ma, a parte gli arrangiamenti dei brani alloctoni sono le composizioni originali che valorizzano il progetto di Kujacoustic; il respiro di “Rèif” composto da Michele Pucci e la pacata melodia di “Nuvole” (scritta da Massimo Gatti), la musica gitana apocrifa del valzer “Tzigani Mood” dove ancora una volta il gusto e la compostezza del mandolinista emerge in tutto il suo splendore ed infine il sapore dawg che si percepisce ascoltando il brano che apre questo bellissimo lavoro, “La Via”.

Un trio eccellente per un disco eccellente, complimenti anche a chi ha creduto in loro pubblicando questo disco. Per me la speranza di vederli suonare dal vivo, credo sarebbe un grande spasso.

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

CALCAGNO · RINALDO · GRASSO “Piranha”

HABITABLE Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Federico Calcagno (clarinetti), Filippo Rinaldo (pianoforte) e Stefano Grasso (batteria e vibrafono) sono il trio Piranha, un altro ensemble che cerca di uscire dall’oceano del mainstream risalendo uno dei fiumi della sperimentazione che in questo caso miscela sapientemente la musica colta afroamericana e la musica colta europea, dagli spunti minimalisti all’improvvisazione. Il loro disco d’esordio è stato pubblicato pochissime settimane or sono e declina le coordinate di quello che è il loro interessante progetto musicale.

Il disco si apre con la creazione di musica spontanea del lungo brano ”One Way” dove il dialogo tra i tre mi sembra maturo ed efficace – la parte centrale in duo clarinetto / pianoforte ad esempio – mentre l’apertura e la porte di pianoforte di “When my brain exploded” è a mio avviso un chiaro riferimento al minimalismo sulla quale si sviluppa un significativo solo di clarinetto e notevole il lungo “Psy War” con gli interventi del vibrafono e del clarinetto basso indicano chiaramente la qualità dell’interplay, della scelta timbrica sempre appropriata e della capacità di improvvisare anche su scarne indicazioni scritte. Uno dei brani più interessanti, per la scelta timbrica e per la qualità dell’improvvisazione è a mio avviso l’eccellente “Bricks” composto da Rinaldo che duetta con il clarinetto in apertura e che poi ospitano il vibrafono ed il clarinetto basso mantenendo alta la tensione – e l’attenzione – per gli oltre otto minuti della sua durata.

Un lavoro molto interessante che ancora una volta illumina un tassello della porzione di jazz italiano che si vuole distaccare dalla “facile” riproposizione di standard ma che si sforza – spesso con notevoli risultati come in questo caso – di guardare avanti: musicisti che dovrebbero avere più considerazione e visibilità nei festival e che riescono grazie ad etichette come Habitable a pubblicare i loro lavori.

SUONI RIEMERSI: PADDY MOLONEY · SEAN POTTS “Tin Whistles”

SUONI RIEMERSI: PADDY MOLONEY · SEAN POTTS “Tin Whistles”

SUONI RIEMERSI: PADDY MOLONEY · SEAN POTTS

“Tin Whistles”

Claddagh Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Il tin whistle irlandese è lo strumento “propedeutico” a chi vuole affrontare le “uilleann pipes”, e questo lavoro del ’73 può essere considerato come una sorta di “libro sacro” di questo strumento dove la qualità della musica e l’abilità di Potts e Moloney raggiungono livelli probabilmente inarrivabili.

Qui i due Chieftains – tre se consideriamo l’apporto ritmico del bodhran di Peadar Mercier, con Il gruppo dal ’66 al ‘76 – compilano un’antologia della tradizione musicale irlandese che al primo ascolto può sembrare un poco ostico ma che invece ha il grande pregio di mettere a nudo il folk irlandese nella sua quintessenza e in modo scevro anche da i più semplici arrangiamenti, un ritorno alle origini a mio avviso, quasi alla sua probabile origine pastorale.

Ecco quindi la splendida “Julia Delaney” che apre la seconda facciata con il bodhran di Mercier, reel tramandato a Potts dallo zio Tommy, la melodia raccolta nel Connacht di “An Draighneàn” nella quale Moloney suona un tin whistle in Si bemolle, ci sono la slow air eseguita in solo dal piper dei Chieftain (“Seolaim Araon na Géanna Romhainn”) e la celebre “George Brabazon” di Turlogh O’Carolan – e come poteva mancare una composizione dell’arpista della quale i Chieftains propongono una versione live nel loro album dal vivo; un altro brano tramandato è “The Cock of the North Side” – abbinato a “The Ballyfin Slide”- , uno slide tramandato a Moloney dal nonno ed infine voglio segnalare un classico dei pipers, eseguito qui dai flauti diritti, ovvero il jig “The Hug of the Spinning Wheel”.

Non pensate di trovare qui freddi esercizi di stile o autoreferenzialità, qui ci sono “solamente” due straordinari musicisti chiusi in uno studio di registrazione dove la loro amicizia ed il loro rispetto reciproco hanno dato vita a questo importante manuale di altissimo livello del flauto diritto irlandese.

Imperdibile.

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

SUONI RIEMERSI: BLAKE · TAYLOR · BUSH · ROBINS · CLEMENTS · HOLLAND · BURNS

HDS Records. LP, 1974

di alessandro nobis

In tutti i linguaggi musicali ci sono dischi che indicano chiaramente nuovi percorsi, dischi concepiti e realizzati dalle menti più fervide e creative in grado di vedere “in avanti”, e per la musica tradizionale o che da questa prende origine voglio citare il leggendario triplo ellepì “Will The Circle Be Unbroken”, i lavori di David Grisman con il quintetto e con Jerry Garcia e naturalmente questa session registrata cinquanta anni fa da un combo di musicisti, alcuni fortemente legati al bluegrass, altri aperti a nuove strade per questo genere musicale ed uno straordinario jazzista (Dave Holland, naturalmente).

Vassar Clements e Jethro Burns arrangiano splendidamente una melodia, “Goin’ Home”, tratta dalla Sinfonia N° 9 di Antonin Dvorak che il violinista esegue in duo con Norman Blake (notevolissimo ed inedito il suo accompagnamento ritmico) – e qui abbiamo un primo esempio di vicinanza ad altre forme musicali per quanto influenzate da folklore americano – mentre il jazz fa capolino in “’A’ Train” di Billy Strayhorn (Vviolino e chitarra) e nell’improvvisazione che chiude la seconda facciata, il blues “Vassar & Dave” (e non poteva chiamarsi altrimenti) dove emerge l’impetuosa cavata di Holland e lo stile a-la Grappelli di Clements.

Oserei dire spettacolare l’esecuzione di Blake in solo di “Old Brown Case” e naturalmente i brani eseguiti dall’ensemble come “McKinley’s Blues” ed il successivo “Okonee” di Tut Taylor – la voce è naturalmente quella di Blake – fanno perfettamente immaginare l’atmosfera che si respirava durante questa session registrata a Nashville, un suono equilibrato dove gli strumenti si intersecano meravigliosamente e dove gli assoli tra le strofe sono delle autentiche gemme incastonate nel brano: quello di contrabbasso e di mandolino in “Okonee” e quelli di violino, mandolino di Burns e di dobro di Taylor con il contrabbasso e la chitarra che dettano il ritmo.

Disco assolutamente meraviglioso, tra folk americano, jazz e classica del Novecento. Se non è questo un capolavoro ditemi cosa lo è.