DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

DALLA PICCIONAIA: un anno senza Pino Carollo

E’ giusto domani un anno che Pino Carollo se ne è andato.

Mi piace ricordare la sua figura di autore, docente, inventore e performer che così pochi riconoscimenti ha avuto dalla città dove ha lungamente vissuto e operato, Verona. Non desidero ricordare qui la sua bio – bibliografia, queste parole vogliono solo essere un piccolo ricordo di Pino. Grazie a Patrizia, sua compagna, ed agli amici che gli hanno voluto così amorosamente dedicare un momento di riflessione.

Personalmente avevo incontrato Pino, qualche anno fa, ai tempi del Comitato TREDESEDODESE, tentativo di celebrare la cultura popolare nei suoi vari ed intriganti aspetti nei giorni di Santa Lucia nel quartiere di Santo Stefano a Verona, non troppo lontano dalle luci effimere delle feste dicembrine. Ma questa è un’altra storia. Sta di fatto che grazie al puntuale suggerimento di Andrea Materassi – che nel Comitato rappresentava l’Associazione Giochi Antichi – mi ero messo in contatto con Pino, che non conoscevo, e da subito mi aveva colpito il suo entusiasmo, la sua pacatezza, i toni sempre gentili e cordialità; in seguito di lui avevo imparato a conoscere e apprezzare moltissimo la sua capacità di autore, narratore e performer. Ricordo con molto affetto le sue telefonate nelle quale sapeva darmi (sempre) preziosi consigli per portare avanti l’idea del TREDESEDODESE e mi incitava a proseguire nonostante le oggettive difficoltà che incontravo via via. Non ci sono riuscito, scusami Pino.

Penso che i numerosi Assessori alla Cultura che si sono seduti nelle varie giunte sullo scranno in questione poco o nulla abbiano indagato le realtà culturali cittadine, preferendo invece assistere all’andirivieni di “richiedenti” alla ricerca di finanziamenti per le più disparate e spesso validissime iniziative culturali; naturalmente in fila mi ci metto pure io, eh! L’avessero fatto, oltre a trarne giovamento e arricchimento personale, si sarebbero tra gli altri imbattuti in Pino Carollo, autentico tesoro di creatività. Ma è andata così, Verona non ha meritato il suo talento e lui ci ha lasciato qua da soli, a lottare contro i mulini a vento.

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Pino. (Patrizia Cipriani scrive)

Se penso, le rivedo. Belle. Sottili,  agili, affusolate e morbide,  piene di forza.

Le sue mani.

Quelle che hanno dato l’anima a dipinti, oggetti, scene, sculture, macchine teatrali, burattini, marionette. Nel corso dei lunghi anni della nostra unione non ho più rivisto muovere oggetti inanimati in quel modo speciale, rendendo tutto cosa Viva.

Anche il tocco delle mani sugli strumenti musicali era speciale, dalla chitarra al contrabbasso, fino ai tanti strumenti creati per rappresentare le sue storie. Era un tocco unico che non so spiegare, ma che ti rimaneva dentro.

Mani operose, sempre in cerca di qualcosa (e dire che Pino amava scherzosamente definirsi Libero Pensatore!).  L’ho visto  innumerevoli volte usare ogni tipo di colore: Terre, gessi, olio, acrilici, acquerelli, matite, carboncino, grafite.

Pino amava progettare nel dettaglio i suoi lavori, dandone immagini nitide e precise.

Migliaia di immagini hanno descritto anche i sogni, sua prima fonte di ispirazione per le tante storie che ha creato.

E poi ha scritto, ha scritto tanto.

Nel corso del tempo l’operosità delle sue mani è stata a volte frenetica, alla ricerca dei materiali più  diversi e appropriati per rappresentare i suoi lavori teatrali: legno (tanto), colle di ogni genere, spago, stoffa, creta, pasta di legno, pellame, plastica, materiale di risulta, gelatine di ogni genere, radici, zucche, pietra, paglia e altri elementi naturali.

La passione per gli elementi che trovava in natura e che trasfigurava creativamente con la sua arte, gli è certamente derivata da tutto quello che ha vissuto frequentando i boschi dell’Alto Adige – dove era nato – nella sua infanzia.

A fargli da guida nel suo apprendistato fu la nonna materna, che lo conduceva, gerla in spalla e bastone, fino sui ghiaioni più scoscesi a stanare le vipere, intimandogli di rimanere immobile, per mostrargli come ci si doveva comportare nel caso ne avesse incontrata qualcuna lungo il suo cammino. Apprese molto anche da quella zia “mezza santa mezza stría”, custode di antiche sapienze sull’utilizzo di erbe e balsami che sapevano curare.

Le sue ultime creazioni Pino le ha fatte con i suoi studenti dell’Accademia, spingendo la sua ricerca verso il teatro delle ombre, creando effetti tridimensionali, splendidi e sorprendenti, anche qui utilizzando i materiali più diversi.

Il tocco delle sue mani era lieve, delicato ma potente. Fino alla fine.

E’ una delle cose che porterò con me.

Per sempre.

PINO 02 (1).jpg(Maurizio Gioco scrive). Ho conosciuto Pino Carollo verso la fine degli anni novanta. Nacque da subito una serie di collaborazioni che sfociarono in interventi di animazione teatrale per il Comune di Verona, nei sette musei cittadini.  Credo che fosse attratto dalla mia “istintività “  e dalle mie creazioni, che in quel periodo spaziavano dalla pittura alla realizzazione di personaggi- burattino antropomorfi con l’utilizzo di materiali naturali.

Pino era speciale nella realizzazione degli spettacoli. Iniziava a documentarsi attingendo da fonti storiche e su queste costruiva narrazioni e accadimenti, inserendo talvolta fatti quotidiani; annotava a penna, con scrittura minuscola, tutte le sequenze, che arricchiva con tantissime note.

Dava molta importanza agli oggetti da usare in scena, che caricava sempre di valore simbolico. L’attenzione verso il mondo del bambino, il sogno, la favola, erano per lui capisaldi essenziali. Mia figlia, che allora era piccola, era talmente affascinata dal suo modo di raccontare che quando ci trovavamo a passare dei momenti insieme, nella grande casa di Montorio, rimaneva incantata e non voleva nemmeno mangiare per rimanere ad ascoltarlo. Il suo mondo magico interiore si esprimeva nelle atmosfere oniriche che creava ricorrendo, spesso, ad effetti di luce. Amava la notte e il suo buio, e negli spettacoli la realizzava e animava con effetti sorprendenti. Profondo conoscitore del teatro di figura e della tradizione burattinesca ma grande innovatore, soprattutto nel linguaggio con cui cercava di parlare all’animo dei bambini.

Memorabili i suoi dolcissimi personaggi, in particolare il cagnolino Poldo. Pino ha sempre vissuto circondato da amici cani, a cui sicuramente raccontava per primi le sue storie.

Lo spessore di Pino nel mondo del teatro di figura non ha solamente avuto un rilievo locale, è stato in contatto con le personalità italiane del settore. Con Maria Signorelli (fondatrice in Italia dell’Unione Internazionale della Marionetta – Unima) ha collaborato e realizzato la più importante mostra di burattini nella nostra città, presso la Gran Guardia, nel 1997; è stato in rapporti di amicizia con Otello Sarzi, altra figura fondamentale nel teatro dei burattini.

Tra gli spettacoli che abbiamo fatto insieme mi ricordo nell’anno duemila “La storia della più vecchia cantina di Verona” ambientata sotto terra, agli Scavi Scaligeri. Il racconto finiva con un poeta che per la fame “gha fregà e magnà  una galina” e poi addormentatosi ha sognato una città meravigliosa, tutta per sé.

La scena si concludeva con Pino che, avvicinandosi, gli sussurrava nell’orecchio “Guardiamo al futuro poeta, guardiamo su in cielo, guardiamo le stelle!”.

Ciao Pino, grazie per i ricordi che ci hai lasciato…

(Andrea Materassi scrive). Ciao Pino, è stato un privilegio lavorare con te. Venivi in bottega a chiedermi cose che non esistevano ……. Poi le abbiamo fatte per chi sa e vuol vedere. Il tuo era un bisogno impellente di esprimere l’assoluto.

Ehi, Pino (Piero Angelo Ottusi scrive)

Il tuo nome mi torna alla mente nei momenti in cui mi sto divertendo con i miei attrezzi da scultore.

Mi fa sorridere. Non di labbra. Di anima.

Ti trovai su di un vecchio palcoscenico intento alle tue macchinerie da mandare in scena. Io timido nel presentarmi. Mi era stato vivamente consigliato quell’incontro da vissuti teatranti che avevano già condiviso il lavorare con te.

Ma le macchine devono dipingere una storia, un’emozione”. Mi dissero quei tuoi occhi di colore indescrivibile.

Diventammo immediatamente Lucignolo e Pinocchio.

Non ho mai capito bene chi l’uno, chi l’altro.

Nei mesi a venire iniziammo a parlare di storie che ancora storie non erano. Lasciavamo la fine alla fine . Ad un “chissà, vediamo poi”.

La sensazione di scambiarci di ruolo, ogni tanto. Una sfida leggera e garbata dettata da gesti, ascolti di colori mescolati a  profumi di legni.

Si rideva. Di risate serie.  Cose mica da ridere.

Pino Pinocchio Lucignolo,

Io me ne torno tutti i giorni nel mio laboratorio.  Prima di entrare,

chiudo gli occhi ed ascolto per un istante.

Gli odori di colle, di truciolo e cuoio sono racconti. Che sanno di te.

Che non hanno, e non cercano ancora, un finale.

Ciao Pino.

Piero.

 

 

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ENRIKE SOLINIS – EUSKAL BARROKENSEMBLE  “El Amor Brujo”

ALIA VOX CD, 2017

di Alessandro Nobis

Con questo suo lavoro per la prestigiosa Alia Vox (il primo era stato “Euskel Antiqua” dedicato completamente alle musiche della sua terra), il chitarrista basco Enrike Solinis, con l’ensemble da lui diretto, la combina davvero grossa: progetta di mettere fianco a fianco musiche scritte a duecento anni di distanza omogeneizzandone i suoni attraverso arrangiamenti e suoni del periodo barocco. Progetta e centra il bersaglio.

Domenico Scarlatti (1685 – 1757) vicino a Joaquin Rodrigo (Concierto de Aranjuez, 1939), a Francisco Tarrega (“Capriche Arabe” eseguito mirabilmente in solo da Enrike Solinis) e soprattutto a Manuel De Falla (quadri dal balletto “El amor Brujo”, composto nel 1915 per la danzatrice Pastora Imperia) e la musica tradizionale castigliano (il brano che apre il CD “Taranta de la Siega”).

Il programma – quattordici tracce – è stato concepito come un equilibrato mosaico dove i brani di diversa provenienza, temporale e geografica, si alternano incastrandosi alla perfezione come tessere che viste da vicino – forse – potranno suscitare qualche perplessità ai puristi ed agli ortodossi ma che viste nel loro insieme, con una visione dall’alto, costituiscono un lavoro dal valore assoluto abbattendo muri e preconcetti e regalando a noi ascoltatori una visione “barocca” a tratti orientaleggiante di uno straordinario repertorio, al quale già due personaggi come Miles Davis e Gil Evans avevano cucito un vestito dai sapori diversi ma indimenticabili (“Concierto de Aranjuez” di Rodrigo in “Sketches of Spain”, 1959).

La straordinaria voce di Marìa Josè Pérez ed il suono dell’Euskal Barrokensemble – che si avvia per scelta di repertori e brillantezza dell’esecuzione a diventare uno dei gruppi leader al massimo livello – meritano sicuramente tutta l’attenzione degli appassionati non solo della musica barocca, alzando – come si dice – l’asticella di un bel po’. Per me, anche se siamo a metà giugno, uno delle più belle creature di questo 017.

GERARDO BALESTRIERI “Covers”

GERARDO BALESTRIERI “Covers”

GERARDO BALESTRIERI “Covers”

autoproduzione, 2017

di Alessandro Nobis

hqdefault (1).jpgUn bel giorno un musicista, autore o performer fate un po’ voi, decide di prendere un pugno di canzoni scritte da altri e di interpretarle: pausa di riflessione, segno di debolezza, una vecchia idea, finita la benzina, voglia di fare i conti con il passato (musicale) o semplicemente voglia di divertirsi e far divertire? Non lo so veramente, nel caso di Gerardo Balestrieri opto per il “divertimento”: io mi sono gustato queste dodici tracce, in loro c’è la storia della canzone d’autore italiana e non solo, inoltre la chiusura del CD con “White Rabbit” storico brani dei primi Jefferson Airplane, fa aumentare il numero si “stellette” da assegnare a questo ottimo disco.

Come in un fornito bazaar di cose musicali troviamo tutto, il meglio di tutto: ci sono le amatissime scritture di Paolo Conte (“Azzurro”), di Luigi Tenco (“Cara maestra”, “Vedrai vedrai” e “Lontano lontano”) e di De Andrè (“Un giudice”) e poi dei classici monumentali sia del jazz (e sappiamo quanto Balestrieri vi sia affezionato) a firma del “Duca” e di Gerald Markes (“All of Me”) che del rock (il Lou Reed di “Perfect Day” e i già citati Jefferson Airplane).

Attenzione, non è un qualsivoglia “mapazzone”, ma un repertorio ben studiato, interpretato in modo omogeneo da una band di rock elettrico, arcigno, sanguigno e “vero” che mi ha colpito per l’originalità degli arrangiamenti scelti che ci restituiscono in una nuova veste questi dodici standards immortali.

Mi dice il Balestrieri che questo disco esiste per il momento in sola versione “digitale”, ed è un vero peccato e pertanto gli suggerisco – e sono convinto di non essere il primo a farlo – di appoggiarsi al crowfunding per realizzarne una copia “fisica”. Ne vale la pena, vista la sua bellezza. Io parteciperei alla raccolta.

 

ANDREA CUBEDDU “Jumpin’ up and down”

ANDREA CUBEDDU “Jumpin’ up and down”

ANDREA CUBEDDU “Jumpin’ up and down”

Autoproduzione. CD, 2017

di Alessandro Nobis

Dopo l’esordio di Manuel Tavoni ecco un’altra opera prima di un bluesman italiano, Andrea Cubeddu; credo, anzi sono sicuro che Cubeddu sia il primo chitarrista blues proveniente dalla Sardegna che abbia mai ascoltato, forse sarà anche l’unico. Ma detto questo va ben specificato che come prima incisione – autoprodotta – Cubeddu coraggiosamente lascia da parte le rivisitazioni di brani che hanno fatto la storia della Musica del Diavolo preferendo invece cimentarsi nella composizione ed esecuzione di brani scritti di proprio pugno. E già questa sarebbe una motivazione più che sufficiente per avvicinarsi al chitarrista sardo, ma se aggiungiamo la qualità della sua tecnica quando suona la sua Resonator della Dean dal suono sempre affascinante ed ancestrale combinata la sua voce diventa necessario fare almeno un ascolto di questo “Jumpin’ up and down”, che poi so che riascolterete e riascolterete……

Nei testi in inglese si ritrovano quasi le stesse tematiche dei bluesmen anteguerra: l’abbandono forzato della propria casa e famiglia per ragioni economiche, la difficoltà di vivere in una città con ritmi quotidiani agli antipodi di quelli natali, le relazioni amorose difficili e tormentate, le stesse tematiche che Cubeddu ha dovuto affrontare trasferendosi dalla natìa Barbagia a Milano. Ma qualcosa rimane anche esteriormente delle proprie radici, ed ecco che in copertina il chitarrista appare travestito da “mamuthone” bianco con in braccio la maschera di caprone.

Gran bel lavoro: “I Sold My Soul to the Devil”, “Traveller Blues” e “Don’t Love me no more” sono i brani che ripetutamente ascoltato, ma tutto il lavoro è ampiamente “stellato” e consigliato. Ecco, lo volevo dire.

 a.cubeddu@gmail.com

 

DALLA PICCIONAIA: S. Giorgio di Valpolicella Folk Festival

DALLA PICCIONAIA: S. Giorgio di Valpolicella Folk Festival

DALLA PICCIONAIA: S. Giorgio di Valpolicella FOLK FESTIVAL 30 giugno e 1 luglio 017

di alessandro nobis

Si terrà venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio la 1^ Edizione del “SAN GIORGIO INGANNAPOLTRON FOLK FESTIVAL”, la bellissima ed ancestrale perla della Valpolicella sita nel Comune di Sant’Ambrogio.

L’idea nasce da un gruppo di appassionati ed ha trovato subito la disponibilità della locale Pro Loco oltre a quella di numerosi sponsor che appoggiano l’iniziativa: l’obiettivo è valorizzare ulteriormente il patrimonio storico e culturale del borgo valpolicellese proponendo in diversi luoghi musiche adeguate ai luoghi e legate a varie tradizioni musicali ed allo stesso tempo cercando di valorizzare musicisti e gruppi che fanno della loro missione lo studIo e la riproposta del patrimonio tradizionale non veronese.

Ecco che quindi gli organizzatori – Red Zone Art Bar e la Pro Loco – hanno individuato nella Collegiata della Pieve (messa gentilmente a disposizione della Parrocchia), nella piazza del paese che si affaccia sulla pianura ed in alcune corti i luoghi dove proporre i concerti, il primo dei quali si terrà venerdì 30 alle 21 con sonorità provenienti dai Paesi Baschi e nuove composizioni scritte e proposte dal prestigioso duo formato dalla violista Luciana Elizondo e dal chitarrista compositore Balen Lopez De Munain” (qui la recensione di un loro concerto https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/27/dalla-piccionaia-luciana-elizondo-e-balen-lopez-de-munain/ ed un’intervista al chitarrista di Bilbao https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/05/18/il-diapason-intervista-balen-lopez-de-munain/): una rarissima occasione per ascoltare la loro proposta.

Nuovo-RetroIl Festival Folk si inserisce in “Corteggiando a San Giorgio”, una manifestazione organizzata dalla locale Pro Loco che ha lo scopo di far scoprire agli ospiti le bellezze architettoniche del borgo e soprattutto delle sue corti che portano il tradizionale nome usato dagli abitanti del paese e che in questa edizione avranno ancora più modo di apprezzarle grazie ai musicisti coinvolti nel Folk Festival. Il 1° luglio, in questi spazi storici sarà possibile effettuare degustazioni di piatti tipici preparati per l’occasione e dei prodotti vinicoli delle cantine che partecipano all’iniziativa e di birre artigianali.

In questa seconda giornata si esibiranno a partite dalle 19:30 il chitarrista Roberto Menabò (intervista https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/05/10/il-diapason-intervista-roberto-menabo/), l’ensemble  Mi Linda Dama con il loro bellissimo repertorio di musica sefardita, ed i gruppi tutti veronesi Contrada Lorì (intervista: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/02/01/il-diapason-intervista-la-contrada-lori/ e recensione  qui https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/03/01/contrada-lori-eviva-il-mar/) ed infine il quartetto Ballabili ‘900 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/17/il-diapason-intervista-ballabili-900/)

Per l’occasione il borgo sarà chiuso al traffico.

I concerti di sabato 1 luglio saranno ad ingresso gratuito, per quello di venerdì è previsto un ingresso di € 8,00; vista la limitata capienza della Collegiata, si potranno acquistare i biglietti presso il bar Red Zone Art a San Giorgio e presso il negozio Dischi Volanti, in Via Fama a Verona.

N.B. I concerti del sabato, in caso di maltempo continuato, verranno annullati.

Per informazioni:

RED ZONE ART BAR, Tel. 045/6801269 Piazza della Pieve, San Giorgio di Valpolicella. www.redzoneart.com, www.facebook.com/redzoneartbar, info@redzoneart.com.

PRO LOCO cell. 3348739397 e info@sangiorgiodivalpolicella.it

 

 

SOÏG SIBÉRIL “Habask”

SOÏG SIBÉRIL “Habask”

SOÏG SIBÉRIL “Habask”

Coop Breizh CD, 2017

di Alessandro Nobis

Tutti abbiamo le nostre preferenze: la mia, nella categoria “chitarristi acustici di area bretone”, è rappresentata da Soig Siberil classe 1955, parigino e co-responsabile di alcune delle più fulgide perle che il movimento del folk revival di questa nazione celtica abbia sin qui prodotto: cito solamente Pennoù Skoulm, Kornog e Gwerz. Può bastare? No, perché parallelamente ha svolto e svolge la sua attività solistica ed in piccoli combos con altri chitarristi e con altri strumentisti; è il mio preferito in quanto a mio avviso è il più vicino alla tradizione e per la sua capacità di scrittura di brani che ad essa si ispirano, mantenendo così questo sottile filo che unisce modernità e cultura popolare, oltre ad essere, naturalmente, finissimo e cristallino interprete della chitarra acustica.

Questo “Habask”, a parte qualche intervento del chitarrista Patrice Marzin, è stato registrato in completa solitudine e le dodici tracce sono acquerelli che ci portano ora in Irlanda, ora naturalmente in Bretagna: reels, gavotte, marche vicino ad arrangiamenti di brani altrui come le splendide citazioni di “Both Sides Now” di Joni Mitchell e “The Peaceful Jorney” del gallese Dylan Fowler, altro finissimo fingerpicker compagno di Siberil nel Celtic Guitar Trio (il terzo è lo scozzese Ian Melrose).

Ancora un gran bel disco per Soig Siberil e per la Coop Breizh, etichetta che da decenni segue, promuove e produce la miglior musica tradizionale – e di derivazione – che viene da quella straordinaria terra che è la Bretagna.

 

MISSING IN ACTION: WOOD 3 al COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: WOOD 3 al COHEN, Verona

MISSING IN ACTION: WOOD 3 AL COHEN, Verona

di Beppe Montresor

Serata importante quella in programma al Cohen di via Scarsellini stasera alle 21,30 (ingresso libero con consumazione obbligatoria, per chi vuole anche cenare 15 euro prenotazione e info al 347/3234011), per la presentazione del nuovo cd dei Wood 3, uscito a febbraio per la Velut Luna. Tecnicamente si tratta di un esordio di questa sigla che comprende il batterista Andrea Oboe accanto ai due compositori Marco Pasetto (clarinetto basso e ocarina nel brano “Down Spread”) ed Enrico Breanza (chitarra elettrica). Ma il “progetto Wood” che nella sua forma base e sin dalle sue origini s’identifica nel sodalizio Pasetto – Breanza (in questo nuovo album responsabili della composizione di dieci brani su tredici) è un ‘laboratorio’ fecondissimo, avviato nel 1995 (l’album d’esordio, “Strade”, era assegnato al Wood Quartet, con Pasetto e Breanza c’era la sezione ritmica Sabbioni – Zambelli e Mauro Negri ospite speciale), al quale, data la rara combinazione di qualità e quantità della produzione (in varie vesti: dal duo base alla Wood Orchestra per lo splendido “L’attesa” del 2006), sarà un giorno opportuno dedicare magari un saggio o approfondito e corposo compendio. Intanto possiamo senz’altro dire che il laboratorio Wood è tra le realizzazione più significative e sempre di gran gusto di quella scena trasversale, con confini sfumati tra jazz, cameristica, profumi folk (proprio nel senso di tradizione popolare italiana), classica e persino rock. Basti dire che in questo “Wood 3”, oltre ai brani firmati da Pasetto e Breanza (torna, di quest’ultimo, tra l’altro, una nuova versione di “Cinque”, un ‘richiamo’ di continuità con l’album “Lands” del ’96) trovano spazio una “Deus ti salvet Maria”, del barocco settecentesco Bonaventura Licheri, (arrangiamento di Salvatore Maiore, altro prezioso esponente di punta di questa raffinatissima musica “senza confini”) e una convincentissima rilettura della delicatissima (e qui irrobustita) “River Man” del grande cantautore inglese Nick Drake: un poeta della malinconia sottile, cifra stilistica certo non estranea ai Wood, peraltro in questo lavoro a tre più predisposti ad un aggiunta di ritmo, vigore, e alterazioni climatiche rispetto al solito. Permane, comunque, l’altissima qualità e gradevolezza del prodotto, tutto da gustare, e ben fa il critico Angelo Leonardi, nelle note di copertina dell’album, a citare parole di Bill Evans per il quale il jazz è soprattutto faccenda di sentimento, intraducibile con la sola razionalità delle parole. “Wood 3” va assolutamente ascoltato, non spiegato.