SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN:                                        THE STRANGLERS “IV”

SOSTIENE BORDIN: THE STRANGLERS “IV” (Rattus Norvegicus)

EMI. LP, CD. 1977

di Crstiano Bordin

Il 1977 non è un anno qualsiasi: segna un passaggio generazionale fortissimo anche nella musica. Nuovi gruppi, nuovi suoni, nuove etichette, un approccio completamente diverso, opposto, rispetto al periodo precedente. E’ una scossa creativa che produrrà per diversi anni album e gruppi a getto continuo.  Per tanti tutto è punk in quegli anni. Ma in realtà le sfumature sono tantissime e come sempre succede dare un’etichetta vuol dire appiattire o non considerare le differenze tra gruppo e gruppo. Nel 1977 esce “Rattus Norvegicus” degli Stranglers, il loro esordio. Un disco punk? Un gruppo punk? Per attitudine sicuramente si. Per suono direi di no. E’ un disco che mette insieme tante cose, tanti riferimenti ed è anomalo anche negli strumenti usati dalla band. Le tastiere, ad esempio, qualsiasi gruppo punk non le voleva vedere nemmeno in fotografia. E poi gli Stranglers erano pure un po’ strani: gli piaceva provocare, anche sul palco, si infilavano volentieri in canzoni dai doppi sensi abbastanza evidenti che li avrebbe fatti censurare della Bbc, come successe per uno dei singoli, “Peaches“. E poi nel quartetto c’erano musicisti di età parecchio diversa che contribuivano a dare di loro un’immagine assolutamente particolare. “Peaches” fu un successone, l’album vendette bene e “Hanging around“, con il suo intro di tastiere, e “Get a grip on yourself“, dove compare anche il sax,  diventarono dei classici per i live. Riff di chitarra secchi, come il periodo imponeva, un basso travolgente e minaccioso, e le tastiere che danno a questo album originalità oltre che un suono fuori dagli schemi.  “London lady“, Princess of the street” sono canzoni immediate, veloci, rabbiose come le citate “Peaches” e “Get a grip on yourself”  ma ognuna di queste è diversa dall’altra e nessuna corrisponde  ai canoni punk fino in fondo. C’è sempre qualcosa in più e qualcosa di diverso. Come il pezzo che chiude l’album “Down in the sewer”: una cavalcata incredibile, un crescendo di una potenza devastante dove a guidare la danza sono soprattutto le  tastiere di Dave Greenfield. In quel pezzo di quasi 8 minuti- un’eresia in tempi di punk- c’è un po’ di tutto. Un cocktail esplosivo dove sono tanti gli elementi riconoscibili- psichedelia e progressive –  che diventano nelle loro mani qualcosa di nuovo e  di indefinibile. Un disco “Rattus norvegicus” che chi ha ascoltato allora difficilmente avrà abbandonato.

E per chi non l’ha mai sentito potrebbe essere davvero una bella sorpresa.

Jean Jacques Burnel: basso, voce

Jet Black: batteria

Hugh Cornwell: chitarra, voce

Dave Greenfield: tastiere

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SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “Live in Newcastle 1972”

CK CLUB 48 CD, 2019

di Alessandro Nobis

Ho veramente grande apprezzamento per quello che i KC hanno realizzato negli ultimi anni, ed anche mi ha entusiasmato l’idea di presentare dal vivo con un  line-up  a 7 brani più recenti e meno recenti del loro cinquantennale songbook; pur tuttavia il periodo che personalmente ritengo più interessante dal punto di vista musicale è quello di “Lark’s Tongues in Aspic” e questo perché il quintetto diretto da RF (con Bill Bruford, David Cross, John Wetton e Jaime Muir) pur muovendosi nei territori del rock rappresentava ai quei tempi il punto più vicino al jazz inglese di quegli anni ed in particolare alla frangia degli improvvisatori radicali dei vari Derek Bailey, Evan Parker e compagnia bella; solamente, sempre secondo il mio modesto parere, gli Henry Cow di Fred Frith avevano saputo fare di meglio osando addentrarsi in quei meravigliosi ed inesplorati territori; territori che in realtà i KC avevano in parte già affrontato, a mio avviso ad esempio nella parte centrale di “Moonchild” nel loro esordio in studio.

Fripp aveva conosciuto il percussionista Muir assistendo ad un suo concerto in duo con Derek Bailey (un duo che le 1981 avrebbe poi inciso il meraviglio so “Dart Drug” per la Incus) ed in seguito ebbe la geUnknown.jpegniale idea di ingaggiare il musicista: peccato che alla fine delle sessioni di registrazioni il geniale percussionista lasciò il gruppo.

Questo di Newcastle fa parte della serie di concerti che i KC tennero prima di entrare in studio – altri vennero inseriti nel box dedicato a LTIA, e la scaletta comprende l’esecuzione dei brani, con lo stesso ordine, che sarebbero poi stati pubblicati nella versione in studio, fatta eccezione per due lunghe e straordinarie improvvisazioni, la prima a seguire “Book of Saturday” e la seconda che prende vita alla fine di “Easy Money”. Mentre la prima vede un lungo solo di Fripp con il gruppo che lo asseconda, nella seconda emerge tutto il talento e la creatività spontanea di Muir che in almeno otto dei diciassette minuti dell’improvvisazione, a tratti supportato dal violino di DC (musicista cresciuto nell’ambito della musica contemporanea), collega il linguaggio rock crimsoniano con il mondo della Company. Il suono di Muir naturalmente pervade tutto il concerto con le sue coloriture e con il suo ampio arsenale strumentale e con il suo talento che gli permette di mettere il suo suono nel posto migliore dove possa essere.

La qualità della registrazione, per chi ascoltava i bootleg su vinile degli anni Settanta, è decisamente buona; si tratta di un documento storico assolutamente da avere e che richiede un indispensabile quanto attento ascolto per apprezzare in toto i KC targati Jaime Muir.

SUONI RIEMERSI: P. GLACKIN & R. HANNAN “Séideàn Sì”

SUONI RIEMERSI: P. GLACKIN & R. HANNAN “Séideàn Sì”

SUONI RIEMERSI: PADDY GLACKIN & ROBBIE HANNAN “Séideàn Sì”

GAEL-LINN CD, 1995

L’accoppiata uilleann pipes – violino è a mio avviso quella che meglio identifica la musica tradizionale contestualizzata al ballo ed anche all’ascolto rivela la bellezza, i ritmi, le melodie e la capacità tecnica dei musicisti. Questo magnifico “Séideàn Sì” registrato quasi venticinque anni fa da uno dei mostri sacri del violino popolare irlandese, Paddy Glackin (come dimenticare tra gli altri il suo lavoro con il piper Paddy Keenan?) e da Robbie Hannan che aveva registrato nel 1990 per la Claddagh un notevole disco solista (Traditional Irish Music Played On The Uillean Pipes) con quella splendida copertina realizzata da un altro piper, John B. Vallely di Armagh è la dimostrazione di quanto detto.

Paddy Glackin (dublinese) e Hannan (Contea di Down), presentano con questo “Séideàn Sì” una parte del ricchissimo repertorio di pura tradizione irlandese che comprende brani registrati in solo come il medley “Munster Buttermink / Sweet Biddy Daly” eseguito dallo straodinario violino in stile Donegal o la suite di gighe per uilleann pipes “The Cook in the Kitchen / The Wandering Minstrel”, (due melodie provenienti da collezioni ottocentesche) e soprattutto melodie eseguite in duo tra le quali mi paiono significative “Old Tipperary / An Phis Fhliuch” che combinano lo stile di Willie Clancy ed una giga proveniente da una collezione stampata nel 1804 da O’Farrell e “The Dogs Amongst the Bushes / The Glen Road to Carrick”; la prima è uno strathspey scozzese “trasformato” in reel  mentre la seconda è una delle melodie più amate dai violinisti del Donegal suonata anche dal leggendario John Doherty.

Disco da togliere dagli scaffali e da riascoltare o da ricercare se siete amanti della musica popolare celtica e non lo avete mai ascoltato.

Questi ultimi se ne innamoreranno subito.

di Alessandro Nobis

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

ANTONIO FRESA “Piano Verticale”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo è il primo di tre lavori che il pianista partenopeo intende dedicare al suo strumento, il pianoforte. In particolare questo suo primo, come si evince dal titolo, ha come protagonista il piano verticale, quello che rappresenta il punto fermo iniziale per la stragrande maggioranza di coloro che ambiscono a suonare il pianoforte. Antonio Fresa ha concentrato la sua attenzione alla composizione di musiche per film che sono state molto apprezzate dalla critica dei più importanti festival del settore e questa sua capacità descrittiva la ritroviamo tutta in questo suo “Piano Verticale” che raccoglie sia brani nati per la cinematografia che composti per questa speciale occasione; ci sono due brani dove l’esecuzione è affidata al solo pianoforte dei quali voglio citare per l’intensità e delicatezza “Tra sette anni” mentre per gli altri Fresa ha scritto arrangiamenti che coinvolgono altri strumenti. Tra questi voglio citare il bellissimo brano di apertura “Inner Life” con l’intervento del vibrafono di Marco Pacassoni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/06/16/marco-pacassoni-group-frank-ruth/), del violino di Armand Priftuli e del violoncello di Stefano Jorio, e i due composti per altrettanti film di Lucio Fiorentino: “Mio Padre” con la presenza di Raffaele Casarano al sax soprano, Ninon Valder al bandoneon, il clarinetto di Peppe Plaitano e l’ensemble d’archi “The Writing Room” ed il secondo, “Perdita” nel quale il trio d’archi accompagna l’autore e da un forte contributo a disegnare immagini e paesaggi in chi fruisce di queste melodie di rara bellezza ed intensità.

E, lo voglio sottolineare, nonostante le diverse provenienze, i diversi arrangiamenti e le diverse sonorità, ciò che emerge alla fine di questo “Piano Verticale” è l’omogeneità della musica suonata nella quale gli “Haiku” composti da Lorenzo Marone trovano idealmente casa e vanno ad impreziosire la musica di Antonio Fresa.

Che poi, fruire e gustare la musica mentre si immaginano paesaggi ispirati da ciò che ascolta è una delle cose più piacevoli ed uniche ed è una pratica che mi sorprende ascolto dopo ascolto.

 

JEAN-FELIX LALANNE & SOIG SIBERIL “Back to Celtic Guitar”

JEAN-FELIX LALANNE & SOIG SIBERIL “Back to Celtic Guitar”

532 – JEAN-FELIX LALANNE & SOIG SIBERIL “Back to Celtic Guitar”

AUTOPRODUZIONE JFL CD, 2019

di Alessandro Nobis

Il recupero della tradizione celtica di area bretone ha sin dai primi anni settanta trovato nei chitarristi dei veri e propri pionieri che in solitudine o in prestigiosi gruppi hanno dato un essenziale contributo allo studio ed all’innovazione, anche con repertori originali, allo sviluppo di quello che venne e viene chiamato anche oggi il folk revival bretone. Dan Ar Bras, Jacques Pellen, Gilles Le Bigot – per citarne tre – e naturalmente Soig Siberil che con questo ottimo disco in duo con un altro valentissimo strumentista, raffinatissimo autore e produttore, Jean-Felix Lalanne (“francese”) prosegue sul cammino iniziato parecchi anni fa.

SIBERIL DUOIl titolo dell’album la dice lunga sulla proposta musicale, ma non ci si aspetti “solamente” un puro distillato di musica bretone vista la preparazione accademica ed il curriculum di Lalanne (oltre venticinque lavori pubblicati) i cui territori frequentati passano da Marcel Dadì a Chopin e la composizione di musica per film.

E quindi cosa dovete aspettarvi da questo ottimo “Back to Celtic Guitar”? Aspettatevi sì un viaggio nelle melodie di area celtica non solo bretone rivisitate con arrangiamenti che mettono in risalto i suoni acustici ed elettrici dei due chitarristi ma aspettatevi anche di gustare le composizioni originali di Lalanne che mostrano tutto il suo rispetto verso la musica bretone ma anche il suo background.

Il medley “Derriere l’Horizon / The Hill of Glenorchie” svela i segreti del disco: la prima parte composta da Lalanne, la seconda un’interpretazione di una giga irlandese dall’andamento quasi blues, il tutto con la chitarra acustica di Siberil e la chitarra-Synth di Lalanne, il dialogo tra le due chitarre acustiche di “Farewell to Nigg” che incontrano il folklore scozzese di Duncan Johnsone ed una scrittura di Siberil, la delicatissima e suadente suite in tre parti di “Selena’s Dream” composta da Jean-Felix Lalanne.

Per i chitarristi acustici disco imperdibile, per gli amanti della MUSICA anche.

Segnalo inoltre concludendo che nel CD sono state inserite molto intelligentemente anche le tablature.

*Di Soig Siberil vi avevo già parlato in occasione della pubblicazione del bellissimo “Habask”, di una paio di anni fa.(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/06/10/soig-siberil-habask/)

http://www.coop-breizh.fr

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

RUDY ROTTA “Now and then …….. and forever!”

ZYX RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Lo dico subito: vi confesso di non avere totale contezza della discografia di Rudy Rotta, valente chitarrista e compositore inopinatamente scomparso due anni or sono; tuttavia ho avuto più di un’occasione di seguire durante parecchi concerti la sua evoluzione musicale attraverso le varie line-up (da quella iniziale a quella più recente passando per quella acustica con il violoncello di Bruno Briscik), e quindi di ammirare la sua tecnica, la grinta sul palco e la cura con cui preparava gli arrangiamenti dei brani eseguiti dal gruppo: mi limito alla conoscenza dei suoi due primi lavori con la Rudy’s Blues Band (così allora si chiamava il suo gruppo) quando si dedicava in toto alla personale rilettura del miglior blues d’oltreoceano, e di questo suo ultimo “Now and Then …and Forever” pubblicato dall’etichetta tedesca ZYX e prodotto dall’Associazione Culturale Rudy Rotta in collaborazione con A-Z Blues, che evidenzia la grande lucidità e capacità con la quale Rotta stava proseguendo il suo cammino di allontanamento dallo schematismo del blues “classico”. Come leggere altrimenti il funk della lunga e trascinante “Bad Bad Feeling”, la delicata ballad pacifista acustica scritta a quattro mani con Deborah Kooperman “Winds of War” o il grido di “ricca solitudine” di “Money Money” (la bonus track che chiude il disco, con una rilettura del brano originale in chiave acustica suonata con lo slide).

Questo “Now and Then …and Forever!” è un disco “vero”, non un omaggio raffazzonato alla memoria di Rudy Rotta: registrato nel 2015, arrangiato dal chitarrista e magistralmente missato da Davide Rossi presenta nove brani dal suono compatto, potente, aggressivo con una band che, più che assecondarlo, contribuisce in modo convincente al progetto che comprende per lo più brani originali ma che mantiene vivo il cordone ombelicale con la musica del diavolo, non in modo calligrafico ma interiorizzando e quindi riproponendo in modo personale il repertorio scelto.

Ma non abbiate timore, il legame con le “dodici battute” c’è eccome, non è solamente nascosto nel pentagramma dei brani originali. Certo che il blues c’è, come è certo che non si tratta di letture pedisseque; del resto, quante versioni abbiamo ascoltato di “Crossroads” di Robert Johnson? Decine e decine, acustiche ed elettriche, europee ed americane eppure questa di Rotta brilla per originalità nel suono e nell’arrangiamento, e quanto è diversa dall’originale “Harlem Shuffle” di Bobby Byrd ed Earl Nelson resuscitata dagli Stones di “Dirty Work”?

Idee, il talento, il blues, il soul, il rhythm’n’blues ed il rock più sanguigno è quello che si trova in questo ottimo lavoro ed era ben chiara la strada che il chitarrista aveva iniziato a percorrere. Peccato se ne sia andato così presto. Davvero peccato.

www.facebook.com/rudyrottaofficial

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: Ensemble Sira (Yemen)

DALLA PICCIONAIA: Ensemble Sira (Yemen)

DALLA PICCIONAIA: Ensemble Sira (Yemen)

di Alessandro Nobis

E’ dalla primavera del 2015 che nel piccolo Yemen infuria una cruenta guerra civile dallo sfondo religioso che ancora una volta vede lo scontro tra sciti e sunniti ed alla quale partecipa una coalizione internazionale a fianco dell’Arabia Saudita, conflitto al quale l’Italia sta intervenendo in modo diretto (la pistola la mettiamo noi, il grilletto lo preme qualcun altro) fornendo armi ai sunniti sauditi. Se ne parla troppo poco di questa guerra, che sta decimando il popolo yemenita sia con i bombardamenti che con la procurata carestia e che sta distruggendo la cultura locale, orale e scritta, e le città come la capitale Sana’a, una delle location del capolavoro pasoliniano del 1974 “Il fiore delle mille e una notte”.

Delle donne e degli uomini che nel 1999 uscirono per la prima volta dallo Yemen per presentare la loro cultura musicale in Italia grazie a Ravenna Festival, ad Andrea Marini ed all’Associazione musicAcustica, non si hanno più notizie da molti anni e mi auguro ardentemente che il Professor Nizar Ghanem e compagnia stiano per quanto possibile in salute o siano rifugiati in un luogo più sicuro.

In quel luglio del 1999 dunque l’Ensemble Sira tenne tre memorabili concerti nel veronese (due per i Concerti Scaligeri – il primo però con evidenti problemi di amplificazione – ed il terzo a Villa Bertoldi di Settimo di Pescantina); gente semplice, molto preparata musicalmente ed appartenente a diverse generazioni, ed ognuna proveniente da diverse zone dello Yemen, un gruppo composito formato per l’occasione e guidato come detto dal Professor Ghanem.

A ricordo dello Yemen, per far rimanere viva l’attenzione su ciò che sta accadendo nel Paese che si affaccia sull’Oceano Indiano, riporto qui quando avevo modestamente scritto sul volantino di presentazione ai concerti veronesi.

La Cultura musicale dello Yemen è un campo poco esplorato e quindi molto poco conosciuto anche se le ancor scarse informazioni ne testimoniano antiche origini e influenze nel corso dei secoli. Le tradizioni tribali restano il cardine di questa cultura, ed è possibile stabilire relazioni con l’Antica Persia e l’India fino all’Indonesia verso Levante e fino al Maghreb verso Ponente soprattutto da quando la regione venne islamizzata.

La posizione geografica marginale dello Yemen rispetto al resto del mondo arabo e la distanza dai centri di potere come Damasco, Baghdad e Istambul sommata al succedersi delle Dianstie ne hanno provocato così l’isolamento culturale preservando così nel tempo la conservazione delle sue forme culturali più pure, musicali e non, che ne caratterizzano così fortemente la vita anche al giorno d’oggi.

La musica dello Yemen è estremamente ricca di generi, repertori, modalità di esecuzione ed anche di strumenti: la sua molteplicità è dovuta essenzialmente alle differenze tribali, ma al di là di queste diversificazioni, nella vita sociale è possibile distinguere nella stratificazione musicale le componenti etnica, tradizionale, religiosa, classica e popolare, ultima in senso temporale ma diffusasi prepotentemente grazie ai mass – media. A tutt’oggi quindi la cultura musicale yemenita appare dall’esterno come un mosaico di stili regionali le cui diversità rimangono però immutate fungendo anche da stimolo per nuove composizioni negli stili più antichi, mentre dal suo interno gli yemeniti possono facilmente riconoscere la provenienza degli stili delle varie forme vocali, come ad esempio le differenze tra la “ghina’san’aani” – le canzoni di Sana’a – e quelle di altre città come Ta’iz, Aden, Lahij o ancora il carattere religioso dell’area di Hadramaut.

La vita musicale di Sana’a non conosce concerti o sale da concerto e le esecuzioni musicali, come nelle più pure culture tradizionali, sono contestualizzate a momenti conviviali. Nella capitale ci sono due occasioni per queste performance, che per la prima volta saranno eseguite al di fuori dei confini yemeniti: una di queste si tiene nelle ore pomeridiane ed è conosciuta come “magyal” (che significa appunto riposo pomeridiano). Si tratta di riunioni tra gli uomini appartenenti allo stesso nucleo familiare con amici e colleghi di lavoro, che proseguono per parecchie ore e nelle quali si discute di vari argomenti ascoltando musica, suonata da musicisti professionisti o dilettanti; il tutto masticando il “qat”, una sostanza vegetale stimolante dal sapore dolce. La masticazione del qat (attività praticata solitamente in comunitò) è una caratteristica propria degli yemeniti ed è tipica delle popolazioni settentrionali. Nel pomeriggio i “qat party” sono molto frequenti ed ogni uomo, almeno una volta alla settimana, partecipa a queste riunioni (la masticazione del qat è un vero e proprio status symbol che incide economicamente da un quarto alla metà dell’introito mensile, e dalla frequenza delle masticazioni e dalla loro esibizione anche per le strade è possibile capire il tenore di vita della persona).

Ritornando al lato musicale originariamente erano suonate, inframezzate da lunghi intervalli, suites vocali in tre movimenti con figure rtimiche prefissate di tipo diverso e caratterizzate da tempi crescenti, con il cantante che si accompagna con il “qambus” (l’antico liuto di Sana’a), oggi soppiantato dal più  moderno liuto arabo (oud) mentre il ritmo era fornito dal “Sahn” (una percussione formata da un piatto di rame o ciotola), anche questa soppiantata dal “darabukka” e dal “reqq”.

La seconda occasione per suonare è il “Samra”, intrattenimento notturno costituito da danze e canti e tipico di momenti conviviali come ad esempio quelli organizzati dalle famiglie degli sposi in occasioni dei matrimoni anche se più recentemente questa cerimonia privata ha assunto un rilievo talvolta pubblico.

Come per il magyal, c’è una tendenza a sostituire parti cantate con canzoni e con music he anche popolari indipendenti una dall’altra e spesso derivanti dai repertori delle regioni meno conservatrici come quelle meridionali e sud-occidentali del Paese.

Ma, al di là delle differenziazioni interne e delle contaminazioni tra gli strati più antichi e le tendenze più moderne, la musica dello Yemen ha una particolare attrattiva ed un grande fascino, aspetti questi elogiati anche nei tempi passati ed i musicisti di questo ensemble, riuniti dal musicologo Nizar Ghanem, rappresentano il meglio di quanto può offrire la musica yemenita. Alcuni dei solisti del gruppo hanno avuto un ruolo determinante nella registrazione dello splendido CD “The Music of Yemen”, pubblicato dall’americana Celestial Harmonies e coprodotto dallo stesso Ghanem”.

Nizar Ghanem (voce, oud), Saleh Abdulbaqi Shaibah (voce, oud, violino), Omer Ghallab (voce, oud), Hana’a Omer (voce), Abdulrahman Al-Amri (Sufi munshid, voce), Omer Bajubair (tabla), Marwan Al-Haidery (daf), Hamood Al-Gunald (voce, oud), Abdulelah Sallam, Zubaida Kassem & Kaiser Hussein (danzatori), Wahib Al-Awami (percussioni)

Discografia di riferimento:

“Music of Yemen: Sana’a”, Celestial Harmonies, 1998