BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

BUCK CURRAN  “No Love is Sorrow”

OBSOLETE RECORDINGS. CD, LP 2020

di alessandro nobis

Questo è il terzo album del chitarrista – compositore Buck Curran, dopo “Immortal Light” del 2016 e “Afternoon Ragas” del 2018. Curran, americano, è uno dei musicisti profondamente influenzati soprattutto dal “Takoma Sound”, in particolare da quello di due monumenti della chitarra acustica, John Fahey e Robbie Basho; ma, a differenza della maggior parte di questi musicisti, Curran ha saputo brillantemente studiare, interiorizzare e quindi filtrare attraverso la sua personalità la “lezione Takoma” realizzando un proprio progetto musicale che ho trovato molto interessante ed originale. “Marie”, “No Love is Sorrow” e “Chromaticle” riconducono a quanto detto in precedenza e nascono da improvvisazioni ben costruite e sviluppate, ma in questo lavoro c’è dell’altro come l’elemento elettronico su cui si fonda “War Behind the Sun”, lungo brano tra l’ambient più intelligente dalla struttura stratificata, l’intimistica ballad dal grande fascino “Ghost Over the Hill” con il fantasma che lo aspetta nella casa vuota in cima alla collina, le due versioni di “Blue Raga” dedicata ed influenzata dalla musica classica indiana e con sullo sfondo le tabla di Dipak Kumar Chakraborty ed infine un brano che non ti aspetti eseguito al pianoforte (verticale?), un’altra piacevolissima ballad, “Django (New Years Day)”.

Come ho detto, questo “No Love is Sorrow” è una gran bel disco, Buck Curran è un musicista che non conoscevo – e per questo devo ringraziare Gigi Bresciani di GeoMusic – e rappresenta una ventata nuova nel panorama del chitarrismo acustico talvolta imbrigliato nell’autoreferenzialità.

Nasce prepotentemente a questo punto la curiosità di ascoltare i suoi due lavori precedenti, giusto per esplorare il percorso solista di Buck Curran.

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD, 1980

di alessandro nobis

Chissà come ci sono arrivate le uilleann pipes a Eidhneach, piccolissimo villaggio al centro della Contea di Clare: forse su qualche caravan di una famiglia di Irish Travellers, forse nella custodia di qualche suonatore ambulante. E soprattutto chissà chi le mise nelle mani di un ragazzo non vedente, e soprattutto ancora chissà chi insegnò i primi rudimenti dello strumento a Gearóid de Barra (27 March 1847 – 6 April 1899 ) che seppe fare della sua condizione ciò che molti altri fecero in quei terribili anni della carestia irlandese a metà del diciannovesimo secolo, imparare a suonare uno strumento e suonare ovunque potesse capitare. Qualcosa di simile capitò sul nel nord a William Kennedy: stesse condizioni, quasi uguali soluzioni di sopravvivenza.

Qualche volta di sicuro capitò a Gearóiddi suonare a qualche festa aSráid na Cathrach, piccolissimo centro rurale ai bordi della Contea di Clare dove ad ascoltarlo c’era un cantante e suonatore di flauto concertina, tale Gilbert Clancy che nel 1918 divenne padre di Willie, Willie Clancy; da bambino, come si conviene nella comunità di pipers, Willie imparò a suonare la musica irlandese al tin whistle e diciotto anni vide le prime pipes nelle mani nientemeno che di Johnny Doran, altro travelling piper. L’anno seguente entrò in possesso di un set di uileeann pipes, ma fu costretto a emigrare in quel di Londra per lavorare come falegname e una volta ritornato in Irlanda a Sráid na Cathrachnel ’58 iniziò a registrare 78 giri per la Gael-linn molti dei quali sono contenuti in questo primo – e nel secondo – CD a lui dedicati dalla Claddagh Records, registrazioni che arrivano fino a ’73, anno della sua scomparsa. Cantante dal forte senso ironico, Clancy è uno dei grandi strumentisti ed interpreti delle uilleann pipes ed in questo CD si possono ascoltare alcune delle sue registrazioni straordinarie, ancora oggi, “libro di testo” per le nuove generazioni di pipers: “Garret Barry’s mazurka” è una dedica a Gearóid de Barra (al secolo “Garret Barry”), “The Bunny Bunch of Roses” è la melodia di una canzone d’amore rintracciabile anche in Scozia, Galles ed Inghilterra (un disco dei Fairport Convention ha lo stesso titolo), “Clancy’s Jig”è dedicato al padre e a suo figlio. Un musicista straordinario dalla grande tecnica e dall’ancor più grande senso interpretativo, a lui è dedicato il Festival della cultura irlandese Willie Clancy Summer School che si tiene annualmente nel paese nativo, Milton Malbey, nella cui piazza centrale è stata posta una statua in suo onore.

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

SUONI RIEMERSI: JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

JOHN HARTFORD · NORMAN BLAKE · DAVE HOLLAND “Morning Bugle”

Warner Bros. Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Una mattina chiama il mio manager e dice che ero stato richiesto per delle session con musicisti americani che non erano dei jazzisti. Confermai con grande curiosità la mia presenza e ti devo confessare che raramente mi sono divertito coì tanto in sala di registrazione”: queste le parole del contrabbassista Dave Holland che mi disse alla fine di un concerto “in solo” a Verona al Teatro Camploy. Ed in effetti questa gioia di suonare è nettamente percepibile sia all’ascolto di questo LP accreditato a John Hartford che di quello registrato in compagnia di Vassar Clements, Norman Blake, Butch Robins, Sam Bush, Tut Taylor e Jethro Burns registrato nel ’75 per la HDS Records.

John Hartford, cantante banjoista, violinista e chitarrista scomparso nel 2001 è stata senz’altro una delle menti più fertili del cosiddetto bluegrass alternativo, spesso fuori degli schemi, ironico e sempre sorprendente che ha saputo rompere gli schemi di una musica quasi sempre autoreferenziale e ripetiviva (“Aero plane” del 1971 e “Mark Twang” del ’76 sono alcune una delle prove più lampanti di ciò) e se Hartford e Blake richiesero la presenza di un contrabbassista come Holland piuttosto che quella di uno come Roy Huskey Jr. (un vero e perfetto metronomo, compagno di suonate di un certo Doc Watson ma lontano dal mondo del Prog Bluegrass, n.d.r.) significa che le loro menti erano piuttosto “aperte”. In quel periodo il bassista inglese stava lavorando con Sam Rivers, Barry Altshul e Antony Braxton ma in queste session “americane” emerge tutta la sua tecnica ed il lirismo che ho sempre contraddistinto: i suoi interventi in “All Fall Down”, il suo regale accompagnamento in “Street Car” il suo coinvolgimento in tutte le composizioni di Hartford ed il suo “bilanciare” le personalità del banjoista / cantante e di Norman Blake non sono un valore aggiunto al disco ma rappresentano la sua totale condivisione alle idee di Hartford che ebbe a mio avviso un colpo di genio nel coinvolgere David Holland in questo straordinario progetto. Un lavoro meraviglioso questo “Morning Bugle” un tuffo nella musica “americana” la cui storia ed i cui stili sono filtrati dalla personalità di Hartford, uno dei più grandi ed unici talenti di questo bluegrass alternativo la cui scomparsa ha lasciato negli amici musicisti e nei suoi fans un grande vuoto.

Non ci sono outtakes di questo disco, i musicisti hanno suonato in cerchio guardandosi dritti negli occhi, e questo è il meraviglioso risultato di quelle sessions.

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

SUONI RIEMERSI: HOT TUNA  “Live at New Orleans House, Berkeley”

RCA Records. lp, 1970

di alessandro nobis

Ci sono dischi che segnano il tuo percorso musicale deviandolo verso altre direzioni spesso inaspettate e questo primo disco degli Hot Tuna è stato per me – assieme a “Oh so good’n blues” di Taj Mahal – un punto di ripartenza dopo averli ascoltati entrambi, un pomeriggio d’inverno, a casa di un amico. Vero, avevamo quindici anni, ma la curiosità era già tanta verso la musica americana, soprattutto acustica, soprattutto se intrisa del blues più arcaico: altro non ci interessava, la chitarra di Jorma Kaukonen e per me l’irraggiungibile funambolico basso elettrico di Jack Casady erano ad un livello stratosferico, e la musica del “Tonno Caldo” da quel giorno non l’ho più abbandonata. Ero già un fan dei Jefferson Airplane, ed i blues proposti da Kaukonen erano i brani da me preferiti ma qui il repertorio era acustico, un omaggio a quelli che poi avrei scoperto essere alcuni dei monumenti del blues acustico: Reverend Gary Davis (“Death Don’t Have no Mercy” e “Oh Lord, Search my Heart”), Leroy Carr (“How Long Blues”) ma anche Jelly Roll Morton (“Dont’ you Leave me here”) musicisti dei quali avrei approfondito la conoscenza più tardi, e da questo ellepì a “Traditional Blues” di Brownie McGhee il passo fu più che breve.

Registrato tra il 16 ed il 24 settembre del 1969 a Berlekey alla New Orleans House, rappresenta l’esordio appunto degli Hot Tuna, costola degli Airplane come per poco tempo lo furono i New Riders of the Purple Sage per i Grateful Dead, una costola blues i cui semi sono sparsi in tutte le registrazioni in studio, ben distinti dalle composizioni di Paul Kantner, Marty Balin e Grace Slick naturalmente.

Kaukonen e Casady naturalmente, ma anche la splendida armonica a bocca di Will Scarlett che con i suoi puntuali interventi danno un determinante segno di originalità al suono, e gli arrangiamenti proposti dai tre sono splendidi (“Uncle Sam Blues”), con il basso di Casady che duetta con la chitarra e offre una chiara visione del valore del musicista soprattutto nelle composizioni originali come “Mann’s Fate” e “New Song”.

Nel 1996 venne pubblicata una ricca versione del disco con ben cinque inediti tra i quali un bellissimo “Know You Rider” e “Keep your Lamps Trimmed and Burning”, sempre del Reverendo; nel 2010, a cura della Sony nella collana “Collector’s Choice Music” vene pubblicato altro materiale proveniente dagli stessi concerti con il titolo “Live at New Orleans House Berkeley California 09/69”.

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE a “I Concerti del Quirinale”

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE a “I Concerti del Quirinale”

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE “I Concerti del Quirinale”

28 febbraio 2021, Cappella Paolina, Roma

di alessandro nobis

Onestamente ho da sempre un po’ di diffidenza verso i gruppi non di origine irlandese che suonano la tradizione musicale delle aree di cultura celtica ed in particolare di quella d’Irlanda, ma come in tutte le cose c’è sempre un’eccezione, e questa per me è rappresentata – da quando ho avuto il piacere di ascoltarli la prima volta trenta e passa anni or sono – dai Birkin Tree del piper Fabio Rinaudo. Mi hanno sempre colpito la loro cura nella scelta del repertorio meno conosciuto, la capacità di saper interpretare un repertorio – o i repertori – per noi alloctoni e l’estrema cura negli arrangiamenti e nelle appropriate scelte timbriche spesso di stampo cameristico (a questo proposito mi piace ricordare l’esperienza Caledonian Companion, sempre firmata Fabio Rinaudo).

I Birkin Tree ovvero Fabio Rinaudo (uilleann pipes, tin whistle), Michel Balatti (flauti), Luca Rapazzini (violino), Laura Torterolo (voce, chitarra) e Claudio De Angeli (plettri, banjo) hanno tenuto un concerto alla Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale nell’ambito de “I Concerti del Quirinale” trasmesso in diretta da Rai Radio 3 in collaborazione con la Presidenza della Repubblica e Rai Quirinale: una delle sedi più prestigiose, al di là della diretta radio, dove il gruppo ha presentato parte del suo brillante repertorio nel quale le suite strumentali ed i canti narrativi hanno avuto un bilanciamento tale da presentare in modo efficace lo scrigno musicale irlandese soprattutto al pubblico che conosce poco questo repertorio visto che questa serie di concerti è dedicata in modo quasi esclusivo alla musica cosiddetta “classica”. Segnalo alcuni dei brani eseguiti in questo splendido concerto come la marcia che ha aperto la prima suite di brani (ed anche il concerto), ovvero “The March of the King of Laois” (RuairíÓg Ó Mórdha era il Re di Laois la cui famiglia – parliamo di 180 persone – fu sterminata a Kildare nel 1577 dagli inglesi facendolo coì  diventare acerrimo nemico della Regina Elisabetta I), il reel “The Starry Lane to Monaghan” dal repertorio del violinista Paddy Ryan e “The Dawn Chorus”, brano del violinista di Leitrim Charlie Lennon con in evidenza il banjo di De Angeli e da ultimo una melodia bretone aperta dalle uilleann pipes di Rinaudo e dal flauto traverso irlandese di Balatti e composta dall’abate Augustin Conq vissuto a cavallo del 1900 ed il cui testo è sopravvissuto grazie ai cosiddetti “fogli volanti”, “Braodside Ballads” che dir si voglia. Tra i canti narrativi bellissima la resa di “DonalÓg” (Il giovane Donald), antico canto in gaelico presente nella preziosissima Raccolta Roud al numero #3379.

Infine ecco il link dove poter ascoltare – o riascoltare – il concerto dei Birkin Tree: https://www.raiplayradio.it/audio/2021/02/I-CONCERTI-DEL-QUIRINALE-Birkin-Tree-cb188695-d113-41d8-a011-638eb00ad650.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplayradio_ContentItem-cb188695-d113-41d8-a011-638eb00ad650.&wt&fbclid=IwAR3EWvlwTu_csizAbq_QxnUGX_8cVWbDz8K5ZFATT1FpP2jRQZ9HplnGCOw

“GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Prima Parte)

“GIU’ LA MASCHERA: Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” VERONA, 17 e 18 settembre 2021. (Prima Parte)

“Giornate di studi sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie.” (Prima Parte)

VERONA, 17 e 18 settembre 2021

Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti

Dipartimento “Culture e Civiltà” dell’Università di Verona

di alessandro nobis

L’idea di organizzare un convegno sul Carnevale nasce da piuttosto lontano, dai tempi del glorioso COMITATO TREDESEDODESE che ebbe il coraggio di proporre per tre anni a Verona, nella sua parte più antica ovvero il Borgo di Santo Stefano, tre giornate dedicate alla cultura popolare nei suoi vari aspetti e che per simbolo prese Santa Lucia (da qui il nome, Santa Lucia si festeggia il 13 dicembre, appunto il 13 del 12, nota per non veneti), il simbolo più conosciuto ed amato appunto dal popolo veronese, più di San Zeno e più anche del Papà del Gnoco. Il TREDESEDODESE non esiste formalmente più da quasi un decennio, ma l’idea è rimasta in tutti i suoi membri a cominciare dal sottoscritto – di cui del Comitato fu immeritato presidente – e quindi nella primavera del 2020 iniziò l’elaborazione del progetto che si concretizzerà nella seconda metà del prossimo settembre; voglio puntualizzare che senza la condivisione della Dirigente Scolastica Dott.ssa Nicoletta Morbioli e l’approvazione del Collegio dei Docenti del CPIA veronese queste due giornate di studi non si sarebbero potute concretizzare e quindi voglio personalmente ringraziare sia la Dirigente Scolastica che le colleghe e i colleghi.

Ma perché concentrare l’attenzione sui Carnevali Tradizionali delle Tre Venezie? La risposta che mi sono dato è piuttosto semplice:perché il Carnevale è una parte ancestrale del nostro patrimonio culturale che, periodicamente, riemerge dal lontano passato nel quale mantiene solide radici più o meno ancora riconoscibili. L’idea di base del convegno nata e condivisa con l’etnografa veronese Silvana Zanolli (anche lei del suddetto Comitato) è quella di confrontare, dai punti vista etnografico ed antropologico, i riti delle mascherate e dei carnevali tradizionali dell’area che grosso modo è oggi compresa nell’areale delle odierne Tre Venezie, cercando eventuali comuni origini e mascheramenti, modalità rappresentative, simbologie e differenziazioni sviluppatesi nei secoli.

Tutto ciò partendo dalla considerazione che la diffusione delle culture tradizionali in generale e, quindi, anche delle aree di pianura e delle valli prealpine ed alpine, ovviamente prescinde dalla suddivisione politica attuale delle aree esaminate; ma un limite, diciamo geografico, andava fissato per poter concentrare l’attenzione su di una area, tralasciando purtroppo realtà come quella di Bagolino il cui territorio, pur essendo oggi in Regione Lombardia fu lungamente compreso all’interno di quello della Repubblica di Venezia.

Non si tratta a mio modesto parere di riportare ai nostri giorni il passato che non potrà mai ritornare o di riproporre la sua celebrazione nelle antiche modalità, ma piuttosto di far conoscere le origini storiche di questa festa che risale alla notte dei tempi e del cui significato si è persa contezza nella stragrande maggioranza delle persone che poi partecipano alle feste ed alle sfilate che si tengono nelle piccole comunità valligiane e grandi centri come Venezia e Verona. Alle due giornate (mezze giornate) il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Verona – dove presto servizio come docente – sono stati invitati alcuni tra i più prestigiosi studiosi del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino che con i loro interventi faranno luce sulle origini del Carnevale, sulla sua importanza nello scandire i ritmi di vita soprattutto delle generazioni passate e dei secoli passati, visto per esempio che il “Bacanal del Gnoco Veronese” compie quest’anno 491 anni di vita. La sopracitata Istituzione Scolastica ha in seguito trovato l’importante collaborazione del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università di Verona grazie all’intervento del Dott. Alessandro Norsa e del Prof. Federico Barbierato con i quali ci si è intesi sin da subito e gode, al momento, del “patrocinio” del Comune di Verona (patrocinio significa logo sul materiale informativo ma niente contributo) mentre si è in attesa di notizie dalla Regione Veneto. Inoltre ci sarà la collaborazione con il Comitato del Bacanal del Gnoco con l’intervento del suo Presidente Valerio Corradi.

Gli interventi saranno curati dal Dott. ALESSANDRO NORSA del Dipartimento Culture e Civiltà dell’Università degli studi di Verona, dal Professor CESARE POPPI dell’ Università Liedia de Bulsan, dal Dott. GIOVANNI MASARA’ (PhD Researcher · Department of Sociel Anthropology dell’Università di St. Andrews in Scozia) dal Dott. GIOVANNI KEZICH (Direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina diSan Michele all’Adige) da ANDREA DEL FAVERO & DARIO MARUSIC di FOLKEST (Spilimbergo, Pordenone e Pola · Croazia) e dalla Prof.ssa CHIARA CREPALDI dell’Associazione Minelliana di Rovigo.

La ciliegina sulla torta sarà la presentazione di una nuova edizione anastatica del volume “Il Venardi ultimo di Carnovale” (1847) edito da Scripta con due prefazioni della Dott.ssa Silvana Zanolli e del Prof. Mario Allegri, presentazione alla quale parteciperà anche il poetattore Mauro Dal Fior che ne leggerà alcuni estratti.

Qualcuno noterà che le due giornate coincidono con l’Edizione 2021 del Tocatì, ma non è una coincidenza, anzi; si è voluto creare un fine settimana (lungo visto che il Tocatì inizia il giovedì e termina la domenica) dove la Cultura Popolare si prende tutta la città e per questo voglio ringraziare in special modo il Presidente Paolo Avigo ed il direttivo dell’Associazione Giochi Antichi che hanno accolto la nostra idea.

I dettagli sugli interventi e la loro scansione oraria verranno comunicati nella seconda parte dell’articolo.

Per poter partecipare alle due giornate di studi, che si terranno in uno spazio all’interno del bellissimo spazio “austroungarico” oggi inserito nel Polo Santa Marta a Verona – è necessario inviare una mail con il proprio nome e (mail anche istituzionale per gli insegnanti) a info.giulamaschera@cpiaverona.edu.it

I posti a disposizione sono al momento limitati, quindi …….

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

EDUARDO PANIAGUA · MUSICA ANTIGUA “Cantigas del Sur de Francia”

PNEUMA RECORDS. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Queste ventiquattro Cantigas De Santa Maria si vanno ad aggiungere a quelle pubblicate tempo fa sul CD dedicato a quelle riguardanti la Francia Settentrionale (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/21/eduardo-paniagua-cantigas-del-norte-de-francia/); questa volta “arrivano” dall’Occitania” e metà di esse furono raccolte da Alfonso X° El Sabio nel santuario della bellissima Rocamadour, che oggi si trova nel Dipartimento della Lot ma che nel Medioevo era parte della nazione occitana. Il primo compactdisc si apre con una suggestiva versione strumentale de “De Romeria Sentada in Silla” (sul cd “Cantigas de Flauta y tamburil” PN 400 trovate la versione con il testo) che precede la lunga Cantiga 331 “Mozo y Madre en Rocamadour” che, introdotta dal suono del fhal (un flauto di bambù) celebra uno dei miracoli della Vergine Maria (in questo caso resuscita l’amatissimo figlio  dodicenne di una donna falciato da una febbre altissima) e si chiude con un inusuale miracolo “pastorale”: una donna affida un agnello che ha comperato impegnando tutti i suoi risparmi ad un pastore, ma al suo ritorno costui dà la colpa della sparizione ad un lupo, la donna implora con una preghiera Nostra Signora di Rocamadour che la ripaga facendo riapparire l’agnello che le dice “sono tornato!”. Anche del secondo CD dedicato all’Occitania scelgo un brano strumentale ed uno cantato: il primo è “La Nave Cargada de Trigo”, dove il testo (qui non presente in quanto è una versione strumentale) racconta di un naufragio di una nave carica di farina e del miracolo della Vergine Maria che salva sia il carico della nave che i suoi marinai e mercanti). Il secondo è una Cantiga di guarigione che narra appunto della guarigione della Regina Beatriz de Suabia, madre di Alfonso X°, mandata dal Re Fernando III°, incinta, a Cuenca dove si ammalò gravemente e fu vanamente curata dai medici; ma aveva con sé una preziosa immagine della Vergine del Mare che salvò dalla malattia la Regina, immagine che poi Alfonso consegnò alla Cattedrale di Siviglia.

Quello che colpisce di questo e degli altri lavori di Paniagua – in specie quelli dedicati alle Cantigas – è la costante capacità di utilizzare musicisti di grande levatura (i cinque cantori ad esempio, ma anche gli specialisti dei singoli strumenti) e di un autentico arsenale sonoro etnico ispanici e non, per dare corpo e immagine a questo straordinario repertorio della cultura cristiana. Ovviamente, un altro bellissimo lavoro di Eduardo Paniagua e dell’Ensemble Musica Antigua che ha fondato e che dirige.

Di altri lavori pubblicati da Eduardo Paniagua ne avevo scritto qui:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/21/eduardo-paniagua-cantigas-del-norte-de-francia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/10/07/eduardo-paniagua-alquimia-de-la-felicidad/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/05/20/suoni-riemersi-eduardo-paniagua-trovadores-en-castilla-alfonso-viii-y-los-almohades/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/04/01/eduardo-paniagua-cantigas-de-andalucia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/22/eduardo-paniagua-isidro-mozarabe/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/01/24/eduardo-paniagua-cantigas-de-ultramar/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/11/01/eduardo-paniagua-cantigas-de-murcia/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/04/eduardo-paniagua-calahorra/)

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti. 

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Per questo secondo doppio compact disc antologico di “Old Dog Long Road” – del primo ne avevo parlato qualche settimana or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/08/andy-irvine-old-dog-long-road-1961-·2012·vol-1/) – si allarga l’arco temporale dal 1961 al 2015 comprendendo ben 23 brani scelti da varie fonti raccolte soprattutto durante i suoi concerti “in solo” nei quali i repertori presentati si fanno apprezzare per l’ampio spettro delle proposte. C’è anche una preziosa chicca, registrata nel 61’, un debito di riconoscenza verso uno dei suoi punti di riferimento dichiarati, Woody Guthrie: si tratta della devota interpretazione di “Hobo’s Lullaby”, dove Irvine cerca riuscendovi di imitare la voce ed il suono della chitarra del leggendario autore americano, una registrazione casalinga effettuata a solo diciotto anni dalla quale si intende come la folgorazione per il folk fosse già in atto ……

Tra le chicche ce ne sono alcune che secondo il mio modesto parere brillano più di altre: “As I Roved Out”, anno 1975, eseguito dai Planxty (Liam O’Flynn, Irvine, Paul Brady e Johnny Monihan), “The Blind Harper” in duo con Donal Lunny (la Child Ballad # 12) imparata da Nic Jones, il brano dei Mozaik “The Wind Blows over the Danube” (1998), arrangiamento di una melodia raccolta da Bartok Béla nel 1907, e soprattutto “John Barlow”. Quest’ultima eseguita in solo da Irvine è conosciuta anche come “Willy Of Wilsbury”(Child Ballad # 100) ed è composta da una melodia di un altro canto narrativo raccolto da Francis Child (#89) con il testo di origine scozzese precedente al 1775 che racconta la storia della figlia di un Re che rimane incinta del suo eroe (Willy, appunto) causando, diciamo così, il forte disappunto del padre che vuole ammazzare il padre di suo nipote. Con il primo volume questo doppio CD dà una visione chiara della storia e della carriera di Andy Irvine, figura fondamentale della musica tradizionale nel senso più ampio possibile.

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)