SEBASTIANO PILOSU “Il canto a tenore di Orgosolo”

SEBASTIANO PILOSU “Il canto a tenore di Orgosolo”

SEBASTIANO PILOSU “Il canto a tenore di Orgosolo”

Squi[libri], 2017. Pagg. 204 con 2 CD, € 25,00

di Alessandro Nobis

ba0166c7a50d96eb270097f3f911e08a_XLQuesto volume è il secondo che la casa editrice Squi[libri], pubblica nella Collana “Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia” dedicato alla Sardegna; il primo, del 2015, era “Musiche tradizionali di Aggius (1950 – 1962)” mentre questa nuova pubblicazione è dedicata al canto “a tenores” di Orgosolo, e contiene in allegato 2 compact disc con 56 preziosissime tracce audio registrate da ricercatori come Diego Carpitella, Franco Cagnetta, Giorgio Nataletti e Antonio Santoni Rugiu tra il 1955 ed il 1961 ed archiviati nelle raccolte 26, 31 e 56 dell’Accademia di Santa Cecilia.

La stesura del volume è stata curata da Sebastiano Pilosu e dall’Associazione Tenore Supramonte di Orgosolo e riporta intelligentemente l’attenzione sul canto “a tenore” che negli anni Novanta si era trovato sotto i riflettori dei media grazie al CD registrato dallo storico quartetto di Bitti e prodotto da Peter Gabriel per la sua etichetta Real World. Una volta spenti i riflettori, questa forma di canto è tornato nel suo alveo originale, ovvero quello del popolo sardo e degli appassionati di musica tradizionale. L’introduzione di Ignazio Macchiarella e naturalmente il saggio di Pilosu raccontano con un linguaggio sì scientifico ma anche divulgativo – e questo è uno dei pregi dell’intera collana – le vicende legate allo sviluppo, alla conservazione e dello status attuale del canto a tenores, così unico, peculiare ed affascinante quanto ancestrale ma talvolta considerato solamente un aspetto folcloristico “estivo” isolano. L’ascolto delle voci si accompagna alla lettura dei testi riportati nel volume anche in lingua italiana, e questo aiuta nella comprensione del significato del contesto sociale del canto e ad una ulteriore presa di coscienza di come la cultura sarda si sia perpetuata e continui a viaggiare nel tempo grazie a molti giovani musicisti e studiosi che la praticano e la studiano.

http://www.squilibri.it

 

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JORDI SAVALL “In Excelsis Deo”

JORDI SAVALL “In Excelsis Deo”

JORDI SAVALL “In Excelsis Deo”

ALIA VOX RECORDS 2CD, 2017

di Alessandro Nobis

1512281748_jordi-savall-in-excelsis-deo-2017-hi-res“In Excelsi Deo: Au temps de la guerre de Succession d’Espagne 1701 – 1714”, questo il titolo completo di questo ennesimo – splendido – lavoro di Jordi Savall che dirige “La Capella Real De Catalunya” e l’ensemble “Le Concert des nations”, ovvero quanto di meglio offra oggi il mondo della musica antica e barocca. Siamo ai primi del Settecento, ai tempi della guerra tra la Spagna di Filippo V, appoggiata dai Francesi, e la Catalogna, appoggiata invece dall’Arciduca Carlo D’Austria; guerra intestina e sanguinosa che sancì l’11 settembre del ’14 la caduta di Barcellona sotto il dominio spagnolo. Savall qui mette una vicina all’altra due “messe” raramente eseguite e registrate, una composta dal catalano Francesc Valls (1671 – 1747) e l’altra dal francese Henry Desmarest (1661 – 1741), quindi entrambi coevi alla guerra di Successione. Musica al solito di grande fascino e bellezza, poco eseguita anche in quel periodo vista la complessità e la composizione richiesta dell’orchestra e del coro; la Messa di Valls, detta “Missa Scala Aretina” prende il nome dalla scala di sei note (l’esacordo di Guido D’Arezzo), quella di Desmarest (“Messe a deux Chores”) composta in Lorena alla corte del Duca Lepoldo I e lì eseguita per la prima volta probabilmente nel 1707, ed entrambe sono due importantissime opere quanto poco conosciute ed eseguite provenienti da quello straordinario e polimorfico periodo musicale che fu il Barocco.

Oltre a queste due Messe, il primo CD contiene sei brani di origine popolare risalenti allo stesso periodo tra i quali segnalo il maestoso “Catalunya Triunfal” che riprende “Els Segadors” (la rivolta dei mietitori) interpretato in una versione strumentale e vocale che corrisponde all’inno nazionale catalano (“Adesso è l’ora, mietitori / Adesso è l’ora dell’allerta / Nel rischio di un altro giugno / affiliamo ben bene le spade / Buon colpo di falce!”) ed infine il lamento nostalgico “Catalunya En Altre Temps”, cantato dopo la caduta della capitale Barcellona nella mani degli spagnoli (“La Catalogna in altri tempi / si governava da sola / e faceva le sue leggi / nella sua lingua e in nessun altra”). Sarà stato un caso che la pubblicazione di questo lavoro di Savall sia coinciso con i “tumulti” indipendentisti catalani di solo poche settimane fa? A voi la risposta…………

Naturalmente, con in tutte le pubblicazioni targate Alia Vox, ai cd è allegato un corposo libretto con saggi storico e musicologico, anche in italiano.

 

GABRIELE DUSI “Startin’ Point”

GABRIELE DUSI “Startin’ Point”

GABRIELE DUSI “Startin’ Point”

A-Z BLUES RECORDS CD, 2017

di Alessandro Nobis

Gabriele Dusi, chitarrista veronese classe ’94 (!), ha messo subito le cose in chiaro. “Startin’ Point” è il punto di partenza per un viaggio, gli auguro lunghissimo, nel mondo della chitarra acustica ed in quello dello stile fingerpicking in particolare. Un viaggio che non finisce mai, fatto di continue tappe segnate dalla propria maturazione personale, tecnico stilistica e di confronto con il mondo variegatissimo del fingerpicking; quelli di A-Z Blues se ne sono accorti subito, soprattutto quando Dusi ha messo le mani sulla chitarra acustica, ed hanno deciso coraggiosamente di produrre questo bel CD. Solo trenta minuti, ma sufficienti per intuire le potenzialità di questo musicista ed apprezzare la sua proposta: 4 brani originali – già un bel biglietto da visita –, uno di Lorenz Zadro dedicato a Chuck Berry ed un pugno di interpretazioni di alcuni dei musicisti che più lo hanno affascinato nel suo cammino di scoperta e studio dello strumento: Arhrel “Doc” Watson, Chet Atkins, Mississippi John Hurt ad esempio, affrontati con grande rispetto ed intelligenza. A ventitrè anni, con i tempi che corrono, trovare un così giovane e preparato chitarrista che già conosce ed affronta i pilastri di questa musica non è facile e fa molto piacere a noi vecchi “marpioni” cresciuti a pane e musica.

Un consiglio da “veterano”: stare con i piedi per terra, studiare, ascoltare i maestri ed anche gli altri e, soprattutto “Keep calm and play guitar”. Meglio se acustica.

a-zblues.com

 

CURRAN – SCHIAFFINI – C. NETO – ARMAROLI “From The Alvin Curran Fakebook: The Biella Sessions”

CURRAN – SCHIAFFINI – C. NETO – ARMAROLI “From The Alvin Curran Fakebook: The Biella Sessions”

CURRAN – SCHIAFFINI – C. NETO – ARMAROLI

“From The Alvin Curran Fakebook: The Biella Sessions”

DODICILUNE RECORDS 2CD Ed386, 2017

di Alessandro Nobis

Il pianista compositore Alvin Curran ed il trombonista Giancarlo Schiaffini sono tra le più importanti figure che nella seconda metà del Novecento hanno dato un contributo importante alla musica “contemporanea” di quegli anni, e bene ha fatto l’etichetta salentina Dodicilune a pubblicare questo doppio CD che contiene tra l’altro alcune pagine del “A.C. Fakebook” del compositore di Providence registrate a Roco Biellese alla fine del 2016. Pagine è la parola che meglio descrive l’opera, formata da fotografie, scritti, schizzi, non fogli con il pentagramma ma piuttosto un compendio composito e variegato cona del materiale sonoro, piccoli frammenti, musica concettuale, idee, percorsi pensati per piano ma che lasciano la più totale apartura verso gli altri strumenti. Fakebook può essere manipolato, smontato e ricomposto secondo la sensibilità di chiunque voglia cimentarsi con questa, la definisco così, avventura esplorativa: Curran propone un contenitore insomma, il contenuto è lasciato ai musicisti e quindi può cambiare forma ogni volta che lo si affronta. Qui il quartetto, con Alipio Carvalho Neto ai sassofoni e percussioni, Sergio Armaroli al vibrafono e percussioni con l’aggiunta del contrabbassista Marcello Testa e del Batterista Nicola Stranieri che partecipano all’operazione in alcune tracce, esplora nel primo dei due CD 5 delle Sequenze “suggerite” da Curran (“Sequences” è il titolo della prima delle nove sezioni di cui è composta l’opera), mentre “Soft Shoes” che chiude il secondo CD è una brevissima struttura condotta dal piano di Curran e dal sax Neto con la ripetizione di una breve sequenza e con piccole variazioni pianistiche e “Field It” si regge su una piccola frase iniziale ripetuta dalla ritmica con improvvisazione dei fiati che si immerge nei i “soliti” suoni – rumori mai fuori posto delle infernali suoni generati dal computer di Curran per ritornare alla frase iniziale.

Infine voglio segnalare il brano che senza togliere nulla agli altri, mi ha fatto comprendere il valore culturale del livello di questo ottimo doppio lavoro, ovvero “The Answer is” composto, anzi improvvisato dal quartetto; suoni naturali, nastri preregistrati, suoni artificiali si alternano, si sovrappongono, si inseguono per oltre trenta minuti, quasi una conversazione a quattro di rari interesse profondità, per i tempi che viviamo.

Ascoltatelo. Attentamente.

GEORGES RAMAIOLI “IL LAGO ONTARIO”

GEORGES RAMAIOLI “IL LAGO ONTARIO”

GEORGES RAMAIOLI “IL LAGO ONTARIO”

Edizioni Segni D’Autore, 2017. Pagg. 56, € 21,00

di Alessandro Nobis

“Il Lago Ontario” è il terzo dei cinque volumi previsti da Edizioni Segni D’Autore facenti parte del ciclo “Leatherstockings Tales” i cui romanzi storici furono scritti dal narratore James Fenimore Cooper ed ambientati durante la guerra dei Sette Anni tra le truppe britanniche e francesi in Nordamerica. Sceneggiato e disegnato dal franco – italiano Georges Ramaioli con la consueta cura e ricerca dei particolati “etnografici”, questo terzo volume racconta, sullo sfondo di una storia sentimentale tra Mabel, figlia del Sergente Durham, e Pathfinder, gli scontri tra le truppe del 55° Reggimento scozzese di stanza a Forte Oswego sulla riva orientale del lago Ontario e le truppe francesi appoggiate dai Tuscarora, nativi di lingua irochese spinti nella zona dei Grandi Laghi dalla colonizzazione inglese delle loro terre di origine, oggi gli stati della Carolina e di New York. il-lago-ontario-1 (1)C’è lo spazio anche per una particolarmente ben disegnata/raccontata “scaramuccia” navale tra il vascello francese Montcalm e la piccola imbarcazione britannica “Scudo” nel lago in tempesta ed i “soliti” imprevedibili inseguimenti tra canoe sull’impetuoso fiume Oswego per sfuggire alle frecce dei Mingos, un altro gruppo etnico di lingua irochese e alleato dei francesi.

Il progetto di Ramaioli è quello di dare vita con i “fumetti” ad una lettura visiva del capolavoro di Cooper (vedi anche https://ildiapasonblog.wordpress.com/?s=ramaioli) restando il più fedele possibile alla trama pensata dallo scrittore di Burlington, vissuto tra il 1789 ed il 1851, potendo osservare da vicino la nascita dello Stato Nordamericano, staccandosi per questo dalle ricostruzioni cinematografiche del Novecento.

Valore aggiunto una bella intervista all’autore, in attesa de “I Pionieri”, prossimo volume della serie.

http://www.segnid’autore.it

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ANOUAR BRAHEM “Blue Maqams”

ANOUAR BRAHEM “Blue Maqams”

ANOUAR BRAHEM “Blue Maqams”

ECM RECORDS 2580, 2017

di Alessandro Nobis

UnknownCon il libanese Rabih Abou Khalil ed il conterraneo Dhafer Youssef, il tunisino Anouar Brahem può essere considerato senz’altro il suonatore di oud che più di ogni altro ha spostato il baricentro della sua musica verso quella occidentale, in particolare verso quella afroamericana /assolutamente da ascoltare anche “Thimar” con Holland e John Surman e “Madar” con Jan Garbarek). Certo, gli “intoccabili e purissimi” Munir e Omar Bashir (scuola irachena), Said Chaibri (scuola marocchina) o Naseer Shamma (scuola egiziana) hanno portato e portano la tecnica di improvvisazione a livelli altissimi, ma se avete voglia di scoprire la magica alchimia di quando il “il sultano degli strumenti” si “accoppia” con strumenti come il contrabbasso di Dave Holland, la batteria di Jack De Johnette ed il pianoforte di Django Bates questi nove brani contenuti in “Blue Maqams” fanno al caso vostro. Beninteso, non si tratta di composizioni scritte pensando alla musica mediorientale ed adattate al jazz, ma al contrario scritture nate e pensate per andare oltre i maqam arabi e quindi scritte per essere eseguite da musicisti facenti parte della migliore musica afroamericana. E’ musica il cui aspetto principale è a mio modesto avviso quello narrativo, di scambio culturale tra due generi che fanno dell’improvvisazione la propria ragione di esistere e che nei lavori di questi autori e musicisti che ho nominato in apertura si ha l’occasione di ammirare in tutta la sua bellezza. “Bon Dia Rio” è jazz, è Brasile, è Medio Oriente, Blue Maqam nasce da un’idea sviluppata improvvisando nello studio di registrazione, l’intro a “Opening Day” evoca il medioriente ma poi il solo di Brahem ti trasporta altrove, nelle sale e nei club dove si ascolta il migliore jazz, da sempre musica di contaminazione culturale. Disco magnifico.

 

 

 

 

DALLA PICCIONAIA: Olaf Otto Becker “Above Zero”

DALLA PICCIONAIA: Olaf Otto Becker “Above Zero”

DALLA PICCIONAIA: Olaf Otto Becker “Above Zero”

Galleria MarcoRossi artecontemporanea,  Verona

18 novembre 017 – 27 gennaio 018

di Alessandro Nobis

E’ stata inaugurata sabato 18 novembre alla Galleria MARCOROSSI artecontemporanea diretta da Francesco Sandroni, in Via Garibaldi a Verona, “Above Zero”, esposizione del fotografo tedesco Olaf Otto Becker che raccoglie alcuni dei suoi scatti effettuati all’interno della calotta glaciale della Groenlandia tra il 2007 ed il 2008; in effetti una serie di immagini dedicata alla grande isola dell’Atlantico Settentrionale avrebbe dovuto intitolarsi “Below Zero”, e così sarebbe stato se fosse stata pensata e realizzata anche solo trenta anni fa.

“Above Zero” dà quindi immediatamente l’idea del significato e dell’importanza di queste testimonianze fotografiche: “Sopra Zero”, quando il ghiaccio si scioglie, quando la calotta glaciale perde volumetria e restituisce sotto forma liquida ciò che aveva accumulato in centinaia di migliaia di anni.

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Foto di Olaf Otto Becker

Olaf Otto Becker è un fotografo d’altri tempi, in tre anni ha percorso con un gommone, una slitta e novanta chili di attrezzatura fotografica (un banco ottico) le coste e l’interno della Kalaallit Nunaat, la “terra degli uomini” rischiando anche la vita per portare a conoscenza del pubblico la situazione nella quale si trova la calotta glaciale grazie soprattutto all’inquinamento dell’atmosfera ed all’effetto serra. Fotografie di grandissimo e di piccolo formato dalla altissima definizione e stampate in limitatissima tiratura, fotografie che illustrano il percorso svolto lungo uno dei fiumi glaciali, fotografie di acque di fusione, fotografie di grande fascino e bellezza e fotografie soprattutto a colori: quattro per l’esattezza, l‘omogeneo grigiore del cielo della luce estiva perenne, il bianco latteo del ghiaccio, il turchese delle acque ed infine  l’inquietante nero dei residui della “black snow”, fiocchi di neve condensati attorno alla nera cenere risultato di incendi boschivi di chissà quale parte del mondo, oggi presenti su vasti spazi dell’isola e che negli splendidi scatti di Becker coprono le “sponde” del torrenti e dei fiumi.

L’uomo fisicamente non c’è in questi scatti, però come detto c’è il risultato della sua dissennata attività studiata dai glaciologi dello Swiss Camp, documentato da un’altra affascinante serie di scatti che si trovano sul volume “Above Zero” pubblicato da Hatje Kantz nel 2009.

Una mostra che val davvero la pena di visitare, dove si incrociano la grande capacità tecnica di Becker fotografo (scelta del formato e della carta cotone su cui stampare, dell’esposizione, dell’inquadratura) con il preziosissimo valore geo-documentaristico delle immagini che ci forniscono un’immagine di una Groenlandia e della sua natura inaspettatamente e tristemente “contaminata”.

La mostra, ad ingresso libero, è visitabile dal martedì al sabato (10:00 – 12:30 e 15:00 – 19:00) e nei giorni festivi su appuntamento. Fino al 27 gennaio 2018.