ANOUAR BRAHEM “Blue Maqams”

ANOUAR BRAHEM “Blue Maqams”

ANOUAR BRAHEM “Blue Maqams”

ECM RECORDS 2580, 2017

di Alessandro Nobis

UnknownCon il libanese Rabih Abou Khalil ed il conterraneo Dhafer Youssef, il tunisino Anouar Brahem può essere considerato senz’altro il suonatore di oud che più di ogni altro ha spostato il baricentro della sua musica verso quella occidentale, in particolare verso quella afroamericana /assolutamente da ascoltare anche “Thimar” con Holland e John Surman e “Madar” con Jan Garbarek). Certo, gli “intoccabili e purissimi” Munir e Omar Bashir (scuola irachena), Said Chaibri (scuola marocchina) o Naseer Shamma (scuola egiziana) hanno portato e portano la tecnica di improvvisazione a livelli altissimi, ma se avete voglia di scoprire la magica alchimia di quando il “il sultano degli strumenti” si “accoppia” con strumenti come il contrabbasso di Dave Holland, la batteria di Jack De Johnette ed il pianoforte di Django Bates questi nove brani contenuti in “Blue Maqams” fanno al caso vostro. Beninteso, non si tratta di composizioni scritte pensando alla musica mediorientale ed adattate al jazz, ma al contrario scritture nate e pensate per andare oltre i maqam arabi e quindi scritte per essere eseguite da musicisti facenti parte della migliore musica afroamericana. E’ musica il cui aspetto principale è a mio modesto avviso quello narrativo, di scambio culturale tra due generi che fanno dell’improvvisazione la propria ragione di esistere e che nei lavori di questi autori e musicisti che ho nominato in apertura si ha l’occasione di ammirare in tutta la sua bellezza. “Bon Dia Rio” è jazz, è Brasile, è Medio Oriente, Blue Maqam nasce da un’idea sviluppata improvvisando nello studio di registrazione, l’intro a “Opening Day” evoca il medioriente ma poi il solo di Brahem ti trasporta altrove, nelle sale e nei club dove si ascolta il migliore jazz, da sempre musica di contaminazione culturale. Disco magnifico.

 

 

 

 

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DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

DANISH STRING QUARTET “Last Leaf”

ECM NEW SERIES 2550, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Lui, lemme lemme, quasi di nascosto, ti propone musicisti che non hai mai nemmeno sentito nominare e che quasi sempre, ascoltando la loro musica, ti lasciano a bocca aperta per la bellezza di ciò che stai ascoltando; una bella sensazione, un piacere interiore che ho la fortuna di provare spesso ultimamente; lui è naturalmente è Manfred Eicher – patron dell’ECM – ed i musicisti stavolta sono quattro danesi, il “Danish String Quartet”, che fanno seguire al precedente lavoro per l’ECM, dedicato alle scritture di Thomas Ades, Per Norgard e Hans Abrahamsen questo “Last Leaf”. Un quartetto d’archi quindi, uno dei più prestigiosi in circolazione – con l’aggiunta di un pianoforte e di un harmonium in qualche traccia – che rilegge, reinterpreta e arrangia brani provenienti dalle ricche tradizioni di alcune regioni nordiche come le Isole Shetland, la Svezia, la Danimarca, aree dove la musica popolare è da sempre legata agli strumenti ad arco. Quasi un seguito al magnifico “Wood Works” pubblicato nel ’14 dalla Dacapo Records nel quale venivano affrontato il repertorio popolare nordico.image.php.jpeg

Le arie nate per l’accompagnamento alle danze hanno da secoli ispirato generazioni di compositori “classici” ma nel caso di questo “Last Leaf” il passaggio dalla tradizione è splendidamente diretto, senza mediazione di alcun compositore; è l’approccio che io amo di più, quello che sempre mi fa riflettere e convincere che la metodologia del Danish String Quartet può essere una di quelle più indovinate per traghettare questi repertori nel futuro anche perché qui si trovano anche brani originali di ispirazione popolare. Della tradizione delle Shetland, quella legata al violino di Hardanger o allo stile di Aly Bain, gli appassionati si erano già abbeverati abbondantemente, ma il brano qui proposto “Unst Boat Song”, è una canzone splendidamente resa in versione strumentale, come anche la ballata danese risalente al ‘300 “Dromte mig en drom”. Splendidi “Intermezzo” del violoncellista ed il seguente “Shine you no more” scritto dal violinista Sorensen e la composizione del norvegese Gjermund Haugen, scomparso nel ’76 e specialista del violino di Hardanger.

Disco superlativo, mi espongo classificandolo come una delle migliori produzioni ascoltate dal sottoscritto negli ultimi anni.

 

QUERCUS “Nightfall”

QUERCUS “Nightfall”

QUERCUS “Nightfall”

ECM RECORDS 2522 CD, 2017

di Alessandro Nobis

“Quercus” è un progetto giunto al suo secondo episodio prodotto da Manfred Eicher che vede come protagonisti la cantante June Tabor, il sassofonista Iain Ballamy ed il pianista Huw Warren, inglesi. Lo so, tendo ad esagerare, ma questo lavoro riesce nella difficile impresa di coniugare la ballata popolare, il jazz e la musica contemporanea e lo ritengo pertanto uno dei lavori meglio riusciti dell’etichetta di Monaco di Baviera di questi anni.

Tra tutte le interpreti della folk inglese – cito a memoria Sandy Denny, Maddy Prior, Jacquie McShee e ci metto anche Shirley e Dolly Collins – June Tabor è quella che soprattutto negli ultimi anni si è distinta per progetti, mi si perdoni il termine quasi da “Third Stream”, per usare un termine jazzistico: non filologicamente folk, non propriamente classico contemporaneo, una terza via insomma nella quale a mio avviso la musica di Quercus ci rientra appieno. Con due musicisti come Iain Bellamy e Huw Warren, completamente fuori dal giro della tradizione ma aperti a qualsiasi universo musicale, l’alchimia è perfetta, ed ecco che il repertorio popolare splende di una calda ed illuminante luce propria. Accade allora che “Auld Lang Syne”, melodia scozzese con testo di Robert Burns, “Once I Loved You Dear” o il canto narrativo “On Berrow Sands” (le forti maree del Canale di Bristol con i gabbiano che incarnano le anime dei pescatori e marinai annegati) e “The Cuckoo” raccolta dalla stessa Tabor da una gitana nel Dorset diventano canzoni senza tempo magnificamente decontestualizzate dal folk, che la dylaniana “Don’t think twice it’s alright” con il pianismo di Bellamy e la delicata voce di June Tabor si muta in una ballad dal sapore jazz (il fraseggio del pianoforte ed il lirismo del tenore) ed i due strumentali (“Christchurch” di Warren e “Emmeline” di Ballamy”) si innestano alla perfezione in questo “Nightfall”.

Se siete seguaci – ma non troppo ortodossi –  della setta ECM e non conoscevate la Tabor, fate un paio di salti indietro nel tempo e procuratevi “Silly Sisters” (1976) con Maddy Prior e “A Cut Above” (1980) con il chitarrista acustico Martin Simpson: vi si manifesterà un altro mondo. Parallelo.

 

FERENC SNETBERGER “Titok”


FERENC SNETBERGER “Titok”


FERENC SNETBERGER “Titok”

ECM RECORDS 2468, CD, 2017

di Alessandro Nobis

“Titok” è il secondo lavoro che il chitarrista ungherese pubblica per l’ECM di Manfred Eicher dopo “In Concert” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/04/23/ferenc-snetberger-in-concert/), dato alle stampe nello 016; e se “In Concert” vedeva Snetberger ripreso in un concerto in piena solitudine, per registrare questo nuovo Cd Eicher ha chiamato in sala d’incisione due “pezzi grossi” del jazz come il contrabbassista francese Andres Jormin ed il batterista americano Joey Baron. Ed un’altra volta l’alchimia di Eicher funziona benissimo visto che la musica contenuta in questi sessanta minuti e registrata nel 2015 è davvero di grande fascino. Le composizioni, tutte scritte dal chitarrista magiaro, acquistano con l’apporto di Jormin e Baron una connotazione più jazzistica, sia si tratti di brani dove l’improvvisazione gioca un ruolo determinante (“Cou Cou” e “Clown”), sia in scritture come le splendide melodie delle ballads “Kék Kerék” (a mio avviso il brano più bello di tutto il lavoro) con il contrabbasso di Jormin che dialoga con la chitarra, la lunga “Alom” e “Orange Tango” introdotta dai tocchi di Joey Baron, uno dei più importanti batteristi in ambito jazzistico emersi in questi ultimi decenni. Concluso dal brano “Interference” eseguito da Snetberger in completa solitudine, questo “Titok” è per me una delle migliori produzioni ECM degli ultimi tempi per la qualità delle composizioni, degli arrangiamenti, per l’atmosfera sincera e di profondo dialogo che si percepisce dall’incontro di questi tre musicisti che, ne sono convinto, dal vivo saprebbero – o mi auguro sapranno – regalare lunghi momenti di grande jazz. Fossi direttore artistico di qualche Festival, il trio finirebbe di certo nel mio cartellone…….

 

 

 

 

ZSOFIA BOROS “Local Objects”

ZSOFIA BOROS “Local Objects”

ZSOFIA BOROS  “Local Objects”

ECM 2498 CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Magiara trapiantata a Vienna, Zsofia Boros è una straordinaria chitarrista di formazione classica aperta all’interpretazione della miglior musica di autori contemporanei, e questo “Local Objects” è la sua seconda pubblicazione per l’ECM di Manfred Eicher che prosegue il percorso intrapreso con “En otra parte” pubblicato nel 2013.

005801923_500Se nel suo disco di esordio per l’ECM aveva proposto Leo Brower, Vicente Amigo e Ralph Towner (tra gli altri), in questo “Local Objects” ha registrato otto scritture di altrettanti autori che oramai sono entrati a pieno titolo nel repertorio di chitarristi come Zsofia Boros; dai più conosciuti come il brasiliano Egberto Gismonti (del quale viene eseguita una evocativa “Celebracao de Nupcias” tratta dal magnifico “Danza Dos Cabecas”), la Milonga dell’argentino Jorge Cardosa o l’introspettiva “Vertigo Shadow” di un inaspettato Al Di Meola fino ai quattro movimenti di “Koyunbaba Op 19” composta dal cesenate Carlo Domenichini ed al brano composto dall’ azero Franghiz Ali-Zadeh.

Una parola mi viene spontanea: “eclettismo”, la capacità di adeguare i stili compositivi alla propria sensibilità, dando una nuova forma alle scritture.

Un disco bellissimo, uno dei fiori all’occhiello dell’etichetta di Eicher e della musica europea che nella discoteca di un chitarrista – al di là della sua formazione musicale – e di un amante della “bellezza pura e cristallina” non può certo mancare.

ANDREW CYRILLE 4et “The Declaration of Music Indipendence

ANDREW CYRILLE 4et “The Declaration of Music Indipendence

ANDREW CYRILLE 4et “The Declaration of Music Indipendence

ECM Records, 2016

di Alessandro Nobis

Negli anni Sessanta ci fu un momento in cui alcuni batteristi di area jazz decisero di ampliare il loro spettro sonoro con percussioni di vario tipo, soprattutto etniche, che non facevano parte del classico “drum set” dei loro colleghi più legati alle forme di musica afromericana più classica. Come sapete non mi ritengo un profondo conoscitore del jazz ma tre nomi mi vengono in mente, Famodou Don Moye (classe 1946), Milford Graves (classe 1941) ed Andrew Cyrille (classe 1939): di quest’ultimo l’ECM ha pubblicato queste registrazioni datate 2014 che registrò come leader in compagnia di Bill Frisell, del cesellatore Richard Teitelbaum (tastierista legato alle migliori produzioni del free jazz d’oltreoceano) e del bassista Ben Street. Tra brani improvvisati, una composizione di John Coltrane – ma da lui mai incisa – e brani scritti dai magnifici quattro la musica scorre via fluida e sempre più penetrante ascolto dopo ascolto; bellissimi i due brani introdotti dalle percussioni di Cyrille (il brano d’apertura “Coltrane Time“ e “Dazzlin’”), “Kaddish” scritta ed eseguita in solo (a parte qualche pennellata sul finale di Teitelbaum) da Bill Frisell ed il brano conclusivo, quella “Song for Andrew) eseguita in quartetto che ti invita a riascoltare ed assaporare ancora una volta questo notevolissimo “The Declaration of Music Indipendence”.

Per me, sei stelle su cinque.

 

 

SUONI RIEMERSI: STEVE ELIOVSON “Dawn Dance”

SUONI RIEMERSI: STEVE ELIOVSON “Dawn Dance”

SUONI RIEMERSI: STEVE ELIOVSON “Dawn Dance”

ECM 1198, 1981. CD.

di Alessandro Nobis

Steve Eliovson è un mistero. Decine, forse centinaia di chitarristi affranti dalla sua subitanea scomparsa dal mondo musicale lo stanno cercando dal 1981, anno nel quale il lungimirante Manfred Eicher lo porta nei familiari Tonstudio Bauer di Ludwisburg affiancandogli uno dei migliori percussionisti allora in circolazione, l’alchimista Colin Walcott, e gli fa registrare queste dieci indimenticabili tracce diamantine che fanno di questo “Dawn Dance” una delle perle del catalogo ECM. Chitarrista acustico finissimo, compositore davvero interessante capace di dialogare con una personalità spiccata ma allo stesso tempo non invasiva come quella di Walcott – già allora “santificato” dagli estimatori degli Oregon e del jazz – Steve Eliovson rimane un caso di “missing in action” della musica degli ultimi decenni, visto che il suo talento avrebbe potuto regalarci altri momenti intensi come questo suo unico lavoro discografico. E ogni volta che infilo il CD nel lettore e sento suonare la sua chitarra che danza con le tabla in “Venice”, con le percussioni africane naturalmente in “Africa” o con i set di piatti in “Song for the Masters”, mi chiedo vanamente le cause di questo inopinato ritiro. Malattia? Disinteresse verso il music business? Amore? Attacchi di panico? Mal d’Africa, sua terra natìa? Grazie ad alcuni avvistamenti, qualcuno ha seguito le sue tracce fino in Sudafrica, distribuendo foto segnaletiche nelle scuole di musica e nei Caffè. Invano.

Ci penso e ci ripenso e mi sovviene anche che questo CD non è stato mai ripubblicato dal 1981. Scaramanzia Eicheriana? Mistero si aggiunge al mistero.

Non mi resta che riascoltarlo e me lo ri-godo. Fatelo anche voi.