MIRABASSI  ·  MODUGNO  ·  BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

MIRABASSI  ·  MODUGNO  ·  BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

MIRABASSI · MODUGNO · BALDUCCI “Tabacco e Caffè”

Dodicilune Dischi. CD, 2021

di alessandro nobis

Tra i musicisti di ambito jazz che hanno interiorizzato nel migliore dei modi la musica brasiliana interpretandola in modo originale grazie anche ad una tecnica ineccepibile e ad una profonda sensibilità, una posizione preminente va senz’altro al clarinettista e compositore Gabriele Mirabassi che nella sua onoratissima carriera un posto l’ha spesso riservato ai ritmi ed alle melodie della migliore musica sudamericana.Qualche anno è passato dal precedente “Amori sospesi”, e Mirabassi ha riportato in studio di registrazione i due partner che con lui avevano condiviso il disco d’esordio, ovvero il bassista Pierluigi Balducci e il chitarrista Nando Di Modugno, amici e colleghi che si conoscono alla perfezione visto l’equilibrio che traspare ascoltando “Tabacco e Caffè”.

I nove brani contenuti in questo splendido lavoro dal suono profondamente “cameristico” danno perfettamente l’idea della musica di questo equilibratissimo trio che coniuga alla perfezione tradizioni musicali al jazz, musica più legata rispetto al precedente disco al Brasile “d’autore” e che conferma anche una notevole capacità compositiva di tutti i musicisti coinvolti; qui troviamo un brillante arrangiamento di Egberto Gismonti originariamente scritta per pianoforte (“Frevo”, da lui registrata in solo nel ’79 e con l’Academia De Danças nel ’81) vicino ad altro brano composto da un altro chitarrista, Guinga (“Ellingtoniana”, registrata già da Mirabassi con lo stesso Guinga nel 2018) con un magnifico solo di clarinetto, tra gli originali splendido l’arrangiamento di “La Ballata dei giorni piovosi” di Pierluigi Balducci con il “solito” espressivo assolo di Mirabassi e la scoppiettante e gioiosa “Espinha de Truta”, choro (una forma musicale strumentale cresciuta nell’area di Rio De Janeiro) scritto dal clarinettista con il titolo che ricorda”Espinha De Bacalhau” di Severino Araújo che ne precede un altro, il suadente (“Choro bandido”) stavolta composto da un altro monumento della musica brasiliana, Chico Buarque. Che chiude questo secondo gran bel disco di Mirabassi, Balducci e Modugno.

E naturalmente, per apprezzare pienamente il fascino di questa splendida musica è necessaria una comoda poltrona, una tazza di caffè ed un buon sigaro ………… ancora meglio, però, sarebbe una poltrona in un teatro visto che della musica dal vivo ci siamo privati anche troppo a lungo.

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FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

FRANCO CHIRIVI’ “Nas Cordas”

DODICILUNE RECORDS CD Ed420, 2019

di Alessandro Nobis

Non capita di frequente che un richiesto ed apprezzato da moltissimi colleghi musicisti che richiedono la sua collaborazione in studio di registrazione trovi nei suoi mille impegni il tempo e la libertà di ritagliarsi uno spazio per finalmente esprimere la “sua” musica: tra quelli che sono riusciti nell’impresa c’è il chitarrista salentino Franco Chirivì che con questo “Nas Cordas” libera tutta la sua passione e competenza tecnico-culturale regalando e regalandoci una preziosa testimonianza di quello che è la musica brasiliana.

“Nas Cordas” è un suggestivo viaggio attraverso alcuni tra i più significativi autori e strumentisti che hanno fatto tanto amare questo repertorio ovunque, e la scelta è intelligentemente caduta su quelli meno conosciuti e forse anche meno interpretati; che Chirivì suoni la chitarra acustica o quella elettrificata accompagnato dal bravissimo chitarrista Gianni Rotondo (anche cantante in “Carinhoso” di Pixinguinha)cambia poco, la musica scorre gradevolissima sì grazie alla bellezza e del fascino delle melodie e  ma anche grazie al suono caldo ed al sentimento che pervade tutto il lavoro.

“Rio de Janeiro” di Carlos Althier de Souza Lemos Escobar a.k.a. “Guinga” e la magnifica versione strumentale della bossa-nova “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosàlia De Souza vengono eseguita con la chitarra di Chirivì elettrificata, per le altre composizioni la scelta è caduta sul suono avvolgente e suadente della chitarra acustica. Due modi diversi per raccontare lo stesso e diversificato universo della musica brasiliana, e l’ascolto del brano di Joao Bosco “Senhora do Amazonas” (anche questa una versione strumentale) che apre il disco e di “Bejia Fior” di Nelson Cavaquinho (della quale esiste una splendida versione del pianista Enrico Pieranunzi) ci fa comprendere quanto sia stato accurato il lavoro di preparazione alla registrazione e pregevolissimo il risultato.

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MARCO TUMA “La Vita Semplice”

MARCO TUMA “La Vita Semplice”

DODICILUNE RECORDS. CD ed374, 2017

di Alessandro Nobis

L’armonica cromatica, nel jazz, ha sempre goduto di poco spazio ed altrettanto poco seguito tra i musicisti a parte, e dico un’ovvietà, quella astrale del belga Toots Thielemans. Pertanto questo lavoro del leccese Marco Tuma – armonicista ma anche fine flautista e sassofonista oltre che compositore – suona come una novità almeno per l’ambiente jazzistico italiano. Ad un attento ascolto “La vita semplice” non è “un disco semplice” non tanto per l’estrema gradevolezza che si prova al suo ascolto, ma per la raffinata combinazione degli strumenti e quindi delle soluzioni timbriche scelte per ogni singolo brano. E’ una sfida singolare, un’alternanza calibrata e perfetta tra l’amore per la migliore musica sudamericana d’autore e la propria capacità compositiva; dieci brani, ben sette escono dalla penna di Tuma e tre sono “visite private” negli spartiti di Viniciùs De Moraes, Antonio C. Jobim e Baden Powell e del parigino Michel Legrand. Tra i primi vi segnalo l’introspettivo “Aprile”, il brano che apre “La Vita Semplice” eseguito dal trio pianoforte (Giuseppe Magagnino), violoncello (Redi Hasa) ed armonica, “Neruda Mon Amour” con Tuma anche al flauto ed il bellissimo suono del piano elettrico e “Waltz for Berry”, tra i secondi un’efficace “Eu sei que vou te amar” della premiata ditta Jobim – De Moraes introdotta dalla chitarra (Claudio Tuma) e con il recitativo di Giuseppe Tarantino”.

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DUCK BAKER “Shades of Blue”

DUCK BAKER “Shades of Blue”

DUCK BAKER “Shades of Blue”

FULICA RECORDS FCD – 102, 2016

di Alessandro Nobis

Questa è la seconda pubblicazione per la Fulica Records di materiale registrato dal chitarrista americano Duck Baker nel corso della sua carriera (della prima ve ne avevo parlato qui:  https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/): per questo “Shades of Blue” Baker ha selezionato materiale che cronologicamente copre il periodo che va dal 2000 al 2015, registrato in varie locations e con diversi musicisti. baker 1E meno male che Baker ha registrato tutte queste sessions, perché la musica da lui accuratamente selezionata è di gran valore e, pur essendo stata registrata in periodi diversi, dà una chiara, ulteriore visione alla cultura musicale di questo chitarrista fingerpcking: “Shades of Blue” è “americana”, è musica che include il jazz, il blues, la tradizione bianca insomma tutto il meglio di ciò che nel XX° secolo si è formato nel mondo musicale d’oltreoceano, il tutto naturalmente condito dalla tecnica sopraffina condizione essenziale per riuscire a smontare e rimontare quei repertori come solo Duck Baker sa fare. “Lady sings the blues” (2004) in compagnia di una leggenda come Roswell Rudd al trombone, “The Happenings” (2000) con Carla Kihistedt al violino e Ben Goldberg al clarinetto, lo straordinario duetto con il chitarrista hawaiano Ken Emerson nel conclusivo “Buddy Bolden’s Blues” (2003) – peccato non sia stato pubblicato nulla del duo –  e “Crawl, don’t walk” (2015) in compagnia di due leoni dell’improvvisazione britannica come Alex Ward e John Edwards i brani che più mi sono piaciuti. Gran bel lavoro, che precede “The Preacher’s Son” del quale vi parlerò prossimanente.

La “fruia” di Baker funziona ancora alla grande.

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PAOLA ARNESANO & VINCE ABBRACCIANTE “MPB!”

PAOLA ARNESANO & VINCE ABBRACCIANTE “MPB!”

PAOLA ARNESANO & VINCE ABBRACCIANTE “MPB!”

DODICILUNE DISCHI Ed366, CD 2017

di Alessandro Nobis

Quando la fisarmonica finisce nelle mani di musicisti come Gorni Kramer, Gianni Coscia, Thomas Sinigaglia o Fausto Beccalossi (i primi due per essere parte fondamentale del jazz italiano, i secondi per la loro vicinanza geografica ma soprattutto per la loro bravura) e naturalmente in quelle del pugliese Vince Abbracciante, si scrolla di dosso in un battibaleno tutti quei luoghi comuni che da decenni le sono stati appiccicati. Niente fiumi di note per esternare un virtuosismo fine a se stesso, ma invece grande meticolosità nella ricerca per la melodia, sempre esposta con grande gusto e raffinatezza.

Questi tredici brani che costituiscono “MPB!” (Musica Popolare Brasiliana”) ad esempio sono una tavolozza delle molteplici sfumature cromatiche della terra sudamericana e degli autori che l’hanno fatta conoscere ovunque e che hanno contribuito a contaminarla ed a fare in modo che contaminasse altri linguaggi musicali, come il jazz per esempio. Bastano la convincente, precisa e calibrata voce di Paola Arnesano e la straordinaria fisarmonica di Vince Abbracciante, non serve un’intera orchestra per raccontare le storie di Antonio Carlos Jobim, di Chico Buarque de Holanda o di Vinicius De Moraes e Milton Nascimento: bastano la passione, il rispetto verso questi autori e la voglia di mettersi in gioco che i due musicisti hanno “messo sul piatto” per la realizzazione di questo davvero ottimo lavoro.

Per ragione molto affettive comunque il brano che più mi è piaciuto è “O Sonho”, del – per me – fantastico Egberto Gismonti, un brano dei suoi inizi (1969, il disco era appunto  “O Sonho”) prima che catturasse l’attenzione di Herr Manfred Eicher. Il resto della storia di Gismonti lo sapete…………….

“Mi tocca” fare ancora una volta i complimenti alla Dodicilune, davvero. Fossi il direttore di un VeronaFake Jazz Festival li inviterei………..

 

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NANA VASCONCELOS “Saudades”

NANA VASCONCELOS “Saudades”

NANA VASCONCELOS “Saudades”

ECM 1147, 1980

di Alessandro Nobis

Il 9 marzo se ne è andato anche lui, il percussionista compositore Nana Vasconcelos, classe 1944. E senza ripercorrerne la straordinaria carriera, vi confesso solamente che con Colin Walcott sono venuti così a mancare due tra i musicisti che più ho apprezzato non solo per avere sempre avuto la capacità di farmi viaggiare (in senso salgariano) ma soprattutto per la loro capacità sciamanica di riuscire a far “parlare”, “urlare”, “sussurrare” gli strumenti che mai come in questa occasione posso definire “ancestrali”.

Naná_VasconcelosPertanto, vi consiglio caldamente di andarvelo ad ascoltare (https://www.youtube.com/watch?v=Xl7ONKSm0mI) questo disco registrato nel 1979 prodotto dall’allora coraggiosissimo Manfred Eicher; certo, perché mettere sul mercato un LP con lunghi brani per solo berimbau o per berimbau ed orchestra voi come lo chiamereste se non coraggio?

Ma c’è molto di più, c’è l’estro compositivo e gli arrangiamenti orchestrali del suo grande amico Egberto Gismonti per l’Orchestra Sinfonica della Radio di Stoccarda, ci sono le improvvisazioni, i suoni, le voci, i richiami del Brasile più autentico, la “presenza” degli spiriti nativi che ci ricordano le loro condizioni attuali.

Un lavoro che ti catapulta lontano nel tempo, decidi tu se verso il futuro o verso il passato, che nasconde il fascino di una musica che tutti abbiamo nascosto da qualche parte nell’anima.

Grandioso.