BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

Blix Street Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Dedicato alle tradizioni legate alla stagione invernale nelle terre del Nord” potrebbe essere il sottotitolo di questo gran bel lavoro dei Boys of the Lough che qui si presentano in quartetto (Christy O’Leary, Aly Bain, Cathal McConnell e Dave Richardson) e che presentano un repertorio che comprende brani provenienti dalle Isole Shetland, dalla penisola scandinava, dal nord est scozzese e dalla Contea irlandese di Wexford; il suono dei “Boys” è inconfondibile, possono cambiare i musicisti ma il carattere quasi cameristico, come ho detto in altra occasione, rimane inalterato. Come nella magnifica “That Night in Bethlehem” antica “Christmas Carol” probabilmente antecedente al 1691 quando vennero promulgate le Penal Laws che proibivano la composizione e l’esecuzione di canti natalizi, come scrive Donal O’Sullivan; questa è cantata in gaelico irlandese da Christy O’Leary e si caratterizza per lo splendido arrangiamento che mette in gran risalto il pianoforte di Henning Sommerro di Trodheim. Interessante la suite di danze “The Greenland man’s tune / Da Forfit O’ Da Ship Reel / Green Grow da Rashes Reel” non solo perchè provengono dal repertorio dei balenieri della Shetland ma anche perchè la prima è di origine Eskimo e la cui versione orifginale era cantata in Yaki; il violino  di Aly Bain e la chitarra dello straordinario chitarrista inglese Chris Newman, ospite graditissimo, fanno il resto evidenziando al meglio il fascino e la bellezza di queste melodie nordiche. Dalla Svezia il suggestivo ed evocativo set “Sankt Staffan Han Rider / Christmas day in the Morning / Trettondagsmarschen“, introdotto dal pianoforte e cantato da Christy O’Leary, che dalla sua Irlanda porta in dote “The Wexford Carol“, canto sulla natività la ciui prassi esecutiva si basa su quella del cantante dublinese Frank Harte: anche cui il fine cesello della chitarra di Chris Newman è il valore aggiunto al brano.

Spesso i dischi dedicati al Natale paiono raffazzonati per soddisfare le esigenze del consumismo legato a questa Festa; ci sono delle eccezioni e questo“Midwinter Night’s Dream” ne è la prova, sia per la qualità e raffinatezza del repertorio che per il marchio di garanzia dei “Boys of the Lough” sempre rigorosi ed allo stesso tempo piacevolissimi. Non ricordo infatti dischi “mediocri” nella loro poderosa discografia.

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

TARA RECORDS. LP, CS, 1980

di alessandro nobis

Se alla fine del VI secolo San Colombano con dodici monaci lasciò il monastero di Bangor, centro dell’Irlanda nord orientale, per attraversare l’Europa e giungere a Bobbio nell’Italia Settentrionale, San Brendano con sessanta compagni probabilmente fuggiti dalle incursioni vikinghe prese la via opposta e lasciò nel 559 il monastero di Clonfert nell’Irlanda occidentale vicino a Galway per compiere un altrettanto straordinario ma sicuramente più ardimentoso viaggio verso terre inesplorate attraversando l’oceano Atlantico. Lo storico Tim Severin (1940 – 2020) ha raccontato il viaggio di Saint Brendan nel suo volume “The Brendan Voyage” pubblicato nel 1978 dalla casa editrice Arrow, che ha ispirato il compositore Shaun Davey e il piper Liam O’Flynn a scrivere e quindi registrare la musica contenuta in quest’opera il cui riferimento alle scritture di Sean O’Riada viene naturale sin dal primo ascolto. E’ quindi un album orchestrale (l’orchestra di 48 componenti è condotta da Noel Kelehan) con ampi spazi al talento ed alla poesia di O’Flynn che narra appunto il viaggio di Brendan e le cui pipes rappresentano l’imbarcazione sulla quale compie il viaggio; tocca dapprima le scozzesi isole Arran, e qui lo splendido jig “Water under the keel” rende perfettamente l’idea della terra di Scozia e del vento che spinge la barca che poi toccherà del isole Faer Oer, l’Islanda, il Labrador ed il Newfoundland canadesi. Nel VI° secolo!

Nella combinazione orchestra – uilleann pipes sta tutto il fascino di quest’opera e l’ambientazione musicale creata lascia facilmente immaginare le peripezie di questa nave con lo scafo di semplici pelli che attraversa quei mari tempestosi, quei venti incontrastabili, quelle terre sconosciute spesso inabitate. All’arrivo nel Newfoundland il tema iniziale viene ripreso con una variazione che celebra l’arrivo in quelle terre ed anche la fine dell’incredibile viaggio.

Una produzione importante e di enorme valore culturale, importante non solo per il popolo irlandese che ben conosce Saint Brendan e la sua storia ma per tutti i musicisti che al tempo ammirarono il lavoro di Shaun Davey e di Liam O’Flynn e che dopo quarantadue anni si presenta ancora originale, luminosa e difficilmente ripetibile.

Se volete andare “oltre” la musica puramente tradizionale irlandese per quanto ben suonata, rinnovata ed interpretata questo disco è l’ideale per un nuovo viaggio di scoperta.

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2022

di alessandro nobis

Capita ancora che nelle domeniche pomeriggio, magari di una giornata uggiosa, nelle case di famiglia irlandesi ci si raccolga davanti al camino che emana un dolce profumo di torba ascoltando le antiche canzoni tramandate di generazione in generazione che raccontano di antichi canti narrativi e ballate d’amore, canti di emigrazione e ninnenanne le cui origini vanno dal XVI° al XIX° secolo: è questo l’universo del “Sean-nós”, il genere più antico della tradizione irlandese, canto monodico la cui protagonista era, e lo è ancora, la voce umana. Questo lavoro pubblicato il 10 marzo della cantante Muireann Nic Amhlaoibh originaria del Kerry Occidentale è un disco davvero straordinario, un lavoro che intende riportare alla luce del pubblico degli amanti della musica irlandese il repertorio che per secoli è stato tramandato per lo più oralmente; l’idea, commissionata dal Kilkenny Arts Festival e perfettamente realizzata grazie alla produzione di Donal O’Connor e della prestigiosa Irish Chamber Orchestra assieme ad alcuni solisti di primissimo piano del folk irlandese, trasporta nel nostro tempo dodici canti originariamente monodici accompagnati qui dall’orchestra che perfettamente si abbina alla straordinaria voce della cantante con arrangiamenti così ben preparati e realizzati da autorevoli musicisti come Cormac McCarthy e Michael Keeney (ne cito solamente due) in grado di colpire l’ascoltatore, qualsiasi ascoltatore, per la bellezza, leggerezza ed intensità del repertorio.

Due i brani che voglio citare a titolo esemplificativo. Il primo è la maestosa resa di “Róisín Dúbh“, una celebre canzone che nasconde nel testo il patriottismo irlandese risalente al XVI° secolo ed attribuita a Red Hugh O’Donnel, utilizzata anche dal grande Sean O’Riada come colonna sonora del film “Mise Erin”; splendido l’intervento del piper Mick O’Brien, con la voce aggiunge ulteriore fascino alla già magnifica melodia. Il secondo è ” Cailín na nÚrla Donn“, canto di emigrazione e d’amore su un ritmo di danza con in aggiunta il pianoforte che sottolinea la melodia ed il flauto di O’Brien che la “espone” in alternanza alla voce.

Disco bellissimo, se Sean O’Riada avesse la possibilità di ascoltarlo sarebbe felice di sapere che la sua via “orchestrale” è percorsa in un modo così luminoso anche ai nostri giorni.

Produzione complicata da portare in Italia, ma a volte i miracoli si realizzano, chissà ………

https://www.muireann.ie/
https://www.facebook.com/MuireannNicA/
https://twitter.com/MuireannNic
https://www.instagram.com/muireann_nica/

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

di fabio oliosi e alessandro nobis

(scusate il titolo, ma “marziano” e “LEM” si prestavano ad un irresistibile gioco di parole).

A sentire i nostri coetanei ultrasessantenni appassionati “storici” di musica a domanda “sei stato al concerto di Gallagher al LEM” molti rispondono affermativamente salvo realizzare con il senno di poi che i presenti presunti supererebbero di gran lunga la capienza del locale, qualche centinaio di persone; e le “prove” della loro presenza? Beh quelle non ci sono naturalmente, tuttavia un paio di amici con i quali ci si frequentava ai tempi del Liceo Fracastoro andarono a quel concerto e le prove di ciò che scrivo sono le foto scattate (e che testimoniano anche il fatto che non sempre Gallagher indossava una delle sue famose camicie a quadri) e la bacchetta rotta che il batterista Wilger Campbell lanciò tra il pubblico e che uno dei due “Fabio” conserva ancora, almeno spero.

Quell’anno, il 1972, fu un anno importante per il bluesman di Ballyshannon perchè consacrò in modo definitivo la sua immensa caratura di musicista soprattutto nella dimensione live grazie ad una tourneè europea, con Gerry McAvoy al basso  e Wiler Campbell alla batteria, tra i mesi di febbraio e marzo e la conseguente pubblicazione di una delle sue opere più significative, quel “Live In Europe” che presenta brani tra i quali, magari, se ne nasconde qualcuno registrato a Verona. Vallo a sapere! Sognare non costa nulla anche perchè sulla copertina del disco non ci sono notizie al riguardo. Non chiedete della “scaletta” dei brani, a quindici anni le emozioni sovrastano tutto, dico solo che di sicuro quei due set domenicali diedero probabilmente una decisa “svolta” alla vita musicale di qualcuno dei presenti.

Il quotidiano locale “L’Arena” pubblicò due giorni prima a spese dell’organizzatore dell’evento due “moduli”, tutto qua, allora si usava così; aggiungo, per contestualizzare temporalmente l’evento che nei cinema veronesi si proiettava “Il Caso Mattei” di Franco Rosi, la versione integrale di “Conoscenza Carnale” con Candice Bergen e “Sacco e Vanzetti“.

Di seguito riporto un bel ricordo di uno dei due amici che andarono a quel concerto, quello pomeridiano, ricordo condiviso anche dal secondo Fabio, Fabio Bertelli. Io a quel concerto non ero presente, alla richiesta di andare, sebbene fosse una domenica pomeriggio, i miei rispesero con dei reiterati “non se ne parla nemmeno”. Che peccato!

“Nel febbraio del 1972 ho quindici anni. Sono tempi “scatenati” e ne combiniamo di tutti i colori, a scuola la mattina e col “cinquantino” nel pomeriggio. Il mio amico omonimo e compagno di scorribande mi propone di andare al LEM di San Martino Buon Albergo nel pomeriggio di domenica per un concerto di un chitarrista blues-rock famoso che io però non conosco. Beh, finora ho sbirciato solo un paio di numeri di Ciao 2001 e ascolto ogni tanto alla radio “Per voi giovani” ma Rory Gallagher non l’ho ancora “incrociato”. Il mio amico Fabio mi convince ad indossare, come lui, invece della solita maglietta, una canottiera rosa con una grande sigla “CEB” che lui ha dipinto.  Non ho mai saputo cosa volesse dire questa parola o questo acronimo, magari me lo dirà dopo aver letto queste righe, questo mio ricordo personale. Nella discoteca fa molto caldo e rimaniamo in jeans e canottiera “CEB”; magrini tutti e due, facciamo “tendenza” (o forse, impressione o “scaressa” in dialetto veronese) ma noi non lo sappiamo.  Sento che va bene così.  Sento che è solo ora che posso esprimermi in questo modo e lo faccio.

Ho con me una macchina fotografica Voigländer con un cubo-flash montato sopra, regalo di mio nonno Giorgio.

La musica è forte e magica. Rory sorprende e cattura il pubblico.

Consumo buona parte di un rullino da 36 foto.

Usciamo dal concerto carichi di energia e affascinati da quel suono che fa risuonare dentro di me sogni e voglia di trasgressione. (Fabio Oliosi)

Di Rory Gallagher esiste una bella biografia in italiano scritta da Fabio Rossi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/30/fabio-rossi-rory-gallagher/) della quale ne è stata pubblicata una seconda edizione da Chinaski Edizioni.

3 ON THE BUND “Frenzy”

3 ON THE BUND “Frenzy”

3 ON THE BUND “Frenzy”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2022

di alessandro nobis

“3 on the Bund” è un’altra dimostrazione (l’ennesima) di quanto sia vivo il movimento musicale irlandese che non solo studia la tradizione musicale ma ne rinnova il repertorio, non credo ci siano altri Paesi che lo facciano a questo livello e con questa intensità: Aisling Lyons (arpa e concertina), Sean Kelliher (plettri), Rebecca McCarthy Kent (violino, voce) e Simon Pfisterer (flauti e uilleann pipes) confezionano con questo ottimo “Frenzy” il loro lavoro d’esordio ponendosi subito in evidenza nel panorama della musica celtica irlandese. Le dieci tracce contengono brani composti recentemente sia da membri del quartetto che da altri musicisti tra i quali Niall Vallely, Blakie O’Connell o Mark Knopfler (sì proprio lui!); del compositore di Armagh (e fantastico suonatore di concertina) il gruppo interpreta il reel “Singing Stream” abbinato ad un altro reel, “Gortavale Rock” scritto da Chathal Hayden mentre del chitarrista dei Dire Straits suonano “Local Hero” originariamente scritto per la colonna sonora dell’omonimo film abbinato ad una composizione dell’accordeonista Blakie O’Connell, “The Master’ Return“. Tra le ballad splendido l’arrangiamento di “I Wish I  Had Someone to Love me” cantata da Roísín Ryan: il titolo in realtà è l’incipit della ballata americana “The Prisoner’s Song” che narra delle immaginabili condizioni carcerarie ascritta al genere hillibilly composta nei primi anni Venti da Vernon Dalthart e registrata la prima volta nel ’24 da Guy Massey sulla base di un testo imparato dal fratello di Guy, Robert, che l’aveva sentita mentre prestava servizio in carcere, il classico esempio di come nasce una ballata dal contenuto sociale.

Disco d’esordio splendido, il mio augurio è che la coesione tra i musicisti resti forte, per loro il futuro è davvero roseo; sperimao di vederli dal vivo in Italia. Chissà.

Segnalo infine che tra gli ospiti del disco oltre a Roísín Ryan troviamo anche il contrabbassista dei Lunasa, Trevor Hutchinson.

THE BOYS OF THE LOUGH “The Fair Hills of Ireland”

THE BOYS OF THE LOUGH “The Fair Hills of Ireland”

THE BOYS OF THE LOUGH “The Fair Hills of Ireland”

Lough Records, CD 1992

di alessandro nobis

Questa incisione dei Boys Of The Lough, risalente al 1992 che celebra il 25° anniversario della costituzione del gruppo, è una di quelle preferisco del gruppo scoto-irlandese soprattutto per l’eleganza degli arrangiamenti che si distingue da tutti i gruppi di folk revival di area celtica; il suono del pianoforte di John Coakley regala infatti una visione chiara ed unica del repertorio tradizionale, direi in alcuni momenti quasi cameristica che valorizza i ritmi della musica popolare e la bellezza delle melodie della ballate. Mi riferisco in particolare ai tre canti di emigrazione; la bellissima “Ban Chnoic Erin O” con l’evocativo pianoforte di Caokley e la voce di McConnell, a “Erin Gra Mo Chroi / Ireland, love of my heart” (un canto di emigrazione, i ricordi del dolore della madre per la sua partenza e del profumo della torba che brucia nel camino) ed a “The Bonnie Labouring Boy“, canto di emigrazione scozzese risalente alla metà del XIX secolo presente nella raccolta Roud al numero 1162 (racconta nello specifico della storia d’amore ostacolata dai genitori di lei che costringe las coppia a scappare a Belfast e di qui imbarcarsi per il Nordamerica). Ci sono poi naturalmente i set di danze nei quali la coesione tra Aly Bain, Cathal McConnell, Dave Richardson, Christy O’Leary e Coakley è ancora una volta ben evidente facendo dei Boys of The Lough uno dei più interessanti ensemble di area celtica che hanno calcato le scene (ma che purtroppo, in Italia non si sono mai visti per quel che mi ricordo) negli ultimi decenni nei festival e nelle sala da concerto. Il set di jigs “The Wandering Minstrel / Fasten the Leg in Her / Coleman’s Cross” con le uilleann pipes di O’Leary in gran spolvero e la ritmica del pianoforte e la slow air “Father Brian Mac Dermott Roe” composta da Turlogh O’Carolan eseguita da O’Leary in solo sono quelli che più ho apprezzato, sebbene il livello di tutto questo “The Fairy Hills of Ireland” sia davvero altissimo. Tra i dischi del BOFL, questo è uno di quelli da avere assieme al primo (con Dick Gaughan) ed a “Welcoming Padfdy Home” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/02/01/suoni-riemersi-the-boys-of-the-lough-welcoming-paddy-home/).

DONAL LUNNY “Donal Lunny”

DONAL LUNNY “Donal Lunny”

DONAL LUNNY “Donal Lunny”

Gael-Inn Records. LP, CD 1987

di alessandro nobis

Seán Óg Potts alle uilleann pipes, Manus Lunny al bozouky, Nollaig Ní Chathasaigh al violino e viola, Cormac Breathnach al flauto, Arty McGkynn alla chitarra, Steve White e Damien Quinn alle percussioni e soprattutto il “band leader” Donal Lunny, una delle figure che ha dato un enorme contributo alla divulgazione della musica tradizionale in Irlanda, in Europa e ovunque esista nel mondo una comunità di irlandesi: una formazione stellare per questo ottimo lavoro che comprende tutte composizioni del titolare del disco tranne due brani di origine popolare ma arrangiate dallo stesso Lunny, il tutto registrato in una serata dedicata al ricordo di Seán Ó Riada alla National Hall Concert di Dublino il 25 aprile del 1987, probabilmente l’unica performance di questa formazione.

Naturalmente le nuove composizioni percorrono gli stilemi della tradizione irlandese e vista la qualità dei musicisti coinvolti e la perfezione degli arrangiamenti si può tranquillamente affermare che questo disco di Donal Lunny è uno dei più interessanti prodotti in Irlanda negli anni ottanta; cruciale il ruolo del piper Seán Óg Potts che nel brano iniziale “Poirt: across the hill“, accompagnato dal bouzouky e dal bodhran sfodera il meglio della sua tecnica senza mai suonare una nota in più del necessario, Nollaig Ní Chathasaigh e Cormac Breathnach introducono la seguente evocativa slow air “An Fáinne Oir”, un tradizionale arrangiato: il gruppo suona assieme che è una meraviglia, il suono è compatto, delizioso e sono convinto che il grande Seán Ó Riada ne sia rimasto compiaciuto da qualunque luogo abbia ascoltato il concerto.

Disco importante, e da qui ad ascoltare la musica di Ó Riada il passo è breve: fatelo. Capirete quale sia stata la sua influenza sul mondo del recupero e della riproposta della musica popolare irlandese.

LÚNASA “Lúnasa”

LÚNASA “Lúnasa”

LÚNASA “Lúnasa”

AUTOPRODUZIONE. CD, 1998

di alessandro nobis

Passata l’epopea delle leggendarie band del folk revival come Planxty, Clannad, Bothy Band, De Danann (per citarne alcuni) o la fase più significativa dei Chieftains che tanto avevano dato in termini di ispirazione alle giovani generazioni di musicisti irlandesi e non solo, a metà degli anni novanta si formano i Lúnasa grazie alla convergenza di musicisti inglesi e naturalmente irlandesi, alcuni provenienti da giovani e ottimi gruppi come Flook o Grada. Lúnasa ha saputo nel corso degli anni rappresentare il simbolo migliore della tradizione musicale d’Irlanda, acclamato ed apprezzato in tutto il mondo – naturalmente anche in Italia – per l’energia trasmessa, la scelta del repertorio e la compattezza del suono ed il suo groove grazie alla presenza del contrabbasso che anche dei Clannad era un tratto caratteristico. Nel 1998 quindi i Lúnasa pubblicano in modo autonomo questo loro primo omonimo album dopo tre anni di prove e di session; della prima formazione fanno parte il piper John McSherry, il contrabbassista Trevor Hutchinson, il chitarrista Donogh Hennessey, il flautista Mike McGoldrick ed il violinista Sean Smith, una line-up molto diversa da quella attuale nella quale degli originali sono presenti solo Smith e Trevor Hutchinson.

Non tutti brani provengono dalla tradizione irlandese, nella scaletta sono presenti preziose riletture di autori francesi, bretoni, scozzesi oltre ad un brano – scelta inedita per un gruppo irlandese – di tradizione klezmer, mi limito a citare le riletture di Phil Cunningham (qualcuno se lo ricorderà con il fratello Johnny nei Silly Wizard) con lo slow reel “Hogties” abbianto a due jigs tradizionali, dello straordinario chitarrista francese Pierre Bensusan in “The Last Pint” con in grande evidenza i flauti di McSherry e di Mike McGoldricke del bretone Gillet Le Bigot di “Mì Na Samhna” splendidamente eseguita dalle pipes di John McSherry e dalla chitarra di Donogh Hennessey. Del materiale irlandese cito due brani, la splendida “Lord Mayo”, una marcia inserita nella raccolta di O’Neill aperta da McSherry con il supporto della chitarra, ed il reel scritto dal grande Frankie Gavin, “Alice’s Reel” che qui è abbinato al tradizionale fling una forma musicale legata alla Scozia “Terry Cuz Teehan’s“, composta da Terry Teehan, suonatore di concertina e di accordeon emigrato a Chicago alla fine degli anni venti e scomparso nel 1989 ricordato anche per la sua umanità nel accogliere immigrati irlandesi appena arrivati oltreoceano indicando loro i luoghi dove ricevere una primo aiuto da altri irlandesi: un grande suonatore ed un grande uomo quindi.

Disco magnifico che dava già una chiarissima misura del valore dei Lúnasa, un valore rimasto assolutamente inalterato nel tempo nonostante i cambi di line-up.

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

Raelach Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Dico subito che questo disco del violinista dublinese Aidan  Connolly non è “solamente” un viaggio nel ricchissimo repertorio che la storia della musica tradizionale irlandese ha sviluppato, e continua a farlo, nei secoli. E’ lo specchio degli interessi musicali del violinista che vanno oltre comprendendo temi a danza iberici e nordamericani alloctoni rispetto alla sua appartenenza alla cultura irlandese. Una delle esperienze fondamentali nella sua preparazione musicale è senz’altro quella vissuta da giovanissimo presso la Craobh Naithí, una branca del Comhaltas Ceoltoiri Eireann che si occupa dal 1976 della formazione dei giovanissimi musicisti interessati alla musica popolare, ed un’altro importante interesse di Connolly è quello rivolto allo studio di volumi, manoscritti e della musica registrata su supporti come i 78 giri a partire dagli anni Venti.

Questo suo bellissimo e vario “The Portland Bow” come detto raccoglie brani della tradizione irlandese come, per citarne due, il set di reels “The Holly Bush / Pepin Arsenault / O’Connors Jenny Bolrin” accompagnato dal pianoforte di Jack Talty  e gli slides “Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny’s / The Weavers” (il primo presente in una registrazione del ’37), eseguito in trio con l’apporto di Talty e el bouzouky greco di Ruairi McGorman, vicino ad altri come la jota ispanica “El Gujar” con una bella parte di bozouky ed il set di mazurche “Queiles / Do Velho / Valseiro” della zona di Saragozza (la prima), dall’Argentina (la seconda, una ballata qui in versione strumentale) e dal repertorio del gruppo Berroguetto.

Interessante scoprire nuove etichette discografiche indipendenti come questa Raelach Records (www.raelachrecords.com) di Jack Talty, un piccolo catalogo di autentiche perle che saggiamente dà spazio a nuove interpretazioni della musica popolare come quelle contenuti nei lavoro della band Eriu (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), un’etichetta che può essere considerata a pieno titolo come la casa di giovani talenti che si discostano in modo diverso dai canoni più puri del folk irlandese, un possibile futuro per questa musica.

Complimenti sinceri.

www.aidanconnolly.com

GOOGLE ENGLISH:

I immediately say that this record by the Dublin violinist Aidan Connolly is not "only" a journey into the very rich repertoire that the history of Irish traditional music has developed, and continues to do, over the centuries. It is the mirror of the violinist's musical interests that go beyond including Iberian and North American dance themes that are alien to his belonging to Irish culture. One of the fundamental experiences in his musical preparation is undoubtedly that lived when he was very young at Craobh Naithí, a branch of the Comhaltas Ceoltoiri Eireann which has been involved since 1976 with the training of young musicians interested in popular music, and another important interest of Connolly is the one aimed at the study of volumes, manuscripts and music recorded on media such as 78s starting from the 1920s.
This beautiful and varied "The Portland Bow" as mentioned collects songs from the Irish tradition such as, to name two, the set of reels "The Holly Bush / Pepin Arsenault / O'Connors Jenny Bolrin" accompanied by Jack Talty's piano and slides "Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny's / The Weavers" (the first present in a recording of '37), performed in trio with the contribution of Talty and Ruairi McGorman's Greek bouzouky, alongside others such as the Hispanic jota "El Gujar" with a nice part of bozouky and the set of mazurkas "Queiles / Do Velho / Valseiro" from the Zaragoza area (the first), from Argentina (the second, a ballad here in instrumental version) and from the repertoire of the Berroguetto group.
Interesting to discover new independent record labels such as this Raelach Records (www.raelachrecords.com) by Jack Talty, a small catalog of authentic pearls that wisely gives space to new interpretations of popular music such as those contained in the work of the band Eriu (https: // ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), a label that can be fully considered as the home of young talents who differ in a different way from the purest canons of Irish folk, a possible future for this music.
Sincere congratulations.
www.aidanconnolly.c

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

Lough / Shanachie Records. LP, 1987

di alessandro nobis

Questo ellepì del gruppo scoto irlandese è il secondo, dopo “Welcoming Paddy Home” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/02/01/suoni-riemersi-the-boys-of-the-lough-welcoming-paddy-home/) che si avvale delle uilleann pipes di Christy O’Leary e del pianoforte di John Coakley, entrambi irlandesi, che raggiungono il violinista delle Shetland Aly Bain, il suonatore di concertina e di plettri Dave Richardson dalla regione scozzese del Northumberland e l’altro irlandese, il flautista Cathal McConnell; “Farewell and Remember Me” è un altro lavoro straordinario che conferma la qualità della proposta musicale in termini di scelta del repertorio e del modo di proporlo con arrangiamenti eccellenti e godibilissimi anche dal pubblico poco avvezzo all’ascolto della musica popolare scozzese (e irlandese) e che confermò all’epoca la statura di una band che aveva già registrato con grande regolarità la bellezza di tredici album a cominciare dal disco eponimo del 1973 (e Dick Gaughan faceva parte del gruppo).

Il suono dei Boys of the Lough è sempre stato tutto sommato diverso dalle altre formazioni scozzesi, soprattutto per l’assenza dell’arpa e delle highland bagpipes ed il repertorio di questo bel disco presenta una selezione di musiche e di canzoni tradizionali inserite sia in raccolte storiche che provenienti delle regioni di appartenenza dei componenti del gruppo. Non potevano mancare vista la loro straordinaria importanza brani tratti dalla raccolta stampata nella prima decade del 19° secolo di O’Farrell “Pocket Companion for the Irish Union Pipes”, ossia il walzer (“The Waterford Waltz”) abbinato a “The Stronsay Waltz” raccolto da Richardson a Stromness nelle isole Orcadi, e da quella di Francis O’Neill (“Music of Ireland”) dalla quale il piper O’Leary interpreta “Den Bui”, jig di apertura del disco abbinato ad altre due jigs, il primo dal repertorio del grande violinista del Donegal Tommy Peoples e “Lark in the Morning” imparato dal piper dalla madre di un altro grande suonatore di cornamusa irlandese, Willie Clancy.

Infine voglio citare la ballad irlandese risalente al 1790 “An Spalpin Fanach”, in una versione del Connemara che racconta di un lavoratore disoccupato che vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di un lavoro.

Uno dei dischi dei Boys Of The Lough da avere assolutamente, a mio parere.