SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

SUONI RIEMERSI: WILLIE CLANCY  “The Pipering of Willie Clancy. Volume 1 (1958 – 1973)”

CLADDAGH RECORDS. LP, CD, 1980

di alessandro nobis

Chissà come ci sono arrivate le uilleann pipes a Eidhneach, piccolissimo villaggio al centro della Contea di Clare: forse su qualche caravan di una famiglia di Irish Travellers, forse nella custodia di qualche suonatore ambulante. E soprattutto chissà chi le mise nelle mani di un ragazzo non vedente, e soprattutto ancora chissà chi insegnò i primi rudimenti dello strumento a Gearóid de Barra (27 March 1847 – 6 April 1899 ) che seppe fare della sua condizione ciò che molti altri fecero in quei terribili anni della carestia irlandese a metà del diciannovesimo secolo, imparare a suonare uno strumento e suonare ovunque potesse capitare. Qualcosa di simile capitò sul nel nord a William Kennedy: stesse condizioni, quasi uguali soluzioni di sopravvivenza.

Qualche volta di sicuro capitò a Gearóiddi suonare a qualche festa aSráid na Cathrach, piccolissimo centro rurale ai bordi della Contea di Clare dove ad ascoltarlo c’era un cantante e suonatore di flauto concertina, tale Gilbert Clancy che nel 1918 divenne padre di Willie, Willie Clancy; da bambino, come si conviene nella comunità di pipers, Willie imparò a suonare la musica irlandese al tin whistle e diciotto anni vide le prime pipes nelle mani nientemeno che di Johnny Doran, altro travelling piper. L’anno seguente entrò in possesso di un set di uileeann pipes, ma fu costretto a emigrare in quel di Londra per lavorare come falegname e una volta ritornato in Irlanda a Sráid na Cathrachnel ’58 iniziò a registrare 78 giri per la Gael-linn molti dei quali sono contenuti in questo primo – e nel secondo – CD a lui dedicati dalla Claddagh Records, registrazioni che arrivano fino a ’73, anno della sua scomparsa. Cantante dal forte senso ironico, Clancy è uno dei grandi strumentisti ed interpreti delle uilleann pipes ed in questo CD si possono ascoltare alcune delle sue registrazioni straordinarie, ancora oggi, “libro di testo” per le nuove generazioni di pipers: “Garret Barry’s mazurka” è una dedica a Gearóid de Barra (al secolo “Garret Barry”), “The Bunny Bunch of Roses” è la melodia di una canzone d’amore rintracciabile anche in Scozia, Galles ed Inghilterra (un disco dei Fairport Convention ha lo stesso titolo), “Clancy’s Jig”è dedicato al padre e a suo figlio. Un musicista straordinario dalla grande tecnica e dall’ancor più grande senso interpretativo, a lui è dedicato il Festival della cultura irlandese Willie Clancy Summer School che si tiene annualmente nel paese nativo, Milton Malbey, nella cui piazza centrale è stata posta una statua in suo onore.

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE a “I Concerti del Quirinale”

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE a “I Concerti del Quirinale”

DA REMOTO: THE BIRKIN TREE “I Concerti del Quirinale”

28 febbraio 2021, Cappella Paolina, Roma

di alessandro nobis

Onestamente ho da sempre un po’ di diffidenza verso i gruppi non di origine irlandese che suonano la tradizione musicale delle aree di cultura celtica ed in particolare di quella d’Irlanda, ma come in tutte le cose c’è sempre un’eccezione, e questa per me è rappresentata – da quando ho avuto il piacere di ascoltarli la prima volta trenta e passa anni or sono – dai Birkin Tree del piper Fabio Rinaudo. Mi hanno sempre colpito la loro cura nella scelta del repertorio meno conosciuto, la capacità di saper interpretare un repertorio – o i repertori – per noi alloctoni e l’estrema cura negli arrangiamenti e nelle appropriate scelte timbriche spesso di stampo cameristico (a questo proposito mi piace ricordare l’esperienza Caledonian Companion, sempre firmata Fabio Rinaudo).

I Birkin Tree ovvero Fabio Rinaudo (uilleann pipes, tin whistle), Michel Balatti (flauti), Luca Rapazzini (violino), Laura Torterolo (voce, chitarra) e Claudio De Angeli (plettri, banjo) hanno tenuto un concerto alla Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale nell’ambito de “I Concerti del Quirinale” trasmesso in diretta da Rai Radio 3 in collaborazione con la Presidenza della Repubblica e Rai Quirinale: una delle sedi più prestigiose, al di là della diretta radio, dove il gruppo ha presentato parte del suo brillante repertorio nel quale le suite strumentali ed i canti narrativi hanno avuto un bilanciamento tale da presentare in modo efficace lo scrigno musicale irlandese soprattutto al pubblico che conosce poco questo repertorio visto che questa serie di concerti è dedicata in modo quasi esclusivo alla musica cosiddetta “classica”. Segnalo alcuni dei brani eseguiti in questo splendido concerto come la marcia che ha aperto la prima suite di brani (ed anche il concerto), ovvero “The March of the King of Laois” (RuairíÓg Ó Mórdha era il Re di Laois la cui famiglia – parliamo di 180 persone – fu sterminata a Kildare nel 1577 dagli inglesi facendolo coì  diventare acerrimo nemico della Regina Elisabetta I), il reel “The Starry Lane to Monaghan” dal repertorio del violinista Paddy Ryan e “The Dawn Chorus”, brano del violinista di Leitrim Charlie Lennon con in evidenza il banjo di De Angeli e da ultimo una melodia bretone aperta dalle uilleann pipes di Rinaudo e dal flauto traverso irlandese di Balatti e composta dall’abate Augustin Conq vissuto a cavallo del 1900 ed il cui testo è sopravvissuto grazie ai cosiddetti “fogli volanti”, “Braodside Ballads” che dir si voglia. Tra i canti narrativi bellissima la resa di “DonalÓg” (Il giovane Donald), antico canto in gaelico presente nella preziosissima Raccolta Roud al numero #3379.

Infine ecco il link dove poter ascoltare – o riascoltare – il concerto dei Birkin Tree: https://www.raiplayradio.it/audio/2021/02/I-CONCERTI-DEL-QUIRINALE-Birkin-Tree-cb188695-d113-41d8-a011-638eb00ad650.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplayradio_ContentItem-cb188695-d113-41d8-a011-638eb00ad650.&wt&fbclid=IwAR3EWvlwTu_csizAbq_QxnUGX_8cVWbDz8K5ZFATT1FpP2jRQZ9HplnGCOw

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2015 · VOL. 2”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2020

di alessandro nobis

Per questo secondo doppio compact disc antologico di “Old Dog Long Road” – del primo ne avevo parlato qualche settimana or sono (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/03/08/andy-irvine-old-dog-long-road-1961-·2012·vol-1/) – si allarga l’arco temporale dal 1961 al 2015 comprendendo ben 23 brani scelti da varie fonti raccolte soprattutto durante i suoi concerti “in solo” nei quali i repertori presentati si fanno apprezzare per l’ampio spettro delle proposte. C’è anche una preziosa chicca, registrata nel 61’, un debito di riconoscenza verso uno dei suoi punti di riferimento dichiarati, Woody Guthrie: si tratta della devota interpretazione di “Hobo’s Lullaby”, dove Irvine cerca riuscendovi di imitare la voce ed il suono della chitarra del leggendario autore americano, una registrazione casalinga effettuata a solo diciotto anni dalla quale si intende come la folgorazione per il folk fosse già in atto ……

Tra le chicche ce ne sono alcune che secondo il mio modesto parere brillano più di altre: “As I Roved Out”, anno 1975, eseguito dai Planxty (Liam O’Flynn, Irvine, Paul Brady e Johnny Monihan), “The Blind Harper” in duo con Donal Lunny (la Child Ballad # 12) imparata da Nic Jones, il brano dei Mozaik “The Wind Blows over the Danube” (1998), arrangiamento di una melodia raccolta da Bartok Béla nel 1907, e soprattutto “John Barlow”. Quest’ultima eseguita in solo da Irvine è conosciuta anche come “Willy Of Wilsbury”(Child Ballad # 100) ed è composta da una melodia di un altro canto narrativo raccolto da Francis Child (#89) con il testo di origine scozzese precedente al 1775 che racconta la storia della figlia di un Re che rimane incinta del suo eroe (Willy, appunto) causando, diciamo così, il forte disappunto del padre che vuole ammazzare il padre di suo nipote. Con il primo volume questo doppio CD dà una visione chiara della storia e della carriera di Andy Irvine, figura fondamentale della musica tradizionale nel senso più ampio possibile.

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

SUONI RIEMERSI: EDDIE & FINBAR FUREY  “I live not where i love”

INTERCORD Records. lp, 1975

di alessandro nobis

Registrato nel ’75 in Germania, ad Neunkirken, questo “I live not where i love” è un altro viaggio nella tradizione musicale irlandese e nelle nuove composizioni dei fratelli Furey e precede l’album di addio registrato l’anno successivo e pubblicato dalla stessa etichetta tedesca Intercord (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/11/02/suoni-riemersi-eddie-finbar-furey-the-farewell-album/). Questi tour in Europa continentale furono molto utili per i Fureys tanto che Finbar diceva che “mentre frequentavamo il circuito folk continentale negli anni ’60 e ’70 capimmo che quello che custodivamo – la tradizione irlandese – era una cosa importante, lo capimmo grazie all’accoglienza, all’interesse ed al calore che ricevevamo dai pubblico francese e tedesco”.

La famiglia Furey appartiene al gruppo degli Irish Travellers, custodi di una buona parte della tradizione delle uilleann pipes e Finbar, che in questo lavoro dedica un brano all’indimenticato Leo Rowsome, come molti altri traveller pipers fu enormemente influenzato dallo stile del leggendario Johnny Doran (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/02/26/dalla-piccionaia-johnny-doran-traveller-piper-1908-1950/): “mio padre quando avevo sei anni mi disse di ascoltare il modo di suonare di Johnny Doran, io lo feci osservando bene anche come muoveva le sue dita mentre suonava, trovavo bellissimo ascoltarlo e da lui ho imparato molto e quando Doran e la sua famiglia passava nella contea di Clare ci organizzavamo per incontrarlo e scambiare con lui i brani che conoscevamo. Johnny Doran è probabilmente il più grande suonatore di uilleann pipes che io abbia mai incontrato.”

Detto delle sue radici “musicali”, “I live not where i love” è un gran bel disco, convincente, con riuscite scritture orginali come “Wounded Knee”, ballata scritta dopo la lettura di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e l’omaggio a Rowsome, interpretazione di brani altrui come “Lord Lovell” il cui testo è un antico canto narrativo (la Child Ballads 75 la cui versione originale risale al medioevo) musicato da di Dave Burland e “Miss MacDonald / Tarbolton” da repertorio del violinista Brian Patton del Donegal.

ANDY IRVINE “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 VOL. 1”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 VOL. 1”

ANDY IRVINE  “OLD DOG LONG ROAD 1961 · 2012 · VOL. 1”

AUTOPRODUZIONE. 2CD, 2019

di alessandro nobis

Andy Irvine è per me – e credo di non essere il solo – uno degli eroi che saputo rinnovare nei suoni, nella riproposizione del patrimonio tradizionale e nella nuova composizione il folk celtico di matrice irlandese: il gruppo di cui lungamente ha fatto parte, i Planxty, ha saputo indicare la direzione di questo rinnovamento in seguito percorsa da molti altri ensemble irlandesi ma non solo, personalmente allargherei il discorso a tutte le cosiddette “nazioni celtiche”. Questo doppio compact disc è il primo di due dove Irvine ha raccolto registrazioni nell’arco di oltre cinquanta anni e danno la misura del talento di questo musicista straordinario originario di Londra ma trasferitosi da giovanissimo a Dublino; qui si va da una registrazione casalinga datata 1961 di un brano Blind Boy Fuller (“Truckin’ Little Baby”) che rivela la passione di Irvine per la musica americana – la sua prima infatuazione musicale fu per Woody Guthrie – ad una del 2002, precisamente un’interpretazione del tradizionale “Green Grows the Laurel”.

Le registrazioni non sono pubblicate in ordine cronologico, ma questa è un’insignificante pecca di questo lavoro (e del volume 2) rispetto alla ricchezza del repertorio presentato che fa di questi due doppi compact disc un essenziale compendio per conoscere la storia musicale di Irvine. Qui troviamo l’altra passione di Irvine, i ritmi dispari del folk balcanico di “Chetvorno Horo”in duo con Rens Van der Zalm (1993) registrato al “The Lobby Bar” di Cork assieme al set di hornpipes “Little Stack of Wheat / Humours of Tullycrine” e l’arrangiamento del tradizionale “Longford Weaver” (1978) con Frankie Gavin e Donal Lunny. Insomma ventiquattro tracce, una collana di chicche preziose disponibili sia in “liquido” che in “solido” sul sito di Andy Irvine.

www.andyirvine.com

FINTAN VALLELY “Merrijig Creek”

FINTAN VALLELY “Merrijig Creek”

FINTAN VALLELY “Merrijig Creek”

imusic.ie. CD, 2021

Pur essendo uno dei primi a rivalutare il ruolo del flauto traverso nella musica tradizionale irlandese, Fintan Vallely, originario di Armagh ma da moltissimi anni residente a Dublino, non ha mai fatto parte di celebrati ensemble del cosiddetto fenomeno del folk-revival preferendo l’attività accademica e di giornalista (è l’autore del monumentale “Companion of Irish Traditional Music”(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/15/fintan-vallely-companion-to-irish-traditional-music/) ma non disdegnando comunque di incidere ottimi album a suo nome – pochissimi per la verità, il primo nel ’79 fu “Irish Traditional Music” – come questo suo recentissimo “Merrjig Creek” per la registrazione del quale ha chiamato in studio musicisti eccezionali come Caoimhin Vallely, Sheena Vallely, Liz Doherty, Brian Morrissey, Gerry O’Connor e Dáithíá Sproule.

Sul repertorio, da italiano, non possono non essere felicemente sorpreso dalla melodia che Vallely ha scelto di arrangiare per flauto: mi riferisco al set eseguito assieme a Brian Morrissey e Caoimhin Vallely,  che comprende “Reggio Jig” e soprattutto “Emilia Romagna Redoubt”, una preziosa rilettura di una celebre folk song scritta da Fausto Amodei “Per i morti di Reggio Emilia” (Reggio nell’Emilia è una città dell’italia Settentrionale) che fa riferimento all’uccisione da parte della polizia di cinque operai ventenni sindacalisti iscritti al Partito Comunista Italiano che partecipavano ad una manifestazione per rivendicare i propri diritti sindacali (https://www.youtube.com/watch?v=WmFYVEiXGyA). Era il 7 luglio 1960 e la canzone di Amodei diventò uno dei simboli delle lotte operaie da quel momento in poi: dice il testo: “Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli / e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli / dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti / Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli” (“Comrade Ovidio Franchi, comrade Afro Tondelli, / And you, Marino Serri, Reverberi and Farioli, / From now on we all need to have you by our side / To not feel lonely.“. Traduzione di Giovanna Baglieri).

Degli altri brani voglio citare dapprima il set “The Rambles od Grappa” composto da una melodia si Sean O’Riada e da una originale di Vallely (“Verona Reel”, in ricordo di un tour del ’90 nell’area veronese”) suonata con Liz Doherty e Caoimhin Vallely ed un altro set, “Roving Rhythm” eseguito yn duo con il brillante chitarrista Dáithíá Sproule) che comprende una melodia scozzese del 28° secolo e due irlandesi: “The Crosses of Annagh” del violinista di Galway Tommy Cohen e “Captain O’Kane” di Turlough O’Carolan. 

A mio modesto avviso questo “Merrijig Creek”, prodotto dal compositore e straordinario suonatore di concertina Niall Vallely, è uno dei più interessanti lavori per flauto traverso irlandese che ho ascoltato ultimamente, assieme a quello di Enda Seery.

 

SUONI RIEMERSI: PADDY KEENAN “Poirt an Phíobaire”

SUONI RIEMERSI: PADDY KEENAN  “Poirt an Phíobaire”

SUONI RIEMERSI: PADDY KEENAN  “Poirt an Phíobaire”

GAEL- LINN RECORDS. LP, 1983

di alessandro nobis

Paddy Keenan è un “Irish Traveller”, comunità importante parte della società irlandese da secoli, come confermano gli storici: una comunità che ha saputo sviluppare nei secoli una propria identità culturale, una propria lingua, abitudini e tradizioni che ne hanno determinata l’unicità rispetto agli irlandesi “stanziali” e questa identità è dovuta ad una forte coesione sociale e ad uno stile di vita (nomade) che li distingue. Per ciò che riguarda la tradizione musicale gli Irish Travellers hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo ed alla conservazione delle uilleann pipes, come si sa strumento fortemente identificativo della musica irlandese in tutto il mondo. I Cash (Samuel Rowsome fu molto influenzato dallo stile di James “The Young Cash”), i Keenan, i Doran (Johnny Doran è stato il piper che più di ogni altro ha influenzato lo stile di Paddy Keenan, a suo dire), i Furey appartengono a famiglie Traveller e tra quelli che ho citato i più conosciuti al di fuori dell’Irlanda sono senz’altro Finbar Furey e Paddy Keenan, quest’ultimo se non altro per avere fatto parte della Bothy Band e per aver registrato straordinari lavori come quello con il violinista Paddy Glackin.

Nel 1983 entra nei Windmill Studios di Dublino con lo straordinario chitarrista Arty McGlynn di Omagh nella Contea di Tyrone (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/12/19/suoni-rimersi-arty-mcglynn-mcglynns-fancy/) per registrare questo eccellente album che ancora oggi resta una delle miglior incisioni di sempre in relazione alle uilleann pipes: la precisione e la brillantezza della chitarra acustica si abbina alla perfezione con il flauto e le pipes di Keenan (l’accoppiata ideale della musica irlandese è in verità quella con pipes e violino, n.d.r.) esprimono tutta la classe e lo stile dei “Travelling Pipers” a proposito del quale lui stesso dice: “La musica evidenzia le differenze perché mette in risalito l’umore, il sentimento, il dolore, la tristezza, il senso di rifiuto, è il veicolo per esternare queste emozioni. Nessuno potrà suonare come suono io per il semplice fatto che nessuno ha avuto le esperienze che io ho avuto* (ma questo riguarda un po’ tutti i musicisti tradizionali, n.d.r.)”.

Un disco importante questo quindi, nel quale Keenan propone sia brani della tradizione irlandese che brani alloctoni: tra i primi segnalo il reel “Man of the House” eseguito al flauto e la “O’Neill’s Calvary March” composta dal generale Owen Roe O’Neill (1585 – 1649) originario dell’Ulster che combattè la battaglia di Benburb dalla parte delle truppe della Confederazione di Kilkenny, una altro esempio di come spesso la musica popolare nasconde pagine di storia irlandese, e tra i secondi “Jazaique” una slow air bretone composta da Gillet Le Bigot che la registrò nel lontanissimo 1981 per l’album di esordio dei Galorn (il titolo del brano era “Jezaïg”). Perfetti come si conviene ad un chitarrista della sua fama l’accompagnamento e gli abbellimenti di Arty McGlynn che rendono ancor più interessante questo splendido “Poirt an Phíobaire”.

Attenzione, la copertina del CD è diversa rispetto a quella originale.

*Le parole di Paddy Keenan sono tratte dal volume “Free Spirits. Irish Travellers and Irish Traditional Music” di Tommy Fegan e Oliver O’Connell, MPO 2011

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH  “Welcoming Paddy Home”

LOUGH RECORDS 001. LP, 1985 / 86

di alessandro nobis

Pubblicato in America nel 1985 dalla Shanachie Records con un titolo simile (“To Welcome Paddy Home”) e naturalmente con copertina diversa e ripubblicato in Scozia dalla neonata etichetta Lough nell’anno seguente, questo ottimo LP vede l’esordio nella band di due irlandesi, l’uilleann piper  e cantante Christy O’Leary dalla Contea di Kerry ed il chitarrista e pianista John Coakley dalla Contea Cork che vanno ad affiancare il violinista Aly Bain (Isole Shetland), Dave Richardson (northumberland) ed un altro irlandese, il flautista Cathal McConnell. Il gruppo, che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del folk revival di matrice scoto irlandese, nelle sue diverse formazioni si è sempre distinto per la perfetta armonia, per la sobrietà dei suoni – il pianoforte acustico, per fare un esempio – l’equilibrio tra gli strumenti e per la scelta del repertorio che dall’Irlanda va alla Scozia “pescando” anche oltreoceano nell’area di Cape Breton: per la prima volta come detto qui appare il suono delle uilleann pipes che con il loro apporto identificano i brani portati in eredità dalla parte irlandese della band: il reel che apre la seconda facciata del disco “The Antrim Rose” dell’accordeonista Paddy O’Brien (1922 – 1991) eseguito magistralmente da O’Leary ed abbinato ad altri due reels, “Miss McGuinness” e “Brereton’s”, oppure la ballata “The Song of Ardee” di Gaby McArdle che si caratterizza per il sontuoso accompagnamento del pianoforte di Coakley alla voce e le pipes di O’Leary che suonano la melodia ed infine le due hornpipes (“Alexander’s” e “The Green Cockade”) con il violino di Aly Bain in grande evidenza.

I Boys of the Lough nella loro storia hanno saputo sempre mantenere una forte indentià restando fedeli al patrimonio tradizionale senza mai cedere a “collaborazioni” con suoni e musicisti alloctoni: non sono mai venuti a suonare in Italia, e questo resterà sempre un cruccio per noi di Folkitalia che abbiamo per anni, forse decenni, di poter ammirare questo ensemble dal vivo. Personalmente confesso di avere avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto sull’Isola di Skye, circa quattro decenni fa: grande performance naturalmente, chi c’era non la dimenticherà.

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “The woman I loved so well”

TARA Records. LP, 1980

di alessandro nobis

Nel luglio del 1980 i Planxty entrano negli Studi Windmill Lane a Dublino in compagnia di Tony Linnane, Matt Molloy, Noel Hill e Bill Whelan per registrare il loro quinto album“The Woman I Loved so Well”, a mio modesto parere uno dei loro migliori lavori vuoi per la scelta del repertorio, sempre oculata, per lo sguardo alle “collezioni” ottocentesche e per la combinazione di suoni che questi straordinari musicisti riescono a realizzare: un esempio su tutti il reel “The woman I never forgot” suonato da Hill (concertina) e Linnane (violino).

Due le ballate sulle quali mi voglio soffermare: la prima, “True love knows no reason” è una cowboy ballad proveniente dal repertorio del chitarrista e compositore americano Norman Blake che incise nel ’75 assieme ad un altro chitarrista, Charlie Collins con il titolo di “Billy Gray”. E’ la storia di una ragazza di Gantry che si innamora di un fuorilegge (Billy Gray) che come narra il testo viene ucciso da un cacciatore di taglie (“Il vero amore non conosce stagioni o ragioni / la giustizia è fredda come la sabbia della Contea di Granger” così fa incidere sulla tomba di Billy la sua amante); è Christy Moore che “porta” ai Planxty questa ballata americana, ascoltata per la prima volta in un pub di Cork suonata da Noel Shine, e l’arrangiamento “irlandese” mette in straordinaria evidenza il dialogo tra i plettri e soprattutto le uilleann pipes di Liam O’Flynn. Brano straordinario. La seconda è una “murder ballad”, ovvero “Little Musgrave (and Lady Barnard)”conosciuto negli Stati Uniti (e dai fans dei Faiport Convention) come “Matty Groves” (Child Ballads # 81, ROUD # 52); è uno di quei numerosi casi nei quali la melodia è andata smarrita nel tempo nelle isole britanniche ed è stata recuperata oltreoceano da Francis James Child dove è entrata nel repertorio ad esempio di Doc Watson mentre il testo risale al 17° secolo ed è riportato in “English and Scottish Popular Ballads” ed anche nei fogli a stampa detti “broadside held”. E’ la storia di un adulterio dove il marito della donna viene a scoprire la relazione della moglie (Lady Barnard) con un altro uomo (Little Musgrave) ed uccide entrambi. In questa versione dei Planxty cantata da Christy Moore molto interessante è la seconda voce interpretata dalle pipes di O’Flynn.

Disco da scoprire per i nuovi fans dei Planxty e da riascoltare per i “vecchi” amanti del folk revival irlandese. Per me, come detto, un disco strepitoso.

Sui Planxty, qui un altro articolo: https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/09/12/planxty-one-night-in-bremen/

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND “Farewell to Nova Scotia”

SUONI RIEMERSI: THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

THE BATTLEFIELD BAND  “Farewell to Nova Scotia”

Arfolk / Escalibur Records. LP, 1976

di alessandro nobis

Questo è il primo seminale lavoro del gruppo scozzese The Battlefield Band, allora composto da Alan Reid (tastiere), Brian McNeill (voce, violino) e Ricky Stars (voce e plettri) considerato in compagnia di Ossian, Silly Wizard e Boys of the Lough come il più rappresentativo ensemble della corrente musicale che ha saputo rinnovare lo straordinario patrimonio della tradizione musicale scozzese. Ricordo bene i loro concerti nel veronese (a Cadidavid il 30 ottobre del 1981, a Lugagnano l’8 giugno dell’84 ed in città il 9 dicembre dell’anno successivo): grande energia, impatto sonoro straordinario, repertorio scelto in modo preciso e non da ultimo, splendide e molto affabili persone.

Per questo loro primo disco risalente alla metà degli anni Settanta la “band” era in realtà un trio (McNeill e Reid, veri motori del gruppo, poi restarono lungamente nel gruppo), ma la qualità del suono, gli arrangiamenti e la delicatezza nell’esecuzione delle ballad e la purezza nell’esecuzione dei set di danze – scritte originariamente per highland bagpipes – erano qui già ben evidenti, eccome, e la perfetta sintonia tra McNeill e Reid, autentico marchio di fabbrica della band riconoscibile in tutti i lavori seguenti, ha saputo nei decenni accogliere il fior fiore della musica scozzese come Jamie McMenemy e Duncan McGillvray rivitalizzando un repertorio secolare intriso di Storia e di miscrostorie. Si viaggia dalla Scozia all’Irlanda fino alla Nuova Scozia canadese, come lascia presagire il titolo di questo loro album d’esordio.

Da oltre oceano proviene la ballata “Farewell to Nova Scozia”, un adattamento di “The Soldier’s Adieu” pubblicata a Glasgow nel 1903, la storia di un soldato che viene arruolato e lascia la sua terra forse per l’ultima volta per andare a combattere, mentre dallo scrigno musicale irlandese la Battlefield Band propone una ballata molto conosciuta, “Paddy’s Green Shamrock Shore” che racconta dell’emigrazione irlandese oltreoceano dovuta alla carestia che colpì l’isola nel diciannovesimo secolo: molti sognavano di ritornare prima o poi in Irlanda, pochissimi vi riuscirono. Del repertorio scozzese mi sembra importante segnalare il medley strumentale “The Highland Brigade Waterloo / The 74 Highlanders / The 93rds Farewell to Gibraltair”; la prima, un jig scozzese, fu composta da John Gow (1764 – 1826) che ricorda la Brigata scozzese che prese parte alla battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) mentre la terza fu composta nel 1848 da John MacDonald per il 93° reggimento dei Sutherland Highlanders. Notevole anche “The Forfar Sodger” (raccolta Roud 2857) scritta da quello che è considerato “il poeta dei tessitori”, David Shaw (1786 – 1856) che ha “cucito” due testi di provenienza diversa, uno irlandese ed uno inglese.

Disco importante perché fondamentale nello sviluppo del “folk revival” della terra di Scozia.

Stranamente, nella discografia pubblicata nel sito del gruppo scozzese, di questo disco e del successivo “Wae’me for prince Charlie” non c’è traccia. Questo per la cronaca.