AA. VV. “Bringing it all back home”

AA. VV. “Bringing it all back home”

AA. VV. “Bringing it all back home”

BBC Records. 3LP, 2MC, 2CD. 1991

di alessandro nobis

Musicisti tradizionali e di ambito rock d’autore vicini ad altri legati al rock acustico ispirato dal folk provenienti da ambedue le coste atlantiche ma con una matrice comune, la tradizione irlandese con le radici dalla nostra parte dell’oceano e con i rami nati e cresciuti negli ultimi centocinquant’anni dall’altra parte dello stesso mare, dove i ritmi ed i racconti si sono mescolati con altri dando vita a forme musicali proprie ma spesso riconoscibili nelle origini.

Questo è “Bringing it all back home”, la storia di quella musica e della sua straordinaria odissea dalle session informali nelle cucine e nei pub, dalle feste in piazza agli stadi del rock internazionale, trentasette brani pubblicati nel 1991 or sono che contengono musiche scritte, arrangiate, riscritte ed interpretate per l’omonima serie televisiva della BBC, il tutto prodotto e coordinato nientemeno che da Donal Lunny.

Tra tutti i brani ne segnalo alcuni, per forza di cose, anche se tutto il lavoro è di altissimo livello qualitativo indipendentemente dal fatto che costituisca una “colonna sonora” di una serie televisiva che consiglio di guardare con interesse ed attenzione. Philip Chevron porta “Thousand are Sailing” una delle più belle ballate contemporanee sull’emigrazione, incisa naturalmente dai Pogues e qui eseguita tra gli altri da Kevin Glackin, Paul Moran e Maire Breathnach, Richard Thompson la sua “The Dimming of the Day” con Declan Sinnott, il contrabbassista americano Roy Huskey e le voci di Dolores Keane e Mary Black, mentre gli Hothouse Flowers rivisitano “Tha Lakes of Ponchartrain” e i Waterboys “A song for life” scritta da Rodney Crowell. C’è naturalmente grande spazio alla tradizione più pura: i De Danann chiudono il primo disco con il set di danze “Humours of Galway” mentre Paddy, Seamas e Kevin Glackin suonano un set di danze ricordando il violinista del Donegal John Doherty, “Glen Road to Carrick” e Liam O’Flynn alle uilleann pipes (rappresentate anche da Spillane e Ronan Browne) chiude il cerchio con la versione strumentale di “A Stor Mo Chroi“.

Ma il brano più emblematico è senz’altro “St. Ann Reel / The Blackberry Blossom“, due brani irlandesi che sono entrati a pieno titolo nel repertorio nordamericano, qui eseguito in modo impeccabile da Ricky Scaggs, Paddy Glackin, Mark O’Connor, Roy Huskey Jr., Russ Baremberg e Donal Lunny.

Un triplo disco che non può mancare nella discoteca degli appassionati della musica irlandese e del folk americano, così la penso io. Parola de “Il Diapason”.

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DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY in ITALIA

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY in ITALIA

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY in ITALIA

“Modena, 5 novembre 2022”

di alessandro nobis

Sabato 5 novembre sarà un giorno importante per gli estimatori della musica irlandese visto che si celebra la “Giornata Internazionale della Cornamusa Irlandese“; nel nostro Paese questo strumento e la musica che rappresenta come si sa sono molto amati almeno dal primo periodo del folk revival degli anni settanta quando il fenomeno della musica celtica iniziò ad avere un grande seguito in tutta Europa.

Quest’anno in Italia la giornata si terrà in quel di Modena (l’anno passato si tenne a Parma) ed è organizzata dalla I.U.P.A., acronimo di “Italian Uilleann Pipers Association” ·  fondata nel 2014 dal piper Nicola Canovi & Company · in collaborazione con la prestigiosa istituzione irlandese “Na Píobairí Uilleann” di Dublino che promuove e patrocinia questo importante avvenimento. Come nel 2021 arriverà per questo appuntamento un prestigioso piper e se nella passata edizione toccò a Mick O’Brien suonare e tenere un seminario a Parma quest’anno la scelta è caduta su Maitiú Ó Casaide di Ranelagh, nei pressi della capitale irlandese.

Come spessissimo succede in Irlanda, ma non solo, Maitiú Ó Casaide rappresenta la terza generazione di musicisti all’interno della sua famiglia e dopo aver studiato da giovanissimo il violino ed il tin whistle (lo strumento considerato propedeutico alle uilleann pipes) si avvicina alla cornamusa grazie allo zio Odhrán, componente del gruppo Na Casaidigh assieme ad altri cinque fratelli. Da lì in poi la sua vita musicale sarà totalmente dedicata al repertorio delle uilleann pipes seguendo gli insegnamenti dei grandi maestri e frequentando la “Na Píobairí Uilleann“; non ha mai fatto parte di ensemble particolarmente noti ma la sua attenzione si è rivolta soprattutto al repertorio solistico, alle session spesso informali ed alla didattica e quindi la scelta di invitarlo a Modena mi sembra particolarmente azzeccata.

A Modena quindi, presso lo spazio “La Tenda” in Viale Monza, che si trova all’angolo con Viale Monte Kosica, si terrà quindi questo importante appuntamento musicale, l’occasione sia per incontrare ed apprendere i segreti · o i primi rudimenti dello strumento · dal Maestro Maitiú Ó Casaide sia per incontrare altri musicisti appassionati di musica irlandese che suonano altri strumenti. Non a caso, sabato 5 dopo il concerto del piper ci sarà una session aperta a tutti i musicisti, una occasione da non perdere per “fare comunità” e per scambiare pareri e repertori. La giornata comunque si aprirà in mattinata con uno stage di uilleann pipes (tra le 10:00 e le 13:00) mentre nel pomeriggio alle 17:30 ci sarà la possibilità di incontrare Maitiú Ó Casaide per scambiare pareri per conoscere i “suoi” segreti tramandati dalla sua famiglia ed appresi dai grandi Maestri irlandesi. Alle 20:30 concerto e session come detto.

La mattinata della domenica prevede la conclusione dello stage e dell’incontro per quest’anno · con una lezione che si terrà dalle 9:00 alle 11:00.

Per partecipare al seminario di Maitiú Ó Casaide è previsto un contributo di € 5,00.

CONTATTO: NICOLA CANOVI 335 6837204

FISHERSTREET “Out in the Night”

FISHERSTREET “Out in the Night”

FISHERSTREET “Out in the Night. Music from Clare”

Mulligan Records 057. CD, 1991

di alessandro nobis

Ho davvero poche notizie del sestetto dei Fisherstreet: che provengono dalla Contea di Clare, che uno dei fondatori, il chitarrista Maurice Coyle è prematuramente scomparso nel 2017 e soprattutto che questo loro “Out in the Night” è una splendida selezione di brani strumentali, di danze eseguite in modo eccellente con un ottimo suono complessivo dato dalla somma (che non sempre corrisponde) delle qualità degli strumentisti. Che sono, in questo che credo il loro unico lavoro prodotto dalla benemerita Mulligan Records Seamus McMahon (violino, flauto), John McMahon (concertina, uilleann pipes), Dermot Lernihan (accordion), Noreen O’Donoghue (arpa, tastiere), Frank Cullen (mandolino, mandola), Maurice Coyle (chitarra), Cyril O’Donoghue (bouzouki) e Mick McElroy (chitarra). Ma la cosa non finisce qui perchè il fatto che alcuni di loro siano polistrumentisti aggiunge varietà timbriche ai jigs ed ai reels che sono i protagonisti di questo bel lavoro: John McMahon ad esempio è un eccellente suonatore di concertina che nel set di jigs “Humours Of Kilclogher/Anthony Frawley’s” imbraccia le uilleann pipes all’unisono con il flauto (questo è la traccia che preferisco) mentre nei brani dove la sua concertina si affianca all’accordeon di Dermot Lenihan ed al violino di Seamus McMahon come nei set di reels “Paddy Bartley’s · Aggie White’s · Hanley’s Tweed” e “Brady’s · Lough Mountain · Letterkenny Blacksmith” regala una dimensione sonora rara e particolare che solamente in qualche session informale capita di ascoltare, naturalmente quando si innesca la sfida (e le session informali lo sono sempre ovunque) tra musicisti. Splendide infine anche la slow air che da il titolo all’album, scritta da Dermot Lernihan aperta dal flauto traverso di Seamus McMahon accompagnato dalle lievi tastiere e quindi dall’accordeon ed i jigs presi dal repertorio del violinista di Killconnell, nei pressi di Galway, “Paddy Fahy’s“, scomparso nel 2019, brano inciso anche da Martin Hayes.

Spero che l’ensemble sia ancora in attività. Certo è che umanamente la perdita di Maurice Coyle avrà lasciato un grande dolore ai musicisti e naturalmente alla famiglia, ma sinceramente spero che una band di questo livello abbia proseguito negli anni anche se qui da noi in Italia non abbiamo avuto più notizie della sua attività.

BIRKIN TREE “40.”

BIRKIN TREE “40.”

BIRKIN TREE “40. · Forty Years of Irish Music”

Felmay Records. CD, 2022

di alessandro nobis

Come si evince dal titolo, questo recentissimo lavoro dei Birkin Tree intende festeggiare – più che celebrare – il traguardo di quaranta anni di attività del gruppo fondato dall’uilleann piper Fabio Rinaudo che ha saputo in questo lungo periodo mantenere viva la proposta nonostante, ma forse anche per questo, numerosi cambi di formazione che come detto non hanno influito né sulla qualità delle registrazioni e nemmeno sulla qualità delle esibizioni – molto richieste – dal vivo. A questa registrazione partecipano oltre a Rinaudo Laura Torterolo (chitarra e voce), Luca Rapazzini (violino), Claudio De Angeli (Bouzouky e banjo) Michel Balatti (flauti) oltre a prestigiosi ospiti che intervengono a vario titolo nei brani.

Il repertorio, come gli estimatori dei Birkin Tree possono facilmente immaginare, comprende brani delle tradizioni irlandese e scozzese assieme ad un paio di convincenti composizioni di Michel Balatti, ovvero il valzer “Gabriella’s” e la seconda parte della splendida ballata che chiude il disco, “Bonny Light Horseman” con la voce dello scozzese Tom Stearn, un brano che si riferisce alle guerre napoleoniche il cui testo è una accurata composizione di strofe di diversa provenienza.

Al solito segnalo due brani che hanno catturato la mia attenzione · senza sminuire il resto del lavoro ·:

Edward on Lough Erne’s Shore” ed il set di danze “Trip to Athlone / Chapel Bell / The road to Glountane“. La prima è una ballata che racconta ancora una volta i soprusi dei latifondisti britannici sui piccoli proprietari terrieri ed in particolare narra la vicenda di Edward Cassidy e dei suoi due figli, cacciati dal loro appezzamento nel 1829 ed in seguito condannati a morte per una presunta uccisione di un cavallo; pena tramutata in due anni di galera per il padre · troppo vecchio · ed in esilio forzato in Australia per i figli. Notevole l’arrangiamento con la concertina di Caitlin Nic Gebhann e la chitarra di Tom Stearn ma notevole soprattutto la voce di Laura Torterolo che interpreta questo testo.

Il set di danze “O’ Rourke” si compone di due reels (“All About Weaving” del grande Charile Lennon e il tradizionale “O’Rourke“) e di due gighe (“Trip to Athlone“, tradizionale e “Chapel Bell” composto dal violinista Frank McGollum) ed eseguito · ci tengo a dirlo · solo dai Birkin Tree; esecuzione perfetta, solita eleganza stilistica e rispetto dei repertori che sono da sempre le caratteristiche dell’ensemble italiana.

Andate a riascoltare il loro concerto al Quirinale romano dello scorso febbraio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/04/04/da-remoto-the-birkin-tree-a-i-concerti-del-quirinale/) per farvi un’idea del livello del gruppo ………… andateci, ne val la pena.

http://www.felmay.it

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

MOVING HEARTS “Moving Hearts”

WEA Records. LP, 1981

di alessandro nobis

Per gli appassionati di musica irlandese questo primo ellepì dei Moving Hearts fu una sorta di pugno nello stomaco: vedere Donal Lunny, Dave Spillane e Christy Moore “contaminare” la loro purissima cultura tradizionale con musicisti di ambito rock fece un certo effetto. Per chi invece aveva già conosciuto queste “contaminazioni” nel decennio precedente come quelle provenienti dalla vicina Inghilterra fu una grandissima sorpresa, erano due idiomi che si fondevano alla perfezione dando origine ad uno straordinario nuovo mondo musicale inedito per l’Irlanda che sfruttava tutta l’energia portata non solo dai tre “tradizionalisti” citati sopra ma anche da Noel Eccles, Eoghan O’Neill, Declan Sinnott (gran chitarrista anche acustico che in seguito accompagnerà Moore in numerosi tour), Keith Donald e Brian Calman.

Non è difficile trovare le tracce della tradizione irlandese soprattutto grazie alle pipes di Spillane o della migliore canzone d’autore, ma soprattutto leggendo la scaletta ed i testi è facile comprendere il contenuto fortemente politico che i Moving Hearts hanno voluto dare a questo disco: la travolgente “Hiroshima Nagasaki Russian Roulette” scritta dal songwriter americano Jim Page ci narra naturalmente dell’olocausto nucleare ed ha dei magnifici break di Spillane (il primo piper a decontestualizzare le uilleann dal contesto tradizionale) e Sinnott, le pipes sono protagonista dello strumentale “McBrides“, composizione di Lunny e Sinnott dedicata alla figura dell’attivista pacifista Sean McBride, la splendida rilettura cantata da Christy Moore della “Before the Deluge” di Jackson Browne dell’attivismo ecologista, “Irish Ways and Irish Laws” è un brano di notevole impatto scritto da John Gibbs che ricorda come prima dell’arrivo dei Vichinghi – i primi ad arrivarvi nel 795 – l’Irlanda fosse una terra “libera” con la propria vita e le proprie leggi.

Da segnalare inoltre una rilettura di “Faithful Departed” di Philip Chevron dei Pogues, è la storia d’Irlanda rappresentata dall’emigrazione oltreoceano, dalla disoccupazione e dal secolare conflitto nelle contee dell’Ulster.

Questo disco eponimo degli Hearts rappresenta una sorta di disco “perfetto” dove l’equilibrio del suono tra rock, folk ed anche in qualche misura jazz (i break di Keith Donald) e la forza dei testi è a mio avviso perfetto; uno dei dischi dai quali non mi separerei mai.

DRAÍOCHT “Tobar an Cheoil”

DRAÍOCHT “Tobar an Cheoil”

DRAÍOCHT “Tobar an Cheoil”, Autoproduzione. CD, 2022

di alessandro nobis

Sono convinto che non tutti gli irlandesi abbiano contezza di sia ampio il movimento che a vari livelli studia, suona e compone musica popolare: certo, le session nei pub sono importanti soprattutto per i musicisti (e anche per chi ascolta, ovviamente) – si fanno nuove conoscenze, si scambiano repertori, si migliora l’interplay – ma non danno l’esatta misura del lavoro e della passione con la quale centinaia di musicisti siano impegnati nel conservare e dare continuità alla tradizione. La flautista Jane McCormack e l’arpista – compositore Michale Rooney, il duo Draíocht, sono uno splendido esempio di quanto detto e questo “Tobar an Cheoil” è il terzo frutto della loro collaborazione dopo ” Draíocht” del 2004 e “Land’s End” del 2006: è una raccolta soprattutto di brani originali e di qualche tradizionale come quelli tratti dalla fondamentale raccolta di O’Neill stampata nel 1850 “Music of Ireland” come la giga “The Boys of Ballisodare” e il reel “Come West Along the Road” e per citarne un’altra, la giga “The Lark on the Strand” che Michael Coleman registrò per primo nel 1922. Le altre tracce sono per lo più composizioni di Micheal Rooney e sono perfettamente eseguite, non solo tecnicamente ma con grande passione, grazia ed equilibrio; ho trovato particolarmente interessante la versione in duo di “Lament for the Dead“, un frammento tratto dalla splendida “Macalla Suite” che lo stesso Rooney scrisse per commemorare le vittime della rivolta del 1916 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/03/michael-rooney-the-macalla-suite/) e “Planxty Castle Leslie“, danza che richiama lo stile barocco parte di un’altra suite dell’arpista, “Clairseoireacht” dedicata naturalmente a O’Carolan con l’intervento della chitarra di Jack Warnock ed il violoncello di Aoife Burke.

Lavoro bellissimo, speriamo di vederli presto suonare in Italia in qualche contesto storico che possa valorizzare al meglio la musica di Draíocht.

http://www.draiochtmusic.com

draiochtmusic@yahoo.com

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

BOYS OF THE LOUGH “Midwinter Night’s Dream”

Blix Street Records. CD, 1994

di alessandro nobis

Dedicato alle tradizioni legate alla stagione invernale nelle terre del Nord” potrebbe essere il sottotitolo di questo gran bel lavoro dei Boys of the Lough che qui si presentano in quartetto (Christy O’Leary, Aly Bain, Cathal McConnell e Dave Richardson) e che presentano un repertorio che comprende brani provenienti dalle Isole Shetland, dalla penisola scandinava, dal nord est scozzese e dalla Contea irlandese di Wexford; il suono dei “Boys” è inconfondibile, possono cambiare i musicisti ma il carattere quasi cameristico, come ho detto in altra occasione, rimane inalterato. Come nella magnifica “That Night in Bethlehem” antica “Christmas Carol” probabilmente antecedente al 1691 quando vennero promulgate le Penal Laws che proibivano la composizione e l’esecuzione di canti natalizi, come scrive Donal O’Sullivan; questa è cantata in gaelico irlandese da Christy O’Leary e si caratterizza per lo splendido arrangiamento che mette in gran risalto il pianoforte di Henning Sommerro di Trodheim. Interessante la suite di danze “The Greenland man’s tune / Da Forfit O’ Da Ship Reel / Green Grow da Rashes Reel” non solo perchè provengono dal repertorio dei balenieri della Shetland ma anche perchè la prima è di origine Eskimo e la cui versione orifginale era cantata in Yaki; il violino  di Aly Bain e la chitarra dello straordinario chitarrista inglese Chris Newman, ospite graditissimo, fanno il resto evidenziando al meglio il fascino e la bellezza di queste melodie nordiche. Dalla Svezia il suggestivo ed evocativo set “Sankt Staffan Han Rider / Christmas day in the Morning / Trettondagsmarschen“, introdotto dal pianoforte e cantato da Christy O’Leary, che dalla sua Irlanda porta in dote “The Wexford Carol“, canto sulla natività la ciui prassi esecutiva si basa su quella del cantante dublinese Frank Harte: anche cui il fine cesello della chitarra di Chris Newman è il valore aggiunto al brano.

Spesso i dischi dedicati al Natale paiono raffazzonati per soddisfare le esigenze del consumismo legato a questa Festa; ci sono delle eccezioni e questo“Midwinter Night’s Dream” ne è la prova, sia per la qualità e raffinatezza del repertorio che per il marchio di garanzia dei “Boys of the Lough” sempre rigorosi ed allo stesso tempo piacevolissimi. Non ricordo infatti dischi “mediocri” nella loro poderosa discografia.

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

LIAM O’FLYNN · SHAUN DAVEY “THE BRENDAN VOYAGE”

TARA RECORDS. LP, CS, 1980

di alessandro nobis

Se alla fine del VI secolo San Colombano con dodici monaci lasciò il monastero di Bangor, centro dell’Irlanda nord orientale, per attraversare l’Europa e giungere a Bobbio nell’Italia Settentrionale, San Brendano con sessanta compagni probabilmente fuggiti dalle incursioni vikinghe prese la via opposta e lasciò nel 559 il monastero di Clonfert nell’Irlanda occidentale vicino a Galway per compiere un altrettanto straordinario ma sicuramente più ardimentoso viaggio verso terre inesplorate attraversando l’oceano Atlantico. Lo storico Tim Severin (1940 – 2020) ha raccontato il viaggio di Saint Brendan nel suo volume “The Brendan Voyage” pubblicato nel 1978 dalla casa editrice Arrow, che ha ispirato il compositore Shaun Davey e il piper Liam O’Flynn a scrivere e quindi registrare la musica contenuta in quest’opera il cui riferimento alle scritture di Sean O’Riada viene naturale sin dal primo ascolto. E’ quindi un album orchestrale (l’orchestra di 48 componenti è condotta da Noel Kelehan) con ampi spazi al talento ed alla poesia di O’Flynn che narra appunto il viaggio di Brendan e le cui pipes rappresentano l’imbarcazione sulla quale compie il viaggio; tocca dapprima le scozzesi isole Arran, e qui lo splendido jig “Water under the keel” rende perfettamente l’idea della terra di Scozia e del vento che spinge la barca che poi toccherà del isole Faer Oer, l’Islanda, il Labrador ed il Newfoundland canadesi. Nel VI° secolo!

Nella combinazione orchestra – uilleann pipes sta tutto il fascino di quest’opera e l’ambientazione musicale creata lascia facilmente immaginare le peripezie di questa nave con lo scafo di semplici pelli che attraversa quei mari tempestosi, quei venti incontrastabili, quelle terre sconosciute spesso inabitate. All’arrivo nel Newfoundland il tema iniziale viene ripreso con una variazione che celebra l’arrivo in quelle terre ed anche la fine dell’incredibile viaggio.

Una produzione importante e di enorme valore culturale, importante non solo per il popolo irlandese che ben conosce Saint Brendan e la sua storia ma per tutti i musicisti che al tempo ammirarono il lavoro di Shaun Davey e di Liam O’Flynn e che dopo quarantadue anni si presenta ancora originale, luminosa e difficilmente ripetibile.

Se volete andare “oltre” la musica puramente tradizionale irlandese per quanto ben suonata, rinnovata ed interpretata questo disco è l’ideale per un nuovo viaggio di scoperta.

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

MUIREANN NIC AMHLAOIBH & IRISH CHAMBER ORCHESTRA “Róisín Relmagined”

AUTOPRODUZIONE. CD, 2022

di alessandro nobis

Capita ancora che nelle domeniche pomeriggio, magari di una giornata uggiosa, nelle case di famiglia irlandesi ci si raccolga davanti al camino che emana un dolce profumo di torba ascoltando le antiche canzoni tramandate di generazione in generazione che raccontano di antichi canti narrativi e ballate d’amore, canti di emigrazione e ninnenanne le cui origini vanno dal XVI° al XIX° secolo: è questo l’universo del “Sean-nós”, il genere più antico della tradizione irlandese, canto monodico la cui protagonista era, e lo è ancora, la voce umana. Questo lavoro pubblicato il 10 marzo della cantante Muireann Nic Amhlaoibh originaria del Kerry Occidentale è un disco davvero straordinario, un lavoro che intende riportare alla luce del pubblico degli amanti della musica irlandese il repertorio che per secoli è stato tramandato per lo più oralmente; l’idea, commissionata dal Kilkenny Arts Festival e perfettamente realizzata grazie alla produzione di Donal O’Connor e della prestigiosa Irish Chamber Orchestra assieme ad alcuni solisti di primissimo piano del folk irlandese, trasporta nel nostro tempo dodici canti originariamente monodici accompagnati qui dall’orchestra che perfettamente si abbina alla straordinaria voce della cantante con arrangiamenti così ben preparati e realizzati da autorevoli musicisti come Cormac McCarthy e Michael Keeney (ne cito solamente due) in grado di colpire l’ascoltatore, qualsiasi ascoltatore, per la bellezza, leggerezza ed intensità del repertorio.

Due i brani che voglio citare a titolo esemplificativo. Il primo è la maestosa resa di “Róisín Dúbh“, una celebre canzone che nasconde nel testo il patriottismo irlandese risalente al XVI° secolo ed attribuita a Red Hugh O’Donnel, utilizzata anche dal grande Sean O’Riada come colonna sonora del film “Mise Erin”; splendido l’intervento del piper Mick O’Brien, con la voce aggiunge ulteriore fascino alla già magnifica melodia. Il secondo è ” Cailín na nÚrla Donn“, canto di emigrazione e d’amore su un ritmo di danza con in aggiunta il pianoforte che sottolinea la melodia ed il flauto di O’Brien che la “espone” in alternanza alla voce.

Disco bellissimo, se Sean O’Riada avesse la possibilità di ascoltarlo sarebbe felice di sapere che la sua via “orchestrale” è percorsa in un modo così luminoso anche ai nostri giorni.

Produzione complicata da portare in Italia, ma a volte i miracoli si realizzano, chissà ………

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RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

RORY GALLAGHER A VERONA “20 febbraio 1972, un marziano atterra al LEM”

di fabio oliosi e alessandro nobis

(scusate il titolo, ma “marziano” e “LEM” si prestavano ad un irresistibile gioco di parole).

A sentire i nostri coetanei ultrasessantenni appassionati “storici” di musica a domanda “sei stato al concerto di Gallagher al LEM” molti rispondono affermativamente salvo realizzare con il senno di poi che i presenti presunti supererebbero di gran lunga la capienza del locale, qualche centinaio di persone; e le “prove” della loro presenza? Beh quelle non ci sono naturalmente, tuttavia un paio di amici con i quali ci si frequentava ai tempi del Liceo Fracastoro andarono a quel concerto e le prove di ciò che scrivo sono le foto scattate (e che testimoniano anche il fatto che non sempre Gallagher indossava una delle sue famose camicie a quadri) e la bacchetta rotta che il batterista Wilger Campbell lanciò tra il pubblico e che uno dei due “Fabio” conserva ancora, almeno spero.

Quell’anno, il 1972, fu un anno importante per il bluesman di Ballyshannon perchè consacrò in modo definitivo la sua immensa caratura di musicista soprattutto nella dimensione live grazie ad una tourneè europea, con Gerry McAvoy al basso  e Wiler Campbell alla batteria, tra i mesi di febbraio e marzo e la conseguente pubblicazione di una delle sue opere più significative, quel “Live In Europe” che presenta brani tra i quali, magari, se ne nasconde qualcuno registrato a Verona. Vallo a sapere! Sognare non costa nulla anche perchè sulla copertina del disco non ci sono notizie al riguardo. Non chiedete della “scaletta” dei brani, a quindici anni le emozioni sovrastano tutto, dico solo che di sicuro quei due set domenicali diedero probabilmente una decisa “svolta” alla vita musicale di qualcuno dei presenti.

Il quotidiano locale “L’Arena” pubblicò due giorni prima a spese dell’organizzatore dell’evento due “moduli”, tutto qua, allora si usava così; aggiungo, per contestualizzare temporalmente l’evento che nei cinema veronesi si proiettava “Il Caso Mattei” di Franco Rosi, la versione integrale di “Conoscenza Carnale” con Candice Bergen e “Sacco e Vanzetti“.

Di seguito riporto un bel ricordo di uno dei due amici che andarono a quel concerto, quello pomeridiano, ricordo condiviso anche dal secondo Fabio, Fabio Bertelli. Io a quel concerto non ero presente, alla richiesta di andare, sebbene fosse una domenica pomeriggio, i miei rispesero con dei reiterati “non se ne parla nemmeno”. Che peccato!

“Nel febbraio del 1972 ho quindici anni. Sono tempi “scatenati” e ne combiniamo di tutti i colori, a scuola la mattina e col “cinquantino” nel pomeriggio. Il mio amico omonimo e compagno di scorribande mi propone di andare al LEM di San Martino Buon Albergo nel pomeriggio di domenica per un concerto di un chitarrista blues-rock famoso che io però non conosco. Beh, finora ho sbirciato solo un paio di numeri di Ciao 2001 e ascolto ogni tanto alla radio “Per voi giovani” ma Rory Gallagher non l’ho ancora “incrociato”. Il mio amico Fabio mi convince ad indossare, come lui, invece della solita maglietta, una canottiera rosa con una grande sigla “CEB” che lui ha dipinto.  Non ho mai saputo cosa volesse dire questa parola o questo acronimo, magari me lo dirà dopo aver letto queste righe, questo mio ricordo personale. Nella discoteca fa molto caldo e rimaniamo in jeans e canottiera “CEB”; magrini tutti e due, facciamo “tendenza” (o forse, impressione o “scaressa” in dialetto veronese) ma noi non lo sappiamo.  Sento che va bene così.  Sento che è solo ora che posso esprimermi in questo modo e lo faccio.

Ho con me una macchina fotografica Voigländer con un cubo-flash montato sopra, regalo di mio nonno Giorgio.

La musica è forte e magica. Rory sorprende e cattura il pubblico.

Consumo buona parte di un rullino da 36 foto.

Usciamo dal concerto carichi di energia e affascinati da quel suono che fa risuonare dentro di me sogni e voglia di trasgressione. (Fabio Oliosi)

Di Rory Gallagher esiste una bella biografia in italiano scritta da Fabio Rossi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/10/30/fabio-rossi-rory-gallagher/) della quale ne è stata pubblicata una seconda edizione da Chinaski Edizioni.