SUONI RIEMERSI: ROBBIE HANNAN “Traditional Irish Music Played on the Uilleann Pipes”

SUONI RIEMERSI: ROBBIE HANNAN “Traditional Irish Music Played on the Uilleann Pipes”

SUONI RIEMERSI: ROBBIE HANNAN “Traditional Irish Music Played on the Uilleann Pipes”

Claddagh Records. LP, CD 1990

di alessandro nobis

Queste registrazioni di ormai trenta anni fa sono la prima testimonianza (una delle poche in verità, e aggiungo purtroppo) del piper di Belfast Robbie Hannan, uno di quella schiera di musicisti che pur avendo una tecnica ed una espressività di primissimo livello hanno deciso di preferire la divulgazione e lo studio della storia delle uilleann pipes alla carriera di musicista in veste solistica o in ensemble musicali. Hannan si avvicinò alla musica irlandese grazie alla collezione di 78 giri delle Ceili Band (specializzate soprattutto in musica irlandese e scozzese eseguita per i balli popolari) dei genitori ma presto fu catturato dalla musica di Paddy Moloney e di Liam O’Flynn, e fu così che nel 1977 iniziò a suonare le uilleann pipes. In questo suo straordinario lavoro Hannan presenta un po’ tutte le sue influenze, da quelle “sonore” dei grandi maestri a quelle “scritte” e riportate in pubblicazioni fondamentali per lo studio e la pratica della musica tradizionale irlandese; ricordo John Doherty, del quale interpreta “The Flood on the Holm / Miss Monahan”, Seamus Ennis con uno dei brani favoriti del piper dublinese (“Stay Another While / The College Groves”), Willie Clancy che lo ha ispirato per l’interpretazione di “Chief O’Neill / The Plains of Boyle” ed il violinista Michael Coleman con una versione ispirata da un’altra figura storica del folk irlandese, Tommy Reck. E poi come dicevo le fonti scritte, in primis quella che cito spesso, “Irish Folk Music – A Fashinating Hobby”, raccolta pubblicata a Chicago nel 1903 dal Capitano Francis O’Neill (1849 – 1936) e la più antica, quella pubblicata dal dublinese Edmund Lee nel 1774 (“Celebrated Irish Tunes”).

A completamento di questo LP e sua parte integrante la splendida copertina, un dipinto ad olio su tela del pittore di Armagh John Brian Vallely, da quale traspare l’energia e la passione che permea tutto il disco del piper di Belfast.

Questo brillantissimo lavoro di Robbie Hannan (disponibile in CD) è un manuale indispensabile per quanti si vogliano avvicinare come studiosi, musicisti o semplici appassionati, come chi scrive, al complesso mondo della tradizione musicale della terra d’Irlanda partendo dalle fondamenta, le uilleann pipes; da qui può iniziare un viaggio che può portare lontano …..

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DISCOGRAFIA consigliata, e forse completa:

1990: ALBUM. “Traditional Irish Music Played on the Uilleann Pipes”, Claddagh Records, LP, CD CC53

1994: “Peter Street, The Silver Spear, The Dublin Reel”, “Moll Rua (Red Moll), An Phis Fhliuch (Sometimes Known As O’farrell’s Welcome To Limerick)”, “Jenny’s Wedding, The Pure Drop”. (AA.VV. “The Drones and the Chanter Volume 2”). Claddagh Records, CD CC6

1995: ALBUM.“Séideán Sí”: Paddy Glackin e Robbie Hannan. Gael-Linn Records, CD CEF171

2000: “Speed the Plough / The Beare Island Reel”. (AA.VV. “Live Recordings from The William Kennedy Piping Festival)”. Armagh, 19 / 11 / 2000. CD. www.armaghpipers.com

2005: “The Rolling Boys Around Tandragee / Sergeant Early’ Jig”. Armagh, 2005. (AA.VV. “Live Recordings from The William Kennedy Piping Festival, 2018). CD. www.armaghpipers.com

2008: ALBUM. “The Tempest”: (The Ace and Deuce of Piping Volume 3). Ni Piobairi Uilleann, CD 2009. http://www.pipers.ie

 

 

ANDY IRVINE E LA “BALKAN CONNECTION” 

ANDY IRVINE E LA “BALKAN CONNECTION” 

ANDY IRVINE E LA “BALKAN CONNECTION”

di alessandro nobis

Molti appassionati di musica popolare – tra i quali chi scrive –  hanno scoperto i ritmi ed i suoni balcanici grazie all’ascolto della musica tradizionale irlandese (e già questo è incredibile, ma solo in apparenza), in particolare consumando letteralmente i dischi del gruppo cardine del folk revival, i Planxty di Christy Moore, Donal Lunny, Liam O’Flynn, Matt Molloy e di Andy Irvine (e Johnny Monyhan). In particolare Andy irvine, londinese di nascita ma con padre scozzese e madre irlandese, ebbe il merito di introdurre la musica dei Balcani che vennero poi arrangiate in modo sublime ed inserite alla perfezione in alcune tra le più significative incisioni del gruppo.

Tutto ebbe inizio nel fatidico 1968, quando finita l’esperienza con gli Sweeneys Men, Irvine e consorte partirono per un viaggio nella penisola balcanica, Yugoslavia, Romania e Bulgaria. Narrò nel ‘92 lo stesso Irvine al giornalista Colin Irwin di avere scoperto quei suoni mentre, facendo l’autostop nella Yugoslavia del Maresciallo Tito, fu raccolto da un camionista che ascoltava musica balcanica: fu una vera folgorazione e da quel giorno ogni occasione fu buona per acquistare ed ascoltare i vinili o le cassette di quel ricchissimo repertorio di musiche che accompagnavano le danze popolari e le ballate.  Prive inoltre acquistò un bozouky, probabilmente in Macedonia, e lo regalò all’amico Donal Lunny che lo modificò montando corde accoppiate che avrebbero dovuto suonare all’unisono rispetto alle originali usate in Macedonia accordate invece su ottave  diverse. Ritornato in Irlanda, Irvine riascoltò lungamente il materiale acquistato riuscendo ad entrare in sintonia con quei ritmi dispari così diversi da quelli irlandesi e partire da “The Well Below The Valley” iniziò a proporre quelle musiche arrangiandole così mirabilmente da affascinare i fans della prima ora (e della seconda, e della terza ….) dei Planxty, inserendo il bellissimo suono del bozouky “irlandese” suonato da Lunny.. “Questa musica mi prese all’amo, e non mi lasciò ma più”.

Dopo qualche anno incontrerà Nikola Parov, polistrumentista bulgaro trapiantato a Budapest e leader di quello straordinario gruppo che furono gli Zsaratnok, e parti il progetto Mozaik.

Credo infine che Irvine abbia lasciato un’eredità importante e che abbia dato l’impulso alla scoperta irlandese della musica balcanica: non credo di sbagliare di molto se dico che gli inviti al quintetto di Theodosii Spassov, ad Ivan  Georgev, Georgi Makris e Stefce Stojkowsky fatti dal prestigioso William Kennedy Piping Festival di Armagh, Ulster, siano in piccola parte di questo straordinario musicista tuttora in piena attività.

Ho creduto opportuno scrivere queste righe su di un aspetto poco considerato del folk revival irlandese (?) e di compilare un elenco, secondo le mie possibilità, dei brani tradizionali balcanici e delle ballate scritte da Irvine sulla sua esperienza di viaggio in Europa Orientale incisi con i planxty, nei suoi album solistici e con i Mozaik.

PLANXTY:

THE WELL BELOW THE VALLEY”, 1973. Polydor Records: “Time Will Cure me” (autobiografica).

COLD BLOW AND THE RAINY NIGHT”, 1974. Polydor records: “Băneasă’s Green Glade”/”Mominsko Horo”.

“AFTER THE BREAK”, 1979. Tara Records”Smeceno Horo” (Bulgarian dance).

LIVE IN BREMEN”, 1979 pubblicato 2018. “Smeceno Horo”. Radio Bremen Records.

ANDY IRVINE:

ANDY IRVINE AND PAUL BRADY”, 1976. Mulligan Records “Autumn Gold” (autobiografica).

RAINY SUNDAYS ,,,, WINDY DREAMS”, 1980. Tara Records. “Romanian Song”,  “Paidushko Horo” e “Rainy Sundays” (autobiografica).

EAST WIND”, 1992, Tara Records

“Chetvorno Horo”.

“The Bear’s Rock”

“Dance of Suleiman”

“Illyrian Dawn”

“Pride of Macedonia”

“Antice”

“Two Steps to the Bar”

“Kadana”

“Hard on the Heels”

 

RAIN ON THE ROOF”, 1996. Autoproduzione “Gruncharsko Horo”/”Baker’s Dozen”.

BIRTHDAY CONCERT”, 2014. Autoproduzione “Suleman’s Kopanitsa” e “Romanian Horă”.

MOZAIK:

LIVE FROM THE POWERHOUSE”, 2004. Compass Records

“Suleman’s Kopanitsa”

“Romanian Horă”

“Băneasă’s Green Glade”

“Smeceno Horo”

THE LONG AND THE SHORT OF IT”, 2019. Autoproduzione Mozaik.

“Like a soft Breeze” (Laphatiotis / Pappos)

“Gymes”

“The Song of the Nightingale” (Trad. Tracia)

“Neratzoula” (canzone, Peloponneso)

 

 

 

 

 

GOITSE “Úr”

GOITSE “Úr”

GOITSE “Úr”

Autoproduzione. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Come avevo già segnalato in due precedenti occasioni (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/02/02/goitse-inspired-by-chance/) e

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/02/goitse-tell-tales-and-misadventures/),i Goitse sono una delle punte di diamante del movimento folk irlandese di questi ultimi anni. Con questo loro recente lavoro ed anche nelle loro esibizione live, il gruppo  formatosi a Limerick conferma quanto di buono la critica ha sottolineato più volte: suono molto compatto ed originale (qui compare il banjo, strumento non troppo utilizzato in questo ambito), studio e riproposta di repertori raccolti nel 19° secolo vicini a nuove composizioni. a3107543353_16.jpgÚrchnoc Chéin mnic Càinte” è la quintessenza dell’evoluzione della tradizione: composta nel XVIII° secolo dal poeta e arpista Peadar O’Doirnìn, nel 1907 le viene cambiata la melodia da peadar O’Dubhda e oggi ad un secolo di distanza viene registrata con un suono contemporaneo con una splendida parte assegnata al pianoforte di Tadhg O’ Meachair e cantata da Áine Mc Geeney, eccellente anche al violino ed autrice di brani come “Invasion” che celebra i cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Da sottolineare anche l’interpretazione di “The Queen of Argyll”, uno dei brani più significativi del repertorio dei Silly Wizard (questo fu scritto da Andy M. Stewart) e “Henry Joy” in memoria di Henry Joy McCracken, rivoluzionario irlandese del XVIII° secolo ed allo stesso tempo uno degli organizzatori del festival di arpa irlandese di Belfast, addirittura del 1792.

Disco brillante per una band brillante che si pone in perfetto equilibrio tra l’antico e il moderno: “Úr”, appunto.

I Goitse sono rappresentati per concerti e festival in Italia da GeoMusic di Gigi Bresciani: www.geomusic.com

 

 

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

SUONI RIEMERSI: ARTY McGLYNN “McGlynn’s Fancy”

Mint Records. Lp, 1980

di alessandro nobis

Era un po’ che avevo in cantiere la recensione di questo straordinario disco d’esordio di Arty McGlynn datato 1980 e ristampato in CD nel 1994; ora però che giusto ieri (17 dicembre 2019) abbiamo saputo della sua inopinata dipartita – lascia la moglie Nollaig e cinque figli – , diventa assolutamente doveroso parlare di questa autentica perla di musica tradizionale arrangiata ed eseguita esclusivamente con una chitarra acustica; perla preziosissima pari solamente a mio avviso a quel “Coppers and Brass” dello scozzese Dick Gaughan, per restare nell’ambito della tradizione scoto – irlandese.

IMG_3714Dodici brani equamente divisi su due facciate, ognuno dei quali presenta diverse peculiarità che fanno di questo album un caleidoscopio della cultura popolare d’Irlanda ed anche un manuale di chitarra acustica: si inizia con un brano risalente al periodo barocco di Turlogh O’Carolan (“Carolan’s Draught”) e continua con altre meraviglie come i set di reels, tra i quali segnalo “Miss Monaghan / The Flags of Dublin / Hand me down the tackle” presi dal repertorio di Seamus Ennis, le gighe come “Arthur Darley” da quello del violinista John Doherty, le slow air tra le quali assolutamente primeggia “The Blackbird” scritta dall’amico Jacky Daly. David Hammond canta due ballads (“I wish my love was a red rose” e “The Hills above Drumquin”) che danno la misura della grandezza di McGlynn anche come accompagnatore.

Un disco come dicevamo completo senza una sola sbavatura, timing perfetto, abbellimenti di grande gusto e bellezza e grande equilibrio, come lo erano le esibizioni dal vivo in compagnia della moglie, la violinista Nollaig Casey (ebbi la fortuna di incontrarli e di ascoltarli in un concerto stellare nell’aprile del 2001 a Verona alla Fontana di Avesa), di Frankie Gavin, Paddy Keenan o di Liam O’Flyyn o ancora di quel fenomenale supergruppo che furono i Patrick Street:

L’apparizione di un nuovo artista è sempre un evento al quale si deve dare il benvenuto. Quando di un artista non abbiamo mai ascoltato le sue prove e il lento divenire degli arrangiamenti dei brani; quando non abbiamo potuto assistere alla sua crescita; quando infine il musicista è rimasto volutamente nascosto nell’ombra fino al preciso momento nel quale la sua maturità musicale e tecnica e si mostra al pubblico per la prima volta, la sua venuta è più che benvenuta ed ha gli elementi di una epifania. La maturità artistica dell’uomo colpisce profondamente.”  Così lucidamente scriveva Brian Friel nelle note di copertina di questo “McGlynn’Fancy”.

Resta il rammarico di non avere molto altro materiale “solo” di McGlynn, ma bastano e avanzano le sue incisioni in compagnia di altri musicisti: ognuno faccia la sua scelta.

Io scelgo questo suo disco d’esordio. Imperdibile.

 

 

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 2

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 2

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 2

14 – 17 novembre. Armagh, Co. Armagh, Irlanda.

di Alessandro Nobis

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MARTIN HAYES & DAVID POWER. Foto di Erica Nobis

Il venerdì puntata mattiniera a Belfast e ritorno in Armagh, al Market Place Studio, splendida sala nel complesso che ospita cinema, pub e la sala principale del Teatro per il “Piping Perspectives 1” e sala gremita come in tutti gli appuntamenti di questa ventiseiesima edizione del festival. Ad aprire le danze uno splendido set di Grainne Holland, una splendida voce ed una notevole capacità di scrittura. Accompagnata dal sempre brillante flautista Brian Finnegan dei Flook e prima ancora degli “Upstairs in a Tent” e dal fine chitarrista Tony Byrne, la cantante ha presentato tre composizione tratte dal suo lavoro più recente; suono molto equilibrato ed arrangiamenti molto curati, davvero un ottimo set seppur breve. A seguire un altro trio, stavolta formato da Mrs. Maeve Donnelly al violino, Mrs. Maire Ni Ghrada alle pipes e dall’arpista Mrs. Eilìs Lavelle (la presenza dell’arpista, non annunciata, è stata notevole) ed infine lo straordinario duo di Brian McNamara (pipes) e l’arpista Grainne Hambly, a mio avviso uno dei set più riusciti di questa edizione del WKPF: la differenza dei volumi tra i due strumenti è davvero forte, ma vuoi per la bravura del tecnico del suono vuoi per la capacità di controllo del volume soprattutto di McNamara l’equilibrio è stato perfetto ed il repertorio dedicato prevalentemente a quello arpistico ha presentato arrangiamenti di brani risalenti addirittura al 17° secolo e di Turlough O’Carolan con l’immancabile “O’Carolan’s Welcome”.

Poi di corsa alla Chiesa Presbiteriana di Armagh dove si sono esibiti in serie pipers di tre generazioni, dagli allievi – e che allievi! – del Pipers Club a Maestri del calibro di Sean Potts, Maire Ni Ghrada e Kevin Rowsone (brillante la sua “O’Carolan’s Welcome”). Insomma, questa edizione del festival ha evidenziato se ce ne fosse stato bisogno, come il mondo della tradizione popolare in questa parte d’Irlanda è ancora vivissimo e l’interesse anche da parte dei giovanissimi è davvero notevole; la mattina infatti, nella stessa Chiesa gli alunni delle scuole di Armagh hanno assistito con grande attenzione all’esibizione di artisti tra i quali Nico Berardi che ha ancora una volta affascinato i ragazzi con i suoni ed i racconti della sua zampogna pugliese, sconosciuta a queste latitudini.

Sabato mattina dedicato alla visita dello splendido Dunluce Castle, sulla costa nord dell’Ulster e naturalmente della vicina distilleria del Bushmill, tappa assolutamente obbligata per gli appassionati….

Tornando al festival, l’evento più atteso era, almeno per chi vi sta raccontando la cronaca del festival, quello in programma sabato sera al Market Place Theatre Main Auditorium, ovvero la presentazione del progetto di collaborazione tra musicisti bretoni, irlandesi ed iraniani. Procedo in ordine però perché l’apertura della serata era stata affidata ai Tyst, overo un settetto di pipers di grande livello tra i quali Finlay McDonald, Ross Ainsle e Calum MacCrimmon che una “potenza di fuoco” davvero impressionante hanno aperto questa straordinaria serata. Poi finalmente, ecco l’evento, il progetto al quale hanno partecipato Emer Mayock alle uilleann pipes, Niall Vallely alla concertina, Sylvain Barou alla cornamusa bretone ed alla zurna tuuca (un oboe il cui suoni ricorda il biniou o la ciaramella) e Mohsen Sharifian con la cornamusa iraniana e Mohammad Jaberi con i suoi tamburi a cornice. Teatro “sold out”, pubblico al solito curioso ed attentissimo per un interessante e convincente progetto cha con intelligenza ha combinato le tradizioni bretoni ed irlandesi con quelle mediorientali attraverso composizioni originali naturalmente ispirate alla tradizione. A mio avviso questo è un progetto che nonostante i problemi di tipo logistico legate alla difficoltà di ottenere i visti di uscita dalla Repubblica Islamica d’Iran ha potenzialmente un grande futuro; le prove del gruppo non sono state lunghe come i musicisti ed in primis Niall Vallely avrebbero voluto ma l’entusiasmo, la voglia di collaborare e la produzione di un suono equilibrato assieme come detto alla bellezza delle composizioni ha dato come risultato un interessantissimo set. Speriamo di avere notizie di altri concerti di questa formazioned in futuro, chiisà, anche un disco. La conclusione della riuscitissima serata affidata a due musicisti di gran classe, il magico duo di Martin Hayes (violino) e David Power (uilleann pipes), un set di danze che difficilmente il pubblico dimenticherà, degna conclusione davvero. Vi confido che la serata non è esattamente terminata al teatro ma nel confortevole “The Hole in the Wall”, antica prigione di Armagh trasformata sapientemente in pub con una infuocata session alla quale ha partecipato anche Loic Blejean.

Peccato la domenica pomeriggio non aver potuto assistere al concerto pomeridiano dedicato alle famiglie, ovvero le famiglie di pipers: Vallely, Keane, Potts e Rowsome. Spero esista una registrazione ………..

Alla prossima edizione, la ventisettesima.

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 1

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2019 parte 1

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26^ edizione. 14 – 17 novembre. Armagh, Co. Armagh, Irlanda.

di Alessandro Nobis

Armagh, la città capitale dell’omonima contea nell’Ulster, è solitamente un posto tranquillo, poco trafficato soprattutto quando si fa buio, ma se vi trovate lì a metà novembre vi capiterà di notare piccoli gruppi di persone che camminano a piè sospinto. Alcune di loro portano strane custodie a tracolla o a mano, altre seguono le prime, spostandosi da un pub ad un teatro, da un palazzo ad una delle chiese, da un albergo ad un altro pub, da una scuola elementare ad una di musica. E’ “il popolo del festival”, del “William Kennedy Piping Festival” che anche quest’anno per la ventiseiesima volta ha catalizzato musicisti ed appassionati della musica tradzionale ed in particolare che coinvolge gli aerofoni a sacco, cornamuse, zampogne, uilleann pipes o come vengono chiamate negli angoli più nascosti del mondo. Si perché mai come quest’anno ad Armagh è stata una “Babilonia” di lingue e di suoni: irlandese, pugliese, scozzese, farsi, macedone, italiano, galiziano, tedesco, francese, spagnolo, bretone e naturalmente inglese, lingua “ponte” per la gente del festival.
Molti gli eventi in programma – quasi un 24h di cornamuse – ma, come dicevo in sede di presentazione (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/09/24/william-kennedy-piping-festival-armagh-irlanda-14-17-nov-2019-seconda-parte/) se non siete degli “hooligans” delle cornamuse, potete scegliere di girare un poco l’Uster e di ritornare ad Armagh per assistere ad alcuni di essi.

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NICO BERARDI. Foto di Erica Nobis

Noi abbiamo iniziato da dove “tutto ebbe inizio” ventisei anni fa, ovvero nella sede del benemerito Armagh Pipers Club, con “The World of Piping” la prima scorpacciata di aerofoni a sacco suonati da musicisti provenienti da Scozia, Iran, Italia, Macedonia e Galizia. Senz’altro da sottolineare per primo, se non altro per motivi campanilistici, i set del pugliese Nico Berardi con la sua zampogna polifonica da lui creata e con il repertorio fatto di scritture originali come “Il Viaggio” e soprattutto con ”Onde” scritta originariamente per vibrafono e contrabbasso e proposta ad Armagh in duo con il pianista Caoimhin Vallely e quello del macedone Stefce Stojkovski, bravissimo sia alla gaida, al kaval ed al tambura, un cordofono suonato in questa occasione ad imitazione della cornamusa, ovvero con due corde nel ruolo di bordone e le altre due a costruire la melodia.

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BRIGHDE CHAINBEUL & SOPHIE STEPHENSON

Qui al WKPF il pubblico è sempre attento, sempre curioso verso le musiche alloctone come quelle del virtuoso piper iraniano Mohsen Sharifian con il suo strumento simbolo della cultura tradizionale dell’Iran meridionale; un set breve purtroppo per l’assenza del percussionista  – i due strumenti vanno suonati assieme – bravamente sostituito dal battito delle mani degli astanti, sempre a tempo naturalmente. Dalla vicina Scozia la piccola cornamusa di Brighde Chainbeul che ha accompagnato la bravissima danzatrice di step dance Sophie Stephenson (splendida esecuzione di un strathspey abbinato ad un reel) e dalla Galizia iberica Edelmiro Hernandez del cui set voglio assolutamente segnalare il set di tre “muneras” tradizionali ed originali. Alle 22, tutti alle session musicali ed alcoliche del Red Ned’s Bar, fino alla fine della individuale resistenza fisica …….. splendido inizio: ottima musica, nuove conoscenze, finalmente qualche pinta di quelle giuste.

continua …………….

 

GABBY FITZGERALD “Elizabeth Née Ellis”

GABBY FITZGERALD “Elizabeth Née Ellis”

GABBY FITZGERALD “Elizabeth Née Ellis”

Autoproduzione. CD, 2019

di Alessandro Nobis

29994-1024x918.jpgQuesto brillante “Elizabeth Nee Ellis” è la seconda autoproduzione del piper dublinese Gabriel “Gabby” Fitzgerald che segue il precedente “Black Dog Island” del 2017. Veramente considerare Fitzgerald solamente un “piper” è del tutto limitante nei suoi confronti: l’appellativo di polistrumentista e compositore sono a mio avviso i termini più adatti a definire questo musicista irlandese che nei panni di specialista delle uilleann pipes evidentemente si sentiva un po’ sacrificato. Ottimo piper, ma anche un ottimo songwriter ed un altrettanto ottimo suonatore di bouzouky e flauto, di armonica a bocca, mandolino e chitarra. Anche se in queste registrazioni si fa accompagnare da musicisti ospiti, l’impressione è che dal vivo sia perfettamente in grado di presentare il programma di questo lavoro, dedicato alla madre, nella maniera più efficace possibile.

Mi piace definire “Elizabeth Nee Ellis” una sorta di compendio della musica irlandese dei nostri giorni per la varietà delle tipologie musicali che Fitzgerald ha con grande sensibilità messo assieme: il canto narrativo, la ballata autobiografica di “Down on my street” e di “My suitcase and me”, c’è l’ispirazione della tradizione in “Tribute to Liam O’Flynn” e di “Stariling Murmurations” c’è il brano in due parti, il più significativo del disco che a mio modesto avviso riflette perfettamente il lavoro di Gabriel Fitzgerald, un tributo alla madre Elizaberth Née Ellis: la prima parte è una evocativa slow air magistralmente eseguita alle pipes, la seconda con le ulleann accompagnate dal bozouky in una suite di una Marcia e della Jig “Flight to Eternity” che racconta il “passaggio” della madre.

E’ vero, Gabby Fizgerald non è ancora conosciuto in Italia, ma può essere preso come esempio del folto numero di musicisti irlandesi che svolgono un lavoro egregio di nuova composizione e tradizione al momento lontani dallo sfolgorante music-business: clubs, piccoli festivals, uso intelligente dei social: scoprirlo per me è stato un grande piacere e se anche voi avrete un po’ di curiosità sarete d’accordo con me.

https://www.facebook.com/gabby.fitz1?fref=search&__tn__=%2Cd%2CP-R&eid=ARAaZnmGqfM8jE8iMYKnp9enCbzy7jAP_iL-2DG03PUch8g11cLyJt3rOQahfDD2J-Kg3D745fTD3Tqi

 

www.gabbyfitzgeraldmusic.com