LÚNASA “Lúnasa”

LÚNASA “Lúnasa”

LÚNASA “Lúnasa”

AUTOPRODUZIONE. CD, 1998

di alessandro nobis

Passata l’epopea delle leggendarie band del folk revival come Planxty, Clannad, Bothy Band, De Danann (per citarne alcuni) o la fase più significativa dei Chieftains che tanto avevano dato in termini di ispirazione alle giovani generazioni di musicisti irlandesi e non solo, a metà degli anni novanta si formano i Lúnasa grazie alla convergenza di musicisti inglesi e naturalmente irlandesi, alcuni provenienti da giovani e ottimi gruppi come Flook o Grada. Lúnasa ha saputo nel corso degli anni rappresentare il simbolo migliore della tradizione musicale d’Irlanda, acclamato ed apprezzato in tutto il mondo – naturalmente anche in Italia – per l’energia trasmessa, la scelta del repertorio e la compattezza del suono ed il suo groove grazie alla presenza del contrabbasso che anche dei Clannad era un tratto caratteristico. Nel 1998 quindi i Lúnasa pubblicano in modo autonomo questo loro primo omonimo album dopo tre anni di prove e di session; della prima formazione fanno parte il piper John McSherry, il contrabbassista Trevor Hutchinson, il chitarrista Donogh Hennessey, il flautista Mike McGoldrick ed il violinista Sean Smith, una line-up molto diversa da quella attuale nella quale degli originali sono presenti solo Smith e Trevor Hutchinson.

Non tutti brani provengono dalla tradizione irlandese, nella scaletta sono presenti preziose riletture di autori francesi, bretoni, scozzesi oltre ad un brano – scelta inedita per un gruppo irlandese – di tradizione klezmer, mi limito a citare le riletture di Phil Cunningham (qualcuno se lo ricorderà con il fratello Johnny nei Silly Wizard) con lo slow reel “Hogties” abbianto a due jigs tradizionali, dello straordinario chitarrista francese Pierre Bensusan in “The Last Pint” con in grande evidenza i flauti di McSherry e di Mike McGoldricke del bretone Gillet Le Bigot di “Mì Na Samhna” splendidamente eseguita dalle pipes di John McSherry e dalla chitarra di Donogh Hennessey. Del materiale irlandese cito due brani, la splendida “Lord Mayo”, una marcia inserita nella raccolta di O’Neill aperta da McSherry con il supporto della chitarra, ed il reel scritto dal grande Frankie Gavin, “Alice’s Reel” che qui è abbinato al tradizionale fling una forma musicale legata alla Scozia “Terry Cuz Teehan’s“, composta da Terry Teehan, suonatore di concertina e di accordeon emigrato a Chicago alla fine degli anni venti e scomparso nel 1989 ricordato anche per la sua umanità nel accogliere immigrati irlandesi appena arrivati oltreoceano indicando loro i luoghi dove ricevere una primo aiuto da altri irlandesi: un grande suonatore ed un grande uomo quindi.

Disco magnifico che dava già una chiarissima misura del valore dei Lúnasa, un valore rimasto assolutamente inalterato nel tempo nonostante i cambi di line-up.

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

AIDAN CONNOLLY “The Portland Bow”

Raelach Records. CD, 2021

di alessandro nobis

Dico subito che questo disco del violinista dublinese Aidan  Connolly non è “solamente” un viaggio nel ricchissimo repertorio che la storia della musica tradizionale irlandese ha sviluppato, e continua a farlo, nei secoli. E’ lo specchio degli interessi musicali del violinista che vanno oltre comprendendo temi a danza iberici e nordamericani alloctoni rispetto alla sua appartenenza alla cultura irlandese. Una delle esperienze fondamentali nella sua preparazione musicale è senz’altro quella vissuta da giovanissimo presso la Craobh Naithí, una branca del Comhaltas Ceoltoiri Eireann che si occupa dal 1976 della formazione dei giovanissimi musicisti interessati alla musica popolare, ed un’altro importante interesse di Connolly è quello rivolto allo studio di volumi, manoscritti e della musica registrata su supporti come i 78 giri a partire dagli anni Venti.

Questo suo bellissimo e vario “The Portland Bow” come detto raccoglie brani della tradizione irlandese come, per citarne due, il set di reels “The Holly Bush / Pepin Arsenault / O’Connors Jenny Bolrin” accompagnato dal pianoforte di Jack Talty  e gli slides “Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny’s / The Weavers” (il primo presente in una registrazione del ’37), eseguito in trio con l’apporto di Talty e el bouzouky greco di Ruairi McGorman, vicino ad altri come la jota ispanica “El Gujar” con una bella parte di bozouky ed il set di mazurche “Queiles / Do Velho / Valseiro” della zona di Saragozza (la prima), dall’Argentina (la seconda, una ballata qui in versione strumentale) e dal repertorio del gruppo Berroguetto.

Interessante scoprire nuove etichette discografiche indipendenti come questa Raelach Records (www.raelachrecords.com) di Jack Talty, un piccolo catalogo di autentiche perle che saggiamente dà spazio a nuove interpretazioni della musica popolare come quelle contenuti nei lavoro della band Eriu (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), un’etichetta che può essere considerata a pieno titolo come la casa di giovani talenti che si discostano in modo diverso dai canoni più puri del folk irlandese, un possibile futuro per questa musica.

Complimenti sinceri.

www.aidanconnolly.com

GOOGLE ENGLISH:

I immediately say that this record by the Dublin violinist Aidan Connolly is not "only" a journey into the very rich repertoire that the history of Irish traditional music has developed, and continues to do, over the centuries. It is the mirror of the violinist's musical interests that go beyond including Iberian and North American dance themes that are alien to his belonging to Irish culture. One of the fundamental experiences in his musical preparation is undoubtedly that lived when he was very young at Craobh Naithí, a branch of the Comhaltas Ceoltoiri Eireann which has been involved since 1976 with the training of young musicians interested in popular music, and another important interest of Connolly is the one aimed at the study of volumes, manuscripts and music recorded on media such as 78s starting from the 1920s.
This beautiful and varied "The Portland Bow" as mentioned collects songs from the Irish tradition such as, to name two, the set of reels "The Holly Bush / Pepin Arsenault / O'Connors Jenny Bolrin" accompanied by Jack Talty's piano and slides "Over the hills and far away / Johnny Mick Dinny's / The Weavers" (the first present in a recording of '37), performed in trio with the contribution of Talty and Ruairi McGorman's Greek bouzouky, alongside others such as the Hispanic jota "El Gujar" with a nice part of bozouky and the set of mazurkas "Queiles / Do Velho / Valseiro" from the Zaragoza area (the first), from Argentina (the second, a ballad here in instrumental version) and from the repertoire of the Berroguetto group.
Interesting to discover new independent record labels such as this Raelach Records (www.raelachrecords.com) by Jack Talty, a small catalog of authentic pearls that wisely gives space to new interpretations of popular music such as those contained in the work of the band Eriu (https: // ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/14/suoni-riemersi-ensemble-eriu-stargazer/), a label that can be fully considered as the home of young talents who differ in a different way from the purest canons of Irish folk, a possible future for this music.
Sincere congratulations.
www.aidanconnolly.c

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

SUONI RIEMERSI: BOYS OF THE LOUGH “Farewell and Remember Me”

Lough / Shanachie Records. LP, 1987

di alessandro nobis

Questo ellepì del gruppo scoto irlandese è il secondo, dopo “Welcoming Paddy Home” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/02/01/suoni-riemersi-the-boys-of-the-lough-welcoming-paddy-home/) che si avvale delle uilleann pipes di Christy O’Leary e del pianoforte di John Coakley, entrambi irlandesi, che raggiungono il violinista delle Shetland Aly Bain, il suonatore di concertina e di plettri Dave Richardson dalla regione scozzese del Northumberland e l’altro irlandese, il flautista Cathal McConnell; “Farewell and Remember Me” è un altro lavoro straordinario che conferma la qualità della proposta musicale in termini di scelta del repertorio e del modo di proporlo con arrangiamenti eccellenti e godibilissimi anche dal pubblico poco avvezzo all’ascolto della musica popolare scozzese (e irlandese) e che confermò all’epoca la statura di una band che aveva già registrato con grande regolarità la bellezza di tredici album a cominciare dal disco eponimo del 1973 (e Dick Gaughan faceva parte del gruppo).

Il suono dei Boys of the Lough è sempre stato tutto sommato diverso dalle altre formazioni scozzesi, soprattutto per l’assenza dell’arpa e delle highland bagpipes ed il repertorio di questo bel disco presenta una selezione di musiche e di canzoni tradizionali inserite sia in raccolte storiche che provenienti delle regioni di appartenenza dei componenti del gruppo. Non potevano mancare vista la loro straordinaria importanza brani tratti dalla raccolta stampata nella prima decade del 19° secolo di O’Farrell “Pocket Companion for the Irish Union Pipes”, ossia il walzer (“The Waterford Waltz”) abbinato a “The Stronsay Waltz” raccolto da Richardson a Stromness nelle isole Orcadi, e da quella di Francis O’Neill (“Music of Ireland”) dalla quale il piper O’Leary interpreta “Den Bui”, jig di apertura del disco abbinato ad altre due jigs, il primo dal repertorio del grande violinista del Donegal Tommy Peoples e “Lark in the Morning” imparato dal piper dalla madre di un altro grande suonatore di cornamusa irlandese, Willie Clancy.

Infine voglio citare la ballad irlandese risalente al 1790 “An Spalpin Fanach”, in una versione del Connemara che racconta di un lavoratore disoccupato che vaga di villaggio in villaggio alla ricerca di un lavoro.

Uno dei dischi dei Boys Of The Lough da avere assolutamente, a mio parere.

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. Parma, 6 novembre 2021”

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. Parma, 6 novembre 2021”

DA REMOTO: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY

“Parma, 6 novembre 2021”

di alessandro nobis

Anche in Italia, in quel di Parma, il 6 novembre si è celebrato l”International Uilleann Piping Day” ed è stata un’edizione di livello notevole non solamente per la presenza del Maestro Mick O’Brien ma anche, e soprattutto, per la passione e la competenza del nugolo di appassionati, pipers e non della “I.U.P.A.” (Italian Uilleann Pipers Association) che ha così bene costruito la serata tra musica ed informazione, naturalmente legata alle Union Pipes ed alle Uilleann, loro derivazione. Uno strumento che in Irlanda ha avuto un grande sviluppo a partire dagli anni sessanta e settanta quando il numero di musicisti aumentò grazie ad organizzazioni come la Na Píobairí Uilleann (grazie alla quale O’Brien è arrivato a Parma) dedicate allo studio ed al recupero della tradizione irlandese e soprattutto al nasce del movimento del folk revival che fece conoscere questa musica in tutto il mondo, dal Giappone a Cuba, dall’Italia al Nord Europa.

La serata è stata aperta dal trio formato da Mick O’Brien, Nicola Canovi e Gregorio Bellodi con due set di danze, il primo costituito da una marcia bretone composta dall’abate Augustin Conq (“Gwir Bretoned”)  e da due reel dal repertorio del suonatore di concertina Tony McMahon (“The Lady’s Cup of Tea” e “Merry Blacksmith”) ed il secondo è stato un doveroso omaggio a Paddy Moloney ovvero il valzer composto dall’arpista cieco Turlough O’Carolan (“Bampire Squire Jones”), da “An Seanduine” (la melodia di un canto narrativo gaelico) e da “O’Sullivan March”, cavallo di battaglia dei Chieftains dedicato all’ultimo leader del dell’omonimo Clan irlandese; una bella apertura, forse di breve durata ma il desiderio di ascoltare O’Brien nella sua prima performance solista italiana ha imposto questa scelta. Altrettanto piacevole della parte musicale è stata quella didattica gestita brillantemente da Nicola Canovi: la descrizione dello strumento nelle sue parti, la storia di questo strumento i suoi protagonisti da Johnny Doran a Willie Clancy, da Liam O’Flynn a Paddy Moloney.

Ecco quindi il set tanto atteso di Mick O’Brien (che, tra l’altro, nei giorni scorsi si è esibito ad Armagh nel prestigioso William Kennedy Piping Festival), che ha iniziato con due hornpipes arrangiati dal repertorio di concertina di Tony McMahon. Il repertorio presentato ha compreso brani raccolti e trascritti da O’Farrell nel suo “National Irish Music for the Union Pipes” che raccoglie melodie raccolte sia in Irlanda che in Inghilterra alla fine del XVII° secolo; inoltre O’Brien ha presentato una slow air “The Love of my heart” (dalla raccolta di O’Neill) e due reels suonati con il tin whistle, lo strumento propedeutico alle pipes irlandesi. Tecnica perfetta, grande senso interpretativo e capacità descrittiva necessaria per presentare il repertorio e lo strumento a quelli tra i convenuti che poco o nulla conoscevano di questa musica, ed in questo la serata è a mio avviso perfettamente riuscita. La musica irlandese, con il suo fascino e la sua storia ha da quella sera a Parma raccolto nuovi aficionados, ne sono certo.

Ciliegina sulla torta per la soddisfazione generale è stato il finale con gli allievi di Mick O’Brien e lo stesso musicista dublinese, ossia Francesco Brazzo (Bolzano), Antonmarco Catania (Milano), Michele Bresciani (Mantova), Rino Lorusso (Bari), Matteo Rimini (Forlì), Jacopo Alessandri (Ravenna), Mauro Crisostomi (Roma), Simone Capodicasa (Torino), Gregorio Bellodi (Modena) e Fabio Rinaudo (Savona).

Complimenti anche al Comune di Parma che ha accettato “al buio” – come Canovi ha spiegato ad inizio serata – questa celebrazione.

Magari è solo l’inizio di una fattiva collaborazione.

JOHN GLATT “THE CHIEFTAINS · The Authorized Biography”

JOHN GLATT “THE CHIEFTAINS · The Authorized Biography”

JOHN GLATT “THE CHIEFTAINS · The Authorized Biography”

Edizioni Capo Press. Pagg.331, 15,88 x 26,04 cm, 1997

di Mauro Regis

Nessun gruppo o musicista, come i Chieftains, è riuscito a rappresentare e ad essere immagine della propria terra. Nessun gruppo o musicista, come i Chieftains, è riuscito con la sola musica a superare i confini ed i generi musicali, per andare ad eseguire dal vivo od a registrare in studio con culture e stili tanto diversi fra loro.

I Chieftains han suonato alla Casa Bianca, a Washington, ed han suonato lungo la muraglia cinese, han suonato con sconosciuti musicisti galiziani, con stars della musica country americana e del rock anglo americano, da Sting ai Rolling Stones, da Joni Mitchell a Frank Zappa, hanno avuto Van Morrison frequente ospite e l’hanno accompagnato in un tour europeo, e persino attori americani del valore di Jack Nicholson li annoverano orgogliosi fra i loro migliori amici. Al gruppo di Dublino rimane, forse, solo l’incisione di un disco di classici del rock’n’roll in compagnia di Bruce Springsteen, e di brani della tradizione americana con Bob Dylan, per poi poter dire di avere completato un’opera universale.Scorrere l’indice del libro, dove sono contenuti i nomi che compaiono nel testo, significa rivedere, in una lista impressionante, uno dietro l’altro i nomi più illustri ed apprezzati della musica degli ultimi quarant’anni, che in gran parte hanno suonato fianco a fianco con i nostri eroi.

Il libro, naturalmente in inglese, perché nessuno, fino ad oggi ha ritenuto interessante tradurlo in italiano, è scorrevole, e si legge quasi d’un fiato, tanto il suo racconto è avvincente. John Glatt ha raccolto infinite interviste con i componenti del gruppo, e con chi, musicista, tecnico, od anche solo occasionale presenza, ha avuto la possibilità di dividere, più o meno a lungo, il proprio tempo con Paddy Moloney e soci. E’ così che nasce la storia della vecchia Irlanda, splendidamente immortalata nella fotografia dell’orchestra condotta da Sean O’ Riada, e del gruppo che poco alla volta nasce, cresce e prende forma. Musicisti se ne vanno, ed altri arrivano, sino a raggiungere l’attuale sestetto, quello sicuramente più longevo dell’intera storia del gruppo. La band di una città diviene, poco a poco, ambasciatore di una musica e di una terra nel mondo intero, dagli Stati Uniti alla Cina, per ritornare poi alle proprie radici, recuperando quell’unico spirito che unisce terre lontane come l’Irlanda e la Galizia.L’inserto fotografico (solo sedici pagine, ma ricche di curiosità) ci regala un Paddy Moloney d’annata (non più di dieci anni), che molti anni dopo scherza con il senatore Ted Kennedy, ed inedite immagini del gruppo e dei suoi singoli componenti.

Ma è il racconto la parte più avvincente dell’opera, naturalmente.

Ritratti dei molti personaggi che hanno attraversato, come protagonisti od anche solo come comprimari, la storia della band, lasciando un segno indelebile, o più spesso, subendone il fascino e l’influenza musicale.Ci sono vere e proprie piccole storie nella grande storia del gruppo, come il racconto del capodanno 1981, quando, non invitato e non riconosciuto, si presentò a casa Moloney, a festeggiare, Jack Nicholson, o scherzi che solo l’acuto Paddy Moloney riesce ad offrire in ogni occasione, di fronte agli austeri commensali ed alti dignitari cinesi, come lungo la grande muraglia. Ma ci sono anche momenti di profonda ed intensa commozione, quando il gruppo, e Kevin Conneff, in particolare, stringono con Frank Zappa una straordinaria amicizia, proprio in coincidenza degli ultimi anni di vita del maestro americano, tanto che “The Green Fields Of America“, eseguita dalla sola voce di Conneff, divenne una delle canzoni favorite di Zappa, che spesso l’ascoltava in compagnia della moglie Gail negli ultimi tempi prima di morire, e che la volle fra i brani a colonna sonora delle proprie esequie.

Questo libro ci restituisce l’immagine più bella e più vicina di un grande gruppo musicale, che a dispetto della celebrità e del segno lasciato nella storia della musica, non disdegna, alla fine dei concerti, di fermarsi con i propri fans, a firmare autografi ed a scambiare strette di mano, lasciando nere limousines ed insuperabili servizi d’ordine ad altri artisti che, chiamati proprio dai Chieftains, si sono sentiti onorati di un simile coinvolgimento, a conferma che, per una volta, la statura artistica e quella umana vanno davvero di pari passo.

Pubblicato sul mensile Folk Bulletin nel 2002. La foto è di Mauro Regis scattata a Merano nell’agosto del 2011

SUONI RIEMERSI: RÉALTA “Open the Door for Three”

SUONI RIEMERSI: RÉALTA “Open the Door for Three”

SUONI RIEMERSI: RÉALTA “Open the Door for Three”

Autoproduzione. CD, 2012

di alessandro nobis

Con la benedizione di John Brian Vallely, fondatore del prestigioso William Kennedy Piping Festival e dell’Armagh Pipers Club, i Réalta nel 2012 pubblicano in modo del tutto autonomo questo splendido disco d’esordio; al tempo la formazione era a “tre” con una particolarità davvero inusuale, la presenza di ben due uilleann pipers, peculiarità anche dei Sean Nua (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/07/12/suoni-riemersi-sean-nua-the-open-door/) che vantavano nelle loro fila John McHugh e JoeMcKenna.

Oltre ai due piper Conor Lamb (anche ai flauti) e Aaron O’Hagan (anche lui ai flauti ed al bodhran) c’è la bravissima cantante, fine chitarrista e suonatrice di bouzouky Deirdre Galway il cui apporto nelle dinamiche nel mantenimento dell’equilibrio del gruppo è veramente fondamentale.

Il repertorio comprende brani provenienti da antiche raccolte di musica irlandese come “Dance Music of Ireland” di Francis O’Neill (1848 – 1936), da una raccolta di Robert Cinnamond (1884 – 1968) e “Collection of Irish Music for the Union Pipes” di Patrick O’Farrell (1792), dal repertorio del piper di Loughrea Patsy Tohey (1865 – 1923) oltre che da composizioni di autori meno conosciuti: da quella di Cinnamond è tratta la ballata “Gathering Mushrooms” con il canto evocativo di Dreidre G. che si accompagna con il bouzouky, da quella di O’Neill lo slip jig che apre il disco “Open the Door for Three” con un arpeggio di chitarra che espone la melodia ed un convincente arrangiamento per low-whistle e per le pipes che si sovrappongono, e splendido il set di reel e slip jigs “The Exile Jig / The yellow Stocking” di P. Touhey (il primo) e della raccolta di O’Farrell (il secondo). Notevoli, anzi splendidi il set March / Reel di “Tuamgraney Clastle / The Rathcrogan Reel” con due pipes e la chitarra che esegue la parte ritmica e la slow air “Sliabh Geal gCua” eseguita dalle due cornamusr.

Disco d’esordio che lascia il segno sin dal primo ascolto per una band che si è imposta come una delle migliori in circolazione; noi che siamo dei suoi fan aspettiamo il loro terzo lavoro che avrà una importante novità rispetto alle due produzioni precedenti, ovvero la presenza del piper francese Loïc Blejean – con la band dal 2018 –  in luogo di Aaron O’Hagan. Di Blejean voglio infine ricordare la collaborazione con i Fratelli Boclè nello straordinario “Rock The Boat” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/11/bocle-bros-rock-the-boat/).

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2021

DALLA PICCIONAIA: WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2021

WILLIAM KENNEDY PIPING FESTIVAL 2021

Armagh, Co. Armagh, Ireland 18 – 21 novembre 2021

di alessandro nobis

The William Kennedy Piping Festival returns!”: così inizia il comunicato stampa che annuncia il ritorno del festival dedicato al suono delle cornamuse più importante e più “vecchio” del mondo, visto che questa è la sua ventisettesima edizione. Il Covid-19 ha impedito di realizzare l’edizione 2020 ma l’Armagh Pipers Club ha cercato con tutti mezzi di dare al Festival una sorta di ri-partenza, quasi un nuovo inizio con una edizione limitata rispetto a quelle degli anni precedenti soprattutto per le difficoltà ad ospitare musicisti provenienti da Europa ed altri continenti. Limitata dicevo solamente sotto solo questo aspetto, perché anche quest’anno, dal 18 al 21 novembre gli appuntamenti sono di grande livello sia per ciò che riguarda il fondamentale aspetto didattico, e sappiamo che questa è una delle mission dell’Armagh Pipers Club, che concertistico.

Dal ’94 i migliori pipers sono passati dal Festival e quest’anno con le limitazioni sanitarie l’attenzione è stata intelligentemente rivolta ai cornamusisti irlandesi con qualche eccezione dalla vicina Scozia, dalle Asturie ispaniche e dalla Francia.

Il via sarà venerdì 19, alle 18:00 presso la sede del Club, con una comunicazione di Louise Mulchany sul ruolo delle donne “pipers” nei secoli XVIII° e XIX° al quale seguirà alle 20:00 nella Chiesta Presbiteriana il primo dei tre concerti previsti i cui protagonisti saranno lo scozzese Mike Katz, con un passato nella leggendaria Battlefield Band, José Manuel Tejedor, Pádraig McGovern dalla Contea di Leitrim e lo straordinario duo formato dall’arpista Laoise Kelly e dal piper Tiarnán Ó Duinnchinn che già nell’edizione del 2016 avevano presentato il bellissimo primo loro lavoro in duo (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/13/laoise-kelly-tiarnan-o-duinnchinn-ar-lorg-na-laochra/).

Sabato 20 alle 17:00, nella stessa Chiesa Presbiteriana di Armagh concerto del Goodman Trio (Mick O’Brien, Emer Mayock & Aoife Ní Bhriain), dei francesci Morvan (Sébastien Lagrange & Quentin Millet), la cantante Diane Cannon proveinente dall’area gaelica del Donegal ed infine Alana MacInnes, piper originaria dell’Isola di Uist nelle Ebridi Esterne.

L’ultimo degli appuntamenti musicali di questa edizione si terrà domenica 21 alle 15:30 all’Armagh City Hotel: a chiudere ancora straordinari musicisti come Louise Mulchany, Cillian Vallely dei Lunasa ed il dublinese Mikie Smyth; a chiusura lo straordinario ensemble dell’Armagh Pipers Club e ospiti, mi piace immaginare e sono convinto sarà così.

Oltre la musica da ascolto, come da copione presso la sede del club, numerosi workshop sul canto tradizionale, sull’arpa irlandese, sull’accordeon e sul canto tradizionale tenuti dagli stesso prestigiosi musicisti ospiti del festival e soprattutto la “WKPF Piping Academy” (che si terrà all’Armagh Hotel) , corsi di perfezionamento per i pipers i cui insegnanti saranno Padraig McGovern, Tiarnán Ó Duinnchinn, Cillian Vallely, Emer Mayock, Louise Mulcahy, Mick O’Brien & Mikie Smyth.

Peccato che, a parte la necessità di esibire il passaporto per passare il confine, le non restrizioni sanitarie varate dal governo di B.J. non diano sicurezze sufficienti – e non ci saranno ad esempio le consuete session nei pubs di Armagh per le notizie in mio possesso –,  quindi quest’anno non saremo della partita; un vero peccato perchè il programma è proprio interessante.

www.wkpf.org.

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. PARMA, ITALIA 6, NOVEMBRE 2021

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY. PARMA, ITALIA 6, NOVEMBRE 2021

DALLA PICCIONAIA: INTERNATIONAL UILLEANN PIPING DAY

“Parma, 6 novembre 2021”

di alessandro nobis

Il 6 novembre verso l’imbrunire e ovunque vi troviate sentirete uno strano “rumore” nell’aria, un suono che molti di voi non avranno mai sentito e che imputerete all’inquinamento acustico: non c’è di che preoccuparsi, è che in quel giorno i suonatori di cornamuse irlandesi di tutto il mondo si metteranno comodi sulla loro sedia preferita e suoneranno slow airs, jigs, reels, hornpipes e quant’altro appartenga al repertorio di questo straordinario strumento che identifica più dell’arpa la tradizione musicale d’Irlanda e che vanta appassionati musicisti, ed altrettanti uditori, in tutto il pianeta tanto da essere inserita nel patrimonio UNESCO. In Spagna, ad esempio, la “Asociación Ibérica de la Gaita Irlandesa” organizza l’evento a Bajo in Galizia, come altri gruppi lo organizzano a Porto Rico, Valencia, in Australia, negli Stati Uniti, in Indonesia, Cile e Argentina per fare solo alcuni esempi e naturalmente in prima fila c’è l’Irlanda con il Na Píobairí Uilleann International Uilleann Piping di Dublino che promuove e patrocinia questo importante avvenimento..

Anche l’Italia vanta un nugolo di suonatori di questo strumento da decine di anni (ricordo tra i pionieri nostrani Fabio Rinaudo, Massimo Giuntini e Maurizio Serafini) e nel 2014 il piper Nicola Canovi ed amici hanno fondato I.U.P.A., acronimo di Italian Uilleann Pipers Association che come è facilmente intuibile si è data il compito di divulgare, insegnare ed organizzare scambi “musicali” con i più autorevoli pipers irlandesi.

Novembre sembra quindi davvero essere il mese delle cornamuse (dopo un paio di settimane ad Armagh nell’Ulster si terrà la 26° edizione del William Kennedy Piping Festival) e quindi recarsi nella bellissima Parma per l’evento del 6 è un ottimo inizio; straordinario è l’ospite che Canovi ha invitato e che suonerà anche al WKPF di Armagh, un piper dublinese tra i più interessanti in circolazione e la cui fama ha da tempo oltrepassato i confini irlandesi e continentali: Mick O’Brien. Il suo concerto sarà alle 18:00 presso la Casa della Musica di Parma (Piazzale San Francesco 1), e sarà preceduto alle 17:00 da una interessante lezione sulla storia secolare delle uilleann pipes nella quale è facile immaginare che non mancheranno esempi musicali. Le mattinate del sabato 6 e di domenica 7 novembre saranno dedicate da un workshop tenuto dallo stesso O’Brien presso lo spazio “Leo Van Moric” (Viale Antonio Gramsci, 17/e).

Per partecipare all’evento, che si terrà presso la Casa della Musica è necessario prenotare il posto sulla piattaforma www.vivaticket.com anche se l’ingresso sarà gratuito.

DALLA PICCIONAIA: Pádraig Ó Maoldomhnaigh (1938 – 2021)

DALLA PICCIONAIA: Pádraig Ó Maoldomhnaigh (1938 – 2021)

DALLA PICCIONAIA: – Pádraig Ó Maoldomhnaigh / Paddy Moiloney (1938 – 2021)

di alessandro nobis

Purtroppo Paddy Moloney se ne è andato l’11 ottobre, lasciando un enorme senso di tristezza in tutto l’ambiente della musica tradizionale non solo irlandese visti il grande rispetto e l’enorme popolarità che i Chieftains dalla metà degli anni settanta godettero in tutto il mondo. Affermare che il merito principale del piper dublinese è stato quello di esportare per primo, con il gruppo, il patrimonio tradizionale d’Irlanda è a mio avviso quantomeno riduttivo: Moloney è stato un piper ed un suonatore di tin whistle di grande livello ed ha saputo cercare e trovare nell’immenso repertorio del folk di tradizione orale e nei repertori a stampa gemme e tesori di grande valore.

Molti appassionati tra il quale chi scrive hanno conosciuto il suono delle uilleann pipes alla metà degli anni settanta quando il britannico Mike Oldfield lo invitò come unico ospite alle registrazioni del suo terzo album “Ommadawn”, molti altri conobbero invece la musica dei Chieftains attraverso uno dei capolavori cinematografici di Stanley Kubrick, “Barry Lyndon” dove la slow air “Women of Ireland”, presente già sul loro quarto album del ’73 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/12/23/suoni-riemersi-the-chieftains-4/)come la B-Side “Morning Dew”,  fu pubblicata su 45 giri anche in Italia. Fatto sta che il suono del gruppo, prima del lungo periodo di collaborazioni con musicisti di tutto il mondo, era davvero particolare per l’assenza di strumenti a plettro che invece erano la peculiarità e la novità della stragrande maggioranza delle band irlandesi di quegli anni.

La passione per la musica gli fu probabilmente trasmessa dalla nonna materna che viveva nella Contea di Laois, e come spessissimo accade in Irlanda il primo strumento che prese in mano fu il tin whistle anche la svolta nella sua vita musicale furono le lezioni che il grande Leo Rowsome gli impartì alla scuola di musica del Leinster; più migliorava il suo stile, più ascoltava anche gli altri maestri delle generazioni precedenti tra i quali ricordo solamente Seamus Ennis e Tommy Reck. Vivendo a Dublino entrò in contatto da giovanissimo, a ventidue anni, con un altro Maestro della tradizione irlandese, il compositore e clavicembalista Sean O’ Riada che lo volle nel suo gruppo che da lì a poco si trasformò nel Ceoltóirí Chualann, considerato da tutti l’ensemble che diede il via per primo allo studio ed alla riproposizione della musica irlandese in tutto il Paese.

Del Ceoltóirí Chualann facevano parte oltre naturalmente a Paddy Moloney, Martin Fay, Sean Potts e Michael Turbridy ovvero il nucleo dei futuri Chieftains, gruppo nato nel 1962 per un solo disco realizzato su richiesta della label dublinese – recentemente acquistata da una major – Claddagh Records (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2020/02/05/suoni-riemersi-the-chieftains/), etichetta nella quale Moloney ebbe per qualche tempo anche un ruolo gestionale.

Resta il mio rammarico, ma credo di essere in ottima compagnia, che Paddy Moloney non abbia mai inciso un album di solo uilleann pipes, registrandone invece uno peraltro magnifico in compagnia di Sean Potts come duo di tin whistles (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/09/24/suoni-riemersi-paddy-moloney-%c2%b7-sean-potts-tin-whistles/).

A dispetto delle intenzioni iniziali, i Chieftains sono rimasti attivi per sei decenni e le loro produzioni non sempre vennero giudicate positivamente dai puristi.

Ma questa è tutt’altra storia.

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “Planxty”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “Planxty”

SUONI RIEMERSI: PLANXTY “Planxty”

Polydor Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Il primo disco dei Planxty ha avuto nella storia del folk revival irlandese ma a mio avviso in quello dell’Europa Continentale un impatto decisivo, e questo per almeno un paio di ragioni: la prima per la cura e l’innovazione negli arrangiamenti che prevedevano l’utilizzo di strumenti e quindi di sonorità nuove per i cultori del folk irlandese più ortodosso come il bozouky e gli strumenti a plettro in generale e la seconda per la produzione di materiale nuovo scritto seguendo la tradizione portato da tutti i componenti ovvero Liam O’Flynn, Andy Irvine, Christy Moore e Donal Lunny ed a ciò aggiungo che il loro sguardo era rivolto anche altrove dalla cui tradizione pescheranno in seguito “gemme” riarrangiate con grande maestria provenienti dai repertori d’oltreoceano e balcanici.

All’autore dell’ottimo volume “The Humours of Planxty”, Leagues O’Toole (Hodder Headline Ireland, 2006), Liam O’Flynn racconta: “Il materiale del primo album fu il risultato dell’apporto che ognuno di noi mise sul tavolo. E molto materiale fu portato, che fu ben valutato e selezionato. Io portai quattro strumentali, Christy ed Andy portarono quattro canzoni ciascuno e Donal assunse le vesti di direttore artistico”. “Sì, lui ebbe quel ruolo” annuisce Andy; “lui e solo lui aveva la capacità di ascoltare il suono dell’intera band mentre suonava. Personalmente trovavo questo per me impossibile da fare, quando suonavo mi isolavo totalmente.”

Questo disco che si può definire iconico e seminale contiene brani che hanno sempre identificato i  Planxty come l’arrangiamento di “Raggle Taggle Gipsy”, brano dell’Irish Traveller John Reilly, o i due composti da Turlough O’Carolan ovvero “Planxty Irwin” e “Seabeg and Seemore” (una versione diversa rispetto a quella apparsa su 45giri) con uno splendido arrangiamento dove le pipes di O’Flynn suonano sopra gli intrecci dei plettri). Tra le ballate naturalmente voglio citare “The Blacksmith” a chiusura dell’album, l’antimilitarista “Arthur McBride” proveniente dalla Contea di Donegal con la voce solista di Irvine (ballata raccolta da P.W. Joyce ai primi del Novecento e che fa riferimento ai reclutamenti forzati per la Prima Guerra Mondiale) e “Sweet Thames” omaggio al grande Ewan McColl che la compose per una riduzione radiofonica di una versione londinese di “Giulietta e Romeo”.

Forse non il migliore lavoro in studio dei Planxty, personalmente sono molto affezionato a “The Woman I Loved so Well (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/01/19/suoni-riemersi-planxty-the-woman-i-loved-so-well/) ma comunque di sicuro una pietra miliare del nuovo folk irlandese.