AMENDOLA MANRING ZORZI “Facanapa & Umarellas and the World Wide Crash”

AMENDOLA MANRING ZORZI “Facanapa & Umarellas and the World Wide Crash”

AMENDOLA MANRING ZORZI “Facanapa & Umarellas and the World Wide Crash”

KUTMUSIC RECORDS CD, 2017

di Alessandro Nobis

“Facanapa & Umarellas and the World Wide Crash” vede come protagonisti il batterista Scott Amendola, il bassista Michael Manring ed il chitarrista Roberto Zorzi anticipando di qualche mese l’altrettanto splendido “Nella Terra dei Frippi” in compagnia di Boris Savoldelli e Massimo Barbiero (qui la recensione del concerto poi pubblicato in CD sempre da Kutmusic https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/03/03/dalla-piccionaia-savoldelli-barbiero-zorzi-trio/). Musica improvvisata, la definirei personalmente quasi “post free rock” per alcuni richiami evidenti ad alcuni lavori di Fred Frith o di Henry Kaiser (del resto sono due tra i musicisti che più hanno influenzato lo stile di Zorzi), che cattura l’attenzione sin dalle prime battute di “Colors Of Susan”, brano di apertura di Country Joe McDonald che qui gode di una quasi impensabile e sorprendentemente nuova vita (mi sono venute in mente lì per lì le interpretazioni di “Dark Star” del californiano Kaiser).

51IlHZQ3lMLE’ vero, si tratta di musica improvvisata, ma che in questa occasione l’abilità dei tre strumentisti, la loro inventiva ed il reciproco rispetto viene resa piacevole e lontana dai luoghi comuni che accompagnano questo linguaggio musicale. Termini l’ascolto di “Facanapa ……” e ti accorgi di non avere incontrato momenti particolarmente complessi, anzi, puoi direttamente fruire della costruzione e della condivisione sonora dei brani e ti viene la voglia di riavviare il dischetto per capire meglio cosa succede.

Zorzi negli anni si è costruito a piccoli passi evidentemente una notevole credibilità e reputazione come musicista se due mostri sacri come Amendola e Manring hanno deciso di incidere questa musica in sua compagnia. La conferma di quanto detto viene da oltreoceano, dalla rivista “Something Else Review” che ha giudicato questo lavoro in trio come la migliore registrazione del 2018 nella sezione “Avant Garde & Experimental” (http://somethingelsereviews.com/2018/02/11/roberto-maria-zorzi-michael-manring-scott-amendola-facanapa-umarells-world-wide-crash-2018/); come si legge nell’articolo, quando una leggenda della sperimentazione chitarristicaHenry Kaiser afferma che “ci sono due cose che apprezzo di più quando ascolto qualsiasi tipo di musica, restare sorpreso ed ascoltare cose che non ho mai sentito prima. Ecco quello che ho provato ascoltando questo disco” significa che bisogna prestare molta attenzione verso questo lavoro.

A questo punto mi aspetto di vedere all’opera il trio dal vivo, magari in Italia. Staremo a vedere.

 

 

 

 

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ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

ULAID & DUKE SPECIAL “A note let go”.

AUTOPRODUZIONE. CD 2017

di Alessandro Nobis

Si pone spesso il problema di come utilizzare i preziosissimi materiali d’archivio della cultura popolare, siano essi in relazione o meno con la tradizione musicale per riuscire nella preziosa missione di farli conoscere al pubblico interessato: trascrivere i testi e le musiche per pubblicarli, stamparne copie anastatiche, studiarli, rivederli, arrangiarli e suonarli in modo vengano apprezzati da un ancora maggiore fetta di pubblico? Alla Biblioteca Centrale di Belfast ad esempio si trova tra gli altri il poderoso archivio raccolto dallo storico ed antiquario, oltre che avvocato, Francis J.Bigger (1826 – 1927) riguardante in gran parte le folk songs e la musica tradizionale irlandese; ecco che quindi nasce l’idea di collaborazione tra il pianista e songwriter di Belfast Duke Special ed il prestigioso trio Ulaid formato da Dònal O’Connor (violino), il piper e flautista John McSherry – tra l’altro bellissimo il suo Seven Suns – (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2017/01/09/john-mcsherry-seven-suns/) ed il chitarrista Seán Og Graham. Ne nasce un meraviglioso ritratto dedicato alla storia di Belfast narrato attraverso le folk songs alcune provenienti dall’archivio Bigger, altre originali, registrato dal vivo nel gennaio del 2017; tra gli strumentali “Little Italy”, dedicata al quartiere italiano di Belfast dove trovarono rifugio molti emigranti abbinata a “The Fooded Road To Glenties” ed a “The Half Bap”, set eseguito alla perfezione con grande passione dai quattro musicisti. Tra le folk songs segnalo ”Claudius”, adattamento di una poesia accreditata a Ierne ed appartenente alla raccolta “Literary Remains of the United Irishmen of 1798” che ci racconta della crudeltà di John Claudius Beresford distintosi per la cruda repressione degli oppositori politici nella rivolta del 1798 ed il brano di apertura, “The Poet’s Mission” una rielaborazione di una lirica di Ernest C. Jones (1919 – 1869) contenuta nell’archivio Bigger nella quale l’autore invita alle “armi” poeti e scrittori dell’epoca a giocare il proprio ruolo nella gestione politica dell’epoca quando il voto in Inghilterra ed Irlanda era riservato alle classi più abbienti.

Disco magnifico dove coesistono in perfetto equilibrio conservazione, studio, rielaborazione e riproposta del materiale d’archivio: si chiama “rispetto e amore per la propria terra”.

http://www.ulaidmusic.com

DOMENICO CERASANI “The Raimond Manuscript”

DOMENICO CERASANI “The Raimond Manuscript”

DOMENICO CERASANI “The Raimond Manuscript: Libro De Sonate Diverse.”

Brilliant Classics Records. CD 2017

di Alessandro Nobis

Registrato due anni fa e pubblicato nel 2017, questo lavoro racchiude parte del repertorio scritto dal lombardo Pietro Paolo Raimondo, nobile comasco vissuto nato presumibilmente dopo il 1578 e spentosi nel 1647; non era propriamente un musicista e compositore “professionista” (all’epoca pochi lo erano), ma ha lasciato di sé un importante Fondo conservato alla Biblioteca Civica di Como costituito da 69 brani composti per il liuto ad otto cori. Di questo corpus il liutista abruzzese Domenico Cerasani ha scelto una ventina di brani ai quali ha aggiunto composizioni dei più noti Francesco Da Milano, Filippo Piccinini, e Giovanni Da Palestrina e dei meno noti – almeno allo scrivente – Vincenzo Pinti e Lorenzo Tracetti.

Al di là della purezza e brillantezza dell’esecuzione e del grande fascino che costantemente mi riserva l’ascolto della musica per cordofoni, ciò che mi preme sottolineare è l’alto valore storico e didattico che questo prezioso lavoro – come altri pubblicati dalla Brilliant Classics ma non solo – ha per la ricerca e lo studio di compositori poco noti al grande pubblico che vanno via via a completare il panorama della musica per liuto italiana composta in quel periodo, davvero stupefacente per quantità e qualità.

Questa musica ha a mio avviso tutte le potenzialità per essere gradita al pubblico che desidera farsi un’idea di com’era la vita in quel periodo nell’Italia Settentrionale, e possa accompagnare lo studio e la lettura de “I Promessi Sposi” ambientati temporalmente e geograficamente nei luoghi abitati da Pietro Paolo Raimondo. Magari qualche insegnante di Letteratura italiana potrebbe integrare alcune pagine manzoniane all’ascolto di queste musiche senza tempo ……. pia illusione?

Un ulteriore plauso infine va a questa etichetta che dimostra ancora una volta come si possa produrre musica di alto livello proponendola a prezzi davvero abbordabili (circa € 7,00).

CIRCOLO MANDOLINISTICO SAN VITO DEI NORMANNI “Dopobarba”

CIRCOLO MANDOLINISTICO SAN VITO DEI NORMANNI “Dopobarba”

CIRCOLO MANDOLINISTICO SAN VITO DEI NORMANNI  “Dopobarba”

KOROMUNY Records. Cd, 2017

di Alessandro Nobis 

Questo è il primo, bellissimo album registrato dal Circolo Mandolinistico di San Vito dei Normanni e testimonia la passione, la sincerità, la verve, la professionalità e la vivacità della scena mandolinistica pugliese che nei decenni è riuscita a conservare e perpetuare repertori che fino a non molti anni fa ancora erano eseguiti nelle botteghe artigiane, magari davanti a qualche osteria e nelle barberie durante le pause tra un cliente ed il successivo. Quella delle orchestre, dei circoli, delle suonate tra appassionati e cultori di questo strumento a plettro nelle sue varianti non era infrequente anche in Italia Settentrionale come testimoniano numerosi ricordi e fotografie, almeno per quello che riguarda il veronese, dove vivo. Uno strumento che “subì” anche l’emigrazione, e per fare un esempio cito il caso del calabrese Rudy Cipolla, che nella bottega del padre – barbiere appunto, e sarto – a San Francisco imparò i rudimenti dello strumento fino a diventare riferimento per David Grisman e Mike Marshall, per citarne due.

Il repertorio di questo “Dopobarba: armonie profumare dalle barberie di San Vito di Normanni” è naturalmente vasto nei generi e rispecchia la curiosità, la voglia di misurarsi con le più diverse melodie: musica popolare nel più puro significato etimologico, la musica che la gente fischietta, canticchia, che ascolta alla radio e magari strimpella con la chitarra a casa propria lontano da orecchie indiscrete.

Gli “amici di San Vito”, così li chiamo immaginandoli durante una serata di prove, sono un’orchestra ben affiatata nata nel 1934 grazie ad un’iniziativa del Prof. Francavilla e rinata quindici anni or sono per felice intuizione del Maestro Federico Di Viesto. Oggi le redini le tiene il trentenne Peppo Grassi, diplomato al Conservatorio di Brescia e motore del Circolo; il repertorio è diverso da altre orchestre di mandolini che propongono arie classiche e liriche, ed è arrangiato in modo efficace presentando un menù prelibatissimo che va dalle interpretazioni di canzoni storiche come “Perduto Amore”, “Parlami d’Amore Mariù”, “Vecchio Frack” e “Boccuccia di Rosa” a brani che non ti aspetti come “And I Love her” o “The House of The Rising Sun” (una versione che sembra uscire dal miglior spaghetti western di Leone) vicini a pizziche e stornelli.

Grazie alla Kurumuny che ha pubblicato un’opera di grande valore che spero goda di distribuzione adeguata in modo da raccogliere il consenso di critica e soprattutto del pubblico come merita.

Bellissimo, quasi commovente.

http://www.kurumuny.it

 

TERRA PANE LAVORO  “Canti contadini d’amore e lotta”

TERRA PANE LAVORO  “Canti contadini d’amore e lotta”

TERRA PANE LAVORO  “Canti contadini d’amore e lotta”

KURUMUNY cd, 2017

di Alessandro Nobis

Questo significativo lavoro nato sotto la direzione musicale di Rocco Nigro che coinvolge un consistente numero di musicisti riguarda tematiche, come si evince dal titolo, legate alla dura vita nelle campagne, al lavoro, alla situazione dello sfruttamento bracciantile, alle lotte contro il latifondo ed all’emigrazione nel salentino; tematiche che all’”epoca dei fatti” – ovvero dalla fine del XIX° secolo fino al primo dopoguerra – sembravano destinate all’oblio sono drammaticamente ritornate ad essere attuali viste le condizione di lavoro alle quelli sono costretti sia parte delle popolazioni autoctone che le migliaia di persone emigrate dall’Asia e dall’Africa, subsahariana e non.

E’ un disco veramente ben concepito e realizzato, ed un attento ascolto dei testi – intelligentemente riportati nella inlay card – possono “far male” anche alle coscienze più attente a queste tematiche, ripeto attualissime. Si parte da Gallipoli 1 maggio 1891, Festa dei Lavoratori: il Prefetto di Lecce con un’ordinanza vieta di manifestare in piazza, vieta gli assembramenti, niente cortei ma i socialisti salentini con la scusa della celebrazione della festa di San Giuseppe fanno suonare alla banda e ad un corteo “spontaneo” una canzone clandestina il cui testo era stato fatto distribuire nella totale clandestinità. “Vogliamo lavorare otto ore al giorno / e passare in libertà tutto il resto della giornata”, dice il testo cantato da Dario Mucci con Rachele Andrioli e Antonio Castrignanò, “Sulle terre incolte d’Arneo / Noi porteremo la vita ed il lavoro / darem la terra a tutti coloro / a cui per anni l’agrario negò” urla invece “La ballata delle terre occupate”, terre in mano ai latifondisti e lasciate incolte di proposito, “Aprite tabacchine che state chiuse / un poco d’aria entri per queste ragazze / che per la puzza muoiono rinchiuse / don Cecco i milioni se li prende e se li porta via” descrive le orribili condizioni delle donne costrette a lavorare a porte chiuse nelle manufatture tabacchi: questa l’aria che si respira ascoltando “Terra Pane lavoro”, l’aria della memoria storica e popolare che ci riporta alle condizioni di lavoro, come dicevo, purtroppo spesso attuali. La raccolta dei pomodori per pochi euro lavorando sotto il sole cocente dall’alba al tramonto, il caporalato, la raccolta della frutta nelle caldissime serre, il lavoro delle sartine cinesi nelle cantine delle città, cosa è cambiato dal 1891? Poco o niente per i braccianti agricoli del gradino più basso della piramide socio economica, ed anche per questo il lavoro coordinato da Rocco Nigro (in origine allegato al volume di Luigi e paolo Chiriatti “Terra Rossa d’Arneo. Le occupazioni del 1949 – 1951 nelle voci dei protagonisti”) è a mio avviso importantissimo, si concentra sulle microstorie della terra D’Arneo per spalancare una luminosa finestra sulle condizioni lavorative di centinaia di migliaia di esseri umani “invisibili”.

Naturalmente per chi vuole aprirla, quella finestra.

http://www.kurumuny.it

 

OFFICINA ZOE’ “Live in India”

OFFICINA ZOE’ “Live in India”

OFFICINA ZOE’ “Live in India”

KURUMUNY CD, 2017

di Alessandro Nobis

Questo “Live in India” del gruppo salentino Officina Zoè è stato registrato nel corso di una fortunata tourneè da quelle parti, ed è la testimonianza più pura della potenza e del fascino della musica che questo straordinario ensemble crea oramai da un paio di decenni, dal marzo 1993 ad essere precisi. Officina Zoè è una delle realtà musicali che più hanno avuto il merito di portare alla conoscenza del grande pubblico, attraverso una profonda ricerca sul territorio pugliese nell’ambito della cultura orale, la musica tradizionale contestualizzata alla danza popolare del Salento, la “pizzica pizzica” (“Santu Paulu”) e la cosiddetta “pizzica tarantata”, la prima dedicata al ballo e la seconda derivata dalla pratica del tarantismo e translata al ballo popolare.

Per questo live il gruppo ha selezionato una scaletta intelligentemente diversa dal quella del precedente “Live In Japan”, che comprende temi a ballo e canti, tradizionali e di nuova composizione (“Don Pizzica”) come si conviene a chi affronta sì il patrimonio orale ma contemporaneamente lo porta con sé nel futuro; una vera macchina da guerra live, il sestetto salentino, che poco a poco sta facendo ballare il pubblico dei Paesi più lontani, non solo geograficamente parlando. Con due cantanti straordinarie come Cinzia Marco (ascoltate “Mare D’Otranto Miu”) e Silvia Gallone (“Aremu Rendineddha”, a due voci) ed un’invidiabile quartetto di musicisti come Giorgio Doveri (violino), Donatello Pisanello (organetto diatonico), Luigi Panico (chitarra) e lamberto Probo (tambuti a cornice e voce”), Officina Zoè si pone ancora una volta come autorevolissima portavoce di una dei più ricchi patrimoni tradizionali; l’organicità e l’incidere in un travolgente crescendo dei quattordici minuti dello stupendo “Mamma Sirena”, canto popolare legato al mare che intitolava il precedente lavoro del gruppo, è paradigmatico al lavoro di ricerca e rivitalizzazione dell’ensemble. Ascoltatelo e ne resterete ammaliati.

 

PROGETTO “SECONDO”

PROGETTO “SECONDO”

PROGETTO “SECONDO”

Autoproduzione, Distribuzione EGEA. CD, 2018

di Alessandro Nobis

Il bello di avere il piacere di far parte della giuria del Premio di Loano è anche quello di vedersi arrivare un bel giorno via e-mail le tracce di un disco che non conosci e scoprire un poco alla volta una delle cose più interessanti ascoltate negli ultimi tempi.

“Secondo” è la storia di una missione impossibile (“quasi” impossibile) intrapresa da sette “signori” musicisti di grande duttilità e preparazione (Claudio Zappi l’ideatore del progetto, arrangiatore e clarinettista, Alessandro Petrillo arrangiatore e chitarrista, Milko Merloni al contrabbasso, Gianluca Nanni alla batteria, Enrico Guerzoni al violoncello, Luisa Cottifogli alla voce ai quali va aggiunto il fisarmonicista Simone Zanchini), ovvero quella di voler far uscire la musica da ballo popolare dalla sua autoreferenzialità e schematizzazione, caratteristiche queste tipiche a mio modesto parere appunto dei repertori funzionali alla danza. Il “quid” sono gli spartiti scritti da Secondo Casadei (1906 – 1971) che a partire dagli anni Venti segnò l’epoca del folklore romagnolo, nella fattispecie il ballo liscio, che qui sono quasi “sventrati” e ricomposti da un combo di musicisti provenienti da diverse esperienze che grazie agli splendidi arrangiamenti regalano una inaspettata quanto nuovissima livrea a classici del genere come “Romagna Mia” o “Vandemiadora”; una nuova vita che non ti aspetti perché gli arrangiamenti lasciano solo intuire le “coordinate” dei brani di Casadei, e le tracce delle melodie e degli inserti con i ritmi originali sono amalgamati con il jazz più intelligente, con un interplay di livello davvero alto, “blocchi” improvvisativi che ti fanno saltare sulla sedia facendoti uscire dalla dimensione del folk ed entrare in quella del jazz più attuale. Non credo affatto di esagerare nell’entusiasmo, ma andate ad ascoltare il duetto di apertura voce – clarinetto di “Spigadora” o le architetture del brano di apertura “la Mazurka di Periferia” dove il clarinetto detta il ritmo e la voce ricorda la melodia originale su di tappeto di elettronica per poi trasformarsi in una ballad jazzistica con incroci “prog”.

Tessute le lodi incondizionate, c’è da augurarsi che l’Egea che cura la distribuzione di questo CD lo promuova a dovere come merita, e che quelli che si occupano della direzione artistica dei migliori festival soprattutto jazz abbiano la possibilità di ascoltare “Secondo” e di mettere nel cartellone il settetto.

Ripeto, musica magnifica, intrigante e …. sorprendente.

claudio zappi: clazappi@gmail.com, +39 333 2928772
alessandro petrillo: alessandrotnt@hotmail.com, +39 333 3002245