DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti. 

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

LUCIAN BAN · MAT MANERI · JOHN SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

SUNNYSIDE RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Nativo di Cluj, nel cuore della Transilvania rumena, Lucian Ban è un eccellente pianista innamorato della sua terra, della sua cultura e di conseguenza del monumentale lavoro che Bartok Bela ha raccolto, trascritto e interpretato lasciando un’eredità che come quantità e qualità ha pochi eguali nel mondo; John Surman è uno sperimentatore dei sassofoni e clarinetti considerato uno dei padri della corrente jazzistica formatasi in Europa negli anni Sessanta e protagonista di alcune delle più interessanti pagine incise in questo ambito e l’americano Mat Maneri, dal canto suo, è un violista di grandissime doti, il suo linguaggi si muove tra sperimentazione, musica contemporanea e jazz. Il pianista rumeno ha chiamato “a sé” Surman e Maneri con i quali ha confezionato questo straordinario esempio di come si possa contemporaneamente seguire con rispetto il lavoro di Bartok (ma anche, aggiungo, di Kodaly Zoltan) aggiornando le sue composizioni con suoni e combinazioni sonore più vicine ai nostri giorni. La combinazione pianoforte ·ance ·viola non è per nulla casuale, e si ispira a “Contrast” composta nel 1938 e registrata nel 1940 Bartok assieme a Benny Goodman e Joseph Szigetti, quindi partire dalla tradizione più cristallina per creare qualcosa di nuovo, fare riferimento anche a semplici frammenti bartokiani e svilupparli mantenendo inalterato lo spirito originale. Un progetto complesso ed ambizioso che il trio grazie anche alle esperienze individuali nel campo dell’improvvisazione riesce a realizzare nel migliore dei modi.

Emblematica la melodia natalizia “What a great night is, a Messenger was born”, dove le ance e la viola interpretano nel pieno rispetto lo spartito di Bartok lasciando tutto lo spazio al pianoforte libero nel processo creativo.

Le stupende foto della copertina e del libretto sono di Bela Bartok.

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

BRILLIANT RECORDS, CD 2020

di alessandro nobis

Il liutista di origini abruzzesi Domenico Cerasani, dopo lo splendido lavoro dedicato a Pietro Paolo Raimondi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/13/domenico-cesarani-the-raimond-manuscript/) ci regala un viaggio monografico nella musica di Francis Cutting, compositore e strumentista inglese vissuto nella seconda metà del sedicesimo secolo e conosciuto per la qualità e la bellezza della sua musica, uno dei primi liutisti inglese dei quali si conoscono nome e vicende biografiche, quasi un passaggio, forzando un poco il ragionamento, dalla “leggenda” degli sconosciuti precursori alla “storia” documentata.

Domenico Cerasani ci racconta Francis Cutting in modo estremamente espressivo e profondo compiendo il miracolo di far isolare la mente durante l’ascolto alla ricerca di ricostruire gli ambienti elisabettiani dove questa bellissima musica veniva suonata: non si tratta di un’operazione asettica o di archeologia perché essa ha attraversato i secoli sì nelle raccolte a stampa ma anche incuriosendo le menti migliori di altri mondi musicali. L’esempio a cui faccio riferimento è la sua variazione di “Greensleeves”, una broadside ballad (ovvero stampata su quelli che vengono definiti “fogli volanti”) trascritta per liuto da John Dowland, coevo a Cutting, capace di entrare nei “mondi” del recupero della tradizione (“Morris On”), del jazz (è uno dei grandi classici di John Coltrane), del rock (la versione alla chitarra di Jeff Beck è considerato un autentico “Step” per i chitarristi acustici). Mi hanno saputo emozionare in particolare anche l’interpretazione di “My Lord Willoughby’s Welcome” (attribuita anche a Dowland) e le arie “a danza”: Pavane e Gagliarde, come quella dedicata al poeta, navigatore ed esploratore Sir Walter Raleigh che dedicò un territorio nordamericano – la Virginia – alla Regina Elisabetta.

JACQUI McSHEE & KEVIN DEMPSEY “From there to here”

JACQUI McSHEE & KEVIN DEMPSEY “From there to here”

JACQUI McSHEE & KEVIN DEMPSEY  “From there to here”

MCDEM Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Pur frequentando lo stesso ambiente musicale londinese da molto prima, Jacqui McShee e Kevin Dempsey
pubblicano solo ora questo magnifico lavoro acustico che contiene classici del folk, brani di autore e parecchie canzoni scritte a quattro mani. Jacqui McShee è una delle muse del folk inglese ed è stata componente di quello straordinario quintetto che risponde al nome di Pentangle, il più originale a mio avviso nella ricerca di una nuova dimensione per il folk inglese; Kevin Dempsey è uno dei migliori chitarristi acustici che la scena inglese abbia prodotto (chi siano gli altri lo potete immaginare) ed anche un ottimo cantante e di lui vorrei citare almeno due “presenze”, quella con i Whippersnapper e quella con i Dando Shaft.

MCSHEE DEMPSEY.jpgIn “From there to here” i due nostri eroi si incontrano e danno vita ad un disco che nella sua semplicità, spontaneità, pacatezza e sincerità lascia l’ascoltatore letteralmente a bocca aperta. La voce della McShee ed il sapiente, raffinato quanto ricercato tocco di Dempsey valorizzano al meglio il repertorio proposto che come dicevo in apertura pur essendo caratterizzato da un costante equilibrio sonoro affronta brani di diversa provenienza.

Lasciatemi citare inizialmente la toccante lettura di “Lord Franklin”, una delle più significative e belle ballad di metà Ottocento qui con una breve introduzione di Dempsey, fine cesellatore in tutto il lavoro, ed al suo ascolto mi viene da pensare sia una dedica a John Renbourn che mantenne questo brano nel suo repertorio live per decenni, e la bellezza e semplicità esecutiva di un altro splendido canto narrativo tradizionale appalachiano, dal repertorio dei seminali New Lost City Ramblers ma di origine scozzese incluso nel catalogo Roud con il numero 268: è la storia d’amore di “Jack Monroe”, una ragazza che per seguire il suo amore si traveste da uomo e si imbarca sulla stessa nave di lui, Jackie Frazier (“Jack-A-Roe” è il nome maschile che lei stessa si attribuisce).IMG_9288.jpg Poi davvero interessante la resa acustica di “Nature Boy”, composta da Eden Ahbez (George McGrew) per Nat King Cole nel ’47 (registrato tra gli altri da Lady Gaga), un tributo a Bill Pastor per avergli fatto conoscere la cultura vegana crudista (i Nature Boy erano appunto gli adepti a questa filosofia), e tra i cinque brani originali segnalo “Telephone Lies” cantata da Dempsey (la lontananza anche temporanea dagli affetti familiari) e “Beautiful Island” scritta interpretata da Jacqui McShee con uno splendido accompagnato fingerpicking di Dempsey, pacato ricordo dell’avventura della sua famiglia passata nel ’92 alle Bahamas durante il passaggio dell’uragano Andrew.

Per me questo lavoro è uno dei dischi più significativi della prima metà di questo imprevedibile 2020. Jacqui McShee e Kevin Dempsey saranno probabilmente in Italia in autunno.

Ora attendo con impazienza il nuovo lavoro di Shirley Collins, previsto per l’estate.

Jacqui McShee e Kevin Dempsey saranno probabilmente in Italia in autunno.

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SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

SUONI RIEMERSI: KEITH TIPPETT “Blueprint”

RCA, LP. 1972

di alessandro nobis

Per quelli come me che da adolescenti hanno seguito le gesta del Re Cremisi sin dai loro inizi, questo disco prodotto da Robert Fripp ha aperto, direi spalancato la porta dell’universo del jazz inglese, quello che ha qualche anno aveva già intrapreso un percorso autonomo rispetto a quello d’oltreoceano seguendo invece la rotta delle composizioni originali e soprattutto dei dogmi dell’improvvisazione più radicale. Il leader dei KC aveva sempre avuto una certa attenzione per le pratiche improvvisative (e “Illusion”, la parte centrale di “Moonchild” di “In the Court” ne è una splendida testimonianza soprattutto nelle versione integrale di oltre 12 minuti) ed il nuovo jazz britannico: due anni prima aveva infatti prodotto “Septober Energy” dell’ensemble Centipede che eseguiva composizioni tippettiane, e per “In the Wake”, “Lizard”, “Islands” e “Red” Fripp aveva assoldato parecchi musicisti provenienti dal quell’area come Nick Evans, Mark Charig, Robin Miller e Harry Miller, quest’ultimo del “giro” londinese dei sudafricani. Per le session di “Lark’s Tongue in Aspic”, invitò a far parte stabilmente del gruppo un altro musicista proveniente dal mondo dell’improvvisazione radicale della Company di Derek Bailey, Jamie Muir.R-2126174-1299458675.jpeg

Per questo epocale “Blueprint” il pianista Keith Tippett chiama in studio il contrabbassista Roy Babbington (qualcuno lo ricorderà in una delle formazioni dei Soft Machine e dei Centipede) ed i batteristi Frank Perry e Keith Bailey oltre alla cantante Julie Tippetts dando vita ad un lavoro dichiaratamente di musica improvvisata dove emerge tutta la classe e la creatività di Tippett, in grado di passare in poche battute dal cristallino lirismo a momenti travolgenti, dal tocco delicato all’irruenza percussiva sulla tastiera (il brano di apertura “Song”), coordinate queste che ancora oggi sono il suoi tratti distintivi specialmente nelle esibizioni e registrazioni in solo. Paradigmatica direi “Dance” (Tippett – Perry – Tippetts – Babbington) per la sua costruzione: la prima parte con le percussioni che con il contrabbasso assecondano la liricità degli accordi del pianoforte, la seconda con un breve solo di percussioni ed i sovracuti del contrabbasso che introducono la chitarra acustica ed i vocalizzi con il pianoforte che sale e sale ……. Splendido.

A questo “Blueprint” seguirà l’anno seguente un altro importante lavoro, “Ovary Lodge”, il trio con Frank Perry e Roy Babbington. Sempre Prodotto da Robert Fripp.

The sounds are acoustic. No electronics are involved” (Robert Fripp)

All music on this album is improvised” (Keith Tippett)

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

SOSTIENE BORDIN: THE DUKES OF STRATOSPHEAR “Psonic Psunspots”

VIRGIN RECORDS. LP, 1987

di cristiano bordin

“È stato sconvolgente pensare che gli ascoltatori preferissero queste finte personalità alle nostre stesse personalità”. Così dichiarò Andy Partridge, leader degli Xtc, uno dei gruppi inglesi più importanti e prolifici dalla esplosione del punk fino agli anni ’90.

Eppure andò più o meno davvero così.

I Dukes of Stratosphear fu un’ avventura, un travestimento in quelli che erano gli abiti preferiti della band: quelli degli anni ’60 della psichedelica inglese e americana.

Strumenti d’ epoca, pseudonimi – Partridge era sir Jon Johns – due sole sessions per ogni brano. Una boccata d’aria fresca per una band che ha conosciuto il successo ma anche mille traversie e alla fine ha raccolto meno di quanto ha seminato.

I Dukes of Stratosphear iniziano nell’85 con “25 o’clock”. La data di uscita spiega molto: il primo aprile. Ma succede l’imprevedibile: con sole 5 mila sterline di budget l’album vende il doppio di “Big express”, firmato Xtc, uscito l’anno prima. E allora perché non riprovarci?

Il budget raddoppia e il miracolo si ripete “Psonic psunspots” vendera’ più di “Skylarking”, uscito l’anno prima, il 1986, che pure è uno dei dischi più belli fatti dagli Xtc.

Il gioco riesce per la seconda volta e gli ingredienti sono la classe e la creatività della band, il saper fondere radici e passioni musicali con la propria personalità.

Non è da tutti giocare ad armi pari coi Beatles o con i Byrds ma alla fine dipende sempre da chi ci gioca. E Partridge è soci se lo possono permettere.

Bellissima copertina in puro stile psichedelico, un titolo che sembra una frase di Età Beta e 10 brani uno più bello dell’altro che si incastrano perfettamente tra passato, gli anni ’60, e il presente, gli’ 80. “Vanishing girl”, “Shiny cage”, ” sono ballate psichedeliche perfette e senza tempo. “Have you seen Jackie”, “You’re a good man Albert Brown” sono delicati omaggi alla psichedelica inglese: Tomorrow, Bonzo Dog Band. “Caleidoscope”, “You’re my drug” rappresentano in pieno il progetto Dukes of Stratosphere tra richiami beatlesiani – e il fantasma dei Beatles ha accompagnato tutta la vicenda degli Xtc – echi barrettiani e richiami ai Kinks. Se mettiamo insieme questo album a “Skylarking” non si può che concludere che quegli anni tra il 1986 e l’87, sono stati tra i migliori della band di Swindon.

Ma il gioco Duke of Stratosphear finirà presto.

Per un incidente orribile con un sorbetto” dichiarò Partridge con humour britannico.

Ma “Psonic Psunspots” resta qualcosa di più di uno scherzo: un album che funziona adesso come allora è che funzionerà sempre.

THE DUKES OF STRATOSPHEAR: SIR JOHN JOHNS (Andy Partridge): voce, chitarra – THE RED CURTAIN (Colin Moulding): basso – LORD CORNELIUS PLUM (Dave Gregory): tastiere, chitarra – E.I.E.I. OWEN: batteria

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SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC “God”

SOSTIENE BORDIN: RIP RIG & PANIC  “God”

Virgin Records. doppio 12 pollici, 1981

di cristiano bordin

In principio era il Pop Group. Due album essenziali per capire i percorsi e le potenzialità del post punk, “Y” e “For how much longer do we tolerate mass murder” per un percorso brevissimo  che terminò nel 1980 riprendendo  poi solo con la reunion di 35 anni dopo.

Nel 1980, con la fine del Pop Group, inizia una specie di diaspora dei musicisti che ne facevano parte.

imagesMark Stewart fonda i Maffia e prosegue lavorando   sul versante dub/industrial collaborando con diverse etichette, la On U Sound tra le altre, e con moltissimi musicisti.

Simon Underwood, bassista del Pop Group, forma invece i Pigbag e si spinge sul lato più funky della band originaria. Gareth Sager, chitarrista ma anche sassofonista, e Bruce Smith, batterista, mettono insieme a questi altri suoni  spaziando un po’ ovunque  e raccolgono altri musicisti: il pianista Mark Springer e una cantante poco più che sedicenne e allora sconosciuta, la  figlioccia di Don Cherry, Neneh Cherry.

Parte così l’avventura dei Rip Rig & Panic.

L’esordio è un anno dopo la fine del Pop Group, il 1981 con un album chi si intitola “God”.

Un album strano per la scelta del formato, un doppio 12 pollici che gira a 33. Quattro facciate  identificate con altrettanti colori: rosso, giallo, verde e blu. Sono passati 38 anni da questo esordio ma “God” è un album che ha ancora parecchie cose  da dire, un album che ad ogni ascolto sarà sempre capace di rivelare  qualche particolare nuovo. Insomma un album che non invecchierà mai. Riascoltandolo, o continuando ad ascoltarlo nel tempo, stupiscono due cose: l’autorevolezza, la sicurezza, la grande tecnica dei musicisti, tra l’altro giovani, e l’originalità del progetto. Avventurarsi su queste strade è rischioso ma chi suona ha metabolizzato l’esperienza del Pop Group e vuole continuare su quel percorso aggiungendo influenze, suggestioni e richiami.

Nel 1981 “God” era un disco davvero molto avanti rispetto a quei tempi: esplorava percorsi apparentemente  quasi contraddittori, metteva insieme suoni molto diversi ma che alla fine risultavano coerenti e assolutamente comprensibili anche se il percorso tanto facile non era. Ma la musica di “God” per quanto eclettica riusciva a stupire e a comunicare sia con chi allora ascoltava post punk sia con chi ascoltava jazz- e dal jazz prendono infatti  il nome rifacendosi ad un brano di Roland Kirk- sia con chi ascoltava black music.

L’esordio dei Rip Rig & Panic è il classico disco a cui dare un’etichetta è un’operazione oltre che sbagliata, sostanzialmente inutile. Chitarra, piano e sax con una padronanza e una fantasia incredibile, esplorano sentieri che partono dal funk per arrivare al jazz arrampicandosi in fraseggi free con un attitudine in certi punti ruvida e tribale, “Knee deep in shit” ad esempio,  in altri, “Howl caged bird”  quasi funanbolica. Ma non mancano momenti di compostezza e di rigore  jazzistico se pensiamo al piano di Springer in “Blue bird third” o in “Change your life“. Come non mancano i richiami alla musica africana ed atmosfere che addirittura anticipano l’hip hop . La voce di Neneh Cherry, quando compare, poi è una sorpresa.

La storia della band proseguirà con altri due album, “I am a cold”, in cui suona anche  Don Cherry,  e il conclusivo “Attitude” che esce nel 1983. “God”, senza togliere nulla agli due di altissimo livello entrambi, è l’album di esordio che quindi ha quel pizzico di incoscienza e di potenza in più. E che quasi 40 anni dopo resta un capolavoro.

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

SOSTIENE BORDIN: JOHN PEEL (1939 – 2004)

di Cristiano Bordin

image.pngIl 30 agosto avrebbe compiuto 80 anni: purtroppo però John Peel se ne è andato per colpa di un infarto quando era in vacanza a Cuzco, in Perù, nel 2004 quando di anni ne aveva solo 65. E’ stato molto di più di dj radiofonico, ha attraversato per intero la musica rock in tutte le sue varianti dal dopoguerra al nuovo secolo tanto che  Brian Eno lo raccontò così:” Si trovava veramente al centro di tutto. E’ stata il primo  ad aver capito che la musica era un luogo dove le persone si sarebbero incontrate tra loro. E lui è diventato il centro di tutte quelle conversazioni”. Oggi, per la rivoluzione che hanno avuto  l’approccio e il modo di fruire della musica un personaggio così sembra quasi una leggenda. E infatti una leggenda John Robert Parker Ravenscroft, questo il suo vero nome,  lo è stato per davvero. Dj radiofonico lo diventò in Usa dove si trovava con il padre nel 1960  grazie alla esplosione dei Beatles che erano di Liverpool come lui.  image.pngCavalcando la beatlemania inizia a lavorare in varie città e in varie radio per fare ritorno in Inghilterra nel ’67 quando lo assume la Bbc dopo la sua esperienza ad una radio pirata londinese, Radio London dove si era imposto alla attenzione generale con il suo programma “Perfumed garden”. Non gliene fregava nulla delle classifiche e dei singoli: in scaletta metteva quello che gli piaceva spaziando dalle Mothers of Inventions ai Jefferson Airplane, da Captain Beefheart al blues senza dimenticarsi dei Misunderstood  una delle sue band preferite dell’epoca. In piena libertà. Ma le radio pirata dovettero chiudere e la Bbc era lì che non aspettava altro che assumerlo. Prima “Night ride” poi “Top gear” e infine “The John Peel show” furono i suoi programmi in cui Peel dava fondo a tutto il suo eclettismo, a tutta la sua immensa cultura musicale e a tutta la sua curiosità. In scaletta c’era di tutto e nel suo studio ci passano tutti d a David Bowie a Bob Marley, lanciò i King Crimson e trasmise  per intero “Tubolar bells” di Mike Oldfield  che divenne un successo da milioni di copie anche grazie a lui. Dalla metà degli anni ’70 inizia un’altra avventura  che lo rese famoso, le Peel sessions: registrazioni dal vivo di 4 o più brani di band famose come di gruppi all’esordio. image.pngDi Peel session- molte pubblicate poi dalla sua etichetta, la Strange Fruit- ne condusse circa 4 mila e nel suo studio passarono qualcosa come 2 mila musicisti. Tra cui i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Bob Marley, i Pink Floyd, Tim Buckley  e più tardi Siouxsie and the Banshees ancora senza contratto così come capitò agli Xtc, i Joy Division, gli Smiths e i Nirvana. E soprattutto i Fall, una delle sue band preferite, invitati una trentina volte. Ci furono mai ospiti italiani nei suoi programmi? Si, capitò alla Pfm, con due sessions nel ’73, e ai catanesi Uzeda, che incidevano per la Touch & Go, nel ’94 e che dimostrano quanto era attento alle novità e quanto coraggio e quanta  apertura mentale avesse. E anticonformista lo era anche nella vita e gli piaceva scherzare: il suo secondo matrimonio lo celebrò  sulle note di “You’ll never walk alone” inno del Liverpool di cui era tifosissimo tanto da interrompere durante una trasmissione  “Love will tear us apart” dei Joy Division  per esultare per un gol dei reds. E al suo funerale a fare da colonna sonora ci fu “Teenage kicks” degli Undertones: quando gliela mandarono la trasmise 2 volte  di fila dicendo “Non c’è niente di meglio di questo”. Ha attraversato 40 anni di musica John Peel, ha visto il declino del rock e l’inizio di un cambiamento epocale come la digitalizzazione. Ma sempre con ironia e senza reducismi lui che li ha visti, intervistati, ospitati praticamente tutti. “Ho avuto una sfortuna sfacciata- ha detto in un’intervista-  tutto quello che volevo l’ho avuto: una moglie meravigliosa, una casa in campagna, un impiego in radio. Cascassi morto domani mattina non potrei lamentarmi di nulla. A parte che mi perderei il nuovo album dei Fall”.

SOSTIENE BORDIN:

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/08/16/sostiene-bordin-the-stranglers-rattus-norvegicus/)

(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2019/07/12/sostiene-bordin-king-crimson-live-arena-di-verona-8-luglio-2019/)

 

 

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

DUCK BAKER QUARTET “Coffee for Three”

COPEPOD RECORDS. CD, 2019

di Alessandro Nobis

Questo recentissimo “Coffee for Three”, registrato in compagnia di Alex Ward, clarinetto, John Edwards, contrabbasso e Steve Noble alla batteria contribuisce a rafforzare un’immagine diversa del chitarrista della Virginia Duck Baker, molto diversa da quella associata al talento di questo musicista, ovvero quella del performer solista che affronta i più diversi repertori della musica del Novecento americano. Agli ascoltatori più attenti tuttavia, nelle registrazioni  in studio (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/07/02/duck-baker-trio/) e nei concerti, non sarà certamente sfuggita la direzione che questo straordinario personaggio stava intraprendendo da qualche anno, direzione sempre più legata all’improvvisazione soprattutto a quella costruita all’interno di standard del jazz come ad esempio quelli di Monk (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/03/10/duck-baker-plays-monk/).

Profondo conoscitore della “materia” nei suoi più reconditi e sconosciuti interpreti ed autori, Baker ci aveva ache regalato un capolavoro come il disco dedicato alle musiche di Herbie Nichols, ed ora con questo quartetto – e con le sue scritture – ci regala quello che a mio avviso è uno dei suoi lavori più riusciti, e che sorprenderà molti dei quali hanno seguito le sue tracce dagli anni Settanta. Qui troviamo due emblematiche improvvisazioni collettive, ovvero “Vorpmi Xetrov” 1 e 2 (i titoli letti al contrario suonano come “Vortex Improv” 1 e 2) e sei composizioni dove l’interplay e l’improvvisazione scaturisce all’interno di strutture scritte da Baker. Insomma se volete addentrarvi nel mondo dell’improvvisazione idiomatica e non-idiomatica e volete scoprire un Duck Baker “diverso”, questo è il disco che fa per voi. Mai ripetitivo, mai noioso ma al contrario sempre in grado di offrire spunti all’ascoltatore.

Mi auguro fortemente che questo progetto sia preso in considerazione da chi organizza festival e rassegne jazz nel nostro Paese che hanno assolutamente bisogno di “aria fresca”.

www.duckbaker.com

www.copepod.co.uk