COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

Bootleg. LP, 1997

di alessandro nobis

Negli anni Settanta avevamo così fame di musica dal vivo su disco che qualsiasi “bootleg”, con vinile di qualsiasi qualità ed altrettanto qualsiasi qualità di registrazione riusciva a sfamarci. Pertanto rimasi colpito quando trovai in un negozio veronese, e questo parecchi anni or sono e quindi in piena era compact disc, questo ellepì dei Colosseum di Jon Hiseman che mi ricordò per filo e per segno, anche per l’etichetta totalmente bianca, quei “bootlegs” quasi inascoltabili. Qui comunque la qualità è decisamente decente per i parametri di mezzo secolo fa, e appena sufficiente per quelli odierni dove spesso purtroppo conta di più la qualità della registrazione che quella della musica.

Siamo nel novembre del 1970 a Brema quattro mesi prima della registrazione del loro leggendario doppio ellepì “Live” (18 e 27 marzo del ’71) per un concerto organizzato e presumo anche trasmesso all’epoca dalla benemerita emittente “Radio Bremen” che ogni tanto pubblica qualche sua registrazione (Nucleus, Clannad e Planxty per fare tre esempio); i Colosseum sono qui nella loro migliore line-up, quella con Chris Farlowe per capirci, ed il disco propone quattro brani, due tratti da “Daughter of Time”, uno da “The Grass is Greener” e “Tanglewood ‘63” presente sul già citato doppio. Una facciata riporta la registrazione dell’immancabile “Lost Angeles” in una proto-versione aperta da Dave Greenslade al vibrafono e “Tanglewood ‘63” con uno splendido assolo di organo e con la ritmica Hiseman – Clarke che introduce il lungo e brillante “solo” di Heckstall-Smith al tenore al quale aggiunge il soprano in pieno stile “Roland-Kirk”, quindi con il doppio sassofono. L’altra facciata, sembrerebbe la prima, contiene come detto due brani di “Daughter of Time”, album coevo a questo concerto; “Downhill and Shadows” è uno slow blues composto da Hiseman, Clempson e Tony Reeves – il primo bassista della band – con un efficacissimo assolo di chitarra ed una interessante improvvisazione dove si intrecciano tutti i componenti del sestetto e che chiude sul riff di “Spoonful” di Willie Dixon, e “Take me Back to Doomsday” di Greenslade, Hiseman e Clempson è una ballad aperta dal pianoforte e si contraddistingue per gli assoli del bravissimo Heckstall-Smith e di Clem Clempson. Performance davvero notevole, registrazione non perfetta ma, come dicevo sopra, quello che conta è la sostanza, e qui ce n’è davvero tanta.

Una curiosità: la copertina riporta un ritratto del gruppo, ma manca uno dei componenti.

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

Tree of Life Productions. CD, 2019

di alessandro nobis

Nel “radar” del promoter Gigi Bresciani da quando nell’87 pubblicò l’ottimo esordio “Repairs & Alterations” per la Run River Records, la songwriter inglese Felicity Buirski un paio di anni or sono ha pubblicato questo ottimo “Committed to the Fire” a conferma del suo talento nella scrittura, nel modo di porgere la sua musica e nelle scelte timbriche che valorizzano la sua brillante e delicata ma decisa voce.  In realtà le registrazioni risalgono a più di una decina di anni or sono e la loro pubblicazione fu procastinata a causa di un grave incidente automobilistico che ebbe una forte influenza sulla vita e quindi sulla carriera di Felicity Buirski.

Ascoltando il suo songwriting mi pare chiara l’influenza di Leonard Cohen sul suo modo di scrivere musica, e lo stesso Cohen rimase impressionato non tanto da questo, ma piuttosto dalla qualità delle canzoni che in modo ahimè così parco – per noi estimatori – escono dalla sua penna: il valzer di “TheMutual Sigh” racconta la battaglia perenne tra i sessi, risalente al giardino dell’Eden, chiedendone il suo termine e finalmente la parità, “Like a Phoenix” racconta attraverso una metafora della morte, del salvamento e della resurrezione, il brano di apertura “Collision of Desire” con un ruolo importante della chitarra slide di Micheal Klein è una canzone d’amore, il brano eponimo che chiude questo ottimo lavoro è una ballata acustica con una bella melodia il cui testo mistico racconta della resa, dell’abbandono nelle mani di Dio e della Fede in attesa della rinascita spirituale.

Ora che presto sarà possibile ascoltare finalmente musica dal vivo, attendiamo il suo ritorno nei club e nelle rassegne e festival italiani. Il più presto possibile.

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

Voiceprint Records. CD, 2018

di alessandro nobis

Anche se qui non c’è il “Dream Team” al completo del leggendario doppio ellepì live del ‘71 (qui il chitarrista Clem Clempson è la voce solista, Chris Farlowe entrerà nella band pochi mesi dopo questo tour europeo), l’energia di John Hiseman e compagni è ai livelli più alti, le versioni dal vivo dei brani lasciamo ampio margine di libertà all’indiscussa classe del quintetto che nei pochissimi anni di vita ha saputo disegnare un percorso che partendo dalle idee di Graham Bond si è arricchito soprattutto nella dimensione live di un rock poderoso con le radici nel British Blues ed i rami più lunghi verso atmosfere più raffinate e colte con aperture anche al jazz che in quegli anni in Inghilterra viveva momenti di straordinaria creatività.

Questo CD della Voiceprint restituisce il set dei Colosseum alla prima edizione del festival finnico di Ruisrock (vi parteciparono tra gli altri gruppi locali anche i Family) con un repertorio che include alcuni dei loro brani più significativi come “Walking in the Park”scritta da Graham Bond che chiude il disco, i due tratti da “The Grass is Greener” versione americana di Valentyne Suite ovvero “Rope Ladder to the Moon” e “Lost Angeles”. La prima con un brillante solo di Heckstall-Smith con due sax (lo stile di Roland Kirk, suo idolo) la seconda introdotta dal vibrafono di Dave Greenslade e con la chitarra di Clem Clempson in gran spolvero supportato dal basso di Mark Clarke, e il lungo assolo al cambio di tempo la dice lunga su quanto questo chitarrista sia stato sottostimato; intriso di blues e di jazz il solo di Greenslade all’organo hammond e straordinario per la poliritmia e l’energia quello di John Hiseman in “The Machine Demands a Sacrifice”, una delle parti di “Valentyne Suite” tratta dall’omonimo album dei Colosseum, senz’altro quello più conosciuto.

Registrazione più che accettabile, di questo album ne esiste anche una stampa curata dalla Tiger Bay Records.

Disco interessante, fa capire l’evoluzione che avrà la band con l’ingresso di Chris Farlowe che lascerà un maggiore e più adeguato spazio a Clempson ed alla sua chitarra.

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima edizione di questo ottimo lavoro degli inglesi Dando Shaft risale al 1993 e fu curata dall’etichetta Happy Trails; nel corso dell’anno 2020 è opportunamente stata ripubblicata dalla Talking Elephant Records, un’etichetta che può godere di una maggiore distribuzione internazionale visto il valore della musica contenuta nel CD. Si tratta di un concerto italiano tenuto in Sala Piatti, a Bergamo, il 17 marzo del 1989 organizzato da Gigi Bresciani di GeoMusic al quale parteciparono Martin Jenkins (mandoncello, flauto e voce), Kevin Dempsey e Dave Cooper  (chitarre e voci), Roger Bullen (basso), Ted Kay (tabla e percussioni) e Chris Leslie al violino, e questa ristampa vuole essere anche un caro ricordo ai tre “Dando” scomparsi: Kay, Jenkins e Bullen. Il repertorio per questa reunion pesca nelle produzioni dei Dando Shaft ovvero “An Evening with …… del 1970” (“Rain“ e “Cold Wind“), Dando Shaft del 1971 (“Railway“, “Sometimes“), Lantaloon del ’72 (“Road Song”) e da Kingdom del ’77 (“If i could let go“,“Kingdom“ e “Feel like i Want to go Home“) oltre a due al tempo inediti: “Coming Back To Stay” ed il brano eponimo. I Dando Shaft sono sempre stati una band particolare musicalmente parlando, sapendo mescolare alla perfezione – e in questa registrazione la cosa è piuttosto evidente – il folk, la musica acustica, un pizzico di jazz, sonorità orientali, splendidi arrangiamenti strumentali e vocali e composizioni originali e sapendosi distinguere dal suono degli altri gruppi che all’epoca dei fatti praticavano quello che era chiamato folkrock; per questo motivo gli Shaft sono rimasti ineguagliati lasciando il seme della loro musica in gruppi come, a mio avviso, i bravissimi Mirò (non a caso anche questi nell’orbita dell’agenzia GeoMusic di Brescaini).

Questa reunion del 1989 fu del tutto inaspettata per i fans dei Dando, e fu merito della passione e competenza di Gigi Bresciani se i musicisti decisero di partire per l’Italia per le prove e registrare questo ottimo disco (il concerto purtroppo non è completo …….. ma non si sa mai). Così racconta Kevin Dempsey nelle esaustive note di copertina (non presenti nella precedente edizione): “un bel giorno un certo Gigi Bresciani bussò alla porta, si presentò e chiese se il gruppo si sarebbe potuto riunire ed andare in Italia per un concerto. Pensai che fosse impossibile, erano anni che non suonavamo insieme ed inoltre mi ero quasi scordato i brani; Gigi ci offrì la possibilità di suonare un concerto a Bergamo e registrarlo, quindi ci incontrammo e decidemmo di andare portando con noi Chris Leslie”.

“Shadows Across the Moon” viene quindi dall’archivio di Gigi Bresciani dal quale speriamo in breve escano altre perle come questa. Questo il mio personale auspicio.

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

Confront Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Duck Baker è un altro di quei previdenti musicisti che per il nostro gaudio ha spesso registrato le sue performance ufficiali e meno ufficiali e le session alle quali ha partecipato e dove non lo ha fatto sono intervenuti i suoi estimatori inviando registrazioni – allora pirate ed ora depiratizzate – soprattutto dei suoi concerti. La più recente perla del musicista americano è questa session con il suo pari e amico di vecchia data Mike Cooper, anche lui sempre in bilico tra l’improvvisazione più radicale e la musica più strutturata, sopraffino strumentista che nella sua carriera artistica ha esplorato il blues delle origini nei fumosi club londinesi ed il miglior jazz inglese (emblematico il suo “Trout Steel” del 1970 registrato in compagnia tra gli altri di Mike Osborne, Harry Miller, John Taylor, e Alan Skidmore).

Per questa occasione Baker e Cooper hanno in comune l’utilizzo abbastanza insolito di uno strumento con le corde di nylon che dà un suono tutto particolare a tutti e nove dialoghi tra personalità tra i due strumentisti. Siamo nel 2010, a Roma, immagino una cucina permeata di profumi speziati o almeno così lasciano intendere i titoli scelti per le tracce: dall’”aglio selvatico” ai “chiodi di garofano” passando dal “peperoncino” all’”origano”, quasi un’orgia di aromi mediterranei che fa da fondale alla musica: avvincente, stimolante, viva, irripetibile come si conviene nella musica improvvisata qui mai autoreferenziale, che mette in evidenza una – già conosciuta in entrambi –  capacità di creare all’istante nuove note sempre in rispettosa relazione con quelle creata dall’altro e qui inoltre penso di poter dire che ci sia anche il desiderio di ri-confrontarsi dopo molto tempo, di fare il punto sulle rispettive storie musicali.

Certo, non è un disco “facile” e nemmeno un po’ accondiscendente verso il fruitore che conosce Baker e Cooper suonare in altri mondi musicali, ma questa è la legge della musica improvvisata che di leggi non ne ha (quasi un ossimoro questo), e questo è un gran bel lavoro.

Immagino i due seduti uno di fronte all’altro, mentre sul fuoco aglio e peperoncino “grillettano” aspettando gli spaghetti rigorosamente al dente ………. assaporo il profumo, si percepisce fin qui.

http://www.confrontrecordings.com

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

CENTIPEDE “Septober Energy”

Neon Records. RCA Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Di sicuro Keith Tippett non è stato un sessionman di passaggio nella storia musicale di Robert Fripp visto che oltre ad invitarlo alle registrazioni di “In The Wake of Poseidon”, Islands” e “Lizard” ebbe il coraggio di produrre alcuni dei suoi capolavori degli anni settanta come “Ovary Lodge”, “Blueprint” oltre a questo monumento che risponde al nome di “Septober Energy”. Cento piedi, ma anche le cento mani dei musicisti che hanno contribuito alla realizzazione a quello che può essere considerato il manifesto del jazz europeo di quegli anni: il suono dei Blue Notes e dei Soft Machine, quello dei Nucleus e dei più illuminati protagonisti del jazz inglese, il gruppo di Tippett del periodo “Vertigo” quasi al completo che funge da catalizzatore di tutta l’orchestra, due crimsoniani come Ian McDonald e Boz Burrell e la produzione di Robert Fripp sono gli ingredienti che danno luminosa vita alle quattro composizioni di “Septober Energy”. In effetti, anche la Dedication Orchestra, la Brotherhood of Breath di Chris McGregor e la Globe Unity di Alexander Von Schlippenbach (anche se questa ha avuto una produzione discografica più ampia) trovarono poche occasioni di esibirsi sui palchi del festival viste le difficoltà logistiche (pensate che Tippett aveva in mente un’orchestra di cento elementi, non so se mi spiego) e questo, vista la qualità della musica definisce ancor più il livello estremo delle produzioni di tutte le orchestre citate. Il difficile equilibrio tra le parti scritte e quelle improvvisate, difficile da raggiungere per le grandi orchestre, qui è davvero mirabile, tutto scorre e a dispetto dei patiti del maistream e di tutti quelli che considerano “Septober Energy” un disco ostico che invece è godibilissimo e piacevole. La quarta facciata – indicata come “Part 4” – è proprio quella che indica la continuità con il Keith Tippett Group considerato che si sviluppa attorno a “Green and Orange Night Park”, tema e pubblicato in  “Dedicated to you but you weren’t Listening” sempre nel ’71 ma qui dal respiro più ampio e marcato dagli assoli di Tippett, che apre il brano, di Elton Dean al soprano, Mark Charig alla tromba e con uno splendido supporto ritmico di tre batteristi del calibro di Tony Fennell, Robert Wyatt e John Marshall.

Lo voglio ribadire, se volete approfondire la grandezza e l’intensità del jazz europeo di quegli anni non dovete prescindere da questo capolavoro. E Robert Fripp? Fripp produce e appare nella foto di gruppo: narra la leggenda che non trovò il tempo di partecipare alle registrazioni perché impegnato a “tenere a bada” cotanta orchestra. Alle leggende io credo, però ……….

Due le copertine, quella bianca della Neon Records e quella con “bottiglie” dell’RCA.

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti. 

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

SUONI RIEMERSI: KING CRIMSON “EARTHBOUND”

Island / Help Records. LP, 1972

di alessandro nobis

Ricordo il grande stupore alle prime note di Earthbound che uscirono dalle casse del mio impianto di amplificazione (l’ampli era un Marantz 1030 che ancora funziona brillantemente), stupore non tanto per la qualità della musica ma piuttosto per la qualità della registrazione effettuata su audiocassetta simile ai rarissimi bootlegs che giravano all’epoca. Robert Fripp, Boz Burrell, Ian Wallace e Mel Collins formavano il quartetto che intraprese un tour americano nel febbraio e marzo del 1972 e dal quale in modo frammentario sono tratte le tracce dell’edizione in vinile alle quali vanno aggiunte le tre presenti nell’edizione in CD del 2017 del quarantennale (“Pictures of a City”, “Formentera Lady” e “Cirkus”), e mi vorrei soffermare sulla prima edizione in vinile, quella stampata dalla Island Records nella collana “Help” con etichetta nera e la lettera “I” rosa.

A causa appunto della qualità della registrazione Earthbound passò piuttosto inosservato al tempo della sua pubblicazione e fu acquistato probabilmente solamente dai più fedeli fans del gruppo di Fripp (nelle charts “Virgin Top 30 Albums” riportate dal New Musical Express raggiunse comunque il nono posto, primo era “Trilogy” di EL&P), un vero peccato perché è un lavoro da rivalutare non fosse altro perchè offre la possibilità di ascoltare il lato più contemporaneo, più legato all’idioma improvvisativo crimsoniano così lontano dai gruppi che venivano accostati a Fripp e compagnia accreditati al movimento del progressive rock (un termine che lo stesso leader ha sempre respinto). Già nel disco d’esordio il brano  “Moonchild” aveva declinato chiariramente le coordinate musicale dei King Crimson e nei seguenti lavori in studio erano presenti alcuni dei più influenti esponenti del jazz inglese, ma qui, dal vivo brani come “Earthbound”, “Peoria” e la versione dilatata di “Groon” offrono una ancor più chiara visione del progetto frippiano.

Splendidi soli di Collins e Fripp in “21stCentury Schizoid Man” che apre la prima facciata, intrigante e lucido il processo creativo di “Peoria” con assolo di quattro minuti di sax baritono sul quale si innesta un intervento di Boz alla voce, interessante la dilatazione di “Groon”, ex lato B del singolo “Cat Food” che qui si sviluppa nell’arco di oltre quindici minuti e dove si evidenzia il fondamentale ruolo dei fiati del grande Mel Collins, non a caso “ripescato” da Fripp per la più recente reincarnazione dei King Crimson e particolare il solo di Ian Wallace filtrato sul finale dal VCS3 “in remoto” dal tecnico Hunter McDonald..

Poi il Re Cremisi mutò ancora una volta, e con Robert Fripp della partita furono Bill Bruford, Jamie Muir, John Wetton e David Cross. Ma questa è un’altra storia gloriosa.

21st Century Schizoid ManGroon: 11 febbraio 1972: Wilmington, Delaware*

The Sailor’s Tale: Jacksonville, Florida 26 febbraio 1972

Earthbound: Orlando, Florida 27 febbraio 1972

Peoria: Peoria, Illinois  10 marzo 1973 

*(anche nel Box “Sailor’s Tale)

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

BAN · MANERI · SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

LUCIAN BAN · MAT MANERI · JOHN SURMAN “Transylvanian Folk Songs: the Bela Bartok Field Recordings”

SUNNYSIDE RECORDS, CD. 2020

di alessandro nobis

Nativo di Cluj, nel cuore della Transilvania rumena, Lucian Ban è un eccellente pianista innamorato della sua terra, della sua cultura e di conseguenza del monumentale lavoro che Bartok Bela ha raccolto, trascritto e interpretato lasciando un’eredità che come quantità e qualità ha pochi eguali nel mondo; John Surman è uno sperimentatore dei sassofoni e clarinetti considerato uno dei padri della corrente jazzistica formatasi in Europa negli anni Sessanta e protagonista di alcune delle più interessanti pagine incise in questo ambito e l’americano Mat Maneri, dal canto suo, è un violista di grandissime doti, il suo linguaggi si muove tra sperimentazione, musica contemporanea e jazz. Il pianista rumeno ha chiamato “a sé” Surman e Maneri con i quali ha confezionato questo straordinario esempio di come si possa contemporaneamente seguire con rispetto il lavoro di Bartok (ma anche, aggiungo, di Kodaly Zoltan) aggiornando le sue composizioni con suoni e combinazioni sonore più vicine ai nostri giorni. La combinazione pianoforte ·ance ·viola non è per nulla casuale, e si ispira a “Contrast” composta nel 1938 e registrata nel 1940 Bartok assieme a Benny Goodman e Joseph Szigetti, quindi partire dalla tradizione più cristallina per creare qualcosa di nuovo, fare riferimento anche a semplici frammenti bartokiani e svilupparli mantenendo inalterato lo spirito originale. Un progetto complesso ed ambizioso che il trio grazie anche alle esperienze individuali nel campo dell’improvvisazione riesce a realizzare nel migliore dei modi.

Emblematica la melodia natalizia “What a great night is, a Messenger was born”, dove le ance e la viola interpretano nel pieno rispetto lo spartito di Bartok lasciando tutto lo spazio al pianoforte libero nel processo creativo.

Le stupende foto della copertina e del libretto sono di Bela Bartok.

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

DOMENICO CERASANI “Francis Cutting – Lute Music”

BRILLIANT RECORDS, CD 2020

di alessandro nobis

Il liutista di origini abruzzesi Domenico Cerasani, dopo lo splendido lavoro dedicato a Pietro Paolo Raimondi (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2018/10/13/domenico-cesarani-the-raimond-manuscript/) ci regala un viaggio monografico nella musica di Francis Cutting, compositore e strumentista inglese vissuto nella seconda metà del sedicesimo secolo e conosciuto per la qualità e la bellezza della sua musica, uno dei primi liutisti inglese dei quali si conoscono nome e vicende biografiche, quasi un passaggio, forzando un poco il ragionamento, dalla “leggenda” degli sconosciuti precursori alla “storia” documentata.

Domenico Cerasani ci racconta Francis Cutting in modo estremamente espressivo e profondo compiendo il miracolo di far isolare la mente durante l’ascolto alla ricerca di ricostruire gli ambienti elisabettiani dove questa bellissima musica veniva suonata: non si tratta di un’operazione asettica o di archeologia perché essa ha attraversato i secoli sì nelle raccolte a stampa ma anche incuriosendo le menti migliori di altri mondi musicali. L’esempio a cui faccio riferimento è la sua variazione di “Greensleeves”, una broadside ballad (ovvero stampata su quelli che vengono definiti “fogli volanti”) trascritta per liuto da John Dowland, coevo a Cutting, capace di entrare nei “mondi” del recupero della tradizione (“Morris On”), del jazz (è uno dei grandi classici di John Coltrane), del rock (la versione alla chitarra di Jeff Beck è considerato un autentico “Step” per i chitarristi acustici). Mi hanno saputo emozionare in particolare anche l’interpretazione di “My Lord Willoughby’s Welcome” (attribuita anche a Dowland) e le arie “a danza”: Pavane e Gagliarde, come quella dedicata al poeta, navigatore ed esploratore Sir Walter Raleigh che dedicò un territorio nordamericano – la Virginia – alla Regina Elisabetta.