SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM “The Grass is Greener”

ABC DUNHILL Records. LP, 1970

di alessandro nobis

The grass is greener” ovvero “una copertina per due dischi” verrebbe da dire per il terzo album pubblicato per il mercato americano nel 1970 diventato già nel ’70 oggetto di collezionismo in Europa, dove pochissimi ebbero l’occasione di acquistarlo sul mercato d’importazione come si chiamava mezzo secolo fa (personalmente, questa versione non l’ho mai vista!). Altri gruppi dell’epoca come i Van Der Graaf Generator o i Gentle Giant pubblicarono dischi con copertine diverse (“H to He Who am The Only One” e “Octopus” rispettivamente)  ma i Colosseum seppero fare di meglio utilizzando la copertina del precedente “Valentyne Suite” virandola leggermente al blue e cambiandone anche il font delle scritte; giusto quel poco per farne un rompicapo capace di far dannare i non pochi fans dell’epoca (ora si chiamerebbero followers) della straordinaria band di John Hiseman & C; band che seppe mescolare con equilibrio ed eleganza il blues elettrico, il rock ed il jazz ma che fu erroneamente spesso collegata alla corrente che molti chiamano “progressive”, un termine a mio avviso senza alcun significato tanto meno se accostato al suono dei Colosseum.

Ma andiamo con ordine: l’unico brano che hanno in comune i due album è “Elegy”, mentre altri tre (“Betty’s Blues”, “The Machine Demands a Sacrifice” aperta dal flauto di H.S. e dal basso di Tony Reeves e lo splendido brano eponimo introdotto dai sassofoni, con un bel solo di basso ed una davvero notevole parte di chitarra) presentano una versione differente rispetto a “Valentyne Suite” con il chitarrista Clem Clempson anche come voce solista in sostituzione di Litherland che nel frattempo aveva lasciato il gruppo diventando quindi una chicca preziosa per gli appassionati dei Colosseum visto il suono più legato al blues elettrico di Clempson che caratterizzerà l’ultima fase di vita della band. Il nuovo missaggio risale al ’69 durante il quale vennero registrati anche i quattro brani inediti: due diventarono cavalli di battaglia dei concerti, e mi riferisco in particolare al blues scritto da Jack Bruce e Pete Brown “Rope Ladder to the Moon” con un bell’arrangiamento per la marimba ed a “Lost Angeles” scritta a quattro mani da Greenslade ed Heckstall – Smith, una versione che in questo lavoro ha la durata di cinque minuti e mezzo ma che nelle esibizioni dal vivo supera il quarto d’ora grazie all’immaginifica introduzione dell’Hammond di Dave Greenslade. Gli altri due brani inediti sono un arrangiamento del “Bolero” di Maurice Ravel (personalmente lo ritengo il brano più debole, non mi sono mai piaciuti gli arrangiamenti rock di brani classici, lo devo dire) ed una bella composizione di Mike Taylor e Dave Tolin, “Jumpin’ Off the Sun” introdotta dalle campane tubolari di Hiseman e con significativo assolo di chitarra.

A fare un po’ d’ordine ci ha pensato nel 2002 la Sanctuary Records pubblicato un doppio CD che contiene sia “Valentyne Suite” che “The Grass is Greener” con due inediti (“Arthur’s Moustache” e “Lost Angeles” provenienti dalla trasmissione Top Gear re mandati in onda il 22 novembre del 1969.

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

COLOSSEUM  “In Concert 1969 · 1971”

VERNE Records. 2LP, 2017

di alessandro nobis

Un doppio ellepì di produzione francese con busta singola e con la grafica dell’etichetta che ricorda palesemente quella della Bronze Records (anche nel font usato per la scritta “Verne”) pubblicato presumibilmente nel 2017 che raccoglie varie registrazioni dal vivo del 1969 e del 1971 con una qualità decisamente buona considerando il periodo storico dal quale provengono.

Tra i vari brani qui riportati spicca a mio giudizio “The Valentyne Suite” che occupa la seconda facciata: una versione particolare, forse embrionale visto che, a parte uno splendida parte suonata da Dave Greenslade, il terzo movimento “The Grass is Greener” della registrazione in studio è sostituito da due brani provenienti dal primo album, ovvero “Beware the Ides of March” e “Those About to Die”; una versione inedita della Suite ma non per questo meno efficace di quella che verrà pubblicata da lì a poco, a novembre. Non meno interessante lo slow blues di James Litherland, “Butty’s Blues” (da “Valentyne Suite) che apre la prima facciata dove naturalmente la chitarra è in primissimo piano come i sax soprano e tenore di Heckstall-Smith, musicista straordinario.

Una parte della terza facciata e tutta la quarta sono dedicate alla formazione di “Colosseum Live”, quindi con Farlowe, Clarke e Clempson più centrata sulla voce dell’ex cantante dei Thunderbirds e sulla chitarra di Clempson ed intrisa di r’n’b, il marchio di fabbrica dei Colosseum di quel purtroppo breve periodo rimasto però nel DNA dei musicisti come le registrazioni live del ’94 testimoniano.

I Colosseum sono parte della storia del rockblues avendo regalato da un lato un capolavoro come “Valentyna Suite” (con la prima formazione) ed il già citato doppio “Live” con la seconda. Qui c’è un corposo assaggio di entrambe le line-up; doppio Lp di non facilissima reperibilità e non solo per “completisti”.

FACCIATA 1

1) Butty’s Blues

2) The Machine Demands a Sacrifice

(Live at the Boston Tea Party, Boston MA, 13 agosto 1969)

FACCIATA E 2

1) The Valentyne Suite (“January’s Search”· “February’s Valentyne”· “Beware the Ides of March”· “Those about to Die”)

(Live at the Boston Tea Party, Boston, MA 13 agosto 1969)

FACCIATA 3·

1) February’s Valentyne

2) Elegy

3) The Grass is Always Greener

(London, BBC “Top Gear 30 giugno 1969)

4) Roper Ladder to the Moon                                                                            

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

FACCIATA 4

1) I Can’t Live Without You

2) The Machine Demands a Sacrifice

(The Manchester University, 18 marzo 1971)

3) Skelington

(Big Apple, Brighton UK 27 Marzo 1971)

4) Stormy Monday Blues

(Bristol, 1971)

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”.

SUONI RIEMERSI: JON HISEMAN “Ganz schön heiss, Man!”. VeraBra Records. LP, 1986

di alessandro nobis

Questo disco “in solo” dello straordinario batterista inglese Jon Hiseman è non solo un’occasione per ammirare la sua tecnica strumentale ma anche e soprattutto la sua creatività nel comporre ed eseguire brani concepiti per questo strumento. Attenzione, qui non siamo davanti ad assoli spesso troppo autoreferenziali ma piuttosto all’uso nella sua totalità di tutte le potenzialità timbrico – ritmiche della batteria.

I brani del disco derivano da concerti eseguiti da Hiseman a Berlino, Mannheim e Hannover, tra la sessantina che nel 1985 tenne con i Paraphernalia, quintetto capitanato da Barbara Thompson e con l’United Jazz & Rock Ensemble, con alcuni dei più prestigiosi esponenti del jazz europeo come Kenny Wheeler, Albert Mengelsdorff, Ian Carr, Eberherd Weber e Wolfgang Dauner.

La prima facciata si apre con “The Metropol”, un brano di sedici minuti registrato a Berlino; qui Hiseman si fa accompagnare dal basso elettrico di Dave Bell (Paraphernalia) in una composizione che vive di luce propria e non ha il bisogno di essere inserita nella registrazione completa del brano che la contiene mentre il secondo brano, “Ganz schön heiss, Man!”, di più breve durata viene dal concerto di Brig, in Svizzera dell’Orchestra mette in evidenza lo straordinario trombone di Mengelsdorff che con i suoi interventi, seppur brevi – qui non ci sono i brani completi –  sposta il baricentro dal jazz più vicino al rock verso la creazione di musica spontanea

La seconda facciata si apre con la ripresa di “Ganz schön heiss, Man!”, estratto da un concerto tenutosi a Mannheim sempre dalla United Jazz & Rock Ensemble che espone in apertura e chiusura il tema e lascia lo spazio al solo di Hiseman e si conclude con l’assolo registrato ad Hannover, “The Pavillion” presumibilmente il nome del teatro dove si tenne il concerto.

Per chi ha saputo apprezzare prima il suono seminale della Graham Bond Organisation, il blues intriso di jazz di Bare Wires di John Mayalls, il robusto blues legato al rock dei Colosseum e quello più hard dei Tempest non faticherà a gustare ogni singolo passaggio di questi soli di John Philipp Hiseman che, in calce alle note di copertina alla domanda ricorda che qualcuno gli avrebbe detto: “Un album di sola batteria? Sei un pazzo! E chi se lo comprerebbe?” Beh, qui ce n’è uno, di questi “pazzi”.

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

COLOSSEUM “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

SUONI RIEMERSI: COLOSSEUM  “Lost Angeles · Live in Bremen 20 · 11 · 1970”

Bootleg. LP, 1997

di alessandro nobis

Negli anni Settanta avevamo così fame di musica dal vivo su disco che qualsiasi “bootleg”, con vinile di qualsiasi qualità ed altrettanto qualsiasi qualità di registrazione riusciva a sfamarci. Pertanto rimasi colpito quando trovai in un negozio veronese, e questo parecchi anni or sono e quindi in piena era compact disc, questo ellepì dei Colosseum di Jon Hiseman che mi ricordò per filo e per segno, anche per l’etichetta totalmente bianca, quei “bootlegs” quasi inascoltabili. Qui comunque la qualità è decisamente decente per i parametri di mezzo secolo fa, e appena sufficiente per quelli odierni dove spesso purtroppo conta di più la qualità della registrazione che quella della musica.

Siamo nel novembre del 1970 a Brema quattro mesi prima della registrazione del loro leggendario doppio ellepì “Live” (18 e 27 marzo del ’71) per un concerto organizzato e presumo anche trasmesso all’epoca dalla benemerita emittente “Radio Bremen” che ogni tanto pubblica qualche sua registrazione (Nucleus, Clannad e Planxty per fare tre esempio); i Colosseum sono qui nella loro migliore line-up, quella con Chris Farlowe per capirci, ed il disco propone quattro brani, due tratti da “Daughter of Time”, uno da “The Grass is Greener” e “Tanglewood ‘63” presente sul già citato doppio. Una facciata riporta la registrazione dell’immancabile “Lost Angeles” in una proto-versione aperta da Dave Greenslade al vibrafono e “Tanglewood ‘63” con uno splendido assolo di organo e con la ritmica Hiseman – Clarke che introduce il lungo e brillante “solo” di Heckstall-Smith al tenore al quale aggiunge il soprano in pieno stile “Roland-Kirk”, quindi con il doppio sassofono. L’altra facciata, sembrerebbe la prima, contiene come detto due brani di “Daughter of Time”, album coevo a questo concerto; “Downhill and Shadows” è uno slow blues composto da Hiseman, Clempson e Tony Reeves – il primo bassista della band – con un efficacissimo assolo di chitarra ed una interessante improvvisazione dove si intrecciano tutti i componenti del sestetto e che chiude sul riff di “Spoonful” di Willie Dixon, e “Take me Back to Doomsday” di Greenslade, Hiseman e Clempson è una ballad aperta dal pianoforte e si contraddistingue per gli assoli del bravissimo Heckstall-Smith e di Clem Clempson. Performance davvero notevole, registrazione non perfetta ma, come dicevo sopra, quello che conta è la sostanza, e qui ce n’è davvero tanta.

Una curiosità: la copertina riporta un ritratto del gruppo, ma manca uno dei componenti.

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

FELICITY BUIRSKI “Committed to the Fire”

Tree of Life Productions. CD, 2019

di alessandro nobis

Nel “radar” del promoter Gigi Bresciani da quando nell’87 pubblicò l’ottimo esordio “Repairs & Alterations” per la Run River Records, la songwriter inglese Felicity Buirski un paio di anni or sono ha pubblicato questo ottimo “Committed to the Fire” a conferma del suo talento nella scrittura, nel modo di porgere la sua musica e nelle scelte timbriche che valorizzano la sua brillante e delicata ma decisa voce.  In realtà le registrazioni risalgono a più di una decina di anni or sono e la loro pubblicazione fu procastinata a causa di un grave incidente automobilistico che ebbe una forte influenza sulla vita e quindi sulla carriera di Felicity Buirski.

Ascoltando il suo songwriting mi pare chiara l’influenza di Leonard Cohen sul suo modo di scrivere musica, e lo stesso Cohen rimase impressionato non tanto da questo, ma piuttosto dalla qualità delle canzoni che in modo ahimè così parco – per noi estimatori – escono dalla sua penna: il valzer di “TheMutual Sigh” racconta la battaglia perenne tra i sessi, risalente al giardino dell’Eden, chiedendone il suo termine e finalmente la parità, “Like a Phoenix” racconta attraverso una metafora della morte, del salvamento e della resurrezione, il brano di apertura “Collision of Desire” con un ruolo importante della chitarra slide di Micheal Klein è una canzone d’amore, il brano eponimo che chiude questo ottimo lavoro è una ballata acustica con una bella melodia il cui testo mistico racconta della resa, dell’abbandono nelle mani di Dio e della Fede in attesa della rinascita spirituale.

Ora che presto sarà possibile ascoltare finalmente musica dal vivo, attendiamo il suo ritorno nei club e nelle rassegne e festival italiani. Il più presto possibile.

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

COLOSSEUM “Ruisrock Festival, 1970 August 22”

Voiceprint Records. CD, 2018

di alessandro nobis

Anche se qui non c’è il “Dream Team” al completo del leggendario doppio ellepì live del ‘71 (qui il chitarrista Clem Clempson è la voce solista, Chris Farlowe entrerà nella band pochi mesi dopo questo tour europeo), l’energia di John Hiseman e compagni è ai livelli più alti, le versioni dal vivo dei brani lasciamo ampio margine di libertà all’indiscussa classe del quintetto che nei pochissimi anni di vita ha saputo disegnare un percorso che partendo dalle idee di Graham Bond si è arricchito soprattutto nella dimensione live di un rock poderoso con le radici nel British Blues ed i rami più lunghi verso atmosfere più raffinate e colte con aperture anche al jazz che in quegli anni in Inghilterra viveva momenti di straordinaria creatività.

Questo CD della Voiceprint restituisce il set dei Colosseum alla prima edizione del festival finnico di Ruisrock (vi parteciparono tra gli altri gruppi locali anche i Family) con un repertorio che include alcuni dei loro brani più significativi come “Walking in the Park”scritta da Graham Bond che chiude il disco, i due tratti da “The Grass is Greener” versione americana di Valentyne Suite ovvero “Rope Ladder to the Moon” e “Lost Angeles”. La prima con un brillante solo di Heckstall-Smith con due sax (lo stile di Roland Kirk, suo idolo) la seconda introdotta dal vibrafono di Dave Greenslade e con la chitarra di Clem Clempson in gran spolvero supportato dal basso di Mark Clarke, e il lungo assolo al cambio di tempo la dice lunga su quanto questo chitarrista sia stato sottostimato; intriso di blues e di jazz il solo di Greenslade all’organo hammond e straordinario per la poliritmia e l’energia quello di John Hiseman in “The Machine Demands a Sacrifice”, una delle parti di “Valentyne Suite” tratta dall’omonimo album dei Colosseum, senz’altro quello più conosciuto.

Registrazione più che accettabile, di questo album ne esiste anche una stampa curata dalla Tiger Bay Records.

Disco interessante, fa capire l’evoluzione che avrà la band con l’ingresso di Chris Farlowe che lascerà un maggiore e più adeguato spazio a Clempson ed alla sua chitarra.

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

DANDO SHAFT  “Shadows Across the Moon”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2020

di alessandro nobis

La prima edizione di questo ottimo lavoro degli inglesi Dando Shaft risale al 1993 e fu curata dall’etichetta Happy Trails; nel corso dell’anno 2020 è opportunamente stata ripubblicata dalla Talking Elephant Records, un’etichetta che può godere di una maggiore distribuzione internazionale visto il valore della musica contenuta nel CD. Si tratta di un concerto italiano tenuto in Sala Piatti, a Bergamo, il 17 marzo del 1989 organizzato da Gigi Bresciani di GeoMusic al quale parteciparono Martin Jenkins (mandoncello, flauto e voce), Kevin Dempsey e Dave Cooper  (chitarre e voci), Roger Bullen (basso), Ted Kay (tabla e percussioni) e Chris Leslie al violino, e questa ristampa vuole essere anche un caro ricordo ai tre “Dando” scomparsi: Kay, Jenkins e Bullen. Il repertorio per questa reunion pesca nelle produzioni dei Dando Shaft ovvero “An Evening with …… del 1970” (“Rain“ e “Cold Wind“), Dando Shaft del 1971 (“Railway“, “Sometimes“), Lantaloon del ’72 (“Road Song”) e da Kingdom del ’77 (“If i could let go“,“Kingdom“ e “Feel like i Want to go Home“) oltre a due al tempo inediti: “Coming Back To Stay” ed il brano eponimo. I Dando Shaft sono sempre stati una band particolare musicalmente parlando, sapendo mescolare alla perfezione – e in questa registrazione la cosa è piuttosto evidente – il folk, la musica acustica, un pizzico di jazz, sonorità orientali, splendidi arrangiamenti strumentali e vocali e composizioni originali e sapendosi distinguere dal suono degli altri gruppi che all’epoca dei fatti praticavano quello che era chiamato folkrock; per questo motivo gli Shaft sono rimasti ineguagliati lasciando il seme della loro musica in gruppi come, a mio avviso, i bravissimi Mirò (non a caso anche questi nell’orbita dell’agenzia GeoMusic di Brescaini).

Questa reunion del 1989 fu del tutto inaspettata per i fans dei Dando, e fu merito della passione e competenza di Gigi Bresciani se i musicisti decisero di partire per l’Italia per le prove e registrare questo ottimo disco (il concerto purtroppo non è completo …….. ma non si sa mai). Così racconta Kevin Dempsey nelle esaustive note di copertina (non presenti nella precedente edizione): “un bel giorno un certo Gigi Bresciani bussò alla porta, si presentò e chiese se il gruppo si sarebbe potuto riunire ed andare in Italia per un concerto. Pensai che fosse impossibile, erano anni che non suonavamo insieme ed inoltre mi ero quasi scordato i brani; Gigi ci offrì la possibilità di suonare un concerto a Bergamo e registrarlo, quindi ci incontrammo e decidemmo di andare portando con noi Chris Leslie”.

“Shadows Across the Moon” viene quindi dall’archivio di Gigi Bresciani dal quale speriamo in breve escano altre perle come questa. Questo il mio personale auspicio.

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

MIKE COOPER ·DUCK BAKER  “Cumino in mia cucina”

Confront Records. CD, 2020

di alessandro nobis

Duck Baker è un altro di quei previdenti musicisti che per il nostro gaudio ha spesso registrato le sue performance ufficiali e meno ufficiali e le session alle quali ha partecipato e dove non lo ha fatto sono intervenuti i suoi estimatori inviando registrazioni – allora pirate ed ora depiratizzate – soprattutto dei suoi concerti. La più recente perla del musicista americano è questa session con il suo pari e amico di vecchia data Mike Cooper, anche lui sempre in bilico tra l’improvvisazione più radicale e la musica più strutturata, sopraffino strumentista che nella sua carriera artistica ha esplorato il blues delle origini nei fumosi club londinesi ed il miglior jazz inglese (emblematico il suo “Trout Steel” del 1970 registrato in compagnia tra gli altri di Mike Osborne, Harry Miller, John Taylor, e Alan Skidmore).

Per questa occasione Baker e Cooper hanno in comune l’utilizzo abbastanza insolito di uno strumento con le corde di nylon che dà un suono tutto particolare a tutti e nove dialoghi tra personalità tra i due strumentisti. Siamo nel 2010, a Roma, immagino una cucina permeata di profumi speziati o almeno così lasciano intendere i titoli scelti per le tracce: dall’”aglio selvatico” ai “chiodi di garofano” passando dal “peperoncino” all’”origano”, quasi un’orgia di aromi mediterranei che fa da fondale alla musica: avvincente, stimolante, viva, irripetibile come si conviene nella musica improvvisata qui mai autoreferenziale, che mette in evidenza una – già conosciuta in entrambi –  capacità di creare all’istante nuove note sempre in rispettosa relazione con quelle creata dall’altro e qui inoltre penso di poter dire che ci sia anche il desiderio di ri-confrontarsi dopo molto tempo, di fare il punto sulle rispettive storie musicali.

Certo, non è un disco “facile” e nemmeno un po’ accondiscendente verso il fruitore che conosce Baker e Cooper suonare in altri mondi musicali, ma questa è la legge della musica improvvisata che di leggi non ne ha (quasi un ossimoro questo), e questo è un gran bel lavoro.

Immagino i due seduti uno di fronte all’altro, mentre sul fuoco aglio e peperoncino “grillettano” aspettando gli spaghetti rigorosamente al dente ………. assaporo il profumo, si percepisce fin qui.

http://www.confrontrecordings.com

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

SUONI RIEMERSI: CENTIPEDE “Septober Energy”

CENTIPEDE “Septober Energy”

Neon Records. RCA Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Di sicuro Keith Tippett non è stato un sessionman di passaggio nella storia musicale di Robert Fripp visto che oltre ad invitarlo alle registrazioni di “In The Wake of Poseidon”, Islands” e “Lizard” ebbe il coraggio di produrre alcuni dei suoi capolavori degli anni settanta come “Ovary Lodge”, “Blueprint” oltre a questo monumento che risponde al nome di “Septober Energy”. Cento piedi, ma anche le cento mani dei musicisti che hanno contribuito alla realizzazione a quello che può essere considerato il manifesto del jazz europeo di quegli anni: il suono dei Blue Notes e dei Soft Machine, quello dei Nucleus e dei più illuminati protagonisti del jazz inglese, il gruppo di Tippett del periodo “Vertigo” quasi al completo che funge da catalizzatore di tutta l’orchestra, due crimsoniani come Ian McDonald e Boz Burrell e la produzione di Robert Fripp sono gli ingredienti che danno luminosa vita alle quattro composizioni di “Septober Energy”. In effetti, anche la Dedication Orchestra, la Brotherhood of Breath di Chris McGregor e la Globe Unity di Alexander Von Schlippenbach (anche se questa ha avuto una produzione discografica più ampia) trovarono poche occasioni di esibirsi sui palchi del festival viste le difficoltà logistiche (pensate che Tippett aveva in mente un’orchestra di cento elementi, non so se mi spiego) e questo, vista la qualità della musica definisce ancor più il livello estremo delle produzioni di tutte le orchestre citate. Il difficile equilibrio tra le parti scritte e quelle improvvisate, difficile da raggiungere per le grandi orchestre, qui è davvero mirabile, tutto scorre e a dispetto dei patiti del maistream e di tutti quelli che considerano “Septober Energy” un disco ostico che invece è godibilissimo e piacevole. La quarta facciata – indicata come “Part 4” – è proprio quella che indica la continuità con il Keith Tippett Group considerato che si sviluppa attorno a “Green and Orange Night Park”, tema e pubblicato in  “Dedicated to you but you weren’t Listening” sempre nel ’71 ma qui dal respiro più ampio e marcato dagli assoli di Tippett, che apre il brano, di Elton Dean al soprano, Mark Charig alla tromba e con uno splendido supporto ritmico di tre batteristi del calibro di Tony Fennell, Robert Wyatt e John Marshall.

Lo voglio ribadire, se volete approfondire la grandezza e l’intensità del jazz europeo di quegli anni non dovete prescindere da questo capolavoro. E Robert Fripp? Fripp produce e appare nella foto di gruppo: narra la leggenda che non trovò il tempo di partecipare alle registrazioni perché impegnato a “tenere a bada” cotanta orchestra. Alle leggende io credo, però ……….

Due le copertine, quella bianca della Neon Records e quella con “bottiglie” dell’RCA.

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

DYLANCENTRIC “OFFICIAL BOOTLEG”

TALKING ELEPHANT RECORDS. CD, 2019

di alessandro nobis

Nell’agosto del 2019 all’Isola di Wight a sud dell’Inghilterra si celebrava il cinquantesimo anniversario dell’omonimo famosissimo festival ma, in particolare, si celebrava anche l’anniversario del concerto che Bob Dylan vi tenne di fronte a più di centocinquantamila appassionati dopo aver rifiutato di partecipare al festival di Woodstock; per l’occasione Ashley Hutchings, figura cardine del folk revival inglese, aveva allestito una band di gran livello che oltre a lui, bassista e cantante, comprendeva Guy Fletcher (batterista dei Dire Straits ma qui anche violinista e mandolinista), Jacob Stoney alle tastiere, Blair Dunlop e Ken Nicol alle chitarre e Ruth Angel alla voce e violino per chiudere le celebrazioni del festival. I Fairport Convention, fondati da Hutchings, avevano sempre avuto un occhio di riguardo verso le scritture dylaniane (“Million Dollar Bash” era per esempio su Unhalfbricking del ‘69) ma in questa occasione il repertorio scelto da Hutchings fu una carrellata di brani tra quelli proposti da Dylan con la Band il 30 agosto del ‘69 vicini ad altri più recenti: in particolare i tre che Dylan eseguì al festival (“Maggie’s Farm”, “Mr Tambourine Man” e ”I’ll be your baby tonight”), “Wings”, una composizione originale autobiografica composta dal band leader e da Ken Nicol, degno figlio di Simon, altra figura emblematica del folk elettrico inglese) vicino a brani relativamente più recenti. Tra tutti mi sembrano davvero notevoli “Not Dark Yet” che si apre con la voce e chitarra acustica di Brian Dunlop con due violini e che si trasforma con un arrangiamento scritto in stile Fairport, “Mr Tambourine Man” con la voce di Ruth Angel e quello che chiude il disco, “Lay Down your Weary Tune”, un brano dell’85 già registrato dal “gruppo madre” e cantato da Hutchings. Un lavoro molto riuscito che coniuga in modo davvero brillante le scritture dylaniane e le atmosfere tipiche del cosiddetto folk-rock albionico.

Non saprei dire se sono stati pubblicati più dischi di Bob Dylan o dischi a lui dedicati, in ogni caso tra i secondi questo è senz’altro uno dei più sinceri e riusciti.