VARIOUS ARTISTS “Canterburied Sounds Volume 1”

VARIOUS ARTISTS “Canterburied Sounds Volume 1”

VARIOUS ARTISTS “Canterburied Sounds Volume 1”

VOICEPRINT RECORDS, CD 1988

Nel 1988 l’inglese Voiceprint sempre attiva ed attenta al panorama musicale inglese legato in qualche modo al jazz, al rock ma anche alla musica improvvisata inizia la pubblicazione di una serie di quattro CD chiamata “Canterburied Sound” (gioco di parole che indica registrazioni “sepolte” rarissime e mai date alle stampe di musicisti del così chiamato “Giro di Canterbury”).

In 1988 the English Voiceprint always active and attentive to the English musical panorama linked in some way to jazz, rock but also improvised music, began the publication of a series of four CDs called "Canterburied Sound" (play on words indicating recordings " buried" very rare and never printed by musicians of the so-called "Canterbury Scene").

Interessante, parecchio intrigante questo primo volume dove si ascoltano le origini di questo “insieme” di musicisti e autori più o meno legati al jazz maistream ma poi capaci di indicare diverse strade musicali che nel tempo li hanno consacrati come autori delle pagine più interessanti e innovative della musica inglese. Le registrazioni qui riportate coprono un arco temporale che dal 1962 al 1968 e si caratterizzano essendo non professionali da una qualità audio che definirei “accettabile” visto il contesto temporale ma da un’importanza storica a mio avviso davvero notevole.

Interesting, quite intriguing this first volume where we hear the origins of this group of musicians and authors more or less linked to mainstream jazz but then able to indicate different musical paths that over time have consecrated them as authors of the most interesting and innovative pages of English music. The recordings shown here cover a period of time from 1962 to 1968 and are characterized by being non-professional by an audio quality that I would define as "acceptable" given the time context but by a truly remarkable historical importance in my opinion.

Sarà una sorpresa per molti ascoltare la rilettura di “Summertime” come è noto brano dei fratelli Gershwin ad opera dei Caravan di Pye Hastings, dei fratelli Sinclair e di Richard Coughlan con un bel assolo all’hammond di David Sinclair, del duo Mike Ratledge · Robert Wyatt che visita il repertorio di Thelonious Monk (“Bolivar Blues“) o del Ratledge d’annata (1964) al pianoforte in “Piano Standards I“. Ci sono naturalmente i seminali  “Wilde Flowers” (Hugh & Brian Hooper, Robert Wyatt e Kevin Ayers) con due demo·tape di “You really Got Me” scritto da Ray Davis dei Kinks e del blues di Dave Clark “Thinking of you Babe” ed il duo Wyatt (chitarra) e Brian Hopper (sassofono) in un brano che sa tanto di improvvisazione informale (“Orientasian“) registrato tra la fine del ’62 e l’inizio del ’63. Infine segnalo il blues elettrico degli “Zobe” di Brian Hopper che suonano “If I Ever Leave You” con la voce e la chitarra di John larner, il trombone di Gordon Larner, l’organo di Frank Larner e la batteria di Ron Huie.

It will be a surprise for many to hear the re-reading of "Summertime" as it is known, a song by the Gershwin brothers by Pye Hastings' Caravan, the Sinclair brothers and Richard Coughlan with a nice hammond solo by David Sinclair, by the duo Mike Ratledge · Robert Wyatt visiting the repertoire of Thelonious Monk ("Bolivar Blues") or the vintage Ratledge (1964) at the piano in "Piano Standards I". There are of course the seminal "Wilde Flowers" (Hugh & Brian Hooper, Robert Wyatt and Kevin Ayers) with two demo tapes of "You really Got Me" written by Ray Davis of the Kinks and Dave Clark's blues "Thinking of you Babe " and the duo Wyatt (guitar) and Brian Hopper (saxophone) in a song that smacks of informal improvisation ("Orientasian") recorded between the end of '62 and the beginning of '63. Finally I point out the electric blues of Brian Hopper's "Zobe" who play "If I Ever Leave You" with John Larner's voice and guitar, Gordon Larner's trombone, Frank Larner's organ and Ron Huie's drums.

Disco importante, il primo di una serie sparita dai radar e mai ristampata come avrebbe invece meritato.

Important disc, the first of a series that disappeared from the radar and never reprinted as it deserved.

1 – CARACAN: FEELIN’, REELIN’, SQUALIN’

2 – WYATT & HOPPER: MUMMIE

3 – DA-DA-DEE / BOLIVAR BLUES :RATLEDGE & WYATT

4 – ORIENTASIA: BRIAN HOPPER / WYATT

5 – YOU REALLY GOT ME: WILDE FLOWERS

6 – THINKING OF YOU BABE: WILDE FLOWERS

7 – MAN IN A DEAF CORNER: BRAIN & HUGH HOPPER

8 – IF I EVER LEAVE YOU: ZOBE

9 – STOP ME & PLAY ONE: WYATT PLUS UNKNOWN GUITAR PLAYER

10 – PIANOI STANDARDS 1: RATLEDGE

11 – BELSIZE PARKED: BRIAN & HUGH HOPPER AND RATLEDGE

12 – SUMMERTIME: CARAVAN

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JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

JOHN SURMAN · BARRE PHILLIPS · STU MARTIN “Live at Ossiach 1971”

BASF RECORDS. 3LP, 1971

di alessandro nobis

Il leggendario “The Trio” ha lasciato purtroppo poche tracce discografiche ufficiali alcune più conosciute altre meno, come le due riportate nel triplo ellepì “Ossiach Live” registrato al festival · che oggi definiremmo di world music · che si tenne nell’estate del 1971 nella cittadina della Carinzia con un incredibile cartellone con tra gli altri Weather Report, Friedrich Gulda, Tangerine Dream e Pink Floyd.

Due i brani riportati come dicevo, poco più di una trentina di minuti che sono però sufficienti a comprendere bene la portata della proposta musicale di John Surman, Barre Phillips e Stu Martin.

Il primo è un lunga composizione (ventitrè minuti che occupano l’intera quinta facciata del disco) scritta ed arrangiata dal pianista George Gruntz, ovvero “Maghreb Suite” che lascia comunque lo spazio per l’improvvisazione dei singoli all’interno del brano stesso: la genialità sta nel fatto che la line·up affianca musicisti con una cultura musicale di stampo occidentale (i tre citati sopra assieme allo stesso Gruntz qui al Fender Rhodes, a Jean Luc Ponty ed alla vocalist tedesca Limpe Fuchs) a musicisti nordafricani come Jelloul Osman (mezoued, una cornamusa algerina e tunisina), Moktar Slama (zoukra, una cornamusa libica con due chanter ma senza sacca), Salah El Mahdi (nay, flauto mediorentale) e Hattab Jovini (tabla, darabukka). Due mondi straordinari che incontrano e dialogano, quello del jazz europeo e quello della tradizione nordafricana, strumenti etnici vicini a quelli dell’idioma jazzistico, una valanga di suoni sia quando descrivono il mondo etnico (intorno al minuto sette, per esempio), sia quando tutto viene ricondotto al jazz (dal mezoued che cede il passo al Rhodes ed al contrabbasso di Phillips, minuto dieci o del solo di Ponty sul finire della suite). Bellissimo progetto.

Il secondo brano (oltre otto minuti, sulla sesta facciata in compagnia dei Weather Report – https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/10/24/weather-report-live-in-austria-71/ – ) vede protagonista la potenza espressiva di The Trio con Stu Martin che apre le danze di “Off Dear” seguito dal contrabbasso di Barre Phillips e dal baritono di Surman; che dire ancora di questo piccolo combo se non che nella storia del jazz europeo · e non solo, lasciatemelo dire · ha rappresentato una luce tra le più luminose che ha ispirato molti jazzisti ad intraprendere la via del jazz più libero se non dell’improvvisazione più pura? Del resto basta guardare le imprese musicali di Phillips e Surman (purtroppo Martin ci ha lasciato troppo presto) per capire con il senno di poi il loro segno indelebile.

A mio parere comunque “Off Dear” probabilmente non è l’unico brano che The Trio ha suonato ad Ossiach e mi piacerebbe retoricamente sapere dove siano finiti i nastri con le registrazioni di questo importantissimo festival ……

COLOSSEUM “Live!”

COLOSSEUM “Live!”

COLOSSEUM “Live!”

Bronze Records. 2LP, 1971

di alessandro nobis

Beh, dovessi scegliere il doppio ellepì registrato dal vivo che più ho ascoltato ed amato (e ascolto e amo tuttora) dagli anni della mia adolescenza ovvero da una cinquantina di anni, questo è il “Live” dei Colosseum, in cima alla montagna. E pensare che i musicisti non erano del tutto convinti di pubblicare quei nastri registrati all’Università di Manchester ed al Big Apple di Brighton nel marzo del ’71, ma le cose andarono per nostra fortuna diversamente e la Bronze Records (e la Warner Bros. negli USA) consegnarono alla storia della musica rock questo luminosissino diamante. Scusate la retorica ma veramente questo è uno straordinario disco, la band è all’apice della creatività, la line-up è quella fantastica con Chris Farlowe alla voce, Dave “Clem” Clempson alla chitarra, con John Hiseman alla batteria, Dick Heckstall-Smith ai fiati, Dave Greenslade all’Hammond e Mark Clarke al basso, il repertorio è la visione musicale live dei Colosseum, un rock ad alto tenore energetico intriso di blues con ampio spazio al jamming che sviluppa grandemente i brani del repertorio. Basta ascoltare la progressione di hammond e il dialogo con la chitarra di “Lost Angeles”, composta dopo una permanenza californiana a “Los Angeles” (di Farlowe, Hiseman e Heckstall · Smith) o la potenza interpretativa della voce di Chris Farlowe ed il lunghissimo solo di Clempson in “Skeglinton” di Clampson e Hiseman, brani che occupano ciascuno una facciata di questo doppio ellepì. Altre due perle che “raccontano” della formazione musicale dei membri dei Colosseum sono il celeberrimo brano di T·Bone Walker “Stormy Monday Blues” in delle più convincenti e vigorose versioni in assoluto, la prima parte più simile all’originale e quella centrale con una jam tra Clempson, Farlowe e Heckstall · Smith e la splendida rilettura di “Walking in the Park” composto dall’organista e scopritore di talenti Graham Bond nella cui Organ·Isation molto di quello che riguardo il cosiddetto British Blues ebbe inizio a cavallo del ’60.

Nella versione in CD pubblicata nel 2004 è riportato anche un brano di James Litherland, “I’Can’t Live Without You” (presente nell’antologia “The Collector’s Colosseum”).

Disco memorabile a mio avviso: miracolo irripetibile? Macchè, i due Live registrati nel ’94 a Colonia e pubblicati l’anno seguente stanno lì a testimoniarne un altro, stessa energia, scaletta molto simile, stessa band ancora al “top”: due Cd che testimoniano la chiusura di un’epoca, ed il seguente “Bread & Circuses” del 1997 è la prova del cambiamento. Ne parleremo.

PAUL HILLIER “Proensa”

<strong>PAUL HILLIER</strong> “Proensa”

PAUL HILLIER “Proensa”

ECM NEW SERIES Records. CD, 1989

di alessandro nobis

Al di là dell’accuratezza nella scelta del repertorio e delle scelte timbriche, sono convinto che questo “Proensa“, progetto del “Theatre of Voices” abbia avvicinato agli straordinari tesori della musica antica non pochi degli appassionati dell’etichetta bavarese di Manfred Eicher.

E’ un viaggio attraverso il periodo d’oro della poesie trobadorica, tra il Duecento e il Trecento, e qui troviamo i più importanti poeti dell’epoca, da Guglielmo Duca d’Aquitania a Macabruno, da Peire Vidal e Giraut De Bornelh  da Bernart De Ventadorn fino al meno conosciuto Guiraut Riquier: la straordinaria ed evocativa voce di Paul Hillier, il salterio e l’arpa di Andrew Lawrence-King, il liuto e il salterio di Stephen Stubbs e la viella di Erin Headley ci riportano magicamente a quel periodo storico troppo spesso indicato come “l’era buia” prima della rinascita. E’ questo uno quartetto formato da musicisti · studiosi dalla classe cristallina che danno lettura davvero efficace rara a sentirsi; “Reis Glorios” di Guiraut de Bornelh (provenzale, attivo nella seconda metà del 12° secolo) è un'”albada” (una sveglia) di cui conosciamo la musica che inizialmente ha la forma di preghiera ma che si trasforma in una risata, cantata da una guardia mentre il cavaliere si intrattiene con una dama, l’arrangiamento che accompagna questo testo è davvero notevole, accompagna ed allo stesso tempo crea un’ambientazione di un’aurora magica. “Pos Tornatz Sui Proensa” · da qui il titolo dell’album · venne scritta da uno tra i più celebri trovatori provenzali, Peire Vidal di Tolosa che durante la sua vita “prestò servizio” alla corte di Budapest al seguito di Costanza D’Aragona che andò in sposa al Re Imre nel 1198 (un’altra significativa interpretazione di questo canto trobadorico la si può ascoltare in “Peire Vidal: A Trobadour in Hungary” curata dall’ensemble ungherese Fraternitas Musicorum e pubblicata dalla Hungaroton nel 1981): racconta del ritorno di un trovatore nella sua terra, la Provenza.

Ho citato solamente due delle otto composizioni presenti in questo “Proensa” ma il livello di tutto il lavoro è veramente altissimo, a mio modesto avviso una delle migliori raccolte di canti trobadorici mai pubblicate e grande merito di questa realizzazione va senz’altro al patron dell’ECM per la sua visione sempre aperta verso i più diversi idiomi musicali.

TEMPEST “Living in Fear”

TEMPEST “Living in Fear”

TEMPEST “Living in Fear”

Island · Bronze Records. LP, 1974

di alessandro nobis

Chiusa l’esperienza in quintetto con le due chitarre di Alan Holdsworth e Ollie Halsall ed il cantante Paul Williams (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/05/20/jon-hiseman-tempest-bbc-session-1973/), nell’ottobre del 1973 Hiseman ritorna in studio con il fedelissimo Mark Clarke e con il solo Halsall, una formazione in trio quindi per registrare il secondo album, “Living in Fear” che verrà pubblicato nell’aprile del 1974 sempre dalla Bronze Records. All’epoca dei fatti le cronache della stampa specializzata della terra di Albione riportavano commenti piuttosto freddi rispetto di quelli di solo qualche mese prima: “tre ottimi musicisti non fanno una ottima band“, dicevano, una frase “di circostanza” usata spesso.

Degli otto brani equamente suddivisi nelle due facciate, al solito ne segnalo quelli che a mio avviso sono i più significativi: “Waiting for a Miracle” è l’unica oasi di relativa tranquillità in un mare fatto di rock molto arcigno, di riff squadrati, di assoli misurati dove la ritmica dei Colosseum lascia quelle atmosfere facilmente riconoscibili e grazie alla rugginosa chitarra di Ollie Halsall entra nel mondo dei “power trio” nella migliore accezione del termine, e la rilettura “hard” della beatlesiana “Paperback Writer” mi piace ancora, non troppo calligrafica e con un bel solo di chitarra.

Walking down a dusty road” è l’incipit di “Stargazer” scritta da Clarke assieme a Susie Bottomley è il brano che a mio avviso può essere considerato il brano manifesto di “Living in the Fear“, per i breaks di Halsall, per la ricerca sonora delle percussioni di Hiseman mentre “Dance of my Tune” sempre di Clarke · Bottomley è un lungo brano di grande impatto dove il basso duetta con la batteria (fondamentale è ascoltare con attenzione il fantastico drumming di Hiseman) con una parte centrale più lenta che contiene un lungo e prezioso solo di chitarra che conduce via via al gran finale.

Un gran bel disco che si fa apprezzare almeno da sottoscritto ancora oggi, un peccato che la storia dei Tempest finisca qui: i power trio non ebbero grande fortuna, quello di Tim Bogert, Carmine Appice e Jeff Beck potrebbe raccontarci una storia simile ………..

JOHN HENRY DEIGHTON (a.k.a. CHRIS FARLOWE) & THE THUNDERBIRDS

JOHN HENRY DEIGHTON (a.k.a. CHRIS FARLOWE) & THE THUNDERBIRDS

Chris Farlowe & The Thunderbirds “Buzz With the Fuzz”

Decal Records. LP, 1987

di alessandro nobis

Narra la leggenda che John Henry Deighton, classe 1943, ad un certo punto della sua appena iniziata carriera si inventò un nuovo nome e cognome, il primo suggerito da un amico ed il secondo ispirato dal chitarrista jazz Tal Farlow: Chris Farlowe appunto come tutti noi lo conosciamo, il cantante dei Colosseum dal 1970 ai giorni nostri.

E prima della band di Jon Hiseman? Parte di questo “prima” è racchiuso in questo vinile edito dalla Decal nl 1987 e raccoglie le registrazioni effettuate per la EMI dal contante con i Thunderbirds nel 1963 e pubblicate come singoli fino al 1965; la voce è potente, “nera” quasi travolgente nelle sue interpretazioni e se Farlowe è ancora attivo un motivo ci sarà anche se naturalmente ad ottanta anni suonati non si può pretendere che la voce resti quella di un tempo, lui lo sa e la usa in modo intelligente a quanto raccontano i report tedeschi sui recenti concerti dei Colosseum.

Dai Thunderbirds sono transitati lasciando una traccia significativa musicisti del calibro di Nicky Hopkins, Dave Greelskade, Carl Palmer e Albert Lee, e da cantante di skiffle degli inizi il baricentro della musica di Farlowe si è gradatamente spostato verso il blues, il rock’n’roll,  al soul  fino al rock venato di jazz come lo era quello della band di Hiseman; “Reelin’N’Rocking” di Chuck Berry del ’62, le due versioni dello straordinario slow blues “Stormy Monday Blues” di T-Bone Walker del ’65 che porterà in eredità ai Colosseum, i blues di “What you gonna do” e “Hound Dog” di Big Mama Thornton (la sua versione è su “Ball and Chain) con gli assoli di Albert Lee sono solo alcuni dei 45 giri di questo notevole “Buzz with the Fuzz“, antologia importante dei Thunderbirds, gruppo sciolto nel ’68 per le scarse vendite discografiche, e soprattutto per conoscere le origini del cantante londinese che dal ’70, come detto, andò a completare quella sorte di “Dream Team” che furono (e sono ancora) i Colosseum.

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

JON HISEMAN’ TEMPEST “BBC Session 1973”

CASTLE · SANCTUARY RECORDS. CD, 2005

di alessandro nobis

Nel 2005 la Sanctuary Records pubblica il doppio CD “Under The Blossom” che contiene i due lavori dei Tempest ovvero “Tempest” del 1973 (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2022/03/17/jon-hisemans-tempest-tempest/) e “Living in  Fear” del 1974 entrambi pubblicati originariamente dalla Bronze Records e che soprattutto contiene sette tracce finora ufficialmente inedite (ma presenti nel bootleg “Live in London ’74”, titolo fuorviante oltre che errata data) provenienti dall’archivio BBC; si tratta del concerto della durata di circa un’ora che il 2 giugno 1973 che il quintetto tenne per la BBC RADIO ONE al Golders Green Hippodrome e che quindi presenta un repertorio di brani tratti dal disco d’esordio.

Quintetto perchè l’aspetto più interessante di queste sette brani è la presenza dei due chitarristi Alan Holdsworth e Ollie Halsall che vanno ad aggiungersi naturalmente a Jon Hiseman, Mark Clarke e Paul Williams, una line-up che va ulteriormente ad arricchire le potenzialità espressive dei Tempest soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Un esempio può essere la “dilatazione” di “Brothers“, già presente sull’album di esordio con una durata di poco più di tre minuti e qui portata ad oltre un quarto d’ora grazie al notevole interplay tra i due chitarristi che dialogano supportandosi vicendevolmente durate i rispettivi assoli; “Drums Away” è naturalmente un brano creato da John Hiseman, con un solo iniziale che prelude all’esposizione del riff delle chitarre, per poi proseguire lungamente mettendo a mio avviso in evidenza tutte le capacità creative del batterista in questo ambito musicale, un efficace rock blues dal suono molto marcato e piuttosto lontano dalle sonorità dei Colosseum, “Grey and Black” è una ballad eseguita in duo (sempre dal primo disco) con il Rhodes di Ollie Halsall che accompagna la voce di Paul Williams e con un bel arrangiamento per le voci

Insomma un’ora di Tempest dal vivo che fortunatamente oggi possiamo ascoltare con un audio decisamente professionale, un gruppo che avuto una breve durata ma che, in studio e dal vivo, ha sempre soddisfatto i palati più fini; qualcuno rimase stupito dalla svolta “hard” di Hiseman fatto salvo poi, dopo un attento ascolto comprendere ed applaudire …………..

JON HISEMAN’S TEMPEST “Tempest”

JON HISEMAN’S TEMPEST “Tempest”

JON HISEMAN’S TEMPEST “Tempest”

Bronze Records. LP, 1973

di alessandro nobis

Terminata (o, con il senno di poi, interrotta) l’avventura con i Colosseum, Mark Clarke (il bassista) e Jon Hiseman ovvero la sezione ritmica della band chiamano lo straordinario chitarrista Alan Holdsworth (e violinista) ed il cantante Paul Williams per formare questo eccellente “Power Trio + 1” direi diverso dagli altri gruppi con lo stesso tipo di formazione come il trii di Rory Gallagher, i Cream o quello di Jeff Beck con Tim Bogert e Carmine Appice (gli ultimi due come noto la ritmica dei Vanilla Fudge) o ancora quello di Leslie West. Otto composizioni, sei scritte con lo zampino del batterista, una da Holdsworth (con John Edwards) ed una da Clarke (con Suzy Bottomley) sono la scaletta del disco, musica parecchio distante dal blues rispetto ai Colosseum e più orientata verso un rock più robusto ed efficace, e per questa “deviazione” piuttosto criticata dai fans dei Colosseum all’epoca.

Ascoltato cinquanta anni dopo il progetto John Hiseman’s Tempest (questo il primo nome del gruppo) è ancora interessante e ben “vivo”, naturalmente splendidamente suonato e vario nel repertorio; la duttilità di Hiseman in coppia con l’efficace basso elettrico di Clarke si sposano perfettamente con la straordinaria chitarra e con la potente voce di Williams e i tre brani della prima facciata scritti da trio Hiseman / Clarke / Holdsworth presentano agli appassionati tutto il talento dell’allora sconosciuto ventisettenne chitarrista (che al tempo ancora non aveva pubblicato alcun album) attraverso i suoi assoli per lo stile rimasto inimitato vuoi per la tecnica che per la capacità di mescolare diversi idiomi ed ottenerne uno personale (ascoltare “Metal Fatigue” del 1985 per capire). In “Upon Tomorrow” si respira aria di jazz acustico ed elettrico e svela anche Holdsworth come violinista (bello il suo solo iniziale) confermando l’indovinatissima scelta dei due ex Colosseum di ingaggiare il talentuoso musicista che si adatta benissimo ai ritmi più vicini come detto al jazz elettrico come un paio di anni dopo confermerà registrando l’ottimo “Bundles” dei Soft Machine. Ma le sorprese non finiscono qui, in “Grey And Black” ballad scritta e suonata esclusivamente da Mark Clarke, ascoltiamo il tocco appropriato al Fender Rhodes e la voce del bassista con un efficace arrangiamento a due voci.

Un disco riuscitissimo, per gustarlo nel migliore dei modi è necessario però scordarsi per un’oretta il sound dei Colosseum.

BRUCE · HISEMAN · HECKSTALL SMITH · McLAUGHLIN “Things we like”

BRUCE · HISEMAN · HECKSTALL SMITH · McLAUGHLIN “Things we like”

SUONI RIEMERSI: JACK BRUCE · JON HISEMAN · DICK HECKSTALL SMITH · JOHN McLAUGHLIN “Things we like”

Polydor Records. LP, 1970

di alessandro nobis

L’estate del 1968 fu un’estate intensa per Jon Hiseman e Dick-Heckstall Smith: tra la registrazione di Bare Wires con i Bluesbreakers di John Mayall e l’inizio dell’avventura con i Colosseum trovarono fortunatamente per noi il tempo anche per un session agostana assieme al bassista Jack Bruce che aveva appena concluso l’esperienza “Cream” ed al chitarrista John McLaughlin che allora era parte del quartetto del pianista Gordon Beck assieme a Tony Oxley e Jeff Clyne (“Experiments with Pop” venne pubblicato nel ’68 dalla Major Minor).

A parte la rilettura di “Born to be blue” di Mel Tormè e Robert Wells e di “Sam’s sack” di Milt Jackson, quest’ultima nel medley “Sam Enchanted Dick” che comprende anche “Rill’s Thrills” di Heckstall Smith, il disco contiene composizioni originali di Jack Bruce, in una session nella quale si ascolta raffinato e purissimo jazz nel periodo in cui questo iniziava ad essere contaminato dal rock o più semplicemente elettrificato; a giudicare dalla formazione infatti tutto farebbe pensare ad un’operazione di questo tipo, ma invece il contrabbasso di Bruce (che raramente si sente su altre sue incisioni, quasi volesse smaltire la sbornia di blues elettrico dei Cream) guida lo straordinario quartetto nel quale i due futuri Colosseum più legati al blues britannico ed il fraseggio di McLaughlin regalano uno dei più importanti – naturalmente a mio modesto parere – dischi del jazz europeo, inglese in particolare, in assoluto.

La prima facciata si apre con “Over The Cliff” (eseguito in trio senza la chitarra) con il contrabbasso pizzicato di Bruce, e Heckstall-Smith con i due sassofoni suonati contemporaneamente ci fa capire quanto il suo suono sia ispirato da quello di Roland Kirk, mentre il seguente “Statues” ci presenta un inedito Jack Bruce alle prese con l’archetto – splendido il suo solo – ed altrettanto significativo il break di Hiseman (magico il suo drumming che davvero ha avuto pochi eguali). Un brano che dà un’immagine precisa di questo progetto al quale, nei brani dove è presente, dà ulteriore forza John McLaughlin come nel medley citato in apertura con uno splendido solo che mette in risalto tutta la tecnica e la classe dell’allora ventiseienne chitarrista, tutta evidente anche nella splendida ballad “Born to be Blue” che chiude il lato A.

Jack Bruce ha in quegli anni registrato della grande musica in trio (con batteria e sassofono) come quella con lo stesso Hiseman e John Surman (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/10/27/suoni-riemersi-hiseman-%c2%b7-bruce-%c2%b7-surman-le-session-del-1971-%c2%b7-1978/), un progetto che poi ha un po’ lasciato nel cassetto e che avrebbe avuto invece un grande consenso tra gli appassionati jazz. Peccato.

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The summer of 1968 was a busy summer for Jon Hiseman and Dick-Heckstall Smith: between the recording of “Bare Wires” (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/12/21/suoni-riemersi-john -mayalls-bluesbreakers-bare-wires /) with John Mayall’s Bluesbreakers and the beginning of the adventure with the Colosseum fortunately found time for us also for an August session together with bassist Jack Bruce who had just finished the experience “Cream” and guitarist John McLaughlin who was then part of the quartet of pianist Gordon Beck along with Tony Oxley and Jeff Clyne (“Experiments with Pop” was released in ’68 by Major Minor).

Apart from the reinterpretation of “Born to be blue” by Mel Tormè and Robert Wells and “Sam’s sack” by Milt Jackson, the latter in the medley “Sam Enchanted Dick” which also includes “Rill’s Thrills” by Heckstall Smith, the album contains original compositions by Jack Bruce, in a session in which refined and pure jazz is heard in the period in which it was beginning to be contaminated by rock or more simply electrified; judging from the line-up, in fact, everything would suggest an operation of this type, but instead Bruce’s double bass (which is rarely heard on his other recordings, almost as if he wanted to soothe Cream’s electric blues hangover) leads the extraordinary quartet in which the two future Colosseums more linked to British blues and McLaughlin’s phrasing offer one of the most important – naturally in my humble opinion – European jazz records, English in particular, ever.

The first side opens with “Over The Cliff” (performed in trio without the guitar) with Bruce’s pizzicato double bass and Heckstall-Smith with the two saxophones played at the same time makes us understand how much his sound is inspired by that of Roland Kirk , while the following “Statues” presents us with an unpublished Jack Bruce struggling with the bow – his solo is splendid – and Hiseman’s break is equally significant (his drumming is magical and has really had few equals). A song that gives a precise image of this project to which, in the songs where it is present, John McLaughlin gives further strength as in the medley mentioned at the beginning with a splendid solo that highlights all the technique and class of the then twenty-six year old guitarist .

In those years Jack Bruce recorded great trio music (with drums and saxophone) such as that with Hiseman himself and John Surman (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2021/10/27/suoni-riemersi-hiseman- % c2% b7-bruce-% c2% b7-surman-le-session-del-1971-% c2% b7-1978 /), a project that he then left a bit in the drawer and that would have had a great consensus instead among jazz fans.

JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

SUONI RIEMERSI: JOHN MAYALL’S BLUESBREAKERS “Bare Wires”

Decca Records. LP, 1968

di alessandro nobis

Questa reincarnazione dei Bluesbreakers ebbe vita breve dopo la registrazione di questo significativo “Bare Wires” avvenuta nell’aprile del ’68 e prodotto da Mike Vernon e John Mayall: dopo qualche mese, in agosto, Tony Reeves, Dick Heckstall Smith presero armi e bagagli ed assieme a John Hiseman lasciarono Mayall per dedicarsi al nuovo progetto del batterista, la band Colosseum andando registrare il loro primo disco.

John Mayall in quegli anni “svezzò” chitarristi come Peter Green ed Eric Clapton e qui, alla chitarra, c’è un altro strumentista molto influenzato dal blues, Mick Taylor: il repertorio di Bare Wires comprende un’interessante eponima suite che occupa a prima facciata suddivisa in sette movimenti e composta dallo stesso Mayall nella quale emerge sì l’ambientazione blues ma anche le influenze del jazz: l’apporto dei tre futuri Colosseum è ad un attento ascolto rilevante contribuendo al suono dell’ensemble ed anche con interessanti, direi anzi notevoli interventi solisti. Il tenore di H.S. sul finire del blues “Open a new door” chiusa dalla sezione fiati di Heckstall Smith, Henty Lowther e Chris Mercer, lo splendido duetto batteria – armonica (di Mayall) di “Fire” (una personale rilettura del tradizionale americano “Dark is the colour of my true love’s hair”) e lo splendido lavoro di Tony Reeves in ”Look in the Mirror” che chiude la suite con la batteria di Hiseman e il sax di Heckstall Smith (non sentite già il profumo di Colosseum?) sono solo tre momenti della suite, forse una delle composizioni più articolate uscite dalla penna di John Mayall che splende anche per gli arrangiamenti e per la composizione dei Bluesbreaker nei quali oltre alla voce e le tastiere del leader brilla per i sempre indovinati interventi della chitarra del grande Mick Taylor.

La seconda facciata si apre con lo slow blues “I’m a Stranger” con la sezione fiati in evidenza che sostengono la voce e marcano il tempo – notevole il lavoro del drumming di Hiseman – ed infine tengo a citare “She’ Too Young”, un altro blues a firma Mayall con i soli del sax tenore e di batteria.

Bare Wires” è a mio avviso l’ultimo grande disco di John Mayall, “British Blues” ed ha avuto anche il “grande merito” di essere stato la causa del divorzio dai tre futuri Colosseum.

Per completezza segnalo in oltre che nell’antologia “Thru The years” pubblicata nel 1971 che contiene registrazioni dal ’65 all’aprile del ’68 sono presenti altri due brani provenienti dalle session di “Bare Wires”, ovvero “Knockers Step Forward” con Heckstall Smith, Hiseman e Reeves e “Hide and Seek” con i soli Hiseman e Reeves; nella ristampa su CD con 6 inediti son presenti ai due già citati inediti “Jenny”, “Knocker’s Step Forward”, “Start Lookin’” e “Intro – Look at the Girl”.

(Google English)

This reincarnation of the Bluesbreakers was short-lived after the recording of this significant “Bare Wires” in April of ’68 and produced by Mike Vernon and John Mayall: after a few months, in August, Tony Reeves, Dick Heckstall Smith took up their instruments and together with John Hiseman they left Mayall to devote themselves to the new project of the drummer, the Colosseum band, going to record their first album.

John Mayall in those years “weaned” guitarists like Peter Green and Eric Clapton and here, on the guitar, there is another instrumentalist very much influenced by the blues, Mick Taylor: the repertoire of Bare Wires includes an interesting eponymous suite that occupies a prima facade divided into seven movements and composed by Mayall himself in which the blues setting emerges but also the influences of jazz: the contribution of the three future Colosseum is to a careful and relevant listening contributing to the sound of the ensemble and also with interesting, I would say indeed notable solo interventions. The tenor of H.S. at the end of the blues “Open a new door” closed by the wind section of Heckstall Smith, Henty Lowther and Chris Mercer, the splendid drum – harmonica duet (by Mayall) of “Fire” (a personal reinterpretation of the traditional American “Dark is the color of my true love’s hair “) and Tony Reeves’ magnificient work in” Look in the Mirror” which closes the suite with Hiseman’s drums and Heckstall Smith’s sax (don’t you already smell Colosseum?) are just three moments of the suite, perhaps one of the most articulated compositions to come out of John Mayall’s pen which also shines for the arrangements and for the composition of the Bluesbreaker in which in addition to the voice and keyboards of the leader shines for the always guessed interventions of the guitar of the great Mick Taylor.

The second side opens with the slow blues "I'm a Stranger" with the horn section in evidence that support the voice and mark the time - notable the work of Hiseman's drumming - and finally I want to quote "She 'Too Young" , another blues signed by Mayall with the solos of the tenor sax and drums.
In my opinion, "Bare Wires" is John Mayall's latest great album, "British Blues" and also had the "great merit" of being the cause of the divorce from the three future Colosseums.
For the sake of completeness, in addition to the anthology "Thru The years" published in 1971, which contains recordings from '65 to April '68, there are two other songs from the sessions of "Bare Wires", or "Knockers Step Forward" with Heckstall Smith, Hiseman and Reeves and "Hide and Seek" with only Hiseman and Reeves; in the reissue on CD with 6 unreleased tracks, the two previously mentioned unreleased songs "Jenny", "Knocker's Step Forward", "Start Lookin '" and "Intro - Look at the Girl" are present.