DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

DUO BOTTASSO & S. SIMS LONGO “Biserta e altre storie”

Visage Music CD, 2018

di Alessandro Nobis

di Alessandro Nobis

Mi aveva davvero favorevolmente impressionato “Crescendo”, il lavoro che Nicolò e Simone Bottasso avevano pubblicato nel 2014 per originalità e freschezza ed ora questo “Biserta e altre storie” registrato con Simone Sims Longo (live electronics) ha aggiunto un importante tassello al percorso che i due piemontesi stanno affrontando; perché questo non è un lavoro “normale” ma è stato concepito e realizzato come colonna sonora del documentario “Biserta. Storia a spirale”, un racconto, una narrazione che si fonde con le immagini. Di più, mi ha fatto pensare al teatro dei pupi. O dei burattini se volete, qui ogni strumento copre un ruolo ben preciso ed il racconto si fa reale man mano che procede l’ascolto. L’organetto, la tromba e l’antica melodia basca di “Maitia” ed il seguente bellissimo “Autumn” condotto dal tar di Reza Mirjalali – e la sua ripresa – raccontata in primo piano dal violino descrivono la “gioia e rivoluzione” tunisina e ti sembra di assaporare il profumo del Mar Mediterraneo, “Fragen” con il sapiente organetto accompagna il coro “Kinder-und Jugendchor der Theater Chemnitz” condotto da Pietro Numico che vuole essere un inno alla libertà, “Spirali” con le elaborazioni elettroniche di Simone Longo ed i suoni ambientali arabi, “Saramazurka” è una danza popolare che vola tra Piemonte e Biserta; musica che descrive immagini, dove Samara, Mohamed, Dhia e Khaled prendono vita durante l’ascolto ed alla fine quasi non ti ricordi più che queste composizioni fanno parte di un documentario, ed è questo il maggiore pregio di questo “Biserta”, incontro felice tra musica popolare antica e “nuova”.

Più l’ascolti e più vorresti vedere il documentario, “Biserta. Storie a spirale”.

(https://www.youtube.com/watch?v=N4NluJP3W4c&fbclid=IwAR3nURgmDNDftPC97hsM-Ufr4TKxhs78bP-q8zxvvUdMOoRLEG9yWjZBnqY)

 

 

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

BLU L’AZARD “Bal Poètic”

Alabianca Records, CD 2018

di Alessandro Nobis

Certo che i sovracuti di clarinetto basso e le parole “a doppia voce” di Peppino Impastato che aprono questo lavoro dei piemontesi Blu L’Azard lascieranno perplessi gli “ortodossi del folk”, ma che importa, va bene anche conservare il sacro fuoco della tradzione ma a mio parere va ancora più bene andare avanti e lasciarsi influenzare da quello che ci suona “attorno”. Ma “Se si insegnasse la bellezza”, il brano di cui parlavo, indica la direzione di questo progetto in modo inequivocabile: piedi e testa nella tradizione delle valli alpine piemontesi (Val Maira, Valli di Lanzo, Valle di Susa) e delle loro affascinanti lingue ancestrali e sguardo verso le musiche e culture “altre”. L’avanguardia fianco a fianco della tradizione, suoni e strumenti alloctoni (il clarinetto basso, il flicorno ed il sassofono o le percussioni del maliano Makan Sissoko) che danzano assieme al violino, alla cornamusa ed alla fisarmonica ed agli ottoni della val di Lanzo: Flavio Giacchero (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamusa), Marzia Rey(voce, violino), Pere Anghilante (voce, fisarmonica) e Pierluigi Ubaudi (voce, flicorno baritono, oggetti sonori) l’hanno studiata bene realizzando un disco, un fiore all’occhiello del “nuova” musica popolare italiana. Certo, incastonare la poetica di Peppino Impastato, dell’armeno Adrian Varujian (“Pavots”), di Emily Dickinson (“Aracnica”) o della poesia trobadorica di  Peire Vidal (“Estat ai gran sazo”) nelle melodie tradizionali o di nuova composizione (“La Gàrdia”, ad esempio testo di Giacchiero con la combinazione di fisarmonica ed un azzeccato intervento “free” di sax soprano) è un’operazione al limite dell’azzardo ma non temete, il “sacro fuoco” non è stato spento ma anzi è stato ravvivato dal combo Blu D’Azard; musica da ascoltare attentamente, testi da leggere più e più volte. Musica, anche, come recita il titolo, anche da ballare.

 

 

SUONI RIEMERSI: LA CIAPA RUSA

SUONI RIEMERSI: LA CIAPA RUSA

SUONI RIEMERSI: LA CIAPA RUSA

“Ten da chent l’archët che la sunada l’è longa””

MADAU DISCHI D-08, LP 1982

di Alessandro Nobis

Faccio fatica a credere che sono passati 35 (trentacinque!) anni dalla pubblicazione di questa straordinaria prova d’esordio da parte de La Ciapa Rusa, gruppo monferrino che a lungo – e in largo – si occupò di ricercare e di rinverdire il repertorio popolare nascosto nelle vallate e nelle contrade del basso Piemonte. Al tempo “La Ciapa” era formata da Maurizio Martinotti (voce, ghironda, cianfornia), Beppe Greppi (organetto diatonico e voce), Lorenzo Boioli (piffero, ocarina, zufoli) e Maurizio Padovan (violino) con le prestigiose presenze anche di Elisabetta Zambruno, Donata Pinti e Alberto Cesa al canto, Ettore Losini e Giorgio Delmastro.

Il progetto parte dalla registrazioni sul campo effettuate soprattutto dagli stessi musicisti in contatto con gli “informatori” ed in seguito con l’elaborazione ed i curatissimi arrangiamenti del repertorio, costituito da canti rituali (“La questua delle uova”), narrativi (Re Gilardin”, “La bevanda sonnifera” e “Gentil Galant”, conosciuta dalle mie parti come “La tentazione”) e da temi per danza: Gighe, Courant, Mazurche, Monferrine.

Un panorama completo della musica popolare dell’Alessandrino suonato con grande brillantezza, raffinatezza e competenza se è vero, come è vero, che il quartetto rimane ancora oggi uno dei punti cardine per quanti sono interessati al recupero ed allo studio della tradizione musicale. Un lavoro d’esordio di grande qualità e bellezza perfettamente in linea con quanto accadeva al tempo oltralpe e oltremanica in ambito folk dove La Ciapa Rusa era molto considerata ed apprezzata; “Ten da Chent” contribuì inoltre a far alzare le antenne delle curiosità ai folkettari italiani alle prese con un autentica ubriacatura dell’allora chiamato folk angloscotoirlandese, e per questo ringrazio caldamente ancora Beppe Greppi, Maurizio Martinotti & C.

Il disco è accompagnato da un libretto che minuziosamente riporta testi, notizie su tutti i brani suonati, insomma un fondamentale compendio all’ellepì che si aggiudicò il Premio della critica discografica nel settore folk. Meritatissimo.

 

 

BAIA TRIO “Coucanha”

BAIA TRIO “Coucanha”

BAIA TRIO “Coucanha”

  1. RoxRecords, 2016.

di Alessandro Nobis

Con l’avvento dei mezzi di riproduzione sonora meccanici ed in particolare delle musicassette, la contestualizzazione della musica suonata dal vivo in accompagnamento al ballo popolare è andata scemando molto velocemente, conservandosi solamente in aree extraurbane e considerate culturalmente e tecnologicamente arretrate. Dalla fine degli anni sessanta, la musica nata per quella funzione si è poco a poco evoluta e trasformata in musica da ascolto, grazie anche a nuovi arrangiamenti, l’utilizzo di strumenti alloctoni e la composizione di nuove melodie. Questo per raccontarvi che il repertorio del raffinatissimo Baìa Trio, autodefinitosi “trio di musica a ballo” e costituito dal chitarrista Negro Enrico (ottimo il suo recente “La memoria dell’acqua), dal ghirondista Francesco Busso e dal violinista cantante Gabriele Ferrero, comprende danze dell’area piemontese e francese coprendo un territorio che va da quello delle 4 Province (“Polka in La minore” dal repertorio di Stefano Valla) al Connemara irlandese (“Suite di circoli”).

Coucanha è davvero un disco ben riuscito, non solamente per la tecnica sopraffina dei tre – dote fondamentale soprattutto nelle situazioni di BalFolk – ma per il grande piacere che si prova ascoltandolo anche comodamente seduti su di un divano: repertorio vario, suono d’insieme molto ben calibrato e curato viste le tre spiccate personalità di Busto, Ferrero e Negro, perfette tessiture tra i suoni degli strumenti; insomma un disco consigliato sia agli adepti del ballo popolare – che faticheranno non poco a rispettare i ritmi metronometrici suonati – che agli appassionati della musica acustica tradizionale e di derivazione. Bellissimo, il superlativo è d’obbligo.

http://www.roxrecords.it

 

 

 

DINDUN “Majin”

DINDUN “Majin”

DINDÙN

“Majin” – Autoproduzione, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2014

Sarà felice il buon Costantino Nigra di sapere che a più di un secolo dalla prima edizione del suo fondamentale “Canti popolari del Piemonte” – e parliamo del 1888 – c’è ancora chi ne studia a fondo i testi e li confronta con quanto di essi ancora sopravvive nella tradizione popolare dei nostri giorni aggiungendovi melodie raccolte sul campo o studiate in altre pubblicazioni. E sarà ancora più contento scoprendo quanto sia stato portato avanti questo prezioso lavoro di studio e di rielaborazione dagli autori di questo – a mio avviso – bellissimo e coraggioso “Majin”, ovvero la Alessandra Patrucco (voce), Marc Egea (ghironda e flauti) ed il pianista Angelo Conto: musicisti sì con profondo interesse nella cultura popolare, ma con frequentazioni anche in quelle contemporanea, oltre che nei mondi paralleli a quello musicali come quelli della danza o della poesia.

Insomma, considero questo disco una piacevolissima sorpresa che mi ha, ascolto dopo ascolto, rivelato da un lato la ricchezza del patrimonio che le generazioni passate ci hanno consegnato, e dall’altro l’originalità – e consentitemi – anche la genialità della proposta. De-banalizzare una melodia come “Il mio castello” e regalarle un respiro ampio e colto non è una cosa facile, soprattutto non è da tutti: il brano si apre con l’esposizione dell’arciconosciuta melodia ma di seguito voce, pianoforte e ghironda volano in un’altra direzione, verso orizzonti sorprendentemente attuali, costruendo un ponte che da una parte collega il passato e dall’altra fa solo immaginare la riva opposta.

Concludo citando altri due brani che mi hanno particolarmente impressionato – facendo torto però a tutti gli altri: “La soca” e “La bionda di Voghera” arrangiamenti quasi “minimalisti”, altre due perle di questo intelligente disco di esordio del trio Dindùn, gruppo che merita l’attenzione di quanti rivolgono le loro atenzioni alle musiche definite “di confine”.

LA MESQUIA “Podre”

LA MESQUIA “Podre”

LA MESQUIA

“Podre” – Musitrad, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2014

Se l’obiettivo de La Mesquia era quello di riferirsi alla propria storia – musicale e naturalmente linguistica – per poi produrre nuova musica, beh, l’obiettivo è stato centrato pienamente. Lo abbiamo detto altre volte, questo è il migliore dei modi per traghettare suoni e parole verso il futuro, ma questo “Podre” ci ha colpito sin dal primo ascolto per la sua freschezza. Certo dalle valli Occitane – questa l’area dove opera il gruppo – nei decenni passati sono stati molteplici gli esempi lodevoli di recupero e di riproposta, citiamo solo i Lou Dalfin, e questo “Podre” ci aggiorna sul lavoro che questo gruppo di musicisti sta portando avanti. La Valle Stura, la Valle della Bisalta, la Val Grana e la Val Varaita nascondono tesori culturali e naturali purtroppo poco conosciuti che rischiano di venire devastati, ed ascoltando questo disco viene la voglia di partire per il cuneese per conoscere il retroterra culturale che questo straordinario ensemble propone.

Quattordici sono le tracce, tutte originali, e rigorosamente acustica la strumentazione: ghironda ed organetto naturalmente, eppoi violino e viola, flauti, fisarmonica e cornamusa oltre naturalmente alla voce. In tutte c’è lo “zampino” di Remo Degiovanni – come autore di testi e musiche e come co-autore – già fondatore dei Roussinhol e profondo conoscitore e divulgatore della cultura occitana; con lui Chiara Cesano, Manuel Ghibaudo, Francesco Giusta e Luca Pellegrino, strumentisti di prima classe impegnati anche alla stesura degli arrangiamenti.

Una perla è l’unico strumentale, “Suni D’Orelha – Farfoi – Sòre” arricchito dal suono dell’arpa, ma ci sono piaciute particolarmente anche “Poison” con le sue tematiche ecologiste e “Politicants”, che narra la dura vita della gente occitana e dei “politicanti” che arrivano solamente per derubare la terra delle sue risorse e gli uomini dei loro denari.

Un gran bel disco. Val la pena cercarlo.

 

Contatti: lamesquia@virgilio.it

ENRICO NEGRO “La memoria dell’acqua”

ENRICO NEGRO “La memoria dell’acqua”

ENRICO NEGRO

“La memoria dell’acqua” – Solitunes Records, 2015

Al di là del pedigree e della bravura tecnica di Enrico Negro, finissimo chitarrista piemontese, ciò che invoglia l’ascolto di questo suo secondo lavoro solista – leggendo la track list – è l’eterogeneità del repertorio che propone. Musica tradizionale, ragtime, musica “classica”, canzone d’autore, brani originali. Difficile mantenere un’omogeneità esecutiva, ma Enrico Negro ha affrontato questi repertori con grandi discrezione, rispetto ed autorevolezza riuscendo nell’intento, uno spirito questo che in molti brani ricorda i migliori momenti solisti di John Renbourn, peraltro un dichiarato punto di riferimento di questo bravo strumentista – autore alessandrino. Personalmente preferisco sempre i brani originali dagli altri perché danno a mio avviso l’opportunità di apprezzare meglio la cifra stilistica dell’autore: quindi il brano d’apertura che dà il titolo al disco e la suite “Rubato / Mehri” ma vi invito all’ascolto dello spumeggiante ragtime “Detective Rag” composto da Oisorac al secolo Ermenegildo Carosio e alla suite “Sestrina / Levantine” (la prima uno splendido arrangiamento di una danza tradizionale, seguita da due danze composte da Negro). Ma è difficile scegliere i brani da segnalare, perché solamente concentrandosi sull’intero lavoro si comprende quanto sia stato meditato, sedimentato e quanto sia ben suonato questo “Memoria dell’acqua”.

Infine un plauso alla Solitunes che con molta attenzione e coraggio produce e promuove in modo molto accurato (mi riferisco anche alla grafica della copertina) artisti come Enrico Negro ed altri che si muovono in territori d’avanguardia (della quale abbiamo un gran bisogno sempre). Non vorrei eccedere in trionfalismi, ma trovo questa musica una boccata di ossigeno, elemento del quale spesso abbiamo bisogno……

 

http://www.enriconegro.it

http://www.solitunes.it