KEITH TIPPETT OCTET – “The Nine Dances Of Patrick ‘Gonogon”

KEITH TIPPETT OCTET – “The Nine Dances Of Patrick ‘Gonogon”

KEITH TIPPETT OCTET – “The Nine Dances Of Patrick ‘Gonogon”

DISCUS 56, CD, 2017

di Alessandro Nobis

Molti si sono avvicinati alla musica di Keith Tippett ai tempi delle memorabili incisioni crimsoniane alle quali partecipò (“In the Wake”, “Lizard” e “Islands”) per poi seguirlo fedelmente nella sua carriera, altri direttamente da capolavori come “Blueprint” o “Centipede”, per citarne due, per poi apprezzarne anche le pennellate del suo pianoforte alla corte di Robert Fripp. Per seguire la carriera del pianista inglese occorrevano e necessitano anche oggi doti da segugio, viste le innumerevoli incisioni per altrettante etichette discografiche e potete solo immaginare quanto fiuto fosse necessario quando internet non era citato nemmeno nei romanzi di fantascienza.

In queste settimane è stato dato alle stampe un altro magnifico disco di Tippett in ottetto (una delle sue doti è quella di trovarsi magnificamente a suo agio – per il nostro agio – in solo fino a orchestre di cinquanta elementi) registrato a Londra dal vivo nell’ottobre del 2014; con lui ci sono Fulvio Sigurta alla tromba e flicorno, Sam Mayne ai sassofoni alto e soprano ed al flauto, James Gardiner – Bateman al sax alto, Kieran McLeod al trombone, Tom McCredie al contrabbasso, Peter Faircloud alla batteria e la compagna di sempre, Julie Tippett, naturalmente alla voce (in un solo brano, l’evocativo “The Dance of the Returning”). “The Nine Dances Of Patrick ‘Gonogon” è una lunga composizione in undici movimenti nella quale si riconoscono tutte le componenti ed influenze musicali che hanno fatto del pianista di Bristol uno dei maggiori compositori del jazz degli ultimi decenni: ci sono evidenti richiami ai grandi maestri come Duke Ellington e Charles Mingus quasi a rendere omaggio ai due giganti afroamericani ma soprattutto c’è il sempre vivacissimo e puntuale pianoforte e ci sono le scritture tippettiane e gli arrangiamenti che fanno davvero imperdibile questo lavoro, eseguito con grande perizia da jazzisti navigati come Peter Fairclough e da quelli diplomati alla prestigiosa Royal Academy of Music. E vogliamo parlare della sorprendente quanto stupenda rivisitazione del tradizionale irlandese “The last rose of the summer”?

Lunga vita a Keith Tippet, che lo scorso 25 agosto compiuti settant’anni: so long, Keith………….. e grazie.

 

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THE FRIEL SISTERS “The Friel Sisters”

THE FRIEL SISTERS  “The Friel Sisters”

THE FRIEL SISTERS  “The Friel Sisters”

AUTOPRODUZIONE FRL 001 CD, 2014.

di Alessandro Nobis

Anna, Sheila e Claire Friel sono uno dei tanti esempi di nucleo familiare dedito allo studio ed alla riproposta della tradizione popolare, in questo caso musicale. Di famiglia irlandese del Donegal ma nate in quel di Glasgow, le tre sorelle – ascoltate anche loro al William Kennedy Piping Festival di Armagh – hanno pubblicato questo significativo lavoro d’esordio nel 2014, un’autoproduzione nata dopo anni di sessions, di studi e di passione verso la musica tradizionale. Per me è stata una sorpresa ed anche una novità, e penso di essere nel giusto anche se ve ne parlo dopo qualche settimana di ripetuti ascolti.

Anna canta e suona il flauto, Sheila canta e suona le uillean pipes mentre Claire è la violinista, ed anche lei cantante. Una volta ribadito che se si vuole suonare la musica popolare a certi livelli bisogna avere una preparazione tecnica di grado almeno elevato – e le Friel Sister dimostrano anche dal vivo di averlo, eccome – ascoltando la loro musica è compiere una cavalcata a briglie sciolte nella migliore musica irlandese e la concorrenza dei gruppi giovani, oramai lo sapete, è spietata da quelle parti. In repertorio brani “di famiglia” come “Tir Chaonaill” e “The Blue Hills of Antrim”, belle riletture personali di Bothy Band, Planxty e De Danann, omaggi ai padri come al piper Willie Clancy, al violinista di Sligo Micheal Coleman e “Bunker Hill / The Holy Land / The Pinch of Snuff” dalla raccolta a stampa del 1907 di O’Neill sono le gemme di questo disco.612xkmqni2l-_sl1252_

Nel frattempo ho appreso che le Friel Sisters sono state in Italia per un paio concerti negli scorsi mesi. Averlo saputo prima………

Gran bel disco, peccato solo che il sottoscritto abbia perso 1 diottria nel leggere le note ai brani. Un libretto con le note più leggibili avrebbe fatto meno danni alla mia già debole vista.

EDUARDO PANIAGUA “Calahorra”

EDUARDO PANIAGUA “Calahorra”

EDUARDO PANIAGUA

“CALAHORRA: musica arabigo andaluza” – Pneuma Records PN 1470, 2014

Pubblicato da Folk Bulletin, 2014

di Alessandro Nobis

 Dedicata principalmente al seminale LP “Musique Arabo-Andalouse” dell’Atrium Musicae di Gregorio Paniagua pubblicato nel lontano 1975, ma anche alla fondazione Paradigma di Cordoba, questo “Calahorra” (termine arabo che indica un castello, una fortezza o anche semplicemente una torre isolata in posizione strategica, di controllo), riveste una particolare importanza soprattutto per quanti si sono da poco lasciati affascinare dalla musica arabo-andalusa, sviluppatasi durante la dominazione araba della penisola iberica (Al – Andalus) ed arrivata sino a noi grazie alla trasmissione orale ed a fondamentali fonti scritte ed iconografiche come il poderoso corpus raccolto da Alfonso X “El Sabio”. Il libretto allegato al CD fornisce una dettagliata quanto esaustiva storia di questa musica, dall’Ottavo secolo fino alla “reconquista” del 1492. Dal punto di vista puramente musicale, i venti brani che compongono questa preziosissima antologia spaziano dalle Cantigas De Santa Maria (la 167 delle quattrocento raccolte dal re Alfonso X) a tutte le altre forme musicali del mondo arabo, dalla Nuba alla Mchalia, dal Mashriq ai vari Modi.

Naturalmente sono qui presenti al completo gli straordinari musicologi ed anche musicisti che negli anni hanno creato e costruito il poderoso catalogo della Pneuma – formato oramai da quasi centocinquanta titoli -: dall’Ensemble guidato dal virtuoso di oud Omar Metiuoi di Tangeri, a Begonia Olavide dell’Ensemble Mudejae e Abdel Ouahid Senhalj (nay), dal multistrumentista Luis Delgado fino naturalmente a Eduardo Paniagua, fantastico suonatore di qanun ma anche di flauto e, “direttore dei lavori” di questo disco oltre che dell’etichetta madrilena Pneuma.

Un fantastico viaggio nel tempo in cui si coltivava il sogno della coesistenza tra diverse culture con un linguaggio comune di saggezza e fiducia che pose le basi del Rinascimento in Europa.

DERVISH “A celebration”

DERVISH “A celebration”

DERVISH

“A celebration 1989 – 2014” – Whirling Disc, 2014

Pubblicato da Folk Bulletin, 2014

 di Alessandro Nobis

Se i Goitse rappresentano secondo molti il futuro dell’Irish Folk, il sestetto dei Dervish ci delizia da venticinque anni con i suoi concerti – spesso scendono in Italia grazie a Geo Music – e con le sue incisioni; se non avete mai ascoltati – non credo, ma meglio mettere le mani in avanti – questa è la migliore occasione per gettare uno sguardo “uditivo” alla loro storia ed alla produzione discografica. dervishCome si evince dal titolo, questo CD riassume le loro gesta con 14 brani già pubblicati. Ne hanno fatto di strada i “Ragazzi di Sligo” (”The Boys of Sligo” era il primo nome del gruppo nato durante il loro primo incontro diciamo così ”informale”) dal 1989, e se hanno aspettato ben quattro anni per pubblicare il loro primo disco significa che il progetto è stato ben preparato, gli equilibri sonori tra voce e strumenti ben studiati ed il repertorio definito alla perfezione. Ed infatti la pubblicazione del loro primo album “Harmony Hill” del 1993 ha stupito pubblico e critica per la sua già raggiunta maturità senza mostrare quei piccoli difetti che spesso evidenziano le opere prime. Da allora in poi è stato un susseguirsi di concerti in tutto il mondo, nei club e nei grandi festival e di incisioni che hanno fatto di questo sestetto una delle migliori realtà del folk – revival celtico degli ultimi due decenni.

dervish bisLa line-up più recente dei Dervish è quella con la quale hanno registrato il loro ultimo CD “The Thrush in the storm” ovvero BRIAN McDONAGH alla mandola, LIAM KELLY al flauto e whistles, TOM MORROW al violino, SHANE MITCHELL alla fisarmonica, CATHY JORDAN al canto, bodhran e bones e MICHAEL HOLMES al Bouzouki.

Ciliegina sulla torta, un brano inedito e registrato appositamente per l’occasione (“Welcome Poor Paddy Home”), un ulteriore invito all’ascolto di questa ottima antologia del gruppo irlandese. Se capiteranno dalle vostre parti, non lasciateveli scappare.

ELVA LUTZA & RENAT SETTE “Amada”

ELVA LUTZA & RENAT SETTE “Amada”

ELVA LUTZA & RENAT SETTE

“Amada” – AUTOPRODUZIONE, 2014 – pubblicato su Folk Bulletin, 2014

di Alessandro Nobis

Affronto l’ascolto di questo “Amada” non sapendo nulla né di Renat Sette e nemmeno di Elva Lutza. Imparo dalle brevi note di copertina che Renat Sette è un cantante provenzale e che Elva Lutza è un duo sardo, composto dal trombettista cantante Nico Casu e dal chitarrista Gianluca Dessì.

Inizio l’ascolto di questo “Amada”. Il progetto è interessante, molto interessante, la formula dell’incontro di persone e di culture apparentemente lontane non è naturalmente nuovo, ma qui funziona direi egregiamente: il repertorio – e non può essere altrimenti – si muove tra la Provenza e la Sardegna e non è così difficile individuare l’origine dei brani, vuoi per i ritmi vuoi per la voce cantata. E poi c’è l’intrigante abbinamento degli strumenti – plettri e tromba – con inoltre la presenza mai invadente, ma intelligente e sempre puntuale dell’elettronica, che rende il tutto molto affascinante ed assolutamente equilibrato.

Sento in “Loison” l’eco di quel disco capolavoro di trentanni fa che fu “Veranda” della premiata ditta Tesi – Vaillant (un disco che ha lasciato il segno), in “Maire Nostra” mi gusto l’austero omaggio all’indimenticata Maria Carta e la tradizione chitarristica e vocale sarda in “Amada Giuventude”; navigo attraverso l’alto Tirreno ed eccomi sul “Pont de Mirabeu” con l’omonimo canto narrativo eseguito a cappella da Renat Sette ed Ester Formosa con la tromba di Nico Casu, gli splendidi canti provenzali “Lo Promerenc Principi” con un arrangiamento davvero efficace arricchito ancora da un solo di Casu ed il suggestivo brano d’apertura “Bèla Calha”, che fa subito comprendere la cifra artistica di questo splendido “Amada”.

Mi è piaciuto. Parecchio. E’ un disco che ti sorprende per l’atmosfera che ti pervade durante l’ascolto. Certo, note di copertina più esaustive – non so, l’origine dei brani, il significato dei testi – mi avrebbero aiutato nell’apprezzare maggiormente questo bel lavoro.

Ma forse anche no, va bene così. Scoprire un po’ alla volta il sentiero che ti conduce alla fine del disco può essere piacevole. E intrigante.

DOMO EMIGRANTES “Kolymbetra”

DOMO EMIGRANTES “Kolymbetra”

DOMO EMIGRANTES

“Kolymbetra” – AUTOPRODUZIONE Records, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2015

Di gruppi che a vario titolo propongono una sorta di viaggio nelle musiche del mare Nostrum ne ho ascoltati di recente parecchi, tutti propongono a livelli diversi una sorta di crociera virtuale con brevi soste nei porti e porticcioli più disparati senza un filo conduttore chiaro.

Questa seconda produzione di Domo Emigrantes viaggia su altri livelli e va oltre: c’è un progetto serio che si propone di andare alla ricerca delle testimonianze lasciate in Sicilia dai popoli e dalle loro civiltà che nei secoli l’hanno occupata, ci sono degli arrangiamenti omogenei e raffinati, una approfondita ricerca dei suoni e degli strumenti. Insomma, Stefano Torre, Filippo Renna, Donato Pugliese, Ashti Abdo e Lello La Porta assieme ad un nugolo di ospiti hanno confezionato un bel disco che, se promosso bene, non farà fatica a farsi apprezzare da stampa e pubblico. Dicono bene le note di copertina quando evidenziano che la Trinacria è sempre stata una sorta di calamita per tutte le civiltà che nei secoli si sono sviluppate nel Mediterraneo. E questo è il pretesto per Domo Emigrantes: fare avvicinare l’ascoltatore anche ad altre culture magari geograficamente più lontane come quella iberica e curda.

Suoni e sapori qui trovano “casa” nella lingua dialettale, attraverso un crogiuolo di strumenti, dalla zampogna a paro al saz al laud cretese, dalla chitarra battente alle percussioni “etniche”. Musiche tradizionali, musiche tradizionali con nuovi testi (Leucade) e viceversa (Canê Canê) e “Terra Matri”, una bella rilettura di “Lu me paesi” di Tony Cucchiara, un altro di quegli autori il cui repertorio andrebbe maggiormente valorizzato ed apprezzato. “Quannu pensu a lu paisi mea / in mezzu a li muntagni c’è sempre u suli / iu vurria turnari”, racconta Cucchiara: il sogno di ogni emigrante.

Concludendo uno dei gruppi più interessanti emersi dal panorama tradizionale – o di derivazione tradizionale – più recente, con i Trinacria, Niggaradio e Majaria Trio. Bel disco.

DINDUN “Majin”

DINDUN “Majin”

DINDÙN

“Majin” – Autoproduzione, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2014

Sarà felice il buon Costantino Nigra di sapere che a più di un secolo dalla prima edizione del suo fondamentale “Canti popolari del Piemonte” – e parliamo del 1888 – c’è ancora chi ne studia a fondo i testi e li confronta con quanto di essi ancora sopravvive nella tradizione popolare dei nostri giorni aggiungendovi melodie raccolte sul campo o studiate in altre pubblicazioni. E sarà ancora più contento scoprendo quanto sia stato portato avanti questo prezioso lavoro di studio e di rielaborazione dagli autori di questo – a mio avviso – bellissimo e coraggioso “Majin”, ovvero la Alessandra Patrucco (voce), Marc Egea (ghironda e flauti) ed il pianista Angelo Conto: musicisti sì con profondo interesse nella cultura popolare, ma con frequentazioni anche in quelle contemporanea, oltre che nei mondi paralleli a quello musicali come quelli della danza o della poesia.

Insomma, considero questo disco una piacevolissima sorpresa che mi ha, ascolto dopo ascolto, rivelato da un lato la ricchezza del patrimonio che le generazioni passate ci hanno consegnato, e dall’altro l’originalità – e consentitemi – anche la genialità della proposta. De-banalizzare una melodia come “Il mio castello” e regalarle un respiro ampio e colto non è una cosa facile, soprattutto non è da tutti: il brano si apre con l’esposizione dell’arciconosciuta melodia ma di seguito voce, pianoforte e ghironda volano in un’altra direzione, verso orizzonti sorprendentemente attuali, costruendo un ponte che da una parte collega il passato e dall’altra fa solo immaginare la riva opposta.

Concludo citando altri due brani che mi hanno particolarmente impressionato – facendo torto però a tutti gli altri: “La soca” e “La bionda di Voghera” arrangiamenti quasi “minimalisti”, altre due perle di questo intelligente disco di esordio del trio Dindùn, gruppo che merita l’attenzione di quanti rivolgono le loro atenzioni alle musiche definite “di confine”.